Viaggio nella Lotta Contadina- Seconda Parte
Alcuni mesi prima della strage di Melissa
si verificarono altri gravi episodi di violenza, anche nel Nord Italia, con
vittime innocenti.
MOLINELLA
17 MAGGIO 1949
(Molinella
– La Torre Pendente del’ 400)
Molinella (prov. di Bologna) è un centro
famoso nella storia del movimento operaio. Un territorio teatro delle lotte
delle mondine. Qui vennero create le prime associazioni sindacali soprattutto
per merito di Giuseppe Massarenti (1867 – 1950). Un sindacalista, socialista, antifascista
che venne perseguitato dai fascisti e dai grandi proprietari terrieri. Fu
mandato al confino nell’isola di Ustica e poi rinchiuso in un ospedale
psichiatrico da dove uscì solo dopo la guerra.
(Giuseppe
Massarenti è il personaggio al centro della foto)
Nel 1949 fu organizzato a Molinella uno
sciopero dei braccianti contro la Confagricoltura che non voleva trattare sul
miglioramento della paga e delle condizioni di lavoro. Ci fu una durissima
protesta perché i lavoratori si scontrarono con altri operai giunti dai paesi
vicini e la cui presenza rischiava di rendere vana la lotta. Il paese fu
militarizzato, Scelba era Ministro dell’Interno, e vi furono molti scontri con
le forze dell’ordine che erano alla ricerca dei capi della protesta.
Il 17 maggio 1949 dopo ripetuti scontri,
alcuni carabinieri spararono su un gruppo di lavoratori e uccisero la mondina
Maria Margotti di 34 anni, un’operaia, vedova e madre di due bambine. Furono
ferite anche una trentina di persone. Il carabiniere che fece fuoco, Francesco
Galeati, fu condannato a sei mesi….
(Maria
Margotti)
(I
funerali di Maria Margotti)
Canto “Le Mondine di Molinella” dal
“Canzoniere delle Lame) :
Lo sciopero non si fermò
Il 12 GIUGNO 1949
SAN GIOVANNI IN PERSICETO, a
circa 40 km da Molinella. Un lavoratore che stava picchettando contro i
lavoratori che non aderivano allo sciopero, Loredano Bizzarri di 22 anni, fu
ucciso da un colpo sparato a bruciapelo da Guido Cenacchi, ovvero una guardia
alle dipendenze degli proprietari terrieri.
L’assassino non fu incriminato
(Loredano
Bizzarri)
“Siamo gente di
Molinella
siamo tutti d'un sentimento
morir di fame, morir di stento
noi vogliamo la libertà.
La libertà non viene
perché non c'è l'unione
crumiri col padrone
son tutti d'ammazzar.
Crumiri schifosi
la vostra lega
l'è una lega da ninèn.
E io ho mangià 'na biscia
e l'ho mangiata iir
meglio mangiarne un'altra
ch'andar con i crumir.
Crumiri schifosi
la vostra lega
l'è una lega da ninèn”.
siamo tutti d'un sentimento
morir di fame, morir di stento
noi vogliamo la libertà.
La libertà non viene
perché non c'è l'unione
crumiri col padrone
son tutti d'ammazzar.
Crumiri schifosi
la vostra lega
l'è una lega da ninèn.
E io ho mangià 'na biscia
e l'ho mangiata iir
meglio mangiarne un'altra
ch'andar con i crumir.
Crumiri schifosi
la vostra lega
l'è una lega da ninèn”.
Sulla
pagina di it.wikipedia dedicata al paese di Molinella si legge: “Ma grande impressione in tutta Italia provocarono i gravi
e cruenti episodi noti come fatti di Molinella del 17 maggio 1949. In tale data
i comunisti, contestando il risultato delle elezioni per la locale camera del
lavoro la presero d'assalto all'atto stesso dell'insediamento della maggioranza
socialdemocratica che aveva vinto. I tafferugli, oltre a un gran numero di
feriti, portarono alla morte di una donna. Tali fatti contribuirono a rendere
insanabile la frattura fra la corrente socialdemocratica e riformista e quella
comunista in seno alla CGIL unitaria, portando alla nascita della UIL.”
Come
scrive un attento e preparato lettore si tratta di un giudizio errato. “È vero che tra il’ 48 e il’ 49 ci fu una
rottura tra comunisti e socialdemocratici in seno alla CGIl unitaria ma è
errato attribuire la morte di Maria Magotti ai “tafferugli” tra fazioni del
sindacato. La mondina fu uccisa da una raffica di mitra sparata deliberatamente
da un carabiniere.
La notizia di “Wikipedia” dipende dal resoconto della
tumultuosa seduta parlamentare del 20 maggio 1949”.
(http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/487055.pdf
) (21 maggio 1949)
Il quella
seduta il Sottosegretario di Stato per l’Interno, Achille Marazza diede la
versione dei fatti riportata dal sito wikipedia ed aspramente contestata dal deputato del PCI
Aldo Cucchi.
(Carletto Cafiero)
(Carletto Cafiero)
Ma il sig. Scelba non si fermò…
il Ministro dell’Interno da buon
Democristiano condurrà ancora la sua politica fatta di atroci repressioni:
29 Novembre
1949
TORREMAGGIORE (Foggia)
(Torremaggiore – Castello
Ducale – XII - XV secolo)
(Castel Fioretino o Fiorentino di Puglia, a 10 km da
Torremaggiore –
Qui morì
l’Imperatore Federico II di Svevia nel 1250 – resti della Domus
Federiciana)
(Domus Federiciana)
( Domus Federiciana)
(Torremaggiore – Corteo Storico in memoria
Dell’Imperatore Federico II di Svevia)
Torremaggiore, in prov. di Foggia, da
mesi era al centro di manifestazioni per i contratti agrari e la riforma
agraria. In questo clima c’erano stati dei frequenti scontri tra dimostranti e
forze di polizia. Il Giornale “L’Unità” del 23 ottobre 1949 commentava: “i lavoratori sono stanchi di soprusi e di
sopraffazioni, di prepotenze e di provocazioni e sono decisi a lottare contro
coloro che amano scherzare con la fame degli uomini, con la miseria del popolo,
per l’esistenza, il diritto al lavoro e alla vita”.
Si stabilì lo sciopero generale del 28 novembre proclamato
dai lavoratori agricoli e dagli operai edili della CGIL. Gli agrari, ovvero i
possidenti terrieri, si rifiutarono di migliorare la portata dell'imponibile di
manodopera in agricoltura (che il prefetto era tenuto a rinnovare all'inizio di
ogni annata) e di accogliere la richiesta della Federbraccianti di aumentare
del 6 per cento le retribuzioni. Al contrario, pretendevano di ridurre la
portata dell'imponibile e anche i salari. Il prefetto rinviò di altri due mesi
l'emanazione del nuovo decreto, venendo largamente incontro alle pretese dei
ricchi proprietari terrieri con cui era naturalmente colluso. Le prime
avvisaglie della tragedia si ebbero a San Severo durante lo sciopero del 28 con
cariche sui lavoratori (tra i feriti il deputato comunista Filippo Pelosi) e
arresti tra i sindacalisti (tra i fermati il segretario della Camera del Lavoro
Carmine Cannelonga). Furono queste aggressioni, davanti alla Camera del Lavoro,
a far proclamare lo sciopero provinciale per il giorno successivo.
La mattina del 29 novembre, a
Torremaggiore, i braccianti si riunirono presso la locale Camera del lavoro per
dare inizio alla protesta. La sede era troppo piccola e il segretario sindacale
Giuseppe Lamedica decise di leggere il telegramma, inviato dalla Camera
Provinciale del Lavoro, nello spazio antistante l’edificio. Il telegramma
riportava i motivi dello sciopero. Giunsero i carabinieri della locale stazione
con numerosi agenti della “Celere” di San Severo. Il maresciallo dei
Carabinieri Cariello diede l’ordine perentorio di sgomberare l’area. Il
Lamedica rispose che “quello non era un
comizio ma una semplice lettura di un telegramma”.
L’ordine del maresciallo fu ripetuto
più volte malgrado le ripetute assicurazioni del segretario sindacale Lamedica.
L’atmosfera si fece tesa e all’improvviso, senza alcuna logica motivazione, gli
agenti presero a vibrare colpi con i manganelli e con il calcio dei fucili. I
braccianti protestarono e si arrivò ad un compromesso di scioglimento della
riunione… Purtroppo, senza un motivo, gli agenti della Celere e i Carabinieri
di San Severo, al comando del capitano Mollo, cominciarono a sparare in aria e
… sulla folla. Nella grande confusione e
nelle colluttazioni avvenne la tragedia a cui nessuno si sarebbe mai sognato di
assistere. Il brigadiere della locale stazione dei Carabinieri, Claro Riso,
maltrattò la cognata del bracciante Antonio Lavacca. Il Lavacca, non
sopportando una simile vile e ingiustificata aggressione, si avvicinò al
carabiniere rimproverandolo aspramente.
Il brigadiere Riso.. imperterrito
gli esplose un colpo di pistola in pieno viso.. un comportamento
agghiacciante… il contadino Antonio Lavacca morì all’istante .. È facile
intuire o immaginare la scena.. un fuggi..fuggi generale tra grida e colpi di
pistola e di fucile.. Il segretario sindacale Giuseppe Lamedica si ritrovò
isolato nel mezzo della piazza e vide cadere a poca distanza Salvatore Gravina
di 30 anni, colpito con violenza da colpi in testa con il calcio di un mitra.
Si ritrovò improvvisamente per uno strano gioco del destino, a quattro – cinque
metri di distanza da lui, il brigadiere Riso ancora con il mitra spianato
(aveva appena ucciso Lavacca). Ancora una volta senza motivo.. il Riso fece
fuoco su Giuseppe Lamedica che cadde al suolo e incominciò a lamentarsi dal
dolore per le ferite. Fece qualche timido sforzo per cercare di alzarsi ma
perse i sensi e rimase sul selciato in una pozza di sangue. Una donna,
anch’essa una bracciante agricola, Teresa De Santis, tentò con amore di
portargli aiuto.
“Il povero Lamedica sudava, non avevo il fazzoletto, gli
asciugai la fronte con la manica del cappotto”….ma di fronte agli agenti e ai carabinieri, presi da una
follia omicida, anche la De Santis fuggì e lasciò Giuseppe Lamedica, ancora in
vita, in mezzo alla piazza. Non fu soccorso nemmeno dagli agenti … forse si
sarebbe salvato,, ,, “ma doveva essere
eliminato”… secondo gli ordini… infatti sembra che le forze dell’Ordine ne
abbiano impedito il suo trasporto in ospedale.
“Antonio
Lavacca, bracciante agricolo, padre di quattro figli”
“Giuseppe
Lamedica, ex bracciante, stradino del Comune e militante nel Partito Comunista”
(un ritratto di Giuseppe LaMedica – da: CGIL – Foggia)
(I funerali di Lamedica e Lavacca)
Al successivo processo verranno tutti
assolti per insufficienza di prove. Le reazioni di sdegno all'accaduto
portarono, il 2 dicembre, alla proclamazione dello sciopero generale in tutto
il paese. Il prefetto in fretta e furia modificò il decreto sull'imponibile e
l'associazione agraria concordò nuovi salari. Furono proibiti per motivi di
ordine pubblico funerali pubblici, ma il 2 dicembre vi fu un lungo e silenzioso
corteo che accompagnò alla sepoltura Lavacca e Lamedica. A capeggiarlo,
Giuseppe Di Vittorio, che intervenendo alla Camera, attaccò il ministro
dell'interno Scelba. Un anno dopo, il 4
dicembre 1950, nella Camera del Lavoro di Torremaggiore fu scoperta una lapide
che recitava: “Antonio La Vacca e
Giuseppe Lamedica, portatori dei diritti nuovi, dal popolo sovranamente
liberamente scolpiti nelle tavole fondamentali della Repubblica –il diritto al
lavoro il diritto alla vita- per umana violenza prostrati alle zolle che
agognavano non sudore diedero, ma sangue”. La lapide venne subito rimossa
perchè il testo non fu approvato dai “politici” di allora.
(La Lapide – Scuola “S.G.Bosco”)
(Il monumento in memoria di Lavacca e la Medica)
31 Ottobre 1949
Isola Capo Rizzuto (Catanzaro)
La polizia apre il fuoco sui
partecipanti ad una manifestazione di braccianti. La vittima: Matteo Aceto, l’organizzatore
del movimento contadino.
(Isola di Capo Rizzuto: http://www.calabriamagna.com/top-5-places-to-visit-in-calabria-italy/)
Dicembre
1949..
Montescaglioso
(Matera)
(Montescaglioso - Matera)
(Montescaglioso – Abbazia di San Michele Arcangelo)
(Montescaglioso Abbazia di S. M. Arcangelo dei Benedettini)
(Montescaglioso – Porta Sant’Angelo)
Giuseppe
Novello (Bracciante agricolo) venne ucciso in una dimostrazione. A lui il poeta
Rocco Scotellaro dedicò una poesia:
Tutte
queste foglie ch’erano verdi: si fa sentire il vento delle foglie che si
perdono
fondando i solchi a nuovo nella terra macinata.
Ogni solco ha un nome, vi è una foglia perenne
che rimonta sui rami di notte a primavera
a fare il giorno nuovo.
È caduto Novello sulla strada all’alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell’ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.
Cammina il paese tra le nubi, cammina
Sulla strada dove un uomo si è piantato al timone,
dall’alba quando rimonta sui rami
la foglia perenne in primavera.
fondando i solchi a nuovo nella terra macinata.
Ogni solco ha un nome, vi è una foglia perenne
che rimonta sui rami di notte a primavera
a fare il giorno nuovo.
È caduto Novello sulla strada all’alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell’ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.
Cammina il paese tra le nubi, cammina
Sulla strada dove un uomo si è piantato al timone,
dall’alba quando rimonta sui rami
la foglia perenne in primavera.
Montescaglioso è
un importante centro storico-culturale per i suoi importanti monumenti.
È nota come la “città dei Monasteri” per la presenza di quattro grandi
complessi monastici. Importanti il castello normanno, le porte e le torri.
Nel
1945 iniziarono a Montescaglioso le manifestazioni per la lotta ai latifondi
con un corteo di quasi 2000 persone (braccianti, contadini, disoccupati legati
al mondo agricolo) che andò ad occupare i terreni o il fondo del grande
proprietario terriero, il Barone La Cava. Terreni che si trovavano nelle
contrade Tre Confini e Dogana. I rivoltosi, con grande coraggio, sequestrarono
il commissario prefettizio Manzo che era alla guida del paese di
Montescaglioso. Lo misero in groppa ad un asino e lo portarono con loro. Un
sequestro ai fini di ostaggio per difendersi da eventuali attacchi della Celere
? No… i dimostranti chiesero al prefetto
di fare mediazione con le forze dell’ordine che si trovavano sul luogo e
probabilmente anche con il proprietario del fondo. Obiettivo ? Ottenere quelle
terre senza problemi.
Il
risultato finale della manifestazione fu un fallimento… ci furono 21 arresti.
La
cittadinanza di Montescaglioso non si arrese e nel 1949 la rivolta assunse
degli aspetti decisamente più forti. Dalle occupazioni simboliche si passò alle
vere e proprie occupazioni dei terreni con la relativa presa in possesso ed
effettuazione di operazioni colturali. I Celerini di Mario Scelba…. sempre
lui,,,,, fecero una forte repressione… anche se certa stampa di governo evidenziò atti di violenza da parte dei rivoltosi…..ma
era solo cronaca di parte…a cui anche oggi siamo abituati …
I
fatti……. Le occupazioni iniziarono il 7 dicembre 1949 e non vi fu alcun
contrasto o problema con la polizia. Ma la calma era apparente.. alle spalle di
tutto ciò c’era il Ministro Scelba con le sue decisioni..strano personaggio
politico…… un meridionale.. siciliano… nato a Caltagirone il 5/09/1901… contro
le sue origini… un uomo che avrebbe dovuto capire i problemi del suo meridione
e venire incontro alle richieste della sua gente pur nel rispetto dei suoi
compiti istituzionali e non uccidendo persone che rivendicavano sacrosanti
diritti…
Le
forze dell’ordine aspettavano l’ordine del ministro Scelba per attaccare e
probabilmente i massimi vertici della Celere decisero con lo stesso ministro di
passare all’azione quasi in silenzio.. senza clamore. Le forze dell’ordine
agirono con furbizia interrompendo la fornitura di energia elettrica nel paese
che piombò nel buio. Le vie del paese furono invase da decine di celerini dei battaglioni
Matera e Bari. Senza alcun rispetto dei diritti sanciti dalla Costituzione
Repubblicana, i celerini di Scelba entrarono nelle case dei contadini…
l’ambiente era spettrale… il buio… le grida…. Il pianto di tanti bambini
impauriti e anche le urla della gente che protestava o che veniva portata via
dai celerini. La gente decise di assediare la caserma dei carabinieri dove
erano stati arrestati dei contadini. Una protesta… giusta…. come conseguenza di
un atto il cui era assente il senso della Stato e della legge. Era il senso
dello Stato e della legge di Scelba… un uomo simile a tanti altri oggi presenti
nella nostra politica come il “bambino viziato” che con il tono della voce
cerca di attirare a se l’elettorato come un tempo erano soliti fare grandi
personaggi della destra… il “piagnucolone” che tanta concorrenza fa alla “piagnucolona” ….
Ecc..
Ma
torniamo ai fatti e lasciamo i nostri politici alle proprie miserie umane che
nel loro teatro mettono in scena quotidianamente commedie che farebbero concorrenza
alle rappresentazioni comico teatrali…. I contadini erano fermi lungo il Corso
della Repubblica quando giunse una motocicletta con a bordo due carabinieri che
dovevano andare in caserma. I loro nomi ?
Rosario Panebianco e Vittorio Conto. I due carabinieri videro la folla…
e decisero di invertire la marcia per allontanarsi dal luogo… la moto scivolò
sul selciato umido e fu a quel punto che i celerini o i carabinieri,
l’identificazione giusta non ha senso, spararono sulla folla ferendo Michele
Oliva e Giuseppe Novello che morì, a causa delle ferite riportate, tre giorni
dopo. Le ultime parole che il Novello sentì dal suo carnefice fu “Muori carogna”.
Anche
in questo caso un processo farsa… a cui siamo abituati in Italia in occasioni
di eventi simili. La linea del Governo De Gasperi trovava appoggio sui grandi
latifondisti e su certa stampa governativa mai obiettiva, faceva ricadere sempre la colpa degli eventi sui dimostranti…. Poveri
contadini… masse disagiate del sud… del meridione….dimenticato da Scelba..che
era un meridionale….
Montescaglioso. I contadini occupanti
(Montescaglioso – I Funerali
(Montescaglioso ?)
Modena 9
gennaio 1950 ….
Eccidio
delle Fonderie Riunite
La
strage forse esula dal movimento di
protesta legato alla richiesta, da parte dei contadini, della Riforma Agraria.
Viene inserito nella ricerca per evidenziare lo stato di diffuso disagio
economico e sociale dei lavoratori.
9
gennaio a Modena il sindacato della CGIL proclamò uno sciopero per
protestare contro il licenziamento di
oltre 500 operai metalmeccanici delle
Fonderie Riunite.
Modena –
Acciaierie Riunite
Modena
diverse volte era apparsa nella cronaca per vicende decisamente tristi. Tra gli
anni 1947 e 1949 nella città furono arrestati 485 partigiani per vicende legate
alla lotta di liberazione e circa 3500 braccianti agricoli furono denunciati
per occupazione delle terre. La polizia intervenne in ben 181 conflitti di
lavoro.
Dal
1948 nel mondo industriale era in atto una controrivoluzione per azzerare la
forza dei lavoratori nelle fabbriche, il potere dei sindacati e dei partiti di
sinistra. Gli industriali volevano abbassare il costo del lavoro e aumentare le
produttività per orientare la produzione verso l’esportazione. Usarono
strumenti terribili: la serrata e i licenziamenti collettivi e selettivi per
ridurre il potere contrattuale dei sindacati e delle commissioni interne;
l’aumento del ventaglio retributivo, salario sempre più legato alla produzione
(cottimo e premio di produzione differenziato), intervento della polizia per
sciogliere i picchetti e le manifestazioni.
Le
maestranze delle Fonderie Riunite, nel 1943 parteciparono agli scioperi contro
la “guerra e per il pane” con 480 operai metà delle quali erano donne. Dopo la
liberazione i padroni “tornarono proprietari” come disse qualche scrittore e
questa fu una scelta democristiana. Il padrone delle Riunite era il fascista
Adolfo Orsi, amico di Italo Balbo. Orsi non solo era padrone delle Riunite ma
anche della ”Maserati Alfieri”, delle “candele Accumulatori Maserati” e delle
Acciaierie. Come tanti altri fascisti, dopo la vittoria della DC nell’aprile
del 48, ritornò a dirigere l’impresa. Orsi iniziò con tre giorni di serrata
chiamando la polizia per sgomberare i picchetti. Era la prima volta che a
Modena la polizia interveniva nei conflitti di lavoro. Sarà la prima di una
lunga serie di interventi che si faranno sempre più frequenti e aggressivi.
Il
9 gennaio 1949 si svolse, sempre a Modena, una manifestazione sindacale in
Piazza Roma. Nella manifestazione il segretario generale della CGIL Ferdinando
o Fernando Santi condannò pubblicamente la condotta decisamente antisindacale
della fonderia “Vandevit” e della carrozzeria “Padana” che avevano operato dei
licenziamenti e delle chiusure. In Piazza Roma c’è la Chiesa… è domenica.. al
termine del comizio la gente rientrava a casa mescolandosi con chi usciva dalla
chiesa…. Improvvisamente si scatenò in modo del tutto inspiegabile una vera e
propria aggressione della polizia con manganellate e perfino colpi di pistola.
Qualcosa era stato deciso dall’alto e cioè colpire il movimento operaio e
sindacale per porre fine alla forte avanzata e ridurre la capacità
contrattuale.
Alla fine
del’ 49 altra serrata decretata dal padrone Orsi… questa volta con il
licenziamento di ben 560 lavoratori. I sui obiettivi erano quelli di assumere
nuovi lavoratori non appartenenti al sindacato o partiti politici; nuove idee
di gestione: revisionare in peggio il premio di produzione; abolire il consiglio
di gestione; far pagare la mensa ai lavoratori; togliere le bacheche sindacali
e politiche; eliminare la stanza di allattamento che le operaie si erano
conquistate per potere andare in fabbrica con i figli. Dopo un mese di serrata
giunse la risposta degli operai…..sciopero generale il 9 gennaio 1950 in tutta
la provincia.
Il prefetto
e il questore, sicuramente d’accordo con Scelba, non diedero il permesso alla
Camera del Lavoro per la manifestazione sindacale in qualsiasi piazza. Non c’è
da meravigliarsi per la decisione dato che i prefetti e i questori erano tutti
“trasferiti in blocco” dal regime fascista a quello democratico/democristiano.
Si narra che il questore di allora rispose ad una delegazione di parlamentari e
dirigenti sindacali che avevano chiesto una piazza per la manifestazione: “ vi stermineremo tutti”.
Il buon
Scelba diede subito le direttive come un “vero uomo politico”. Il giorno 8 arrivarono a Modena ingenti forze
di polizia… si parla di circa 1500 uomini con autoblindo T17
Staghound , jeep,
camion e armamento pesante.
I poliziotti
appartenevano ai distaccamenti III Mobile di Piacenza, VI Mobile di Bologna e
Ferrara e XX Mobile di Cesena.
Le forze di polizia occuparono la fabbrica e
si disposero anche sul tetto con le armi… pronti a fare fuoco… solo un folle
poteva predisporre una simile azione…. E Scelba lo era. Da quel maledetto tetto
la polizia sparò uccidendo gente disarmata.
Verso le 10
del mattino, del 9 gennaio, una decina di operai giunse ai cancelli delle
“Fonderie Riunite” che erano circondate da carabinieri armati. All’improvviso
un carabiniere sparò un colpo di pistola in pieno petto al trentenne Angelo
Appiani che morì sul colpo. Subito dopo, dal tetto della fabbrica i carabinieri
aprirono il fuoco con le mitragliatrici verso via Ciro Minotti contro un altro
gruppo di lavoratori che si trovavano al di là del passaggio a livello sbarrato
in attesa dell’arrivo di un treno. Furono uccisi Arturo Chiappelli e Arturo
Malagoli e ferirono molte altre persone anche in modo grave. Dopo circa 30
minuti, in Via Santa Caterina un operaio, Roberto Rovatti, che portava al collo
una sciarpa rossa, venne circondato da una squadra di carabinieri. Fu buttato
dentro ad un fossato e linciato con i calci dei fucili….fino all’ultimo
respiro.
Scene di
altri tempi… naziste… in via Ciro Minotti giunse un blindato T17 che senza
alcun motivo iniziò a sparare sulla folla uccidendo Ennio Garagnani… attenzione
parliamo di un blindato che spara su folla disarmata…… i sindacalisti della
CGIl appresa la notizia della strage avvisarono, con gli altoparlanti montati
sulle auto, i manifestanti di spostarsi verso Piazza Roma. Ma la strage
continuò. A mezzogiorno un carabiniere uccise con il fucile Renzo Bersani che
stava attraversando a piedi l’incrocio posto alla fine di Via Menotti ad oltre
100 metri dalla fabbrica.
Ho perso il
conto…scusatemi….
Il bilancio
fu di 6 morti, 200 feriti e 34 arrestati con l’accusa di “resistenza a pubblico
ufficiale, radunata sediziosa e attentato alle libere istituzioni”.
Il giorno
dopo il quotidiano socialista L’Avanti riportò: “ Affoga nel sangue il governo del 18 aprile” denunciando “ il più brutale massacro che sia avvenuto
dopo la liberazione, massacro paragonabile soltanto agli indiscriminati eccidi
compiuti dai nazisti, (che) ha gettato nel lutto la popolazione modenese».
Lo stesso giorno il quotidiano comunista L'Unità titolò a otto
colonne “Tutta l'italia si leva contro il nuovo eccidio!”. Infatti
in moltissime città italiane (tra cui Torino, Firenze, Palermo, Venezia,
Livorno, Milano, Bari, Alessandria, Genova e Verona) vennero organizzati
proteste e scioperi generali per l'intera giornata. A Roma accorsero circa
100.000 manifestanti in piazza SS. Apostoli per il comizio della Cgil,
mentre la Cisl scelse di non associarsi alle manifestazioni.
L'11
gennaio si svolsero a Modena i solenni funerali delle sei vittime dell'eccidio,
alla presenza di oltre 300.000 persone.
Palmiro
Togliatti e Nilde Iotti decisero di adottare Marisa Malagoli,
sorella minore di una delle vittime (Arturo Malagoli).
Nel
sito.. https://sites.google.com/site/sentileranechecantano/schede/morire-per-il-lavoro/l-eccidio-di-modena-nei-ricordi-di-marisa-malagoli c’è un
documento tratto dal racconto “Liberazione” di Romina Velchi del 9 gennaio 2000
con un intervista a Marisa Malagoli, sorella di Arturo Malagoli, ucciso
nell'eccidio di Modena. Il 9 gennaio 1950 Marisa Malagoli aveva appena sei anni
e viveva allora con la famiglia (i genitori e dodici figli) a Nonantola, un piccolo paesino famoso per una bellissima
abbazia romanica. I genitori erano dei mezzadri e ricorda i due fratelli Arturo
di 21 anni, e Giuseppe che erano i più
politicizzati. Nel racconto ricorda
momenti bellissimi di vita... vita di gente umile lavoratrice e vicina alla
realtà del tempo. “Arturo viveva a Modena ed era in possesso di una radio, non avevamo
l'elettricità e per la famiglia era il collegamento con il mondo circostante”.
Quel terribile giorno “ ricordo che io tornavo a
piedi da scuola con mia sorella Renata. Era un giorno bello ma freddo. Da
lontano cominciammo a renderci conto che era successo qualcosa, c'era la
polizia e quando fummo vicine alla casa sentimmo le urla e il pianto di mia
madre. Il giorno dopo, c'era una nebbia terribile, fummo tutti portati in auto
(e quello era già un evento, all’epoca le macchine erano una rarità)
all'obitorio dell'ospedale di Modena. La scena mi è rimasta impressa: il corpo
di mio fratello, il sangue dappertutto, per terra e sul lenzuolo, gli altri
morti".
Dopo il 9 gennaio che cosa è cambiato sul piano personale?
“Successe
che Togliatti, venuto a Modena in seguito all'eccidio, decise con Nilde Iotti
di aiutare una delle famiglie coinvolte. La scelta cadde su di noi. Il tramite
fu l'onorevole Gina Borellini, una partigiana medaglia d'oro alla Resistenza,
che in guerra aveva perso un arto. Anche dietro spinta dei miei fratelli e
delle mie sorelle, fu stabilito, con una specie di accordo reciproco, che io
andassi a Roma a studiare. Quello dello studio era un mito dei miei fratelli
che non avevano potuto andare oltre la quinta elementare: erano consapevoli che
andare a scuola era il mezzo per cambiare la propria condizione. L'idea che io
potessi studiare fu anche di incentivo per mia madre che era restia a lasciarmi
andare. In realtà, l'allontanamento è poi stato relativo, sono sempre stati
mantenuti molti contatti, sia perché io tornavo regolarmente a Modena, sia
perché qualcuno della mia famiglia veniva a Roma. Da allora ho vissuto sempre
con Palmiro Togliatti e Nilde Jotti. Prima che io compissi i diciotto anni,
Togliatti, riuscì, con un'azione legale, a darmi il suo cognome. Infatti io mi
chiamo Malagoli Togliatti. La scelta era caduta su di me perché io ero la più
piccola e avevo appena cominciato la scuola, ero in prima elementare. Fui
certamente privilegiata. In ogni caso, i rapporti tra le due famiglie sono
rimasti sempre molto stretti Anzi, paradossalmente, per Nilde, specie dopo la
morte di Togliatti, i Malagoli sono stati quasi l'unica famiglia di
riferimento”.
Esiste ancora la casa dl Nonantola?
“Sì,
esiste ancora. Ci siamo andati poco prima che Nilde si ammalasse, il 25 aprile
del '98, per il matrimonio di un mio nipote. Mi sono recata con i miei figli a
vederla, siamo anche entrati: è ancora abitata, è stata ristrutturata e
abbellita. I miei genitori l'avevano lasciata pochi anni dopo l'uccisione di
Arturo, trasferendosi in un appartamento alla periferia di Modena, quando i
miei fratelli avevano trovato lavoro in città”.
E'
stato utile il suo sacrificio di suo fratello?
“Credo che l'odio
e l'esecrazione per la polizia di Scelba siano nati proprio dopo la tragedia di
Modena. Ed è dopo Modena che si pongono le basi della sconfitta politica della
Democrazia cristiana nel '53. La Dc pagò, in termini elettorali, gli episodi di
quegli anni: Melissa, Montescaglioso, Modena, ma anche i tanti e ripetuti casi
di repressione, di intimidazione, di discriminazione politica”.
I
Fatti di Modena
21 MARZO
1950
LENTELLA
(Chieti)
Lentella _ Chieti
(Tratturo Centurelle – Montesecco)
(Tratturo: Centorelle – Montesecco
Si tratta di una
derivazione del tratto Aquila – Foggia e che risale al VI secolo
quando era
percorso dai Vestini e Marrucini)
Un
piccolo centro di 699 abitanti fondato dai romani nel VII secolo d.C. che prese
il nome dalla figlia del governatore. Il paese ebbe un incremento nel periodo
normanno con la costruzione del castello Manno di cui esistono i ruderi.
Lentella fa parte dell’antico Tratturo
“Centurelle – Montesecco” , derivazione del tratto “Aquila – Foggia” che
risulta frequentato già nel VI secolo dai
Vestini e dai Marrucini.
Il paese fu teatro, nel marzo del 1950, di uno degli episodi
più drammatici delle lotte contadine per la terra e il lavoro, che
interessarono il comprensorio del Vastese. Lotte organizzate e dirette dai
giovani partiti di sinistra, dalle rinate Camere del Lavoro e dalla Federterra
provinciale.
Le lotte iniziarono nella primavera del 1950, dopo la messa a punto, nell’autunno del 1949, del “Piano del Lavoro” da parte della CGIL diretta da Giuseppe Di Vittorio. “Un Piano di Lavoro” finalizzato a conseguire dei precisi obiettivi:
Le lotte iniziarono nella primavera del 1950, dopo la messa a punto, nell’autunno del 1949, del “Piano del Lavoro” da parte della CGIL diretta da Giuseppe Di Vittorio. “Un Piano di Lavoro” finalizzato a conseguire dei precisi obiettivi:
1. lo svincolo
forestale,
2. l’appoderamento
3. la messa a
coltura di terreni ex boschivi;
4. l’apertura di
cantieri scuola
5. la
realizzazione di opere pubbliche per la ricostruzione dei paesi;
6. l’applicazione
dei Decreti Gullo e del Lodo De Gasperi, che modificavano i patti mezzadrili,
garantendo ai coloni una più equa ripartizione dei raccolti,
7. l’applicazione
del Decreto sulla massima occupazione dei lavoratori agricoli, che obbligava le
aziende ad assumere mano d’opera per lavori di manutenzione ordinaria e
straordinaria dei fondi.
I contadini scelsero la nuova forma di lotta proposta dalla
Federterra cioè lo “sciopero a
rovescio”. Uno sciopero sperimentato con successo nel 1946 in Puglia, nel 1947
in altre province del Sud e del Centro-Nord, nel febbraio del 1950 nel Fucino,
contro i Torlonia.
Il 12 marzo, contemporaneamente, gli scioperi iniziarono a Vasto e Casalbordino (per la sistemazione delle strade di alcune contrade), a San Salvo e Torino di Sangro (per l’occupazione e l’appoderamento del bosco Motticce e dei terreni incolti ex boschivi in contrada Saletti); il 13 a Cupello (per lavori sulle terre della duchessa Pacelli).
Il Comune di Lentella, che contava allora poco più di mille anime, era uno dei più poveri del comprensorio. In un articolo inviato al Giornale del Mezzogiorno qualche mese prima dell’eccidio, intitolato “Bestie da soma”, il sindaco democristiano, che poi sarà aspramente contestato dai concittadini, aveva descritto il suo paese in questi termini: “Lentella non ha acqua: le fu matrigna la natura. […] Lentella non ha pane. L’agricoltura non è affatto progredita, dato l’alto costo dei concimi”. E aveva aggiunto che non vi erano farmacie, né fognature, né latrine; non erano stati pagati i danni di guerra; le case erano anguste (in media vivevano tre persone a vano); mancavano locali adeguati per le scuole e sei cittadini su dieci non sapevano né leggere né scrivere”.
I contadini, guidati da Cosmo Moro, Nicola Di Iorio e Pierino Sciascia, dirigenti locali della Camera del Lavoro, della Federterra e del PCI, si organizzarono per rivendicare i loro diritti. Chiedevano ai quattro grandi proprietari della zona – Carile, Catalano, Cosmo e Giovannelli – l’applicazione del Lodo De Gasperi per una diversa ripartizione delle olive (il 53 per cento del prodotto ai coloni, a fronte della precedente misera quota di un quinto) e del Decreto sulla massima occupazione. Chiedevano altresì al sindaco e al prefetto il sollecito disbrigo delle pratiche per i lavori, progettati da tempo, al cimitero e in una strada campestre che collegava il paese al fondovalle del Trigno, dove i lentellesi avevano terreni in affitto, e per la costruzione dell’acquedotto Lentella – Fresagrandinaria (il Ministero dei Lavori Pubblici aveva già stanziato 50 milioni).
Viste le resistenze e le inadempienze delle controparti, nonostante le notizie sugli arresti che arrivavano dagli altri comuni, decisero di iniziare la lotta. Il 15 marzo 1950 una folta squadra andò a lavorare nella strada campestre. Un lavoro duro con pochissimi mezzi a disposizione… tanta fatica e non retribuiti. Il lavoro mancava e la miseria era conosciuta, purtroppo, da tante famiglie. Quella strada, comunque, era fondamentale per lo sviluppo del paese.. avrebbe assicurato tanta occupazione doveva essere realizzata con l’aiuto di tutti. ..donne.. uomini.
Il 12 marzo, contemporaneamente, gli scioperi iniziarono a Vasto e Casalbordino (per la sistemazione delle strade di alcune contrade), a San Salvo e Torino di Sangro (per l’occupazione e l’appoderamento del bosco Motticce e dei terreni incolti ex boschivi in contrada Saletti); il 13 a Cupello (per lavori sulle terre della duchessa Pacelli).
Il Comune di Lentella, che contava allora poco più di mille anime, era uno dei più poveri del comprensorio. In un articolo inviato al Giornale del Mezzogiorno qualche mese prima dell’eccidio, intitolato “Bestie da soma”, il sindaco democristiano, che poi sarà aspramente contestato dai concittadini, aveva descritto il suo paese in questi termini: “Lentella non ha acqua: le fu matrigna la natura. […] Lentella non ha pane. L’agricoltura non è affatto progredita, dato l’alto costo dei concimi”. E aveva aggiunto che non vi erano farmacie, né fognature, né latrine; non erano stati pagati i danni di guerra; le case erano anguste (in media vivevano tre persone a vano); mancavano locali adeguati per le scuole e sei cittadini su dieci non sapevano né leggere né scrivere”.
I contadini, guidati da Cosmo Moro, Nicola Di Iorio e Pierino Sciascia, dirigenti locali della Camera del Lavoro, della Federterra e del PCI, si organizzarono per rivendicare i loro diritti. Chiedevano ai quattro grandi proprietari della zona – Carile, Catalano, Cosmo e Giovannelli – l’applicazione del Lodo De Gasperi per una diversa ripartizione delle olive (il 53 per cento del prodotto ai coloni, a fronte della precedente misera quota di un quinto) e del Decreto sulla massima occupazione. Chiedevano altresì al sindaco e al prefetto il sollecito disbrigo delle pratiche per i lavori, progettati da tempo, al cimitero e in una strada campestre che collegava il paese al fondovalle del Trigno, dove i lentellesi avevano terreni in affitto, e per la costruzione dell’acquedotto Lentella – Fresagrandinaria (il Ministero dei Lavori Pubblici aveva già stanziato 50 milioni).
Viste le resistenze e le inadempienze delle controparti, nonostante le notizie sugli arresti che arrivavano dagli altri comuni, decisero di iniziare la lotta. Il 15 marzo 1950 una folta squadra andò a lavorare nella strada campestre. Un lavoro duro con pochissimi mezzi a disposizione… tanta fatica e non retribuiti. Il lavoro mancava e la miseria era conosciuta, purtroppo, da tante famiglie. Quella strada, comunque, era fondamentale per lo sviluppo del paese.. avrebbe assicurato tanta occupazione doveva essere realizzata con l’aiuto di tutti. ..donne.. uomini.
Al ritorno in paese i carabinieri fermarono quattro contadini
e il segretario della Camera del Lavoro di Vasto, Rinaldo Zanterino, e li
portarono a forza in caserma, vincendo la resistenza dei paesani con il lancio
di gas lacrimogeni (alcune donne si sdraiarono davanti alla camionetta per
impedirne la partenza). Il provvedimento poliziesco eccitò ancor più i
contadini alla lotta. Ripeterono lo sciopero fino al 20 marzo, con crescente
partecipazione di popolo, senza incidenti, ma in un clima sempre più teso. Ogni
sera andavano in corteo con le proprie famiglie a riporre gli attrezzi nella
sede della Camera del Lavoro, ubicata al piano terra del municipio, in Piazza
Garibaldi, gridando “Vogliamo pane e lavoro!”, “Abbasso il sindaco della
miseria!” e altri slogans, e reclamando invano il pagamento delle prestazioni.
Lo sciopero del 21 marzo si concluse tragicamente. Con animo
esasperato, i contadini tornarono a manifestare e a reclamare davanti al
municipio, il cui ingresso era presidiato dal vicebrigadiere Michele
Moscariello e da cinque carabinieri, armati di moschetto. Quando il corteo giunse a pochi passi
dall’ingresso del municipio, partirono i colpi d’arma da fuoco. A sparare fu
l’appuntato De Vita uccidendo sul colpo Nicola Mattia, di anni 41, e Cosmo
Mangiocco, di anni 26, e ferendo dieci persone. Numerosi i feriti.. alcuni
proiettili colpirono delle persone che si trovavano sull’autobus Celenza –
Chieti, che era fermo in piazza. Le vittime vennero portate nelle loro misere case….
Venne instaurato il coprifuoco per diversi giorni. La sezione del PCI venne più
volte perquisita e gli iscritti denunciati.
Molti manifestanti, quelli che avevano in seno al partito
qualche importanza, fuggirono e si rifugiarono nelle campagne di Vasto e San
Salvo per parecchi giorni.
Il giorno dopo gli abitanti si strinsero attorno
alle bare dei due sventurati (ai funerali parteciparono anche i
parlamentari abruzzesi Bruno Corbi, Giulio Spallone e Silvio Paolucci) e i
lavoratori della CGIL incrociarono le braccia in tutta Italia, in segno di
solidarietà.
“I carabinieri
spararono per legittima difesa contro dimostranti che li minacciavano di morte
con gli attrezzi da lavoro”, sostenne Bubbio, sottosegretario al Ministero
dell’Interno, nell’agitato dibattito parlamentare che si svolse il 28 marzo,
facendo propria la versione del comandante della legione dei carabinieri di
Chieti. Bubbio, essendo sottosegretario
dell’Interno e quindi vicino a Scelba, fu veramente duro e mostrò un cinismo
allarmante: “nonostante il rammarico per
i tristi avvenimenti, lo sciopero era immotivato perché tutti gli aderenti
erano proprietari terrieri”…!!!
Un discorso da vero e fedele seguace di Scelba….. furono
considerati proprietari terrieri chi
aveva un pezzo di terra che in molti casi misurava meno di ¼ di ettaro
(meno di 2500 mq ) e spesso ancora meno.
Il deputato democristiano Ercole Rocchetti gli diede
manforte, parlando di una montatura di ordine politico in un paese pacifico che
contava solo sei disoccupati.
“L’atto degli agenti fu premeditato e ingiustificato, perché i dimostranti si limitarono a minacce verbali”, replicarono gli interroganti parlamentari abruzzesi, che avevano condotto un’indagine a tappeto sull’eccidio e inoltrato denuncia contro i militi dell’Arma al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vasto (del seguito giudiziario di tale denuncia si sono perse le tracce).
L’autorità giudiziaria diede loro ragione in merito al comportamento dei 90 imputati (erano contadini e dirigenti sindacali e politici: l’elenco di questi ultimi comprendeva, oltre ai citati, Tonino Rapposelli, Vincenzo Terpolilli, Giuseppe Zimarino, Dino Colarossi). La Sezione Istruttoria presso la Corte d’appello di Aquila, ne rinviò a giudizio innanzi al pretore di Vasto solo 32, per partecipazione a manifestazione sediziosa e non per resistenza a pubblico ufficiale (di questo reato non erano emerse prove).
“L’atto degli agenti fu premeditato e ingiustificato, perché i dimostranti si limitarono a minacce verbali”, replicarono gli interroganti parlamentari abruzzesi, che avevano condotto un’indagine a tappeto sull’eccidio e inoltrato denuncia contro i militi dell’Arma al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Vasto (del seguito giudiziario di tale denuncia si sono perse le tracce).
L’autorità giudiziaria diede loro ragione in merito al comportamento dei 90 imputati (erano contadini e dirigenti sindacali e politici: l’elenco di questi ultimi comprendeva, oltre ai citati, Tonino Rapposelli, Vincenzo Terpolilli, Giuseppe Zimarino, Dino Colarossi). La Sezione Istruttoria presso la Corte d’appello di Aquila, ne rinviò a giudizio innanzi al pretore di Vasto solo 32, per partecipazione a manifestazione sediziosa e non per resistenza a pubblico ufficiale (di questo reato non erano emerse prove).
I deputati Bruno Corbi e Silvio Paolucci (PCI) visitarono il
piccolo centro durante i funerali delle vittime. Nel loro intervento misero in
risalto le condizioni di miseria che colpiva tutte le famiglie contadine del
sud “Italia”: «Paese
di miseria, paese senza strade, senza fognature, senza abitazioni, senza un
segno di vita civile.[...] Io dirò soltanto come vivevano i due uccisi. Noi
abbiamo visto. Ci siamo recati nelle case di questa povera gente. Cosimo
Mangiocco era un giovane di 26 anni. Era già sposato, ma non poteva convivere
con la compagna della sua vita, perché non riuscivano, in due, a procurarsi un
letto. Cosimo Mangiocco, quando lo hanno riportato cadavere nella sua casa, non
ha potuto esservi ospitato, perché la sua bara occupava troppo posto. È stato
trasportato nella casa della sua giovane sposa: e Lia lo ha ospitato per la
prima volta, cadavere, nel suo letto di vergine. E questo era il figlio di un
proprietario! Il vostro Popolo, il giornale del Governo, così lo ha definito.
L’altro, Nicola Mattia, padre di quattro figli di tenera età: quando lo hanno
riportato a casa, non ha potuto entrare in quella stretta, unica stanza, in cui
convivono 6 o 7 persone. Sapete perché? Perché si accede a questo buco
attraverso una scala a pioli; e non è possibile trasportarvi un cadavere. Il suo
povero corpo, crivellato di colpi, fu quindi ospitato nella casa di gente
caritatevole vicina. E questi era il “proprietario mezzadro” di cui parlava il
sottosegretario Bubbio! Non avevate il diritto di offendere, anche dopo morti,
queste vittime del vostro odio e della vostra paura. Voi avete bisogno di
morti».
Nella stampa dell’epoca l’eccidio ebbe una vasta risonanza Il
“Giornale del Mezzogiorno” titolò “Bestie
da Soma” l’articolo in prima pagina vicino al dipinto del pittore abruzzese
Teofilo Patini,
Nei numeri successivi coniò il termine 'Lentellinismo' per
identificare tutte quelle situazioni di sfruttamento e oppressione che
tormentavano soprattutto le regioni del Sud Italia.
Durissima la chiusura del primo articolo: «[...] Ciascuno è in torto di fronte verso i
morti che non dovevano morire e nessuno potrebbe scagliare la pietra del
senzapeccato. Perché di fronte a Lentella, a molte, a troppe Lentelle che
ancora esistono nel Mezzogiorno c'è da picchiarsi tutti il superbo petto e
domandarsi se abbiamo più il diritto di vivere di fronte a chi ha soltanto il
dovere di morire».
Più della parziale vittoria
giudiziaria contò, per i lentellesi e per tutti i contadini del Vastese, il
raggiungimento di buona parte degli obiettivi prefissati. Tali obiettivi
rappresentavano conquiste di civiltà, pagate, ancora una volta, con il sangue.
Nel
video Venturina Terpolilli, testimone presente al momento dei tragici fatti
(estratto dal documentario "La storia di Lentella diventa donna")
http://www.sansalvo.net/focus/storia/12210/il-dovere-della-memoria-63-anni-dopo-leccidio-di-lentella
22 MARZO
1950
PARMA
Attila Alberti e Luciano Filippelli furono uccisi dalla polizia
al termine di una manifestazione organizzata dalla Camera del Lavoro. Una
manifestazione nata in un clima di tensione. Nella mattinata c’era stata una
sassaiola in Via Mazzini e un tafferuglio davanti al caffè Bizzi, tra Via
Cavour e la Piazza. Nel pomeriggio la situazione si fece più tesa. Il corteo di
almeno 30 mila persona,,, la polizia
parlò di sette mila… venne fermato dalla polizia in Piazza da alcuni funzionari
della stessa Polizia e dalla Celere. Nacque una discussione che si fece subito
molto animata.. si chiesero le relative autorizzazioni per la manifestazione e ben
presto dalle semplici parole senza senso si passò ai modi bruschi con uno
scontro tra la polizia scelbiana e i dimostranti. Le versioni della polizia e
dei dimostranti furono allora molto discordanti. Una cosa è certa… durante lo
scontro un uomo, Attila Alberti di 32 anni, abitante in Via Corso Corsi, cadde
al suolo all’angolo della Strada Repubblica con il Borgo Sant’Ambrogio e poco
dopo morì. Ci furono altri tre feriti
fra i dimostranti e anche tre poliziotti.
La tensione in città era alta. Nel pomeriggio il presidente
dell’Unione Industriali,. Alberto Zaniari, fu aggredito e solo grazie
all’intervento del prefetto e di alcuni delegati sindacali non subì
conseguenze. I funerali della vittima si svolsero con calma mentre alla Camera
un interpellanza chiese al ministro Scelba di relazionare sull’accaduto anche
per sapere chi sparò i colpi mortali. Parma ha sempre mostrato un senso alto di
comunità e di convivenza civile. Ma l’evento produrrà un'altra vittima, Luciano
Filippelli. La sua morte fu assurda. Durante gli scontri venne arrestato e
condotto in carcere. Morirà in carcere ma non per ferite…. ma a causa di un
diabete che non gli fu permesso di curare.
23 MARZO
1950
SAN
SEVERO
Negli
anni ’50 era vicesindaco della sua città
e da amministratore sarà coerente, attivo, come già da sindacalista e da
dirigente politico. Tommaso Fiore nel suo viaggio in Capitanata così lo
descrive: “ogni mattino alle sette il
vicesindaco e contadino Cannnelonga lo si può trovare nel suo ufficio, su al
Comune, allegro, infaticabile. Ognuno entra senza farsi annunziare, uno dopo
l’altro; subito egli balza in piedi, ascolta, risponde, saluta sempre con un
sorriso….”.
Carmine
Cannelonga con gli anni era diventato un punto di riferimento della CGIL e del
Partito Comunista in tutta la Puglia. Pur con i suoi timore di autodidatta
scriveva senza paura a dirigenti politici, a storici e giornalisti. Così
scrisse all’on. Nilde Jotti: “ Tu non
puoi immaginare quanta soddisfazione ho provato leggendo nell’Unità di questa
mattina questa tua frase; “Non mi sento per nulla offesa, i cafoni sono la
povera gente del Mezzogiorno e mi trovo bene in loro compagnia”.
Cannelonga
quel 23 marzo era a San Severo e ancora una volta le forze dell’Ordine si resero
responsabili di eccidi dolorosi contro i lavoratori che si battevano per il
pane, per la terra, per il lavoro.
Raffaele
Jacovino, sindaco della città nel 1972 scrisse un libro di grande valore
culturale, “23 Marzo 1950 – San Severo si ribella”, stampato nel 1977.
Quel
giorno ci fu lo sciopero nazionale per solidarietà dopo l’ennesimo eccidio (di
Parma) e venne prolungato a San Severo di una giornata.
I
lavoratori all’alba costituirono dei posti di blocco stradale… una pratica
sindacale non necessariamente violenta e spesso tollerata anche dalle forze
dell’ordine. Questa volta non fu così.
La
polizia, che aveva chiesto rinforzi, aggredì i picchetti di braccianti, operai,
spazzini e arrestò 20 lavoratori. I posti di blocco vennero ricostituiti.. la
tensione salì e la città era in preda ad una “eccitazione collettiva”. Gli
scioperanti fecero chiudere i negozi…. In giro c’era tanta rabbia e le forze
dell’ordine non riuscirono a percepire il mutamento della manifestazione e
fecero salire ancora di più la tensione con comportamenti sbagliati.
Tre
agenti, dopo aver fatto la spesa in una macelleria, ne impedirono la chiusura.
All’uscita i tre militari furono aggrediti e disarmati. Uno di loro riuscì a
liberarsi dalla stretta della folla, entrò nella macelleria e riuscì ad
impossessarsi di un grosso coltello. Cominciò a dare dei terribili fendenti a
chi si avvicinava e riuscì a ferire alcuni lavoratori.
La
folla permise alla polizia, subito accorsa, di prendere i tre agenti. La folla
per nulla intimidita successivamente reagì e costrinse le forze dell’ordine ad
arretrare sino al commissariato.
Ormai
il senso dello sciopero era superato… era presente una forte rabbia e anche la
consapevolezza, da parte degli scioperanti, della propria forza… la forza di un
popolo di umiliati e diseredati.
Il
Cannelonga intuì il momento drammatico della situazione e con alcuni lavoratori
si recò alla caserma dei carabinieri per mediare, governare una situazione che
era sfuggita ad ogni controllo.
I
carabinieri non apprezzarono il suo gesto e … lo arrestarono.. Un gesto che
rese la situazione ancora più drammatica. La notizia dell’arresto trasformò la
città in una bolgia con uso di armi da fuoco, con i poliziotti asserragliati e
con infiltrazioni pericolose tra i lavoratori dimostranti. Gli scioperanti
innalzarono delle barricate e come riportano le cronache assaltarono le armerie
e la sede del MSI.
Nel
primo pomeriggio arrivarono da Foggia i rinforzi di polizia, l’esercito,
l’artiglieria… i carri armati…. Presero d’assalto la sezione del PCI e la
Camera del Lavoro. L’ordine fu ristabilito:
-
un
morto, Michele di Nunzio di 33 anni, con arma da fuoco in dotazione alla
polizia;
-
40
feriti tra civili e militari;
-
Una
enormità di proiettili sparati dalle forze dell’ordine;
-
187
lavoratori denunciati; numerosi arresti; 110 rinviati a giudizio.
La
stampa “filogovernativa”: “Sanguinosa
rivolta a San Severo”; “Insurrezione armata a San Severo”…”Piano Preordinato”.
Istruttoria
Giudiziaria
Fu
montato un teorema indimostrabile: “non
si sarebbe tratto di rivolta spontanea, ma di insurrezione armata contro lo
Stato, preparata e diretta dai Comunisti, punibile sino all’ergastolo e alla
pena di morte”.
La
carcerazione preventiva degli arrestati fu lunga e dolorosa. Il processo si
svolse circa due anni dopo gli avvenimenti.
Lelio
Basso, dirigente e teorico famoso del socialismo italiano, avvocato di grande
valore, assunse con Fausto Gullo, Mario Assennato, dirigenti comunisti, le
difese dei lavoratori rinchiusi nel carcere di Lucera.
L’arringa
di Lelio Bossi al processo: “ Ci fu quel
giorno uno sciopero turbato da arbitrari interventi della polizia che hanno
determinato il successivo esplodere di alcuni incidenti violenti ma isolati e
spontanei”.
Il
Pubblico Ministero, basò la sua accusa sulla pretesa illiceità dello sciopero
politico (quello messo in atto a San Severo il 23 marzo contro gli eccidi della
polizia compiuti in diverse città). Basso rispose al Pubblico Ministero che la “Costituzione Italiana non fa alcuna
distinzione tra sciopero economico e sciopero politico” e “quanto difficile e
sovente arbitraria sarebbe una siffatta distinzione”.
“La Costituzione
dice “diritto di sciopero” in tutta la pienezza delle sue manifestazioni
concrete” aggiunse
l’autorevole esponente della difesa che così concluse la sua arringa rivolto
alla Corte:
“Questa
sentenza voi pronuncerete in nome del popolo, e il popolo in nome del quale
parlate, il popolo di cui dovete essere gli interpreti ,non è soltanto il
popolo grasso vuol conservare i suoi privilegi, ma è il vasto popolo che
comprende tutti i cittadini, soprattutto la grande massa dell’umile gente che
lavora, che soffre e che lotta per diventare non più oggetto ma soggetto di
storia, e per fare finalmente del nostro paese, secondo il principio affermato
dalla Carta fondamentale, una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Sia la
vostra sentenza degna di questo popolo”
Intanto
per i lavoratori incarcerati tra cui il Cannelonga e la moglie, ci fu tanta ed
ampia solidarietà.
Giuseppe
Di Vittorio, consapevole delle sofferenze subite dai braccianti, pur ammettendo
le presenza di errori commessi, fece pervenire al Cannelonga un telegramma
nella prigione di Lucera datato 20 dicembre 1951, esprimendo la solidarietà di
cinque milioni di lavoratori organizzati e dichiarandosi fiducioso sulla loro
liberazione.
Si
moltiplicarono gli aiuti in favore dei carcerati e il Comitato di Solidarietà
Democratica agiva su scala nazionale. Le donne dell’UDI, storica organizzazione
femminile di sinistra e di Ancona, presero con loro decine di bambini figli dei
lavoratori incarcerati e li sistemarono per due anni presso famiglie in diverse
città delle Marche. Tra questi bambini c’erano i figli di Carmine Cannalonga e
della moglie Elvira Suriani.
Il
movimento collettivo di accoglienza dei figli degli incarcerati di San Severo,
è solo un piccolo tassello di un più vasto movimento nazionale che già dal’ 46
operava in Italia. Un movimento organizzato dai partiti di sinistra e, come
detto, da organizzazioni femminili come l’UDI. Le famiglie emiliane, marchigiane
e toscane, della rete dei comitati di Solidarietà Democratica accolsero come
figli adottivi i più poveri bambini del Sud. Si costituirono i “treni della felicità” che portarono
circa 70.000 bambini a vivere l’adozione familiare dal 1946 al 1952.
.Negli
avvenimenti del 23 marzo le donne ebbero un ruolo fondamentale per coraggio,
determinazione ed equilibrio. Tra loro anche Soccorsa Sementino esponente di
primo piano del movimento femminile e moglie del senatore Luigi Allegato;
Clorinda Litterio che fece parte del movimento clandestino negli anni trenta e
fece da staffetta di collegamento con gli antifascisti di Apricena e
Torremaggiore. Tutte furono ripagate con il carcere. Le donne sono presenti
negli scioperi del 1907 e del 1920. Una di loro, Grazia Baldassare, fu
arrestata e processata nel 1913 e poi di nuovo nel 1918 perché inneggiava alla
rivoluzione Bolscevica. Nel 1932, in pieno regime fascista, 500 donne
manifestarono nei confronti del podestà chiedendo l’apertura delle “fosse” di
deposito del grano per distribuirlo al popolo affamato.
Per
i fatti del 23 marzo 1950 fra i denunciati c’erano 43 donne.
Il
5 aprile 1952 la Corte d’Assise di Lucera emise la sentenza di assoluzione per
gran parte degli imputati tra cui il Cannelonga, sua moglie, i dirigenti del
partito, del sindacato e dei lavoratori.
“Gli uomini e le donne che si erano ribellati
alle provocazioni e alla violenza delle forze dell’odine, additati dalla stampa
forcaiola come i responsabili dei tumulti e del sangue versato, meritarono la
fiducia di una gran parte della popolazione di San Severo nelle successive
lotte e nelle elezioni amministrative e politiche”.
Il
Cannaloga fu amministratore di San Severo dal 1952 al 1962 per poi tornare a
dirigere il sindacato. Con grande responsabilità si fece carico di quella
giornata e pur manifestando delle perplessità in quella fatidica notte tra il
22 e il 23 marzo sul prolungamento dello sciopero, decise di stare con il
popolo. A ricordare la fame, le vergogne, le ingiustizie sociali di quei tempi
rimase l’appassionato “Canzoniere” di Matteo Salvatore, rilanciato dal
musicista napoletano Daniele Sepe che si limita a riprendere un solo testo
“Padrone Mio” del grande artista.
San
Severo, come tutte le città del meridione viveva in un profondo malessere. Il
bracciante agricola, quando riusciva a lavorare, aveva una paga giornaliera di
circa 740 lire. Un salario insufficiente a nutrire la famiglia. Un chilogrammo
di pane costava allora 100 lire e un chilo di carne 900. Il 55% dei terreni di
San Severo erano in mano a pochi proprietari e i contadini con i braccianti
costituivano ben il 63% della popolazione attiva della città.
Il venditrè di
màrzo
succèssë ‘na rruwínë pë ddu bbèllë Sanzëvírë.
Nnànd’â Càmmëra del lavórë
vulèvënë ccídë a li lavoratórë.
succèssë ‘na rruwínë pë ddu bbèllë Sanzëvírë.
Nnànd’â Càmmëra del lavórë
vulèvënë ccídë a li lavoratórë.
‘U cummëssàrjë e
Ffratèllë
hànnë pèrzë ‘i cërëvèlle a ndërrugà li fëmënèllë.
Avèvën’a dícë ccúmë dëcévë jìssë
pë rrëstà li comunìstë.
hànnë pèrzë ‘i cërëvèlle a ndërrugà li fëmënèllë.
Avèvën’a dícë ccúmë dëcévë jìssë
pë rrëstà li comunìstë.
Alleghèt’è jjút’a
Rrómë,
purtètë ‘i connutètë dë li pòvërë carcërètë,
ha ppëgghjètë la parólë:
– Caccètë fórë li lavoratórë.
purtètë ‘i connutètë dë li pòvërë carcërètë,
ha ppëgghjètë la parólë:
– Caccètë fórë li lavoratórë.
Ha ppëgghjètë la parólë:
– L’avítë mìssë jìndë pë ppèn’e llavórë
– L’avítë mìssë jìndë pë ppèn’e llavórë
Video
: I Figli della Rivolta di Giovanni Rinaldi.
Dal giornale
“Epoca”: San Severo, 23 marzo 1950. Alcune donne arrestate vengono tradotte al
carcere di Lucera
3 MAGGIO
1950
CELANO
(Aquila)
Celano
era il più importante centro della Marsica, abitato dalla popolazione italica
dei Marsi, e considerato dai Romani un punto strategico perchè dominante
sull’intera Piana del Fucino. I Romani vi fecero passare la Via Valeria ovvero
il prolungamento verso l’Adriatico dell’antica via Tiburtina. La città venne
distrutta dall’Imperatore Federico II di Svevia e ricostruita dallo stesso
imperatore.. un territorio importante che assunse il titolo di “Caput
Marsorum”. Parte del Territorio è incluso nel Parco Regionale Maturale del
Sirente-Velino. Da visitare le meravigliose Gole di Aielli-Celano, raro esempio
di canyon del Centro – Italia.
(Celano – particolare delle gole di Aielli)
Nella
zona del Fucino, altopiano della Marsica, nell’Abruzzo e in prov. di
l’Aquila, si costituì il Comitato per la
Rinascita della Marsica che portava avanti le rivendicazioni di braccianti e
affittuari senza terra e di altri stati sociali. L’altopiano era caratterizzato dalla presenza
di un vasto lago che fu prosciugato nell’800 da Alessandro Torlonia che ne
diventò principe. Un ricco latifondista, banchiere, industriale… il suo
latifondo aveva un estensione di 16000 ettari e comprendeva ben 10 centri
agricoli o paesi con una popolazione complessiva di circa 100.000 abitanti.
Dati allarmanti… il vasto comprensorio aveva 14.000 affittuari con in media
meno di un ettaro ognuno.. c’erano poi mezzadri, salariati, braccianti.. uomini
e donne che…facile da intuire… lavoravano in completa miseria. Gli affittuari
avevano contratti pesantissimi che si basavano sul pagamento di un canone annuo
elevatissimo e che era anche legato ad una produzione presunta. Altro dato
allarmante era costituita dalla viabilità all’interno del latifondo… il
passaggio era consentito solo su determinate vie su permesso o consenso del
principe Torlonia. Il malcontento erano diffuso anche perché i terreni erano
soggetti spesso ad allagamenti; l’ordine pubblico carente e quindi i terreni
erano soggetti a frequenti razzie; le minacce di sfratto pressoché continue; gli indebitamenti per fare fronte agli alti
canoni d’affitto…assenza totale del rispetto dei naturali diritti umani.
Il
latifondo del Fucino era abbandonato dalla famiglia Torlonia e le condizioni
sociali ed economiche della gente che vi lavorava furono denunciate nel romanzo
“Fontamara” dello scrittore Ignazio Silone. Le risorse agricole e finanziarie
venivano sfruttate per alimentare lo zuccherificio di Avezzano e la banca di
proprietà del principe Alessandro Torlonia.
Tra
il 12 dicembre 1949 e il 1 gennaio 1950 si organizzò una manifestazione di
protesta e si costituì una forte alleanza tra braccianti senza terra e piccoli
affittuari….. fu la base di una grande alleanza popolare.
Il
4 febbraio le amministrazioni respinsero le richieste del Comitato per
l’immediato inizio dei lavori necessari per la sistemazione delle strade, per
la liberazione o pulizia dei canali di scolo e dei ponti… tutti interventi che
il principe Torlonia da anni e anni ignorava. I contadini chiesero le quote per
l’impiego della manodopera necessaria per l’esecuzione dei lavori, in base alla
legge sull’imponibile, gli assegni familiari ed assistenza medica e
farmaceutica. La risposta dell’amministrazione fu negativa e il Comitato decise
di passare all’azione adottando lo “sciopero al rovescio”.
Con
grande responsabilità i contadini scesero dai centri abitati ed iniziarono a
lavorare alle opere di manutenzione delle strade e dei canali. Affittuari,
uomini, donne, bambini cominciarono a lavorare nelle opere mentre chi non era
nei campi di lavoro girava nei centri raccogliendo somme di denaro necessarie
per i lavori. I lavori procedevano e i comizi, le assemblee, i cortei erano
nella quotidianità. Fu a questo punto che il governo De Gasperi e il “mitico”
Scelba decisero di inviare i reparti della Celere che si misero subito
all’opera bloccando strade, ferrovie, chiudendo, addirittura, anche le scuole.
Molti poliziotti che erano andati nei campi furono buttati nei canali come
riportano alcune cronache del tempo (non so se veritiere).
Il
principe Torlonia firmò una “tregua” davanti al prefetto ma il giorno dopo….
non riconobbe l’accordo. Il 22 febbraio fu organizzato uno sciopero e il giorno
successivo venne applicato nella Piana del Fucino il Decreto Legge n. 429/47
sull’imponibile di manodopera. Dopo alcuni giorni di mobilitazione, il principe
Torlonia dovette pagare, per i lavori eseguiti con ”lo sciopero al
rovescio”, 14 milioni di lire sui 28
richiesti dai lavoratori. Acconsentì
anche ad altre concessioni: gli affittuari furono esonerati dal pagamento dei
contributi unificati per i terreni o poderi con una superficie inferiore ai 3
ettari e furono occupati per 50 giornate circa 2 mila lavoratori.
Il
Torlonia ma anche i latifondisti si sentirono umiliati da quello che avevano
raggiunto le masse contadine e la domenica del 30 aprile 1950 si riunì nel
palazzo comunale di Celano, sempre in provincia di l’Aquila, la Commissione di
Collocamento che doveva stabilire il turno di lavoro dei braccianti. Non fu
raggiunto un accordo tra i politici e i sindacati e alle 18 la seduta fu
sciolta. Verso le 20 molti contadini si trovavano in Piazza 4 Novembre in
attesa, vana, che uscissero gli elenchi dei primi braccianti chiamati per
l’impiego.
Il
vicesindaco Angelo Tropea chiese al maresciallo dei Carabinieri di intervenire
per allontanare la gente dalla piazza. Il maresciallo giunse con quattro
appuntati e senza alcun preavviso e senza alcun motivo, aprirono il fuoco.
Nello stesso momento, dal lato opposto della piazza mentre i contadini si
buttavano istintivamente a terra per ripararsi dai colpi d’arma da fuoco,
vennero esplosi altri colpi d’arma da
fuoco dai fascisti e dalle guardie dei
Torlonia (che sarebbero stati individuati da alcuni contadini).
Restarono
a terra, privi di vita due braccianti: Agostino Paris di 45 anni e Antonio
Berardicurdi di 35 anni…. e 12 persone ferite. le due vittime lasciarono la
moglie e i figli in tenera età.
Gli
accusati furono prosciolti in istruttoria e i colpevoli dell’eccidio restarono
ignoti.
Il
3 maggio si celebrarono i funerali dei due braccianti. Fu proclamato lo
sciopero in tutto il paese.
Dopo
un anno….. nell’agosto del’ 51 il Consiglio dei Ministri approvò il Decreto di
esproprio del Fucino….
(La folla radunata in piazza per i funerali delle vittime)
Al
di là della cronaca… dell’evento…. Concludo l’artico sull’eccidio di Celano con
delle frasi prese dal link che per la loro veridicità meritano di essere
incluse senza alcuna modifica o commento nel testo: “L'eccidio di Celano è uno dei tanti eccidi commessi dal capitale, che,
usando i suoi servi, governi, forze “dell'ordine”, fascisti, ha sempre represso
nel sangue contadini e lavoratori che richiedevano miglioramenti delle loro
condizioni economiche e dei loro diritti. L'arretramento che, come movimento
operaio, stiamo subendo, riporterà senz'altro in auge, come già in parte sta
avvenendo, metodi e comportamenti che non sono stati certo gettati nel
dimenticatoio dal capitale. La stretta disciplinare in corso sui posti di
lavoro non potrà continuare a lungo senza una risposta operaia; ebbene, appena
questa, e giustamente, si manifesterà, aspettiamoci provocazioni, attacchi e
repressione dispiegata!..”.
4 Maggio
1950
Il
governo De Gasperi il 4 maggio 1950
approvava la “Legge Sila”, (230/1950). La legge, detta “Sila” riguardava la “colonizzazione”
dell’altopiano della Sila.
La
Riforma prevedeva l'esproprio di migliaia di ettari di terreno da distribuire
gratuitamente ai braccianti agricoli privi di fondi e di mezzi finanziari.
Divenne realtà l'antico sogno dei contadini silani, tanto atteso .. ma i risultati non furono
quelli sperati.
L’area sottoposta alla legge Sila riguardava solo un terzo della Calabria, cioè la parte orientale divisa in quattro settori:
1.
Primo
settore, cioè la Sila montagnosa e ricca di boschi. Era sfruttata come terreno
estivo per pascolo di ovini. Pochi latifondisti possedevano la maggior parte
delle terra che affittavano annualmente in piccole strisce di terreno;
2.
La
zona collinare, che circondava la Sila, costituita da terreni poveri definiti
come “i peggiori della Calabria”. Anche in questo settore dominava il
latifondo:
3.
Il
marchesato di Crotone, ovvero la zona dove si trova il centro di Melissa. Anche
in questo settore il latifondo era molto diffuso;
4.
La
zona della pianura costiera dello Jonio che era la più fertile. In questo
settore il latifondo era poco presente ed esistevano un gran numero di piccoli
proprietari terrieri.
La
Riforma fu affidata all’OVS (Opera Valorizzazione Sila) che si era costituita
nel 1947. Aveva il compito di espropriare nel comprensorio silano i terreni di
proprietà privata suscettibili di trasformazioni agrarie. Terreni appartenenti
a persone o società che, computate anche le eventuali proprietà esterne allo
stesso comprensorio silano, fossero proprietarie di più di 300 ettari al 15 novembre
1949.
Dei
573.000 ettari dell’area, che era interessata dalla riforma o dalla legge Sila,
solo 85.917 vennero espropriati (75.000 ettari espropriati e 11.000
acquistati). Furono formati 11.557 poderi e
6.705 quote che vennero assegnati ad altrettanti capifamiglia. Le dimensioni
dei poderi andavano dai 10 ettari in montagna ai 5 ettari in pianura.
Dimensioni che si dimostrarono insufficienti per permettere un decoroso livello
di vita ad un nucleo familiare. L’Ente di Riforma
indirizzò la propria politica di irrigazione sulle fertili pianure delle coste
(zona 4) dove era stato minore l’espropriazione di terre, solo il 10%. I lavori
irrigui mancarono nella zona 3 ovvero nel Marchesato e questo influì in modo
negativo sullo sviluppo agricolo. La zona ha generalmente una piovosità annuale
molto bassa.
Nei
primi sette anni funzionò un sistema creditizio molto generoso che mise a
disposizione denaro e strumenti per il lavoro agricolo. Crediti spesso non
restituiti dato che il servizio creditizio era considerato una specie di
assistenza gratuita. Con il passare degli anni il sistema creditizio subì un
irrigidimento e questo influì negativamente sulla conduzione delle proprietà.
Rimasero,
comunque, tutti soddisfatti. Il Governo riuscì a sedare le rivolte frazionando
la proprietà terriera e accontentando un gran numero di famiglie. I comunisti
videro con compiacimento, l'eliminazione del latifondo e la gratitudine dei
braccianti anche essi contenti per quel poco di terra acquisita a titolo
gratuito.
Il 21 ottobre 1950 il Parlamento
approvava la Legge 841, definita allora Legge Stralcio e impropriamente chiamata in seguito “Riforma agraria”. Interessava solo una parte del territorio
nazionale e cioè in prevalenza regioni del sud e poi aree del Delta Padano,
della Maremma e del Fucino. La legge veniva dopo l’approvazione della Legge
Sila del 4 maggio dello stesso anno, rivolta per lo più alla Calabria, una
regione che giusto un anno prima – il 29 ottobre – aveva conosciuto
l’eccidio di Fragalà, nei pressi di Melissa. La Regione Sicilia, inoltre,
interveniva a fine anno con una sua propria legge regionale. Comunque, per
gestire il tutto si istituirono gli Enti di Riforma e altri organismi.
Purtroppo la gestione di questo processo si unì con l’esercizio del potere e il
rafforzamento dei nuovi equilibri politici. Gli ettari di terra espropriati comunque
furono circa 700 mila, i proprietari indennizzati – che quindi non andarono in
rovina – quasi tremila, gli ettari di terra realmente assegnati nel decennio
successivo oltre 400 mila.
La legge
venne chiamata “Stralcio” perché, secondo il legislatore, doveva essere la base
di una norma più generale ed ampia sulla Riforma Agraria. Norma che non venne
mai promulgata. Il governo entro sei mesi dall’approvazione della legge, doveva
emanare norme per la istituzione di enti e sezioni speciali di diritto pubblico,
in seno ai già costituiti enti di colonizzazione o di trasformazione fondiaria
con la precisa funzione di provvedere alla preparazione dei programmi di
trasformazione fondiaria ed agraria nei territori delimitati dalla legge.
In definitiva
la legge affidava a vari Enti o sezioni di riforma fondiaria il compito
dell’esproprio e la successiva distribuzione ai contadini dei terreni di
proprietà privata. A differenza della “Legge Sila”, il limite d’estensione dei terreni
da espropriare non veniva stabilito dalla legge “Stralcio” in base alla sola
estensione ma anche in riferimento al Reddito Domenicale. La percentuale
d’esproprio era tanto più alta quanto più elevato era il Reddito Domenicale
complessivo dei terreni appartenenti al proprietario soggetto a espropriazione.
(Quando si parla di terreni è bene distinguere fra Reddito Agrario e Reddito
Domenicale. Il Reddito Agrario indica quella parte di redito fondiario che
proviene dall’esercizio dell’attività agricola mentre con il Reddito Domenicale
s’intende il reddito relativo esclusivamente alla proprietà).
Poiché il
criterio del reddito imponibile puro poteva danneggiare i proprietari che,
migliorando i terreni, avevano procurato un aumento del reddito imponibile, il
criterio del reddito globale era temperato da quello medio per ettaro. In
questo modo la percentuale di scorporo, cioè di terreno da espropriare, era
tanto più bassa quanto più elevato era il reddito medio per ettaro. In tal modo
a parità di reddito imponibile globale, subiva il minore esproprio il
proprietario dei terreni che aveva il reddito medio più elevato.
La Legge
Stralcio prevedeva l’esenzione dell’esproprio alle aziende modello, entro il
limite di 500 ettari; estensione che fu estesa anche alle aziende zootecniche
più progredite. Concedeva al proprietario che subiva l’esproprio dei terreni il
diritto di sottrarre, levare, all’esproprio una parte dei terreni che dovevano
essere espropriati. In questo caso doveva garantire l’effettuazione nei terreni
di miglioramenti agrari. La stessa legge prevedeva che “per un periodo di sei anni dall’accertamento della quota di esproprio i
proprietari soggetti alle sue disposizioni non possano acquistare terreni che,
con quelli residui, superino i settecentocinquanta (750) ettari”.
Con d.p.r.
del 7 febbraio 1951, n. 67 dal titolo "Norme per l'applicazione della
legge 21 ottobre 1950, n. 841, a territori della Puglia, della Lucania e del
Molise..." si sancì l'istituzione di una Sezione speciale per la Riforma
fondiaria di Puglia, Lucania e Molise con sede in Bari presso l'Ente per lo
sviluppo dell'irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia e Lucania,
istituito a sua volta con d.l. 18 marzo 1947, n. 281.
Il compito di attuare l'anticipazione della riforma
fondiaria prevista dalla legge stralcio fu affidato all'Ente per la
colonizzazione della Maremma Tosco-Laziale e del Territorio del Fucino, da cui
poi si staccò l'Ente per la valorizzazione del Fucino, alla sezione speciale
per la riforma fondiaria dell'Ente per lo sviluppo della irrigazione e
trasformazione in Puglia e Lucania, all'Ente per la colonizzazione del Delta
Padano, a una Sezione speciale presso l'Ente autonomo del Flumendosa, all'Ente
per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna, per le zone
rispettivamente di loro competenza. Nel territorio del volturno-Garigliano e
del Sele operò una sezione speciale per la riforma fondiaria dell'Opera
Nazionale per i Combattenti. Per l'applicazione della legge stralcio in alcuni
comuni della provincia di Reggio Calabria fu istituita apposita sezione
speciale dell'Opera per la valorizzazione della Sila. In Sicilia operò e opera
l'Ente per la riforma agraria in Sicilia.
La Sezione (comunemente definita Ente Riforma)
ebbe come compito quello di esercitare sui territori interessati le funzioni di
espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai
contadini; aveva gestione autonoma e patrimonio distinto da quello dell'Ente.
Il Presidente dell'Ente era, tuttavia, anche a capo della Sezione speciale ed a
lui erano attribuiti tutti i poteri di rappresentanza e di amministrazione
della Sezione speciale. Altri organi della Sezione speciale erano: il Consiglio
per la Sezione speciale, di durata triennale - costituito da 12 membri dei
quali 7 scelti fra persone specialmente esperte dei problemi inerenti alla
trasformazione fondiaria ed alla colonizzazione o rappresentanti delle
categorie agricole e 5 in rappresentanza dei Ministeri delle finanze, del
tesoro, dell'agricoltura e delle foreste, dei lavori pubblici e del lavoro e
della previdenza sociale - e il Collegio sindacale, di durata triennale, che
provvedeva al controllo della gestione amministrativa e finanziaria. La Sezione
speciale aveva un proprio Direttore nominato con decreto del Ministro per
l'agricoltura e le foreste su designazione del presidente dell'Ente sentito il
Consiglio per la Sezione speciale.
La Sezione speciale per la Riforma fondiaria di Puglia, Lucania e Molise avrà vita sino al 1965 quando, con l'emanazione della Legge n. 901/1965, si tramuterà in Ente di sviluppo agricolo.
La Sezione speciale per la Riforma fondiaria di Puglia, Lucania e Molise avrà vita sino al 1965 quando, con l'emanazione della Legge n. 901/1965, si tramuterà in Ente di sviluppo agricolo.
LA Riforma si attuava in tre fasi:
1.
Fase: si aveva l’accertamento delle proprietà soggette
ad espropriazione con riferimento alla situazione esistente al 15 novembre
1949; la formazione e la relativa pubblicazione dei piani d’esproprio e
l’esproprio esecutivo. Per evitare eventuali possibilità di contestazioni e
rendere quindi la pratica d’esproprio più rapida, l’indennità d’espropriazione
veniva determinata in misura automatica (pari al valore definitivamente
accertato ai fini dell’imposta progressiva sul patrimonio istituita con decreto
legislativo del 29 marzo 1947, n. 143 e normalmente inferiore al valore
venale). L’indennità d’esproprio al proprietario dei terreni era corrisposta in
titoli del debito pubblico redimibili in 25 anni.
2.
Fase: “in questa
fase della riforma i terreni espropriati dovevano essere trasformati e resi
adatti all’insediamento della piccola proprietà contadina e assegnati a lavoratori
manuali della terra o a istituzioni che avevano come compito specifico la
formazione professionale degli orfani o figli di contadini per il loro
avviamento alla proprietà direttamente coltivata mediante la costituzione di
aziende modello o fattorie scuola, mediante contratti di compravendita con
pagamento rateale e riservato dominio per un trentennio a favore degli enti o
sezioni di riforma fondiaria. Poiché il contratto di assegnazione è diretto
alla creazione di piccoli proprietari imprenditori, non è ammessa la vendita o
concessione in godimento dei fondi assegnati, dei quali è anche escluso il
riscatto anticipato. Sempre per lo stesso motivo non si ha successione
ereditaria secondo norme del codice civile nel contratto di assegnazione, e può
solo verificarsi il subentrare dei discendenti o del coniuge superstite
dell’assegnatario muniti dei requisiti previsti dalla legge per l’assegnazione.
Le assegnazioni devono essere compiute entro un triennio dall’esproprio: salvo
rare eccezioni, tutti i terreni espropriati sono ormai assegnati”.
La prima e la seconda fase della Riforma sono le basi
per la creare la possibilità di successo della delicata attività che si svolge
nella terza fase:
3. Fase : attività con cui si
persegue il fine della formazione di piccole imprese agricole efficienti
assistite da una solida organizzazione di cooperative e consorzî. In questa
fase gli enti di riforma hanno principalmente compiti di assistenza tecnica ed
economica-finanziaria agli assegnatari. In particolare essi devono promuovere,
incoraggiare ed organizzare corsi speciali gratuiti di istruzione professionale
e attività o centri di meccanica agraria, e promuovere la costituzione di
cooperative o dar vita a consorzî obbligatori ai quali detti servizî vengono
affidati. Mentre gli enti hanno il compito dell'assistenza tecnica ed economica
agli assegnatari, questi ultimi devono curare la buona gestione delle loro
terre. La legge dispone che nel contratto di assegnazione sia previsto un
periodo triennale di prova "sotto condizione risolutiva espressa", e
che gli assegnatari debbano far parte per un ventennio delle cooperative o
consorzî costituiti dagli enti, e che l'inadempimento a tale obbligo comporti
la decadenza dell'assegnazione. I contratti-tipo di assegnazione poi prevedono
altre cause di risoluzione del rapporto di assegnazione a carico degli assegnatari
negligenti.
Nel 1950 fu
istituita la “Cassa Per il Mezzogiorno, un Ente Pubblico, con un capitale iniziale di 1000 miliardi di
lire. L’obiettivo della “Cassa per il Mezzogiorno” fu quello di programmare, finanziare ed
eseguire opere straordinarie, funzionali alla formazione di un tessuto
infrastrutturale che favorisse l’insediamento dell’industria e lo sviluppo
dell’agricoltura e della commercializzazione dei prodotti agricoli nell’Italia
meridionale. Inizialmente per la Cassa per il Mezzogiorno (la cui esatta
denominazione era “Cassa per le opere straordinarie di pubblico interesse
nell’Italia meridionale”) venne prevista un durata di dieci anni, ma una serie
di proroghe ne prolungarono la vita fino al 1984.
Durante
il periodo della sua attività la Cassa concesse contributi a fondo perduto e
finanziamenti a tassi agevolati per il miglioramento e l’attuazione di
iniziative pubbliche e private nei settori industriale, agricolo, artigianale, turistico. Alle aziende pubbliche
e a partecipazione statale veniva contemporaneamente fatto obbligo di
localizzare almeno il 60% dei nuovi investimenti nel Mezzogiorno. Altra
funzione della Cassa era quella di individuare
delle aree che, opportunamente attrezzate, potessero diventare i centri
propulsori dello sviluppo industriale del Mezzogiorno.
I sostenitori del nuovo organismo ritenevano che un
intervento pubblico fosse necessario per spezzare il cerchio dell’arretratezza
nel Mezzogiorno.
Sulla
sponda opposta, il Partito Comunista, fedele all’interpretazione
gramsciana della questione meridionale,
sosteneva che il problema del Mezzogiorno fosse anzitutto un problema di
struttura politica e che un programma di opere pubbliche non avrebbero mai
potuto modificare la situazione. Si sarebbe dovuto invece fare leva sulla
riforma agraria, per riscattare le classi contadine dalla loro antica
emarginazione politica e portarle alla posizione di protagoniste dello sviluppo
del sud.
Ma
ben presto i contadini si trovarono, nei loro piccoli ed impervi poderi di
montagna, a competere con gli agricoltori del Nord Italia e del Nord Europa. Le
zappe contro dei trattori grandi come carri armati che operavano in sterminate
pianure ed erano in grado in un giorno di arare estensioni di terreno
inimmaginabili per i contadini silani. La povertà delle colture silane, in
genere patate e grano, fece il resto.
A distanza di decenni possiamo affermare,
senza timori di smentita, che nessuno dei poderi assegnati in Sila fu in grado
di produrre un reddito adeguato al sostentamento di una famiglia. Escludendo i
pochissimi casi in cui si è riusciti ad accorpare più quote.
Non solo, ma, per ironia della sorte, la
frammentazione e la polverizzazione della proprietà terriera fu il più grande
ostacolo alla nascita di moderne aziende agricole che, puntando su colture ad
alta resa alternative a quelle tradizionali, avrebbero potuto affrontare il
mercato con successo. Comunque questo elemento negativo venne poi attenuato e
in alcuni casi eliminato da forme di cooperazione. Le cooperative agricole che,
programmando le produzioni e centralizzando la vendita dei prodotti, daranno
all’agricoltura quel carattere imprenditoriale che era venuto meno con la divisione
delle terre. Si ebbe una migliore resa delle colture che da estensive
diventarono intensive e quindi un migliore sfruttamento delle superfici
utilizzate. Il lavoro agricolo che era stato fino ad allora poco remunerativo anche se molto
pesante, cominciò a dare i suoi frutti, gratificando coloro i quali vi si
dedicavano.
Dopo il
1960 i fondi destinati all’agricoltura scesero al di sotto del 50% del totale e
venne fatto più largo spazio alle spese per l’industrializzazione.
Appare per certi aspetti sorprendente, o
paradossale, come questo periodo storico di assegnazione delle terre – se si
aggiungono a quelle della riforma anche le terre acquisite per altre vie o in
modo spontaneo dai contadini, per effetto di altri interventi e per
l’evoluzione dei sistemi economici e sociali, si stima che gli ettari totali
che passano ai contadini tra il ‘48 e il ’68 siano circa due milioni, un
trasferimento mai registrato prima – sia
ricordato come quello della grande fuga dalle campagne, e delle grandi
migrazioni verso le grandi città e in particolare verso le fabbriche del nord
Italia e centro Europa o le miniere del Belgio.
Ancora negli anni Settanta c’erano “i treni del sole” che dalla Germania o dalla Svizzera tornavano nei loro paesi di partenza nel Meridione in occasione delle elezioni. Tristi, e anche più solitarie, erano invece spesso le partenze.
Ancora negli anni Settanta c’erano “i treni del sole” che dalla Germania o dalla Svizzera tornavano nei loro paesi di partenza nel Meridione in occasione delle elezioni. Tristi, e anche più solitarie, erano invece spesso le partenze.
LE TERRE
DELL’ARNEO (Salento)
28
DICEMBRE 1950
L’occupazione
dell’Arneo fu un momento di protesta che i contadini del Salento ingaggiarono
affinchè il comprensorio fosse incluso nella Riforma Agraria. Ci furono due
momenti d’occupazione. Il primo tra il 1944 e il 1949 e il secondo tra il 1950
e il 1951. La seconda fase dell’occupazione fu più cruenta e decisiva.
L’Agro
di Arneo era una vasta estensione di terreno occupata in massima parte dalla
macchia mediterranea. Una terra piuttosto povera, pietrosa e con rari alberi
d’olivo e soprattutto da frutta. La sua estensione era di circa 42.000 ettari…
La
terra d’Arneo è la parte della penisola salentina compresa, lungo la costa
ionica fra San Pietro in Bevagna e Torre dell’Inserraglio,
mentre nell’entroterra si estende fino
a Manduria, Veglie e Nardò. Prende il nome da
un antico casale, attestato in epoca normanna e poi
abbandonato, localizzabile nell’entroterra a nord-ovest di Torre Lapillo
”da Nardò a Taranto non c’è nulla… c’è
l’Arneo un espressione vagamente favolosa come nelle antiche carte geografiche
quei vuoti improvvisi che s’aprono nel cuore di quelle terre raggiunte dalla
civiltà” ( Vittorio Bodini).
Il
più imponente movimento di lotta per la terra si sviluppò proprio qui, tra la
fine di dicembre del 1949 e gli inizi di gennaio del 1950, quando migliaia e
migliaia di contadini poveri e braccianti occuparono una parte dei vasti
latifondi che appartenevano a poche grandi famiglie, fra cui Tamborrino, Bozzi
Colonna, barone Personè, principessa Ruffo. Tale movimento di occupazione,
in provincia di Lecce si sviluppò in realtà in due fasi: tra il 1944 e il 1949,
in seguito al Decreto Gullo quando i contadini mirarono ad ottenere la
concessione delle terre incolte; successivamente tra il 1949 e il 1951 con
l’obiettivo di ottenere la riforma agraria generale.
L’Agro
era di proprietà di alcuni grossi latifondisti e del barone Achille Tamburrino
di Maglie. In Puglia la metà del territorio era in mano ai latifondisti che
avevano bloccato la formazione della piccola proprietà fondiaria in base alla
legge Gullo e Segni. Le condizioni di vita dei contadini erano disastrose.
Le
manifestazioni, dunque, iniziarono nel ’44, poi nel ’47 quando contadini e
tabacchine si unirono, fino ad arrivare al 1949 quando, sotto la spinta dei
movimenti calabresi e siciliani per l’occupazione dei latifondi, nel Salento ci
fu una forte ripresa dell’occupazione delle terre. Nei primi giorni di quello
stesso anno, migliaia di contadini con i propri attrezzi da lavoro, giunsero da
vari paesi nelle terre d’Arneo; contemporaneamente vennero occupate anche le
zone di Otranto, Maglie, Ugento, Squinzano, Trepuzzi e Surbo. Poi l’occupazione
si estese a macchia d’olio. Non vi furono, fortunatamente, incidenti gravi, ma
la repressione fu comunque molto dura e complessivamente i braccianti e i
contadini ottennero ben poco. L’assegnazione di poco più di 1000 ettari con
contratti di enfiteusi che prevedevano il pagamento, da parte dei lavoratori,
di un canone in natura con il diritto di riscatto dopo 15 anni.
Il
28 dicembre 1950 circa 2.000 – 3.000 contadini con i vertici delle Leghe
Contadini, della CGIL, si mossero in direzione dell’Arneo dai paesi di Nardò,
Copertino, Veglie. Raggiunto il podere i contadini cominciarono a dividersi i
terreno e a lavorarli effettuando i primi spietramenti. I giorni
passarono…l’occupazione da simbolica era diventata effettiva con l’obiettivo di
avere dei fini produttivi. La notizia, forse in ritardo, giunse al “mitico”
Scleba, ancora Ministro dell’Interno malgrado le sue malefatte, che diede
subito ordine alle forze di Pubblica Sicurezza , la Celere, guidate dal
commissario Stefano Magrone. “di reagire
fermamente alle dimostrazioni”.
La
Celere intervenne e tra il capodanno 1951 e il 3 gennaio, la polizia con lanci
di lacrimogeni e azioni di blocco stradale, riuscì a cacciare i contadini dai
poderi. Scelba addirittura spedì sul luogo anche un aeroplano per meglio
controllare le azioni dei contadini !!!!!!!!
Il
7 gennaio furono arrestati centinaia di contadini che vennero poi processati.
La
legge stralcio non menzionava il Salento … essa prevedeva interventi di
esproprio nelle aree del Fucino, della Maremma, del Delta del Po, in Emilia,
nel Veneto, in Molise, in Campania e in Sardegna e, per quanto riguarda la
Puglia, nelle provincie di Bari e di Foggia, ma non in quella di Lecce. Le
espropriazioni dovevano riguardare 800.000 ettari, dei quali 650.000 nel Mezzogiorno,
ma nella realtà fu espropriato poco più di 1/10. In Salento il senatore Tamborrino era proprietario di ben
28.000 ettari di terre, proprio nella zona dell’Arneo, e usava le sue
terre solo per la caccia. Eccettuate alcune masserie che provvedevano all’allevamento
di animali, il resto di quella immensa distesa di terra era totalmente incolta.
Secondo alcune fonti il senatore Tamborrino fece pressioni a Roma affinché
dalla riforma agraria fosse estromessa la Provincia di Lecce, onde evitare la
redistribuzione delle sue terre. Ma Tamborrino e tutti i grandi latifondisti
salentini, messi alle strette, alla fine cedettero alle pressioni del P.C. e
della lega dei contadini e promisero in totale 4500 ettari
di terra. Se ne distribuirono solo 890, poi tutto si bloccò.
L’Agro
dell’Arneo fu inserito nel gennaio del 1951 nel piano di Riforma Agraria della
Legge Stralcio. Alla notizia dell’inserimento dell’Arneo nella Riforma, le
biciclette e le coperte dei contadini furono distrutte dalle forze dell’ordine
per rappresaglia.
Subdolamente
i carabinieri sequestrarono e incendiarono le
biciclette. Poi gettarono via il cibo che i vari “comitati di
solidarietà” avevano regalato agli occupanti. Questa fu la risposta dello
Stato alla sua gente, a quei poveri braccianti che si vedevano negato un
diritto.
«Carissimi genitori, (…) A me mi
presero un giorno dopo di Pietrino insieme a Uccio Camiscia
nella nostra zona. Stavano i signori di P.S. per prendermi, prima mi
sequestrarono le biciclette e poi si presero i primi venticinque litri di vino,
il pane e la pasta. (…)Vedete se per caso la P.S. ha lasciati
quell’orzo seminatelo perché ora si può seminare. Papà carissimo fallo portare
a quelli che hanno arato la terra».
Il
processo voluto dai vertici della Forza Pubblica, con a testa il commissario
Magione, vide alla fine coinvolti 60 contadini e capilega. Un collegio di
avvocati da tutta Italia difese gratuitamente gli imputati. Il processo si
celebrò tra i mesi di marzo e maggio del 1951 e alla fine l’accusa fu smontata e
i contadini condannati furono solo dieci e subirono delle pene simboliche.
(dal
sito: Briganti.info/la-terra-e-di-chi-la-coltiva/ di Daniela Alemanino)
(dalla
Pagina: “Ci muovemmo con le bandiere al vento portate su biciclette” di
Maurizio Disoteo)
La
cronaca dettagliata dell’occupazione dell’Arneo:
«La mattina del 28
dicembre 1950 io, come tutti gli altri, fui puntuale all’appuntamento e trovai
già sul posto oltre milleduecento contadini inquadrati (…) Noi delle varie
squadre dei paesi, ci disponemmo nei vari punti della zona occupata (…) La sera
rimanemmo tutti a vivaccare sul posto, accendendo dei fuochi. Quando la polizia
tentò lo stesso giorno del 29 di sloggiarci, usando anche i lacrimogeni, noi
non ci spostammo minimamente dal posto, e ci mostrammo decisi a reagire
con gli attrezzi del lavoro. La sera del 31 (…) molti dei nostri rientrarono ai
rispettivi paesi senza fare più ritorno nella zona. Per risposta fu deciso che l’indomani mattina (…)
tentassimo di intimorire i carabinieri con un accerchiamento. De Vitis (il
dirigente sindacale) ad alta voce, ingiunse ai carabinieri di abbandonare il
posto consegnando le armi e le nostre biciclette, sequestrate il giorno prima,
altrimenti sarebbero successi fatti gravi. Ad una ventina di metri dal
caseggiato, eravamo intenzionati a superare d’un balzo la distanza rimasta tra
noi e il presidio, quando udimmo lo sparo di un mitra (…)arretrammo
notevolmente, e ci demmo alla fuga».
Questo il racconto del
bracciante agricolo Pietro Cuna, di 24 anni. una dichiarazione rilasciata
ai carabinieri di Nardò (lecce) sui
momenti relativi all’occupazione dell’Arneo.
È
questo uno stralcio di lettera di Angelo Pati, poco più che ventenne, catturato
in casa sua in una retata della polizia.
Il 3 gennaio del 1951 si conclusero i
numerosissimi arresti dei braccianti e, formalmente, si chiuse la vicenda
dell’Arneo. Il processo che seguì le occupazioni coinvolse circa sessanta
persone tra contadini e sindacalisti, terminando con alcune pene simboliche,
dando di fatto ragione agli occupanti e permettendo l’apertura di un dibattito
sulla legittimità dei latifondi.
«Le terre che prendemmo erano boschi, macchie… non
si poteva mettere piede, ma nui passàmme, era
l’esigenza della terra che ci muoveva, era la terra che bisognava di contadini…
oggi invece tutto sta tornando come prima…la macchia sta tornando … Non è un buon discorso, bello articolato il mio, però così stìano le cose all’epoca e mo nulla è cambiato, le terre, dopo tante
lotte, sono tornate di nuovo macchie… Ecco la conclusione di queste lotte
dopo cinquant’anni. I giovani ci dicono “e voi ci ati fattù?”…“voi non avete mai fatto niente” era bùenu! ecco cosa
abbiamo fatto…» (Angelo Tramacere, bracciante dell’Arneo).
“In
che modo vivevate per arrivare ad occupare la terra?” “che ti devo dire?… la schiavitù! Era uno schifo… una cosa che la
gente comune oggi non può credere… si vestiva male senza le scarpe… c’era la
schiavitù… basta!” (Giuseppe Armando Meleleo, bracciante dell’Arneo)
[Gli
stralci di dialoghi sono tratti da “Questa terra è la mia terra,
Storie dal Veneto dal Salento e dall’America Latina“, di Camillo
Robertini]
http://www.orsomarsoblues.it/wp-content/uploads/2015/05/t.jpg
Ritornando
indietro nei tempi ci sono altre stragi
che ancora fanno male e che mettono in risalto come la Questione Meridionale,
con i suoi problemi sociali ed economici sia stata mai risolta e sembra una mina vagante pronta
ad esplodere. Anni fa nella riunione di
una cooperativa, di cui ero socio, per
fare fronte alla crisi economica si propose di ridurci lo stipendio del
50%. Presi la parola e pur condividendo
la proposta, chiesi con semplicità di trattare il problema economico con amore….sentimento … Un
presidente della Caritas e vicepresidente della cooperativa mi accusò di essere
il “solito idealista”. Strano commento da parte di chi ha un ruolo in una
istituzione a carattere umanitario…… Risposi…” stiamo parlando di un aspetto
economico…. riducendo lo stipendio del
50% mettiamo a rischio la serenità presente e futura del lavoratore ( i
lavoratoti della cooperativa erano persone svantaggiate che rientravano nei circuiti della droga,
alcol, penali…).. non si coinvolge la sua sfera emotiva e quindi la sua
serenità ?”.
http://www.linternazionale.it/spip.php?article119
Il 28
novembre 1946 a Calabricata, sempre in
Calabria , Giuditta levato, nata ad Albi (oggi Sellia Marina) il 18 agosto 1915
fu una delle prime donne martiri a cadere sul campo delle rivendicazioni.
Giuditta
Levato si trovava con altri contadini su uno di quei terreni confiscati dalla
Legge Gullo ed ebbe un diverbio con un latifondista del luogo, Pietro Mazza. Il
motivo del litigio fu la presenza di una mandria di buoi, di proprietà del
Mazza, che pascolavano nei terreni dei contadini impedendone i lavori. Non si
sa come, la magistratura non riuscì mai a fare chiarezza, dal fucile di uno dei
campieri del Mazza partì un colpo che raggiunge Giuditta all’addome. Venne
trasportata prima a casa e poi in ospedale. Le cure furono vane. La povera
Giuditta morì quasi subito. Aveva 31 anni ed era al settimo mese di
gravidanza.. aspettava un figlio e sarebbe stato il terzo. L’Assemblea
Legislativa della Regione Calabria dedicò a Giuditta Levato la sala conferenze
di Palazzo Campanella a Reggio Calabria e la sala conferenze del Museo Storico
Militare di Catanzaro.
(Giuditta Levato)
Ferrandina, in Basilicata, e
in prov. di Matera.
Già
nel 1921 il centro era stato teatro di violenze squadriste: il sindaco e
consigliere provinciale socialista, Nicola Montefinese, venne ucciso.
Nel settembre del 1943 Ferrandina insorse contro i
gerarchi fascisti. Lo spirito di ribellione si prolungò al 2 agosto del 1945,
quando i contadini diedero vita ad una sommossa per chiedere l'allontanamento
dei latifondisti fascisti e l'assegnazione delle terre incolte. Nel corso dei
tumulti venne assassinato Vincenzo Caputi, ritenuto il mandante dell'uccisione
di Montefinese. Per timore che la protesta dilagasse, il paese restò isolato,
con le linee elettriche e telefoniche tagliate. L'ordine fu ristabilito con
l'invio, da parte del governo provvisorio di unità antifascista, di 100
carabinieri da Napoli, 250 alpini della divisione Garibaldi e l'arrivo a
Ferrandina, il 4 agosto, del ministro Scelba.
Ferrandina nel corso del tempo ha sempre dimostrato una sua
vitalità.
Nel novembre 2003 la comunità ferrandinese, organizzò presidi e
blocchi stradali, per protestare contro la decisione del governo Berlusconi di
costruire il deposito unico di scorie nucleari a Scanzano Jonico.
Il 16 luglio 1895 la ferrandinese Maria Barbella, rinchiusa nel carcere di Sing-Sing, fu la prima donna
condannata alla sedia elettrica negli Stati Uniti d'America. La condanna, però,
non fu eseguita in quanto dopo un'ulteriore indagine Maria Barbella fu
dichiarata innocente e rilasciata. Per questo motivo Ferrandina dal novembre
2005 è inserita tra le "Città per la vita - Città contro la pena di
morte", campagna di sensibilizzazione promossa dalla Comunità
di Sant'Egidio.
(Ferrandina - Matera)
(Convento di San Francesco)
(Castello di Uggiano)
(Ferrandina - Castello di Uggiano)
Celano - Molinella - Modena - Parma
Fine - Seconda Parte... mi sposterò in Sicilia scrivendo pagine importanti e soprattutto drammatiche.......
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