Il Respiro dello Stretto di Messina - Mitologia e Leggende (I Volume)

 





INDICE
Prefazione Generale
Introduzione al Volume I
Mitologia
- Il Mito di Scilla: da Ninfa a terrore dello Stretto. Le origini del Nome e le varianti del Mito. L’Archeologia del Mito tra Monete e Vasi Antichi: Il cratere di Scilla del Louvre e i Tetradrammi di Akragas.
- Cariddi: il mostro dello Stretto. Il mito di Cariddi e l’enigma di Ogigia. Grandi eroi tra i vortici dello Stretto: gli Argonauti e la nave Argo.
- L’Odissea di Omero: la scelta di Ulisse. L’incontro con Scilla e Cariddi.
- Geometrie del Mito: Dov’era l’isola di Ogigia? Il locus amoenus di Ogigia e il messaggio di Ermes.
- Le Isole Eolie dentro il mito di Ogigia della dea Calipso “dalle belle trecce”. L’Enigma: quale isola delle Eolie rappresenta Ogigia?
- Iconografia di Ulisse e Calipso.
- L’intervento della divinità marina Leucotea.
- L’incontro con Nausicaa e la Terra dei Feaci. L’addio struggente. La psicologia di Nausicaa. Il destino successivo di Nausicaa nel mito post-Omerico. La punizione dei Feaci.
- Come identificare Scheria (l’isola dei Feaci)? L’ipotesi calabrese di Armin Wolf.
- Le tappe del Naufragio (da Ogigia all’isola di Scheria) e il viaggio nell’entroterra calabrese.
- Una riflessione aperta: e se Omero non fosse l’autore dell’Odissea ma una donna siciliana dell’antichità?
- L’Odissea ha una madre siciliana?

PREFAZIONE GENERALE
Lo Stretto di Messina non è un semplice tratto di mare, ma una soglia liquida sospesa tra il mito e la realtà. Da millenni questo braccio d'acqua, dove lo Ionio e il Tirreno si fondono in un abbraccio perenne, affascina marinai, poeti e scienziati.
La sua storia inizia nel battito profondo del mito antico. Qui l'immaginazione dei primi navigatori greci prese la forma di Scilla e Cariddi, personificazioni mostruose di correnti reali e traditrici che inghiottivano le navi. Omero ne cantò i pericoli nell'Odissea, trasformando questo passaggio geografico in una prova primordiale di couraggio e sopravvivenza. Da questa millenaria paura nacque anche il celebre adagio latino che da secoli accompagna le rotte dello Stretto: «Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim» – ovvero “Cade in Scilla colui che desidera evitare Cariddi”. Un monito drammatico che ricordava ai naviganti come, nel tentativo disperato di sfuggire al gorgo siciliano, ci si ritrovasse inevitabilmente a sfracellarsi contro la rupe calabrese.
Ma dietro il velo della leggenda si nasconde un prodigio naturalistico altrettanto straordinario. Lo Stretto è infatti un laboratorio oceanografico unico al mondo, governato da una complessa dinamica di maree che si scontrano ogni sei ore, generando vortici e correnti tumultuose. Questo perenne rimescolamento spinge verso l'alto le acque profonde e fredde del mar Ionio, un fenomeno biologico che regala allo Stretto una biodiversità marina senza eguali. Specie abissali dalle forme aliene risalgono in superficie, mentre grandi cetacei e pesci migratori utilizzano questo corridoio come un'autostrada ecologica nel cuore del Mediterraneo.
Attraversare lo Stretto di Messina significa, ancora oggi, navigare in un luogo dove la poesia della storia e la forza della natura si fondono in un unico, potente racconto.

Introduzione al Volume I
La Voce del Mito
Lo Stretto di Messina non è solo un tratto di mare, ma un confine dell'anima.
Questo primo volume, "Il Respiro dello Stretto", sceglie deliberatamente di spegnere i radar della geografia moderna per ascoltare unicamente la voce del mito: il soffio degli dei, il canto perduto dei poeti e i segreti di un mare che, prima di essere studiato dagli scienziati, è stato sognato dagli eroi.
Nelle pagine che seguono, ci faremo naufraghi insieme a Ulisse, cercheremo l'approdo sui graniti calabresi, consulteremo l'oracolo della profetessa Manto e solcheremo acque governate da creature senza tempo. Benvenuti laddove la leggenda si fa carne e l'eco dell'antichità risuona ancora tra le onde.
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Mitologia
Esiste un luogo, forse unico al mondo, in cui il confine tra il mito e la realtà si fonde in un unico, indissolubile racconto. Questo luogo è lo Stretto di Messina. Qui la geografia non è fatta solo di coordinate, coste e fondali, ma è un tessuto vivo dove la leggenda ha dato una forma e un nome alle forze della natura. Per millenni, le acque di questo braccio di mare non sono state semplicemente solcate, ma interpretate: il fragore delle onde sugli scogli calabri è diventato il latrato dei cani di Scilla, e il violento risucchio delle correnti siciliane si è trasformato nel gorgo insaziabile di Cariddi. In questo frammento di Mediterraneo, il racconto antico non sostituisce la verità scientifica, ma la anticipa e la custodisce. Navigare nello Stretto significa ancora oggi compiere un viaggio doppio: un percorso nello spazio fisico, guidato dai venti, e un cammino nel tempo dell'anima, dove ogni onda evoca il passaggio di dei, mostri ed eroi.
La Calabria e la Sicilia custodiscono questa memoria. Da un lato, sulla sponda calabra, sorge Scilla, perla della Costa Viola – così chiamata da Platone per le straordinarie sfumature che assumono il litorale e il mare al tramonto, quando il sole tinge le onde di riflessi violacei. Di fronte si staglia la Sicilia con il leggendario canale che da millenni alimenta speranze e paure. È proprio in questi due luoghi speculari che la mitologia greca ha collocato i mostri più famosi dell’antichità: Scilla e Cariddi.

Charybde et Scylla
Autore: Ary Renan (Parigi, 1857 – Parigi, 1900)
Datazione: 1894.
Tecnica: Olio su tela - Dimensioni: 147 x 175 cm
Museo: Musée de la Vie Romantique (Parigi, Francia)

Il Mito di Scilla: Da Ninfa a Terrore dello Stretto
Igino e Ovidio narrano che, in origine, Scilla fosse una bellissima ninfa dagli occhi azzurri. Viveva lungo la costa della Calabria e amava recarsi sulla spiaggia di Zancle (l'odierna Messina) per nuotare nelle sue acque limpide. Il nome "Zancle" deriva dal siculo Δάνκλη (falce), termine scelto proprio per la caratteristica forma a falce del suo porto naturale.
Una sera, mentre si trovava sulla spiaggia, Scilla vide emergere dalle onde Glauco, un pescatore di Boezia diventato divinità marina, il cui aspetto era ormai quello di un dio metà uomo e metà pesce. Spaventata da quella visione, la fanciulla cercò rifugio sulla cima di un monte vicino al litorale. Glauco, disperatamente affascinato dalla sua bellezza, iniziò a dichiararle il suo amore, ma Scilla fuggì, lasciandolo nel dolore.
Per conquistarla, il dio si recò nel Lazio, presso il promontorio del Circeo, per chiedere alla maga Circe un filtro d’amore. La maga, tuttavia, provò una forte gelosia per la ninfa e propose a Glauco di unirsi a lei. Al rifiuto del dio, fedele al suo amore per Scilla, Circe andò su tutte le furie e meditò una terribile vendetta. Preparata una pozione malefica, la maga si recò presso la spiaggia di Zancle e ne versò i veleni in mare.
Quando Scilla, secondo le sue abitudini, si immerse nelle acque per nuotare, vide nascere attorno ai suoi fianchi delle zampe serpentine. Anche le sue gambe si trasformarono in code di serpente. Specchiandosi terrorizzata nell'acqua, scoprì di essere diventata un mostro spaventoso: un busto enorme da cui spuntavano sei grandi teste di cane lungo i fianchi e lunghe appendici serpentine. Secondo altre varianti del mito, la sua figura manteneva il corpo di fanciulla dalla vita in su, mentre le sei teste mostruose erano di natura serpentina. Sopraffatta dall'orrore e dal dispiacere, Scilla si gettò definitivamente in mare, rifugiandosi nella cavità di uno scoglio opposto alla grotta in cui abitava Cariddi.

Le Origini del Nome e le Varianti del Mito
Le fonti antiche offrono diverse genealogie per questa creatura. Secondo Esiodo, Scilla (chiamata anche Schille) era figlia di Ecate, figura legata alla Luna e agli Inferi. Omero, nell’Odissea, la identifica invece come figlia del dio marino Forco e di Crateide. Altre tradizioni attribuiscono la sua paternità a Titone, Tritone o Tirreno, tutte divinità legate all'elemento liquido. Esistono inoltre versioni che narrano di una relazione amorosa tra Scilla e Poseidone (o Minosse di Creta); in questo caso, la metamorfosi in mostro sarebbe stata causata dalla gelosi di Anfitrite, ninfa marina e sposa del dio del mare.
Il nome Scilla significa letteralmente "colei che dilania" o "cane". Il mostro emetteva infatti latrati simili a quelli di un cucciolo di cane, ma le sue sei teste possedevano tre file di denti aguzzi dai morsi letali. Appostata nella sua caverna nella parte più alta del canale, Scilla scrutava il mare in cerca di prede: pesci, delfini e marinai ignari del pericolo. Non appena una nave le passava vicino, faceva scattare le sue teste ghermendo le vittime per poi divorarle all'interno della grotta.
Omero descrive mirabilmente la fiera e l'impervia scogliera calabra nell'XIII libro dell'Odissea, attraverso le parole ammonitrici che la maga Circe rivolge a Ulisse:
«Scilla non è nata per la morte: è una creatura terrifying, intrattabile, feroce e impossibile da combattere. E sino ad un Dio, che a lei si fesse, Non mirerebbe in lei senza ribrezzo. Dodici ha piedi, anteriori tutti, Sei lunghissimi colli, e su ciascuno Spaventosa una testa, e nelle bocche Di spessi denti un triplicato giro, E la morte più amara in ogni dente. Con la metà di sé nell’incavato Speco profondo ella s’attuffa, e fuori Sporge le teste, riguardando intorno, Se delfini pescar, lupi, o alcun puote Di quei mostri maggior, che a mille a mille Chiude Anfitrite ne' suoi gorghi, e nutre.» (Odissea, XII, vv. 118-128)
Poco prima, Circe descrive a Ulisse la rupe inaccessibile in cui il mostro dimora, perennemente avvolta dalle nebbie:
«Vedrai da un lato discoscose rupi... e fosca nube il cinge Né su l’acuto vertice, l’estate Corra, o l’autunno, un puro ciel mai ride. Montarvi non potrebbe altri, o calarne, Venti mani movesse, e venti piedi: Sì liscio è il sasso, e la costa superba. Nel mezzo volta all’Occidente, e all’Orco S’apre oscura caverna, a cui davanti Dovrai ratto passar: giovane arciero, Che dalla nave disfrenasse il dardo, Non toccherebbe l’incavato speco... Nessun equipaggio può vantarsi Di aver mai navigato indenne davanti a Scilla...» (Odissea, XII, vv. 75-120)
Nel III secolo a.C., il tragediografo greco Licòfrone riporta una differente tradizione secondo la quale Scilla trovò la morte per mano di Ercole, celebre sterminatore di mostri; non si conoscono tuttavia ulteriori dettagli sul destino finale della creatura.

L'Archeologia del Mito: Monete e Vasi Antichi
L'immaginario di Scilla ha lasciato tracce profonde nell'arte dell'antichità classica. Il mostro appare regolarmente a partire dal V secolo a.C. sia sulle emissioni monetali di Cuma e Akragas (Agrigento), sia sulle raffigurazioni della ceramica a figure rosse prodotta in Attica e in Italia meridionale, dove viene solitamente rappresentata con sembianze simili a una sirena, dalle cui dita o dalla cui vita erompono teste canine.
Di seguito, le schede delle principali testimonianze archeologiche giunte fino a noi:
Il Cratere di Scilla del Louvre
- Reperto: Cratere a calice a figure rosse;
- Soggetto: Il mostro Scilla che brandisce un pugnale, circondata da code serpentine e teste di cane che emergono dal ventre, mentre attacca chi attraversa lo Stretto;
- Origine/Stile: Beozia (Grecia centrale)
- Datazione: 450–425 a.C.
- Museo: Museo del Louvre (Parigi, Francia)

I Tetradrammi di Akragas
- Reperto: Monete d'argento;
- Soggetto: Al dritto due aquile che ghermiscono una lepre; al rovescio, sotto un grande granchio (simbolo della città), spicca la figura del mostro Scilla con corpo flessuoso e coda marina, iconografia che testimonia come Scilla fosse diventata il simbolo universale del terrore dei naviganti nel cuore del Mediterraneo.
- Emissione: Zecca di Akragas (Agrigento, Sicilia)
- Datazione: Tra il 420 e il 413 a.C.

Cariddi: Il Mostro dello Stretto
Il Mito di Cariddi e l'Enigma di Ogigia
Forse figlia di Poseidone e di Gea (la Terra), Cariddi viveva sul versante opposto dello Stretto di Messina, proprio di fronte a Scilla. Le leggende tramandano che fosse una donna dedita alle rapine, famosa in tutto il mondo antico per la sua insaziabile voracità.
Un giorno, compì l'errore fatale di rubare a Eracle i buoi di Gerione (strappati dall'eroe al mostro tricefalo nell'undicesima delle sue fatiche) e di divorarne alcuni. Per punizione, Zeus la fulminò facendola cadere in mare e tramutandola in un mostro terrificante, simile a una lampreda, con una bocca gigantesca arricchita da varie file di numerosi denti aguzzi.
Anche sotto forma di mostro, Cariddi mantenne la sua voracità infinita: tre volte al giorno risucchiava l'acqua del mare per poi rigettarla violentemente. Questo movimento perpetuo creava enormi vortici capaci di trascinare sul fondo le navi in transito. Le dimensioni del mostro erano talmente colossali da renderlo visivamente tutt'uno con la distesa marina. I naviganti dello Stretto dovevano quindi navigare con estrema prudenza, costretti a scegliere se rischiare la flotta avvicinandosi a Scilla oppure a Cariddi.

Grandi Eroi tra i Vortici dello Stretto
Gli Argonauti e la Nave Argo
Gli Argonauti, i famosi cinquanta eroi guidati da Giasone e diretti nell'ostile terra della Colchide alla riconquista del Vello d'Oro, si trovarono a passare dallo Stretto di Messina con la nave Argo. Riuscirono ad attraversarlo senza subire danni grazie alla guida benevola di Teti, una delle Nereidi e madre di Achille, che protesse l'imbarcazione dalle insidie dei due mostri. (Nota geografica: La Colchide era un'antica regione storica del Caucaso, situata sulla costa orientale del Mar Nero, racchiusa tra le odierne Georgia, Russia e Turchia).
 
L'Odissea di Omero: La Scelta di Ulisse
Cariddi gioca un ruolo cruciale nel canto XII dell'Odissea. Messo in guardia dai pericoli dello Stretto, Ulisse preferì navigare a ridosso di Scilla, accettando la dolorosa perdita di sei dei suoi rematori più valorosi (divorati dalle teste del mostro) pur di evitare che l'intero equipaggio venisse inghiottito dal gorgo di Cariddi.
Più tardi, dopo che Zeus distrusse la nave di Ulisse con una folgore per punire i compagni che avevano violato le vacche sacre del dio Sole, l'eroe si ritrovò da solo su una zattera di fortuna. Trascinato nuovamente verso lo Stretto, Ulisse scampò per un soffio alle fauci di Cariddi aggrappandosi disperatamente alle radici di un fico selvatico che cresceva su uno scoglio sopra il gorgo, attendendo pazientemente che il mostro rigettasse i resti del suo piccolo natante prima di rimettersi in mare.

L'Incontro con Scilla e Cariddi nei Libri dell'Odissea
- Libro XII (I Mostri Marini): La nave di Ulisse riesce a superare il rischio del vortice di Cariddi. Tuttavia, mentre l'equipaggio è intento a sorvegliare il gorgo, le sei teste di Scilla afferrano e divorano improvvisamente sei compagni di Odisseo. Nonostante le loro invocazioni, l'eroe non può fare nulla. Ulisse tenta invano di contrastare Scilla indossando le armi, dimenticando il saggio consiglio della maga Circe che gli aveva suggerito di non combattere e di invocare invece Crataide, la divinità marina madre del mostro. Nel suo orgoglio eroico, Ulisse non accetta l'idea del divieto di usare le armi, considerandola un'umiliazione.
- Libro XII (Le Vacche del Dio Sole): I superstiti raggiungono la Trinacria (la Sicilia), l'isola del Sole. Ricordando la profezia di Tiresia, Ulisse vorrebbe tirare dritto, ma Euriloco si oppone a nome dell'equipaggio stanco e affamato. Ulisse acconsente a sbarcare, ma fa giurare a tutti di non toccare i bovini sacri al dio Elio. La nave resta però bloccata per un intero mese a causa della totale mancanza di venti favorevoli. Un giorno, approfittando del sonno di Ulisse, Euriloco, esperto macellaio, convince i compagni a macellare gli animali sacri.
- La Tempesta e il Naufragio: Al settimo giorno di navigazione si scatena la punizione divina: una terribile tempesta fracassa la nave, uccidendo tutto l'equipaggio. Ulisse si salva legando l'albero maestro a un pezzo della chiglia. Su questa zattera improvvisata viene risospinto verso Cariddi, salvandosi aggrappandosi ad un fico che sporgeva dalla costa. Dopo aver recuperato i legni rigettati dal mostro, naviga alla deriva per nove giorni fino a raggiungere l'isola di Ogigia, la dimora della ninfa Calipso (descritta nel Libro V), che lo accoglierà amorevolmente e lo tratterrà prigioniero per i successivi sette anni. Qui termina il lungo flashback dell'eroe presso la corte dei Feaci.

Geometrie del Mito: Dov'era l’isola di Ogigia?
Per fare chiarezza sul tragitto che portò il naufrago Ulisse dall'isola di Ogigia alla corte dei Feaci, è necessario analizzare la sua posizione geografica. Omero definisce Ogigia come "l'ombelico del mare" (omphalos), collocata nel profondo e allora ignoto Mediterraneo occidentale. Nel corso dei secoli, geografi e storici hanno avanzato diverse affascinanti ipotesi identificative:
1. Gozo (Arcipelago di Malta): È l'identificazione turistica e popolare più diffusa. Sull'isola è visitabile la famosa Grotta di Calipso, una cavità rocciosa che si affaccia sulla spiaggia rossa di Ramla Bay. La leggenda locale narra che tra le rocce sia ancora possibile udire l'eco dei lamenti di Ulisse nostalgico di Itaca.
Nella grotta sembra di sentire i lamenti di Ulisse.


2. Pantelleria (Sicilia): Molti studiosi sostengono questa tesi basandosi sulla perfetta centralità geografica dell'isola nel Canale di Sicilia, che rispecchia fedelmente la definizione omerica di "ombelico del mare". L'isola è inoltre ricca di grotte vulcaniche e di fitta vegetazione.


Quelle grandi “strisce” blu molto scuro, che circondano Pantelleria sono delle vere faglie e
fosse tettoniche:
La Fossa di Pantelleria, profonda oltre 1.300 metri;
La Fossa di Linosa;
La Fossa di Malta.
In quei punti, la colorazione blu scuro accesa ti sta mostrando una reale e gigantesca depressione causata dalle faglie. Le faglie reali nel Canale di Sicilia hanno un andamento geometrico ben preciso (prevalentemente da Nord-Ovest a Sud-Est) e appaiono come scarpate morfologiche sfumate o canyon profondi, non come linee perfettamente parallele all'orizzonte geometrico dello schermo (come nella prima immagine la linea a Nord di Pantelleria).


3. La Costa Ionica della Calabria (Crotone): Alcune leggende locali e storici collocano Ogigia al largo di Capo Rizzuto o della sommersa Secca di Amendolara. Cartografi italiani e stranieri vissuti tra il '500 e il '700 documentarono la presenza di un antico arcipelago di fronte a Le Castella. Lo storico e archivista Giuseppe Pisano di Soverato, studiando antiche mappe e portolani, ha identificato in quest'area staccata dalla terraferma la probabile Ogigia. Plinio il Vecchio, nel terzo libro della sua Naturalis Historia, cita in questa zona le isole di Tiris, Meloessa, Eranusa e quella dei Dioscuri. Ogigia viene descritta anche nei portolani di Piri Reis, il celebre geografo e ammiraglio ottomano alla corte di Solimano il Magnifico.
Le Castella - Isola di capo Rizzuto - Crotone

Capo Colonna - Crotone



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La ricostruzione fotografica, di Giuseppe Palazzo, delle isole vicino Capo Rizzuto..
Nel terzo libro della ‘Naturalis Historia’ di Plinio il Vecchio  si citano anche le altre isole viciniori: Tiris, Meloessa, Eranusa e quella dei Dioscuri. Ma Ogigia è descritta anche nei portolani di Piri Reis, geografo ed ammiraglio della corte di Solimano il Magnifico, che peraltro ebbe in mano una carta che aveva sottratto ad un marinaio imbarcatosi anni prima con Cristoforo Colombo: la famosa mappa di Piri Reis”.
4. Meleda / Mljet (Croazia): Situata nell'Adriatico meridionale, lungo le coste della Dalmazia, vanta una radicata tradizione legata all'Odissea e ospita una splendida grotta marina intitolata a Ulisse.



5. Ceuta / Stretto di Gibilterra: Poiché Omero collocava Ogigia agli estremi confini del mondo allora conosciuto, l'antico geografo Strabone ipotizzò che l'isola si trovasse quasi fuori dal Mediterraneo, in pieno Oceano Atlantico.

Le varie ipotesi sull’ubicazione della Grotta di Calipso.
(Con il cerchio rosso, Scilla e Cariddi)

Il Locus Amoenus di Ogigia e il Messaggio di Ermes
Nel Libro V, Omero offre una splendida descrizione naturalistica dell'isola attraverso gli occhi del dio Ermes, che resta incantato da tanta bellezza. La dimora di Calipso è un perfetto locus amoenus, un paradiso incontaminato:
- La Grotta e il Bosco: Attorno alla spaziosa caverna cresce un bosco profumato di ontani, pioppi vigorosi e cipressi dall'odore intenso, dove nidificano gufi, sparvieri e cornacchie marine.
- La Vite: Una pianta di vite domestica, carica di grappoli maturi, avvolge interamente l'ingresso della roccia.
- Le Quattro Sorgenti: Dal cuore della pietra sgorgano quattro fonti d'acqua limpidissima che corrono vicine per poi dividersi in direzioni opposte, irrigando i prati circostanti.
- I Prati: Intorno alla grotta si estendono morbidi tappeti verdi ricchi di sedano selvatico e viole fiorite.
Il messaggio che il messaggero Ermes reca a Calipso da parte di Zeus è però un ordine perentorio e non negoziabile: lasciare partire immediatamente Odisseo.
Il messaggio conteneva tra punti fondamentali che spezzarono il cuore di Calipso:
Calipso doveva lasciare partire immediatamente Odisseo e permettergli di fare ritorno a Itaca.

L'ordine si articola in tre punti che spezzano il cuore della ninfa:
- La denuncia della gelosia degli dei: Zeus sottolinea che il destino di Ulisse non è Ogigia. Calipso reagisce con rabbia, accusando gli dei olimpici di ipocrisia e sessismo: gli dei maschi possono unirsi liberamente alle mortali, mentre le dee che scelgono compagni umani vengono punite. Cita i tragici miti di Orione (amato dall'Aurora e ucciso dalle frecce di Artemide) e Iasione (amato da Demetra e fulminato da Zeus in un campo tre volte arato).
- Il divieto di trattenerlo: Calipso deve smettere di ammaliare l'eroe, nonostante gli avesse offerto il dono divino dell'immortalità e dell'eterna giovinezza. La nostalgia di Ulisse per la patria e per la moglie Penelope deve essere assecondata.
- L'obbligo di aiutarlo attivamente: La ninfa deve fornire a Ulisse gli strumenti per costruirsi una solida zattera, vesti, provviste e invocare per lui un vento favorevole verso la terra dei Feaci. Pur piangendo, Calipso cede per paura della folgore di Zeus.
La risposta di Calipso ad Ermes è un momento di straordinaria potenza drammatica, in cui la ninfa esplode di rabbia e accusa gli dei dell'Olimpo di essere ipocriti, gelosi e crudeli.
Calipso pronuncia parole durissime che mettono a nudo la disparità di trattamento tra gli dei maschi e le divinità femminili (libro V – versi 118 – 144):
Calipso esordisce definendo gli dei "invidiosi" e "gelosi sopra tutti" . Denuncia apertamente il fatto che l'Olimpo non tolleri che una dea ami apertamente un uomo mortale, mentre gli dei maschi (come Zeus o Poseidone) hanno innumerevoli amanti umane senza mai essere puniti.
La rivendicazione del salvataggio. Calipso ricorda a Ermes di essere stata l'unica a soccorrere Odisseo quando era ormai un uomo morto:
"E ora vi sdegnate con me, o dei, perché ho qui un mortale?
Io lo salvai, che da solo cavalcava la carena della nave,
dopo che Zeus con il fulmine ardente gli aveva spaccato
la nave in mezzo al mare vinoso."
Lo aveva accolto, nutrito, amato e gli aveva persino offerto l'immortalità e l'eterna giovinezza.
La dolorosa sottomissione. Nonostante la furia e il senso di profonda ingiustizia, Calipso conclude ammettendo la propria impotenza. Sa che nessun dio può opporsi o annullare il volere di Zeus. Dice quindi a Ermes che lascerà andare l'eroe, pur specificando di non possedere navi o marinai da dargli, ma che lo istruirà al meglio perché possa raggiungere la patria incolume.
Si reca sulla spiaggia dove Odisseo sta piangendo e gli comunica la sua imminente libertà.

Le Isole Eolie dietro il mito di Ogigia della dea Calipso “dalle belle trecce”.


Riprendendo le descrizioni botaniche e naturalistiche fatte da Omero, molti studiosi evidenziano come l'ambiente di Ogigia si sposi perfettamente con le caratteristiche geografiche e biologiche delle Isole Eolie (Lipari, Vulcano, Salina o Panarea). Questa identificazione poggia su quattro solidi indizi:
- Grotte e acque termali: La dimora di Calipso è una cavità rocciosa circondata da fonti d'acqua. L'arcipelago eoliano, per la sua forte natura vulcanica, è ricchissimo di grotte marine, fessure attive e sorgenti termali (come i fanghi di Vulcano o le storiche sorgenti di Lipari).
- Flora e Fauna d'altura: I pioppi, gli ontani e i cipressi citati nel mito costituivano la storica macchia boschiva mediterranea delle isole dalle cime più elevate, come Salina (nota non a caso come "l'isola verde"), prima dei disboscamenti dei secoli successivi. Gli uccelli dalle ampie ali descritti da Omero riflettono le rotte migratorie di rapaci e uccelli marini che ancora oggi scelgono l'arcipelago per nidificare.
- La Vite Vulcanica: La vite rigogliosa descritta all'ingresso della grotta evoca la vocazione millenaria delle Eolie per la viticoltura. Salina e Lipari sono celebrate sin dall'antichità per la produzione della pregiata Malvasia delle Lipari, favorita dal fertile terreno vulcanico.
- L'Ombelico del Tirreno: Se si osserva la mappa del Mar Tirreno meridionale, le Eolie occupano una posizione geometricamente centrale, quasi a sbarrare la rotta a chi naviga verso nord uscendo dallo Stretto di Messina, presentandosi come un nucleo isolato ma dominante. Omero definisce Ogigia l'omphalos (l'ombelico, ovvero il centro) del mare.

L'Enigma: Quale isola rappresenta Ogigia?
L'isola di Calipso, con la sua natura lussureggiante ma non addomesticata dall'uomo, incarna perfettamente lo spirito selvaggio, profumato e vulcanico che ancora oggi affascina chi visita le Eolie.
Fra le isole Eolie chi tra Panarea, Lipari o Vulcano potrebbe essere la mitica Ogigia?
- Lipari (L'ipotesi principale): Lipari è l'isola più grande, centrale e storicamente il fulcro economico e marittimo dell'arcipelago sin dalla preistoria grazie al prezioso commercio dell'ossidiana. Risponde perfettamente al ruolo di "centro geometrico" o omphalos dell'arcipelago.
- Panarea (L'ipotesi naturalistica e archeologica): Chi si concentra sulla ricchezza botanica, sui fitti boschi e sulle sorgenti descritte nell'Odissea, preferisce Panarea. L'isola, insieme al vicino isolotto di Basiluzzo, conserva una fittissima vegetazione spontanea e ospita importanti insediamenti dell'Età del Bronzo, a dimostrazione di come all'epoca di Omero fosse un centro florido e frequentato.
- Vulcano (L'isola scartata): Sebbene la forma conica di Vulcano ricordi l'idea geometrica di un ombelico inteso come sporgenza rocciosa, l'ambiente arido del cratere, l'aria acre e le forti emissioni sulfuree mal si conciliano con i profumati prati di viole e sedano descritti nel paradiso della ninfa Calipso.

Isola di Lipari.

Isola di Panarea

Appendice d'Arte: Iconografia di Ulisse e Calipso
Di seguito vengono riportate le schede tecniche delle opere d'arte che documentano il momento in cui la ninfa Calipso assiste malinconica Ulisse mentre costruisce la zattera sulla spiaggia rocciosa dell'isola prima della partenza.

Calipso
Autore: Henri Lehmann (1814–1882, maestro di origine tedesca naturalizzato francese,
celebre allievo di Jean-Auguste-Dominique Ingres)
Anno: 1869 (Presentato al Salon di Parigi dello stesso anno)
Tecnica: Olio su tela – Dimensioni: non specificate
Collocazione: Musée des Beaux-Arts de La Rochelle (Francia)
Descrizione e focus sulla bellezza: Questo dipinto è un trionfo di classicismo accademico, influenzato profondamente dalla scuola di Ingres nella perfezione delle linee. Lehmann ritrae la "bella Calipso" seduta in totale solitudine sugli scogli di Ogigia, con lo sguardo malinconico perso verso l'orizzonte dove Ulisse è appena svanito. La ninfa incarna l'ideale greco della bellezza statuaria: la pelle diafana e perlacea risalta in contrasto con le rocce scure e il mare in tempesta, mentre i lunghi capelli dorati, mossi dal vento, sono impreziositi da fili di perle. Il drappeggio rosso porpora che le cinge le gambe aggiunge un tocco di drammatica passionalità, senza intaccare l'armonia e la solenne compostezza di una divinità condannata a un dolore immortale.

Calipso osserva malinconica Ulisse sulla spiaggia rocciosa.
Dipinto di N.C. Wyeth (1929).
Olio su tela – Dimensioni: 121.9 × 96.5 cm (pari a 48 × 38 pollici).
Collezione Privata
L'opera cattura la straordinaria e divina bellezza della ninfa di Ogigia nel momento in cui, sottomettendosi al volere di Zeus, si prepara ad assistere Ulisse
 nella costruzione della zattera che lo riporterà a Itaca, evidenziando il contrasto
tra la disperazione amorosa della dea e la nostalgia del mare dell'eroe.

Ulisse nell’Isola di Calipso.
Ulisse costruisce la zattera aiutato da Calipso.
Tecnica: Acquaforte e bulino su carta vergata (etching and engraving on laid paper)
Dimensioni della lastra (impronta del rame): 10,7 × 15,8 cm
Dimensioni del foglio intero: 11,1 × 17,5 cm
National Gallery of Art (Washington).
(Numero di accesso: 1994.70.5, Fondo David K. E. Bruc).

L’Intervento della divinità marina Leucotea.
Calipso aiuta Ulisse a costruire una zattera di legno e gli fornisce provviste e un vento favorevole che lo aiuti nella navigazione. Ulisse, lasciata l’isola, naviga in solitaria per diciassette giorni. Il diciottesimo giorno, quando l’isola di Scheria (la terra dei Feaci) è ormai visibile, il dio del mare Poseidone si accorge del viaggio di Odisseo. Furioso, scatena una tempesta spaventosa che distrugge completamente la zattera. Odisseo si salva solo grazie al velo magico della ninfa marina Ino (Leucotea), che gli permette di galleggiare e nuotare per due giorni fino a raggiungere, stremato e nudo, la riva dell'isola.
Leucotea era una divinità marina protettrice dei naufraghi e dei naviganti in pericolo. Prima di essere assunta tra le divinità marine con il nome di Leucotea (che significa letteralmente "la Dea Bianca"), era una donna mortale di nome Ino, figlia di Cadmo (il mitico fondatore di Tebe) e sorella di Semele. La sua trasformazione avvenne a causa di una tragedia familiare:
- La collera di Hera: Ino aveva allevato il piccolo dio Dioniso (frutto dell'infedeltà di Zeus con sua sorella Semele), attirando su di sé la terribile gelosia e la vendetta di Hera.
- La follia e il salto in mare: Hera fece impazzire il marito di Ino, il re Atamante. Per sfuggire alla furia dell'uomo, Ino corse disperata sulla scogliera e si gettò nelle profondità marine insieme al figlioletto Melicerte.
- La divinizzazione: Mosso a compassione per la loro tragica fine, Zeus chiese a Poseidone di accoglierli negli abissi, trasformandoli in divinità benevole del mare: Ino divenne Leucotea e Melicerte divenne il dio Palemone.
Nel libro V, Ulisse si trovava in balia delle onde imponenti sollevate da Poseidone, aggrappato agli ultimi tronchi rimasti della sua zattera distrutta. Un Poseidone che mostra, in tutta l’Odissea, un orgoglio ferito per due motivi principali:
- Uno primario e personale: l’accecamento del figlio, il ciclope Polifemo;
- Un motivo secondario legato alle sorti della guerra di Troia: Nella tradizione epica antica, Poseidone era una divinità fortemente legata ai cavalli (era il creatore dei cavalli e veniva chiamato Poseidon Hippios). L'aver utilizzato proprio la figura sacra di un immenso cavallo di legno per compiere l'inganno distruttivo che portò al massacro dei Troiani venne vissuto dal dio come una forma di dissacrazione e manipolazione dei suoi simboli sacri da parte di Ulisse, l'ideatore dello stratagemma. Inoltre, i greci (incluso Ulisse), dopo aver conquistato la città, profanarono i templi troiani senza mostrare rispetto per gli dei, attirando su di loro la collera di Poseidone e di Atena durante la rotta del ritorno.
Leucotea e Ulisse
Autore : Friedrich Preller il Vecchio (1863).
Il drammatico incontro tra Leucotea e l’eroe morente, tra le onde tempestose.
Tecnica e dimensioni: Olio su tela, cm 158 x 96
Ubicazione: Collezione Schack (Monaco di Baviera, Germania)

Leucotea aiutò Ulisse mossa da una profonda pietà. La dea aveva vissuto la condizione di mortale, la sofferenza terrena e il terrore di morire annegata tra i flutti del mare; non poté quindi restare indifferente davanti all'agonia dell'eroe di Itaca, perseguitato dalla stessa furia degli dei che un tempo avevano colpito lei.
Omero raccontò come la dea emerse dalle acque assumendo le sembianze di una folaga alata (o un gabbiano bianco), si posò sulla zattera e parlò a Ulisse dettandogli istruzioni precise:
-        L'ordine di spogliarsi: Gli impose di abbandonare i tronchi della zattera, togliersi le pesanti vesti bagnate (che lo stavano trascinando a fondo) e gettarsi a nuoto verso la terra dei Feaci.
-        Le specifiche del velo magico: Leucotea gli consegnò il suo velo immortale (chiamato anche cinto), ordinandogli di legarselo sotto il petto. Questo speciale tessuto possedeva il potere magico di impedire l'annegamento e proteggere chi lo indossava dalla morte e dal dolore finché non si raggiungeva la riva.
-        L'obbligo del rito di restituzione: La dea impose un'unica, rigida condizione: una volta toccata la terraferma, Ulisse dovrà togliersi il velo e gettarlo all'indietro nel mare, voltando le spalle per rispetto sacro, restituendolo così alle divinità degli abissi.
Ulisse riuscì a nuotare per due giorni interi in mezzo alla tempesta, fino ad approdare, stremato ma vivo, sulle spiagge dell’isola di Scheria, la terra dei Feaci.
 
L'incontro con Nausicaa e la terra dei Feaci
Sulla spiaggia, Odisseo viene soccorso dalla principessa Nausicaa, figlia del re Alcinoo, che lo conduce a corte. I Feaci, popolo di straordinari navigatori e pacifici ospitanti, accolsero lo straniero con grandissimi onori:
- Organizzano banchetti e giochi in suo onore.
- Durante uno di questi banchetti, ascoltando un aedo cantare la guerra di Troia, Ulisse fu preso dalla commozione. Svelò la sua vera identità e iniziò a raccontare in un lungo flashback tutte le sue peripezie (inclusi Polifemo, Circe, le Sirene, Scilla e Cariddi).
- Commosso dal suo racconto, il re Alcinoo gli donò una nave magica e un equipaggio per riportarlo finalmente a casa.
Ulisse rimase presso i Feaci per un periodo brevissimo, soltanto tre giorni. Arrivò come naufrago sulla spiaggia dell'isola di Scheria, fu accolto alla reggia del re Alcinoo dove raccontò le sue lunghe avventure e già la terza notte ripartì su una nave feacia che lo condusse finalmente a Itaca.
In quei tre giorni nacque una dinamica amorosa tra Nausicaa e Ulisse che rappresenta una delle pagine più delicate e psicologicamente intense dell’intera Odissea: un grande sentimento non corrisposto.
- Il fascino di Nausicaa: La giovane principessa si innamorò del re di Itaca non appena Atena ne accrebbe la bellezza dopo il bagno nel fiume. Colpita dalla sua eloquenza e dal suo aspetto regale, Nausicaa confidò alle ancelle che avrebbe desiderato un marito simile a lui.
- La proposta del Re: L'attrazione era così evidente che il padre, il re Alcinoo, propose apertamente a Ulisse di sposare la figlia e di stabilirsi per sempre tra i Feaci.
- Il rifiuto cortese di Ulisse: Ulisse, pur lodando la purezza e la straordinaria grazia della fanciulla (paragonandola a una dea e a un giovane germoglio di palma), non ricambiò il sentimento. Il suo unico e incrollabile desiderio era il ritorno in patria dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco.

L'addio struggente
L'amore non corrisposto si consumò nel silenzio e nel rispetto della legge dell'ospitalità greca (xenia). Poco prima che l'eroe si imbarcasse, Nausicaa gli si avvicinò per l'ultimo saluto chiedendogli solo una promessa:
«Vivi felice, ospite, e nella tua terra ricordati di me, perché a me per prima devi la vita».
Ulisse le rispose garantendole che l'avrebbe venerata come una dea per il resto dei suoi giorni.

Nausicaa
 
Autore: Frederic Leighton
Datazione: 1878 circa
Tecnica e dimensioni: Olio su tela, 144,7 x 66,9 cm
Ubicazione: Collezione privata
L'atteggiamento intimo: La principessa è ritratta da sola,
appoggiata a una colonna della reggia del padre.
Non c'è Ulisse, non ci sono le ancelle:
tutta l'attenzione è focalizzata sul suo mondo interiore.
Il linguaggio del corpo: La posa è colma di delicatezza e trattenuto dolore.
Nausicaa porta una mano al mento, lo sguardo è perso nel vuoto e rivolto verso il basso, a simboleggiare la tristezza per la partenza imminente o appena avvenuta dell'eroe.
Il gioco dei tessuti: Straordinario il panneggio della veste bianca e lo scialle verde-marrone
che le copre le spalle e il capo. La morbidezza dei tessuti esalta la sua purezza e la sua grazia regale, isolandola in un momento di totale intimità.
Questo dipinto riuscì a mostrare visivamente il silenzio in cui si consumò l'amore della fanciulla, trasformando il testo omerico in pura emozione visiva. Non si può restare indifferenti davanti a una figura dai tratti così delicati.

L’Odisseo e Nausicaa
Autore: Salvator Rosa
Tecnica: olio su tela – Datazione: 1663-1664
Dimensioni (altezza 195 cm – larghezza 144 cm)
Collezione: Ermitage (San Pietroburgo)


L’autore del Quadro: Salvator Rosa
(Napoli, 22 luglio 1615 – Roma, 15 marzo 1673)
Autoritratto
Sulla tavoletta la frase:
"AVT TACE, AVT LOQVERE MELIORA SILENTIO"
"O taci, o di' cose migliori del silenzio".
Titolo dell’opera: Filosofia
Datazione: 1645 circa
Tecnica: Olio su tela – Dimensioni (116,3 cm – larghezza 94 cm)
Collezione: Galleria Nazionale - Londra


Ulisse alla corte del re Alcinoo
Ulisse piange alla corte di Alcinoo mentre il menestrello cieco Demodoco suona l’arpa
Autore: Francesco Hayez (1791 – 1882)
Datazione: 1814 – 1815
Tecnica: olio su tela – Dimensioni (altezza 381 cm – larghezza 535 cm)
Collezione: Museo di Capodimonte (Napoli).

Francesco Hayez
(Venezia, repubblica di Venezia, 10 febbraio 1791 -  Milano, 12 febbraio 1882)
Autoritratto all’età di 69 anni
Datazione: 1860
Tecnica: olio su tela – Dimensioni altezza, 124 cm – larghezza, 97 cm)
Collezione: Galleria degli Uffizi (Firenze)

Tiriolo (Catanzaro)
Il Borgo dei Due Mari




La Psicologia di Nausicaa
La psicologia di Nausicaa emerge attraverso un mosaico di piccoli gesti, silenzi e pensieri intimi. Omero (ma siamo sicuri che sia lui l’autore dell’Odissea?) tratteggia il ritratto di un'adolescente sospesa tra il candore della fanciullezza e le responsabilità dell'età adulta, rivelando una maturità emotiva che anticipa il moderno romanzo psicologico.
I dettagli testuali più significativi che svelano la sua interiorità sono suddivisi in quattro momenti chiave:
1. Il pudore filiale e il pensiero segreto delle nozze Dopo che la dea Atena le ha svelato in sogno il desiderio di lavare le vesti in vista del suo futuro matrimonio, Nausicaa si sveglia e corre dal padre Alcinoo per chiedergli un carro. Il testo omerico sottolinea qui una deliziosa timidezza:
«Così disse; ma vergognava a parlare di nozze fiorenti al caro padre» (vv. 66-67).
Per nascondere il suo reale pensiero (il matrimonio), Nausicaa usò una scusa pratica: disse al padre di dover lavare le vesti dei suoi cinque fratelli affinché fossero impeccabili quando vanno a ballare. Omero nota come il padre capì tutto al volo, ma rispettò il silenzio pudico della figlia.
2. La fermezza regale contro la paura (L'incontro). Quando Ulisse emerse nudo e coperto di salsedine dai cespugli, Omero lo paragonò a un leone affamato. Di fronte a questa visione selvaggia, la reazione di Nausicaa la distingue nettamente dal suo entourage:
«Le ancelle fuggirono qua e là per le rive sporgenti; sola la figlia di Alcinoo rimase, perché Atena le infuse coraggio nel cuore» (vv. 138-140).
Pur essendoci l'intervento divino (elemento tipico dell'epica), il testo descrive una stabilità psicologica tutta umana: Nausicaa controllò l'istinto di fuga. Ascoltò l'abile supplica dello straniero, lo squadrò e valutò la situazione con lucido discernimento, riconoscendo la dignità dell'uomo sotto l'aspetto del naufrago.
3. La proiezione romantica ad alta voce .Subito dopo che Ulisse si è lavato e vestito, apparendo bellissimo grazie a un tocco di Atena, la psicologia della ragazza compie un balzo in avanti, manifestando un'innocente e immediata idealizzazione amorosa. Parlando alle sue ancelle, Nausicaa confessa candidamente:
«Prima mi sembrava che fosse un uomo brutto, ora invece somiglia ai numi che il cielo ampio possiedono. Oh se un uomo simile potesse chiamarsi mio sposo!» (vv. 242-245).
Questo monologo interiore esplicitato alle amiche svela la nascita del sentimento: non c'è calcolo sociale, ma lo stupore e il desiderio romantico tipici della sua età.
4. Il timore del giudizio pubblico (L'orgoglio e la cautela) Nonostante l'innamoramento, Nausicaa non perde la testa ed emerge la sua eccezionale intelligenza sociale. Chiede a Ulisse di non seguirla sul carro dentro la città, ma di camminare a distanza. Il motivo è psicologicamente finissimo: teme le chiacchiere della sua gente. Immagina nel dettaglio i pettegolezzi dei Feaci malevoli:
«E qualcuno più maligno dirà alle spalle: "Chi è questo straniero grande e bello che segue Nausicaa? Dove lo ha trovato? Certo sarà suo marito..."» (vv. 273-277).
Nausicaa ammette apertamente di disapprovare le ragazze che frequentano gli uomini prima delle nozze senza il consenso dei genitori. Questo dettaglio testuale dimostra come in lei la passione nascente conviva perfettamente con un rigoroso rispetto del decoro, dell'onore e delle regole della sua comunità.

Il destino successivo di Nausicaa nel mito post-omerico
Il destino successivo di Nausicaa non viene raccontato da Omero, che la lascia al momento del suo commovente addio a Ulisse. Tuttavia, i mitografi, i poeti ellenistici e i filosofi successivi non accettarono che una figura così straordinaria rimanesse senza una storia d'amore risolta. Nelle versioni post-omeriche del mito, il destino di Nausicaa si lega indissolubilmente proprio alla stirpe dell'uomo che aveva tanto amato:
1. Il matrimonio con Telemaco La tradizione post-omerica più celebre e affascinante – riportata da storici e filosofi come Aristotele e da testi come l'epopea perduta della Telemachia – narra che Nausicaa sposò Telemaco, il figlio di Ulisse.
L'incontro: Secondo i mitografi, dopo la strage dei Proci e il consolidamento del potere a Itaca, Telemaco intraprese dei viaggi e giunse a sua volta nell'isola dei Feaci. Lì conobbe la principessa, che nel frattempo aveva rifiutato ogni altro pretendente locale nel ricordo di Ulisse.
La simbologia: Questo matrimonio rappresenta una perfetta chiusura del cerchio letterario. Nausicaa non poteva sposare il padre (oramai maturo, già sposato e ossessionato dal ritorno), ma sposa il figlio, descritto da Omero come l'esatto ritratto fisico e morale di Ulisse. In questo modo, l'amore della principessa trova finalmente un compimento con un uomo "simile a lui".
2. La discendenza e la pace tra i popoli. Dall'unione tra Nausicaa e Telemaco nacque un figlio. A seconda delle fonti greche antiche, il bambino prese il nome di:
Persepoli (ovvero "distruttore di città", in onore delle imprese del nonno Ulisse a Troia).
Ptoliporto (dal significato analogo).
Questo matrimonio sancì anche un'alleanza politica ed economica eterna tra il regno di Itaca e la ricchissima isola dei Feaci, unendo il popolo dei navigatori per eccellenza alla dinastia di Ulisse.
3. La versione tragica (Sofocle). Anche i grandi tragediografi del V secolo a.C. rimasero affascinati dalla ragazza. Sofocle scrisse una tragedia (oggi purtroppo andata perduta) intitolata proprio Nausicaa (o Le lavandaie). Nelle ricostruzioni dei frammenti, Sofocle metteva in scena il dramma della fanciulla subito dopo la partenza di Ulisse, concentrandosi sul dolore della solitudine e sul senso di abbandono subìto dopo il passaggio di quel misterioso e affascinante naufrago che le aveva cambiato la vita dall'oggi al domani.
 
La Punizione dei Feaci
I Feaci furono puniti da Poseidone. È questo uno degli episodi più amari dell’intera Odissea (Libro XIII), perché mostra la spietata logica degli dei greci, pronti a sacrificare un intero popolo innocente pur di consumare una vendetta personale.
- Il motivo dell'ira di Poseidone: I Feaci erano famosi per essere i traghettatori infallibili del Mediterraneo. Per volere divino, le loro navi erano magiche, prive di timone, intelligenti e capaci di viaggiare indenni attraverso qualsiasi tempesta. Accogliendo e riportando Ulisse a Itaca, i Feaci compirono un perfetto atto di ospitalità (xenia), ma violarono involontariamente i piani di Poseidone, che voleva prolungare le sofferenze dell'eroe per aver accecato suo figlio, il ciclope Polifemo.
- La punizione divina: Non appena la nave feacia ripartì da Itaca per fare ritorno a casa, Poseidone, furioso per l'affronto, ottenne il permesso da Zeus di punire il popolo di navigatori. La condanna si consumò sotto gli occhi terrificati degli abitanti che aspettavano il ritorno dei marinai al porto.
- La nave di pietra: Proprio mentre la nave stava per attraccare al porto dell'isola di Scheria, Poseidone la toccò con il palmo della mano, trasformandola istantaneamente in una roccia e radicando le sue chiglie sul fondo del mare. Ancora oggi, la tradizione popolare di Corfù (l'antica Scheria) identifica l'isolotto di Pontikonisi come la nave pietrificata di Ulisse.
- L'isolamento eterno: Nei piani originari di Poseidone, la punizione doveva essere ancora più radicale: cingere la città dei Feaci con una catena di altissime montagne, isolandola per sempre dal mare e distruggendo la loro natura di popolo navigatore. Nel testo omerico, il re Alcinoo ordina immediatamente sacrifici solenni per placare il dio e pregarlo di non innalzare i monti. Omero lascia il finale in sospeso, ma il messaggio è chiaro: l'età dell'oro dei Feaci e la loro totale sicurezza erano finite per sempre.
Il significato profondo: Questo episodio segna la fine di un'epoca. Con la pietrificazione della nave, i Feaci cessano di essere l'anello di congiunzione tra il mondo reale e il mondo mitologico dei mostri e delle divinità. Da quel momento in poi, l'Odissea si sposta in una dimensione puramente terrena e storica (la riconquista del regno di Itaca), lasciando il mito definitivo alle spalle.

Come identificare Scheria? L'ipotesi calabrese di Armin Wolf
La tradizione scolastica ha quasi sempre identificato Scheria con l'isola greca di Corfù. Tuttavia, alcuni storici e geografi, tra cui il tedesco Armin Wolf, collocano il regno di Alcinoo in Calabria e, nello specifico, nell’Istmo di Catanzaro: la striscia di terra più stretta d’Italia, compresa tra il Golfo di Lamezia Terme e il Golfo di Squillace.
Si tratta di un'ipotesi affascinante, basata su precisi indizi presenti nel testo originale greco dell’Odissea:
1. Non è un'isola, ma la terraferma. Nel testo originale di Omero, Scheria non viene mai definita chiaramente come un'isola (nèsos), ma viene chiamata semplicemente Scherìe. Dal punto di vista etimologico, questo termine deriva da una radice che significa "terraferma" o "continente". L'espressione ricalcherebbe il modo in cui i siciliani antichi (e moderni) si riferivano alla vicina Calabria, intesa come il "continente" di fronte.
2. La forma a "scudo" dell'Istmo. Nel Libro V, Omero scrive che la terra dei Feaci apparve all'orizzonte di Ulisse «come uno scudo sul mare nebbioso». Gli scudi dell'epoca omerica avevano una tipica forma bilobata, caratterizzata da due grandi insenature rientranti sui lati. Questa conformazione coincide geometricamente con l'Istmo di Catanzaro, stretto tra le due ampie curvature del Golfo di Lamezia (sul Mar Tirreno) e del Golfo di Squillace (sul Mar Ionio).
3. I tre giorni di cammino e i fiumi. Secondo il mito, Ulisse naufraga sul versante tirrenico (la zona di Lamezia Terme). Lì incontra Nausicaa vicino alla foce di un fiume e a delle sorgenti di acqua calda, elementi facilmente associabili alle reali e storiche Terme di Caronte a Lamezia. Successivamente, l'eroe attraversa a piedi l'istmo per raggiungere la reggia di re Alcinoo sul versante ionico (identificata con l'area collinare tra Tiriolo e Squillace), impiegando un tempo perfettamente compatibile con i tre giorni di cammino descritti nel poema.
4. La doppia posizione rispetto a Scilla e Cariddi. Omero afferma che, guardando dalla Grecia, la terra dei Feaci si trova "una volta davanti e una volta dietro" lo stretto di Scilla e Cariddi. Questo paradosso geografico si resolvesse se Scheria è la Calabria: la sua costa tirrenica si trova infatti "oltre" lo stretto, mentre quella ionica si colloca "prima" dello stretto per chi naviga di ritorno verso la Grecia.
(Esistono inoltre altre varianti calabresi meno note, come quella che colloca il naufragio più a sud, lungo la splendida Costa Viola vicino a Palmi e Scilla).

Le tappe del naufragio e l'itinerario nell'entroterra
Lo storico e geografo Armin Wolf, applicando le precise descrizioni geografiche di Omero — tra correnti, venti e morfologia del territorio — alla costa calabrese, è riuscito a identificare gli scenari reali dei Canti V e VI dell’Odissea, svelando i segreti del viaggio di Ulisse dopo l'addio a Calipso.
La rotta da Ogigia a Capo Vaticano: mito e realtà nautica Secondo questa affascinante ricostruzione, l’isola di Ogigia coinciderebbe con una delle isole Eolie (presumibilmente Lipari o Panarea). La distanza in linea d’aria tra questo arcipelago e il promontorio calabrese di Capo Vaticano oscilla tra le 35 e le 40 miglia nautiche (circa 65-75 chilometri), come evidenziato dalle rilevazioni satellitari.


Calcolatrice alla mano, una zattera di tronchi mossa da correnti favorevoli, dotata di una vela rudimentale e supportata da una remata costante in mare calmo, avanzerebbe a una velocità stimata di 1 o 1,5 nodi (tra gli 1,8 e i 2,7 km/h). Navigando giorno e notte senza sosta, l'imbarcazione impiegherebbe circa 30-35 ore — poco più di un giorno e mezzo — per coprire la tratta. Anche ipotizzando un'andatura più lenta, il viaggio reale non avrebbe superato i 3 giorni.
Perché, allora, Omero parla di ben diciassette giorni di navigazione? La discrepanza non è un errore geografico, ma risponde alle logiche del mito. Nella geografia omerica, l’isola di Ogigia  è collocata nell’estremo Occidente del Mediterraneo centrale: i 17 giorni servono a giustificare la traversata ideale di un intero mare, il Tirreno Meridionale. Inoltre, Ulisse non segue una rotta commerciale diretta; la sua zattera va alla deriva, rallentata e deviata dal volere avverso degli dei. I 17 giorni rappresentano così il tempo purificatorio del viaggio mitico nell’ignoto.

La tempesta e l'approdo sui graniti calabresi Al diciassettesimo giorno, Ulisse si trovava ormai a ridosso della costa calabrese quando si scatenò la violenta tempesta inviata da Poseidone. Le onde lo scaraventarono contro le imponenti e frastagliate pareti di granito che caratterizzano Capo Vaticano. 

Capo Vaticano



Per evitare di sfracellarsi, l’eroe fu costretto a nuotare lungo la costa alla ricerca di un approdo sicuro, che Wolf identifica poco più a nord, verso l'ampio Golfo di Lamezia.

Il mistero di Manto: l'oracolo dei naviganti L’aspetto ancor più suggestivo di questa ricostruzione risiede nel patrimonio mitologico di Capo Vaticano, indissolubilmente legato alla figura della profetessa Manto. Nella mitologia classica, Manto era una veggente straordinaria, figlia del celebre indovino cieco Tiresia di Tebe. Dopo la caduta della sua città natale, Manto vagò a lungo nel Mediterraneo prima di stabilirsi in Italia, lasciando tracce profonde nella toponomastica della penisola: a lei si devono sia la fondazione mitica di Mantova, in Lombardia, sia i culti legati alla Costa degli Dei, in Calabria.
Le leggende locali narrano che la profetessa scelse come dimora una grotta situata sulla punta estrema del promontorio calabrese. Da qui derivano i nomi che ancora oggi utilizziamo. Il termine "Vaticano" affonda le radici nel latino Vaticinium (oracolo o responso), coniato proprio in onore dei responsi della veggente. Ma la testimonianza più antica e squisitamente greca è lo scoglio granitico che affiora proprio di fronte al promontorio, battezzato Mantineo. Il toponimo deriva direttamente dal verbo greco Manteuo, che significa letteralmente "dispensare oracoli".


I marinai dell’antichità, terrorizzati all'idea di affrontare i terribili vortici e i mostri di Scilla e Cariddi nello Stretto di Messina, facevano tappa alla rupe di Manto per offrirle ricchi doni in cambio di una profezia sulla sicurezza della loro rotta. E i racconti popolari calabresi vogliono che anche Ulisse, scampato alla furia dei marosi, sia approdato su questo scoglio per consultare l’oracolo di Manto, ottenendo le indicazioni necessarie per superare i pericoli dello Stretto e fare finalmente ritorno a Itaca. Questa straordinaria eredità culturale supererà i confini della classicità per entrare nella grande letteratura italiana: Dante Alighieri inserirà Manto nell'Inferno (Canto XX) tra gli indovini, e Giovanni Boccaccio ne tesserà le lodi nella sua opera enciclopedica De mulieribus claris.

La foce del fiume Amato (Lamezia Terme): L'eroe trova finalmente la foce di un corso d'acqua con rive pianeggianti e sabbiose, che lo storico Wolf identifica con la foce del fiume Amato, nel Golfo di Lamezia Terme.

Il Cammino del Naufrago: Da Capo Vaticano alla Foce dell'Amato
Se l'approdo traumatico di Ulisse avviene tra le impervie scogliere di granito di Capo Vaticano, la sua successiva ricerca di un luogo sicuro — identificato dallo storico Armin Wolf nell'area del Golfo di Lamezia, presso la foce del fiume Amato — apre uno scenario geografico e narrativo di straordinario interesse.
Per comprendere appieno la fatica di questo spostamento, è necessario abbandonare l'astrazione della linea retta (che conta circa 42 chilometri) e calcolare la distanza reale seguendo fedelmente la linea di costa: la battigia.
La morfologia della costa: falesie e vie di fuga.
Il percorso che separa Capo Vaticano dalla foce dell'Amato si estende per circa 65-68 chilometri. Non si tratta di una linea uniforme, ma di un cammino nettamente diviso in due scenari morfologici opposti, che condizionano drasticamente il viaggio a piedi:
- Il tratto delle falesie (Da Capo Vaticano a Pizzo Calabro): In questa prima metà del viaggio (circa 35-38 km), l'altopiano del Monte Poro si "tuffa" direttamente nel Mar Tirreno. Le pareti rocciose di granito e tufo creano imponenti falesie verticali. In molti punti, come nei dintorni di Tropea o sotto la rupe di Pizzo, la roccia entra direttamente in acqua senza lasciare spazio alla spiaggia. In questo tratto, le montagne impediscono quasi del tutto di penetrare nell'entroterra a piedi nudi; il viandante o il naufrago è costretto a rimanere sulla battigia, a scavalcare speroni rocciosi o persino a nuotare per aggirare i punti in cui il mare batte direttamente contro la parete verticale.




- Il tratto della pianura (Da Pizzo alla Foce dell'Amato): Subito dopo l'abitato arroccato di Pizzo, la geografia cambia radicalmente. La costa alta si interrompe bruscamente per lasciare spazio all'ampia curva sabbiosa della Piana di Sant'Eufemia. Da qui alla foce del fiume Amato (circa 28-30 km), la spiaggia si fa larghissima, piatta e sabbiosa. Le montagne arretrano e l'entroterra diventa totalmente accessibile, privo di barriere naturali.


Tempi di percorrenza a piedi
Camminare sulla sabbia morbida, tra ciottoli e passaggi scogliosi, riduce sensibilmente la velocità di marcia rispetto a un terreno battuto, attestandosi su una media stimata di circa 3,5 - 4 km/h.
Sviluppando il calcolo geometrico sui circa 68 chilometri totali di costa, un uomo richiederebbe dalle 17 alle 19 ore di marcia effettiva. Calandoci nella realtà di un cammino umano — che deve tenere conto della fatica, delle deviazioni imposte dalle rocce invalicabili del primo tratto e delle necessarie pause — il viaggio non potrebbe spingersi oltre le 8-9 ore di cammino giornaliero. Di conseguenza, il percorso richiede due giorni pieni di viaggio a piedi.

Il significato narrativo nel mito
Questa spaccatura geografica si sposa magnificamente con la struttura drammaturgica dell'Odissea. Nella prima giornata di cammino, l'eroe è ancora prigioniero della natura ostile: deve lottare contro le rocce verticali del Monte Poro, che lo respingono e lo costringono a una spossante ginnastica costiera, simbolo dell'ultimo legame con la terra dei mostri e dei pericoli marini.
Solo nella seconda giornata, superata la barriera di Pizzo, la costa "si apre" e si fa accogliente, piatta e sabbiosa. La natura cessa di essere una minaccia e diventa la via d'accesso alla Piana, introducendo anche visivamente il cambio di atmosfera: l'ingresso nel territorio ospitale e civile dei Feaci.


- Il canneto millenario: Proprio lungo la foce e gli argini del fiume Amato, nell'area della piana lametina, crescono da millenni fitti canneti spontanei. Secondo lo studioso, è esattamente in questa vegetazione palustre calabrese che Ulisse si nascose per dormire e riprendere le forze tra i cespugli.


- I lavatoi a Marcellinara: La principessa Nausicaa si sarebbe diretta con le ancelle a lavare i panni risalendo il corso del fiume, fermandosi nei pressi del passo del "Calderaio", vicino all'odierna stazione ferroviaria di Marcellinara (in provincia di Catanzaro). Qui sarebbe avvenuto il famoso incontro con il naufrago. Ulisse, dopo aver risalito il corso del fiume Amato e superato il Passo del Calderaio, si era infatti fermato nei pressi degli antichi lavatoi, addormentandosi prima di essere svegliato dalle grida delle fanciulle.


Ulisse aveva risalito il corso del fiume Amato, passato il Passo del calderaio  e si
fermò nei pressi degli antichi lavatoi dove oggi sorge la Stazione ferroviaria di Marcellinara.
Si addormentò e fu svegliato dalle grida delle ancelle di Nausicaa.


- La reggia a Tiriolo: Da quel punto, Nausicaa accompagnò Ulisse verso la capitale dei Feaci (Scheria), che Wolf colloca sul borgo montano di Tiriolo. Questa posizione d'altura spiega perfettamente un celebre dettaglio omerico: da Tiriolo, trovandosi esattamente sullo spartiacque dell'istmo, è possibile abbracciare con lo sguardo e vedere contemporaneamente due mari, il Mar Tirreno (Golfo di Lamezia) a ovest e il Mar Ionio (Golfo di Squillace) a est.




Una riflessione aperta: e se Omero non fosse l'autore?
Arrivati a questo punto, sorge spontaneo un interrogativo che tocca il cuore stesso della "questione omerica": e se Omero non fosse l’autore dell’Odissea?
La tradizione ci consegna l'immagine di un anziano aedo cieco, un cantore itinerante che passò la vecchiaia vagabondando di corte in corte, tra la costa ionica di Smirne e l'isola di Chio, fino a morire, secondo la leggenda, sulla remota isola di Ios. Un uomo di cui sette città si contendevano i natali, ma la cui reale biografia rimane avvolta in un mistero impenetrabile. È legittimo chiedersi se questo poeta d'oriente, tradizionalmente descritto come il fervido paladino della forza muscolare ed eroica della guerra di Troia (come emerge nell'Iliade), avrebbe mai potuto scrivere, nella sua tarda età, un poema dove l’elemento, la grazia e il sentimento femminile sono così centrali, elevati e psicologicamente complessi. Personaggi come Nausicaa, Circe, Calipso e Penelope non sono semplici comparse, ma le vere geometre del destino di Ulisse.
Inoltre, la perfezione quasi fotografica con cui vengono descritti i luoghi del Mediterraneo centrale suggerisce che l'autore non si sia affidato alle vaghe dicerie di mercanti e navigatori udite chissà dove, ma che avesse navigato e conosciuto direttamente queste coste.
Se da un lato il geografo Armin Wolf risolve l'enigma della terra dei Feaci dimostrando che Scheria coincide con l'Istmo calabrese, dall'altro lo scrittore Samuel Butler, alla fine dell'Ottocento, provò a risolverne l'enigma dell'anima. E se l’autrice fosse stata, in realtà, una donna? Una giovane e geniale poetessa della Sicilia – magari vissuta nel territorio trapanese, come ipotizzato da Butler –, una delle tante menti straordinarie dimenticate da una storia scritta dagli uomini e mai del tutto obiettiva. Una donna colta, perfetta conoscitrice del suo ambiente marittimo, che ha saputo fondere la precisione geografica dei nostri mari con la finezza psicologica del suo stesso mondo. Un'ipotesi suggestiva che, senza nulla togliere all'immortalità del testo, restituisce al Mediterraneo antico il profumo di una verità ancora tutta da scoprire.
 
Omero: l'ombra del Poeta tra storia e mito
Prima ancora di essere un uomo in carne e ossa, Omero è il nome di un mistero. La sua figura si confonde con le origini stesse della civiltà occidentale, sospesa in quel crepuscolo affascinante in cui la storia non era ancora scritta, ma veniva cantata. Più che un singolo individuo, Omero incarna la voce collettiva di un'intera epoca: il custode della memoria di un popolo che ha affidato ai versi dei suoi poemi le proprie divinità, i propri eroi e le proprie paure più profonde.
Per i greci dell'antichità egli non era semplicemente un autore, ma "Il Poeta" per eccellenza, una figura quasi sacra che univa il mondo degli uomini a quello degli dei attraverso il potere della parola. Eppure, proprio come le rotte marine che il suo Ulisse si trovò a solcare, la reale esistenza di Omero resta avvolta in una fitta nebbia...
Anche sulla sua morte esiste una leggenda famosissima. Si dice che da vecchio, ormai stanco e quasi cieco, si sia stabilito o sia sbarcato sull'isola di Ios (nelle isole Cicladi).
La tradizione vuole che morì lì a causa del dispiacere (o dell'umiliazione) per non essere riuscito a risolvere un indovinello apparentemente banale che gli era stato posto da alcuni giovani pescatori dell'isola:
«Quel che abbiamo preso lo abbiamo lasciato, quel che non abbiamo preso lo portiamo con noi» (la risposta era... i pidocchi!).
Ancora oggi, sull'isola di Ios, i residenti mostrano fieri ai turisti quello che la tradizione locale chiama "la Tomba di Omero".






La tomba di Omero a Ios
Sulla sua tomba(?), un antico epigramma greco recita una formula…
(greco antico)
ἐνθάδε τὴν ἱερὰν κεφαλὴν κατὰ γαῖα καλύπτει
ἀνδρῶν ἡρώων κοσμήτορα θεῖον Ὅμηρον
(come si pronuncia)
Entháde tēn hieràn kephalēn katà gaîa kalýptei
andrôn hērōōn kosmētora theîon Homēron.
che, nella sua più celebre veste poetica, recita:
«Là la terra nasconde, sotto la sacra testa, il divino Omero,
per chiaro ordine degli dei e degli uomini»

L'Odissea ha una madre siciliana?

Accanto al mito del vecchio cantore cieco, esiste un'ipotesi letteraria tra le più suggestive: che l'Odissea non sia opera di Omero, ma della mente brillante di una giovane poetessa greca vissuta in Sicilia. Questa tesi, che ha affascinato studiosi di ogni epoca, vuole che l'autrice abbia proiettato se stessa nel personaggio di Nausicaa e abbia ridisegnato le rotte di Ulisse partendo proprio dal profondo amore per i paesaggi e i mari della propria terra.


Il lettore potrebbe chiedersi: ma cosa c'entra lo Stretto di Messina con la terra dei Feaci e con tutte queste supposizioni geografiche?
La risposta risiede nella logica stessa del viaggio di Ulisse e nella conformazione fisica del nostro mare. Lo Stretto di Messina non è un elemento isolato, ma è la "porta d'ingresso" e il cuore pulsante di tutta la geografia mitologica dell'Odissea per tre motivi fondamentali:
- La continuità del viaggio (La rotta obbligata): Nel dipanarsi del mito, Ulisse si muove continuamente dentro e intorno allo Stretto. Se la sua partenza avviene da Ogigia (le Eolie, appena a nord dello Stretto) e il suo naufragio finale avviene a Scheria (l'Istmo di Catanzaro, poco più a nord-est), lo Stretto di Messina è il corridoio marino obbligatorio che l'eroe deve solcare. Tutta l'azione gravita attorno a questo fulcro.
- La chiave di volta del "paradosso di Omero": Ricordate la bizzarra descrizione di Omero, secondo cui la terra dei Feaci si trovava "una volta davanti e una volta dietro" Scilla e Cariddi? Questo paradosso ha senso solo se si usa lo Stretto di Messina come punto di riferimento. È lo Stretto che fa da spartiacque: per chi naviga verso la Grecia, la costa ionica della Calabria si trova prima (davanti) allo Stretto, mentre quella tirrenica si trova dopo (dietro) di esso. Senza la presenza mitologica e geografica di Scilla e Cariddi, l'intera impalcatura della teoria di Armin Wolf su Scheria crollerebbe.
- Il confine tra il Mostruoso e l'Umano: Lo Stretto di Messina, con i suoi gorghi e i suoi mostri, rappresenta nell'Odissea il confine sacro tra il mondo del mito (fatto di maghe, ciclopi e creature divine) e il mondo degli uomini. Quando Poseidone pietrifica la nave dei Feaci, interrompendo i loro viaggi, lo fa proprio per "chiudere" quel passaggio magico. I Feaci, stanziati nell'Istmo calabrese a ridosso dello Stretto, erano gli unici custodi capaci di traghettare Ulisse oltre quel confine, riportandolo nella realtà storica di Itaca.

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