L’ENCICLOPEDIA DELLE DONNE (Seconda Parte) ALCUNE DONNE IMPORTANTI DELL’ANTICHITA’….Aspasia...La Pizia, Cinisca… Atlete Vittoriose nelle Olimpiadi …le Allieve della Scuola Pitagorica di Kroton…..Ipazia…

Ipazia d'Alessandria d'Egitto


Kroton (Crotone) – Pitagora insegna alle sue allieve



Indice
11. La Condizione Sociale della Donna nell’Antica Grecia
a.       Le Etere – Aspasia (Moglie di Pericle) – "“La vita delle donne è sempre ricca di pene e sofferenze, ma non credo di mentire dicendo che nessuna ha mai patito come me
      nell’arco della sua esistenza “   - Leopardi citò Aspasia nei "Canti D'Amore" per Fanny Ronchivecchi Targioni Tozzetti.
22.  Le Donne a Sparta
a.       Cinisca , la prima donna a vincere le Olimpiadi – Le altre atlete vittoriose nelle Olimpiadi
33. Le Donne nella Filosofia - Pitagora
a.       La Sacerdotessa (Oracolo) di Delfi – Diodoro Siculo fu il primo autore classico a citare il Santuario di Delfi – Le Esalazioni di gas nell’Adyton – I Riti;
b.      Pitagora a Kroton – La città colpita dalla sconfitta nella Battaglia della Sagra – Locri Epizefiri – Locri (La fine della Statua di Persefone in Trono.... si trova a Berlino - Paolo Orsi fu accusato da un prof. di Catania del furto) -  I Pinakes di Locri - Kroton (L’Influenza di Pitagora nella città) – Il Tempio di Hera Lacinia  – Il Pittore Zeusi – Il Diadema d’Oro
c.       Democede, amico di Pitagora, un grande medico dell’antichità;
d.      La Politica di Pitagora – La guerra contro Sibari –  Sibari - La rivolta contro i Pitagorici – La casa di Milone fu incendiata – La morte dei Pitagorici e la fuga di Pitagora a Metaponto - Metaponto - La Morte di Pitagora a Metaponto; 
e.       La Scuola Pitagorica di Kroton  - Le sue allieve: Teano di Krton, Myia di Krton, Arignote di Kroton, Aesara di Lucania, Ptolemais di Cirene – Phintys – Perictione (madre di Platone ?) – Tmycha, uccisa da Dionisio di Siracusa – Melissa di Kroton – "La Scuola di Atene" , dipinto di Raffaello - L’astensione dei Pitagorici dal mangiare fave;
4.     Ipazia… martire del pensiero uccisa dai cristiani parabolani (“polizia” del Vescovo Cirillo, Santo e Dottore della Chiesa) -  Il ricordo di Ipazia negli storici e nei letterati -  E' ritratta nel dipinto di Raffaello "La Scuola di Atene" ? - Sinesio.. Le sue lettere ad Ipazia - Il Pensiero Filosofico di Ipazia - Le "Signore del Cielo " -  Torino: Centro Internazionale Ipazia Unesco (IpUC) Donne e Scienza - Film "Agorà"  sulla vita di Ipazia.

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1.      La Condizione Sociale Della Donna Nell’Antica Grecia
La condizione sociale della donna nell’antica Grecia fu diversa in base ai luoghi e ai tempi. Alcuni elementi però si possono considerare costanti nell’aspetto sociale:
-          La sottomissione giuridica della donna all’uomo con sostanziale esclusione del diritto di cittadinanza;
-          La preclusione da determinate attività che erano ritenute di monopolio dell’uomo o del mondo maschile;
-          Alcune attività erano riconosciute come pertinenti alle sole donne. Attività che erano interdette all’uomo perché disonorevoli.
Una società profondamente “maschilista” dove appare evidente una completa sottomissione e posizione inferiore della donna rispetto all’uomo.

Donna al lavabo tondo
Kylix attico a figure rosse attribuito al pittore Eufronio
VI secolo a.C. . – Museo Metropolitan New York

"su, torna alle tue stanze e pensa alle opere tue,
telaio e fuso; e alle ancelle comanda
di badare al lavoro; all'arco penseran gli uomini
tutti, e io sopra tutti, mio qui in casa è il comando [...] "

(Odissea, VI, vv. 25-30)

La società greca era fondata sui valori della guerra e sull’onore dove difficilmente una donna avrebbe in quel tempo potuto dare un contributo se non quello di essere una moglie devota, rispettabile, fedele e madre di figli sani. Figli che sarebbero diventati futuri uomini adatti alla guerra e alla politica. Alla donna in definitiva non era concesso alcun ruolo nella società se non quello di occuparsi della sua famiglia, della sua casa e del suo focolare.
Forse sono parole dure ma in realtà la donna era oggetto di scambio fra due cittadini, il padre e il marito, che si realizzava con il matrimonio.
La formula matrimoniale  in uso ad Atene era..”generare figli legittimi e di gestire l’oikos (casa e patrimonio)”.
“Casa e Patrimonio” di cui il marito deteneva la titolarità e assicurava il rapporto con l’esterno.
I greci veneravano una coppia di dei: Hestia ed Hermes… una coppia che dettava le leggi ai due ambiti delle prerogative maschili e femminili e che alcuni critici hanno indicato come espressione del “focolare” e dell’”angelo”.
Hestia (da identificare con la romana Vesta) era infatti il focolare circolare, fissato al suolo, il centro attorno alla quale la casa (famiglia) si radicava nella terra. Era il simbolo della fissità, dell’immutabilità e della permanenza. Da questo centro fisso lo spazio umano si orientava e s’organizzava.
Hermes (da identificare con il romano Mercurio) abitava nelle case dei mortali.. Zeuss nell’Iliade disse a Hermes..”più di tutti gli dei, tu ami far da compagno a un mortale”. Abitava nella casa come un angelo, messaggero ed era sempre pronto a ripartire…”non c’è niente in lui di fisso, di stabile, di permanente, di circoscritto, né di chiuso. Egli rappresenta, nello spazio e nel mondo umano il movimento, il passaggio, il mutamento di stato, le transizioni, i contatti tra gli elementi estranei. Nella casa protegge la soglia, respinge i ladri perché è lui stesso il Ladro… per il quale non esistono serrature, né recinto, né confine”. Presente alle porte delle città, ai confini degli stati, agli incroci delle vie, sulle tombe, che sono le porte del mondo infernale. Egli è presente ovunque gli uomini, fuori della loro casa privata, entrano in contatto per lo scambio -- nelle discussioni e nel commercio --, o per la competizione, come nello stadio. Banditore, dio errante, padrone delle strade, sulla terra e verso la terra; introduce una dopo l'altra le stagioni, fa passare dalla veglia al sonno, dal sonno alla veglia, dalla vita alla morte. Hermes è quindi inafferrabile, ubiquitario”.

La Dea Hestia

Hestia era legata ai rituali simbolizzati dal fuoco. Quando una coppia si sposava la madre della sposa accendeva una torcia sul proprio focolare domestico di casa e la portava nell’abitazione degli sposi affinchè quest’ultimi accendessero nella propria casa il loro primo focolare… un atto che consacrava la nuova dimora.
Alla nascita del primo figlio, un secondo rituale anch’esso dedicato ad Hestia. Al compimento del quinto giorno di vita, il nascituro veniva fatto girare intorno al focolare come simbolo della sua ammissione alla famiglia.
Una manifestazione rituale che ritroviamo nell’edificio principale della città dove ardeva sempre un fuoco sacro. In ogni nuova comunità che veniva fondata, veniva sempre portato il fuoco sacro della città d’origine.
Anche nel cambiamento d’abitazione degli sposi, Hestia li seguiva sempre come fuoco sacro. Un modo di collegare la vecchia residenza con la nuova, una manifestazione che era simbolo di continuità, di coscienza condivisa e d’identità comune.
Hestia “simboleggia” le donne che si occupano delle operazioni domestiche cioè un’attività  significativa e non semplicemente legata ad un astratto concetto di svolgimento di “faccende domestiche”. La cura del focolare domestico era un mezzo attraverso il quale la donna, insieme alla casa,  era in ordine con il proprio mondo interiore. Infatti nello svolgere le mansioni quotidiane la donna percepiva un senso di armonia interiore.
Mentre il focolare di Hestia, che provvedeva a portare calore e santificare la dimora, era all’interno della casa, la pietra a forma di colonna che simboleggiava Hermes, era posta sulla soglia di casa a portare fortuna e a tenere lontano il male. Hermes dava protezione sulla soglia della porta ed era guida e compagno nel mondo, dove la comunicazione, la capacità d’orientarsi, l’intelligenza e anche la buona fortuna, erano tutti elementi importanti e collegati tra di loro.

Statua di Hermes – I secolo d.C.

Quindi alla donna spettava tenere a bada il focolare, la dispensa, l’amministrazione della casa, l’educazione dei figli; mentre all’uomo la piazza, l’assemblea, la politica, la guerra.
Le uniche occasioni in cui le donne avevano la possibilità di lasciare la casa e di avere dei momenti liberi con l’esterno erano legati alle feste religiose specialmente quelle poste sotto l’effige di divinità femminili come Demetra, Artemide, Era, ecc.
Eppure la donna nella società ateniese, malgrado la sua religiosità ed umiltà, doveva avere un certo malcontento se Euripide fece esprimere a Medea, nella sua omonima tragedia (431 a.C. – Teatro di Dionisio –Atene), una solenne protesta sulla reclusione della donna: «l’uomo, quando si è stufato di vivere con quelli di casa, se ne va fuori e pone fine alla nausea che ha in cuore, recandosi da un amico o da un coetaneo. Noi invece siamo obbligate a guardare a un’unica persona. Dicono che noi trascorriamo la vita senza rischi in casa, mentre loro combattono con la lancia, ma si sbagliano: vorrei essere schierata in battaglia tre volte, piuttosto che partorire una sola volta!»

Medea di Euripide – Teatro Greco di Siracusa

Probabilmente la condizione su descritta valeva soltanto per le donne delle classi medio alte dato che alle popolane, appartenente ai ceti umili, era concesso per ragioni economiche di poter lavorare e di circolare liberamente per le polis.
In particolare tra il V ed il IV secolo a.C. avevano la possibilità di stipulare contratti lavorativi per un valore che doveva mantenersi rigorosamente inferiore a quello di un “medimnos d’orzo” (una misura di grano, circa 35 litri). Erano per lo più lavori che svolgevano nei mercati cittadini come venditrici.
La donna ateniese non ebbe quindi una propria personalità giuridica. Fu considerata sempre come una minorenne cioè doveva sottostare all’autorità di un tutore (kurios): prima il padre, poi il marito e se era vedova sotto la tutela del figlio che doveva però essere maggiorenne altrimenti il parente maschio più prossimo.
Era impedito anche di condurre procedimenti giudiziari. In casi estremi era sempre il suo tutore (marito, padre, ecc.) ad occuparsene.
I diritti sulle proprietà, (doti, doni e proprietà) erano solo apparenti dato che erano sempre i suoi tutori che ne avevano il pieno diritto di disponibilità e di controllo anche se con qualche limitazione.
In caso di presenza di una dote costituita da una somma notevole di denaro, non diventava di proprietà del marito. Infatti se la donna fosse morta senza figli o in caso di “divorzio consensuale”, la somma doveva essere restituita alla famiglia della donna.  In presenza di una somma importante,  la famiglia della donna veniva protetta da un ipoteca, cioè un bene immobile del marito veniva ipotecato come contropartita. Un impegno che si materializzava, nel caso di fondo agricolo, con la messa in opera di una pietra di confine o di segnalazione. Un mancato rimborso della dote faceva acquisire il fondo rustico ipotecato alla famiglia della donna.
Il matrimonio avveniva in genere tra i 15 ed i 18 anni e s’esprimeva in un vero e proprio atto privato, di contratto tra due famiglie.
Appare significativa la circostanza per il cui in greco non esiste la parola “matrimonio”. S’indica il termine “engue” cioè “garanzia”… una specie di fideiussione… cioè un atto con cui il padrone di casa dà la figlia in concessione ad un altro uomo. La polis non registrava in alcun atto questo evento per cui non le veniva conferito quello che potremo definire lo “stato civile”. Si trattava quindi di una semplice convivenza.


Le schiave, come gli uomini nella medesima condizione, non erano eleggibili per la cittadinanza di Atene, anche se per la verità potevano diventare cittadini se liberati.

Il divorzio o meglio la scissione del contratto non veniva richiesto dalla donna ma dal suo tutore cioè il marito. Ci sono però degli esempi che dimostrano come spesso veniva richiesto dalle donne. La moglie di Alcibiade, Ipparete, presentò istanza di divorzio comparendo di persona davanti all’arconte. Plutarco infatti dichiarò che la richiesta di divorzio da parte delle donne era una procedura abbastanza comune così come quella di richiedere il divorzio anche da parte di un parente della donna come ad esempio il fratello.
Le donne anche se potevano chiedere il divorzio come gli uomini, però difficilmente potevano esercitarlo. Medea, nella tragedia di Euripde affermò “ una donna non può divorziare perché, a differenza degli uomini, viene mal giudicata”.

Alla donna era richiesta sempre la massima fedeltà e il suo ruolo quasi istituzionale era quello di dare figli legittimi utili ad ereditare le proprietà dei genitori. Il marito che avrebbe sorpreso la moglie in adulterio aveva il diritto di uccidere il seduttore immediatamente, sul posto davanti ai fatti. La donna adultera poteva essere ripudiata e secondo alcuni autori il marito aveva  il dovere di eseguire la ripudiazione sotto la pena di perdere i propri diritti civili.
Per contro il marito non era invece soggetto a questa restrizione. Poteva liberamente utilizzare i servizi di un’etera o introdurre addirittura in casa una concubina, spesso una schiava, che in alcuni casi poteva anche essere la figlia di un cittadino che si era ridotto in povertà.
Demostene  affermava che l’uomo ateniese poteva avere tre donne: la moglie “gyné” per la procreazione dei figli legittimi; la concubina “pallaké” per la cura del corpo e per avere rapporti sessuali stabili; e infine la compagna “étéra” , cioè una donna colta che conosceva la musica, il canto, la danza e che accompagnava l’uomo nei luoghi di società (banchetti)  dove non era consentito recarsi né con le moglie né con le concubine. Se la possibilità di partecipare alla vita politica era per i greci il più importante dei diritti, le donne, che ne erano escluse, non erano considerate capaci a tale ruolo.

Le donne di buona condizione sociale accudivano all’ambiente domestico. Passavano la maggior parte del loro tempo all’interno di una area della casa detta “gineceo”, “stanze delle donne”, assieme alle sue ancelle.  Uscivano dall’ambiente familiare solo per recarsi alle cerimonie religiose.
Completamente diversa era la condizione delle popolane e delle donne di campagna che di fatto erano molto più libere e contribuivano lavorando al precario reddito familiare. Si recavano in città per vendere i loro prodotti, frutta, verdura erbe aromatiche (Aristofane fa dire alla madre di Euripide di essere una venditrice di cerfoglio), tessuti, ecc.
Gli autori della commedia, così come gli oratori, attestarono la vendita al dettaglio di oli profumati, pettini piccoli gioielli e anche nastri da parte delle donne che spesso maneggiavano grandi somme di denaro dovute ai loro commerci.

Le etère godevano di una certa libertà. Erano donne dotate di una grande sapienza mondana e di una considerevole cultura (Aspasia, compagna di Pericle) ma che vivevano lo status di straniere e quindi una condizione sociale non certo onorevole.
Le etère erano le accompagnatrici ufficiali di ricchi imprenditori e di uomini politici. Una delle più famose fu appunto Aspasia di Mileto. Compagna e seconda moglie di Pericle che per lei aveva abbandonato la prima moglie legittima.
Bella ed intelligente ospitò nella propria dimora i grandi pensatori ed intellettuali del tempo da Sofocle a Fidia, Socrate.. Alcibiade, ecc. Riuscì a raggiungere, con la sua intelligenza, una condizione sociale simile a quella degli uomini.  Suscitò però molte invidie tanto che alcuni commediografi del tempo, la dipinsero come una semplice, volgare, ed intrigante gestrice di un “bordello”.

a)      Aspasia

Aspasia di Mileto (Turchia) (470 a.C. circa – 400 a.C. circa) 
Erma marmorea, scoperta nel 1777, con l’iscrizione di Aspasia sulla base.
Copia romana di un originale del V secolo a.C.
Musei  Vaticani
Le erme erano delle piccole colonne, altezza tra 1 e 1,5 m, che erano sormontate da una testa scolpita a tutto tondo




Pericle si sposò la prima volta con una sua parente che già era stata sposata con Ipponico, dal quale aveva avuto un figlio (Callia). Non si sa il nome della donna e dal loro matrimonio nacquero due figli (Paralo e Santippo). Il matrimonio non fu felice e ben presto divorziarono consensualmente e lo stesso Pericle le trovò un nuovo marito.
Pericle si legò con un’etera, Aspasia di Mileto, con il quale prese a convivere “more uxorio” e dal quale il re ebbe un figlio illegittimo che fu chiamato “Pericle”.


La relazione suscitò molte polemiche e anche reazioni politiche molto forti tra cui quella del figlio Santippo che non si fece scrupoli nel calunniare il padre.
Si narra che Pericle scoppiò addirittura in lacrime per proteggere la sua amata Aspasia quando fu accusato di corrompere la società ateniese.

Aspasia e Pericle (?)
Josè Santiago Garnelo
(Enguera, Valencia, 25 luglio 1866 – Montilla, Cordoba, 28 ottobre 1944)
Malgrado fosse un etère prese attivamente parte alla vita pubblica di Atene.
La sua casa diventò un centro culturale, luogo d’incontro di famosi pensatori, e si  narra che lo stesso Socrate fu influenzato nel suo pensiero dagli insegnamenti della donna.
Molti scrittori antichi la citarono: da Plutarco  a Platone, da Aristofane a Senofonte, ecc.
In realtà della sua vita non si sa molto. Qualche studioso ipotizzò che fosse la custode di una casa di prostituzione. La definizione della studiosa Madeleine Henry fu emblematica sull’importanza storica di Aspasia: “fare domande sulla vita di Aspasia è come fare domande su mezza umanità”.  Grazie alla vita di Aspasia si riuscì ad apprendere la vera condizione sociale delle donne nell’antica Grecia.
Il padre si chiamava Assioco, apparteneva ad una famiglia benestante e ricevette un  eccellente istruzione. Un iscrizione tombale, con i nomi di Assioco ed Aspasio, permise a qualche storico di avanzare delle ipotesi sulla sua famiglia.
Alcibiade II di Scambonide, nonno del famoso Alcibiade, fu esiliato da Atene nel 460 a.C.
Si ritirò a Mileto dove avrebbe sposato la figlia di un certo Assioco.
Nel 450 a.C. sarebbe tornato ad Atene accompagnato dalla moglie e dalla cognata minore, Aspasia.
Dal matrimonio sarebbero nati Assioco, zio del famoso Alcibiade, e Aspasio.
Pericle avrebbe incontrato Aspasia grazie ai suoi stretti legami con la famiglia di Alcibiade.
Una volta giunta ad Atene riuscì ad entrare nel circolo culturale di Pericle dove ebbe contatti con Fidia e il filosofo Anassagora.
Secondo alcuni storici Aspasia diventò un’etera, un intrattenitrice di alta classe che oltre alla bellezza fisica aveva anche una grande cultura. Si distingueva e si mise in risalto per la sua istruzione, ottenendo una sua indipendenza  pagando le tasse e riuscendo a diventare una figura vivace della società ateniese. D’altra parte, essendo etera, era libera dai legami che  costringevano le donne ateniesi sposate nelle loro case e quindi poteva in un certo senso partecipare alla vita pubblica della città.
Dopo aver conosciuto Pericle, grazie anche ai contatti culturali, cominciò a convivere con lui e Plutarco citò che Pericle “ presa con sé Aspasia, l’amò con una leggerezza straordinaria…. E la baciava appassionatamente ogni volta che usciva di casa per occuparsi degli affari pubblici”.
Il loro stato coniugale rimase molto discusso..si sposarono ?
La legge sulla cittadinanza, approvata dallo stesso Pericle, avrebbe impedito il matrimonio e anche se si fosse verificato, sarebbe stato non valido. Molti storici assimilarono la relazione tra i due  ad un matrimonio morganatico.
Nei circoli sociali Aspasia era ammirata come un’abile conversatrice e consigliera, forse più della sua bellezza. Plutarco, che fu uno dei suoi delatori ammise che “gli amici di Socrate portavano le loro mogli a sentire le conversazioni di Aspasia”.
Pericle mostrava un grande amore per la propria compagna di vita, anche in pubblico baciandola pubblicamente. Un comportamento inconcepibile per gli ateniesi per i quali la donna non era una persona da amare ma solamente genitrice di figli.

Pericle ed Aspasia furono oggetto di continui attacchi verbali. Le accuse rivolte alla donna la coprivano d’infamia ma il vero obiettivo era quello di indebolire il potere politico di Pericle in un periodo in cui Atene era impegnata nella guerra di Samo.
Una guerra del 440 a.C. in cui Samo si scontrava con Mileto, la città natale di Aspasia, per la supremazia su Priene un’antica città ai piedi del Monte Micale.
I Milesi furono sconfitti e si recarono ad Atene per presentare la loro causa contro i Sami. Gli ateniesi ordinarono ai due contendenti di fermare il conflitto e sottoporsi quindi all’arbitrio e alle decisioni di Atene. I Sami rifiutarono e Pericle fu costretto ad emanare un decreto inviando una spedizione a Samo. La spedizione dovette affrontare una guerra difficile  e subì gravi perdite prima di riuscire a sconfiggere Samo.
Plutarco, ancora una volta, accusò Aspasia, di essere l’ispiratrice della guerra contro Samo e che Pericle, per compiacerla, decise di attaccare la città rivale di Mileto.

Nel 431 a.C. altra guerra..ben più grave che vede fronteggiarsi Atene e Sparta con le rispettive coalizioni…”La guerra del Peloponneso” ma prima dell’evento bellico, Atene fu sconvolta da una serie di attacchi personali e legali contro Pericle, il filosofo Anassagora, lo scultore Fidia e non poteva mancare Aspasia.

Pericle ed Aspasia mentre ammirano la statua di Atena nello studio di Fidia
Dipinto di Hector Leroux (1682 – 1740)

Aspasia fu accusata di corrompere le donne di Atene al fine di soddisfare le perversioni di Pericle.
Secondo Plutarco la donna fu querelata dal poeta comico Ermippo e messa sotto processo con l’accusa di “empietà e lenocinio”. (Empietà…. Mancanza di venerazione per ciò che è ritenuto sacro… scelleratezza… malvagità  / Lenocinio… sfruttamento della prostituzione… L'attività di chi favorisce, soprattutto se a scopo di lucro o interesse, amori considerati illeciti ...).
L’accusa di aver praticato il lenocinio per obiettivi economici non aveva un suo fondamento e l’unica accusa poteva essere quella di aver favorito l’attività per ottenere informazioni personali sugli amanti che frequentavano le sue cortigiane… sempre ammettendo che Aspasia avesse avuto delle case  per  incontri con le sue cortigiane. Aspasia non si poteva difendere in giudizio non solo perché era una donna ma per giunta straniera ed etera. Il processo prese una piega che sicuramente era stata studiata nei minimi particolari da certi esponenti politici… chiamare Pericle in giudizio per difendere la sua amata… e anche per difendersi dalle accuse sulle sue abitudini sessuali.
Pericle si presentò in giudizio senza paura… difese Aspasia con la sua grande capacità oratoria e riuscì ad assolverla. I giudici furono convinti non solo dal suo discorso ma anche dalle sue lacrime versate anche a causa dello stress.
Era consuetudine nei processi impietosire i giudici piangendo… era un ricorso a quella che gli antichi definivano come “mozione degli affetti” riuscendo in questo modo a suscitare pietà nei giudici.
Anche in questi avvenimenti le citazioni sono contrastanti. Ermippo non avrebbe querelato Aspasia ma si sarebbe limitato ad esprimere gli avvenimenti in una sua commedia mentre Plutarco ammise di non conoscere bene i fatti. Comunque il processo contro Aspasia avrebbe messo in discussione il potere politico di Pericle e per distogliere l’opinione pubblica, sempre secondo lo storico, avrebbe dato inizio alla “Guerra del Peloponneso.

Supplica di Pericle

Aristofane, nella sua opera  “Gli Acamesi”…”finora il male non è stato grave e noi siamo state le uniche vittime. Ma adesso alcuni giovani ubriachi vanno a Megara e portano via la cortigiana Simeta. E i megaresi a loro volta, scappano con due prostitute dalla casa di Aspasia; così per tre puttane, la Grecia scoppia in fiamme. Poi Pericle, incendiato dall’ira della sua altezza Olimpica, lancia i fulmini, scatena i tuoni, sconvolge la Grecia ed emana un editto che suona come una canzone: ”Che i megaresi siano banditi sia dalla nostra terra che dal nostro mercato, sia dal mare che dal continente!”(versi 523 – 533)

Aristofane incolpò Aspasia di aver causato la Guerra del Peloponneso. “Il decreto di Megara di Pericle, che escludeva la città dal commercio con Atene e i suoi alleati, fu una rappresaglia nei confronti dei Megaresi per aver rapito tre prostitute dalla casa di Aspasia. La colpa della guerra con Sparta era della donna così come, anni prima, quella della guerra con Samo”.
Aspasia venne rappresentata dagli scrittori come Era, Elena, Onfale e Pericle, da parte di Platone e altri scrittori, come libertino e schiavo della lussuria e della etera moglie. Il mio di Aspasia si diffuse in tutta l’Asia Minore fino all’età imperiale e venne usato per rappresentare “l’allarmante avvento della donna in politica che preannunciava una minacciosa ginecocrazia”.
Ulteriori attacchi alla coppia vennero dal figlio di Pericle, Santippo. Un figlio avuto dalla prima moglie e che non nascose le sue ambizioni politiche. Santippo ridicolizzò di continuo suo padre per le sue discussioni domestiche e con i sofisti.
Nel 429 a.C, una terribile epidemia di peste colpì Atene



Pericle perse la sorella e i due figli avuti dalla prima moglie e cadde in un profondo sconforto che nemmeno Aspasia riuscì a colmare. Poco prima della morte del sovrano, gli ateniesi cambiarono la legge di cittadinanza che risaliva al 451 a.C.  La nuova legge permetteva al figlio di Pericle ed Aspasia, Pericle, di diventare cittadino  e di legittimare la donna. Un cambiamento della norma per evitare l’estinzione del nome e della stirpe per mancanza di eredi. Una decisione sorprendente considerando che fu Pericle stesso a proporre la legge che restringeva la cittadinanza solo a coloro che avevano entrambi i genitori ateniesi.
Pericle fu colpito dall’epidemia e morì nell’autunno del 429 a.C.
Aspasia dopo la morte del compagno non si perse d’animo. Plutarco, riferendosi  alle citazioni di Eschine Socratico, affermò che dopo la morte di Pericle la donna visse con Lisicle e dalla relazione nacque un figlio. Lisicle era inizialmente un mercante di pecore di umili origini e grazie alla relazione con Aspasia diventò stratego ateniese e capo del partito democratico … uno dei personaggi più importanti della città.  L’uomo fu ucciso in battaglia nel 428 a.C. durante una spedizione di riscossione delle sovvenzioni imposte alle città alleate.
Con la morte dell’uomo le notizie su Aspasia  svenirono nel nulla. Non si sa se fosse ancora viva quando il figlio Pericle Il Giovane fu eletto generale e giustiziato successivamente nella battaglia della Argimusa. (Stratego nel 406 a.C.. partecipò alla battaglia delle Argimuse riportando una vittoria. Venne però accusato insieme ad altri strateghi  da Teramene di non aver soccorso i naufraghi. Fu quindi giustiziato con questa accusa.)
La morte di Aspasia è incerta anche se la critica storica la colloca verso il 400/401 a.C. perchè avvenne prima dell’esecuzione di Socrate (399 a.C.).

Aspasia conversa con i filosofi
Michel Corneille il Giovane , 1672
Salone dei Nobili – Reggia di Versailles


Aspasia conversa con Socrate
Nicolas Andrè Monsiau (1754 – 1837)
Quadro datato 1800 circa – Parigi Musè Pouchkkine

Molti filosofi le dedicarono pagine dei loro scritti da Platone a Senofonte, Plutarco ecc.
 “Delle donne bisogna parlar poco o nulla”, diceva Pericle eppure la sua compagna di vita, anche se concubina, non corrispondeva al modello tradizionale di femminilità classica e passiva, devota al marito ed alla famiglia.
Socrate, il padre dell’etica e della filosofia morale, fu colpito dalla comunicazione della donna ma anche dalle sue notevoli capacità di consigliera ed intellettuale. Aspasia contribuì alla nascita  nel filosofo di una riflessione positiva sulla donna.  Il filosofo ne riconosceva le capacità e ascoltava anche i suoi consigli ritenendo che molti di essi  erano frutto di una saggezza superiore alla sua. La visione della donna nella società ateniese era legata al concetto di Aristotele secondo la quale c’era una netta differenza tra uomo e donna e insisteva sulla “credenza di una superiorità maschile sulle donne” anche nella riproduzione. Riconosceva infatti nel rapporto sessuale una “passività” della figura femminile in quanto “è quella che genera in se stessa e dalla quale si forma il generato che stava nel genitore”.
In questo contesto, naturalmente difficile, s’innesta la figura di Aspasia che certamente non poteva non portare scalpore nella società ateniese.
Si dice che Socrate abbia addirittura imparato da lei il metodo socratico nel quale Aspasia primeggiava con “rara maestria la tecnica del discorso”. Si narra che il celebre filosofo sia stato influenzato dagli insegnamenti della donna… eppure nei libri di filosofia scolastica non si cita Aspasia….
Nel “Simposio”  Aristippo gli chiese come mai stava insieme a “la più bisbetica delle creature” Socrate rispose con il sorriso sul volto che “per diventare buoni cavallerizzi bisognava esercitarsi con i cavalli più indomabili e non con i più docili, perché se essi pervengono a domare tali cavalli, potranno governare  facilmente gli altri”.
Socrate grazie ad Aspasia rifiutò la visione misogina della donna riconoscendole un suo giusto valore soprattutto come pensatrice.

Il filosofo era distante in parte dalla prospettiva dell’epoca, che vedeva la donna come un essere inferiore e vide in lei una piena realizzazione intellettuale e personale al di là dei confini della maternità e della vita domestica. Ancor più anacronistica è l’intuizione secondo cui il fattore scatenante dell’ “inferiorità” delle donne non era la natura ma, piuttosto, l’“educazione”  impartita dalla propria famiglia di origine e dal marito; concezione probabilmente sostenuta con indiscussa abilità da Aspasia.




È evidente che la figura controversa ed anticonformista di Aspasia assieme a quella del filosofo Socrate siano state le rare espressioni nel mondo maschile e femminile della lotta alla misoginia nell’epoca classica.
Socrate la esaltò anche per le sue conoscenze, per la sua comunicazione e anche come la “più informata sulla gestione domestica e sulla collaborazione economica tra marito e moglie”.

Platone fu colpito dall’intelligenza e dall’arguzia della donna a tal punto che gli dedicò il
personaggio di Diotina nel Simposio.
Plutarco fu sempre critico mei confronti della donna e nel suo Pericle (XXIV-2) citò:
Ora, dal momento che si pensa che [Pericle] abbia agito in tal modo contro i Sami per compiacere Aspasia, questo potrebbe essere un luogo adatto per riflettere su quale grande arte o potere abbia avuto questa donna, per essere stata in grado di gestire a piacimento gli uomini più importanti dello Stato e di fornire ai filosofi l'occasione di parlarne in termini esaltati e in maniera approfondita.»

Eschine Socraico compose dei dialoghi socratici intitolati “Aspasia”. Appare una donna descritta in maniera positiva come una “maestra e ispiratrice di eccellenza.. e legando queste virtù al suo stato di etera”. (le fonti per l’Aspasia di Eschine sono Ateneo, Plutarco e Cicerone).
Dal Dialogo…” Socrate consiglia a Callia (figlio di Pericle avuto dalla prima moglie) di mandare ad istruire suo figlio da Aspasia. Callia indietreggia all’idea di un’insegnate femminile. Socrate fa notare che Aspasia aveva influenzato positivamente Pericle, e dopo la sua morte anche Lisicle”.
In una sezione del Dialogo, trascritta in latino da Cicerone, Aspasia appare come una “Socrate” e pone delle domande ad una donna, moglie di un cero Senofonte (probabilmente non lo storico), e in seguito allo stesso marito. Sono domande che dimostravano com’è possibile “acquisire virtù attraverso la conoscenza di se stessi”.
Le domande …”se siano meglio le cose più belle che appartengono ad altri rispetto a quelle che si posseggono” e ..”se sia o no ammissibile che si ricerchino anche i mariti (compagni) degli altri, nel caso in cui si ritenga migliori dei propri”.. Aspasia concluse..”che tutti hanno come obiettivo la ricerca del miglior marito (compagno), ma questo non si può ottenere se non si cerca nel frattempo di attuare anche un miglioramento personale”.

Eschine Socraico, era in realtà Eschine di Sfetto, un allievo di Socrate e le domande nel particolare che Aspasia fece alla moglie di Senofonte furono:
Aspasia: “se la moglie del vicino avesse più oro del tuo, preferiresti avere il tuo o il suo oro?”
La donna: “il suo”.
Aspasia: “ e se avesse abiti e gioielli più ricchi?”
La donna: “i suoi”.
Aspasia: “ E se avesse un marito migliore del tuo ?”
La donna:  non rispose .. ci fu un imbarazzante silenzio.
Aspasia si rivolse a Senofonte rivolgendogli le stesse domande e all’ultima domanda se avesse preferito la moglie del vicino, Senofonte non rispose… se non con il silenzio
Aspasia concluse ”Ciascuno di voi vorrebbe il marito o la moglie migliori. Ma nessuno di voi due ha raggiunto la perfezione; dunque ciascuno di voi rimpiangerà per sempre questo ideale”.
Un discorso straordinario considerando che fu pronunciato da una donna del tempo che viveva le forti disuguaglianza sociali tra uomo e donna.
L’idea di matrimonio del tempo era completamente diversa da quella di Aspasia. Per lei il matrimonio era l’incontro di due persone, entrambe imperfette, che in un rapporto paritario dovevano accettare l’uno i difetti dell’altro. Un idea inconcepibile per gli ateniesi dove il marito poteva tradire la moglie senza incorrere nel biasimo sociale  mentre per la donna, in caso di adulterio, poteva essere processata in pubblica piazza se il marito decideva di non esercitare il diritto di ucciderla.
L’amore di Pericle ci mostrano anche il lato sentimentale dello statista.  Lo rendono più umano là dove la sua grandezza politica e storica lo rendono quasi una divinità e questo è anche merito di Aspasia e della sua influenza positiva sul marito in virtù del loro grande amore.

All’Aspasia di Eschine si contrappone, quindi in modo negativo,  la descrizione di Antistene che prende la donna come un esempio negativo della vita dedita al piacere. In realtà lo scrittore criticò anche Pericle, la sua intera famiglia e anche i suoi figli.
Per Antistene Pericle scelse una vita di piaceri a discapito della virtù e Aspasia fu quindi vista come la personificazione di una vita di indulgenza sessuale cioè di una vita affettiva-sessuale sbagliata..
La notorietà di Aspasia fu certamente legata alla figura di Pericle cioè il personaggio politico più influente del V secolo a.C.
Per Plutarco Aspasia era una figura politicamente ed intellettualmente significativa e manifestò nei confronti della donna una certa ammirazione perché “gestiva a piacimento gli uomini più importanti dello Stato… forniva ai filosofi l’occasione di parlarne in termini esaltati e in maniera approfondita”.
Plutarco riferì anche come la donna diventò tanto famosa tanto  anche Ciro Il Giovane (che si scontrò in guerra contro il re Artaserse per il trono di Persia), dette il nome di Aspasia ad una delle sue concubine che si chiamava Milto. Quando Ciro fu ucciso in battaglia, la donna fu catturata dal re e con lui acquisì una grande notorietà e influenza.



Un altro filosofo, Luciano indicò la donna come “ modello di saggezza…. L’ammirata dell’ammirevole Olimpio….” e lodò “la sua conoscenza e intuizione politica, la sua astuzia e profondità”….” «Ora devo descrivere la "Sapienza"; e qui avrò occasione di usare vari modelli, la maggior parte dei quali antichi; uno proviene, come la signora stessa, dalla Ionia. Gli artisti saranno Eschine e Socrate il suo maestro, i pittori più realistici, perché il loro cuore stava nelle loro opere. Non potevamo scegliere un modello di saggezza migliore di quello di Aspasia di Mileto, l'ammirata dell'ammirevole "Olimpio"; la sua conoscenza e intuizione politica, la sua astuzia e profondità, saranno tutte trasferite sulle nostre tele nella loro misura perfetta. Tuttavia, Aspasia è conservata a noi solo in miniatura: le nostre proporzioni devono invece essere quelle di un colosso.» (Luciano, Immagini, XVII)
Dotata di una grande retorica  come s’evidenzia in un testo siriano secondo il quale Aspasia scrisse un discorso da leggere nel processo per difendersi dalle pesanti accuse. Discorso che fu letto da un suo incaricato ed anche in un’enciclopedia bizantina del X secolo, la donna apparve come “ abile per quanto riguarda le parole… una sofista e una maestra di retorica”.
Aspasia fu l’unica donna nella Grecia Classica ad essersi distinta nella vita pubblica riuscendo ad influenzare anche Pericle nella composizione dei suoi discorsi. Secondo alcuni studiosi sembra che ai suoi tempi abbia addirittura aperto un’accademia per giovani donne aristocratiche e che abbia inventato il metodo socratico. Una tesi su cui molti storici non concordano.

Kagan raffigurò Aspasia come «una giovane donna bella, indipendente, brillantemente arguta, in grado di tenere conversazioni con le migliori menti della Grecia e di discutere e illuminare ogni tipo di questione con suo marito”.


“La vita delle donne è sempre ricca di pene e sofferenze,
ma non credo di mentire dicendo che nessuna ha mai patito come me
nell’arco della sua esistenza “


La figura di Aspasia rimase sempre viva anche in epoca moderna a cui si sono ispirati poeti e romanzieri (romantici del XIX secolo e storici del XX secolo) che videro nella sua storia d’amore un’inesauribile fonte d’ispirazione.
Giacomo Leopardi pubblicò una serie di componimenti poetici dal titolo “Ciclo di Aspasia” con temi principali sull’amore, sulla morte, sulla caduta e la vanità di ogni illusione.
Un ispirazione legata al traumatico amore non corrisposto del poeta per la nobildonna fiorentina Fanny Targioni Tozzetti che identificò con Aspasia.


Fanny Ronchivecchi Targioni Tozzetti
(Firenze, 9 maggio 1801 – Firenze, 29 marzo 1889)
Moglie del medico e botanico Antonio Targioni Tozzetti. Fu animatrice di un
salotto letterario (Via Ghibellina – Firenze). Famosa per la sua bellezza e la sua cultura
che attirarono su di lei continui pettegolezzi soprattutto per una presunta relazione
con l’esule napoletano Antonio Ranieri. Sulla donna si accentrò l’amore non
corrisposto di Giacomo Leopardi che conobbe la donna a Firenze il 10 maggio 1830.
La Targioni aveva un hobby particolare, abbastanza raro: collezionava autografi.
Leopardi si premurò di procurargliene alcuni tra cui quelli Alfieri, di Pindemonte, di Monti, ecc.
Era innamorato e cercava di guadagnarsi la benevolenza della donna ma fu tutto vano..
L’amore non fu mai corrisposto anche se in realtà la donna s’accorse dei forti sentimenti
che il leopardi nutriva nei suoi confronti.
Quando Giacomo Leopardi morì nel 1837 la Targioni commentò con il Ranieri la morte del poeta:
«La disgrazia della morte del povero nostro Leopardi mi ha annientata; sì pel bene che gli volevo, sì per la perdita fatta; sì pell'interesse che io prendo, a tutto ciò che vi riguarda. Io partecipo grandemente al vostro dolore, io sento il vuoto che proverete nelle vostre abitudini, e quel male che cagiona la perdita d'un amico che si amava, e stimava, male che le parole non valgono ad esprimere, male che il tempo non basta a dissipare.(...) Se non vi conoscessi così propenso al farmi arrabbiare, e canzonare direi che siete stato cattivo nel tentare di darmi un dispiacere colla risposta sull'Aspasia. Voi più d'ogni altro sapete se mai diedi la menoma lusinga a quel pover'uomo del Leo..., e se il mio carattere è tale da prendersi gioco d'un infelice, e d'un brav'uomo come lui. Quando me ne parlava, in certi tempi, io m'inquietavo, e non volevo, manco credere vere certe cose, come non le credo ancora, ed il bene che io gli volevo glie lo voglio ancora tal quale, abbenché ei più non esista. Siate dunque buono per me, vi prego, non mi dite più delle simili sciocchezze, e risparmiate una pena al mio cuore, nel togliermi l'idea che senza volerlo potei dar trista idea di me stessa a persona così disgraziata.”
Nel Xx secolo alcuni studiosi, tra cui Marcus de Rubris, avanzarono l’ipotesi che l’ispiratrice
del “Ciclo di Aspasia”, non fosse Fanny ma la contessa Carlotta Lenzoni.
L’ipotesi fu basata su alcuni elementi:
-          La Fanny proseguì, in modo amichevole, il dialogo con il Leopardi con una ricca serie di lettere;
-          Nelle poesie ci sarebbero alcuni indizi che rimanderebbero ad una dimora “ di nem latro fastigio”
rispetto a quella dei Targioni


Carlotta Lenzoni dè Medici
Nella Biblioteca Nazionale di Napoli furono rinvenute dalla brava ricercatrice
Elisabetta Benucci, le missive della Lenzoni indirizzate ad Antonio Ranieri, l’intimo amico
di Leopardi. Lettere che furono scritte in un periodo che va dal 1833 al ’37, cioè agli
anni del suo ritiro napoletano. La prima lettera mostra l’ansia della Lenzoni per
l’imminente viaggio dei due amici per Napoli e il timore il non poter salutare
per l’l’ultima volta il poeta.
“Salutate Leopardi, e diteli che non lo perdonerò, se parte, senza che lo riveda”.
In una lettera successiva, la Lenzoni di mostrava contente delle notizie che giungevano
da amici comuni per la salute del leopardi che era migliorata. Ringraziava Ranieri
dell’affetto incondizionato che riserva all’amico:
“Sono anche contenta che il soggiorno a Napoli vadia ad esservi più piacevole,
vorrei che fosse lo stesso per Leopardi. […] Mi sembra quasi un destino che i
grandi ingegni debbino essere nocivi a se stessi per causa di stravaganza a rapporto alla salute?
Io vi lodo sempre di più per la costante amicizia che li dimostrate, fateli i miei saluti,
e dateli le mie nuove le quali per riguardo alla salute ad onta del pessimo tempo
che abbiamo sono ottime”».

In un’altra lettera del 30 ottobre 1834, la Lenzoni racconta al Ranieri di
aver fatto “un giro delle Marche”, passando per Recanati e di essersi invaghita
pure del “natio borgo selvaggio”…
«Dite a Leopardi, che non ho veduto un Paese più gradevole, e ne ho avute tali
informazioni che veramente ha ragione di non poter amare la sua Patria?».
La Lenzoni era probabilmente innamorata del Leopardi
ma il poeta rimase indifferente a quell’amore forse perché
il suo animo era troppo afflitto dalla precedente delusione d’amore e forse anche
per le sue precarie condizioni di salute.
Il “Ciclo di Aspasia” è costituito da cinque poesie in cui traspare il percorso amoroso del poeta,
le forti emozioni suscitate e anche la delusione per l’indifferenza della donna amata in silenzio.
1-       “Il Pensiero Dominante” , il potere dell’amore che subisce il poeta;
2-       Amore e Morte; ..l’Amore non è l’unico signore ad aiutare gli uomini sulla terra, ma ha
una sorella, la “Morte”, la quale è una bellissima donna che libera da ogni male;
3 – “Consalvo”… esprime il grande desiderio del poeta verso la bellissima Fanny e cioè il
desiderio di ricevere da lei un bacio….. ma non ha il coraggio di chiederglielo. Si nasconde
allora sotto le spoglie di Consalvo e gli chiede un bacio essendo in punto di morte.
Il poeta immagina di essere baciato dalla donna più di mille volte... attimi
che gli renderanno meno atroce il momento del trapasso;
4. “A Se Stesso”… il poeta prende coscienza  dell’impossibilità di quell’amore irrealizzabile.
Diventa per lui necessario accettare la triste e dura realtà di ritornare ad essere, e sentirsi,
di nuovo solo in quest’universo, ma dice anche che la vita è l’universo intero, non
sono altro che “un infinita vanità del tutto”;
5. “Aspasia”..esprime il congedo definitivo da Fanny, ancora viva e bella, ma ormai lontana
da lui e dal suo cuore. Esprime il cambiamento di un uomo che prima era pieno di illusioni
e di speranze nell’amore e nei suoi benefici, e che ora diventa indifferente, immobile e cinico
a cui non resta altro che un sorriso ironico e beffardo con il quale andare vanti nell’esistenza.
Un uomo raccolto solo nell’intelletto affinchè non s’abbandoni allo sterile sconforto e
possa ritrovare la forza di procedere nella nuova esistenza a Napoli.



Parafrasi della poesia “ASPASIA”.
Il tuo volto torna talvolta nel mio pensiero, Aspasia.
Ora lo rivedo, velocemente, in altri volti della città,
ora esso mi è destato dall’armonia di un giorno sereno,
o dalle tacite stelle, e la mia anima è pronta a turbarsi di nuovo.
Quanta adorata è stata questa visione
e un giorno è stata la mia delizia e il mio tormento.
Un profumo che sento emanare dalla fiorita campagna,
o che provenga dalle vie della città,
mi fa ricordare il giorno nel quale io ti vidi,
tutta raccolta nei tuoi appartamenti, odorosi di
fiori appena colti, vestita con una veste di
colore bruno, con il fianco adagiato sopra un divano,
tutta circondata di misteriosa voluttà, e tu,
dotta allettatrice, intanto che baciavi i tuoi figli e
li stringevi con le lue leggiadrissime mani al
tuo seno coperto e desiderato, alzando il tuo bianco collo,
ti muovevi con un fare seduttivo e malizioso.
Allora un nuovo cielo, una nuova terra, un raggio
divino, apparvero al mio pensiero, tanto che io,
ferito dalla tua freccia d’amore, mi innamorai di te.
Dentro di me portai questo amore infelice, ululando,
da quel giorno ad oggi che fanno due anni.
Tu, Aspasia, non puoi immaginare mai quello
che tu stessa hai fatto nascere nel mio pensiero.
Tu non sai quale smisurato amore, quali affanni intensi,
quali indescrivibili sentimenti amorosi,
quali deliri hai fatto scaturire in me e
allo stesso modo un direttore d’orchestra non sa
quali sono gli effetti che egli provoca in chi lo ascolta.
Ora, però, l’idea (ideale), che io amai tanto, di Aspasia è morta.
L’idea è morta per sempre, e di tanto in tanto, mi
suole ritornare e scomparire la sua sbiadita immagine.
Tu, invece, Aspasia reale, vivi e sei sempre tento bella
che superi tutte le altre.
La passione che era nata per te è morta:
perché io amai non te ma l’idea della bellezza
che ha ancora vita nel mio cuore, mentre
il mio cuore è diventato un sepolcro per te.
Io adorai, per molto tempo, la tua ideale bellezza
e mi piacque tanto seguirla che io,
ben consapevole di te, delle tue arti e
delle tue insidie, contemplando nei tuoi occhi reali
i begli occhi della donna ideale, ti ho seguito cupidamente,
finché l’idea di bellezza visse in me;
accettai di obbedire al tuo dominio,
aspro e lungo, non perché ingannato da te,
ma per il dolce piacere che provavo
nel vedere la dolce somiglianza tra lei (l’ideale) e te.
Ora tu, Aspasia reale, ti puoi vantare perché
puoi dire che sei stata la sola del tuo sesso:
alla quale io abbassai il mio fiero capo e
alla quale io offrii il mio cuore indomito.
Puoi dire che sei stata la prima donna, e spero
che sarai anche l’ultima, che vedesti il mio sguardo
supplichevole, che vedesti me tremante,
timido (brucio di rabbia e di rossore nel dirlo) e
puoi dire che vedesti me fuori di me,
che spiavo e scrutavo sommessamente
ogni tuo desiderio, ogni tua parola e ogni tuo atto;
puoi dire che mi vedesti impallidire ai tuoi
superbi fastidi, vedesti me brillare nel volto
ad ogni tuo atteggiamento benevolo;
puoi dire che vedesti me mutare forma e colore
ad ogni tuo sguardo.
La suggestione del tuo amore, e della mia passione, è finita,
così come è finito anche il dominio che mi legava a te,
e di questo me ne rallegro.
E dopo il lungo servirti, e dopo il mio lungo vaneggiare,
riacquisto, contento, il senno e la libertà, seppure
essi siano pieni di tedio.
Orbene se la vita, priva d’amore e di illusioni,
è triste, vuota come una notte buia e senza stelle
in pieno inverno, tale sono io, perché sono rimasto solo.
Ma il conforto e la vendetta che io mi prendo
sul mio destino mortale consiste nel fatto che
sono divenuto indifferente ed immobile, e
mentre sto seduto qui a guardare il mare,
la terra e il cielo e sorrido sardonicamente e
sornionamente con i miei ghigni.
Finisce così una storia d’amore, solo immaginario. Una storia per la quale Giacomo Leopardi
seppe trovare parole, immagini poetiche così belle da scrivere il “Ciclo su Aspasia”.
Ci troviamo davanti ad uno sconforto interiore così intenso che il Leopardi visse in silenzio dentro
la sua anima e che riuscì a rappresentare nelle poesie facendoci rivivere il suo forte dramma interiore.

Aspasia citata nella letteratura ma anche nelle arti, pittura scultura, e anche nell’ebanisteria con armadi decorati con le figure di Socrate ed Aspasia (1710). Molte statue si trovano anche nei giardini (castello di Schonbrunn – Vienna)  e anche in epoca moderna il ricordo della donna è forte.
Nel 1973 la scultrice greca Mara Karetoso scolpì un busto di Aspasia che fu collocato nella zona pedonale dell’Università di Atene e nel 1979, l’Installazione d’arte “The Dinner Party”, creata dalla femminista Judy Chicago.

“Dinner Party” è una storia simbolica delle donne nella Civiltà Occidentale.
Si compone di 39 posti a tavola disposti su una tavola triangolare ed ogni posto rappresenta una
figura storica femminile. Alla sua realizzazione hanno partecipato volontari, artigiani, uomini e donne
per “mettere fine al ciclo continuo di omissioni che hanno escluso le donne dagli archivi della Storia…”
Uno dei posti a tavola è dedicato ad Aspasia.
L’opera fu donata dalla Fondazione Elizabeth A. Sackler al Brooklyn Museum di New York dove è esposta.

Non si hanno riferimenti in merito alle moglie dei “metici” ossia degli stranieri residenti ad Atene. Le donne straniere dovevano pagare sei dracme all’anno rispetto alle dodici che pagavano gli uomini. Molte di loro erano al seguito del marito che si trovava ad Atene per motivi di lavoro o per seguire gli insegnamenti di qualche importante suola o maestro.  La loro vita doveva essere simile a quella delle moglie  e delle figlie degli ateniesi.
C’erano poi le donne che si trovavano in città per cercare fortuna o comunque un domani migliore rispetto ai loro luoghi d’origine. Non sempre riuscivano ad ambientarsi e spesso finivano nel giro della prostituzione rinchiuse nelle case di piacere del Pireo o all’interno della stessa citta dove svolgevano la professione in determinati quartieri o demi come quello denominato del “Ceramico”. Solo le donne più istruite potevano riuscire ad “elevarsi” alla condizione un po’ più privilegiata di “etèra”.

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2.      Le Donne  a  Sparta

Sparta rovine

Mystras

Mystras

Un discorso a parte meritano le donne di Sparta che, sempre secondo le fonti, trascorrevano gran parte del loro tempo all’aria aperta impegnate in esercizi ginnici che ne assimilavano l’educazione a quella dei maschi spartiati. Una condizione che avrà un suo ridimensionamento sul piano scientifico da Aristotele che affermerà la “naturale inferiorità della donna” e dalle utopie comiche di Aristofane che più volte immaginò la realizzazione di “una paradossale ginecrocazia con le donne al potere nelle assemblee delle polis, impegnate in fondamentali decisioni sulla politica estera e sull’economia statale”.
Sparta, a differenza dalle altre città greche, pose le donne allo stesso livello degli uomini. Entrambi i sessi erano soggetti alle direttive dello stato e questo fin dal primo giorno della loro esistenza. L’obiettivo di questa unicità era avere dei soldati vigorosi e disciplinati.
Sparta aveva un sistema di istruzione obbligatoria per tutti organizzata dalla Stato.  Una differenza sostanziale con le altre città della Grecia dove l’istruzione non era obbligatoria ma a discrezione dei genitori. Un istruzione che aveva come obiettivo la formazione di giovani valorosi da collocare nell’esercito mentre per le ragazze  insegnare a diventare madri agili e vigorose, sane, forti, nella speranza di generare altri figli altrettanto capaci ed abili.
I due sessi iniziavano  una pratica educativa che si concludeva dopo i 18 anni, età in cui cominciavano a sposarsi. L’addestramento femminile era costituito da due livelli: uno ginnico e l’altro artistico. Ginnico costituito da allenamento fisico per rassodare il corpo e successivamente il livello artistico, mousikè, in cui venivano a contatto con la danza, poesia, canto e musica. Oltre allo studio di queste discipline era importante entrare in contatto e praticare attività sportive quali l’equitazione e la lotta. Le giovani donne potevano quindi partecipare insieme ai coetanei maschi alla Gimnopedie o “festa dei giovani nudi”.
Per quanto riguarda l’attività ginnica, Senofonte riporta come Licurgo istituì un allenamento fisico per entrambi i sessi costituito dalle discipline della corsa e del combattimento corpo a corpo. Un’attività sportiva che è confermata da Euripide e da Plutarco che aggiunge anche l’attività del lancio del disco e del giavellotto.
Le donne svolgevano i loro allenamenti a corpo nudo anche se in ambienti separati da quello dei ragazzi. In definitiva le donne non si preparavano con la loro attività sportiva al combattimento ma al raggiungimento di un benessere fisico e alla conoscenza del proprio corpo.
La forza delle donne spartane era molto conosciuta nell’antichità tanto che Clearco di Soli (III secolo) riferì come le donne convincevano gli uomini adulti a sposarle costringendoli a furia di calci e pugni e sfidandoli a battersi con loro. Anche nell’equitazione le donne eccellevano tanto che sono state rivenute numerose statuette, di donne in groppa a cavalli, nel santuario di Artemide Orthia.
Le giovani donne partecipavano a tutte le feste religiose come coro delle vergini di cui Alcmane fu l’autore principale. Le canzoni venivano imparate a memoria ed era consigliato alle stesse fanciulle d’imparare e memorizzare i grandi eventi e storie mitologiche e di acquisire un forte senso di competizione. Varie canzoni alludono a concorsi di bellezza o spettacoli musicali.
Le donne spartane, come già accennato, raramente si sposavano prima dei 18-22 anni e a differenza delle altre cittadine greche avevano un modo di abbigliamento decisamente più moderno. Portavano degli abiti corti e tenevano scoperte le gambe per essere libere di muoversi e questo senza chiedere permessi al marito. Le donne ateniesi e la maggior parte delle donne greche portavano invece abiti lunghi che nascondevano interamente il loro corpo.
A Sparta vi era due tipi di contratto matrimoniale che sono in contrapposizione l’uno all’altro.
 Quello tradizionale, che era comune in tutte le città greche per garantire la prosperità della linea di famiglia, la legittima discendenza.
Il secondo tipo si presentava come uno status egualitario e aveva l’obiettivo primario di procreare ragazzi forti, figli maschi e robusti e si verificava ad una età più avanzata rispetto alle altre città greche. Il marito poteva avere circa 30 anni e la moglie mai meno di 18 anni. Si dava inoltre luogo ad una curiosa forma cerimoniale. L’intermediario dopo aver rasato la ragazza gli consegnava delle vesti semplici di taglio maschile dopo di che la lasciava sola in un buio pagliaio. Il promesso sposo doveva lasciare la sissizia (il pasto militaresco) per andare ad incontrare sua moglie, sempre al buio. Dopo aver avuto una relazione la lasciava nuovamente sola per tornare di nuovo in caserma, nella quale era stato assegnato, per raggiungere i compagni. Il matrimonio doveva restare segreto sino a quando non nasceva il primo figlio. Plutarco affermò che in tal modo i mariti “ignoravano la sazietà e il declino del sentimento che coinvolge una vita passata in comune”.
Le donne spartane hanno sempre esercitato un forte controllo sul loro matrimonio. I mariti più anziani erano spesso incoraggi a prestare le loro mogli, ancora giovani e forti, ai soldati più valorosi e forti per procreare dei figli altrettanto forti. Plutarco menziona pure come le donne spartane avessero spesso un amante segreto per fare in modo che il bambino nato potesse ereditare due lotti di terreno al posto di uno.
Le donne spartane godevano di un potere, di una considerazione o rispetto che era completamento sconosciuto nel mondo classico. Anche se formalmente venivano in un certo senso escluse dalla vita militare e politica, continuavano a mantenere una massima considerazione dalla società perché madri di soldati valorosi.
Quando gli uomini partivano in guerra, le donne prendevano il loro posto ed assumevano con grande prontezza e responsabilità il buon andamento della casa, della famiglia, delle proprietà, dell’educazione dei figli più piccoli e sugli schiavi che lavorano per loro.
Dopo il IV secolo a.C., le dinne spartane possedevano circa 35 – 40% di tutte le terre dello Stato.. terre di esclusiva ed inalienabile proprietà. Alcune tra le persone più ricche di Sparta erano proprie delle donne. Controllavano  direttamente le loro personali proprietà così come prendevano anche l’amministrazione fiduciaria delle proprietà dei parenti maschili che si trovano assenti perchà impegnati in guerra.

“Il Coraggio delle Donne di Sparta”
Jean Jacques Francois Le Barbier (Rouen, 29 novembre 1738 – Parigi, 7 maggio 1826)
Olio su tela del XVIII secolo.

“Una Donna Spartana consegna lo  scudo al figlio..
Torna con lo scudo (cioè vincitore) o sullo scudo (morto)”
Jean Jacques Francois Le Barnier
Olio su tela del 1826

“Giovani spartani che si esercitano”
Edgar Degas ( 1834 – 1917)
Olio su tela – (109,5 x 155) cm – 1860
National Gallery – Londra
Nel quadro le giovane spartane incitano alla lotta i ragazzi
Plutarco raccontò che l’antico legislatore spartano Licurgo esortò le ragazze ad
impegnarsi nella disciplina sportiva della lotta.

Donna Spartana nella corsa
Statuetta di bronzo del 500 a.C.
Museo di Londra

Figura Femminile danzante (V secolo a.C) proveniente all’area archeologica di Sparta



2.a – CINISCA – La prima donna a vincere le Olimpiadi


Cinisca (Sparta, 440 a.C. -  Sparta (?) dopo il 392 a.C.) era una nobile spartana figlia del re Archidamo II  e di Eupolia, e sorella di Agide II e di Agesilao II, anch’essi futuri sovrani.
Il suo nome significa “cucciola”, “cagnolina”… Un soprannome che aveva avuto il nonno, anche lui chiamato “cinisco”, e probabilmente legato a qualche avvenimento di caccia oppure a un particolare tipo di segugio.
Fu la prima donna della storia a vincere una gara alle Olimpiadi cioè la corsa dei carri con quattro cavalli nel 396 a.C.
Alle donne era vietata la partecipazione alle gare olimpiche, riservate solo agli uomini, ma la corsa dei carri presentava un eccezione perché l’organizzatore e il finanziatore della squadra partecipante poteva essere di sesso femminile. L’auriga però doveva essere un professionista maschile ingaggiato per la guida dei carri.
Pausania ci lasciò importanti testimonianze sulla donna che definì ambiziosa. Una donna ricca ed esperta di equitazione. Allevava personalmente i suoi cavalli  ed era quindi molto esperta e ricca per potersi permettere di organizzare una squadra  per partecipare ai giochi Olimpici del 396 e del 392 a.C.
Cinisca partecipò infatti anche alle gare delle successive Olimpiadi del 392 a.C. riportando una strepitosa vittoria.

Cinisca in una vaso del IV secolo a.C.



Alle donne greche non era consentito prendere parte alle gare olimpiche, che si tenevano ogni quattro anni ad Olimpia. Gare che erano riservate agli atleti maschi di tutte le poleis. Non erano consentito nemmeno partecipare  come spettatrici tranne nel caso di bambine o ragazze che dovevano essere accompagnate dal padre.
Facevano eccezione le gare ippiche perché il finanziatore della squadra poteva essere una donna mentre l’auriga doveva essere necessariamente maschile. Nella corsa dei carri il vero vincitore era il finanziatore della squadra e l’allenatore dei cavalli  e ed era quindi considerato l’effettivo partecipante alla competizione.
La situazione a Sparta era decisamente diversa perché le donne potevano partecipare ad attività pubbliche e sportive.
Il fratello Agesilao esortò sempre la sorella a partecipare alle Olimpiadi per dimostrare che le vittorie ai giochi non erano una dimostrazione di bravura ma di ricchezza che consentiva di effettuare gli investimenti necessari per il raggiungimento della vittoria… un giudizio sbagliato perché si possono avere le ricchezze ma è necessario per la vittoria impegno, perseveranza, capacità nell’addestramento dei cavalli, ecc…
Ma le Olimpiadi erano precluse a Sparta perché era stata bandita dalla competizione nel 420 a.C. per essere riammessa solo nel 396 a.C.
Cinisca  s’iscrisse come organizzatrice della squadra e come allenatrice dei cavalli alla competizione del 396 a.C. e del 392 a.C. che vinse in entrambe le occasioni con la gara di corsa dei carri con quattro cavalli… una delle gare più prestigiose dei Giochi.
 La donna, visto il divieto d’ingresso alle competizioni, potè assistere alla vittoria della sua squadra ?
All’epoca aveva circa cinquant’anni e non si sa se ancora fosse nubile o sposata. In ogni caso avrebbe potuto avere un permesso speciale per assistere alle competizioni dato che il divieto d’ingresso alle gare era rivolto, almeno in teoria, solo per le donne sposate.
Plutarco sostenne che fu il fratello Agesilao a  convincerla a partecipare ai giochi e non un eventuale marito.
La vittoria di Cinisca fece allora scalpore perché la gara era considerata una delle più importanti dei Giochi Olimpici.  Alla vincitrice furono dedicate due statue, realizzate dallo scultore Apelleas mentre a Sparta le fu eretto un tempio in suo onore.
Le statue dello scultore Apelleas furono collocate nel tempio di Zeus di Olimpia. Una statua rappresentava la stessa Cinisca mentre un’altra raffigurava il carro, i cavalli e l’auriga.
Pausania citò le due statue e anche l’iscrizione, realizzata ad Olimpia, che indicava Cinisca come l’unica donna, fino a quel tempo, ad aver vinto la corsa dei carri alle olimpiadi.
Un’iscrizione che è ancora conservata malgrado qualche lacuna nel testo:

I re] di Sparta sono [mio]
padre e i [miei] fratelli; con un [carro di cavalli dai piedi veloci]
Cinisca, vittoriosa ha eretto questa statua.
Io dichiaro di essere l'unica donna in tutta la Grecia
ad aver vinto questa corona.
[...]
Apelleas figlio di Callicle l'ha fatta
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Σπάρτας μὲν [βασιλῆες ἐμοὶ]
πατέρες καὶ ἀδελφοί, ἅ[ρματι δ’ ὠκυπόδων ἵππων]
νικῶσα Κυνίσκα εἰκόνα τάνδ’ ἔστασε· μόν[αν]
δ’ ἐμέ φαμι γυναικῶν Ἑλλάδος ἐκ πάσας τό[ν]-
δε λαβε̑ν στέφανον.
[...]
Ἀπελλέας Καλλικλέος ἐπόησε.
(Epigrafe IvO 159, Elide, Olimpia, ca. 390-380 a.C

Pusania citò anche la costruzione di un tempio, heroon, dedicato a Cinisca. Si trattava di un santuario dove le si tributava un culto eroico, simile a quello verso i re spartani. La donna fu quindi eroizzata e fu la prima donna ad essere oggetto di eroizzazione . (in Grecia era comune che gli atleti più famosi fossero venerati dopo la loro morte come eroi… ma erano maschi..).

Cinisca – Sophie de Renneville

Il suo esempio fu seguito da altre donne che parteciparono alle corse dei carri e qualcuna riuscì anche ad eguagliare le sue vittorie.
Eurileonide, anche lei di Sparta, vinse la gara col carro a due cavalli nel 368 a.C., sempre alle Olimpiadi. Non si hanno notizie né su di lei che sulla sua famiglia. Si sa soltanto che era una ricca spartana ed appassionata di cavalli.
Pausania citò che a Sparta per la vittoria di Eurileonide fu eretta una  statua commemorativa in bronzo, una delle poche della Grecia classica , che ai suoi tempi erano intatte. Pausania visse ben cinque secoli dopo la vittoria della nobile spartana.

Altre donne vinsero delle gare con il carro sempre ai giochi Olimpici:
-          La regina Berenice I nel 284 a.C.
-          Arsinoe II, figlia di Berenice I, nel 272 a.C. Arsinoe vinse tutte e tre le gare equestri a cui partecipò. Arsinoe, morta nel 268 a.C., fu la moglie legittima di Tolomeo I (militare, sovrano e scrittore macedone che nel 305 si proclamò re d’Egitto)
-          Bilistiche, amante di Tolomeo II, re d’Egitto, vinse le corse a due cavalli e a quattro cavalli nelle Olimpiadi del 264 a.C. Secondo Pausania la donna era macedone mentre per altri storici era argiva cioè dell’Argolide (Argo). Plutarco affermò che fu acquistata al mercato degli schiavi. Il suo nome appare in un papiro egiziano come sacerdotessa di 35 anni, figlia di Philo e vicina al faraone Tolomeo II. Il papiro dichiara il suo giuramento. Molti ellenisti furono indignati per l’onore concesso a  una donna che consideravano un ex prostituta. Affermarono quindi che il nome riportato nel papiro apparteneva qa un omonimo che aveva vinto la corsa dei carri come guidatore. La donna morì a Canapo, prima del 246 a.C. e Tolomeo II fece seppellire il suo corpo nel tempio di Serapide nel promontorio di Racotis. Il faraone deificò la donna sotto il nome di Afrotide Bilistiche.

Alessandria d’Egitto – Tempio di Serapide

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1.      Le Donne Nella Filosofia
In realtà le fonti storiche ci tramandano anche la visione anche di una donna profondamente 
diversa da quella ateniese o spartana.. una donna applicata nel campo delle scienze e della 
filosofia alle più alte espressioni.
Sono donne che applicarono nella vita, e che manifestarono nei loro scritti la ricerca di giustizia e 
di armonia nelle “nostre case e anime”. .. “Donne forti legate alla loro filosofia..” ed 
appartenevano alla Scuola Pitagorica di Kroton (Crotone in Calabria – Italia).
Secondo le fonti di Senofane, Eraclito ed Erodoto, Pitagora nacque tra il 580 – 570 a.C.  
nell’isola  di Samo in Grecia. 


Erma di Pitagora
Da un originale greco della metà del V secolo a.C.
Roma – Musei Capitolini


Samos (Grecia)




Samos (Grecia)

A Samo fu scolaro di Ferecide ed Anassimandro di cui subì l’influenza nella formazione del suo 
pensiero. Il padre Mnesarco, era forse un cittadino facoltoso e trovandosi a Delfi interpellò la 
Pizia (sacerdotessa del dio Apollo che dava i responsi nel Santuario di Delfi) per avere delle 
notizie sul suo futuro. La sacerdotessa gli predisse la nascita di un figlio che sarebbe stato “utile 
al genere umano e saggio”.

Delfi – Tempio di Apollo
Perché proprio a Delfi il tempio dell’oracolo?
Il mito narra che Zeus, nel suo tentativo di localizzare il centro della terra, mise in volo due
aquile dalle due estremità opposte del mondo. I due rapaci partirono nello stesso momento e volarono
con la stessa velocità per giungere sopra Delfi, ai piedi del Monte Parnaso.
Qui Zeus lanciò un masso dal cielo e nel punto in cui cadde fu fondato il tempio ad Apollo Delfico,
il tempio forse più importante di tutto il mondo greco.
“L’Omphalos”, ovvero la “pietra” lanciata dal cielo, indicava come il santuario fosse il centro del mondo,
il suo “ombelico”.
Una pietra dall’alto significato religioso da cui Pizia (l’oracolo) elargiva le sue
profezie misteriose.
La pietra, tutta intagliata come fosse racchiusa in una rete di lana, fu ritrovata a nord-est
del tempio ed è forse  una copia ellenistica o romana della pietra originale.
Era posta nell’Adyton del Tempio di Apollo ed era vista solo dai sacerdoti e dalle
sacerdotesse che avevano accesso alla camera sacra.
Alcuni storici affermano come la pietra fosse collocata in “cima alle tre danzatrici
della colonna di Acanto”.


L’Omphalos, opera ellenistica o romana del II secolo d.C. – Museo Archeologico di Delfi

Delfi fu un centro abitato gin età micenea, XI – X secolo a.C., e mostrò le tracce di un culto legato
alla dea Terra (Gea) e al serpente Pitone, a partire dall’VIII secolo a.C.
successivamente il culto di Gea fu sostituito dal culto del dio Apollo, detto Pizio,
perché vincitore su Pitone. Il culto si caratterizza per la richiesta di profezie alla
sacerdotessa di Apollo, la Pizia, che emetteva i responsi al centro del santuario seduta su un tripode, dopo
essere entrata in trance respirando il vapore che fuoriusciva da una fessura della terra…

3.a - L’Oracolo di Delfi  (Pizia) era una Sacerdotessa
La Pizia (o Pitia, in greco Pythìa) era quindi una donna che veniva scelta nella città di Delfi, senza
limiti d’età. Un rito che si sviluppò per un arco di tempo di circa 2000 anni (dal 1400 a.C. al 392 d.C.).
Nel 392 d.C. la pratica venne proibita dall’imperatore romano Teodosio I che, dopo aver
proclamato il Cristianesimo religione di Stato (nel 380), aveva soppresso i culti pagani
attraverso i decreti teodosiani

Kylix attica a figura rosse del 440 – 430 a.C. Opera di pittore di Kodros
Museo di Berlino
La dea Themis, seconda detentrice dell’oracolo di Delfi, secondo Eschilo, seduta sul
bacile del tripode espone le profezie a Egeo, mitico re di Atene.

Tantissimi storici  citarono l’oracolo di Delfi.
Plutarco affermò che nel periodo di maggiore popolarità del Santuario di Delfi, c’erano almeno
tre donne che svolgevano contemporaneamente il ruolo di Pizia.
Tra gli storici antichi ..Diodoro Siculo….  Fu il primo autore classico a citare la nascita
del Santuario di Delfi… nel I secolo a.C.
Diodoro Siculo riferì che “un pastore, un cero Kouretas, si accorse un giorno che una delle sue
capre era caduta in una cavità rocciosa e belava in un modo strano. Il pastore entrò nella grotta e si
sentì pervadere dalla presenza divina e da quel momento iniziò ad avere visioni del passato e del futuro.
Eccitato dalla scoperta, il pastore avvertì gli abitanti del villaggio e molti di loro si recarono più volte nella grotta fino a quando uno di loro morì. Da quel momento l’accesso alla grotta fu permesso solo alle
ragazze più giovani e successivamente, con la fondazione del santuario, regolato rigidamente da
un gruppo di sacerdoti. Il un primo tempo il ruolo di Pizia era riservato solo alle vergini,
ma dopo che Echecrate di Tessaglia rapì e violentò la veggente di cui si era invaghito, fu decretato
per legge che nessuna vergine avrebbe più vaticinato e il ruolo venne riservato alle
donne d’età matura che avrebbero continuato ad indossare le vesti da vergine in
ricordo delle originarie sacerdotesse”,

Seduta sul tripode, la Pizia subisce l’effetto del pneuma che si diffonde dal basso
Jhon Collier
(1891- olio su tela – (160 x 80 )cm – Art Gallery of South Australia
Fu più volte avanzata l’ipotesi che la Pitia esprimesse le sue profezie in preda ad uno stato di
alterazione mentale (allucinazione o trance) causato dall’aspirazione di vapori che fuoriuscivano
da una fessura del suolo o masticando delle erbe particolari, con proprietà allucinogene, come l’alloro.
Profezie che venivano quindi espresse in modo forse confuso al sacerdote che interpretandoli li riferiva al supplice.
Fu proposta anche un’altra ipotesi secondo la quale vari elementi tra cui l’atmosfera suggestiva del luogo, la complessa liturgia sacra con i vari riti, le aspettative e l’entusiasmo degli stessi supplici, contribuivano a fare raggiungere
alla Pizia un particolare stato di esaltazione mistica.
Le fonti classiche però forniscono la visione di una donna che esprime in modo intellegibile e direttamente
al sarcedote le sue profezie. L’ipotesi della presenza di gas allucinogeni fu messa in evidenza dallo
storico Plutarco, che aveva svolto la funzione di sacerdote nel tempio,   il quale affermò che la
“Pizia per ottenere le visioni, si rinchiudeva in un antro dove dolci vapori fuoriuscivano dalle rocce”.
Furono condotte anche delle ricerche geologiche per verificare la presenza di esalazioni gassose ma senza risultati significativi.
Il tempio di Apollo ha una struttura che si differenzia da quella dei tipici templi greci. Presenta infatti un
adyton, cioè una camera sotterranea che era accessibile alla Pizia o sacerdotessa.  Una camera che
probabilmente era stata creata su una preesistente cavità naturale.  Le prime campagne di scavi non
misero in evidenza la presenza di fessurazioni ma le successive indagini contestarono le prime indagini.
                         Infatti nel 2000, Luigi Piccardi, (Consiglio Nazionale delle Ricerche), avanzò l’ipotesi che la
famosa voragine o fessurazione oracolare non fosse altro che il risultato di una rottura del terreno
in seguito ad un terremoto lungo la fascia sismica di Delfi. I Vapori che ispiravano la Pizia erano
quindi dei gas che fuoriuscivano da questa fessurazione cioè acido solfidrico e anidride carbonica.
Gas che sono in grado di creare effetti psicoattivi nell’uomo.
Nel 2001 un equipe di ricercatori (geologi, archeologi e tossicologi) della Wesleyan University di
Middletown (Connecticut), rilevò una concentrazione di 15,3 ppm di metano e 0,3 ppm di etilene nella
sorgente di Kerna adiacente al Santuario.
Secondo i ricercatori, l’abbondante presenza di etilene, gas odoroso che potrebbe ben adattarsi alla
descrizione di Plutarco, era dovuta alla particolare conformazione geologica del luogo.
Lo strato roccioso su cui sorge il tempio sarebbe interessato dalla presenza di due importanti
sistemi di faglie (Kerna e Delfi) e costituito da calcari bituminosi con un alto tasso di idrocarburi.
La zona è particolarmente attiva perché si trova in un’area di margine convergente e la roccia
sarebbe fessurata. Fratture che la rendono permeabile
all’acqua e ai gas racchiusi negli strati bituminosi.
Gli studi tossicologici sull’inalazione d’etilene dimostrano che questo idrocarburo,
mortale ad alti dosaggi, potrebbe provocare, se assunto a piccoli dosi, euforia,
sensazione di leggerezza e allucinazioni.
Uno studio che fu  che fu successivamente contestato e smentito da altri studi
scientifici che misero in risalto la mancanza di aspetti o evidenze geologiche e geochimiche
nelle tesi dei ricercatori dell’Università di Middletown.

Nella rivista americana “Geology”, ottobre 2006, fu pubblicata la ricerca, condotta a più riprese in due anni,
 di un gruppo di geologi italiani e greci nel Santuario di Delfi per scoprire l’eventuale presenza di esalazioni.
Grazie all’uso di sofisticati strumenti, il gas cromotografo e alcuni sensori laser di altissima
precisione, l’equipe dell’Istituto Nazionale di Geofisica e  Vulcanologia (Ingv) e alcuni geologi
dell’Università di Patrasso hanno individuarono emissioni di metano nell’adyton dove la Pizia eseguiva le sue
profezie.  Oggi queste emissioni sono piuttosto labili ma un tempo dovevano essere cospicue.
“Queste fuoriuscite naturali di gas metano non facevano che ridurre la quantità d’ossigeno nell’ambiente
in cui si raccoglieva la Pizia, scatenando potenti effetti neuro-tossici” (prof. Giuseppe Etiope).
Sarebbe questa la miscela, metano e mancanza d’ossigeno, all’origine degli stati di irrazionale
e incontrollata frenesia in cui cadevano le sacerdotesse.
“Che la fuoriuscita di metano fosse in antico molto più forte di quella attuale è dimostrato
dalle formazioni di travertino in corrispondenza della sorgente del Tempio, dovute
all’anidride carbonica prodotta da ossidazione in superficie dello stesso metano”.
La scoperta arricchisce di particolari affascinanti l’antica tecnica di divinazione.
In rito era definito nei dettagli: dopo un bagno nella fonte Castalia e il sacrificio di una capra,
la Pizia, vestita da fanciulla, qualunque fosse la sua età faceva bruciare nel tempio
farina d’orzo e foglie d’alloro, alcune addirittura vengono masticate dalla sacerdotessa (dafnofagia).
Si recava quindi verso l’onfalo e il tripode, cadendo infine in trance.
Da scartare quindi la precedente ricerca dell’Università Americana che attribuiva
all’etilene lo stato allucinogeno della Pizia.
E’ impossibile che si produca in natura una quantità di etilene tale da provocare
effetti allucinogeni, sarebbe come trovare un diamante grande quanto una casa”.
“Pure la teoria ellenistica, secondo la quale dalla terra salissero vapori vulcanici,
non trova riscontri scientifici. L’odore dolciastro a cui allude Plutarco,
che dedica vari scritti all’oracolo apollineo,  troverebbe una spiegazione
nella natura bituminosa delle rocce di questa parte della Grecia, che favorisce
la formazione di piccole quantità di idrocarburi aromatici, in primis il benzene”.

Tripode – Museo di Delfi

La fonte Castalia si trova presso il santuario di Delfi. Nella fonte si purificavano, la Pizia, i
Sacerdoti, il personale del tempo ed anche coloro (theopropi) che desiderano consultare l’oracolo dovevano fare
un bagno.

La Pizia e i sacerdoti lavano con le acque delle fonte i capelli, come avveniva nel Tempio di Apollo, su
cui versavano delle gocce d’acqua per inumidirli.
Il nome della fonte ha origine da tante leggende tra cui quella di una ragazza di Delfi, Castalia, che
s’immerse nella fonte per sfuggire ai voleri di Apollo.
L’acqua della fonte era considerata un tempo come ispiratrice dei poeti.
Il realtà le fonti sono due. Una ellenistica-romana, risalente al I secolo a.C., con nicchie scavate nella roccia
per ricevere doni votivi, descritta da Pausania, e che si trova
a circa 150 m, più in alto, rispetto all’altra fonte arcaica.



La fonte arcaica risale all’inizio del VI secolo a.C. e fu citata da alcuni autori tra cui Pindaro e Erodoto.

Un’altra fonte, la Cassotide, sgorgava poco a monte del tempio, passava sotto l’edificio e forniva
 alla Pizia il potere profetico dato che penetrava nell’Adyton.



La Pizia aveva una posizione sociale di gran prestigio e questo era un aspetto
insolito in una cultura maschilista come quella greca. Gli obblighi che venivano richiesti alla Pizia erano
la purezza rituale e la continenza.
I supplici che si recavano a Delfi per consultare la Pizia erano selezionati dai sacerdoti
che valutavano l’effettiva necessità della loro richiesta. Come abbiamo visto prima della consultazione il
supplice doveva sacrificare una capra. Il corpo del povero animale veniva poi lavato nell’acqua
della sorgente del tempio e dai sui organi, in particolare dal fegato, i sacerdoti nel loro ruolo di auspici, avrebbero
sentenziato il buon esito o meno dell’incontro con la sacerdotessa.
Il supplice faceva anche una generosa offerta di denaro al santuario.
Un’offerta che condizionava anche la priorità di ammissione alla presenza della Pizia.
Finalmente dopo questi rituali il supplice veniva condotto nell’adyton,  cioè la
Camera inaccessibile del tempio. Una cella sotterranea dove avrebbe consultato la Pitia e ottenuto la profezia.
Nell’adyton  era presente l’onfalo (la pietra che rappresentava l’ombelico del mondo), le due aquile di
Zeuss, un Apollo dorato, il sarcofago di Dionisio e il tripode della Pizia. Sull’architrave dell’adyton era infissi
gli scudi presi a Platea ai Persiani a ovest mentre ad est quelli presi ai Galli.
All’interno era posta anche una fonte d’acqua, la Kassotis, dove bevevano sia la Pitia che i sacerdoti e i supplici.


La consultazione della Pizia aveva anch’essa un suo rituale.
Al rituale assistono due sacerdoti a vita, esponenti delle famiglie aristocratiche di Delfi, e cinque ministri
del culto detti “hosioi”, designati a vita tra le famiglie discendenti dal mitico Deucalione cioè il Noè pagano.
I due sacerdoti assistiti dagli hosioi ricevevano i postulanti e assistevano la Pizia nel corso della seduta.
I supplici venivano immessi in un locale attiguo all’adyton , detto l’oikos, e pronunciavano a voce alta la domanda.
Domanda che veniva ridotta dai sacerdoti ad una alternativa.
La Pizia, non  vista dal supplice, si limitava ad emettere dei suoni inarticolati o dei convulsi
movimenti del corpo che venivano interpretati dai suoi assistenti e trasmessi ai supplici con trascrizioni su
tavolette di cera. Ancora una volta Plutarco ci viene in aiuto perché affermò, essendo stato testimone
delle consultazioni, “ che la cadenza delle consultazioni, in origine annuale (il settimo giorno di Byzios, mese sacro ad Apollo, tra febbraio e marzo) si fa inizialmente col tempo mensile (il sette d’ogni mese), per divenire in ultimo, pressocchè quotidiana, nei nove mesi in cui Apollo è presente”.

La fondazione delle prestigiose colonie di Siracusa e Crotone fu seguita da un responso oracolare della Pizia.
Archia di Corinto e Miscello di Ripe, ecisti (fondatori) s’incontrarono a Delfi per
consultare la sacerdotessa sui loro propositi di fondazione.
La sacerdotessa pose ai due ecisti una domanda ben precisa:
“cos’è più importante per voi, le ricchezze o la salute ?”.

“Secondo una tradizione, Archia si recò a Delfi nello stesso tempo in cui lo fece Miscello. Insieme consultarono l'oracolo: il dio, prima di rispondere, volle sapere da ciascuno se avessero preferito la ricchezza o la salute; e, poiché Archia scelse la ricchezza e Miscello la salute, designò al primo l'area di Siracusa, e l'area di Crotone al secondo. Ora, i Crotoniati costruirono effettivamente una città dalle meravigliose condizioni salubri, come abbiamo detto in precedenza; e i Siracusani d'altro canto si elevarono in breve tempo sin all'apogeo della ricchezza e dell'opulenza, testimone di ciò fu l'antico proverbio: alla gente troppo ricca e benestante non basterebbe nemmeno la decima di Siracusa».

«ἅμα δὲ Μύσκελλόν τέ φασιν εἰς Δελφοὺς ἐλθεῖν καὶ τὸν Ἀρχίαν: χρηστηριαζομένων δ᾽ ἐρέσθαι τὸν θεόν, πότερον αἱροῦνται πλοῦτον ἢ ὑγίειαν: τὸν μὲν οὖν Ἀρχίαν ἑλέσθαι τὸν πλοῦτον, Μύσκελλον δὲ τὴν ὑγίειαν: τῷ μὲν δὴ Συρακούσσας δοῦναι κτίζειν τῷ δὲ Κρότωνα. καὶ δὴ συμβῆναι Κροτωνιάτας μὲν οὕτως ὑγιεινὴν οἰκῆσαι πόλιν ὥσπερ εἰρήκαμεν, Συρακούσσας δὲ ἐπὶ τοσοῦτον ἐκπεσεῖν πλοῦτον ὥστε καὶ αὐτοὺς ἐν παροιμίᾳ διαδοθῆναι, λεγόντων πρὸς τοὺς ἄγαν πολυτελεῖς ὡς οὐκ ἂν ἑξικνοῖτο αὐτοῖς ἡ Συρακουσσίων δεκάτη.»

Nel 67 d.C.  l’imperatore Nerone, appena trentenne e già colpevole dell’assassinio
della madre Agrippina, avvenuta nel 59 d.C., si recò a Delfi per consultare la Pizia.
“La tua presenza qui oltraggia il dio che cerchi.
Torna indietro matricida ! Il numero /3 segna l’ora della tua rovina !” disse la Pizia.
Nerone, molto adirato ordinò che la Pizia venisse bruciata viva.
Dalle parole della sacerdotessa Nerone capì che avrebbe avuto un lungo regno
e sarebbe morto a 73 anni…. Niente di più sbagliato…. Perché la realtà fu completamente
diversa da quella che immaginò l’imperatore.
Il suo regno ebbe fine dopo una rivolta di Galba (Servio Sulpicio Galba Cesare Augusto, futuro imperatore)
 che all’epoca aveva 73 anni

L’ultima Pizia o oracolo fu nel 393 d.C., per ordine dell’imperatore Teodosio I il tempio
Fu chiuso e mai riparto. La Pizia esclamò…”tutto è finito”.
Profetizzò che l’imperatore sarebbe morto entro 5 anni (morì nel 395) e che 15 anni dopo la sua morte,
Alarico e i Visigoti avrebbero conquistato Roma (avvenne nel 410)



Il tunnel che conduce all’adyton sotto il tempio, dove la Pizia faceva gli oracoli.

Sull’architrave del portale del santuario erano riportate delle massime di sapienza tra cui il
famoso motto CONOSCI TE STESSO”.
Nell’interno del recinto si trovavano delle statue  di cui due furono scolpite da Patrocle di Crotone.
(le statue rappresentavano Epiciride ed Eteonico. In precedenza  lo scultore di Crotone aveva realizzato, in onore di Apollo, una statua in legno di bosso e con il capo dorato, dedicata ad Olimpia e commissionata dai
locresi zefiri (Locri).


Secondo altre fonti Pitagora non nacque in Grecia ma a Samo, in Calabria, dove i suoi genitori si 
erano trasferiti come mercanti facoltosi e successivamente si spostarono con il figlio a Crotone.


Samo (Reggio Calabria)


3.b – Pitagora a Kroton – La città sconvolta dalla sconfitta nella “battaglia della Sagra”

Da Samos (Grecia) Pitagora si trasferì nella Magna Grecia a Crotone nell’anno 530 a.C. dove 
fondò la Scuola Pitagorica. La venuta nella Magna Grecia di Pitagora era legata alla situazione 
politica in Grecia dove  non approvava la forte tirannide di Policrate.
Tirannide che aveva trovato in patria dopo i suoi lunghi viaggi al ritorno dall’Egitto e da
Babilonia e che alcuni storici definirono leggendari.
Pitagora cercò d’incitare i suoi concittadini a ribellarsi alla tirannide e nello stesso tempo espose 
le sue idee ma “ per la poca disposizione dei suoi concittadini ad apprendere”, pensò di 
abbandonare la sua terra.
Come luogo adatto per la sua predicazione scelse l’Italia Meridionale. Una regione, come la
vicina Sicilia, che nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. si era popolata di numerose colonie
greche che mostravano un rigoglioso sviluppo economico e sociale. In particolare nell’Italia 
Meridionale Crotone e Sibari avevano raggiunto “alti fastigi di potenza e ricchezza”.
Crotone probabilmente esisteva già prima della venuta dei Greci come antichissima fondazione 
pelasgica e la leggenda collega la nascita della città ai Troiani.
Troiani che sbarcarono alla foce del fiume Neto. Le navi furono bruciate dalle donne dei 
naviganti perché stanche di peregrinare in mare per cui i Troiani furono costretti a  fondare la 
città. Un’altra leggenda lega invece la stessa fondazione a Ercole che nella spedizione dei bovi di 
Gerone, arrivò nei pressi di Capo Lacinio. Qui fu ospitato da Croton e dalla moglie Lauretta. In 
una rissa con Lacinio, padre di Lauretta, che aveva sottratto ad Ercole alcuni buoi, uccise Croton 
che credeva accorso in aiuto del suocero.  Accortosi del grave errore, Ercole gli fece solenni 
funerali e predisse che nel luogo sarebbe sorta una grande città..

Pitagora giunse a Kroton dopo la famosa “Battaglia della Sagra o sul Fiume Sagra” che si 
svolse tra il 560 e il 530 a.C. Fiume Sagra che ancora non è stato ben identificato perché 
potrebbe trattarsi del fiume Torbido ( Marina di Gioiosa Jonica), dell’Allaro (tra Gerace e 
Squillace) o dell’Amusa  nei pressi di Roccella Ionica.




Il periodo in esame è contraddistinto da un fiorente sviluppo economico, culturale e
demografico delle polis. Uno sviluppo che nascondeva in sé il desidero di ogni città di ampliarsi e
quindi inevitabilmente di entrare in conflitto con la città vicina.
Kroton (Crotone) mirava ai territori a sud spingendosi fino a kaulon (Calulonia) che diventò
l’ultimo presidio del suo vasto territorio.
Locri possedeva il territorio a sud di Kaulon con le sub-colonie di Hipponion e Medma.
Due città, Kroton e Locri Epizefiri, si fronteggiavano e per un certo periodo ci fu una stasi che
era solo apparente. Locri Epizefiri si era espansa verso il Tirreno e ogni suo ulteriore azione di
ampliamento dei confini era precluso a nord dal territorio di Kroton e a sud da Reghion.
Lo stesso argomento coinvolgeva la forte Kroton che si trovava la strada espansionistica sbarrata a
Nord da Sibarys mentre a sud  dai territori di Locri Epizefiti.
Due città contraddistinte da una florida situazione economica ma differenti dal punto di vista
demografico. Locri non superava i 40.000 abitanti e, con l’aiuto delle sub-colonie, poteva
schierare un esercito di 10.000 -15.000 uomini. Kroton era una vera e propria metropoli ed era
in grado di schierare un esercito di ben 120.000 uomini.. cifra forse esagerata ma che probabilmente
voleva mettere in risalto la grande disponibilità di risorse umane della città. Sibari dal punto di vista
demografico presentava una situazione simile a quella di Crotone.

LOCRI EPIZEFIRI


Locri Epizefiri fu definita il “cuore della Magna Grecia”.
Il Teatro greco che risale al IV secolo a.C. anche se rimaneggiato in epoca romana.
Fu costruito in una avvallamento naturale e poteva accogliere 4.500 spettatori.

Fra i templi importantissimo è quello dedicato a Persefone
Fu definito da Diodoro Siculo come il più famoso dell’Italia meridionale.
Nel suo interno furono trovati depositi votivi con ricchi reperti di specchi, quadretti in terracotta e frammenti di vasi.

Un sito dal grandissimo valore storico dove si respira la storia di grandissime culturale.
La terra è quella originaria della storia dell’uomo.. il Museo per i suoi reperti è uno dei più importanti d’Italia.
Una perla della bella Calabria cosi vicina, non solo geograficamente, alla mia Sicilia.

Locri – La Statua di Persefone in Trono
Dal 1915 si trova in Germania all’Altes Museum di Berlino

Una grande meraviglia dell’antichità, statua in marmo risalente al V – IV secolo a.C. e rappresenta
Persefone, la Dea in trono di Locri. Sembra che il governo tedesco nel 1915 pagò per averla un
milione di marchi circa 150 milioni di euro di oggi.. La statua si trovava nell’antica Locri
e vi fu rinvenuta nel 1905 da Giuseppe Giovinazzo, un contadino del luogo che fu …
obbligato al silenzio. Solo dopo sessant’anni riferì la verità
Nel 1911 la statua venne ritrovata a Taranto,  che ne rivendita la paternità, e poi attraverso vari passaggi
giunse nel 1915 in Germania.
Come detto ancora oggi la città di Taranto ne rivendica la paternità ma studi recenti dimostrano come
la statua sia della cittadina di Locri..
le vicende subite dalla statua sembrano fare parte di un romanzo e ci devono fare capire
il triste destino che ha subito il patrimonio archeologico  di questo profondo sud d’Italia….
Una preziosa ricerca eseguita dall’Ing. Giuseppe Macrì che ha scoperto clamorosi
elementi sulle vicissitudini della statua nella sua “fuga” dalla natia Locri.
Nell’estate del 1905 un agricoltore, Giuseppe Giovinazzo, riportò alla luce in una vigna, in
contrada Perciante, comune di Portigliola, la preziosa statua. Il padrone del terreno era
Don Vincenzo Scannapieco e fece giurare al contadino di non rilevare il prezioso rinvenimento.
Naturalmente don Scannapieco capì subito l’immenso valore di quella statua.
Il contadino Giovinazzo mantenne la promessa per ben sessantuno anni. Nel 1966, il prezioso lavoro del
Prof. Guido Incorpora, che era sulle tracce della statua, permise di fare luce sulla vicenda.
Il contadino decise di rilevare le vicende e il nipote, prete, lo sciolse dal giuramento di silenzio.
“ dal 1905 la statua rimase nascosta per sei anni in un frantoio in località Quote,
in attesa del momento propizio per venderla al miglior offerente. Nel 1911 si fece avanti un
compratore tedesco e fu venduta per un milione di marchi. La statua della dea fu dunque
portata a Gioiosa Marea e da qui venne imbarcata su una nave con destinazione Taranto.
Per un anno rimase nascosta nella cantina del cavaliere Cacace, nel 1912 fu trasferita
ad Eboli, da qui a Salerno e poi a Marsiglia. La statua fu denunciata alla dogana
come “statua da giardino” e finì nelle mani di un  antiquario
bavarese, il dott. Hirsch che la espose a Parigi nel 1914. Era allora in corso la
prima guerra mondiale e la statua venne confiscata perché appartenente  a una persona
di nazionalità tedesca. Mediò per Hirsch un antiquario palermitano, Tommaso Virzì, suo caro
amico, che dichiarò di essere il legittimo proprietario.
Il Virzì aveva una forte carica istituzionale, era Console in una Repubblica del Sud America, e dato che i
rapporti tra Francia ed Italia dovevano restare ottimi, riuscì ad affermare di essere il legittimo
proprietario della statua e a dissequestrare l’opera. (Quanta corruzione anche a livello diplomatico.
Ricordo un signore che aveva il figlio ambasciatore in Sud America  e lui faceva di professione l’usuraio,
mandando alla rovina tanta e tanta gente…..)
Dalla Francia la Persefone
passò in Svizzera e fu in seguito venduta al governo tedesco per un milione di franchi
(il più cospicuo sottoscrittore fu l’imperatore kaiser Guglielmo II).
da allora si conserva presso il Museo Reale di Berlino. Sembra che nei Musei di
Berlino ci siano dei testi a corredo della statua in cui viene riconosciuta come
“Dea di Taranto”.

Nel 1966 ci furono le rivelazioni del contadino Giovanni Giovinazzo che fecero scalpore a livello nazionale.

Giovinazzo, l’uomo che riportò alla luce dalle viscere della terra la bellissima Persefone, decise di rilevare i fatti.

Giovanni Giovinazzo

La RAI nel suo telegiornale del 25 giugno 1966, l’indimenticabile cronista Paolo Cavallina commentava il servizio:
Giovanni Giovinazzo da Locri è un uomo di parola. Anche troppo. Giurò di non rivelare un segreto ed ha mantenuto il suo giuramento per oltre sessantuno anni. Se non fosse stato per don Giuseppe, suo nipote e parroco di Moschetta che lo ha sciolto da quel giuramento, dalla sua bocca non sarebbe mai uscito il nome di Persefone con gran danno dell’archeologia”- (Il Sig. Giovinazzo nel 1966 aveva circa ottant’anni)
Il servizio riportò una sintesi della storia del trafugamento e un breve discorso del Giovinazzo che portò il cronista sul luogo del ritrovamento della statua.. (anno 1905) ” Vincenzo Scannapieco (è il Giovinazzo a parlare) era un buon uomo; quando morì lasciò tutti i suoi beni al Comune, segno che si era pentito di aver venduto Persefone. Si, Persefone era qui sotto. - dove il vecchietto picchia col bastone - E questo fu l’argano che servì a tirarla su e ci volle tanta pazienza e tanta fatica! E queste furono le catene che servirono a issarla sul carro”.
Poi riprese il commento del cronista.. “E’ un discorso convincente. Ora gli archeologi, potranno stabilire la verità e ridare a Persefone, Dea del Bene e del Male, la sua vera patria che fu probabilmente Locri e non Taranto. Il vecchietto che è stato muto per sessantuno anni domanda: - Che differenza fa?”
Presso la Procura di Locri c’è il fascicolo che avvalora la confessione resa dal contadino Giovinazzo nel 1966.
Una testimonianza che fu ufficializzata da un atto giudiziario. Un’inchiesta compiuta nel 1966 dal
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Locri, Domenico Palermo, che raccolse
tutte le testimonianze delle persone coinvolte nella vicenda.
La magistratura aprì quindi un inchiesta per verificare la possibilità
dell’esistenza di soggetti che, in concorso con Vincenzo Scannapieco che all’epoca delle
indagini era morto, si resero responsabili del reato di trafugamento illecito di beni monumentali
ed archeologici all’estero. Gli eventuali complici non furono trovati e l’inchiesta fu archiviata.
Nel decreto di archiviazione fu premesso che la chiara ed inequivocabile testimonianza di
Giovinazzo portava alla conclusione che la statua di Persefone, che oggi si trova a Berlino, proviene da Locri.
Fino alla sentenza della magistratura si erano svolte delle indagini di polizia tra cui quelle di
un capitano della Guardia di Finanza, Giuseppe Tricoli, che nel 33- 34 fece delle indagini per conto
della Sovrintendenza di Taranto. Indagini non convincenti condotte dal Tricoli… siamo in epoca fascista
dove magari la verità di polizia poteva avere la prevalenza ma in democrazia a prevalere è
la verità giudiziaria… almeno quella onesta.
Nelle deposizioni raccolte dal Tricoli non si fece alcun cenno del momento del ritrovamento ma
dichiarazioni di persone che avevano visto la statua nel momento in cui veniva caricata sul carro e
anche di un individuo che aveva guidato il carretto con la statua da Taranto ad Eboli.
C’era poi una lettera scritta da due operai di Taranto nel 1912 e ritrovata nel 1933 in cui si legge che
“una statua è stata escavata e trafugata per essere venduta all’estero”  e proprio da questa
lettera sarebbe poi partita l’inchiesta del capitano Tricoli.
La lettera si rilevò un falso…. Rilevava competenze di scrittura medio-alto ricche di errori
Grammaticali che erano stati inseriti di proposito. Le firme in calce furono apportate da una
stessa mano perché la calligrafia era identica e caratterizzata da svolazzi che non era
minimamente ipotizzabile potessero appartenere a sue semialfabeti. C’erano vocaboli come
“nottetempo” che è impossibile che un semianalfabeta potesse conoscere. Il capitano
Tricoli conduceva le indagini con il metodo tipici dell’epoca fascista cioè con interrogazioni intimidatorie.
C’era la testimonianza di un uomo che aveva partecipato al trasferimento della statua fornendo
uno dei due cavalli che alla domanda, probabilmente posta in modo minaccioso,
“è questa la statua ?”… l’uomo rispose…”io non l’ho vista ma da come me l’anno descritta
è questa….” .!!!!!!!
Il Tricoli indicò anche il luogo in cui si doveva scavare per trovare qualche frammento.
Il soprintendente di Taranto chiese ed ottenne i fondi, anno 33-34, per attuare il sondaggio ma non fu trovato nulla.
Nel 1957 si fece avanti un archeologo tedesco, Langlotz, che indicò un punto, a circa 20 metri distanza da quello
indicato da Tricoli. Un punto che era stato riferito da una persona attendibile. Il nuovo sondaggio ed
anche questa volta negativo. Il Langlotz sostenne che la statua fosse stata escavata non nel 1912
ma nel 1911 ..”il tutto riferitemi da persona degna di rispetto”.. Langlotz dichiarò il falso
perché nel 1911 il terreno in cui sarebbe stata trovata la statua era stato oggetto di lavoro di sterro…

In merito alla statua fu trovato un libello di storia locale, pubblicato nel 1920 e il cui autore
era il notaio Giuseppe Portaro, che riporta: “C’è la cattedrale di Gerace verso cui concorsero quattro
templi pagani per la sua edificazione e ci sarebbe stata anche la statua delle Persefone se colui che
ci viveva sopra non l’avesse trafugata, statua che oggi si trova a Berlino”.
Ma chi è che viveva sopra ?  Il Portaro non lo rileva ma era il notaio di Scannapieco, il proprietario del
terreno in cui fu trovata la statua. Il notaio era un massone… Guglielmo II era un massone e anche Tommaso Virzi…”la persona che viene citata come degna di rispetto nei verbali del Tricoli, era un massone , aprì una loggia massonica
a Modena nel 1923… C’era un accordo tra di loro ?
si potrebbero fare delle ricerche a Locri sul punto  in cui fu rinvenuto la statua.. anche attraverso immagini satellitari..
Il perimetro dell’area archeologica di Locri è superiore a quella di Pompei ed è stata scoperta solo il 10%...
I reperti rinvenuti hanno riempito il Museo di Reggio, di Locri e importanti testimonianze si trovano
anche nei musei di Napoli e Taranto (Pinakes).
Anche Paolo Orsi fu coinvolto nella storia del trafugamento della statua da parte del prof. Casagrandi di Catania !!!
Il grande archeologo Paolo Orsi era probabilmente a conoscenza degli avvenimenti ed in una sua lettera muoveva delle precise e forti accuse ai fratelli Scannapieco, proprietari del terreno ove fu rinvenuta la statua…”negozianti di derrate e chincaglie, ed a tempo opportuno anche di antichità”  e ricordava anche il magnifico tesoro composto da una serie di lance, di anelli, monete, scudi, anfore e tantissimi altri reperti che essi custodivano nelle loro proprietà “parte in campagna e parte a Gerace”. Lo stesso Orsi chiedeva e sperava nell’istituzione immediata di leggi “provvide e severe per la tutela dei monumenti non meno che contro gli scavi abusivi”.

Il catanese Vincenzo Casagrandi, archeologo che aveva contribuito a fare conoscere la verità sul trafugamento
della preziosa statua, avanzò addirittura dei sospetti sull’archeologo Paolo Orsi.
Secondo il Casagrandi l’archeologo nel periodo di rinvenimento della statua era
responsabile  degli scavi archeologici nella zona di Locri Epizefiri.
Un accusa forte perchà il Casagrandi affermava che “l’Orsi non poteva non sapere nulla
della statua e, quindi doveva per forza essere stato in qualche modo complice di coloro
i quali avevano effettuato il trafugamento”.
Accuse false, pretestuose, prive di fondamento e mosse probabilmente da invidie e
dal voler screditare l’Orsi per farlo rimuovere dai suoi incarichi e favorire la scelta
di altre figure per ricoprire quelli che erano i suoi incarichi.
Il Casagrandi non era a conoscenza che la statua non fu rinvenuta nel 1911 ma nel 1905.
Nel 1905 l’Orsi non era responsabile degli scavi nella zona di Locri Epizefiri che assumerà
a partire dal 1908.


Dal 1984 al 2004 ci furono ben sei interrogazioni parlamentari , da parte di deputati calabresi,
in merito alla Persefone…
-          1985;  interrogazione parlamentare di Natino Aloi.
Il sottosegretario Galasso rispose all’interrogazione affermando:
“D’altra parte nel 1966 assumemmo informazioni attraverso il Ministero della Pubblica Istruzione che ci assicurarono l’inattendibilità di Giovinazzo”.

“L’inchiesta da parte della magistratura di Locri venne aperta il 27 giugno del ‘66 e chiusa nel
settembre del 1968. Questo significa che ci fu qualcuno all’interno del Ministero della Pubblica Istruzione
che si arrogò il diritto di scavalcare i giudici e fornire un’interpretazione utilizzando notizie false.
Chi fu a commettere questa gravissima azione? Potremmo azzardare un’ipotesi: i beni culturali nel ’66
dipendevano dal Ministero della Pubblica Istruzione. A Reggio il soprintendente dell’epoca era Foti,
lo stesso che oppose i maggiori ostacoli alla magistratura.
Quindi ci fu un vero e proprio depistaggio. I motivi non si sanno” (Ing. Macrì)

-          1997; Interrogazione parlamentare da parte del deputato calabrese, Natino Aloi
La risposta all’interrogazione questa volta da parte dell’on. Walter Veltroni, allora
Ministro per i Beni Culturali. Probabilmente, come affermò il Macrì, la risposta fu scritta da
qualche funzionario perché presenta degli errori: Paolo Orsi fu definito “architetto” e non archeologo
di fama mondiale;  il ritrovamento fu effettuato da un contadino negli “anni ’50, quando successe nel 1966 e per finire “non risulta che la magistratura locrese abbia mai aperto un’inchiesta”…errato… l’inchiesta s’era svolta. Lo stesso Macrì nella sua indagine storica, si rivolse ad un amico della procura di Locri e riferì che nel ’97 fu fatta una ricerca del fascicolo a seguito dell’indagine interna eseguita da Veltroni.
Il fascicolo era presente.. perché fu dichiarato che non c’era stata alcuna inchiesta ?
E per finire  l’amara conclusione della risposta di Veltroni all’interrogazione:
“Non è possibile intraprendere un’azione per ottenere la restituzione dell’opera per non
compromettere la fattiva collaborazione in atto con le autorità tedesche per la restituzione
all’Italia di opere in merito alle quali le nostre richieste hanno ben maggiore fondamento”.
Cosa significa ?... La statua della Persefone non è considerata importante .. ci sono altre opere
Di maggiore pregio che devono essere restituite..!!!!!!!!!!!

Parlare di restituzione della Persefone è difficile perché non esisto margini a causa del
tempo trascorso e della susseguente prescrizione. Lo stesso Macrì affermo che si potrebbe intentare
un discorso politico con la Germania. L’acquisto fu fatto illegalmente e potrebbe verificarsi,
ipotesi remota, che un atto di onestà intellettuale faccia ritornare la statua a Locri.
L’Aloi raccontò un episodio, quando era sottosegretario alla Pubblica Istruzione, in cui
venne in contatto con il console tedesco. I due parlarono della Persefone e il console
disse: “Voi non c’è l’avete mai chiesta, perché se ce l’aveste chiesta io non penso
che avremmo fatto le barricate per non restituirvela”.
Da allora il silenzio sembra che abbia avvolto la Persefone… non se ne
parla…. Un bene arch3eologico di gran valore, non inferiore ai Bronzi di Riace,
sconosciuto anche agli italiani ed espressione culturale di questo martoriato Sud
abbandonato….


Il sito di Locri ha anche restituito un gran numero di Pinakes, cioè quadretti votivi in
terracotta, legno dipinto, marmo o bronzo. Furono prodotti nella Magna Grecia, tra il 490 e il 450 a.C., principalmente nelle poleis di Rhegion e Locri Epizefirii e oggi si trovano nei saloni
del Museo di Reggio Calabria e di Locri.
Una vastissima collezione di ex-voto e costituiscono un complesso unico al mondo
per quantità, varietà e qualità.  I reperti rinvenuti hanno permesso di identificare
ben 170 scene ritratte in tavolette di terracotta che probabilmente furono realizzate in serie
grazie a delle matrici e arricchite da una vivace policromia.
Le scene a bassorilievo riportano il mito di Persefone, e i suoi rituali. Ma cosa c’entrano i pinakes con l’enciclopedia delle donne ?  I pinakes erano donati dalle fanciulle di Locri alle dea Persefone nel
momento del loro matrimonio. Alcune scene alludono ai preparativi delle nozze, come l’acconciatura,
la preparazione del letto nuziale e anche la riproduzione di un bambino in una cesta che allude alla
maternità. Un rituale per ingraziarsi i favori o la protezione della
dea in un unione feconda e che riporta ai riti di iniziazione che accompagnavano le donne locresi.
Un rito vissuto non come un avvenimento privato ma come un momento di vita importante per tutta la comunità locrese. I pinakes venivano appesi, grazie ai fori, agli edifici di culto e probabilmente
anche sugli alberi che delimitavano il recinto sacro. Quando il santuario subì una ristrutturazione,
furono spezzati. La rottura dei pinakes era quindi legata ad un rito per evitare un loro sacrilego

reimpiego e i pezzi venivano collocati nella stipe votiva.

Paolo Orsi che nel 1911 eseguì gli scavi archeologici a Locri, trovando i pinakes affermò:
Bastano i celebri pinakes, fonte inesauribile di indagini per gli studiosi della religione
e dei culti, per fare la gioia degli artisti e la gloria di un museo”.

Donna Locrese prepara il corredo

Locri – Pinakes
Consegna dei doni (da notare il gallo e la palla, simboli rituali dedicati a Persefone)

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Kroton decise di espandersi proprio ai danni della vicina Locri in virtù della sua schiacciante superiorità
per poi proseguire verso Reggio. I Crotonesi non valutarono però quell’elemento che spesso nei conflitti bellici
si manifesta in maniera inaspettata: l’istinto di sopravvivenza. I Locresi pianificarono la resistenza senza lasciarsi
prendere dal panico.. e adottarono un attenta e valida strategia militare.
I locresi nel preparare la battaglia, chiesero aiuto a Sparta che per risposta affermò che avrebbe inviato i Dioscuri (Castore e Polluce).
Chiesero aiuto a Reggio e il tiranno Anassila inviò 1000 uomini mentre altri aiuti giunsero
dalle sub colonie di Medma ed Hipponion.

Decisero infatti di non chiudersi in città ad attendere il nemico e ritennero che non sarebbero stati
in grado di fronteggiare una forza nemica così ingente che prima o poi avrebbero fatto breccia nelle mura.
Si adottò la strategia di uno scontro in campo aperto e i comandanti locresi dimostrarono tutta la loro
perizia militare. Si doveva scegliere il luogo dove fronteggiare il nemico.
Scelsero con perizia il luogo… il punto in cui il fiume Sagra, stretto fra il mare da un alto e le montagne dall’altro,
non permetteva di schierare un gran numero di forze.
In quel punto si schierò l’esercito locrese in attesa del nemico. Giunse l’esercito di Crotone e, come previsto,
non potè schierare tutte le sue forze ed esprimere quindi la sua superiorità numerica.
I locresi lanciarono l’attacco, animati da una rabbia di chi non aveva nulla da perdere, ed in breve
riuscirono a fare breccia nella parte centrale dello schieramento nemico. Fu ferito il comandante in capo,
Leonimo e lo sconforto conquistò l’esercito dei crotonesi che erano sicuri di vincere e che quindi
si trovarono in una situazione di grave disagio psichico a tal punto che non seppero
nemmeno reagire. Furono messi in fuga con la cavalleria locrese alle loro spalle.
Una vittoria che fu immortalata da racconti e anche da leggende come quella dei Dioscuri.
La leggenda cita che durante la battaglia, tra la moltitudine di contendenti, c’erano due giovani, armati
diversamente dagli altri, che non davano tregua ai soldati crotoniati e che una volta concluso lo scontro,
sparirono nel nulla. Questi giovani vennero identificati con i Dioscuri, Castore e Polluce,
gemelli e figli di Zeus e Leda, moglie di Tindaro, re di Sparta e fratelli di Elena e Clitennestra.
I locresi furono anche aiutati da Aiace Oileo.
La sconfitta di Crotone modificò la mappa territoriale della Magna Grecia.
Locri inglobò sotto la sua influenza Kaulon; Skylletion sulla costa Jonica e forse Terina e Temesa
sulla costa Tirrenica.
Gli storici ancora oggi sono affascinati da questa epica battaglia e continuano nei loro studi per svelare
antichi aspetti.   Dopo la battaglia a Locri si sviluppò il culto dei Dioscuri come ringraziamento

per la schiacciante vittoria (statue che sono esposte nel Museo Archeologico di Reggio Calabria) e un’altro aspetto è legato alla presenza di un’aquila che durante lo scontro volava in cielo, come per vigilare sui contendenti. 



Le statue risalgono alla fine del V secolo a.C. o al principio del IV secolo a.C.
Sono in marmo e provengono dall’isola di Paro. Vennero rinvenute da Paolo Orsi durante la campagna
di scavi del 1890-91 e costituivano probabilmente la decorazione posta all’interno del timpano del tempio di contrada
Marasà di Locri Epizephirii ed oggi esposte nel Museo Archeologico della Magna Grecia di Reggio Calabria.
Ai due Dioscuri (Castore e Polluce) fu affiancata un’altra scultura che fu rinvenuta durante gli scavi
Antecedenti alla scoperta dei Dioscuri. La statua dovrebbe rappresentare o una nereide (divinità marina
che si collega ai due tritoni che sorreggono i cavalli dei Dioscuri) o a una Vittoria (per ricordare
la vittoria dei Locresi nella Battaglia della Sagra).

Le acque del fiume si colorano di rosso a causa delle vittime. I dati sulla battaglia derivano
da un’iscrizione votiva su uno scudo rinvenuto a Delfi recante la scritta..”i cittadini di Hipponion e Medma
e Locri dedicarono dal bottino dei Crotonesi

Fiume Allaro

Briglia della Fiumara dell'Allaro nei pressi dell'Eremo di Sant'Ilarione

La Vallata dei Fiume Torbido

L’arrivo di Pitagora a Kroton

Pitagora si stabilì a Kroton e incominciò a diffondere le sue idee filosofiche. Porfirio, 
Giamblico ed altri storici affermarono che l’influenza del filosofo non si fermò a Kroton ma si 
diffuse rapidamente “come un contagio”  a tutte le popolazioni dell’Italia Meridionale e di parte 
della Sicilia.
“Ovunque cessarono le discordie intestine ed esterne, si riformarono i costumi, le costituzioni”.
I governi delle città erano in prevalenza aristocratici, un “aristocrazia temperata” per cui 
Pitagora, secondo il Lenormant, dovette fare ben poco per trasformarli secondo le sue leggi 
filosofiche. In realtà le popolazioni di origine Achea, Sibari e Crotone,  dovevano sottostare a 
costituzioni democratiche e a governi in cui l’istituzione principale era il consiglio dei mille. Un 
assemblea con una larga rappresentanza proporzionale in città che avevano un numero limitato di 
abitanti e solo fino ad un certo punto si potevano considerare aristocratici anche se non a tutti era 
consentito raggiungere quella carica.
Gli storici insistono sull’aspetto in cui Pitagora rivendicò a libertà le città che erano soggette a 
“servaggio”.  Fu per merito dei governi da lui fondati, governi quasi aristocratici e come dice 
Diogene Laerte di “ottimati”, che cercarono di conciliare il principio aristocratico con quello 
democratico. Le città dell’Italia Meridionale fiorirono così rapidamente da far designare questa 
regione come “Grande Grecia”.
La tradizione cita anche come le sue visite fossero richieste anche in Sicilia come  Agrigento, 
Imera, Taormina. La sua fama si diffuse a tal punto che era raggiunto da messapi, lucani, 
peucezii, romani, etruschi.
Gli scrittori furono colpiti dal fascino misterioso esercitato dall’attività di Pitagora e dei suoi 
seguaci. Attirò l’attenzione di tutti… fu un vero conduttore di anime… egli non insegnò ma guarì 
e come disse Eliano..”è un mago, un incantatore come dice Timone il sillografo”.
Le sue leggi erano accolte come se venissero dal cielo… egli apparve come un buon demone o 
come Apollo Iperboreo, o Pizio, o Peone, come uno di quei demoni che abitano la luna, oppure 
come uno degli olimpici che assunta forma umana fosse sceso in terra a scopo di riformare la 
vita”.

Pitagorici celebrano il sorgere del sole

Capo Colonna - Kroton - Crotone


Dell’antica e grande Crotone, Kroton,  rimangono delle vestigia sotto il castello, costruito nel XVI secolo, e in
altri punti della città. Di gran valore storico e archeologico è l’area di
“Capo Colonna” dove gli scavi, iniziati nel 1887 e proseguiti da Orsi nel 1905, hanno riportato alla luce
importanti testimonianze tra cui il tempio di Hera Lacinia.
Un tempio costruito nel VI secolo a.C. e che era famoso per le sue ricchezze e culto.
Era composto da numerose colonne doriche e sembra che al suo interno era posto un ritratto
della regina Elena di Troia che era stato dipinto dal pittore Zeuxi (Zeusi).
Si narra che il pittore Zeusi, indignato per l’incapacità della gente di apprezzare in Grecia la
sua vena artistica (l’opera dei Centauri), ritirò l’opera, giudicandola sprecata per un pubblico
che non sapeva apprezzare l’arte, e cominciò a regalare gli altri suoi dipinti.
Incaricato di effigiare per il tempio di Hera Lacinia a Crotone un’Elena che incarnasse
l’ideale della bellezza femminile, pretese dai crotonesi che gli venissero mostrate le fanciulle
più belle della città, per prendere spunto da quanto di più perfetto ciascuna possedesse.

Francois Andrè Vincent –  1789
Il pittore Zeusi, scelta di modelle tra le belle donne di Crotone

Un’arte ispirata al vero, alla natura dove si ha una grande attenzione per la simmetria, le proporzioni,
una ricerca nell’espressione dei sentimenti e dei caratteri.
Di quest’arte espressiva greca è presente un bellissimo quadretto risalente alla fine dell’età
Ellenistica, trovato ad Ercolano, dipinto su marmo da Alessandro di Atene.
Una raffigurazione che s’ispira e quindi segue la scuola del pittore Zeusi che esaltava la
tridimensionalità e lo spazio espressi mediante il chiaroscuro.


Nel quadretto di Ercolano figurano cinque leggiadre fanciulle che giocano con gli
astragali. Figure dipinte su marmo in toni lievi in una tecnica monocroma su fondo bianco che Plinio
citò come appartenente all’espressione di Zeusi.
L’opera è firmata nell’angolo in alto a sinistra “ALEXANDROS ATHENAIOS EGRAPhEN” è esposta
nel Museo di Napoli.
I nomi scritti in greco accanto alle diverse figure permettono di identificare con sicurezza la scena:
Febe cerca di pacificare Latona e Niobe, mentre a terra due delle niobidi, Hilearia e Agle,
continuano a giocare con gli astragali, inconsapevoli della loro imminente morte.

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Ritornando al Tempio di Hera Lacinia, uno dei sacerdoti del tempio fu Milone
condottiero dei crotonesi contro Sibari. Il tempio era oggetto di visite continue e anche Annibale vi
si recò prima di tornare in Africa dopo le sconfitte subite dai Romani.
Fino all’inizio del XVII secolo il bellissimo tempio era ancora in discrete condizioni strutturali ma il terremoto del
1638 lo colpì mortalmente. Successivamente sembra che l’opera dell’uomo abbia completato la
sua distruzione perché il materiale lapideo fu utilizzato come materiale di costruzione
da parte della popolazione.
Gli scavi oltre a riportare alla luce l’intera area archeologica hanno rilevato l’esistenza di ben
tre edifici adiacenti al tempio. I reperti sono di autentica bellezza tra cui un bellissimo
diadema in lamina d’oro che riproduce un serto di mirto con una treccia
sulla quale s’inseriscono i ramoscelli, le foglie e le bacche.

 Diadema di Hera Lacina
Nella mitologia greca Hera è la più importante tra le dee. Moglie di Zeus e madre di dei ed eroi.
Protettrice della donna e di tutti gli aspetti della vita femminile:
dal matrimonio alla procreazione, al parto, alla nutrizione della prole.
Il luogo in cui sorge il tempio in età moderna venne chiamato Capo Nao (da naòs, tempio).
Oggi è detto Capo Colonna da ciò che rimane dell’antico edificio sacro cioè una colonna isolata
che si specchia sul mare intensamente azzurro….

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Pitagora una volta giunto a  Kroton intorno al 530 a.C. fu ospitato probabilmente dall’amico 
Democède (anche lui di Kroton). Democède era un importante medico che, con Alcmeone,  
grazie alla sperimentazione trasformò la medicina, che fino allora era basata esclusivamente sulla 
magia e sulla superstizione, in una scienza. Pitagora aveva conosciuto il medico a Samos e aveva 
ricevuto da lui lusinghiere notizie sulla città di Kroton. 

3.c – L’amico Democede di Kroton – Un grande  medico
Democede di Kroton nacque nel VI secolo a.C.
Figlio di Callifonte di kroton che aveva aperto uno studio medico
dando vigore alla medicina come scienza e alla nascita della scuola medica crotoniate.
Dal padre Democede apprese l’arte medica che aveva nelle sue basi la medicina
Ippocrita e la cultura del corpo con la pratica atletica. I ripetuti successi che gli atleti di Kroton
conseguirono nel VI secolo a.C. si potrebbero spiegare con l’esistenza nella città di una vera e
propria “scuola dello sport” basata su metodi di allenamento razionali e con una accurata dieta
alimentare studiata su principi medico-scientifici. Dopo aver ultimato gli studi lasciò la sua citta di krotom
per trasferirsi in Grecia ad Egina dove esercitò la sua professione, facendosi apprezzare, malgrado
la mancanza di mezzi ed attrezzature. Fu assunto dal comune come medico municipale con il
compenso di un talento all’anno. Successivamente si trasferì ad Atene, dove si fermò un anno,
sempre come medico municipale  con il contratto annuo  di  100 mnas/mine.
Da Atene a Samo dove, per le sue prestazioni mediche, venne pagato dal tiranno Policrate con
uno stipendio annuo di due Talenti d’oro. Nella città di Samo conobbe Pitagora e fra i due
s’instaurò subito una forte amicizia legata anche alle loro basi scientifiche.
Dopo l’uccisione di Policrate, Democede fu convocato alla corte del re persiano Dario I il Grande
per farsi curare da un incidente all’astragalo durante una battuta di caccia.
La scuola medica di Crotone era riconosciuta come superiore a quella di Cnido, Coo e
di Cirene e la fama di Democede era ormai diffusa.
Riuscì a guarire il re e lo pregò di non condannare a morte i medici egiziani che avevano
fallito nella cura. Fu nominato medico ufficiale di Dari, suo conviviale e consigliere.
I medici egizi non conoscendo l’anatomia con le loro cure, basate su movimenti violenti,
avevano procurato al paziente danni ancora maggiori. In merito ci viene in aiuto il racconto di
Erodoto che spiegò come “Democede sistemò il piede del re con movimenti
giusti e morbidi anche se dolorosi, facendo rientrare l’astragalo nella sua giusta posizione,
quindi decise di adottare una terapia a base di cataplasmi cercando di normalizzare la
situazione”. Il medico avrebbe fatto quindi ricorso a quanto imparato nella
scuola medica di Kroton che basava la medicina sui trattati ippocratici in
merito alle fratture e alle articolazioni.

Successivamente prestò le sue cure alla regina Atossa, figlia di Ciro il Grande e sorellastra di
Cambise II di Persia, che era sofferente per una ciste al seno. Platone e Diogene Laerzio affermarono
che Democede “fece ricorso a tutte le sue conoscenze personali acquisite presso la
famosa scuola di Crotone per salvare la regina”.
Per Atossa… Erodoto affermò che “Democete fece ricorso all’uso di cataplasmi secondo
la cura  indicata nelle “Affezioni” contro i phymata di origine benigna che suppurano
diventando piaghe”. Democede era depositario di immensi saperi scientifici che
gli erano stati trasmessi anche dal padre Callifonte che a sua volta li aveva fatti suoi
nel periodo del culto dedicato al dio Asclepio (dio della medicina) nella città di Cnido.
Per i suoi grandi meriti ottenne una ricca casa a Susa.. favori e ricchezze dal re persiano.
Democede era un umile e le ricchezze non interessavano… aveva nell’animo un grande desiderio:
ritornare nella sua Crotone e alla scuola medico-filosofica.
C’era però un grandissimo ostacolo…. Tutto gli era permesso tranne di ritornare in patria.
Fu la regina Atossa, riconoscente per le cure prestate dal medico, che l’aiutò nella fuga.
Atossa propose al re, Dario I, di attaccare la Grecia e di mandare in avanscoperta Democede.
Il re acconsentì e fece partire da Sidone in Fenicia il medico con 15 valorosi persiani .
Il loro compito era quello di prendere visione di luoghi,  trascrivere degli appunti e
non permettere la figa dello stesso medico. Si recarono prima in Grecia e poi
nell’Italia Meridionale a Taranto. Qui il re della città, Aristofilide, per simpatia verso
Democede, mise in prigione i persiani accusandoli di spionaggio.
Democede fu finalmente libero e ritornò nella sua Kroton dove sposò la figlia
di Milone il plurivincitore di Crotone nei giochi Olimpici. Aristofilide ridiede la libertà ai
Persiani che, una volta liberi, si misero sulle tracce di Democede. Riuscirono a rintracciarlo a
Crotone e lo aggredirono. I Crotonesi intervennero nella disputa e misero i fuga  i
Persiani che ritornarono in Asia.
Con il matrimonio Democede entrò nella casta aristocratica dei pitagorici che gli permise di
inquadrare la sua attività professionale, d’insegnare ai giovani la medicina e di assumere
anche un certo impegno politico.
La fama di Milone convinse il re Dario I a desistere dalla cattura del medico.
Lo storico Erodoto di Alicarnasso scrisse:
"Democede è medico di professione, il più abile nella sua arte a quei tempi" (Le Storie, Libro III).
"I medici di Crotone sono i primi del mondo, secondi quelli di Cirene”  (Le Storie, Libro III, cap. 131).

Pitagora creò a Crotone una scuola che gettò le basi per la nascita di una forte Magna Grecia e lo 
sviluppo del razionalismo e del metodo scientifico.
Con i suoi discepoli riuscì a conquistare il potere politico della città e in pochi anni, grazie alla 
rapida diffusione delle sue idee, si affermarono in molte polis della Magna Grecia dei governi 
pitagorici. Governi che costituirono una sorta di confederazione fra città con a capo la stessa 
Kroton come dimostra la coniazione di monete tra il 480 e il 460 a.C..

3.d – La Politica di Pitagora
Kroton era sconvolta per la sconfitta subita da Locri e Pitagora, sfruttando la sua fama, intraprese 
una profonda opera di riforme politiche e religiose. Risvegliò nella città il sentimento di 
venerazione nei confronti degli dei, quello della virtù e soprattutto del patriottismo.
Agì in particolare nei confronti dei giovani cercando di allontanare da loro le abitudini di 
dissipazione e di piacere e di insegnare il rispetto dei propri genitori.
Giamblico affermò in merito che ““Esortava i giovani a educarsi, invitandoli a considerare 
quanto fosse assurdo reputare il pensiero la cosa più importante e valersene per esprimere un 
giudizio su tutto il resto, ma al tempo stesso non aver speso né tempo né fatica per esercitarlo”.
Riuscì ad attirare le simpatie dell’assemblea degli anziani, parlò alle donne e restituì loro una 
dignità da tempo negata. Cambiò l’aspetto della città con la costruzione di un tempio alle Muse 
per mantenere la pace e la stabilità politica. Fermò le controversie intestine che erano presenti 
nella città da tempo e che si erano rinvigorite dopo la sconfitta nella Battaglia della Sagra.
In poco tempo per il quarantenne Pitagora fu facile raggiungere una vera e propria “dittatura 
morale” sulla città che riuscì a mantenere per circa quindici anni.
Il governo di Pitagora fu “quasi aristocratico” cioè che “il governo della comunità è esercitato da 
quelli che per studi, per saggezza, per esercizio, per disciplina, per ideali di vita, sono i più 
degni di giudicare”. Riuscì a portare ordine e giustizia diffondendo il motto che “l’anarchia è il 
peggiore di tutti i mali”.
L’equilibrio delle forze rappresentava il principio valido per la vita di una comunità come per la 
natura, il cosmo, per gli accordi musicali, per lo stato dell’anima.
Il medico Alcmeone usava infatti il termine “monarchia” per indicare la patologia dell’anima 
cioè la prevalenza di una parte dell’organismo sull’altra che rompe l’equilibrio psicofisico. 
Armonia tra le varie parti che sarà alla base della filosofia politica di Platone.
L’educazione politica di Pitagora influenzò nella formazione di due importanti legislatori come 
Zaleuco di Locri Epizefiri e Caronda di Catania.
Nel 510 ci fu un grave scontro tra la città di Kroton e Sibari

Sibari – Teatro





Kroton mosse contro Sibari che di ideali pitagorici aveva ben poco. Nel 512 a.C. tre nobili di 
Crotone vennero uccisi e i loro corpi furono dati in pasto ai lupi che erano presenti in gran 
numero nelle paludi attorno a Sibari. Uno di loro si era innamorato di una vestale “bellissima e 
dagli occhi azzuri” che aveva cercato di rapire. Quando la città era sottoposta alla tirannide di 
Telys, molti aristocratici fuggirono a Kroton. Alla richiesta di Telys di avere i fuggitivi, i 
Crotoniati opposero un netto rifiuto. Avvenimenti che legati ad una forte concorrenza 
commerciale, alla diversità politica e anche religiosa, spinsero le due città a fronteggiarsi in 
guerra.
I realtà i motivi che spinsero Pitagora ad acconsentire all’asilo dei fuggiaschi da Sibari non sono 
del tutto chiari. Sicuramente diede loro l’asilo politico rispondendo alla sua dottrina che 
l’obbligava a tutelare i supplici ma secondo Giamblico lo stesso Pitagora avrebbe notato tra gli 
ambasciatori sibariti, inviati dal  tiranno Telys, uno degli assassini di alcuni suoi discepoli per 
questo motivo avrebbe deciso di affrontare la guerra.

Nel 510 a.C. iniziò una battaglia nei pressi del fiume Hylia (l’odierno Nicà tra Crucoli e Carlati).
I crotoniati inseguirono e annientarono le forze di Sibari in una battaglia finale al guado del 
fiume Trionto (nei pressi di Mirto Crosia).
Secondo la tradizione si fronteggiarono 100.000 crotoniati, guidati dall’atleta olimpionico 
Milone, e i Sibariti che come forze erano ben tre volte superiori. La vittoria fu di Kroton 
malgrado la forte diversità di forze militari. Alcuni storici ipotizzano che gli stessi sibariti, 
appartenenti ad una frazione oligarchica contraria alla tirannide di Telys, abbia favorito l’esercito 
di kroton nella vittoria.

La spiegazione  fu anche legata ad una leggenda che riporta come Sibari usò nella battaglia un 
esercito di mercenari e cavalli che erano stati ammaestrati per eseguire passi di danza negli 
spettacoli al suono dei flauti.
I crotoniati, nella battaglia iniziarono a suonare i flauti con la stessa melodia con la quale i cavalli 
erano stati ammaestrati per danzare… il risultato fu che le avanguardie delle truppe sibarite 
furono subito disarcionate. Si narra che dopo 70 giorni di saccheggi  fu deviato il corso del fiume 
Crati per cui Sibari sparì per sempre.

Fiume Crati

Laghi di Sibari

Conquistata Sibari nacquero a Kroton discussioni per la divisione dei terreni occupati. Da una 
parte c’erano i Pitagorici che in base al oloro stile di vita comunitario, erano intenzionati a 
lasciare indivise le terre; dall’altra alcuni esponenti politici chiedevano con insistenza di dividere 
in lotti, da consegnare ai cittadini, i terreni conquistati.
I pitagorici fecero valere le loro tesi ma le polemiche ed i contrasti politici non si placarono all’interno della città. Tra la fine del VI secolo e il principio del V secolo a.C. anche per una grave crisi economica che colpì la città, l’esarca Cilone o Kilon, escluso dalla comunità pitagorica, riuscì a farsi approvare la legge sulla spartizione delle terre sibarite e si fece quindi promotore di una sommossa contro i pitagorici. Cilone era appoggiato dal demagogo Ninon e a nulla valsero le rassicurazioni dell’amico medico di Pitagora, Democede, e degli altri pitagorici quali Alcimaco, Dinarco e Metone.
Giamblico riportò i fatti…” “Presero la testa della sedizione proprio coloro che avevano i più stretti rapporti di parentela e di familiarità con i Pitagorici. E la ragione era che costoro, esattamente come la gente comune, erano irritati dal comportamento dei Pitagorici in pressoché ogni suo aspetto, nella misura in cui questo differiva da quello degli altri (…). Essi arrivavano ad ammettere la superiorità di uno straniero quale Pitagora era, ma si sdegnavano del fatto che dei concittadini, nativi del luogo, come loro, fossero manifestamente fatti oggetto di preferenza”.

Gli insorti accusarono Pitagora di incitare i giovani alla tirannia.
Giovani animati dal dogma “ipse dixit” cioè “l’ha detto egli stesso”  cioè una frase che non può 
essere messa in discussione e deve quindi essere accettata.
Cilone fu il promotore e l’organizzatore di un assalto alla casa di Milone, suocero di Democede, 
in cui erano riuniti i Pitagorici. Alcuni storici riferirono che Pitagora morì nell’incendio della 
casa mentre Democede riuscì a trovare rifugio a Platea con alcuni giovani.
In realtà Pitagora riuscì a fuggire  trovando ospitalità a Metaponto dove successivamente morì.
I Pitagorici furono costretti a ritirarsi dalla vita pubblica mentre sul capo di Democede, il grande 
medico, venne messa una taglia di 3 talenti e venne assassinato da Democrate nel 495 a.C. circa
I Pitagorici, offesi dall’indifferenza mostrata dai cittadini nei confronti degli assassini avvenuti e 
perduti, ormai, i loro più eminenti personaggi politici, non si occuparono più degli affari 
pubblici, contribuendo, così, con la loro scomparsa alla decadenza politica di Crotone e, 
probabilmente, dell’intera Magna Grecia. Pitagora, che si era intanto rifugiato a Metaponto, morì 
agli inizi del V sec. a.C..


Pitagora prima di morire affidò i suoi scritti, le sue opere alla figlia Damo e la "la incaricò di non 
divulgarli a nessuno che fosse al di fuori della sua casa. E lei, sebbene avrebbe potuto vendere i 
suoi discorsi per molto denaro, non li abbandonò, poichè giudicò la povertà e l'obbedienza ai 
comandi di suo padre più preziosi dell'oro".
Opere che alla morte di Damo passarono alla figlia Bitale e al fratello di Damo, Telauges, che 
sposò la stessa Bitale.

Giamblico riuscì a scoprire i testi che Pitagora affidò alla figlia: "Pitagora compose il suo 
trattato sugli Dei e ricevette l'assistenza di Orfeo, perciò quei trattati teologici sono sottotitolati, 
come i sapienti e fidati Pitagorici affermano, da Telauges; presi dai commentari lasciati da 
Pitagora stesso a sua figlia, Damo, sorella di Telauges...".


Metaponto – tempio dorico del VI secolo a.C. dedicato ad Hera e detto anche “Tavole Palatine”.
La tradizione narra che Pitagora fu sepolto nel tempio ma non ci sono testimonianze storiche e la sua tomba non fu mai trovata. Si tramanda che anche Cicerone nel 50 a.C. cercò la tomba di Pitagora ma senza esito.
Negli scavi furono trovati numerosi resti dell’antica decorazione, ceramiche e utensili d’uso quotidiano,
finemente lavorati da artigiani locali, che sono esposti nel locale museo.
Pitagora, come narra Porfirio, morì a Metaponto…
« Si dice che Pitagora abbia trovato la morte nella comunità di Metaponto, dopo essersi rifugiato nel piccolo tempio dedicato alle Muse, dove rimase quaranta giorni privo del necessario per vivere. Altri autori affermano che i suoi amici, nell’incendio della casa dove si trovavano riuniti, gettatisi nelle fiamme aprirono una via di uscita al maestro, formando con i loro corpi una sorta di ponte sul fuoco. Scampato dall’incendio Pitagora, raccontano ancora,
si diede la morte, per il dolore di essere stato privato dei suoi amici”.
Il termine “Tavole Palatine” deriverebbe dalla preesistenza sul sito di un antico palazzo regio o da
“Mensole Palatine” o “Colonne Palatine” in memoria dei Paladini di Francia che

lottarono contro i Saraceni. Secondo altri studiosi il termine sarebbe legato alla “scuola Pitagorica”.


Il culto di Hera era molto vivo nel santuario e bisogna ricordare che il culto in Grecia
era molto radicato nelle città di Argo, Micene e nell’isola di Samo.
Templi dedicati ad Era sorgevano anche ad Olimpia, Tirinto, Perachora e nell’isola sacra di Delo.
Nella cultura greca classica, gli altari venivano costruiti a cielo aperto.  Era potrebbe essere la

prima divinità a cui fu dedicato un tempio dotato di un tetto chiuso.

Metaponto (Frazione del Comune di Bernalda – prov. di Matera) è un’altra perla di
del martoriato e dimenticato Sud. Ha tanto da raccontare ed è rimasta muta per secoli, uno
scrigno rimasto chiuso troppo tempo e riservato solo a pochi eletti. Da alcuni anni, grazie alle
attività di associazioni e cooperative, lo scrigno s’è aperto per la cittadinanza e soprattutto per
le scuole. Alle scuole del territorio per costruire un’identità territoriale ed ai visitatori per
costruire attorno ad essa un attrattore turistico culturale che il posto merita.
Metaponto è pieno di scorci che parlano, basta saperli ascoltare, ognuno ha una sua storia
da raccontare.. dalle aree archeologiche al Museo, dalle aree naturalistiche della
Riserva di Metaponto con le due foci, alle fattorie della Chora e al centro storico di Bernalda.







3.e – La Scuola  Pitagorica di Kroton


Una scuola di pensiero, presidio di un forte ed intenso fermento politico e culturale, dove la 
filosofia è anche donna nella Magna Grecia e che in Calabria ebbe radici molto importanti.
Ventotto allieve tra cui  Teano, traslitterato in Theanò da Kroton, donna sapiente e virtuosa, 
simbolo della famiglia e secondo alcune fonti anche moglie del filosofo e secondo altre fonti 
invece figlia.
La presenza femminile così forte denota la modernità e la lungimiranza del pensiero filosofico di 
Pitagora che ritroviamo nel suo insegnamento rappresentato dai suoi “Versi Aurei”.
Le scuole fino ad allora negavano alla donna il diritto all’iniziazione e Pitagora fu il primo ad 
aprire loro la strada per la celebrazione dei misteri e per la pratica della vita iniziatica.
La figura femminile di Teano fu una della più attive ma troviamo anche Myia, Melissa, 
Perictione e Phyntis. Tutte donne che ebbero un ruolo importante nella scuola pitagorica sia a 
Kroton che nell’intera Magna Grecia.

 Diogene Laerzio scrisse che secondo Aristosseno, Pitagora ebbe la maggior parte delle sue 
dottrine etiche dagli insegnamenti di una sacerdotessa di Delfi “Themistoclea” (citata da Suda 
come “Theoclea” e da Porfirio come “Aristoclea”). Prima di morire, Pitagora affidò i suoi scritti 
alla figlia Damo.
 L’opera della scuola pitagorica fondata a Crotone segnò anche la storia antica reggina tra il VI 
ed il V secolo a.C.. Al tempo di Anassila essa si poneva come rivoluzionaria, anche per la 
rilevanza della figura femminile. Accanto alla figura poliedrica di Pitagora, senza la quale oggi la 
matematica, la musica, la storia antica non sarebbero quelle che sono e che solo lontano dalla 
patria Grecia ed in terra di Magna Grecia riuscì ad esprimersi, vi erano anche la figura di Teano e 
delle altre donne della scuola.
Abbiamo anche i nomi di alcune allieve della scuola filosofica di Kroton.. ben diciassette 
(riportate da Giamblico  nella sua opera “Vita di Pitagora” e  da Filocoro di Atene che riempì un 
intero volume riportando i nomi delle discepole dell’illustre filosofo:
-          Timycha, moglie di Myllias di Crotone;
-          Philtis figlia di Teofrio di Crotone;
-          Byndacis, sorella di Ocellus e Occillus, Lucani.
-          Chilonis, figlia di Chilone lo Spartano.
-          Cratesiclea la Spartana, sposa di Cleanore lo Spartano.
-          Theano, la sposa di Brontino da Metaponto.
-          Myia, la sposa di Milone di Crotone.
-          Lasthenia dell'Arcadia.
-          Abrotelia, figlia di Abrotele di Taranto.
-          Echecratia di Fliunte.
-          Tyrsenis da Sibari.
-          Pisirrhonde da Taranto.
-          Nisleadysa da Sparta.
-          Bryo l'Argiva.
-          Babelyma l'Argiva.

-          Cleachma, la sorella di Autocharidas lo Spartano."

TEANO DI KROTON (Kroton, VI secolo a.C.- …..)

Diogene Laerzio citò Theano come una delle figura più importanti della scuole pitagorica di 
Kroton e nella critica storica c’è un acceso dibattito se Theano sia stata veramente la moglie di 
Pitagora o solo un allieva. La fonte citò la donna come moglie di Brotino di Metaponto ma 
Giamblico menzionò due donne con lo stesso nome e lo stesso Diogene affermò che Theano era 
la sposa di Piatgora e figlia di Brotino di Crotone, un aristocratico seguace dell’Orfismo. (Anche 
Suda concorda con questa ipotesi mentre Porfirio afferma invece che era nata a Creta di 
Pythanax).

Dal matrimonio  con Pitagora nacquero tre figlie (Myia, Damo e Arignote) tutte filosofe e due 
figli (Telauges e Mnesarchus). Theano dopo la morte del marito guidò la scuola filosofica con i 
figli anche se, secondo Giamblico, si risposò con Aristeo che diventò la guida della scuola dopo 
Pitagora.
Altre fonti parlano solo di tre figli: due maschi (Arimnesto e Telauge) e di una figlia femmina, 
Damo.


Filosofa, cosmologa, matematica, astronoma, studiosa di fisiologia ed eccellente guaritrice. Era 
dotata di una forte personalità e di viva intelligenza. Scrisse un corpus di nove lettere di cui tre 
sono oggi ritenute autentiche mentre le altre sono forse pseudoepigrafiche ossia attribuite a lei 
ma stese da altri tra cui Perictione (Sulla saggezza e Sulla Virtù della Donna) e da Phyntis 
(Sull’armonia della donna).
In una di quelle autentiche ella esplicita cosa sia il numero, ossia mezzo e non fine per 
comprendere il cosmo: “Ho sentito dire che un gran numero di Greci credeva che Pitagora 
avesse detto che tutto nasceva dal numero. Ma questa affermazione ci lascia dubbiosi, in che 
modo è possibile che cose che non sono generino. Egli ha detto non che tutto nasceva dal 
Numero, ma tutto era stato formato conformemente al Numero, poiché nel Numero risiede 
l’ordine essenziale, attraverso la comunicazione di questo ordine anche quelle cose che non 
possono essere numerate sono collocate come prime, seconde, così via” (tratto da “Theano nella 
scuola italica” a cura della sr. R. G. M. dell’Or. di Crotone). Dei suoi scritti sopravvivono 
frammenti di alcune opere: “Sulla pietà”, “Sulla Virtù”, “Su Pitagora”.
Scrisse anche alcune massime a carattere morale che erano rivolte alle donne di Crotone e che si 
collegavano alle sentenze pitagoriche.
Theano è l’emblema della donna sapiente, fedele e ligia ai suoi doveri, attorno a cui si consolida 
la famiglia.
Le sue lettere nelle quali spicca l’ideale pitagorico della ricerca, della giusta misura tra eccessi e 
difetti, contengono delle osservazione importanti e consigli rivolti ad alcune amiche 
sull’educazione dei figli, sui rapporti all’interno della coppia e sul comportamento da tenere nei 
confronti dei servi.
Allegoria alla Geometria
Laurente de La Hyre - 1649

Nella lettera ad Eubula scrisse sull’educazione dei bambini, rimproverandola di essere stata tropo 
indulgente con i figli procurandogli un grave danno. Theano le consigliò di non lasciare che i 
figli stiano avvolti nei piaceri della vita e di abituarli ai dolori ed alle difficoltà.
Nella lettera a Nicostrata risaltano aspetti che dimostrano una grande sensibilità.. la donna era 
gelosa perché lo sposo aveva un’amante. Theano le disse di non cercare di punire il marito ma di 
assecondarlo anche in questo, pensando che egli si recava dall’amante solo per soddisfare i suoi 
piaceri fisici, mentre lei era la donna della sua vita cui lo sposo avrebbe fatto ritorno se si fosse 
dimostrata paziente.
In conclusione un saggio consiglio…"se egli soffre nella sua reputazione, gli altri faranno 
soffrire anche te; se agisce contro il suo interesse, il tuo, essendo unito al suo, non potrà uscirne 
illeso: da tutto questo dovresti imparare questa lezione, che punendo lui punisci anche te stessa."
Nella lettera a Callisto, la consiglia di essere più gentile nel trattare i servitori perché sono esseri 
umani. Maltrattarli vuol dire renderli nemici e sleali nei confronti dei padroni, mentre Callisto li 
dovrebbe disciplinare: "agisci in modo tale che tu imiti quegli strumenti che si deteriorano 
quando non sono usati e che si spezzano quando sono usati troppo spesso."
Una bellissima figura di donna vivace ed aperta dell’epoca.

Nella lettera  a Rhodope il “filosofo”, Theano gli chiede se è scoraggiato.
Anch’io lo sono” rispose Theano, “Sei dispiaciuto perchè non ti ho ancora inviato il libro di 
Platone, quello intitolato "Idee di Parmenide"? Ma io stessa sono addolorata in modo enorme, 
perchè nessuno mi è ancora venuto a trovare per discutere di Kleon. Non ti manderò il libro 
finchè qualcuno non verrà a chiarire le questioni riguardanti quest'uomo. Così tanto amo 
l'anima dell'uomo- perchè è l'anima di un filosofo, di uno zelante nel fare del bene, di uno che 
teme gli Dei sotterranei? E non penso che la storia sia diversa da come è stata narrata. Perchè 
sono comunque per metà mortale e non posso guardare direttamente la stella che rende il giorno 
manifesto."

Raffaello Sanzio nel 1509-1511, nella Stanza della Segnatura, una delle quattro
“Stanze vaticane”, poste all’interno dei Palazzi Apostoli, dipinse un affresco (7,70 x 5,00)m che
raffigura la “Scuola di Atene”.
Nel particolare, Pitagora legge un grosso libro e Teano (la moglie) o Telauge (il loro figlio) gli regge
una tavoletta. Nella tavoletta si leggono dei simboli, che furono riprodotti anche dallo Zarlino, che
rappresentano delle concordanze musicali.



Alle loro spalle forse Empedocle di Akragas che quasi furtivamente prende appunti.

(?)
Empedocle –Severino Boezio – Anassimandro – Aristosseno – Senocrate

La Scuola di Atene” – Raffaello Sanzio

Numerose le fonti che citano Theano:
Plutarco nei “Coniugalia Praecepta” la elogia nella lettera indirizzata ad una giovane sposa, 
Euridice, in cui la esorta a non abbellirsi con perle e seta, ma ad adornarsi con gli ornamenti di 
Theano e delle altre donne dell’antichità, rinomate per la loro sapienza e conoscenza”.
Diogene Laerzio gli dedica un piccolo frammento:
"raccontano una storia su di lei, che una volta le domandarono quanto a lungo una donna deve 
stare lontana dal marito per essere pura, e che lei disse che nel momento in cui (la donna) ha 
appena lasciato lo sposo, ella è pura; ma non è mai pura se lascia qualcun'altro. Ed ella 
raccomandava ad una donna che si stava recando dallo sposo, di mettere da parte la sua 
modestia insieme ai suoi abiti, e che quando l'avesse lasciato, la indossasse nuovamente insieme 
ai vestiti; e quando le chiese: quali abiti? ella rispose: quelli che fanno sì che tu sia chiamata 
donna."
Giamblico…"è legittimo per una donna sacrificare nel giorno stesso in cui si è alzata 
dall'abbraccio del suo sposo." Perchè poi, come afferma lei stessa, l'unico dovere di una donna 
sposata è "compiacere il proprio sposo."
Plutarco con un frammento bellissimo, quasi poetico.. ne esaltò la virtù femminile e non solo: 
"Theano, avvolgendosi nel suo manto, lasciò scoperto un braccio. Qualcuno esclamò "un 
braccio amabile". "Non per il pubblico" disse lei "non solo un braccio di una donna virtuosa, ma 
anche il suo parlare, non devono essere per il pubblico, e dev'essere modesta e curarsi di non 
dire nulla che possa essere ascoltato dagli estranei, poichè così espone se stessa; poichè nei suoi 
discorsi possono essere intesi i suoi sentimenti, il carattere e la disposizione." E anche, 
sull'importanza della Sophrosyne: "è meglio fare affidamento su di un cavallo senza morso che 
su di una donna non riflessiva."
(La “sophrosyne” nei poemi omerici indica la prudenza come capacità di autocontrollo  e di 
riflessione).
Molte opere di Theano furono ripresi dagli antichi scrittori come Clemente d’Alessandria che la 
citò nella sua poesia e anche da parte di Suda. Poetici i suoi concetti filosofici a carattere 
morale..” "se l'anima non fosse immortale, la vita sarebbe davvero una festa per i malvagi che 
muoiono dopo aver vissuto una vita corrotta.".

Myia di Kroton (Kroton, seconda metà del VI secolo a.C. – Kroton…..)
La figlia di Pitagora, Myia ( il suo nome significa “mosca”), era famosa per il suo sapere, per la 
sua eleganza e per la sua bellezza. La sua casa era così splendida che la via in cui si trovava era 
chiamata “il Museo”. 

Era a capo del coro delle fanciulle da vergine e guida delle donne sposate.  Si sposò  con Milone 
di Crotone, un atleta che riportò ben cinque trofei a Olimpia ed altre vittorie in successivi giochi 
Panellenici. Fu una donna molto ammirata per il suo comportamento religioso.
Esiste una lettera che scrisse ad una certa Phyllis, con una serie di consigli pratici e il particolare 
sulla scelta della nutrice. Una scelta basata sul giusto concetto che un neonato desidera, in natura, 
ciò che è appropriato ai suoi bisogni e l’elemento fondamentale di cui ha costantemente bisogno 
è la moderazione in tutte le cose. Da queste affermazioni nascono quindi i consigli sulla natura 
della nutrice e sui bisogni del bambino, che “trarrà i massimi vantaggi da questa moderazione 
applicata”.

Myia a Phyllis: “salve. Poichè sei appena diventata madre, ti offro questo consiglio. Scegli una 
nutrice che sia ben disposta e pulita, che sia modesta e che non dorma nè beva troppo. Una tale 
donna sarà la migliore nel giudicare come allevare il tuo bambino in una maniera appropriata 
alla sua posizione di uomo libero- a patto, ovviamente, che abbia abbastanza latte per nutrire un 
bambino, e che non sia facilmente sopraffatta dalle richieste del marito di dividere il suo letto. 
Una nutrice ha un grande ruolo in ciò che viene per primo ed è una 'prefazione' all'intera vita 
del bambino, l'essere nutrito per crescere bene. Che gli offra il seno e il nutrimento, non in ogni 
momento, ma secondo dovuta considerazione. Così guiderà il bambino alla salute. Non deve 
riposarsi quando desidera dormire, ma quando il bambino desidera riposare; non sarà un 
piccolo conforto per il neonato. Che non sia irascibile o loquace o indiscriminata nel mangiare, 
ma ordinata e temperata e, se è possibile, non straniera ma Greca. E' meglio mettere a dormire il 
bambino quando è stato appropriatamente nutrito con il latte, perchè allora il dormire è dolce 
per lui, e tale nutrimento è facile da digerire. Se gli dai altri cibi, che siano il più leggeri 
possibile. Evita il vino, a causa del suo forte effetto, oppure aggiungilo qualche volta mescolato 
con il latte. Non lavare continuamente il bambino. Lavarlo non troppo spesso, a media 
temperatura, è la cosa migliore. Inoltre, l'aria deve avere una giusta misura di caldo e freddo, e 
la casa non dev'essere nè piena di correnti d'aria nè troppo chiusa. L'acqua non dev'essere nè 
calda nè fredda, e le lenzuola non devono essere ruvide ma piacevoli per la pelle. In tutte le cose, 
la natura desidera ciò che appropriato, non ciò che è stravagante. Queste sono le cose che mi 
sembrava utile scriverti al momento: le mie speranze sull'allevamento secondo la norma. Con 
l'aiuto del Dio, ti daremo utili e appropriati consigli sull'allevamento del bambino, ancora in 
seguito."


Milone di Crotone – Museo del Louvre

La donna pitagorica applica nella propria vita quelle che la filosofa definisce leggi cosmiche e 
come citò Aesara di Lucania, “si crea giustizia e armonia nelle nostre anime e nelle nostre case”.

Myia sposò Milone un eroe che potremo definire leggendario. Già da bambino mostrava una 
forza eccezionale e la leggenda tramanda che si allenava sollevando un vitello sulle spalle. A 
kroton si diffuse la voce che fosse figlio di Eracle.
Nel 540 a.C., a soli tredici anni, vinse i giochi Olimpici nella sessantesima olimpiade come 
lottatore nella categoria fanciulli. Tra il 553 e il 512 a.C. riportò ben sei vittorie olimpiche 
consecutive. Quando Pitagora fondò a Kroton la scuola fu tra i primi ad essere ammesso. Milone 
raggiunse una grandissima gloria e ricchezza. I pitagorici esercitavano la comunione dei beni 
materiali e si può benissimo supporre che date le grandi risorse finanziarie di Milone, contribuì 
non poco all’affermazione della scuola pitagorica.

Un giovane pitagorico, Fulivao,  scrisse un libro sulle memorie che il grande maestro gli narrò 
prima di morire. Sembra che di questo libro ci siano dei frammenti che furono riportati da alcuni 
scrittori perché il libro andò distrutto nell’incendio della biblioteca d’Alessandria d’Egitto ai 
tempi di Giulio Cesare nel 48 a.C. (ci furono poi successivi incendi).
Una storia forse un po’ romanzata ma in ogni caso fa rivivere attimi di quella che doveva essere 
la vita nella scuola di Pitagora nella Kroton del 530 a.C.
Una giornata speciale per Myia… la figlia di Pitagora e Teano sta per essere ammessa alla scuola 
pitagorica come matematica. Eratocle, in prima fila, guardava fisso la bella fanciulla..
“a quindici anni il suo corpo era già quello di una donna. Un’incantevole giovane donna. 
Somigliava a sua madre ma la sua bellezza era prorompente. I lunghi e folti capelli le 
scendevano fino ai larghi fianchi…… le ciocche più ribelli arrivano talvolta a sfiorarle in seno..  
Indossava il peplo turchese, quello che esaltava al meglio il chiarore della pelle e le sue 
sembianze… due spille d’argento a doppia spirale fermavano l’abito sulle spalle e una cintura 
color zafferano, visibile solo sul lato aperto, lo fissava alla vita producendo eleganti drappeggi. 
Ad adornare le orecchie della ragazza due piccoli dischi d’oro cesellati con motivi floreali … e 
da ognuno dei due dischi pendeva un delicato cono, anch’esso d’oro, con superfice modellata a 
spirale…
A presiedere alla cerimonia Ippaso. Pitagora aveva preferito farsi sostituire dato che tra i nuovi 
“divenendi” c’era anche sua figlia.
“Scordatela”  si sentì nell’aula…Eratocle si volse e vide dietro di sé l’imponente figura di 
Milone.
“Non vedi come guarda Ippaso ?” disse Milone;
“Di chi stai parlando” replicò Eratocle;
“Come di chi sto parlando ?..Di Myia.. Non è lei cha hai continuato a fissare per tutto il tempo 
?” replicò Milone;
“Ti sbagli… e poi è ovvio che Myia guardi Ippaso… Visto che lui sta per nominarla matematica” 
rispose Eratocle con voce alta.
“Si vede che con le donne hai poca esperienza Eratocle” disse Milone.
Lo scontro verbale tra i due si era fatto acesso e Ipaso nel frattempo aveva smesso di parlare 
perché disturbato dalle voci dei due..
“Eratocle e Milone… avete qualcosa d’importante da discutere ? Qualcosa d’interessante da 
condividere con noi ?” disse Ippaso allargando le braccia come ad indicare il vasto pubblico..
“Nulla d’importante” replicò Milone piuttosto accigliato come a voler troncare il discorso sul 
nascere…
“Bene, allora possiamo continuare” disse Ippaso mentre Milone bisbigliò per un attimo 
qualcosa d’incomprensibile …



Un’altra allieva della scuola pitagorica fu Arignote (Crotone, V sec.a.C. – Crotone, V sec.a.C.) 
che da alcuni storici fu indicata come figlia di Theano e di Pitagora e da altri solo allieva e che 
proveniva da Samo. Scrisse diversi testi tra cui “Il Discorso sacro” che era dedicato ai Misteri di 
Demetra, i “Riti di Dionysos” e altre opere filosofiche che purtroppo non ci sono pervenute.
Un bellissimo frammento dal suo discorso sacro c’è pervenuto.. "...l'eterna essenza del numero è 
la causa più provvidenziale dell'intero cielo, della terra e della regione in mezzo a queste due. 
Allo stesso modo è la radice della continua esistenza di Dei e Daimones, come anche degli 
uomini divini..."





Arignote

Aesara di Lucania  ( Lucania ; Crotone) (IV / III secolo a.C,) di cui conosciamo solo un frammento della sua opera “Libro sulla Natura Umana”… "La natura umana sembra provvedere a uno standard di legge e giustizia sia per la casa che per la città. Seguendo le tracce dentro se stesso, chiunque cerchi farà una scoperta: la legge è in lui e la giustizia, che è l'ordinato arrangiamento dell'anima. Essendo triplice, è organizzata secondo tre funzioni: ciò che effettua i giudizi e ragiona è la mente (ho noos), ciò che ha forza e abilità è lo spirito (thymosis) e ciò che sente amore e dolcezza è il desiderio. Queste sono tutte disposte l'una in relazione all'altra, in modo che la parte migliore comandi, l'inferiore sia governata, e quella fra le due abbia un ruolo mediano; sia governa sia è governata. Il Dio ha così posto tali cose in accordo con il principio sia nella forma sia nel completare il luogo in cui risiedono gli esseri umani, poichè desiderava che l'uomo solamente fosse recipiente di legge e giustizia, e nessun altro degli animali mortali. Una composita unità data dall'associazione non potrebbe nascere da una singola cosa, nè da numerose che siano tutte uguali. (Poichè è necessario, dal momento che le cose da fare sono diverse, che le parti dell'anima siano anch'esse diverse, come nel caso del corpo, degli organi del tocco, della vista, dell'udito, del gusto e dell'olfatto che differiscono, perchè esse non hanno la stessa affinità con ogni cosa). Nè potrebbe una tale unità venire da molte cose differenti a caso, ma piuttosto da parti formate in accordo con la completezza e l'organizzazione e stando bene insieme nell'intero composito. Non solo l'anima è composta da molte parti dissimili fra loro, queste essendo state create in conformità al tutto e complete, ma in aggiunta queste non sono disposte a casaccio e in ordine sparso, ma in accordo con l'attenzione razionale. Poichè se avessero un'uguale parte di potere e onore, sebbene fra loro diseguali- alcune inferiori, alcune migliori, altre nel mezzo- l'associazione delle parti nell'anima non avrebbe funzionato bene. Oppure, anche se non avessero avuto una parte uguale, ma la peggiore piuttosto che la migliore avesse avuto la parte più grande, ci sarebbe stata grande follia e disordine nell'anima. E anche se la migliore avesse avuto la parte maggiore e la peggiore la minore, ma ciascuna di esse non nella proporzione adeguata, non ci sarebbero state unanimità e amicizia e giustizia nell'anima, poichè quando ciascuna è sistemata in accordo con la giusta proporzione, questo tipo di disposizione io chiamo giustizia. Quindi, una certa unanimità e accordo nel sentire accompagnano una tale disposizione. Tale potrebbe essere giustamente chiamato buon ordine che, grazie al governo della parte migliore e all'essere governato della parte inferiore, aggiunge la forza della virtù a se stesso. Amicizia, amore e gentilezza, affini e gentili, sorgeranno da queste parti. Perchè la mente che ispeziona tutto da vicino persuade, il desiderio ama, e lo spirito è colmato di forza; un tempo ribolliva d'odio, poi diventa amico del desiderio. La mente, avendo mescolato il piacevole con il doloroso, mescolando anche il teso e il robusto con il leggero e il rilassato delle porzioni dell'anima, ogni parte è distribuita in accordo con il compito affine e appropriato verso ogni cosa: la mente da vicino ispeziona e indaga le cose, lo spirito aggiunge impetuosità e forza a ciò che è indagato, e il desiderio, essendo simile all'affetto, si adatta alla mente, preservando il piacere come suo proprio e lasciando ciò che è da pensare alla parte pensante dell'anima. Grazie a ciò, la vita migliore per l'uomo mi sembra essere quando il piacevole viene mescolato con la serietà, e il piacere con la virtù. La mente è capace di fare queste cose, divenendo amorevole attraverso l'educazione sistematica e la virtù."




Aesara sosteneva quindi che studiando la nostra stessa natura umana, in particolare quindi 
l’anima umana,, si potevano comprendere le basi filosofiche della legge naturale e della moralità.
Infatti affermò..”Che la natura umana mi sembra di fornire uno standard di legge e di giustizia 
sia per la casa che per la città”.

Divide l’anima in tre parti: la mente, che segue il giudizio e il pensiero; lo spirito che contiene 
coraggio e forza; il desiderio che fornisce amore ed amicizia.
Essendo triplice, è organizzato secondo le triple funzioni: ciò che influenza il giudizio e il 
pensiero è [la mente], quali effetti forza e abilità è [l'alto spirito], e quali effetti l'amore e il bene 
è il desiderio.
Si tratta di aspetti divini e sono quindi principi razionali, matematici e funzionali che agiscono 
nell’anima.  La teoria della legge naturale di Aesaria si riferisce a tre applicazioni della moralità: 
quella dell’individuo, della famiglia e delle istituzioni sociali.

 Un’altra filosofa della scuola pitagorica, vissuta intorno al III secolo a.C. fu Ptolemais di 
Cirene (Libia) (citata da Porfirio) che scrisse un testo sui “principi Pitagorici della musica”. Un 
testo basato sul diverso approccio alla musica. Per i pitagorici basato sulla teoria e  sulla 
percezione da parte degli Empiristi.
Un testo molto complicato dove l’autrice nota come i Pitagorici si affidano ai sensi come “guide 
della ragione” .. una ragione che ha la priorità se non si verifica un accordo con i sensi, mentre 
gli empiristi (i Musicisti) si affidano solo ai sensi. Però anche gli stessi Musicisti riconoscono che 
l’evidenza dei sensi e la ragione sono fortemente legati.

Grazie ai racconti di Stobeo si conoscono anche i nomi di altre tre donne della scuola pitagorica: 
Phintys, Melissa e Perictione.

Phintys. Secondo Stobeo era figlia di Callicrate cioè Callicratidas ovvero un famoso generale 
spartano che morì nella battaglia di Arginusae.  Secondo Gamblico era invece  nativa di Crotone 
figli di un certo Teofrio. Scrisse “Sulla Moderazione delle donne” e lo stesso Stobeo le attribuì 
anche l’idea che un rapporto sessuale fra sposi e con l’intento di generare un figlio non causi 
impurità, mentre la causa una relazione fuori dal matrimonio.  Il frammento della sua opera è 
quasi simile  a quello lasciato da Perictione sullo stesso tema.

La virtù è propria di una donna  “ciò che la rende una donna eccellente è la moderazione perché 
attraverso di essa che può amare e stimare lo sposo”. Affermò che alcuni compiti spettano solo 
agli uomini (comandare gli eserciti, convocare le assemblee, ecc.) e altri solo alle donne 
(governare la casa, badare ai figli, ecc.). La filosofia rientra tra quelle attività proprie ad entrambi 
i sessi. Sia gli uomini che le donne devono coltivare il coraggio, la giustizia e la moderazione, 
senza trascurare le virtù del corpo: salute, forza, bellezza e delicatezza.
Phintys diede una grande importanza al controllo di sé e delle passioni, e diede anche istruzioni 
su come raggiungere tale autocontrollo: preservare il letto attraverso la pietà religiosa, conservare 
la propria casa con la decenza nell’abbigliarsi e simili questioni, essere riservati durante le 
discussioni, cercare di non partecipare a feste orgiastiche ed essere moderati nel sacrificare agli 
dei. La moderazione delle donne si deve estendere anche all’abbigliamento. Devono vestire di 
bianco evitando abiti trasparenti o troppo colorati così come il trucco e l’eccesso di ornamenti. 
Così facendo non susciteranno la gelosia di altre donne né offenderanno quelle più povere e ciò 
aiuterà a portare concordia nella città.



Alcuni frammenti letterali delle sue opere:
In generale, una donna deve essere buona e ordinata - e questo non può diventare una virtù 
senza ... Di una donna la più grande virtù è la castità. Grazie a questa qualità è in grado di 
rispettare e apprezzare il proprio marito. 
Ora alcuni pensano che non sia appropriato per una donna   essere un filosofo, proprio come 
una donna non dovrebbe essere un ufficiale di cavalleria o   un politico ... Sono d'accordo che gli 
uomini dovrebbero essere i generali, gli ufficiali e i politici della città, e le donne dovrebbero 
essere tenute in casa e stare, ricevere e prendersi cura dei loro mariti. Ma credo che coraggio, 
giustizia e intelligenza siano qualità che uomini e donne hanno in comune ... Il coraggio e 
l'intelligenza sono qualità maschili più appropriate dovute alla forza dei corpi degli uomini e al 
potere dei loro menti. La castità femminile è più appropriata per le donne.
Pertanto, una donna deve conoscere la castità e realizzare ciò che deve fare quantitativamente e 
qualitativamente per ottenere questa virtù femminile. Penso che ci siano cinque requisiti: (1) 
l'inviolabilità del suo letto matrimoniale, (2) la pulizia del suo corpo, (3) il modo in cui decide di 
lasciare la casa, (4) il suo rifiuto di partecipare in segreto in culti o rituali (5), la loro 
disponibilità e moderazione nel fare sacrifici agli dei.
Di tutte queste cose, la più importante è la qualità della castità di essere pura nei confronti del 
tuo letto matrimoniale e di non avere rapporti sessuali con uomini di altre case. Se la legge si 
rompe in questo modo gli errori che gli dei della sua famiglia e della sua famiglia offrono alla 
sua casa e non ai propri figli, ma con i bastardi. Errori che i veri dei, gli dei a cui hanno giurato 
di unirsi ai propri antenati e alle loro famiglie nella distribuzione della vita e della generazione 
di bambini secondo la legge. Lei sbaglia la sua stessa patria, perché non rispetta gli standard 
stabiliti da lei ... Dovrebbe anche considerare quanto segue: che non ci sono mezzi per 
espiare   Questo peccato, non puoi avvicinarti ai santuari o agli altari degli dei come una donna 
pura, amata da Dio. La più grande gloria che una donna nata libera possa avere, soprattutto il 
suo onore, è la testimonianza che i suoi stessi figli daranno a la sua castità a suo marito, il segno 
distintivo dell'immagine che hanno del padre di cui hanno prodotto i semi ... 

Per quanto riguarda gli ornamenti a cui si riferisce il tuo corpo, si applicano gli stessi 
argomenti. Deve essere vestita di bianco, naturale, liscia. I tuoi vestiti non dovrebbero essere 
trasparenti o decorati. Lei non dovrebbe mettere   il materiale di seta, ma abiti bianchi e 
moderati. In questo modo eviterai il sovrasfruttamento del vestito, del lusso o della corsa, e non 
darai fastidio alle altre donne causando invidia. Non dovrebbe mai portare oro o 
smeraldi; Questi sono costosi e arroganti nei confronti delle altre donne del villaggio. Non 
dovrebbe presentare domanda per l'importazione  colori artificiali al tuo viso con il tuo colore 
naturale, solo lavando con acqua, che può modestamente abbellirlo ... Importanza delle donne 
che lasciano la casa per sacrificare alla divinità principale della comunità per loro conto e per i 
loro mariti e le loro famiglie. Non uscire di casa di notte o di notte, ma a mezzogiorno, per 
partecipare a un festival religioso o fare shopping, accompagnato da una singola schiava o 
decoro accompagnato da due funzionari al massimo. Fanno sacrifici per modesti anche gli dei, 
secondo i loro mezzi. Stanno lontano dalle sette segrete e dalle orge Cybeline nelle loro case. La 
legge pubblica impedisce alle donne di partecipare a questi riti, specialmente dal momento che 
queste forme di culto incoraggiano l'ubriachezza e l'estasi.  L'amante della casa e il capo 
famiglia devono essere casti e vergini sotto tutti gli aspetti.



Perictione (Perittione o Periktione) (Atene, V secolo a.C. – V sec. a.C.) fu forse la madre di 
Platone, figlia di Glaucone e sorella di Carmide.  Era discendente del legislatore ateniese Solone. 
La donna si sposò con Aristone ed ebbe tre figli - Glaucone, Adimando e Platone -  ed una figlia, 
Potone. Rimase vedova e si risposò con Pyrilampes, uno statista ateniese  e zio della donna. Dal 
loro matrimonio nacque Anthipos che èfu menzionato nel “Parmenide” di Platone. Una donna di 
cui tutti parlavano con grande rispetto. Strobei ci viene in aiuto riportando due frammenti di 
alcune sue opere: “La sapienza” e “L’Armonia delle donne”.
Nella “Sapienza” srisse: L'umanità è venuta in essere ed esiste per contemplare la teoria della 
natura del tutto. Possedere ciò è la funzione della sapienza, e il contemplare il fine 
dell'esistenza."
Mentre la matematica e le altre scienze studiano certe realtà, la sapienza studia tutte le modalità 
del reale. Come la vista riguarda ciò che è visibile e come l’udito tutto ciò che è ascoltabile, così 
la sapienza riguarda tutto ciò che è reale.

La sapienza, al contrario di altre scienze, non studia le proprietà attribuite a certi tipi di entità ma 
le proprietà attribuibili a tutta la realtà: la sapienza studia quel principio che ordina e dà armonia 
all'esistenza intera. "Così chiunque sia capace di analizzare ogni genere di cosa attraverso un 
unico ed identico principio, e che da questo principio sappia sintetizzare e analizzare, questa 
persona sembra proprio che sia la più sapiente e la più veritiera, e in più, sembra che abbia 
scoperto una sommità bellissima da cui si può levare il proprio sguardo verso il Dio e verso ogni 
cosa separata da lui e disposta in ranghi e serie."


Due frammenti invece vengono dall'opera 'sull'Armonia delle donne': in uno esorta le donne, con 
un linguaggio davvero ricercato, ad essere pie, religiose e obbedienti ai genitori. Bisogna sempre 
parlarne in modo rispettoso e non abbandonarli mai a causa della malattia o delle ricchezze, nella 
fama come nella sfortuna- se una donna mancherà a questi doveri verso i genitori, per tale 
empietà sarà punita in questa e nella prossima vita. Infatti dice Perictione: "Colui che disprezza i 
suoi genitori sarà, sia fra i vivi che fra i morti, condannato per i suoi crimini dagli Dei, sarà 
odiato dagli uomini e, sotto la terra, sarà, insieme con gli empi, eternamente punito in quello 
stesso luogo dalla Giustizia e dagli Dei sotterranei, il cui compito è di prendersi cura di cose di 
questo genere. Poichè i genitori sono una cosa divina, e bella, e la cura costante di loro risulta 
in una tale gioia che nemmeno la vista del sole, nè di tutte le stelle che danzano nei cieli 
luminosi, è capace di produrre, e nemmeno qualsiasi spettacolo che potrebbe essere più grande 
di questo."
L'altro tratteggia la perfetta donna aristocratica: deve essere ricca di moderazione e prudenza, e la 
sua anima deve aspirare alla virtù, così che ella possa diventare giusta, coraggiosa, prudente e 
ornata da quelle qualità che sono appropriate alla sua natura. Tale virtù complessiva è raggiunta 
quando una donna si impegna in una condotta nobile verso se stessa, lo sposo, i figli, la casa, e 
anche verso la Città e la Patria. Una tale condotta implica il superamento delle passioni e dei 
desideri, l'affetto per sposo e figli e l'evitare "il letto degli stranieri". Una donna di tal genere è 
moderata nel nutrirsi e nella cura del proprio corpo: deve evitare vesti immodeste o troppo 
lussuose, oro e troppe pietre preziose, costosi profumi e ornamenti per capelli, e anche trucchi 
per il volto- coloro che non fanno così, inclinano verso la licenziosità. E' la bellezza della 
temperanza che compiace uomini e donne virtuosi.
Dall' 'Armonia': "E' necessario che una donna possegga a sufficienza armonia piena di prudenza 
e temperanza. Poichè si richiede che la sua anima sia con veemenza incline all'acquisizione 
della virtù, così che ella sia giusta, coraggiosa e prudente, e possa essere adornata dalla 
frugalità, e odi la vanagloria. Poichè, grazie al possesso di queste virtù, agirà in modo degno 
quando sarà sposata, verso se stessa, lo sposo, i figli e la sua famiglia. Spesso accadrà anche 
che una simile donna agisca in modo bellissimo nei confronti delle città, se accade che governi 
su tali città o nazioni, come vediamo a volte nel caso dei regni. Perciò, se domina desiderio e 
rabbia, una divina armonia sarà creata. "
In definitiva, la donna veramente virtuosa onora gli Dei, rispetta i genitori e obbedisce a leggi e 
costumi stabiliti dagli Antenati. La relazione con lo sposo è definita in questi consigli: "in 
compagnia del suo sposo, ella vivrà in conformità alle opinioni di una vita in comune con lui; si 
adatterà ai parenti e agli amici che stimano il suo sposo e considererà come dolci e amare le 
stesse cose che tali giudica suo marito."

Perictione (Madre di Platone ? )

Platone, Teorico del Teatro nella Polis..

Tmycha di Sparta…con il marito Myllias di Crotone, si stavano recando a Metaponto con altri 
pitagorici (“("era abituale per loro cambiare luogo di residenza in differenti stagioni dell'anno, 
ed essi sceglievano quei luoghi (Taranto e Metaponto) per questa migrazione") quando furono 
attaccati da un piccolo esercito di Siracusani, inviati dal tiranno Dionisio.  Fuggirono ma 
arrivarono in un rigoglioso campo di fave e "non volendo violare la regola che proibiva loro di 
toccare le fave, rimasero fermi e, per necessità, attaccarono i loro inseguitori..alla lunga tutti i 
Pitagorici furono uccisi dai guerrieri, nè nessuno di loro sopportò di essere catturato, ma 
preferirono la morte a questo, secondo le regole della loro scuola."
I soldati siracusani furono inviati con l’ordine di catturarli vivi e rimasero sconfortati. 
Ritornarono indietro e durante il tragitto incontrarono Myllias e Timycha che erano rimasti 
indietro a causa del lento procedere della donna per il suo avanzato stato di gravidanza (sesto 
mese). Furono catturati e portati alla presenza di Dionisio che disse loro: "Otterrete da me onori 
che trascendono quelli di chiunque in dignità, se acconsentirete a governare con me", ma tutte le 
sue proposte vennero rifiutate dai due, allora Dionisio chiese solamente di poter sapere una 
cosa: perchè i Pitagorici avevano preferito morire piuttosto che camminare in un campo di fave?
La risposta della donna fu tremenda: "I miei compagni hanno perso la vita piuttosto che 
camminare sulle fave, ma io camminerei su di loro, piuttosto che dirti la causa di questo."
Dionisio ordinò che Timycha fosse torturata poichè egli pensava che, essendo una donna, incinta 
e privata del marito, ella gli avrebbe con facilità rivelato tutto quanto desiderava sapere, per la 
paura dei tormenti. La donna eroica invece, mordendosi con forza la lingua, la tagliò e la sputò 
ai piedi del tiranno."
E' notevole il fatto che Giamblico la citi per prima fra "le più significanti donne Pitagoriche".

Melissa di Kroton

Grazie ai frammenti preservati da Stobeo c’è giunto anche il nome di una certa Melissa che 
faceva parte della scuola pitagorica. Melissa era di Samo ed è probabilmente l’autrice di una 
lettera preservata da Stobeo. La lettera, in realtà si tratta di un tratto filosofico a forma di lettera, 
ed è indirizzata a Cleareta. Le dà consiglia molto simili a quelli dati da Pitagora alle donne di 
Crotone. La consiglia di vestirsi sempre con modestia e di cercare di rendere felice lo sposo e 
nessun altro. È un bellissimo: “ Ella deve confidare nella bellezza e nella ricchezza della sua 
anima piuttosto che nella sua apparenza e delle sue sostanze materiali, poiché invidia e malattia 
rimuovono queste anime, ma le prime perdurano fino alla morte”.

Su Melissa un romanzo.. “Melissa… la donna che cambiò la storia” scritto da Valter Binaghi, 
insegnante di storia e filosofia.  Un testo che racconta la vita avventurosa di una figura del 
mondo femminile greco dimenticata.
Il romanzo riprende le antiche fonti su questa figura femminile giunta fino a noi come membro 
del movimento democratico dei pitagorici. Vive nella natia Crotone ma  la sorte le è crudele. 
Perde tutto quando viene venduta come schiava ai Sanniti. La donna non si arrende e 
dimostrando le sue virtù, la sua saggezza, riesce, anche da schiava, a farsi una posizione  
diventando un membro autorevole della nuova comunità. È una lotta difficile.. dura… continua… 
perché legata ad un mondo che vede nella sua quotidianità una figura femminile sempre inferiore 
a cui non si riconosce alcun diritto alla cultura, alla politica, alla partecipazione sociale.
La sua Storia….
Crotone, 509 a.C. (Pitagora muore nel 496 a.C.), Melissa fa parte della scuola di Pitagora e si 
salva dall’eccidio dei pitagorici grazie a Liseo che, pur facendo parte dei congiurati, da tanto 
tempo è perdutamente innamorato di lei. La ragazza davanti alle pretese di Liseo, che gli rileva il 
suo amore e la chiede in sposa, rifiuta sdegnata e solo con la violenza Liseo riesce a farla sua. 
Dopo aver subito l’orribile violenza, viene venduta come schiava a Cluvio, vecchio capo dei 
Sanniti. Cluvio con la saggezza tipica delle persone anziane, frutto di molteplice esperienze di 
vita, si accorge subito delle grandi virtù della giovane donna e decide di affidarle l’educazione 
dei figli e delle donne di casa. Melissa riesce ad assolvere il suo compito con umiltà e saggezza a 
tal punto da conquistarsi subito la fiducia delle sue allieve. La Melissa entra subito in gran 
considerazione nella comunità a tal punto da diventarne elemento fondamentale. Con la sola 
conoscenza dei numeri e della musica riuscirà a guarire Aris, il figlio del re Cluvio, colpito da 
una forte intossicazione. In segno di riconoscenza e di rispetto ottiene la libertà e sposa Aris, da 
cui avrà due figli.


Il futuro avrà in serbo per lei molte avventure ma la metterà di fronte anche a tanti ostacoli. 
Melissa saprà affrontarli imponendosi sempre con la sua forte personalità in un mondo governato 
dagli uomini, e mostrando ­ alla sua epoca, ma anche alla nostra ­ come si possa vivere e 
progredire nella pacifica ricerca della sapienza.


4.e - L’ASTENSIONE DALLE FAVE

Pitagora sostiene il vegetarianismo (Pieter Paul Rubens1618-1620)

Una versione sulla morte di Pitagora fu collegata all’idiosincrasia del filosofo  e della sua scuola 
per le fave. Fave che i pitagorici si guardavano bene dal mangiare evitando anche il semplice 
contatto.
Forse si tratta di una leggenda ma Pitagora si fece raggiungere ed uccidere dagli scherani di 
Cilone di Crotone piuttosto che mettersi in salvo in un verde e rigoglioso campo di fave.
Ma perché quest’atteggiamento dei filosofi nei confronti delle fave ?
Esistono due versioni. Una che fa riferimento agli studi di Gerald Hart secondo il quale il 
favismo era una malattia molto diffusa nella zona del crotonese ed era quindi presente un divieto 
motivato da un aspetto profilattico-sanitario. Pitagora viveva quindi in una zona dove il favismo 
era molto diffuso e quindi era presente una proibizione igienica. Nell’esperienza quotidiana le 
fave erano un alimento importante il cui abuso causava flatulenze e insonnia e se qualcuno 
s’ammalava i due fatti non venivano collegati e per questo motivo i medici greci non riuscivano 
ad identificare la malattia.
L’astensione dal mangiare fave fu per Pitagora un precetto morale perché i greci del 
IV secolo a.C avevano un modo diverso dal nostro di considerare le malattie che riferivano alla 
religione. Le fave erano quindi connesse al mondo dei morti, della decomposizione e 
dell’impurità, dalle quali il filosofo si doveva tenere lontano.
Per una strana coincidenza Pitagora fu per certi versi il precursore del vegetarismo.
Cicerone affermò che: «Pitagora ed Empedocle avvertono che tutti gli esseri viventi hanno 
eguali diritti, e proclamano che pene inespiabili sovrastano a coloro che rechino offesa a un 
vivente.”
Fu considerato l’iniziatore del vegetarismo grazie ad alcuni versi delle “Metamorfosi” di Ovidio 
che lo descrivono come il primo degli antichi a scagliarsi contro l’abitudine di cibarsi di animali. 
Un atteggiamento reputato dal filosofo causa di un inutile strage dato che la terra offre piante e 
frutti sufficienti a nutrirsi senza spargimenti di sangue.
Ovidio legò il vegetarismo di Pitagora alla credenza nella metempsicosi, secondo cui negli 
animali v’è un anima non diversa da quella degli esseri umani.
Diogene Laerzio sostiene inoltre che Pitagora fosse solito mangiare pane e miele al mattino e 
verdure crude la sera; in più implorava i pescatori affinché ributtassero in mare quello che 
avevano appena pescato

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La Biblioteca d'Alessandria d'Egitto

Incisione raffigurante il Faro di Alessandria d'Egitto. Estratta dall'opera "Entwurf einer historischen Architektur" di Johann Bernhard Fischer von Erlach, 1721.

Resti del faro nel tratto di mare prospiciente la città

4.f - IPAZIA D'ALESSANDRIA  D'EGITTO
Alessandria d’Egitto, marzo 415 d.C. Ipàzia, matematica, astronoma e filosofa, esponente della 
filosofia neo-platonica, venne uccisa da una folla di cristiani in tumulto composta da monaci 
“parabolani”…..

“Martire della Libertà di Pensiero”


Ipàzia nacque ad Alessandria d’Egitto nel 350/370 d.C. cioè prima che la città diventasse parte 
del nuovo Impero Romano d’Oriente.
Il padre era Teone, “geometra, il filosofo d’Alessandria”  che si dedicò in particolare alla 
matematica ed all’astronomia (osservò l’ecclisse solare del 15 giugno 364 e quella lunare del 26 
novembre). Visse per tutto il regno di Teodosio I (378-395) ed Ipazia fu prima allieva e poi 
collaboratrice del padre. Lo stesso Teone nel III libro del suo commento al “Sistema Matematico 
di Tolomeo” riportò che l’edizione era stata “controllata dalla filosofa Ipazia mia figlia”.
Non si sa quale tipo di controllo abbia eseguito sul libro scritto dal padre; se fu solo  una 
semplice revisione o integrazioni al testo o di aver editato l’intero testo di Tolomeo.
La donna non solo fu istruita dal padre nella matematica ma, come sostiene Filostorgio 
(Cappadocia, 368 d.C.- Istanbul, 439 d.C.; seguace dell’Arianesimo e compilatore di una Storia 
Ecclesiastica), “ella divenne migliore del maestro, particolarmente nell'astronomia e che, infine, 
sia stata ella stessa maestra di molti nelle scienze matematiche».


Filostorgio oltre ad essere uno storico della chiesa era anche un esperto studioso di astronomia ed 
astrologia. Anche Damascio (Damasco, 458 d.C.- Alessandria d’Egitto, 550 d.C.; filosofo 
bizantino ed uno degli ultimi esponenti della filosofia neoplatonica) riportò come Ipazia «fu di 
natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche 
alle quali lui l'aveva introdotta, ma non senza altezza d'animo si dedicò anche alle altre scienze 
filosofiche»
Ipazia aveva quindi tutti i titoli per succedere al padre nell’insegnamento di queste importanti e 
prestigiose discipline.  La tradizione del Museo fondato quasi 700 anni prima da Tolomeo I 
Soter, anche se non esisteva più perché era andato distrutto durante la guerra condotta da 
Aureliano, era continuata nell’insegnamento delle scienze mediche e della matematica nella 
comunità di Alessandria con l’intatto prestigio originario. Un prestigio che fu confermato da 
Ammiano Marcellino (Antiochia di Siria, 330 d.C. – 400 d.C.; storico romano che scrisse le sue 
opere in latino e gran parte delle sue opere si sono conservate).
Ipazia già dal 393 d.C. era a capo della scuola alessandrina come cita Sinesio, giunto ad 
Alessandria da Cirene per seguire i suoi corsi.
Le fonti antiche le attribuiscono un commento a un’opera di Diofanto di Alessandria 
“l’Arithmetica” e alle “Coniche “ di Apollonio di Perga. Non si è certi se abbia scritto un opera 
di astronomia “Canone Astronomico”.
La mancanza dei suoi scritti non permette di stabilire il contributo effettivo che diede al 
progresso del sapere matematico e astronomico della scuola d’Alessandria.
In ogni caso fino agli ultimi anni della sua esistenza, la scuola alessandrina era caratterizzata da 
una vivace libertà di pensiero che era una base fondamentale per lo sviluppo della cultura e del 
campo scientifico nella geometria quantitativa piana e solida, nella trigonometria, nell’algebra, 
nel calcolo infinitesimale e nell’astronomia.
Sinesio, allievo di Ipazia, nel 399 scriveva che Ipparo, Tolomeo e i successivi astronomi 
lavoravano su mere ipotesi perché le più importanti questioni ancora non erano state risolte e 
la geometria era ancora ai primi vagiti… ora si è ottenuto di perfezionare l’elaborazione”.
Lo stesso Sinesio fornì gli elementi che avviavano alla nuova elaborazione grazie a nuovi 
interessi pratici forniti dall’astrolabio, di cui si prende la paternità nella sua costruzione anche se 
riconosce che fu “concepito sulla base di quanto m’insegnò la mia veneratissima maestra…
Ipparco l’aveva intuito e fu il primo ad occuparsene, ma noi, se è lecito dirlo, lo abbiamo 
perfezionato….lo stesso grande Tolomeo e la divina serie dei suoi successori si erano contentati 
di uno strumento che servisse semplicemente da orologio notturno”.


I matematici e gli astronomi del periodo d’Ipazia non consideravano ultimata l’opera di Tolomeo 
in merito alla conoscenza astronomica.  Gli astronomi alessandrini reputavano importante 
proseguire le ricerche per giungere alla reale comprensione della natura e della disposizione 
dell’universo.
Sinesio chiese ad Ipazia di costruirgli un idroscopio a cui aveva allegato anche una dettagliata 
descrizione.. «un tubo cilindrico avente la forma e la misura di un flauto. In linea perpendicolare 
reca degli intagli, a mezzo dei quali misuriamo il peso dei liquidi. Da una delle estremità è 
otturato da un cono fissato strettamente al tubo, in modo che unica sia la base di entrambi. È 
questo il cosiddetto barillio. Quando s'immerge il tubo nell'acqua, esso rimane eretto e si ha in 
tal modo la possibilità di contare gli intagli, i quali danno l'indicazione del peso».

La Filosofia di Ipazia

Ricostruire il pensiero di Ipazia in assenza di opere autografe non è facile e in questo senso sono 
utili gli scritti lasciati dal suo allievo Sinesio.
Christian Lacombrade, professore di Lettere alla facoltà di Tolosa, analizzando gli scritti di 
Sinesio rilevò che il pensiero di Ipazia seguì quello di Porfirio sottolineando come la filosofa 
avrebbe illustrato il pensiero neoplatonico senza elevarsi “a una concezione generale del mondo, 
non ha creato, come in qualsiasi autentico filosofo, nessun sistema”.
Infatti rileggendo gli scritti di Sinesio si notò come il discepolo abbia avuto la possibilità di 
ascoltare ad Alessandria d’Egitto non una semplice esposizione dogmatica del pensiero di alcuni 
filosofi..”Sinesio sembra aver sperimentato alla scuola d'Ipazia un'autentica conversione alla 
filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità. 
Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un 
circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia». Ipazia gli avrebbe 
insegnato a considerare la filosofia «uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata 
ricerca della verità».
A questo riguardo fu indicativo il paragone che l’alunno di Ipazia, scrivendo una lettera al 
fratello Evozio, fece tra la scuola filosofica d’Alessandria d’Egitto e quella di Atene…”l’Atene 
di oggi non ha nulla di eccelso a parte i nomi delle località… al giorno d’oggi l’Egitto tiene 
desta la mente avendo ricevuti i semi di sapienza di Ipazia. Atene, al contrario, che fu un tempo 
la sede dei sapienti, viene ora onorata solo dagli apicultori”.
Sinesio condivise la filosofia di Plotino e il merito fu sicuramente degli insegnamenti di Ipazia.. 
un insegnamento che si distaccava sia dal neoplatonismo “orientale” in virtù di un “cero 
razionalismo” sia dal neoplatonismo che era anticristiano della scuola ateniese, assumendo un 
posizione di neutralità nei confronti del cristianesimo.
L’allievo espose anche nei suoi scritti (l’opuscolo”Dione” dal nome del sofista Dione di Prusa) 
l’importante rapporto, sempre vivo nella storia della letteratura, tra filosofia e letteratura.
Un opuscolo che Sinesio inviò ad Ipazia nel 405 chiedendole un giudizio prima dell’eventuale 
pubblicazione..” se tu ritieni che lo scritto debba essere pubblicato,  lo destinerò tanto ai retori 
quanto ai filosofi: agli uni recherà diletto, agli altri profitto, sempre che non venga respinto da te 
che hai la facoltà del giudizio”.

Sinesio

La filosofia non è una comunicazione mistica fondata su pratiche magiche ma è un mezzo con il 
quale l’uomo comunica sia con i suoi simili che col dio attraverso la sua coscienza. È il frutto di 
una comunicazione razionale che è tipica dell’uomo che non è “un puro spirito, ma uno spirito 
calato nell’anima di un essere vivente”. Molti filosofi si applicarono con impegno “a educare gli 
uomini, fossero re o semplici cittadini, singoli o gruppi”. Un esempio per tutti fu Socrate che 
mise a disposizione di tutti la sua sapienza per raggiungere la conoscenza e il bene.


Ipazia a capo della Scuola di Alessandria d’Egitto

In merito alla posizione raggiunta da Ipazia nella scuola d’Alessandria è importante citare il 
passo di Socrate Scolastico.. “era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi del 
suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo 
desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei da ogni parte tutti 
coloro che desideravano pensare in modo filosofico».
In basi ai riferimenti di Socrate Scolastico, Ipazia esluse dal suo insegnamento la corrente 
filosofica platonica magico teurgica (rituali atti ad inserire la divinità in un essere inanimato o di 
tecniche estatiche che avevano lo scopo di far incarnare per un certo periodo di tempo la divinità 
in un essere umano) ostile al cristianesimo e presente nella scuola ateniese per condurla alle fonti 
platoniche per mezzo di Plotino.
Un’altra citazione ci fu lasciata da Damascio che verso la fine del V secolo si stabili ad 
Alessandria e riferì che Ipazia “«di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che 
viene attraverso le scienze matematiche a cui era stata introdotta da lui ma, non senza altezza 
d'animo, si dedicò anche alle altre scienze filosofiche. La donna, gettandosi addosso il mantello 
uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o 
Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo».
Ipazia attraverso lo studio delle scienze matematiche, scienze che forniscono le basi della 
filosofia, giunse alla “vera filosofia” che raggiunge il suo culmine nella dialettica.

Un aspetto importante da rilevare dalle fonti antiche è il pubblico insegnamento che Ipazia  
esercitò verso “chiunque volesse ascoltarla”.


L’insegnamento di Ipazia nella scuola avveniva in un momento dalle forti tensioni sociali e 
religiose. Siamo infatti nell’ultimo decennio del IV secolo e ad Alessandria furono demoliti i 
bellissimi templi dell’antica religione per ordine del vescovo Teofilo. Una demolizione che 
simboleggiava la volontà di distruggere una cultura alla quale Ipazia apparteneva e che era 
intenzionata a difendere e a diffondere nel rispetto delle parti.

Il 23 febbraio 303 durante la festa dei Terminalia (in onore del dio Termine, divinità romana, che 
proteggeva i confini), l’imperatore romano Diocleziano emanò, su proposta di Galerio, un editto 
persecutorio contro i cristiani in cui si prescriveva:
            -          L’abbattimento delle chiese e il rogo della Sacre Scritture;
-          La confisca dei beni ecclesiastici:
-          Il divieto per i cristiani di intentare azioni legali collettive;
-          La perdita di carica e privilegi per i cristiani di alto rango che si rifiutassero di abiurare;
-          L’arresto di alcuni funzionari statali legati al cristianesimo..

In quel periodo Galerio rivestiva la carica di Cesare cioè la seconda autorità più importante dopo 
quella dell’Imperatore e quando Diocleziano abdicò, successe all’imperatore. Continuò la 
persecuzione contro i cristiani fino al 311 quando concesse loro il perdono, la libertà di culto e lo
status di religio licita”... Galerio morì sei giorni dopo

L’editto fu redatto in realtà a Serdica (l’attuale Sofia) e pubblicato il 30 aprile 311 a Nicomedia.
Venne subito diffuso e distribuito, come stabilito dal decreto, attraverso lettere ai governatori  
periferici di tutte le città dell’impero sotto la competenza di Galerio cioè i Balcani romani.
Una copia venne pure mandata al secondo imperatore per l’Oriente, Massimino Daia che riprese 
il testo privandolo di alcune sue parti.  Fu quindi applicato in modo superficiale in Oriente, solo 
nell’Asia Minore, e non in Siria, Palestina ed Egitto che facevano parte della prefettura di sua 
competenza. Quindi l’azione persecutoria contro i cristiani continuò già nell’autunno dello stesso 
anno 311. Un editto che è dimenticato dalla storia perché forse emesso da un imperatore in punto 
di morte e che quindi non venne ritenuto interessante dal punto di vista politico.
Galerio assieme a Massimino Daia era stato un persecutore dei cristiani e prosecutore della stessa 
linea anticristiana di Diocleziano.  Come mai Galerio si ravvide emanando l’editto ? Un 
emanazione forse legata ad una sconfitta politica ?
Il provvedimento forse fu legato alla dolorosa malattia di Galerio che chiamò per farsi curare dei 
cristiani. Altro motivo potrebbe essere legato al desiderio di rivalutare la sua immagine politica e 
di includere quindi il Dio dei cristiani nel contesto delle forze divine a suo sostegno, dopo 
decenni di continue persecuzioni. Una valutazione legata ad una volontà politica con il quale il 
cristianesimo diventava un nuovo sostegno per il tradizionale prestigio dell’impero.

Editto di Galerio – Placca trilingue (latino, greco e Bulgaro), di fronte alla chiesa di Santa Sofia, Sofia (Bulgaria)
Autore della foto: Мико

“Tra tutte le disposizioni che abbiamo preso nell’interesse e per il bene dello Stato, in primo 
luogo abbiamo voluto restaurare ogni cosa secondo le antiche leggi e le istituzioni romane, e 
fare in modo che anche i cristiani, che avevano abbandonato la religione degli antenati, 
ritornassero a sani propositi.
Ma, per varie ragioni, i cristiani erano stati colpiti da una tale ostinazione e da una tale follia 
che non vollero più seguire le tradizioni degli antichi, istituite forse dai loro stessi antenati. Essi 
adottarono a loro arbitrio, secondo il proprio intendimento, delle leggi che osservavano 
strettamente e riunirono folle di persone di ogni genere in vari luoghi.
Perciò quando noi promulgammo un editto con il quale si ingiungeva loro di conformarsi agli 
usi degli antenati, molti sono stati perseguiti, molti sono stati anche messi a morte. 
Ciononostante, la maggior parte di loro persisteva nel proprio convincimento.
Considerando la nostra benevolenza e la consuetudine per la quale siamo soliti accordare il 
perdono a tutti, abbiamo ritenuto di estendere la nostra clemenza anche al loro caso, e senza 
ritardo alcuno, affinché vi siano di nuovo dei cristiani e [affinché] si ricostruiscano gli edifici 
nei quali erano soliti riunirsi, a condizione che essi non si abbandonino ad azioni contrarie 
all’ordine costituito.
Con altro documento[4] daremo istruzioni ai governatori su ciò che dovranno osservare. Perciò, 
in conformità con questo nostro perdono, i cristiani dovranno pregare il loro dio per la nostra 
salute, quella dello Stato, e di loro stessi, in modo che l’integrità dello Stato sia ristabilita 
dappertutto ed essi possano condurre una vita pacifica nelle loro case”. 
(Lattanzio, De mortibus persecutorum, I, 34, 1-5 – Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, VIII, 17.)
L’Editto di Milano (Editto di Costantino o “Editto di Tolleranza o Rescritto di Tolleranza) fu 
sottoscritto nel febbraio 313 dai due Imperatori dell’Impero Romano: Costantino per l’Occidente 
e Licinio per l’Oriente. Un editto  di politica religiosa comune alle due parti dell’impero che fu 
sottoscritto a Milano (capitale della parte Occidentale dell’impero), in Occidente, perché il 
“senior Augustus” era Costantino.
L’editto concedeva a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani, la libertà di venerare le proprie 
divinità. I due imperatori diedero attuazione alle misure che erano contenute nell’editto di 
Galerio del 311 con il quale era stato definitivamente posto termine alle persecuzioni e si 
accordarono per emanare anche delle precise disposizioni ai governatori delle province.
In realtà le persecuzioni in Oriente, malgrado l’editto, continuarono perchè Massimino Dacia, 
che governava con Licinio, continuò le sue feroci persecuzioni. Licinio alla fine riuscì a 
sconfiggere in Tracia Massimino e le persecuzioni anche in oriente cessarono. Licinio concesse a 
tutti i cristiani dell’impero d’oriente il diritto di costruire luoghi di culto e inoltre dispose che 
fossero loro restituite le proprietà che erano state confiscate. Le disposizioni furono esposte 
pubblicamente a Nicomedia in un rescritto il cui testo è diviso in dodici punti .. l’introduzione ..è:

Noi, dunque Costantino Augusto e Licinio Augusto, essendoci incontrati proficuamente a Milano e avendo discusso tutti gli argomenti relativi alla pubblica utilità e sicurezza, fra le disposizioni che vedevamo utili a molte persone o da mettere in atto fra le prime, abbiamo posto queste relative al culto della divinità affinché sia consentito ai Cristiani e a tutti gli altri la libertà di seguire la religione che ciascuno crede, affinché la divinità che sta in cielo, qualunque essa sia, a noi e a tutti i nostri sudditi dia pace e prosperità.»

La diarchia di Costantino e Licinio durò circa undici anni. Anni in cui i due imperatori 
governarono in pratica i due regni separati ognuno per proprio conto. La guerra fra i due era 
ormai imminente e nel 324 Costantino sconfisse Lacinio costringendolo a cedere il suo impero.
La storiografia tramanda come la guida spirituale di Costantino fu il vescovo Osio di Cordova.
Costantino emanò successivamente altri editti in favore dei cristiani che avevano l’obiettivo “di 
far confluire in un’unica forma e idea le credenze religiose di tutti i popoli… e di rivitalizzare e 
riequilibrare l’intero corpo dell’Impero, che giaceva in rovina come per l’effetto di una grave 
ferita”.
I provvedimenti religiosi emessi successivamente da Costantino furono:
-          Nel 321… stabilì che la domenica doveva essere riconosciuta anche dallo Stato come giorno festivo…”dies Solis”;
-          324… proibì magie e alcuni riti della religione tradizionale (la divinazione fatta nelle case); chiuse i templi e vietò che nei giochi circensi si sacrificassero i condannati a morte;
-          325… convocò e presidiò il Concilio di Nicea, primo concilio ecumenico;
-          326.. emanò una legge che proibiva l’adulterio e vietava di portare a casa le concubine. Inoltre stabilì che gli ebrei non potessero più convertire gli schiavi né praticare su di loro la circoncisione.
Con Costantino il clero assunse una posizione sociale di prestigio attirando le migliori 
intelligenze dell’impero. Non proibì il culto pagano e manifestò infatti il massimo rispetto verso i 
fedeli della vecchia religione cercando con loro il dialogo anche con le correnti pagane più 
estreme. Sapeva che i membri del senato avevano continuato a professare la vecchia religione e 
così decise di impostare una nuova politica senatoriale rivolta ad evitare l’insorgere di inevitabili 
contrasti tra cristiani e pagani.  Nel 315 il senato dedicò a Costantino un arco di trionfo, accanto 
al Colosseo,  e questo lascia immaginare come la linea politica e di condotta di Costantino abbia 
avuto un gran successo.
Particolare della porta laterale di sinistra del Duomo di Milano
L’Editto di Milano
Arrigo Minervi- scultore della prima metà del XX secolo

Alcuni resti dei palazzi imperiali di Milano
Qui venne  redatto l’Editto di Milano

Voltaire – Trattato sulla Tolleranza
Nel “Trattato sulla Tolleranza”, scritto da Voltaire nel 1793, il filosofo illuminista francese riflette su una vicenda di cronaca che ha visto mandare alla forca (su prove inconsistenti, fanaticamente religiose ed arbitrarie) un innocente padre di famiglia, Jean Calas, sospettato di aver ucciso il figlio per impedirgli di convertirsi al cattolicesimo. Molti anni dopo, la magistratura, rifatto il processo scevro da storture estremiste, scoprì che il giovane inquieto si era impiccato. Ma intanto il padre, la madre e le sorelle del giovane avevano subito la gogna pubblica.

I decreti teodosiani (emessi tra il 391 e il 392 da Teodosio I) avevano decretato la proibizione di 
ogni genere di culto pagano ed equiparato il sacrificare nei templi a un delitto di lesa maestà che 
era punibile con la pena di morte.
In realtà Teodosio all’inizio del suo regno (379 d.C.) insieme ai due Augusti, Graziano e 
Valentiniano II, promulgò nel 380 l’editto di Tessalonica con il quale il credo niceno (Concilio di 
Nicea) diventava la religione unica e obbligatoria dello Stato e per quanto riguarda Alessandria 
d’Egitto i decreti anti pagani furono quelli del 392 su descritti.

Socrate scolastico mise in evidenza nei suoi scritti che il vescovo Teofilo costrinse l’imperatore 
Teodosio ad emettere dei decreti per porre fine ad Alessandria degli antichi culti religiosi..” «per 
sollecitudine di Teofilo, l'imperatore ordinò di distruggere i templi degli elleni in Alessandria e 
questo avvenne per l'impegno dello stesso Teofilo”.
Il terribile vescovo Teofilo d’Alessandria mise subito in atto una serie di azioni contro il culto 
pagano.
Fu risparmiato il tempio di Dionisio che il vescovo ottenne in dono dall’imperatore per essere 
trasformato in una chiesa. Un altro tempo del passato, sempre ad Alessandria, il Cesareo ovvero 
il Tempio di Augusto, era stato trasformato in una cattedrale cristiana ed era diventato il luogo di 
culto più importante della comunità cristiana.
Gli elleni si opposero con forza alla distruzione del “Serapeo”. Era l’edificio più antico e 
prestigioso della città “«così adorno di atri con amplissimi colonnati, di statue che sembrano 
vive e d'opere d'arte di ogni genere, che nulla vi è sulla terra di più fastoso all'infuori 
del Campidoglio”. (Ammiano Marcellino- Antiochia di Siria, 330 d.C. : …400 d.C. – storico 
romano di età imperiale)
Oltre al culto di Giove Seapide, vi erano celebrati i culti di Iside e delle divinità egizie e vi erano 
custoditi il loro “misteri”.
Teofilo «fece tutto quello che era in suo potere per recare offesa ai misteri degli elleni» 
esponendo pubblicamente per dileggio gli oggetti di culto dei templi distrutti. Il gesto, da vero 
mafioso e da vescovo arrogante, provocò la giusta resistenza degli elleni «sconvolti dall'insolito e 
insospettato evento, non poterono starsene tranquilli e tramarono tra loro una cospirazione ai 
danni dei cristiani; dopo aver ucciso e ferito molti di loro, occuparono il tempio di Serapide”.
Il vescovo colpì anche la Biblioteca d’Alessandria e fu incendiata e distrutta dai monaci di Wadi 
el Naarum, fanatici e faziosi, guidati da un  “papas” a cui non mancavano risorse finanziarie e 
uomini.

Lo stesso imperatore, da Costantinopoli, appoggiò la comunità cristiana sollecitando gli elleni a 
convertirsi. Gli elleni abbandonarono il tempio che fu occupato dai vili cristiani. Il giorno prima 
della sua distruzione , Olimpio, l’ultimo sacerdote del Serapeo, fuggì in Italia.
Il tempio venne demolito dalle fondamenta ed Eunapio (Sardi-Asia Minore, 347.- 414 d.C; 
sofista, filosofo e storico greco)….” Lasciarono solo il pavimento e solo perché le pietre erano 
troppo pesanti…. Per zelo e solerzia di Teofilo, l’imperatore ordinò di distruggere i templi degli 
elleni in Alessandria e questo avvenne per impegno dello stesso Teofilo”.
Non si è a conoscenza di come Ipazia, doveva avere come età tra 20/40 anni, visse quei terribili 
momenti di scontro religiosi e nemmeno dei rapporti tra la stessa Ipazia e il vescovo Teofilo.
Sembra che Ipazia abbia avuto una sua maggiore notorietà successivamente a quegli 
avvenimenti. 


La sua affermazione e notorietà coincise con l’affermazione nell’impero orientale, del 
movimento politico e culturale degli elleni. Elleni che erano sostenitori della tradizionale cultura 
greca a prescindere da ogni religione cioè indipendentemente dalle singole adesioni a una 
particolare religione.
La loro ascesa subì un forte contraccolpo con l’avvento al potere di Pulcheria, nel 414. Ci furono 
successivamente dei momenti di rinvigorimento alterno del movimento fino al declino che 
avvenne verso la seconda metà del V secolo.
Il prestigioso di Ipazia ad Alessandria è strettamente culturale ma quella stessa eminente cultura  
fu per Ipazia l’acquisizione anche di un potere politico e quindi non soltanto culturale.
Socrate Scolastico , storico cristiano ortodosso,.. «Per la magnifica libertà di parola e di azione 
che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della 
città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua 
straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore 
reverenziale”(Socrate Scolastico, VII,15).
A distanza di un secolo il filosofo Damascio.. «era pronta e dialettica nei discorsi, accorta e 
politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente, e i 
capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da 
lei, come continuava ad avvenire anche ad Atene. Infatti, se lo stato reale della filosofia era in 
completa rovina, invece il suo nome sembrava ancora essere magnifico e degno di ammirazione 
per coloro che amministravano gli affari più importanti del governo”.

Teofilo “trionfa sul Serapeo”.

Teofilo morì il 15 ottobre 412 e fu ricordato come colui che “fece tutto quello che era in suo 
potere per recare offesa ai misteri degli elleni”.
Fu quindi innalzato al trono episcopale d’Alessandria d’Egitto…. il nipote Cirillo.. un uomo 
violento, autoritario che  ebbe, purtroppo, “molto più potere di quanto ne avesse avuto il suo 
predecessore” e “si accinse a rendere l'episcopato ancora più simile a un principato di quanto 
non fosse stato al tempo di Teofilo”….”la carica episcopale di Alessandria prese a dominare la 
cosa pubblica oltre il limite consentito all’ordine episcopale”.(Socrate Scolastico).
Perseguitò e tormentò i “Katharoi” (i “puri”, chiudendo loro le chiese e sequestrando i loro beni); 
i “messalliani” (asceti penitenti dediti alla povertà, dando fuoco ai loro conventi); gli ebrei 
(cacciandoli dalla città in cui erano la minoranza maggioritaria e dalle sinagoghe che diventarono 
chiese cristiane); i pagani (gli elleni che furono sterminati).. come faceva d’altra parte con i suoi 
amici/nemici cristiani ....condannò il vescovo siriano Nestorio e depose l’arcivescovo e teologo 
bizantino Giovanni Crisostomo), ecc….

Subito dopo le elezioni episcopali del 17 ottobre 412, Cirillo attuò subito la sua politica colpendo 
“per primis” gli “ortodossi” novaziani che fino a quel momento erano stati tollerati. Cirillo non 
fu impressionato dalla loro morale puritana e in aperto contrasto con il prefetto fece chiudere le 
loro chiese con la forza e li caccio dalla città. Andando contro le leggi imperiali il vescovo 
s’appropriò di tutti i loro beni, compreso il patrimonio privato del loro vescovo novaziano 
Teopempto
Esclamava ..”Oh follia…. Oh ignoranza, senno sconsiderato….. oh sproloquio da suocera, 
intelletto assopito, in grado solo di blaterare… gli eretici abbondano soltanto di invenzioni 
irreligiose…. Favole raccapriccianti…. Di pura stupidità…. Sono il culmine della malvagità… la 
loro gola è davvero una tomba spalancata…. Le loro labbra celano veleno di vipera….. 
Rinsavite, voi ebbri”

San Cirillo d'Alessandria

Cirillo perseguitò quindi i messaliani (Msallyane cioè coloro che pregano e per questo chiamati 
in greco “Euchiti”). Erano degli asceti penitenti dai capelli lunghi che provenivano soprattutto 
dagli strati più poveri della società. Si astenevano dal lavoro e nella povertà più assoluta si 
sacrificavano alla ricerca di Cristo. I messaliani interpretavano la fratellanza come comunità 
mista di uomini e donne, un interpretazione che diede molto fastidio ai cattolici, già condannati 
in precedenza, Cirillo decretò la loro fine ad Efeso, dove la loro dottrina e le loro pratiche 
vennero nuovamente condannate. Cirillo e molti altri cristiani parteciparono alla “caccia” dei 
messaliani. Il patriarca Attico di Costantinopoli (406 – 4259, elogiato da papa Leone I e venerato 
dalla chiesa greca come santo (8 febbraio e 11 ottobre),  incitò i vescovi di Panfilia a scacciare i 
messaliani come fossero dei topi o parassiti. Il patriarca Flaviano di Antiochia li fece cacciare 
prima da Edessa e poi da tutta la Siria. Il vescovo Amfilochio di Ikonium li perseguitò nella sua 
diocesi così come il vescovo Letoio di Melitene, che diede fuoco ai loro conventi.
Oreste, prefetto d’Alessandria, ..”s’indignò molto per l’accaduto e provò un gran dolore perché 
una città tanto importante era stata completamente svuotata di esseri umani”  ma per Cirillo 
era un “miscredente”… Insomma un vescovo che aveva una sua personale procedura di 
condotta… per chi non la pensava come lui bisogna ideare una soluzione finale

In una simile situazione fu inevitabile lo scontro tra il prefetto d’Alessandria, Oreste, che 
difendeva giustamente le proprie prerogative, e il vescovo Cirillo che  assunse poteri che non gli 
spettavano.
Oreste era il “praefectus augustalis Alexandreae et Aegypti” cioè il governatore della provincia 
romana d’Egitto che era stato scelto nella carica direttamente dall’imperatore e a cui, senza 
intermediari, rendeva conto e aveva inoltre “l’imperium militiae” cioè il comando sulle truppe 
cittadine. Anche il vescovo aveva la sua milizia……. I parabolani e gli esaltati sostenitori 
alessandrini. Nacque inevitabilmente un conflitto politico, d’interessi anche se «Cirillo e i suoi 
sostenitori tentarono di occultarne la vera natura e di porre la questione nei termini di una lotta 
religiosa riproponendo lo spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo”.
Nel 414 durante un’assemblea popolare alcuni ebrei denunciarono al prefetto Oreste il 
comportamento provocatorio del “maestro  di grammatica Ierace”, sostenitore del vescovo 
Cirillo…. Maestro Ierace che era conosciuto come “il più attivo nel suscitare gli applausi nelle 
adunanze in cui il vescovo insegnava”. Giovanni di Nikiu, vescovo copto, definì Ierace “un 
cristiano che possedeva comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare i pagani”,

Ierace fu arrestato e torturato e la reazione di Cirillo non si fece attendere. Per prima cosa 
minacciò la comunità ebraica…. E naturalmente gli ebrei non si fecero intimidire massacrando 
un certo numero di cristiani.  Il contrasto fra le due comunità non fu solo religioso ma anche 
economico perché era in gioco il monopolio dei trasporti marittimi che l’imperatore aveva 
concesso ad entrambe le comunità che così si ritrovarono l’una contro l’altra. La reazione di 
Cirillo, dopo aver causato la diatriba, fu durissima: l’intera comunità ebraica fu cacciata dalla 
città, i loro averi furono confiscati e le sinagoghe distrutte…. Cirillo ottenne quello che 
desiderava… un perfetto ingannatore e gli ebrei caddero nella sua trappola ben costruita.. come 
la tela di un ragno pronta ad attendere che qualche insetto vi finisca..
«Oreste, prefetto di Alessandria, s'indignò molto per l'accaduto e provò un gran dolore perché 
una città tanto importante era stata completamente svuotata di esseri umani” ma, purtroppo, non 
potè prendere dei provvedimenti contro Cirillo perché con la costituzione del 4 febbraio 384 il 
clero era soggetto al solo foro ecclesiastico……..


San Cirillo d’Alessandria
Cirillo negava agli ebrei “ogni comprensione per il mistero” del cristianesimo… parlava della 
loro “ignoranza” e della loro “malattia”.. li chiamava “spiritualmente accecati”… “uccisori del 
Signore” e suoi “crocifissori”… e nei suoi scritti li trattava “ancora peggio… dei pagani” 
(Jouassard).
Cirillo non li colpi solo letterariamente ma anche nei fatti.
Nel 414 s’era infatti impadronito  di tutte le sinagoghe d’Egitto per trasformarle in chiese 
cristiane ed anche in Palestina monaci fanatici distruggevano le sinagoghe...
Ad Alessandria d’Egitto vivevano molti ebrei e Cirillo convocò i loro rappresentanti accusandoli 
del fatto che da parte ebraica fossero stati commessi atti orribili. Un avvenimento che secondo le 
fonti non fu dato per certo ma nemmeno smentito.
In ogni caso, il grande Santo della chiesa… senza alcun diritto… fece assalire e distruggere le 
sinagoghe da un’enorme folla, guidata dai monaci parabolani… una vera e propria azione di 
guerra dove più di 100.000 ebrei, forse 200.000 furono cacciati, facendo rapina dei loro beni…. 
Ma non solo.. donne e bambini furono lasciati senza cibo e senza averi. L’espulsione fu totale.. lo 
sterminio della comunità ebraica alessandrina, la più numerosa della diaspora, che esisteva da più 
di 700 anni, fu la “prima soluzione finale” della storia della chiesa.
Gli ebrei che dal tempo di Alessandro il Macedone abitavano Alessandria dovettero emigrare, 
spogliati dei loro beni e si dispersero…
Oreste, com’era nei suoi poteri si rivolse all’imperatore e rifiutò i tentativi di accomodamento del 
vescovo alessandrino perché la soluzione del problema era svanita nel nulla…. la città era stata 
svuotata .
La “Biblioteca dei Padri della Chiesa” (1935) riporta che “è possibile che il comportamento di 
Cirillo non sia stato propriamente riguardoso o del tutto privo di violenza”.
Cacciati gli ebrei, Cirillo cercò di affrontare la seconda soluzione finale…. rendere inoffensivo 
Oreste o meglio… eliminarlo anche con sicari….i parabolani.
Giovanni di Nikiu riferì come Oreste fosse un cristiano anche se “aveva smesso di andare in 
chiesa, com’era in precedenza sua abitudine”.. 

Ormai in città era presente uno scontro giurisdizionale tra il prefetto e il vescovo e dai monti 
della Nitria scesero in città, a sostegno di “Cirillo” un gran numero di monaci detti “parabolani”.
Monaci alquanto strani… in quanto membri di una setta che nella Chiesa delle origini si 
dedicavano sotto giuramento alla cura dei malati, specie gli appestati, e alla sepoltura dei morti, 
sperando così di morire per Cristo….. bello ideale ma solo in teoria…..
Quindi formalmente potrebbero essere indicati come degli infermieri ma nella realtà «di fatto 
costituivano un vero e proprio corpo di polizia che i vescovi di Alessandria usavano per 
mantenere nelle città il loro ordine”.
“Usciti in numero di circa cinquecento dai monasteri e raggiunta la città, si appostarono per 
sorprendere il prefetto mentre passava sul carro. Accostatisi a lui, lo chiamavano sacrificatore 
ed elleno, e gli gridavano conto molti altri insulti. Egli allora, sospettando un’insidia da parte di 
Cirillo, proclamò di essere cristiano e di essere stato battezzato dal vescovo Attico. Ma i monaci 
non badavano a ciò che veniva detto e uno di loro, di nome Ammonio, colpì Oreste sulla testa 
con una pietra”.

I cittadini di Alessandria accorsero in aiuto del prefetto riuscendo a disperdere i vili monaci 
parabolani, senza il loro intervento probabilmente il prefetto sarebbe stato ucciso. Ammonio fu 
catturato e condotto in prefettura al cospetto di Oreste.
«Questi, rispondendo alla sua provocazione pubblicamente con un processo secondo le leggi, 
spinse a tal punto la tortura da farlo morire. Non molto tempo dopo rese noti questi fatti ai 
governanti. Ma Cirillo fece pervenire all'imperatore la versione opposta».
Il vile Cirillo organizzò dei sontuosi funerali … fece collocare la salma di Ammonio in una 
chiesa e gli cambiò il nome in “Thaumasios” (“ammirevole”)…. lo elevò al rango di martire… 
come se fosse morto per difendere la sua fede…… molti fonti citano che addirittura non fosse 
nemmeno cristiano... la chiesa ebbe un altro assassino come martire…Sant’Ammonio che sa 
tanto di veleno…..
«Ma chi aveva senno, anche se cristiano, non approvò l'intrigo di Cirillo. Sapeva, infatti, che 
Ammonio era stato punito per la sua temerarietà e non era morto sotto le torture percostringerlo 
a negare Cristo». Infatti, lo stesso Cirillo «si adoperò per far dimenticare al più presto 
l'accaduto con il silenzio».  Fu quindi costretto a modificare i suoi piani….
Un vero folle… questo Cirillo… il 3 febbraio portò la sua truppa d’assalto di parabolani, che era 
stata ridotta da una precisa disposizione imperiale  del 5 ottobre da 500 unità a 416, a ben 600 
unità.

Ipazia

Il contesto storico in cui sta per concludersi la vita di Ipazia era ormai contraddistinto dal 
conflitto tra il prefetto Oreste e Cirillo. Gli storici cristiani non mancano e accusano Ipazia, non 
si sa come, di essere addirittura la causa del conflitto tra i due personaggi… Ipazia sarebbe 
quindi stata diffamata e accusata con calunnia dai cristiani…
Il prefetto Oreste  accettava “ gli intenti dei discepoli di Ipazia”  e criticava il comportamento 
del vescovo Cirillo  che considerava Ipazia “un affronto”.. ma Oreste aggiunse anche che 
provava un certo timore perché “conosceva bene gli uomini che si agitano con il nome di 
cristiani e li teme”.
Lo storico romano Ammiano Marcellino (Antiochia di Siria, 330 – Roma, 400 circa) ricordò da 
pagano e senza animosità, da storico, la “setta” dei cristiani appena uscita dalle persecuzioni…. 
“Non ci sono belve tanto infeste agli uomini da essere più dei cristiani addirittura esiziali a se 
stessi” (Res Gestae, XXII, cap. 5 par. 4 - N]ullas infestas hominibus bestias, ut sunt sibi ferales 
plerique Christianorum expertus.

Socrate Scolastico, come detto “Storico della Chiesa” affermò che Ipazia «s'incontrava alquanto 
di frequente con Oreste, l'invidia mise in giro una calunnia su di lei presso il popolo della chiesa, 
e cioè che fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo».!!!!!!!!!!!!!!!!!!
La filosofa pagana faceva di tutto per impedire che il prefetto Oreste si rappacificasse con il 
vescovo e in che modo ? Facendo la magia  .. I sostenitori di Cirillo,  credevano in questa 
accusa ingiustificata, perché l’imputazione di magia comportava la pena di morte per il codice di 
Teodosio I. La persecuzione religiosa contro i pagani era quasi sempre mascherata dal crimine di 
magia dove il popolino era convinto di farsi giustizia da solo.

Lo stesso Socrate Scolastico affermò che “Ftonos personificato si levò in armi contro di 
lei…”.Ftonos era il demone dell’invidia e della gelosia che genera la sofferenza fatta nascere non 
solo dall’errore umano quanto piuttosto da un sovrapporsi di questo con l’invidia degli dei 
che scombina ogni progetto deliberato.
E poi non poteva mancare anche la cronaca di Giovanni … per fortuna non il Santo ma Giovanni 
di Nikiu, un vescovo copto molto attivo ad Alessandria nel VII secolo secondo cui Ipazia era 
……”una strega”…….!!!!!!!!!!!!!!!! Una versione di cui molti cattolici ancora oggi sono 
convinti.
«In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si 
dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte 
persone con stratagemmi satanici. Il governatore della città l'onorò esageratamente perché lei 
l'aveva sedotto con le sue arti magiche. Il governatore cessò di frequentare la chiesa come era 
stato suo costume. Ad eccezione di una volta in circostanze pericolose. E non solo fece questo, 
ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli in casa sua».
Marzo dell’anno 415, si festeggiava la quaresima…. «un gruppo di cristiani «dall'animo 
surriscaldato, guidati da un predicatore di nome Pietro il Lettore, si misero d'accordo e si 
appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno a casa. Tiratala giù dal carro, la 
trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la 
uccisero usando dei cocci aguzzi di conchiglie. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a 
membro, trasportati i brandelli del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia 
bruciandoli. Questo procurò non poco biasimo a Cirillo e alla chiesa di Alessandria. Infatti 
stragi, lotte e azioni simili a queste sono del tutto estranee a coloro che meditano le parole di 
Cristo”. (Socrate Scolastico, VII,15).
«Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un 
credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna 
pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi. Quando 
trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un'alta sedia. 
Avendola fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. 
Questo accadde nei giorni del digiuno. Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le 
strade della città finché lei morì. E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il 
suo corpo. E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' 
perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città.» (Giovanni di Nikiu..Cronaca)


 Un’altra versione ci fu lasciata dal filosofo pagano Damascio che si recò ad Alessandria d’Egitto 
nel 485 circa settant’anni dopo l’eccidio. Rilevò che nella città era ancora “vivo e denso di affetto 
il ricordo dell’antica maestra nella mente e nelle parole degli alessandrini”,
Il filosofo entrò a fare parte della scuola di Atene e scrisse una biografia su Ipazia raccontando 
anche la sua morte. Sostenne la responsabilità di Cirillo nell’omicidio e in modo più esplicito 
rispetto a Socrate Scolastico che era un cattolico…: accadde che il vescovo, vedendo la gran 
quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, «si rose a tal punto nell'anima che tramò 
la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più 
empia». 

“Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione, passò presso la casa di 
Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta. Alcuni stavano 
arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano. Quando lui chiese perché c’era là una tale folla 
ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il 
filosofo e che lei stava per salutarli. Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia 
che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio 
che potesse immaginare”.
 Anche Damascio rievoca la brutalità dell'omicidio: «una massa enorme di uomini brutali, 
veramente malvagi [...] uccise la filosofa [...] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli 
occhi».

“Un giorno che Ipazia come suo solito tornava a casa da una delle sue pubbliche apparizioni, le 
piombò improvvisamente addosso una moltitudine di uomini imbestialiti. Questi veri sciagurati, 
incuranti della vendetta dei numi e degli umani, massacrarono la filosofa. E mentre ancora 
respirava un po’ le cavarono gli occhi. Fu una macchia enorme, un abominio per la loro città. E 
l’ira dell’imperatore si sarebbe abbattuta violentissima su di loro, se Edesio non fosse stato 
corrotto, così da sottrarre i macellai alla loro pena”.

La morte di Ipazia (C.W. Mitchell, 1885)
Filostorgio, contemporaneo agli avvenimenti, affermò..”la donna fu fatta a brandelli per mano di 
quanti professavano la consustanzialità” e
Giovanni Malala…”avuta licenza dal loro vescovo, gli alessandrini massacrarono e bruciarono 
Ipazia”..un avvocato cristiano contemporaneo, vicino alla Corte di Costantinopoli, che era 
disturbato e disgustato dalla chiesa di Cirillo.


Perché la casa di Ipazia era così frequentata da gente ?
Probabilmente Ipazia nella propria abitazione svolgeva culti misterici neoplatonici che erano 
parte integrante del suo ricco insegnamento. La filosofia neoplatonica  si basava 
sull’insegnamento pubblico (demosia) e anche riunioni private (idia) dove si realizzava una 
dimensione esoterica. Nelle sue riunioni Ipazia avrebbe offerto uno spazio all’elitè pagana della 
città.
In definitiva l’omicidio di Ipazia era un esplicito avvertimento ai pagani , che ancora occupavano 
alcuni posti importanti nell’amministrazione della città, e che tentavano di mantenere in vita la 
cultura ellenica…. Un avvertimento di tipo mafioso … e Cirillo era l’esponente di quella frangia 
mafiosa..

Dopo l’uccisione di Ipazia fu aperta un’inchiesta .
A Costantinopoli regnava Elia Pulcheria, sorella del minorenne (12 anni) Teodosio II (408 – 450) 
e che era vicina alle posizioni del vescovo Cirillo e come il vescovo fu anch’essa dichiara Santa 
dalla Chiesa. (Elia Pulcheria era una cristiana devota e aveva fatto voto di castità).
Il caso fu archiviato… e non poteva essere altrimenti… a seguito della corruzione di alcuni 
funzionati imperiali.
Lo stesso Socrate Scolastico obiettivamente affermò che la Corte imperiale fu corresponsabile 
della morte di Ipazia. Non intervenne malgrado le continue sollecitazioni del prefetto Oreste che 
cercavano di porre fine ai disordini precedenti l’omicidio.
L’indignazione del prefetto Oreste riuscì ad ottenere solo l’ira dell’imperatore, il dodicenne 
Teodosio II, che  colpì “violentissima” gli assassini. per il resto, come già detto,  gli assassini 
restarono liberi sia perché protetti dal vescovo Cirillo sia perchè favoriti dalla corruzione di 
Edesio e dalla devozione di Pulcheria per lo stesso vescovo.
.
Cirillo non scontò quindi alcuna pena per l’uccisione di Ipazia mentre il suo monofisismo, 
l’eresia basata sulle sue dottrine, venne condannato a Calcedonia nel 451.
La storia se ha assolto il vescovo sul piano giudiziario, non l’ha fatto su piano politico e 
soprattutto morale perché Ipazia fu elevata a una delle donne più eminenti di tutti i tempi…


Ma chi erano i parabolani  che portarono a compimento l’orrendo sacrificio di Ipazia ?
Era un corpo di barellieri ed infermieri che in realtà costituivano la guardia privata di Cirillo. Si 
definivano cristiani ma non avevano né ordini, né voti ma erano elencati nel clero e godevano 
quindi dei privilegi e delle immunità del clero.
La loro presenza nei luoghi pubblici e nei teatri era vietata dalla legge. Spesso manifestarono un 
ruolo attivo nelle controversie ecclesiastiche come nel Concilio di Efeso dove bastonarono 
diversi vescovi che avrebbero potuto opporsi al loro vescovo.
Ai parabolani sono riferite due leggi imperiali del 416 e del 418 e  furono accennati negli atti del 
Concilio di Calcedonia dove erano presenti accanto al vescovo Dioscuro Patriarca di Alessandria.
Un fugace accenno contenuto in un papiro egiziano del’ 600 come “gruppo collettivo”.  Le 
citazioni, piuttosto rare, non riportano alcun  nome di parabolano.
La legge del 416, scritta in seguito alle lamentele avanzate da un gruppo di alessandrini, cita lo 
stato intimidatorio e le violenze esercitate dai parabolani. La legge del 418 fu decisamente 
restrittiva nei confronti dei parabolani. Il loro numero venne limitato a 500, non potevano essere 
presenti a eventi pubblici e venivano di fatto commissariati al magistrato imperiale, cioè al 
prefetto augustale
Eunapio.. sui parabolani….”ma non erano neppure uomini, se non in apparenza perché facevano 
la vita dei porci e compivano apertamente e assecondavano crimini innumerevoli e 
innominabili”.
(Sono i partigiani del Vescovo di Alessandria il quale ben sa, perché in gioventù faceva parte di 
questa setta di monaci, che basta lasciarli sfogare)

Quando Cirillo morì,  tutto l’Egitto tirò un sospiro di sollievo. Un sospiro di sollievo che fu 
testimoniato da una lettera, forse apocrifa, inviata al padre della chiesa Teodoreto di Cirro 
(Antiochia di Siria, 393 – Cirro (Turchia) 457: vescovo sirio e fu considerato l’ultimo grande 
teologo cristiano della Scuola di Antiochia. Amico di Nestorio, pur non condividendo le sue 
dottrine, e avversario di Cirillo d’Alessandria): “Finalmente, finalmente è morto quest’uomo 
terribile. Il suo congedo rallegra i sopravvissuti ma sicuramente affliggerà i morti”.

Nel Concilio di Costantinopoli II del 553 d.C., il papa Vigilio non era presente (era stato messo a 
domicilio coatto e poi scomunicato, alla fine lasciato a Roma). Al suo posto Eustichio presiedette 
il sinodo e decretò: “Cirillo che è tra i santi, quello che ha predicato la retta fede dei cristiani”.
Nel 1882 il terribile Cirillo vescovo, fu proclamato Santo e Dottore della Chiesa, “dottore 
dell’Incarnazione” da Papa Leone XIII e lo riaffermò, a più di un secolo di distanza, Joseph 
Ratzinger..”seguendo le tracce dei Padri della Chiesa, incontriamo una grande figura: San 
Cirillo di Alessandria…. Fu più tardi definito custode dell’esattezza – da intendersi come 
custode della vera fede – e addirittura sigillo dei Padri” (Benedetto XVI, Udienza Generale 
Piazza San Pietro – Mercoledì 3 ottobre 2007).
Il cattolicesimo lo ha proclamato Dottore della Chiesa solo a oltre un millennio di distanza e da 
parte di un papa che non brillava certo per tolleranza e carità, seguito da un altro pontefice a noi 
più vicino, Benedetto XVI che è un grande teologo,  e che probabilmente conosceva di Cirillo 
solo gli scritti dottrinali e non la sua vita violenta e ricca di soprusi e angherie.

Il Ricrodo di Ipazia negli storici e letterali
Ipazia venne ricordata anche nei secoli successivi da grandi storici e letterati.. tranne che nei libri 
di storia…..
Voltaire  sottolineò come la sua morte fu “un eccesso di fanatismo”..
L’Italiano Vincenzo Monti la ricorderà nei suoi versi..
La voce alzate, o secoli caduti
Gridi l’Africa all’Asia e l’innocente,
Ombra d’Ipazia il grido orrendo aiuti”

L’irlandese John Toland nel 1720 ..”Ipazia, la storia di una Dama assai bella, assai virtuosa, 
assai istruita e perfetta sotto ogni riguardo, che venne fatta a pezzi dal Clero d’Alessandria per 
compiacere l’Orgoglio, l’Emulazione e la Crudeltà del loro Vescovo, comunemente ma 
immeritatamente denominato Santo Cirillo”.
I protestanti nel Settecento ricordarono anche loro la filosofa. Gibbon nel “Decline and Fall” 
criticò il vescovo di Alessandria..”Ipazia fu disumanamente macellata dalle nudi mani di Pietro 
il Lettore e da quelle di una ciurma di selvaggi e implacabili fanatici… ma l’assassino di Ipazia 
impresse un marchio indelebile sul carattere della religione di Cirillo d’Alessandria”.
Con la Controriforma cattolica si cercò, naturalmente, di mostrare gli eventi in maniera 
decisamente diversa… non poteva essere altrimenti.. mettendo in discussione l’attendibilità delle 
fonti… tante e anche di cattolici e  che “Cirillo si deve ritenere pienamente di ogni colpa 
giustificato da ogni buon credente per essere stato fatto santo dalla chiesa”.
La marchesa Diodata Saluzzo Roero, membro dell’Accademia Torinese delle Scienze e 
dell’Arcadia, nel 1827 presentò Ipazia come martire cristiana..
“ Languida rosa sul reciso stelo.
Nel sangue immersa la vergin giace
Avvolta a mezzo nel suo bianco velo
Soavissimamente sorridea
Condonatrice de l’altrui delitto
Mentre il gran segno redentor stringea”

Lo studioso Karl Heinrich Johannes Geffcken, (Berlino, 1861- Rostock, 1935: filologo classico 
tedesco), malgrado la sua imparzialità e la vana ricerca degli aspetti del bene,  per Cirillo priva 
soltanto ribrezzo..”fanatismo senza vera, brillante passione, erudizione senza profondità, zelo 
senza una vera e propria fede, grossolana litigiosità senza esercizio dialettico e infine nessuna 
sincerità nella lotta..”
Mario Luzi le ha dedicato un poemetto drammatico ”Il libro di Ipazia” (1978)
e lì la finirono.
Lì agonizzò sul pavimento del tempio.
le stracciarono le vesti e le carni, la spinsero nella chiesa di Cristo,
Ebbene, parlava nell’agorà a molta gente.
E poi fecero a brani quelle membra
Parlava di Dio presente e l’ascoltavano in silenzio, con stupore, seguaci e avversari.
Ma irruppe un’orda fanatica, mani e mani le s’avventarono contro le stracciarono le vesti e le carni, la spinsero nella chiesa di Cristo, e lì la finirono.

Lì agonizzò sul pavimento del tempio. E poi fecero a brani quelle membra



Questa la sorte della prima donna scienziata della storia che preferì, come donna, all’essere sposa 
e madre, rimanere “sposa della verità”.
Un figura a cui i libri di filosofia dedicano solo poche righe… in un silenzio che fa riflettere… 
Un fatto drammatico, storico, realmente accaduto che supera i secoli ed il tempo per parlare ai 
contemporanei sulla diversità… sull’integrazione…sul rispetto. Un avvenimento che non era 
finito con l’essere accaduto perché immesso nella continua vita del mondo. 
Un mondo, quello di Ipazia, in cui la forza della ragione si sgretola davanti alle sacre scritture. 
Per lei non c’è più posto con il suo sapere perché accusata di empietà per le sue teorie 
astronomiche che contraddicono i dogmi dei libri sacri. Non piega la sua libertà di pensare e 
dubitare alle credenze imposte proprio dai dogmi dei libri sacri ed è anche una donna in grado di 
insegnare la saggezza dell’agire politico agli uomini.
Una donna che Raffaello ritrasse nel suo bellissimo dipinto la “Scuola di Atene” tra i filosofi 
della storia anche se la critica non è concorde, non poteva essere altrimenti essendo una donna, e 
che si trova per ironia della sorte nel cuore del Vaticano.

A fianco di Parmenide c’è una figura  dai tratti quasi angelici, con un drappeggio banco e con lo sguardo
rivolto verso lo spettatore.  Questa figura  ha una sua identificazione che è alquanto controversa.
L’ipotesi più accettata riguarda l’identificazione del personaggio con
Francesco Maria della Rovere, duca di Urbino e nipote del papa Giulio II.
All’epoca del dipinto il duca si trovava a Roma e probabilmente il Raffaello in quel periodo era ai
suoi servigi forse per la commissione di alcuni dipinti.
Il quadro fu forse commissionato dal duca ?
Per il critico d’arte Giovanni Reale la figura dovrebbe essere identificata con l’efebo greco cioè
il concetto della “bellezza/bontà” la Kalokagathia (nella cultura greca del V secolo a.C.
rappresentava l’ideale di perfezione fisica e morale dell’individuo).
Per i critici d’arte l’identificazione della figura con Ipazia, (matematica e filosofa del IV –V secolo a.C.)
Non è accompagnata da nessuna fonte o saggio critico attendibile. Tuttavia negli ultimi anni
più volte è stata presa in considerazione la possibile identificazione della figura del quadro con Ipazia.




Teneva lezioni di filosofia ed ebbe il grande merito di fare rivivere la filosofia nelle strade, 
insegnandola a chiunque lo desiderassero. L’amore con cui condivideva il suo sapere le creò tra 
la gente una grande ammirazione e anche le massime cariche politiche la ritennero saggia e 
degna di essere ascoltata.
Insegnava a pensare perchà la filosofia è  figlia della realtà del mondo… Damascio diceva che 
“la donna, gettatosi addosso il mantello e facendo le sue uscite in mezzo alla città, spiegava 
pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro 
filosofo”.
Proprio per la sua cultura e per il suo desiderio di comunicazione, godeva di una posizione 
sociale che era inusuale nel mondo greco. La sua libertà di parola e di pensiero la poneva in 
modo sapiente davanti alle autorità e alla comunità e per lei non era motivo di vergogna, dati i 
tempi, stare in mezzo a uomini di cui godeva il massimo rispetto.
Grazie ai cristiani del suo corpo martoriato non rimase nulla nemmeno un iscrizione sepolcrale a 
ricordarla.
Nella cultura greca la sepoltura  era sacra. Antigone eroina della tragedia di Sofocle diede la sua 
vita in cambio di un onorata sepoltura al fratello Polinice; Achille concesse una tregua ai Troiani 
per seppellire il loro eroe Ettore morto valorosamente in battaglia…
Ipazia voce della ragione.. nemica di ogni dogmatismo dove per lei era un continuo dubitare si sé 
e della vita come continua ricerca della verità delle cose. L’anima stessa è per natura inquieta, 
non può stare in pace, scalpita proprio come i cavalli della biga di Platone. ..una bellissima 
metafora per indicare il cammino dell’anima umana verso la conoscenza.
La filosofia deriva da “phileo” che significa amare.. lo stesso amore che Ipazia comunicava ai 
suoi discepoli, a  prescindere dalle loro religioni. Le sue lezioni erano aperte a tutti, pagani e 
cristiani. Uno dei suoi allievi, Sinesio, che ha tramandato importanti testimonianze sulla filosofa, 
diventò in seguito vescovo di Cirene.
Ipazia e Sinesio furono legati da una vera e profonda amicizia come si evince dall’Epistolario di 
Sinesio. Un epistolario costituito da 156 lettere e in particolare dalle missive (LXXIV, LXXXI, 
CXLV, CXLVI, CXLVII, Cl, CLI) che furono indirizzate ad Ipazia definita “ maestra di 
filosofia”.
Da queste lettere emerge in modo chiaro l’ammirazione al limite della venerazione che il 
vescovo di Cirene nutriva per la filosofa e i toni di racconto misti a tenerezza affettuosa con la 
quale a lei si rivolgeva ….”tra i beni che non possono essere tolti io conto te, con la virtù”(CLI)
…”Se nell’erebo affonda in oblio dei morti la vita io però laggiù potrò ricordarmi almeno della 
cara Ipazia”(CXLV)….”Ora tra i mali che mi sono toccati, privo dei figli, gli amici…. Sono 
privo anche della tua divinissima anima, la sola cosa che avevo sperato mi rimanesse per 
sopportare i capricci della sorte e i raggiri del fato..”(CXLVII).

Sinesio, miniatura

Sinesio  eletto vescovo di Tolemaide, città della Cirenaica, con capitale Cirene, visse un profondo 
disagio culturale nel passaggio dal neoplatonismo di Plotino,  seguito da Ipazia, al cristianesimo 
dopo l’editto di Milano. Studioso di scienza, matematica e anche d’alchimia, aveva aderito alle 
idee di Plotino facendole la base della sua religione.
Una dottrina con un forte desiderio di Dio, un percorso graduale verso la contemplazione e 
l’estasi, che doveva svolgersi in un progressivo distacco dalla materia. Un ripercorrere in salita il 
cammino che l’anima ha compiuto quando fu colpita dalla materialità della terra assorbendone i 
vizi e i difetti. Il neoplatonismo non conosceva l'umiltà, la povertà e la carità del vero cristiano e 
Sinesio si rendeva conto di i concetti del cristianesimo non erano suoi.
Infatti in una lettera inviata al fratello, nel 410 anno della sua elezione, si dichiarava 
completamente incapace di adeguarsi e quindi di seguire, la santità del ministero. Tra gli ostacoli, 
che elenca nella lettera,  riconosce una certa pigrizia, l’amore per la moglie, l’inclinazione per il 
raccoglimento e lo studio, l’affetto per i cavalli e i suoi amatissimi cani.  Una vera e forte 
confessione di un uomo di fronte all’incapacità morale di accettare elementi di carattere 
dottrinario: “chiamato all’episcopato non fingerò di credere in dogmi in cui non credo…”.
Avrebbe potuto rifiutare la carica ? forse…. Era nato nel 370 d.C. da una ricca famiglia di Cirene 
e  apparteneva alla classe dei “Curiales” cioè una carica obbligatoria ed ereditaria. Una carica che 
era riconosciuta dal Codice Teodosiano in ben 117 decreti e ne formulava i doveri e il divieto di 
rifiutare la carica. Era un vero amministratore non retribuito che doveva provvedere spesso, con 
le proprie risorse finanziarie, alla manutenzione delle opere pubbliche, all’esazione delle 
imposte, alla giustizia ed alla difesa. E proprio nella difesa dell’area più fertile dell’Africa, di 
antica cultura greca, e formata da cinque grandi città (Pentapoli). Sinesio diede una grande prova 
di coraggio ed autorità. Il territorio era infestato da continui attacchi di nomadi provenienti 
dall’interno (Berberi ?) che colpivano con frequenti attacchi le città e i villaggi. Devastavano le 
proprietà, catturavano donne e bambini…”non li chiamerei neppure nemici ma ladroni, banditi e, 
se esiste, userei un termine ancor più abbietto”  scriveva al fratello.
(Alcune lettere di Sant’Agostino trovate casualmente nella Bibliotheque Nationale di Parigi, 
rilevano la sollecitudine del Santo e vescovo d’Ippona per quegli sventurati che, “catturati e 
rinchiusi nella stiva delle navi, rischiavano d’esser venduti schiavi nei mercati d’oltremare, nella 
totale impotenza della polizia imperiale”.
“Tutta la provincia, à avviluppata dai barbari come da una rete… are e sepolcri sono violati, 
chiese distrutte, altari usati per la mensa, vaselammi sacri per usi demoniaci…” (Sinesio, 
Operetta “Catastasis”).

 In vari  passi del suo Epistolario Sinesio la indica con i termini di “maestra di filosofia”, “beata 
signora”, “Madre, sorella e maestra” e nel suo ultimo dialogo… “Per te.. che mi sei più cara 
degli occhi”.
Nella lettera CXLIX indirizzata ad Asclepio, Sinesio descrive Ipazia nel pieno della sua lezione, 
descrivendola con un aspetto di luminosità.. ”in quelle occasioni l’aspetto di lei, sempre grave e 
verecondo, appare come trasfigurato, non altrimenti che una viva luce dall’alto la illuminasse 
sul viso dinanzi ai nostri occhi” e la definisce, ancora una volta, “guida dei sacerdoti di 
filosofia”.
I suoi discepoli “la vedono quasi fosse ad immediato contatto con qualcosa di misterioso e di 
soprannaturale e la ammirano muti ed incantati”
Sinesio, l’attento alunno di Ipazia e Vescovo di Cirene, morì nel 413 d.C., due anni prima di 
Ipazia, non vide quindi la tragica fine della sua “maestra di vita” e l’ultima sua lettera…Detto 
questa lettera dal letto dove giaccio… possa tu riceverla in buona salute, madre, sorella, 
maestra… la mia debolezza dipende da ragioni psichiche.. il ricordo dei figli che non sono più 
mi consuma….”
Tutto era crollato intorno a lui… l’Europa invasa, il suo paese, la Libia, devastato…”respiro 
un’aria inquinata dalla putrefazione dei cadaveri… il cielo è coperto dalla fosca ombra degli 
uccelli da preda; eppure, anche in questo stato, amo la mia patria. E che altro protei, Libico 
quale sono, nato qui, avendo sotto gli occhi le tombe dei miei antenati ?”
Forse negli ultimi istanti, nella città di Ippona assediata,  ripetè dentro di sé le parole del filosofo 
Plotino. Parole che avevano pronunciato Ipazia e da Sant’Agostino, quando si trovava nella sua 
città di Ippona assediata,..”il saggio non si sgomenta se cadono colonne e travi; poiché la Ciità 
non è fatta di mura, è fatta di cittadini…”.

Nessuno, esluso Sinesio, dopo la morte di Ipazia si dichiarerà suo  allievo. Il discepolo Paulisa 
fuggirà in India portandovi le ultime scoperte di trigonometria e astronomia.
Le cause affondavano nella paura… comunicare le idee di Ipazia significava scontrarsi con 
Cirillo, dottore e santo della Chiesa perché temeva che gli insegnamenti di una donna così 
sapiente potessero turbare l’equilibrio della neonata religione dell’impero. Un equilibrio costruito 
sul dominio, sulla violenza e sull’imposizione… e fu così che i suoi alunni rimasero in silenzio 
per quasi trent’anni.
Uccisa nel corpo e nel pensiero, di lei purtroppo non rimase nulla.. gli storici Socrate Scolastico e 
Filostorgio, sfidando le vecchie autorità religiose ancora in carica, responsabili del suo 
assassinio, scrissero di lei dopo quasi vent’anni dalla sua morte … ed è grazie a loro che oggi è 
possibile ancora ricordarla.

Il suo assassinio deve fare riflettere su tematiche attuali e scomode, quali la tolleranza, 
l’accoglienza del diverso, il rispetto della libertà di pensiero, di credo religioso e di parola, in 
opposizione alla violenza ideologica e religiosa, contro l’imposizione di un pensiero unico di 
qualsiasi tipo o provenienza.
Ipazia martire della ragione….dopo di lei toccherà a Giovanna d’Arco e alle streghe guaritrici. 
Nel Canton Ticino Carlo Borromeo presenziò, tra il 1565 e il 1583, a processi ed esecuzioni 
sommaria di centinaia di “fattucchiere”,,, sarà poi la volta dei protestanti che manderanno sul 
rogo nel 1589 a Quedlinburg ben 133 “streghe” e altre 300 a Ellwaangen….


Pallada, detto il Meteoro, poeta e grammatico greco antico, vissuto tra la seconda metà del IV secolo e l’inizio del V secolo, ad Alessandria d’Egitto scrisse una poesia dedicata ad Ipazia
(Pallada, Antologia Palatina, IX, 400);

Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole, vedendo la casa astrale della Vergine, infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura

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Non mancheranno racconti…
Ci sarà chi rappresenta al meglio la scena del delitto di Ipazia
e farà scempio di lei una seconda volta…




IL  PENSIERO  FILOSOFICO
Come abbiamo visto furono la matematica, l’astronomia e la filosofia gli ambiti di studio di 
Ipazia. Le uniche testimonianze di studio ci furono lasciati dal suo allievo Sinesio.


Ipazia portò, grazie alle sue conoscenze scientifiche, dei miglioramenti a degli strumenti 
importanti nella ricerca scientifica:

-          L’astrolabio piatto: la sua invenzione fu attribuita a Ipparco di Nicea (II secolo a.C.), uno dei massimi astronomi della storia. Contribuì allo sviluppo della teoria degli epicicli  e,  conoscendo il principio della proiezione stereografica, realizzò l’importante strumento. Adoperando  questa particolare proiezione riuscì a costruire l’orologio anaforico cioè un dispositivo che indicava l’ora e le posizioni degli astri rispetto a una rete di coordinate. Claudio Tolomeo era a conoscenza della proiezione stereografica e nel suo Planisfero ne espose l’applicazione in uno “strumento oroscopico” munito di una rete, c forse un vero e proprio astrolabio piano. Dalla Grecia l’astrolabio piano si diffuse ad Alessandria d’Egitto grazie all’opera del matematico Teone, padre di Ipazia, e fu la stessa Ipazia che lo migliorò con le sue conoscenze matematiche. Si tratta quindi di un antico strumento con il quale è possibile localizzare o calcolare la posizione dei corpi celesti come il Sole, la Luna, i pianeti e le stelle. L’astrolabio che fu progettato o migliorato da Ipazia, era formato da due dischi metallici forati, ruotanti l’uno sopra l’altro mediante un perno rimovibile. Veniva utilizzato per calcolare il tempo, per definire la posizione del Sole, delle stelle e dei pianeti, sembra che mediante questo strumento Ipazia sia riuscita a risolvere alcuni problemi di astronomia sferica.

Lamina di un astrolabio di al-Andalus del secolo XI
Museo Archeologico di Spagna - Madrid 

-          Aerometro: storicamente la prima menzione dell’aerometro è collegata proprio alla figura di Ipazia: Sinesio di Cirene scrisse infatti verso il 400 d.C. alla sua maestra per chiederle spiegazioni circa la costruzione di un aerometro. Come indica l’etimologia della parola stessa, si tratta di uno strumento che serve per determinare i gradi della rarefazione o della condensazione di un dato volume d’aria.
-          Idroscopio: si presenta come un tubo cilindrico avente la forma e la dimensione di un flauto. In linea perpendicolare presenta degli intagli, attraverso i quali si può misurare il peso dei liquidi. Da una delle estremità è otturato da un cono fissato strettamente al tubo, in modo che sia unica la base di entrambi. È questo il cosiddetto barillio. Quando s’immerge il tubo nell’acqua, esso rimane eretto e si ha in tal modo la possibilità di contare gli intagli, i quali danno l’indicazione del peso.

La ricostruzione del pensiero filosofico di Ipazia non è facile dato che mancano opere autografe e 
gli unici riferimento sono legati alle lettere del suo allievo Sinesio e alle citazioni di altri storici.
Socrate Scolastico citò che Ipazia “«era giunta a tanta cultura da superare di molto tutti i filosofi 
del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino”.
Scuola Platonica o Neoplatonismo è un termine con cui s’indicano le dottrine che si 
svilupparono tra III ed il IV secolo e la cui nascita venne identificata con la figura di Plotino 
(Licopili, 203 /205; Campania, 270)  che proprio ad Alessandria d’Egitto elaborò la sua filosofia.
La sua filosofia si può riassumere schematicamente in questi punti:
-          L'intero cosmo deriva la sua esistenza da un principio primo ineffabile, totalmente trascendente e buono, chiamato da Plotino "Uno”;
-          La potenza infinita dell'Uno genera l'universo;
-          Il processo di emanazione avviene per natura, non meccanicamente come quando l'uomo compone artificialmente più parti tra di loro, bensì in maniera organica, a partire da un principio assolutamente semplice e irriproducibile;
-          Le anime umane sono decadute dalla loro condizione iniziale, nella quale erano unite all'anima del tutto e assolutamente libere dai bisogni del corpo
-          Lo scopo dell'uomo si configura perciò come un cammino di liberazione dalle conseguenze della caduta e dai falsi bisogni che l'eccessiva attenzione per i corpi ha imposto alle anime
La mancanza di opere filosofiche scritte da Ipazia non permettono di stabilire quali punti della 
filosofia di Plotino furono accettati e tramandati con l’insegnamento rivolto a tutti.
Un altro elemento che viene sottolineato dalle fonti antiche è il pubblico insegnamento esercitato 
da Ipazia verso chiunque volesse ascoltarla: iniziato il suo percorso culturale dallo studio delle 
scienze matematiche - che sono, secondo la concezione platonica, le scienze propedeutiche alla 
filosofia - Ipazia è poi approdata alle scienze filosofiche, ossia alla «vera filosofia», che 
raggiunge il suo culmine nella dialettica.
Era indipendente e libera e non era messa alla berlina per il fatto di essere una donna se non da 
una minoranza, anzi era ascoltata dai potenti e pertanto temuta.
Il prestigio conquistato da Ipazia ad Alessandria ebbe una natura eminentemente culturale, ma fu 
proprio il suo prestigio culturale a farle ottenere un enorme potere politico.

Ipazia credeva in un mondo in continua evoluzione, retto da un ordine segreto del cielo che solo 
attraverso l’intuizione filosofica poteva essere svelato e condiviso. Un ordine che fa da specchio 
al mondo umano e che è in grado di mostrare come il disordine della vita umana sia solo 
apparente. Ipazia professa ante litteram la teoria galileiana che annulla ogni dualismo fra cielo e 
terra, sostenendo che un unico principio regola la sfera celeste e quella umana, dove non esiste 
alcuna imperfezione, ma solo una diversa perfezione.  La volontà della filosofa di cogliere il 
segreto movimento degli astri, al di là di ogni apparenza, si scontrava con la concezione di un 
mondo immutabile e retto da un ordine manifesto ed enunciato dalle sacre scritture.
Ipazia, infatti, metteva in discussione la teoria cosmologica aristotelico-tolemaica secondo cui la 
terra è immobile e il sole si muove attorno ad essa secondo orbite circolari. Già il filosofo 
Aristarco di Samo aveva intuito che a muoversi non è il sole ma la terra, adesso ad essere messo 
dura prova è il moto circolare.

IL CERCHIO
Ipazia aveva una profonda fede filosofica nel cerchio, figura geometrica perfetta nel mondo 
greco perché chiusa e finita. Tutto ciò che è infinito, infatti, è indeterminato e per i greci 
imperfetto, mentre tutto ciò di cui si può scorgere inizio e fine in un continuum armonico è 
simbolo di perfezione. Ma, per la prima volta, la filosofa alessandrina, erede del pensiero 
platonico, si chiede se l’imperfezione di ciò che non è cerchio sia solo apparente. Il non essere 
per Platone è solo un essere diverso, non implica necessariamente il male. Ipazia, nel IV d. C., 
approda alla teoria, confermata in pieno Rinascimento da Keplero, che la terra si muove intorno 
al sole disegnando un’ellisse, la quale non è che un cerchio molto speciale i cui due fuochi si 
sono avvicinati a tal punto da sembrare uno solo.
Come l’ellisse è un’imperfezione solo apparente, anche il mondo morale e delle credenze umane 
solo in apparenza può essere regolato da un unico ideale centro ordinatore del mondo. Più 
religioni possono, infatti, convivere come fuochi di un’unica orbita che non ha più un solo centro 
ordinatore sulla base del principio che siamo tutti uomini che aspiriamo alla felicità.
Questo è un insegnamento il cui valore supera gli anfratti spazio-temporali del mondo e come 
fenice risorge sempre dalle sue ceneri alla ricerca di un senso di autenticità che affonda le sue 
radici nell’umanità più originaria. L’insegnamento di una donna che osservando il mondo 
imparava a guardare nella propria interiorità. Questo è l’insegnamento di Ipazia che, guardando il 
cielo e ipotizzando possibili spiegazioni del movimento degli astri, mostrava una via, nuova e 
temuta da occhi non abituati a vedere, ma familiare per occhi in grado di cogliere la vera bellezza 
che desta meraviglia.
Una via che parla a uomini e donne di ogni tempo e luogo affinché possano orientarsi dal cielo 
alla terra, in fondo il termine rivoluzione nasce in campo astronomico e indica il movimento che 
la terra compie girando su stessa, forse che la via da seguire sia quella di un ritorno nella propria 
interiorità alla ricerca delle ragioni su cui si fondano le nostre convinzioni e credenze? Un ritorno 
la cui grandezza e il cui valore si misurano nelle relazioni con gli altri.


LE SIGNORE DEL CIELO
Nel settembre 2017 a Torino, nel Palazzo della Regione in Piazza Castello, fu dedicata una 
mostra di dipinti e sculture a Tema: “Le Signore del Cielo”.
Saint-Exupery poeticamente ipotizzava che ..”se le Stelle sono illuminate perché ognuno un 
giorno possa trovare la sua”, e la volta celeste ha regalato in realtà destini eccezionali a queste 
donne alle prese con lavori da “maschio” in epoche non certamente favorevoli per motivi 
culturali e soprattutto religiosi. Vari artisti hanno esposto le proprie opere come i pittori Angela 
Betta Casale,. Martino Bissacco, Gianfranco Cantù, Nikolinka Nikolova e Luciana Penna che fu 
la curatrice della mostra.
Una rappresentazione di storia e di donne entrambi dimenticate… la più antica è ambientata 
intorno al 2350 a.C. e riguarda En-Hedu-Anna, figlia del re Sargon I di Mesopotamia, che fu la 
prima persona a scrivere versi, e la prima donna ad occuparsi di scienza di cui ci sia giunta 
testimonianza. Era egiziana, invece, Aganice, che, all’incirca nel 1850 a. C., alla corte del 
faraone Sesostri I, era una sacerdotessa incaricata di calcolare le posizioni stellari.
Non per tutte le protagoniste di questa mostra – che inaugura la decima edizione del Festival 
«Teatro e Scienza», in programma sino a novembre - la passione per il sapere fu una croce 
dolorosa. A Caroline Lucretia Herschel, anzi, la scienza portò bene. Nata nel 1750 e morta 
novantasettenne, aveva lavorato come governante prima di affiancare il fratello William, già 
scopritore del pianeta Urano, nello studio della volta celeste. Caroline diventò tanto brava da 
meritarsi uno stipendio assegnatole dal re e la medaglia d’oro della Reale Società di Astronomia, 
di cui divenne primo membro femminile. Alcune dovettero molto lottare per coronare il sogno, 
come la scozzese Mary Fairfax Somerville, che nel ‘700 studiò di nascosto e con successo, 
contro la volontà sia del padre che del marito. O Hildegarda di Bingen, aristocratica sassone del 
1098, che la famiglia fece rinchiudere giovanissima in convento, e che studiò e preconizzò la 
struttura eliocentrica dell’Universo, secoli prima di Copernico. In altri casi, l’incontro con la 
scienza è stato casuale ma non meno folgorante, come per la maestra scozzese Willelmina Paton 
Stevens Fleming, che si trasferì in America con il marito: quando il matrimonio finì, lei, incinta, 
trovò lavoro come domestica del direttore dell’Osservatorio di Harvard, che la incaricò, tra 
l’altro, di analizzare le lastre fotografiche del cielo. Fu l’inizio di una carriera che fruttò alla 
donna la nomina di socio onorario della Royal Astronomical Society di Londra.
Non poteva mancare la celebre Ipazia, vittima dello scontro tra fede e ragione, con l’aggravante 
di essere donna e martirizzata… L’arista Luciana Penna ha dedicato alla studiosa un dipinto dove 
oltre al famoso vescovo, che l’accusava di paganesimo, si intravede l’idroscopio che fu inventato 
da Ipazia per rilevare i pesi specifici. Nel quadro anche l’astrofisica più “amata dagli italiani, la 
fiorentina Margherita Hack, morta nel 2013, grande scienziata e divulgatrice, oltre che fondatrice 
della rivista “l’Astronomia”.

Luciana Penna – “Le Signore del Cielo : Ipazia “

Luciana Penna – “Le Signore del Cielo : Margherita Hack



Torino - Centro  Internazionale Ipazia  Unesco (IpUC) Donne e Scienza

Nel 2004 fu creato da Centro Unesco di Torino e dal Forum Internazionale delle Donne del 
Mediterraneo, il Centro  Internazionale Ipazia  Unesco (IpUC) Donne e Scienza,  con sede nel 
campus della Nazioni Unite. Il Centro Ipazia è il consolidamento del Programma Ipazia, 
sviluppato dal centro Unesco di Torino fin dal 1999.



Infatti Nni mesi di giugno-luglio 1999 si svolse a Budapest la Conferenza Mondiale Unesco “La 
Scienza per il XXI secolo, un nuovo impegno” in relazione al tema “Donne e Scienza” con la 
necessità di creare una rete Internazionale di donne scienziato.
La Rete Mondiale di Donne Scienziato fu dedicata ad Ipazia specificando che spesso le donne 
nel mondo scientifico furono tenute in ombra e i loro risultati posti in secondo piano rispetto a 
quelli dei colleghi uomini.
“Il Programma Ipazia” mette al servizio del Mediterraneo e del mondo, principalmente 
femminile, uno spazio fisico ed informatico di incontro e di confronto, nonchè organizzare e 
gestire un sito portale informatico per permettere alle donne scienziato di paesi diversi di 
lavorare insieme attraverso i moderni meccanismi di comunicazione on-line.
I principali strumenti utilizzati dall'UNESCO sono le tavole rotonde internazionali con tematiche 
generali.
Il Sito Internet www.womensciencenet.org è il portale di comunicazione della rete IPAZIA-
UNESCO che offre la possibilità alle reti di donne scienziato già esistenti ed alle specialiste in 
generale di lavorare insieme su temi UNESCO.
E' invece attraverso la programmazione di corsi di formazione per formatrici nei campi della 
scienza e alla crescita di donne leader che si cerca di creare gruppi nazionali di appoggio alle 
istituzioni per la formazione a catena.
Il Centro UNESCO di Torino si è di conseguenza attivato per favorire lo scambio di 
informazioni con i poli UNESCO ed ONU di Venezia e Trieste, allo scopo di creare soluzioni a 
partire da un patrimonio di esperienze il più ampio e ricco possibile e per far conoscere, in 
ambito internazionale, il grande apporto dato dalle istituzioni Piemontesi allo sviluppo e alla 
cooperazione. L'obiettivo è quello rappresentare un tramite di conoscenza e collaborazione tra la 
realtà piemontese e quella degli organismi internazionali.
Si è così attivata la consultazione tra i gruppi delle diverse regioni UNESCO per valutare i 
bisogni regionali più urgenti e decidere le iniziative da intraprendere regione per regione ed 
incoraggiare la creazione di legami a carattere progettuale tra i diversi Paesi partecipanti e di tali 
paesi con la Regione Piemonte.
Il Centro UNESCO di Torino gestisce il progetto IPAZIA attraverso le 
seguenti attività:
- Giornate di studio, seminari e tavole rotonde per la diffusione della scienza nelle diverse Regioni UNESCO.
- Programmi di promozione dell'apporto delle donne scienziato attraverso il network internazionale di IPAZIA:www.womensciencenet.org
- Corsi di formazione per formatrici e formatori.
- Borse di studio annuali per giovani ricercatrici che operino a vantaggio della pace e dello sviluppo.
- Ricerche e collaborazioni con università italiane e straniere rivolte ai giovani per incrementare la loro partecipazione alle carriere scientifiche.
IPAZIA vede come protagonisti principali sia le associazioni già costituite dedite al 
miglioramento delle politiche di sviluppo ad all'intercultura, sia le donne di spicco nel campo 
della scienza. Ci si augura anche la partecipazione di donne e uomini leader nella promozione 
delle pari opportunità nei paesi coinvolti. Per valorizzare il patrimonio di persone e relazioni 
intrecciatesi negli anni il Programma IPAZIA diverrà un'istituzione stabile, "Centro 
Internazionale IPAZIA - UNESCO per le Donne del Mediterraneo e dei Balcani" sotto la 
responsabilità del Centro UNESCO di Torino.
A cura di Redazione Torinoscienza - Barbara Girardi, del 08/11/2006

CENTRO UNESCO - TORINO



A Novara, il 28 settembre 2018, fu inaugurato il nuovo polo sanitario "Ipazia" per le visite di 
allergologia e reumatologia.

FILM "AGORA' " sulla Vita di Ipazia

Nel Festival del Cinema di Cannes nel 2009 fu presentato il film “Agorà” dello sceneggiatore 
Alejandro Fernando Amenabar Cantos (Santiago del Cile, 31 marzo 1972). Un film storico che 
fece conoscere la storia sulla vita di Ipazia. Il film fu proiettato in varie parti del mondo ma non 
in Italia. 

Impawards.com

Solo dal 23 aprile 2010 venne proiettato anche in Italia, grazie all’impegno di molti intellettuali, 
tra cui Odifreddi e la Hack, che s’impegnarono nella raccolta di firme per superare quella 
barriera dettata dalla censura.


Il film evidenziava il fondamentalismo religioso e non era un’invenzione del XX secolo …. Già 
nel IV secolo la mancanza di tolleranza permetteva che il cristianesimo si macchiasse di atroci 
delitti. In questa visione reale s’inserisce la bellissima figura di Ipazia, non solo non cristiana, ma 
anche donna… considerata una strega e non scienziata e per questo barbaramente uccisa a 50 
anni…
Il film aveva come obiettivo la rivalutazione di Ipazia e nello stesso tempo voleva mettere in 
evidenza il problema del fondamentalismo religioso e la violenza immotivata che scatena la 
diversità religiosa. Nel particolare il cristianesimo doveva essere la religione dell’amore, della 
fratellanza, della condivisione e invece si macchiò di atroci delitti.
Un legame con la famosa biblioteca d’Alessandria, un patrimonio culturale di oltre 500.000 
volumi, che come Ipazia fu bruciata.. in un periodo in cui la furia iconoclasta dei parabolani, 
monaci cristiani, distrusse splendidi templi pagani, sinagoghe e soprattutto la già citata biblioteca 
in cui erano conservati ben sette secoli di sapere umano… e questo anche per merito di Cirillo il 
Dottore della Chiesa… oggi Santo….
Il film ha portato alla conoscenza di una delle poche donne scienziato a cui è stato impedito di 
dare alla scienza ed alla filosofia il contributo di cui erano capaci.
Il film ha portato alla conoscenza di una delle poche donne scienziato a cui è stato impedito di 
dare alla scienza ed alla filosofia il contributo di cui erano capaci.
 “Quanto diverso sarebbe il mondo se non fossero stati messi a tacere spiriti liberi come Ipazia?
Nella prefazione Margherita Hack disse che “questa storia romanzata ma vera di Ipazia ci 
insegna ancora oggi quale e quanto pervicace possa essere l’odio per la ragione, il disprezzo per 
la scienza. E’ una lezione da non dimenticare e un libro che tutti dovrebbero leggere.”

Ipazia scopre l’orbita ellittica

A  lei si devono l’invenzione o il perfezionamento di strumenti come l’astrolabio, il planetario e 
l’idroscopio. Fu anticipatrice di Galileo per il metodo sperimentale e di Keplero per l’intuizione 
dell' ellitticità delle orbite dei pianeti. Purtroppo dei suoi scritti non rimase nulla, solo le  lettere 
di Senesio che seguiva le sue lezioni e che la consultava, come abbiamo visto, a proposito 
dell’idroscopio e dell’astrolabio. Una filosofa che era tenuta in gran considerazione da illuministi 
come Voltaire e Diderot e anche Leopardi ne parla nella sua opera giovanile “La Storia 
dell’Astronomia”.

















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