LA LOTTA CONTADINA IN SICILIA - SECONDA PARTE
Viaggio lungole stragi di Satato e della mafia
La Lotta Contadina in Sicilia - seconda parte
17 Dicembre 1944 : Pedara
(Catania)
Nella mattinata vennero lanciate 5 bombe a mano in due
piazze del paese, per protesta contro il richiamo alle armi dei giovani. A
Vizzini, nel pomeriggio, i carabinieri aprirono il fuoco contro i dimostranti
intenti ad incendiare la sede del Municipio. Furono uccisi due dimostranti.
4 Gennaio 1945 : Ragusa
A Ragusa, l’esercito sparò sulla folla che tentava di
bloccare un camion che trasportava giovani verso il fronte, ferendo gravemente
un ragazzo e uccidendo il sacrestano della chiesa di San Giovanni, con una
bomba a mano che gli staccò la testa. La rivolta dei ‘non si parte’, lungi dal
sedarsi, si inasprì.
5 – 6 Gennaio 1945 : Ragusa
A Ragusa, i rivoltosi s’impadronirono di alcuni
quartieri, elevando barricate ed iniziando la resistenza armata. La rivolta era
guidata da militanti socialisti e soprattutto comunisti, ignari delle posizioni
del partito che ha stigmatizzavano la rivolta come "rigurgito
fascista". La vendetta dell’esercito sarà spietata. Le cifre ufficiali
diedero 18 morti e 24 feriti tra carabinieri e soldati, e 19 morti e 63 feriti
fra gli insorti nella sola Ragusa e provincia.
Diverse fonti ritenevano le cifre
sottostimate.
11 Gennaio 1945: Naro
Rivolta contro la chiamata dei giovani alla leva. Il
bilancio della repressione sarà di 5 morti, 12 feriti e 53 arrestati.
12 Gennaio 1945 : Licata
Disordini contro la chiamata alla leva, nel corso dei
quali venne ucciso un manifestante.
11 Marzo 1945 : Palermo
A Palermo, la folla prese d’assalto gli uffici delle
imposte e la sede dell’ispettorato dei dazi e consumi, dirigendosi poi verso la
prefettura. Negli scontri che ne seguirono con le forze di polizia, rimasero
uccisi un commissario di Ps ed un giovane operaio.
7 Giugno
1945 – Trabia (Pa)
Nunzio
Passafiume, sindacalista della CGIl, fu ucciso perché
“aveva diffuso in paese idee di
uguaglianza e giustizia e in molti avevano cominciato a dargli ascolto”
(Marcello Cimino, giornalista). Un omicidio che si inserì nell’ambito della
lotta per l’occupazione delle terre. Fu forse il primo caduto per quella lotta
contadina a cui non è stata mai fatta giustizia.
17 Giugno 1945
Un gruppo di industriali - fra i quali spiccano
Pirelli, Falck, Piaggio, Costa e Valletta della Fiat – decise di costituire un
fondo destinato in modo specifico alla lotta contro il comunismo. Il fondo era destinato alla creazione di
squadre amate che dovevano condurre sul terreno una vera e propria ”crociata contro il comunismo”. Squadre
che verranno affidate a Tito Zaniboni.
Strano che questo incarico da “esercito privato” fosse assegnato a
Zaniboni che è ricordato per aver organizzato il primo fallito attentato contro
Mussolini (il 4 novembre 1925) e per aver ricoperto, dopo la caduta del
fascismo, l’incarico di Alto Commissario “per l’epurazione nazionale del
fascismo”. Sempre nello stesso giorno vennero uccisi dai carabinieri il leader
autonomista prof. Antonio Canepa e gli studenti Giuseppe Lo Giudice e Carmelo
Rosano. Da quel momento il movimento venne superato per importanza dall’Evis e
in breve posto sotto il controllo della destra separatista e fascista. Gli stessi che dopo poco tempo vi metteranno
a capo Salvatore Giuliano con il grado di colonnello.
11
Settembre 1945 : Ficarazzi
Fu
ucciso a colpi di lupara dalla mafia il guardiano di pozzi e segretario della Camera del Lavoro di
Ficarazzi, D’Agostino D’Alessandro.
Aveva cominciato una lotta contro il controllo mafioso dell’acqua per
l’irrigazione dei giardini. Era stato invitato a desistere ma aveva continuato la sua battaglia.
Nessuno venne condannato per il suo assassinio.
11 settembre 1945 : Piazza Armerina (Enna)
A Piazza Armerina (Enna), nel corso di uno scontro con
dimostranti, un carabiniere uccise il militante socialista Giovanni Pivetti
(Pivelli). L’indomani furono arrestati i segretari delle sezioni del PC e del
PSI per avere organizzato lo sciopero..
2 ottobre 1945 : Piazza Armerina
Le forze di polizia caricarono ed eseguirono numerosi
arresti fra i contadini e i lavoratori che da 2 giorni manifestavano contro il
carovita e la mancanza di lavoro. La carica provocò un morto e diversi feriti.
28 Novembre
1945 : Cattolica Eraclea (Agrigento)
Fu
ucciso davanti alla sede della Camera del Lavoro, Giuseppe Scalia. Contadino,
sindacalista e fondatore della Cooperativa “ la Proletaria”. Si
era posto con altri contadini alla testa del movimento bracciantile che lottava
per l’assegnazione delle terre incolte e l’attuazione della riforma agraria
(secondo la legge Gullo dell’ottobre del 1944). Fu ucciso con due bombe a mano
lanciate da due mafiosi. Gli assassini non furono mai catturati.
4 Dicembre 1945 – Ventimiglia di Sicilia (Palermo)
Giuseppe Puntarello, dirigente
della Camera di Lavoro, era nato a Comitini (Ag) il 14 agosto 1892 e si era
stabilito a Ventimiglia dove lavorava e abitava con la moglie Vincenza Saperi e
cinque figli. S’impegnò con fermezza in difesa del movimento contadino di
Ventimiglia di Sicilia. Era autista dell’autobus di linea che collegava
Ventimiglia a Palermo alternandosi con un suo compagno. All’alba del 4 dicembre
1945 il suo compagno di lavoro si trovò
nell’impossibilità di andare a prelevare l’autobus dall’autorimessa e Giuseppe Puntarello lo sostituì. Un commando
mafioso costrinse quel giorno l’autista Giuseppe Puntarello a rallentare prima
e a fermare poi la sua marcia. Lo uccise con fredda determinazione con alcuni
colpi di lupara. Molti in quei giorni dissero che l’obiettivo dei killer non
era Puntarello, ma il suo discusso compagno di lavoro. Altri invece ricordando
il suo impegno di dirigente della Camera del Lavoro rimasero invece convinti
che si era trattato di uno dei tanti omicidi che in quegli anni la mafia
compiva per piegare il movimento contadino in lotta per le terre.
3 Marzo 1946 - Burgio
Masina
Perricone Spinelli fu uccisa durante un
attentato contro il candidato sindaco del PCI che rimase ferito.
L' elenco
della Regione la pone come vittima di mafia assassinata il 16 maggio del 1946 a
Favara. E per la stessa data cita anche Antonio Guarisco, sindaco e farmacista,
ucciso mentre parlava con alcune persone. La legge accomuna le due storie e,
coincidendo la data del decesso, sembra volerli morti nello stesso agguato.
Nulla di più falso. Perchè la signora non era di Favara, e sicuramente non era
in quel paese nel giorno indicato dalla legge per la semplice ragione che era
già morta due mesi prima a Burgio. Ma c'è di più. La legge la chiama Marina, e
commette un ulteriore errore perché il suo vero nome è Tommasa (Masina per gli
amici e i parenti). Spinelli era il nome del marito. Lei, 33 anni, appena
sposata, stava rientrando a casa nello stesso istante in cui un commando stava
cercando di eliminare il candidato sindaco di Burgio, Antonio Guarisco. I colpi
sparati furono tanti. Uno colpì a morte la casalinga. Guarisco si salvò. Fu
ferito solo ad un braccio. Uccisa a Burgio, ma per la legge lo è stata in un
altro posto, col nome alterato e per di più sconosciuto. Dunque dimenticata.
Con il risultato che pur essendo stata dichiarata vittima innocente della mafia
i parenti non hanno potuto ottenere alcun aiuto e beneficio
dall'amministrazione pubblica. Ed ancor oggi non sanno di aver avuto in casa
una martire di Cosa nostra sancita dalla legge.
12 Marzo 1946 : Palermo
Disoccupati e reduci di guerra tentano di assaltare la
Prefettura per protestare per la mancanza di lavoro e di viveri. Le forze di
polizia aprirono il fuoco, uccidendo Giuseppe Maltesi (operaio del cantiere
navale) e un altro dimostrante e ferendo 30 persone. Negli scontri morì anche
il commissario di Ps Calderone forse
colpito dai copi sparati da un carabiniere
21 Marzo 1946 : Messina
Nel corso di una manifestazione di protesta contro la
disoccupazione e l’assenteismo del governo, le forze di polizia spararono
uccidendo il soldato di leva Salvatore Caramanna ed un bambino, e ferendo altri
24 dimostranti.
16 Maggio 1946 – Favara
Gaetano Guarino, sindaco
socialista di Favara e fondatore di una Cooperativa Agricola.
Guarino lottò contro i grandi proprietari
terrieri che sfruttavano la locale manodopera e divenne la voce dell’umile
gente che chiedeva l’attuazione delle leggi Gullo-Segni che destinavano alle
cooperative i terreni incolti appartenenti ai latifondi. Costituì anche una
cooperativa agricola, che probabilmente si ispirava alla “Madre Terra” di
Accursio Miraglia ed i “baroni” del latifondo cominciarono a remargli contro.
Il 10 marzo del 1946 si svolsero le elezioni comunali a Favara e Guarino,
sostenuto oltre che dai socialisti anche dal Partito Comunista Italiano e dal
Partito d’Azione, vinse le consultazioni con il 59% dei voti e fu eletto
sindaco. Ma la mafia delle terre non gli perdonò le sue scelte popolari e dopo
appena 65 giorni di sindacatura lo uccise con un colpo di lupara alla nuca. Non
mancarono ipotesi alternative (e spesso fantasiose) sul suo omicidio ma esse
furono promosse da politici e dirigenti corrotti dalla Mafia o collusi con
essa. Anche L’Avanti!, che sulle prime aveva accusato dell’assassinio i
neofascisti, dovette fare marcia indietro. I responsabili del suo omicidio,
seppur facilmente intuibili, non furono mai arrestati (né quelli materiali, né
i mandanti). Per protesta la vedova di Guarino ed il figlio andarono a vivere a
Parigi, rifiutandosi sempre di tornare a Favara. La storia ufficiale sostiene
che l’omicidio di Guarino maturò all’interno degli ambienti mafiosi del paese.
Una ipotesi, tanto alternativa, quanto realistica che circola da sempre nelle
case dei Favaresi sostiene invece che l’omicidio Guarino avrebbe avuto ben
altre implicazioni. Alcuni sostengono che i mandanti fossero interni all’allora
Partito Comunista Italiano. Nell’immediato dopo guerra i Comunisti avrebbero
instaurato un vero e proprio mercato nero degli aiuti provenienti dagli
Americani. Si dice, che Guarino avesse intenzione, supportato da diverse prove,
di denunciare l’accaduto pubblicamente. Un sindaco di lotta, esempio di
correttezza e alta moralità. Esempio perpetuo per tutti coloro che si vogliono
avvicinare alla politica. Quella fatta bene!
Favara - Castello Chiaramonte |
28 Giugno 1946 – Naro
(Agrigento)
Pino Camilleri, sindaco
socialista del paese di Naro, dal 1944
aveva organizzato le lotte dei contadini.
Nato il 20 giugno del 1918, ancora giovane universitario, aveva abbracciato
la causa del movimento politico e sindacale che a Naro si era sviluppato con i
movimenti dei fasci siciliani, con le cooperative e le casse rurali. Una grande
solidarietà sociale animava il centro.. Il 25 agosto del 1945, su richiesta del
Comitato di liberazione di Naro, ebbe trasformato l’incarico di sindaco in
quello di commissario prefettizio. Era divenuto cioè un vero “Capo popolo” e
molto probabilmente sarebbe stato candidato alle elezioni politiche per
l’Assemblea Costituente. In quel periodo il fratello Calogero ottenne in
affitto un feudo a Naro. Alla sua porta bussarono alcuni braccianti, mandati
direttamente da una famiglia mafiosa, con l’intento di essere assunti nel
feudo. Calogero Camilleri respinse quelle imposizioni e le minacce che ne erano
seguite. Entrò, inevitabilmente, in contrasto con la mafia locale e così anche
il sindaco divenne un bersaglio.
Il 28 giugno 1946 Pino Camilleri venne trovato assassinato con alcuni colpi di lupara. Gli tesero un agguato mentre si recava a cavallo da Riesi al feudo di Deliella (che era oggetto di un’aspra contesa tra contadini e gabellotti). Le indagini seguirono sia la pista della vendetta trasversale, che quella del delitto politico. In entrambi i casi comunque era certo che i mandanti fossero stati i capi mafia delle cosche locali.
Il 28 giugno 1946 Pino Camilleri venne trovato assassinato con alcuni colpi di lupara. Gli tesero un agguato mentre si recava a cavallo da Riesi al feudo di Deliella (che era oggetto di un’aspra contesa tra contadini e gabellotti). Le indagini seguirono sia la pista della vendetta trasversale, che quella del delitto politico. In entrambi i casi comunque era certo che i mandanti fossero stati i capi mafia delle cosche locali.
5 Agosto
1946
Caccamo
(Pa) : 24 morti
Vigeva
“l’ammasso del grano”..una istituzione fascista che era nata con il preciso
intento di accumulare scorte di viveri per fare fronte all’emergenza per il
prolungamento della guerra. I contadini erano quindi costretti a consegnare il
loro prodotti nei “granai” e spesso
finivano con il patire la fame. Con la caduta di Mussolini, le donne chiesero
l’apertura degli “ammassi” o “granai” e finirono con assalirli. Nei magazzini
dello stato c’era di tutto e la popolazione aveva fame…
Malgrado
l’isola fosse stata liberata grazie alle truppe alleate di Montgomery e Patton,
gli ammassi restarono chiusi e la mafia assunse un ruolo sociale nel controllo
dell’isola e nella gestione e distribuzione degli alimenti..
I
decreti Gullo rimasero inascoltati in un
isola che era sotto il controllo della mafia e dei poteri reazionari siciliani
che convergevano attorno alla Dc. La Dc, vera paladina dei latifondisti, che
riusciva ad imporre un regime di provocazioni che si appoggiavano alle
istituzioni. A Caccamo le donne guidarono una grande manifestazione contadina
che si prolungò per ben tre giorni. Una protesta di circa 3000 persone
fronteggiate da 600 poliziotti e carabinieri. Gli scontri furono duri .. e il 5
agosto l’assalto ai granai fu violento…..4 morti e 21 feriti tra le forze
dell’ordine… 20 morti e 60 feriti tra i dimostranti.
22 Settembre 1946 – Alia (Palermo)
I contadini, Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia,
furono uccisi. Era in corso una riunione di contadini nella casa del segretario
della Camera del Lavoro del paese. Si discuteva dei famosi decreti Gullo per
chiedere l’assegnazione delle terre e per l’occupazione dei feudi “Rigiura” e
“Vaccotto”. Feudi malcoltivati che rientravano nell’assegnazione dei contadini
ma che erano in mano a gabellotti mafiosi. La discussione era animata e si
cercava di organizzare la lotta. Qualcuno dalla strada lanciò nella casa delle
bombe a mano mentre dalla strada furono sparati colpi di mitraglia. Tredici
persone rimasero ferite. I responsabili non furono mai catturati anche se si
sapevano i mandanti della strage.
”Non era solo il personaggio contro la mafia,
le prepotenze, le ingiustizie, era il comunista ed anche il cristiano.. colui
che in anni di indigenza, univa la filosofia marxista con il pensiero di Gesù
Cristo… Amava la libertà e la solidarietà… Considerava gli esseri umani come
fratelli. Non faceva differenza tra ricco e povero, fra comunista e fascista,
fra ateo e prete. S indignava solo di fronte ai soprusi”. (da un intervista
al figlio Nicolò)
Con
i suoi soldi fece ristrutturare il vecchio orfanotrofio.. donava mille lire al
mese per il sostentamento di ogni bambino, aiutava i pescatori e i contadini
dilapidando il proprio conto in banca. A Sciacca, sua città natale, è ancora
oggi una leggenda.. ”era il simbolo di
una Sicilia straordinaria che in quei tempi giocava una partita fondamentale
per il suo sviluppo… da una parte le armi della civiltà cioè della democrazia…
dall’altra la lupara e le assoluzioni della giustizia per “insufficienza di
prove”.
Miraglia
fu ucciso da un commando mafioso con una raffica di mitra e dei colpi di
pistola calibro 7,65. Stava tornando a casa verso le 22,30 dalla camera del
Lavoro di cui era responsabile.
Miraglia
era un ricco industriale. La nonna era la marchesa Tagliavia eppure si schierò
con umiltà e con fervore a fianco dei contadini per la concessione delle terre
incolte. Una lotta che fece anche da segretario del locale partito comunista.
Un uomo semplice, umile, a fianco dei poveri. Aveva una posizione economica non
indifferente perché proprietario di una fiorente industria conserviera di pesce
azzurro… aveva sposato una donna bellissima,… una parente della zar di Russia
Nicola II che era fuggita dal suo paese dopo la rivoluzione di Lenin.
Nei
suoi discorsi alla gente pronunciava spesso questa frase: “ meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Una frase che aveva copiato da Hemingway e
non poteva sapere che un altro grande personaggio rivoluzionario l’avrebbe
usata: Ernesto Che Guevara.
A Sciacca (Agrigento) il
2 ottobre 1946 il Miraglia guidò una folla di 10.000 braccianti. La notizia
fece scalpore. Il Miraglia era un aristocratico, industriale, aveva incarichi
importanti (era anche presidente dell’Ospedale e del Teatro Rossi di Sciacca)..
ed ora guidava una marcia di poveri contadini
sfruttati come animali.. . era contro gli aristocratici latifondisti.
Per i nobili fu un grave affronto… .. quel servitore della gleba doveva
sparire… fu ucciso tre mesi dopo.. una figura non ricordata dalla storia perché
manda in frantumi il concetto di classe. La storia ci dice, anche se per sommi
capi, che il rivoluzionario deve essere proletario.
Il figlio Nicolò con
grande animo in un intervista rilevò
quei momenti drammatici: “ Del delitto di
mio padre non ricordo niente. Mi dissero che era una brutta serata, c’era molto
freddo, gli amici lo accompagnarono per un pezzo di strada e poi andarono via.
Mentre stava aprendo la porta di casa arrivò la prima raffica di mitra, lui
cercò di entrare e l’assassino lo colpì ancora con una pistola, il proiettile
gli attraversò la carotide e lui morì. Perché? Bisognerebbe chiederlo ai
servizi segreti italiani e americani. La versione ufficiale ci dice che lui
stava portando avanti, mediante la legge Gullo-Segni, una seria possibilità di
dare le terre ai contadini riuniti in cooperativa. Il motivo fu questo, ma non
solo questo. Diciamo che ci fu una convergenza di interessi”.
“La morte di mio
padre è collegata a due stragi di Stato consumate una dietro l’altra: quella di
Portella della ginestra (1 maggio 1947; undici morti e diversi feriti) e quella
di Partinico (22 giugno 1947; due morti). C’era un piano prestabilito, non
riguardava un solo omicidio. Tutti i sindacalisti di allora, da Accursio
Miraglia a Placido Rizzotto, da Salvatore Carnevale a Epifanio Li Puma,
dovevano cadere per volontà degli americani. Il deputato del Pci, Giuseppe
Montalbano, alcuni anni dopo, ricevette da parte dell’on. Antonio Ramirez
(studioso attento di questi fenomeni) una lettera. Si leggeva: i mandanti e gli
esecutori della strage di Portella della Ginestra sono gli stessi che hanno
assassinato Accursio Miraglia. Dal 4 dicembre del 1947 al 22 giugno 1966 (con
l’assassinio del sindacalista di Tusa, Carmelo Battaglia) un’unica strage di
Stato coinvolge i sindacalisti che hanno lottato per la terra. Tutti questi omicidi
non hanno mai avuto un processo. Dopo la morte di mio padre furono arrestati
gli esecutori materiali, ma la procura generale di Palermo avocò il caso e
liberò gli assassini per insufficienza di prove”.
“Oggi di Accursio
Miraglia resta molto. Morto mio padre, a gestire l’industria restò mia madre:
lei parlava poco l’italiano e non capiva niente di commercio. Furono i marinai
di Sciacca a offrire il miglior pesce alla nostra industria. Si erano riuniti e
avevano deciso: per almeno due anni la vedova Miraglia deve essere aiutata”.
“Alcuni anni fa
l’Unicredit organizzò l’anniversario: in quella occasione volli ricambiare
offrendo i pranzi e le cene agli ospiti, sia con i prodotti ricavati dai
terreni confiscati alla mafia, sia con il pesce azzurro di Sciacca. A gennaio
non è facile trovare molta quantità di pesce. Allora chiesi alla cooperativa di
marinai di venderci il pescato. Portarono venti cassette. Quando andai in
cooperativa per saldare il conto, la risposta del presidente fu questa: ‘I
marinai di Sciacca per Accursio Miraglia non vogliono mai soldi”.
Una
pausa e, per associazione di idee, la memoria va a settant’anni fa: “Dopo la morte, mio padre fu portato nella
camera ardente dell’ospedale di Sciacca, dove per anni era stato il presidente.
Le suore chiesero di poter tenere la salma per tre giorni e tre notti per
pregare ininterrottamente. Poi, per altri tre giorni, fu portato nella sala
della Camera del lavoro, dove vennero gli uomini politici di tutta Italia. E
quando la bara uscì per essere trasportata al cimitero, tutte le industrie
d’Italia suonarono le sirene. Per dieci minuti gli operai italiani e siciliani
si fermarono per rendergli omaggio”.
(Da: Luciano
Mirone
Accursio frequentò la scuola tecnica “Mariano Rossi” di
Sciacca e in seguito l’Istituto tecnico Commerciale di Agrigento. Si diplomò
con il massimo dei voti e fu assunto al Credito Italiano di Catania. Dopo un
anno venne trasferito, come capo ufficio, a Milano dove entrò in contatto con personaggi importanti della politica e
della cultura. Fu conquistato dal pensiero di Bakunin e si iscrisse al gruppo
anarchico di Porta Ticinese. Qui assieme agli attivisti portò avanti una
attività politica sociale a favore della classe operaia per una vita più dignitosa
nelle fabbriche.
Fu licenziato dalla banca per “contrasti di natura politica”.
I dirigenti non sopportavano l’attività sociale del Miraglia a fianco degli
operai e alla continua ricerca di uguaglianza e giustizia.
Rientrò a Sciacca e diede avvio a una propria industria
ittico-conserviera. Da notizie riportate sul sito Wickipedia, si cita anche un
attività come rappresentante e commerciante di ferro e metalli nel porto. Un
attività che gli permise di aiutare, durante la seconda guerra mondiale, molti artigiani
che avevano necessità di queste materie prime per svolgere il proprio lavoro
artigianale. ( era vietata la vendita).
Un uomo di grande cultura
che si dedicava anche alla pittura, allo scrivere, al suonare il
violino. Era sempre a contatto con la gente e soprattutto vicino ai loro
problemi. Spesso diceva: “per
la ripresa della nostra vita operativa è indispensabile rivolgersi alla terra e al mare, creature come l'uomo, di Dio”.
La terra dei latifondisti era in mano ai gabellotti mafiosi
mentre il mare era pericoloso da attraversare per il grado di fatiscenza delle
imbarcazioni. Aiutò padre Michele Arena nella restaurazione a proprie spese
dell’orfanotrofio e si adoperò con ogni mezzi per aiutare le orfanelle del
Boccone del Povero. Portava ogni settimana carretti colmi di generi di prima
necessità.
Riuscì
a creare e a dirigere la prima Camera del Lavoro siciliana, nata
appunto a Sciacca. Organizzata in modo da poter esprimere al massimo lo spirito
comunitario e i diritti dei lavoratori,
Una
delle iniziative (forse la più importante e duratura in quanto proprio
nel 2004 se ne è festeggiato il sessantesimo anniversario) voluta da
Accursio Miraglia fu la fondazione della cooperativa “La Madre
Terra”. Nacque esattamente il 5 novembre 1944, venne sancita alla Camera
del lavoro più di 60 anni fa ed oggi è una grande realtà che conta circa mille
soci con una superficie di duemila ettari coltivata a ulivi e più di
200 000 piante ricadenti nel territorio di Sciacca.
Grazie
alla cooperativa “La Madre Terra”, Miraglia divenne la voce dell'umile gente
che chiedeva l'attuazione delle leggi Gullo-Segni che destinavano
alle cooperative i terreni incolti appartenenti ai latifondi. Memorabile
rimase agli occhi della gente la cavalcata che riuscì ad organizzare per le vie
del paese di Sciacca..
Non
approfittò mai della sua posizione, l'ultimo incarico fu quello di presidente
dell'ospedale di Sciacca e anche lì seppe agire in maniera indimenticabile
lasciando il segno, come del resto era sua consuetudine fare. I medici,
le suore e gli infermieri, la sera del suo assassinio per mano
della mafia il 4 gennaio 1947, ricambiarono l'affetto permettendo alle sue
spoglie di rimanere intatte per quattro giorni in una bara aperta. Le
veglie funebri furono due, una organizzata presso l'ospedale, l'altra presso la
sede della Camera del lavoro. Tutta l'Italia diede l'estremo saluto ad un uomo
che lottava con le parole, ad un uomo che con i suoi discorsi semplici riusciva
a gratificare la gente a dare speranza e insegnare che la fratellanza e
l'organizzazione erano fondamentali in quel periodo così difficile, diceva
sempre: «Noi, organizzati, siamo un gruppo di fratelli. Se succede qualcosa,
si ragiona».
Alla base del monumento dedicatogli dal popolo
di Sciacca, fatta dal noto pittore e scultore saccense Filippo Prestia, vi è
una scritta di Miraglia che richiama questo valore della fratellanza che tanti nella società odierna non considerano
affatto in quanto non rappresenta più un ideale raggiungibile in una società
dominata dall'individualismo. La frase,
riportata in uno scritto del nipote di Miraglia, dice: «Io non impreco e non
chiedo alcuna punizione. Io che ho tanto amato la vita, chiedo ad essa di
vedere pentiti coloro che ci hanno fatto del male».
Ecco
anche il suo ultimo importante monito espresso nell’ultimo comizio che tenne a
Sciacca:
“La
forza dell’uomo civile è la legge, la forza del brutto e del mafioso è la violenza fisica e morale. Noi, malgrado quello che si sente
dire di alcuni magistrati, abbiamo ancora fiducia nella sola legge degli uomini
civili, che alla fine trionfa nello spirito dell’uomo che è capace di sentirne
il “Bene”. Temiamo, invece la violenza perché offende la nostra maniera di
vedere e concepire le cose. Lungi dalla perfezione e dall’infallibilità, siamo
però in buona fede, e non cerchiamo altro che la possibilità di ripresa della
nostra gente e in altre parole di dare il nostro piccolo contributo all’emancipazione
e alla dignità dell’uomo. È solo questo il filo conduttore che ci ispira e ci
porta nel rischio. Non è colpa nostra se qualcuno non lo arriva a capire: non
arrivi a capire, cioè, che ci sia, ogni tanto, qualcuno disposto anche a morire
per gli altri, per la verità per la giustizia. Attento però a questo qualcuno
che da sprovveduto e morto non diventi un simbolo molto ma molto più
grande e pericoloso”. (dall’ultimo comizio fatto a Sciacca)
“Io non impreco e
non chiedo alcuna punizione. Io che ho tanto amato la vita, chiedo ad essa di
vedere pentiti coloro che ci hanno fatto del male”. (riportata dal
nipote)
“Meglio
morire in piedi, che vivere in ginocchio”.
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SCIACCA |
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SCIACCA - CASTELLO INCANTATO |
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SCIACCA - CASTELLO LUNA |
17
Gennaio 1947 – Ficarazzi (Palermo)
Pietro Macchiarella, militante del PCI e in prima fila
nelle lotte contadine.
13 Febbraio 1947 – Partinico (Palermo)
Leonardo Salvia, militante nelle lotte contadine.
Nunzio Sansone, militante nelle lotte contadine e
segretario della Camera del Lavoro di Villabate. La mafia del paese
lo eliminò crudelmente, freddandolo a colpi di lupara all’uscita dall’abitato,
mentre percorreva il tratto solitario che divide Villabate dal borgo di “Portella
di Mare”. Il prof. Edoardo Salmeri ha avuto il merito di
riportare in luce gli episodi del grande sindacalista Sansone. Riporta il
momento in cui tentò di consegnare una lettera a Mussolini. Fu malmenato e
condotto in carcere all’Ucciardone. Il duce passò da Villabate e quando la sua
auto si fermò ricevette dalle autorità del paese un omaggio: un folto ramo di
arance. Sansone corse verso la macchina che aveva ripreso la marcia.. una corsa
sfrenata, voleva consegnarli una lettera… fu trattenuto dalla forza pubblica
che gli impedì di consegnare quella lettera e lo malmenò come un malfattore.
Gli misero le manette e lo portarono in caserma tempestandolo di pugni e calci…
il risultato finale fu che l’indomani il giovane ferito fu trasportato in
carcere all’Ucciardone di Palermo. Il prof. Salmeri con grande coraggio ricorda
gli ultimi momenti vissuti accanto all’amico Sansone: «Ci eravamo appena separati [...] A duecento
metri da casa mia c’era un gruppo di gente con la polizia, che piantonava il
corpo dell’ucciso. Ricordai allora come la sera prima, appena rientrato, avevo
sentito dei colpi di fucile. Non vi avevo dato importanza, credendo che fossero
spari di cacciatore. Non avevo sospettato per nulla che in quel momento il mio
povero amico e compagno fosse caduto sotto il piombo della mafia. Non
immaginavo che quella sanguinaria associazione criminale sarebbe stata capace
di commettere un tale efferato delitto. A chi faceva male il povero Vincenzo
Sansone, insegnante di lettere, che nella sua gioventù aveva tanto lottato
contro la povertà, sopportando dure prove e umilianti privazioni? Egli che
conosceva la triste indigenza, voleva riscattare le masse operaie e contadine
dalla loro miseria, dall’abiezione materiale e morale in cui esse vivevano nel
prolungato servaggio dei tempi, ma era stato stroncato dalla mafia, da quella
cosiddetta 'onorata società' che si arrogava il vanto di interpretare gli
ideali di giustizia dell’antica setta dei Beati Paoli, e invece salvaguardava
gli interessi del baronato e degli agrari, degli sfruttatori, del lavoro umano.
Ecco perché la mafia l’aveva ucciso». La vicenda di Sansone, riemersa grazie alle ricerche di
Giuseppina Tesauro, consulente per le politiche alla Legalità del Comune di
Villabate, per la prima volta fu raccontata, anni fa, dalla voce dei parenti
agli studenti delle scuole di Villabate. «In
famiglia dopo la sua morte fu steso un velo di silenzio. La nonna, che era
rimasta vedova da poco, aveva altri 7 figli e aveva paura. Sansone fu così dimenticato
da tutto il paese - racconta Vincenzo Sansone - Da bambino di questo zio di cui
portavo il nome ho saputo qualcosa dai racconti di mia nonna. C'è molto ancora
da approfondire sulle dinamiche e sui motivi di questo delitto. La luce fatta
oggi speriamo contribuisca a riscrivere la verità». Due le
testimonianze dirette. La nipote Giuseppa Sansone, 78 anni e il sindaco di
Villabate, Vincenzo Oliveri. «Ricordo
benissimo quando avvenne questo omicidio. Ci fu una specie di sommossa, tutti
volevano capire cosa fosse successo - ha detto l'ex presidente della Corte
d'appello di Palermo - Sansone organizzava i lavoratori della campagna per la
raccolta dei mandarini. Aveva un grande consenso e questo dava fastidio alla
mafia, in un periodo in cui tutti erano ossequiosi con i mafiosi. A chi si
opponeva, facevano radere tutti gli alberi al suolo. Una delle ipotesi fu che
avesse pestato i piedi a qualche proprietario terriero». «Era un punto di
riferimento per tutto il popolo. Una persona altruista, squisita, generosissima
- ha raccontato la nipote Giuseppa Sansone - Fondò la Camera del Lavoro di
Villabate, che presto diventò il luogo dove la gente poteva trovare una
risposta ai propri bisogni. In quegli anni di guerre e di miseria, coi bambini
che camminavano scalzi per strada. Inviò una lettera chiedendo gli aiuti del
Piano Marshall, viveri, vestiario e soldi per i familiari dei morti in guerra.
Quando arrivarono i vagoni carichi di beni, quelli che comandavano in paese
preteso di impossessarsi della roba. Mio zio, che lottava per il bene degli
altri, fu minacciato e allontanato». «Vincenzo - ha aggiunto - aveva un solo
completo, che indossava in estate e in inverno. Quando si consumò, copriva lo
strappo con uno scialle. E andava in giro così, coperto con lo scialle della
nonna. Ha fatto la sua vita per i poveri e per gli orfani». L'amministrazione
comunale si è impegnata a intestare una strada a Vincenzo Sansone.
7 Marzo 1947 : Messina
A Messina, nel corso di uno sciopero generale contro
il carovita e per aumenti salariali, i carabinieri caricarono e uccisero gli
operai comunisti Biagio Pellegrino e Giuseppe Maiorana e feriti altri 3 dimostranti.
1 Maggio 1947 – Portella della Ginestra (Palermo)
Sulla Strage si dovrebbe scrivere un trattato ma
cercherò, se possibile, di essere sintetico. Circa 2000 lavoratori, provenienti
dalla zona di Piana degli Albanesi, San Cipirello e San Giuseppe Jato, si
riunirono a Portella della Ginestra. “Il
mitico luogo del “ Sasso di Barbato, dove alla fine dell’ottocento interveniva
Nicola Barbato, dirigente del movimento di riscatto dei contadini e medico.
Figura di primo piano ( tra i fondatori) dei Fasci Siciliani dei Lavoratori”.
Una vallata
circondata dai monti Kumeta, Maja e Pelavet, dove i contadini volevano
manifestare contro il latifondismo, per occupare le terre incolte e per
festeggiare la vittoria elettorale del Blocco del Popolo che nelle recenti
elezioni dell’Assemblea Regionale Siciliana, con la coalizione PCI –PSI, aveva
ottenuto 29 rappresentati su 90 (circa il 32% dei voti). Nelle elezioni la DC
aveva subito un crollo del 20% circa e ottenuto 21 rappresentanti. Improvvisamente sui manifestanti cominciarono
a piovere raffiche di mitra, sparati dal monte Pelavet, e sembra anche delle
bombe a mano,. Sul terreno undici morti (otto adulti e tre bambini) e 27 feriti
di cui alcuni morirono in seguito per le ferite. I feriti secondo altre
versioni furono da 33 a 65.
Morirono sul
colpo:
1.
Margherita
Clesceri (37 anni), di minoranza albanese, madre di sei figli e incinta;
2.
Giorgio Cusenza
(42 anni), di minoranza albanese;
3.
Castrense
Intravaia (18 anni);
4.
Vincenzina La Fata
(8 anni);
5.
Serafino Lascari
(15 anni), di minoranza albanese;
6.
Giovanni Megna (18
anni), di minoranza albanese;
7.
Francesco Vicari
(22 anni), minoranza albanese;
8.
Vito Allotta (18
anni), minoranza albanese; morì dopo pochi giorni;
9.
Giuseppe Di Maggio
(13 anni), morì dopo pochi giorni;
10. Filippo Di Salvo (48 anni), minoranza albanese, anche
lui morì successivamente;
11. Giovanni Grifò (12 anni)
12. Provvidenza Greco, morì successivamente;
13. Vincenza Spina;
14. Vincenzo La Rocca, padre di Cristina, una bambina di 9 anni ferita a Portella (un esame
radiografico del 1997 ha rilevato nel suo corpo la presenza di un frammento
metallico, probabilmente una scheggia di granata), con la figlia sulle spalle
si recò a piedi a San Cipirello e morì qualche settimana dopo, stremato dalla
fatica.
15. Emanuele Busellini, campiere, ucciso dai banditi della banda
Giuliano che lo avevano incontrato lungo la strada per recarsi sul luogo della
strage.
Solo le prime undici vittime furono riportate sulla
pietra incisa posta a memoria sul luogo del massacro.
Sul movente dell’eccidio si è parlato tanto senza mai
raggiungere la verità dei fatti. Il 2 maggio 1947 il ministro dell’Interno,
Scelba, ancora lui, affermò sull’episodio che “ non vi era alcuna finalità politica o terroristica, ma che doveva
essere considerato un fatto circoscritto”.
Il processo a Viterbo,
condannò Giuliano (già morto per mano del capitano Antonio Perenze ?) e la sua
banda. Una condanna malgrado Pisciotta, uomo delle banda e avvelenato in
carcere, abbia fatto i nomi di personaggi politici importanti coinvolti nel
massacro: i monarchici Giovanni Alliata Di Montereale e Tommaso Leone
Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e anche i democristiani Bernardo Mattarella
e Mario Scelba. La Corte d’Appello di Viterbo non diede conto alle
dichiarazioni di Pisciotta che tra l’altro si attribuiva l’uccisione del
compagno Giuliano.
Girolamo Li Causi in
Parlamento, quale esponente delle forze di sinistra e della CGIL fu esplicito..”Giuliano era solo l’esecutore del
massacro.. i mandanti, gli agrari e i mafiosi, avevano voluto lanciare un
preciso messaggio politico all’indomani della vittoria del Blocco del Popolo
alle elezioni regionali”. In seguito ai riscontri del processo, lo stesso
Li Causi ed altri esponenti di sinistra furono concordi nell’affermare, nella
seduta della Camera dei deputati del 26 ottobre 1951: “Tutti sanno che i
miei colloqui col bandito Giuliano sono stati pubblici e che preferivo
parlargli da Portella della Ginestra nell'anniversario della strage. Nel 1949
dissi al bandito: "ma lo capisci che Scelba ti farà ammazzare? Perché non
ti affidi alla giustizia, perché continui ad ammazzare i carabinieri che sono figli
del popolo come te?". Risposta autografa di Giuliano, allegata agli atti
del processo di Viterbo: "Lo so che Scelba vuol farmi uccidere perché lo
tengo nell'incubo di fargli gravare grandi responsabilità che possono
distruggere la sua carriera politica e finirne la vita". È Giuliano che
parla. Il nome di Scelba circolava tra i banditi e Pisciotta ha preteso, per
l'attestato di benemerenza, la firma di Scelba; questo nome doveva essere
smerciato fra i banditi, da quegli uomini politici che hanno dato malleverie a
Giuliano. C'è chi ha detto a Giuliano: sta tranquillo perché Scelba è con noi;
Tanto è vero che Luca portava seco Pisciotta a Roma, non a Partinico, e poi
magari ammiccava: hai visto che a Roma sono d'accordo con noi? “
Un collegamento tra la strage e il Governo fu messo in
risalto da Santo Provvisionato in “Misteri d’Italia (1994)) e da Carlo Ruta che
nel suo prologo del libro “Giuliano – Scelba” (Rubattino, 1995) scriveva: “« Sugli
scenari che si aprirono con Portella della Ginestra, alcuni quesiti rimangono
aperti ancora oggi: fino a che punto quegli eventi tragici videro realmente
delle correità di Stato? E quali furono al riguardo le effettive
responsabilità, dirette e indirette, di taluni personaggi chiamati in causa per
nome dai banditi e da altri? Fra l'oggi e quei lontani avvenimenti vige, a ben
vedere, un preciso nesso. Nel pianoro di Portella venne forgiato infatti un
peculiare concetto della politica che giunge in sostanza sino a noi. » Si parlò anche di
un collegamento con il governo americano. La tesi fu formulata da Giuseppe
Casarrubea e Nicola Tranfaglia secondo cui a Portella della Ginestra furono
adoperate dei lanciagranate in dotazione alla X Flottiglia MAS di Junio Valerio
Borghese. I servizi segreti americani erano preoccupati dell’avanzata social
comunista in Italia e soprattutto in Sicilia, punto strategico del
Mediterraneo. “I rapporti desecretati
dell'OSS e del CIC (i servizi segreti statunitensi della Seconda
guerra mondiale), che provano l'esistenza di un patto scellerato in Sicilia tra
la cosiddetta “banda Giuliano” e elementi già nel fascismo di Salò (in primis,
la Decima Mas di Junio Valerio Borghese e la rete eversiva del principe
Pignatelli nel meridione) sono il risultato di una ricerca promossa e
realizzata negli ultimi anni da Nicola Tranfaglia (Università di Torino), dal ricercatore
indipendente Mario J. Cereghino e da chi scrive”.
La
verità sulla Strage di Stato di Portella della Ginestra ?
Un film
? Non Credo… il teorema …i collegamenti
tra i vari personaggi sono perfetti----- in ogni caso fanno pensare……
9 Maggio 1947 -
Partinico (Palermo)
Michelangelo Salvia, contadino e dirigente della
Camera del Lavoro, ucciso nelle campagne di
Partinico.
7 Giugno 1947 : Messina
A Messina, durante una manifestazione contro la disoccupazione,
i carabinieri aprirono il fuoco uccidendo Ludovico Maiorana, Antonio Pellegrini
e Carlo Rocco.
22 Giugno 1947 – Partinico (Palermo)
Giuseppe Casarrubea, militante sindacale, e Vincenzo
Lo Jacono furono uccisi durante un attacco alla sede della Camera del Lavoro di
Partinico. Ci fu un nutrito lancio di bombe a mano e colpi di mitra. L’eccidio
maturò in un momento in cui vennero effettuati degli attacchi con armi da fuoco
e bombe a mano a diverse sezioni del Partito Comunista (Partinico. Borgetto e
Cinisi), a diverse sedi della Camera del Lavoro (Carini e San Giuseppe Jato) e
alla sezione del Partito Socialista di Monreale. Sul posto dell’assassinio
venne trovato un volantino a firma di Giuliano (?) che invitava i siciliani a
lottare “contro la canea dei rossi” e
annunciava la costituzione di un comitato di lotta contro il bolscevismo.
Prometteva sussidi (?) a quanti si sarebbero presentati alla sede della
formazione militare nel feudo Sagana.
22 Ottobre 1947 – Terrasini (Palermo)
L’assassinio
di Giuseppe
Maniaci,
ucciso dalla mafia con bastonate in testa e crivellato di proiettili, è
emblematico per mettere in evidenza il comportamento delle forze dell’ordine.
Il Maniaci era iscritto al partito comunista e segretario della Federterra
locale.
Nonostante le minacce mafiose si batteva da tempo
contro il latifondo e per i diritti dei contadini. Era stato, in passato, nel
carcere di Porto Longone (LI) come detenuto per reati comuni e aveva conosciuto
i dirigenti comunisti Mauro Scoccimarro (1895- 1972) e Umberto Terracini (1895- 1983),
imprigionati per attività antifascista.
Nel
messaggio di segnalazione inviato il giorno dopo alla Procura della Repubblica
di Palermo si legge: “ore 13 circa 22
andante ignoti uccidevano colpi di mitra […] Maniaci Giuseppe fu Salvatore anni
38 del luogo, contadino, segretario Federterra predetto comune. Escludesi movente politico. Si
ritiene probabile uccisione per vendetta essendo Maniaci fortemente
pregiudicato delitti contro il patrimonio”.
Ministro
dell’Interno.. Mario Scelba… sicuramente il mandato alla procura fu il
risultato finale di precedenti contatti tra le forze dell’Ordine e lo stesso
Scelba.
Il
movente politico fu subito scartato… senza alcuna spiegazione o chiarimenti… il
secondo aspetto fu legato alla vittima che venne presentata come un
pregiudicato.. insomma un regolamento di conti a causa dei suoi trascorsi
criminali. Venne esclusa categoricamente la pista politica che fu portata
avanti dai compagni di partito del Maniaci. In un successivo rapporto dei
carabinieri del 4 novembre dello stesso anno, venne ancora ribadita, con ottusa
presunzione che è: “esclusa la peregrina idea del delitto politico,
messa fuori in malafede dai suoi compagni di partito […] a Terrasini la politica non trova terreno
fertile”. (Rapporto dei carabinieri del 4 novembre 1947 )
Il
Maniace nel primo verbale venne descritto come un ladro e questo, sempre
secondo le forze dell’ordine, spiegherebbe il movente del delitto cioè una
vendetta di chi subì l’antico furto. L’unico reato accertato fu per il furto di
un sacco di carrube effettuato tre mesi prima della sua uccisione. Il
maresciallo Luigi Licata descrisse il Maniace con un pericoloso delinquente e
non come un ladro di campagna. Ma nel verbale redatto viene menzionata la mafia
e quindi il Maniaci infastidì qualcuno.
Quali i moventi del delitto? Solo
vendetta personale, quale regolarizzazione di conti, perché “i mafiosi del
luogo non sopportavano questi furti”.
La
figura del Maniaci prese aspetti sempre più criminali nella stesura del verbale
che lo mise in luce come un approfittatore e parassita dedito al «furto in cui il Maniaci si era da tempo
abituato e per cui incuteva soggezione, specie nella parte dei piccoli borgesi
[sic], i quali mal sopportavano che il Maniaci, senza stenti e sudori, menasse
vita piuttosto comoda, a spese del loro lavoro […]».
Ma
ciò che rese il caso di Giuseppe Maniaci particolare ed unico sta
nell’affermazione seguente, riportata nel verbale:
“[…]
Ma se il piccolo agricoltore per timore del peggio taceva e sopportava, lo
stesso non doveva verificarsi con i limitrofi Di Maggio Procopio, Vitale
Leonardo, Di Maggio Giuseppe, tutti da Cinisi ben noti per la loro appartenenza
alla mafia e soprattutto conosciuti come gente da non subire angherìe”.
Un vero demente il commissario che
scrisse il verbale e che fece i nomi dei personaggi appartenenti alla mafia
locale. Con questa affermazione è chiara come c’era allora un atteggiamento
favorevole verso la mafia vista come “una
protettrice del piccolo agricoltore che per timore del peggio taceva”.
Quindi il definitiva il delitto fu legato al comportamento criminale del
Maniaci più che alla sua appartenenza alla Federterra locale.
“[…] Da quanto precede e dall’insieme delle circostanze emerse nel corso
delle indagini, si è addivenuti alla conclusione, comunemente formata
nell’ambiente locale, che il Maniaci
Giuseppe sia caduto vittima della sua cattiva condotta e che gli
uccisori siano gente appartenente alla nota mafia di Cinisi, la quale si è ormai specializzata nel liquidare tutti
coloro che danno fastidio alle persone e alla proprietà”.
Curiosamente
il rapporto dei carabinieri giunse alla conclusione che l’omicidio del
segretario della Federterra di Terrasini fosse opera di ignoti, non
considerando i nomi dei mafiosi precedentemente fatti. Il Giudice istruttore
chiese spiegazioni di questi precisi riferimenti al maresciallo che compilò il
verbale citando i nomi di mafiosi del luogo. Si mise in risalto dai verbali, un sistema di relazioni
interne al paese che permettevano di far dichiarare al maresciallo – senza per
questo avere delle prove giudiziarie –i nomi di quelli riconosciuti
dall’“ambiente locale” come mafiosi. La dichiarazione di risposta del
maresciallo non consentì di indirizzare le indagini verso quei sospetti per
mancanza di prove: «abbiamo formulato per
contro nostro sospetti […] ma nulla abbiamo potuto acclarare a loro carico, non
essendo neanche risultato che avevano denunziato di avere patito dei furti».
Nonostante l’individuazione dei mafiosi che avrebbero potuto uccidere il
Maniaci, le indagini furono sospese e poi concluse con una declaratoria di
improcedibilità perché ignoti gli autori del delitto. La responsabilità del
delitto venne attribuita direttamente alla stessa vittima e al suo
comportamento: la sua condotta sarebbe stata la vera causa della morte.
3
Novembre 1947 – San Giuseppe Jato (Palermo)
Calogero
Caiola, doveva testimoniare sulla Strage di Portella della Ginestra – Il prof. Pierluigi Basile con grande
senso storico descrisse l’assassinio o meglio i motivi per cui fu assassinato
il Caiola. ”Il suo nome dimenticato non
si trova nelle lapidi che ricordano la strage di Portella della Ginestra.
Eppure la sua uccisione - avvenuta 70 anni fa a San Giuseppe Jato - è legata
strettamente a quel I maggio 1947.Perché prima di essere un cadavere era un
contadino. E oltre ad essere un contadino era stato uno dei testimoni
"involontari" della tragedia che si consumò durante la festa del
lavoro. Insieme ad altri 3 ragazzi ed una "donna di facili costumi"
si era appartato a poca distanza dal pianoro dove la folla era radunata. Dopo
le terribili sequenze dell'attacco agli innocenti, attratto dalle detonazioni,
Caiola aveva scorto il gruppo di fuoco in ritirata e senza alcuna esitazione
prese un mulo e fuggì per avvertire la forza pubblica. La sua poteva essere una
"testimonianza-chiave" per individuare gli esecutori materiali della
strage, eppure la sua voce non giunse mai nelle aule del processo di Viterbo.
Perché la notte del 2 novembre 1947 veniva ucciso, con 5 colpi di arma da fuoco
automatica, a poca distanza da casa sua, tra via Pergole e via Minghetti. I
carabinieri e gli organi inquirenti esclusero subito ogni "pista
politica" sull'omicidio, non pensarono minimamente di ricondurre il fatto
di sangue al tentativo di bloccare le possibili rivelazioni in merito alla
strage. Tutto fu spiegato e collegato - come divenne consuetudine in quegli
anni - alla dubbia morale dell'uomo e alle sue strane abitudini sessuali, tanto
che fu accusato, senza alcuna prova concreta, di essere un "pederastra
attivo". Per spezzare questa infamia, che ha ucciso la sua memoria dopo la
sua vita, occorre non dimenticare...
8
Novembre 1947 – Marsala (Trapani)
Vito Pipitone, sindacalista e segretario della Confederterra.
Vito Pipitone, sindacalista e segretario della Confederterra.
5 Dicembre 1947 : Agrigento
Una manifestazione di disoccupati fu repressa dalla
Celere con l'uso di armi da fuoco. Venne ucciso un dimostrante e feriti
gravemente 3 donne e un bambino
2 Marzo
1948 – Petralia Sottana (Palermo)
Epifanio
Li Puma, dirigente delle lotte contadine, socialista e padre di 10 figli. Si
era opposto all'ingresso dei mafiosi nella cooperativa "La Madre
terra".
10
Marzo 1948 – Corleone (Palermo)
Venne ucciso il sindacalista Placido
Rizzotto e anche in questo caso si cercò di insabbiare il
movente politico. All’assassino
aveva assistito il pastore tredicenne Giuseppe Letizia che fu ricoverato in
stato di shock in ospedale. In ospedale morì sicuramente per essere stato
avvelenato (tossicosi riferì il referto).
La reazione dell’opinione pubblica nazionale al delitto, spinse a
malincuore i carabinieri e le forze dell’ordine ad includere il motivo politico
tra i possibili moventi. Le forze dell’ordine preoccupate dal clamore a livello
nazionale dell’assassinio, rimasero esitanti sulle motivazioni o sulle piste da
battere forse “perché ricevettero delle
indicazioni o veti in merito”. Nel verbale di denunzia del 3 aprile, il
comandante della Compagnia dei carabinieri di Corleone, il capitano Filippo
Rosati, insieme con il comandante della locale sezione dei carabinieri,
Generoso Tozzo, scrisse che “«il movente […] è
l’attività di organizzatore sindacale di Rizzotto esponente del Movimento contadino
diretto alle occupazione delle terre incolte».
Una
dichiarazione ben diretta ed inusuale che avrebbe condotto le indagini in una
determinata direzione e cioè a chi si opponeva al movimento contadino. Dichiarazione che fu parzialmente smentita
nei successivi verbali. Nella dichiarazione del 20 maggio, rilasciata dal
capitano Tozzo, che nel frattempo era diventato comandante della Compagnia dei
carabinieri di Corleone al posto del Rosati) al giudice istruttore, fu
evidente non solo un cambio di cariche ma anche un mutamento di
opinione: «secondo me, anche i familiari del Rizzotto […] hanno voluto
prospettare il delitto come determinato da movente politico per avere, come
hanno ottenuto dal Partito aiuto e soccorsi finanziari»
Il
nuovo comandante della stazione dei Carabinieri, il maresciallo Maggiore Nicolò
Accomando non fu da meno… non diede il movente politico ricercando le
motivazioni del delitto nel passato sia della vittima che dei suoi parenti… un
atteggiamento decisamente pilotato … il comandante disse al giudice istruttore:
«[…] visti i precedenti di Rizzotto
Carmelo […] non è da escludere che la scomparsa del figlio (Placido) sia dovuta
a qualche vecchio conto che si è voluto regolare».
Le
indagini non tennero conto del contesto generale in cui si svolse l’omicidio di
Rizzotto. Un contesto complesso.. Rizzotto era un sindacalista socialista;
dirigente della Federterra; segretario della Camera del Lavoro locale e aveva
guidato l’occupazione delle terre incolte a favore delle cooperative contadine.
I compagni fecero notare l’importanza che aveva avuto all’interno del movimento
e le minacce che aveva subito nei mesi vicini alle elezioni politiche.
La
sua lotta politica .. grande e importante lotta politica, la sua lotta
sindacale garantì alla cooperativa “Bernardino Verro” di Corleone la gestione
di un intero feudo.
Era dedicata
al primo sindaco socialista di Corleone. Dirigente contadino, nel 1892 durante
il periodo dei Fasci Siciliani fondò il Fascio di Corleone. Bernardino Verro
nel 1914 venne eletto sindaco e nel 1915 venne ucciso dalla mafia.
Le
cooperative stavano diventando dei luoghi sociali di opposizione alla classe
agraria-mafiosa e allontanavano i gabellotti dai feudi.
Sfide
mafiose nel territorio di Corleone tenuto da Michele Navarra e dal boss
emergente Luciano Liggio che fu autore materiale del delitto.
L’eliminazione
di Rizzotto non fu solo l’eliminazione di un dirigente di un importante e
fastidioso movimento contadino che minacciava la mafia ma fu anche un messaggio
politico.
Le
dichiarazioni rese da Antonino di Palermo al giudice istruttore il 2 luglio
1950: “dopo la morte di Rizzotto molti iscritti al PSI di Corleone passarono al
Partito Socialista
dei Lavoratori Italiani nato dalla
scissione di Palazzo Barberini voluta da Saragat l’11 gennaio per uscire
dall’alleanza social-comunista del Fronte Democratico Popolare (detto anche il
Blocco del Popolo, che riuniva PCI e PSI). Vi erano motivazioni di carattere
politico-mafioso che spingevano i socialisti a rompere il patto con i comunisti
o a far passare il più possibile i contadini dal PSI al PSLI indebolendo elettoralmente
il Blocco del Popolo. Il movimento contadino con la rottura o indebolimento
dell’alleanza social-comunista ne sarebbe uscito provato. La ragione politica
dell’uccisione dei socialisti durante la campagna elettorale del 1948 venne
spiegata lucidamente da Pio La Torre nel 1976, nella sua relazione di minoranza
alla Commissione antimafia. Le sue considerazioni in merito al rapporto tra
uccisioni mafiose e politica nazionale meritano di essere riportate:
“Nel corso di quella campagna elettorale
[1948] furono compiuti alcuni dei più efferati delitti di mafia contro
esponenti del movimento contadino siciliano. Vogliamo ricordare in modo
particolare tre episodi: Placido Rizzotto a Corleone, Epifanio Li Puma a
Petralia, Cangelosi a Camporeale, dirigenti contadini di queste tre zone
fondamentali nella provincia di Palermo e socialisti. Perché tre socialisti?
Gli assassinii si susseguirono a distanza di pochi giorni. Vi era stata
la scissione socialdemocratica e il movimento contadino in Sicilia restava,
invece, unito; occorreva, dunque, dare un colpo al movimento e da parte della
mafia si sviluppò una campagna di intimidazioni verso i dirigenti socialisti”.
Liggio
e gli altri due sicari mafiosi vennero assolti per insufficienza di prove. Il
mandante, Michele Navarra, fu mandato al confino di polizia dopo che si
riconobbe la sua pericolosità sociale grazie anche all’azione del giovane
capitano Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Quest’ultimo scrisse in una nota al giudice istruttore il 30
maggio 1950 che don Navarra «[…] è notoriamente, da alcuni anni,
l’esponente di quella mafia corleonese cui vorrebbesi fare risalire la
soppressione del sindacalista Rizzotto […]» riportato in FIGURELLI, Michele, PANTANO,
Linda, SGRÒ, Enza, op. cit., p. 42.
Ma il confino durò
ben poco: in capo a qualche mese Navarra tornò a Corleone perché il
provvedimento venne revocato. Rientrato in paese lasciò il partito liberale per
avvicinarsi a quello democristiano. Quelle indagini si risolsero quindi con
assoluzioni per insufficienza di prove e nessun colpevole venne condannato per
l’omicidio di Rizzotto, del cui cadavere vennero trovati solo dei resti in una
foiba (inghiottitoio, galleria verticale) nel 2009. Solamente il 9 marzo 2012
si ebbe la conferma che quei resti fossero effettivamente del sindacalista
ucciso dalla mafia e il 24 dello stesso mese gli furono dedicati i funerali di
Stato. L’uccisione di Rizzotto – insieme a quelle, nel 1948, degli altri
dirigenti sindacali – erano dovute ad un disegno mafioso di arginamento e
repressione del movimento contadino che con le occupazioni delle terre incolte
metteva a rischio il potere mafioso. La repressione riguardò principalmente i
partiti di sinistra aderenti al Blocco del Popolo in quanto maggiormente
coinvolti nelle rivendicazioni del movimento contadino. Ma l’intreccio
mafia-agrari e politica aveva iniziato a dare prova della sua crudeltà ben
prima della campagna elettorale per le elezioni del 1948 e delle uccisioni
mirate che servivano a scompaginare il movimento contadino e il partito
socialista. La repressione agrario-mafiosa aveva già dato il suo massimo
esempio di violenza anticontadina in quella che per molti versi è da
considerarsi come la prima strage di Stato dell’Italia Repubblicana: la strage
di Portella della Ginestra.
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L'INGHIOTTITOIO DOVE FU TROVATO IL CORPO DI PLACIDO RIZZOTTO |
30 Marzo
1948 : Pantelleria
A
Pantelleria, una manifestazione contro l’iniquità delle sanzioni fiscali fu
repressa dalle forze di polizia con l’uso di armi da fuoco che provocarono la
morte di Antonio Valenza, Giuseppe Pavia e
Michele
Salerno.
1 Aprile 1949 – Camporeale
Calogero Cangelosi, socialista e segretario della
Camera del Lavoro di Camporeale. Il delitto era
stato preceduto da intimidazioni e nel paese, dominato dal capomafia Vanni
Sacco, si erano già registrati attentati a dirigenti del movimento contadino e
l'incendio della sezione socialista. Il delitto rimase impunito
4 Aprile
1949 : Mazara del Vallo (Trapani)
A
Mazara del Vallo (Trapani), venne strangolato nella locale caserma dei
carabinieri il bracciante Francesco La Rosa, che era stato convocato per un
interrogatorio.
19
Aprile 1949: Mazara del Vallo (Trapani)
A
Mazara del Vallo (Trapani), nel corso di una manifestazione di braccianti, la
polizia aprì il fuoco uccidendo un contadino.
8 Luglio
1949 – Alcamo (Trapani)
Leonardo
Renda, contadino, assessore e segretario DC nel comune di Alcamo
29
Novembre 1949 : Bagheria (Palermo)
A
Bagheria (Palermo), nel corso di una manifestazione contadina, i carabinieri
intervennero aprendo il fuoco e uccidendo la contadina Filippa Mollica Nardo.
Le
occupazioni dei latifondi fino al 1949 erano simboliche cioè non avevano
l’obiettivo di prendere il possesso reale del terreno. Era solo un messaggio
rivolto alle commissioni affinchè valutassero le richieste di concessione dei
terreni.
I
contadini andavano in massa nei feudi per piantare una bandiera (il tricolore o
magari un pezzo di stoffa bianca o rossa) e spesso si tracciava un solco con
l’aratro o ancora si dissodava una piccola parte di terreno occupato.
Successivamente si giunse all’occupazione vera e propria dove i contadini
lavoravano i terreni gratuitamente. Terreni incolti, per mettere in evidenza la
necessità di reddito e di lavoro alle autorità competenti.
Nonostante
le occupazioni fossero pacifiche, al ritorno dai campi di lavoro e spesso negli
stessi campi, le forze dell’ordine fermavano i manifestanti. Nel 1949 - 50 le
occupazioni diventarono effettive con la semina dei campi, grano in
particolare, sempre nei terreni non conferiti cioè non dati alle cooperative
richiedenti. Ci sono dei verbali di deposizione in cui si leggono le
motivazioni che spinsero i contadini ad occupare le terre.
A
Campofiorito alcuni contadini
interrogati per il reato di invasione dei terreni avvenuta il 15/11/1949, i carabinieri scrivono: “i soci della cooperativa “Lavoro
Proletario” di Campofiorito più volti riuniti decidevano di occupare i terreni
incolti o meni incolti, perché, pur avendo più volte richieste ai competenti
organi, l’assegnazione delle terre alla predetta cooperativa, non erano mai
stati accontentati.. hanno dichiarato concordemente di essersi portati alla
località Giardinello procedendo alla
occupazione reale di quella zona essendo tutti senza lavoro e disoccupati”.
(fascicolo 11 _
“Procedimento penale contro Alfano Giuseppe fu Francesco ed altri 41 imputati
di invasione aggravata di terreni. Udienza del 13/12/1951 pp. 3-4,8)
Il processo per questo
terreno, situato nel territorio di Corleone, mise naturalmente in evidenza le
due posizioni contrastanti del proprietario e dei contadini. Da una parte le
deposizioni dei contadini e dall’altra anche quelle dei proprietari e non
mancano anche le relative dichiarazione dei testimoni oculari.
La scelta
dell’occupazione nacque dal rifiuto della commissione che bloccò la possibilità
di lavoro per i braccianti benchè sia stato accertato dai carabinieri che le
terre in oggetto fossero abbandonate e incolte. Il proprietario a sua volta
denunciò i contadini per invasione aggravata perché, secondo lui, i suoi
terreni avevano subito un danno ingente causato dall’occupazione. I danni
ingenti secondo il proprietario erano
legati: “ al dissodamento
di terreni che non potevano essere dissodati, sia per ragioni culturali [sic],
sia per motivi di teca [terra?] agraria, è stato anche costituito dal calpesto
di grande numero di persone e rispettivi animali, nonché del pascolo di questi
ultimi” (c.s. p.
13 – 14)
Alla
dichiarazione del proprietario, che quel giorno non era presente
all’occupazione, dei danni subiti e quindi da risarcire, facevano riscontro le
dichiarazioni dei carabinieri che quel giorno sorvegliavano l’occupazione: “gli occupanti furono seguiti dai militari di
questa stazione per accertarne luogo e sviluppo […]. Non furono commesse
devastazioni o danneggiamenti di sorta». (c.s. p. 6)
Il carattere
pacifico dell’occupazione fu comprovato dalla testimonianza di due testimoni,
padre e figlio, che lavoravano in quel fondo e diedero una descrizione anche se
sommaria degli eventi.
Il padre dichiarò che erano lì «quando ne fu eseguita l’invasione ad opera
di oltre 250 persone, venute apposta da Campofiorito, con la bandiera in testa.
Io lavoravo con mio figlio in prossimità delle case, dove non fui molestato da
alcuno, e non ho conosciuto nessuno degli invasori, tra i quali vi erano molte
donne […]» (c.s. p. 25)
Il figlio diede una dichiarazione
quasi simile a quella del padre: «non fu loro
opposta alcuna resistenza, anche perché, per la verità, nessuna molestia essi
diedero a me ed a mio padre, che continuammo a lavorare pei fatti nostri. [...]
Nessun danno fu arrecato alle terre». (c.s.
p. 28).
Era un movimento organizzato e
pacifico, consapevole delle ragioni che lo animavano e con un obiettivo chiaro
e preciso: avere la possibilità di lavorare le terre incolte.. In un contesto
come quello delle campagne siciliane in cui la soggezione paternalistica era la
base dei rapporti tra contadino e proprietario, l’uso di una bandiera per un
atto simile era un tentativo di spersonalizzazione del conflitto che eliminava
ogni tipo legame (di paura, di sottomissione, di riverenza…) personalistico con
il proprietario da contestare.
Nonostante
le varie testimonianze delle forze di polizia come dei testimoni civili che
confermavano il non danneggiamento delle terre occupate, il proprietario
dichiarò: «il danno arrecato al fondo è
di circa lire trentamila. Chiedo la
punizione dei colpevoli». L’esplicita richiesta di punizione dei
colpevoli lascia intendere una volontà di rivalsa verso l’insubordinazione
contadina. A fronte di queste dichiarazioni e testimonianze il Pubblico
Ministero rinviò a giudizio gli imputati per invasione aggravata.
Nell’argomentare la sua decisione il PM spiegò:
“la circostanza che trattasi di terre incolte ed
abbandonate a pascolo, anche se
sussistente, non influisce sulla configurazione attribuita al fatto. […]
Irrilevante è che la permanenza degli
invasori nel fondo si sia protratta solo per poche ore e che l’attività
degli imputati si sia limitata al dissodamento […] “. (Il Pubblico Ministero poteva
rinviare a giudizio in quanto era ancora in vigore il codice di procedura
penale Rocco del 1930. Prima di questa data il PM aveva potere inquisitorio e
poteva decidere il rinvio a giudizio o l’assoluzione).
Il
fatto che le terre occupate dai contadini fossero incolte non venne considerato
come un elemento da tenere presente in ambito giudiziario, quando in realtà fu
centrale per comprendere le motivazioni dell’occupazione da parte di braccianti
disoccupati. In questo caso l’occupazione si svolse in maniera ordinata e
benché si fossero generate delle ripercussioni legali contro i contadini, non
si può parlare di uno scontro diretto con le forze dell’ordine, che anzi si
assicurarono del corretto svolgimento dell’occupazione. Ma non sempre le
occupazioni dei latifondi si svolsero così serenamente.
PIO LA TORRE IN UN COMIZIO A PALERMO |
![]() |
ABBAZIA DI SANTA MARIA DEL BOSCO |
Un
latifondo esteso circa 2000 ettari. La sera al rientro, i manifestanti vennero
fermati dalla polizia che era stata inviata dal prefetto di Palermo, Angelo Vicari, sicuramente su direttive di Scelba. La forza pubblica inspiegabilmente aprì il
fuoco. La tensione era molto alta anche perché legata al comportamento del
prefetto che voleva scorporare i 3000 ettari di terre incolte che erano state
seminate dai contadini durante la stagione precedente. Il prefetto voleva
altresì riconsegnare i terreni, con i relativi prodotti, ai proprietari e fare
decidere agli stessi proprietari quali terreni dare in concessione ai
contadini. Una strana posizione quella del prefetto che mostrava un
comportamento filo-padronale e che giustamente trovava una ferma opposizione da
parte dei contadini. Ci furono degli scontri e dalle testimonianze apparve
subito evidente come la polizia abbia cercato in tutti i modi lo scontro. Forze
di polizia che erano comandate dal commissario Panico e che si lasciarono
andare ad azioni di vera violenza.
I
contadini furono arrestati e portati nel carcere borbonico dell’Ucciardone e le
loro deposizioni misero in rilevanza la forte tragicità di quell’azione. Un
contadino, Gioacchino D’Accursio, lasciò questa dichiarazione che fu
decisamente molto importante:
“
[…] Udii per prima gridare le donne, e
poi il clamore si fece generale. […] I
militari sparavano contro la folla. Io vidi alcuni di questi puntare le
armi contro la folla e sparare a ventaglio […] Noi avevamo solo arnesi da lavoro […]”.
La
polizia, probabilmente reparti della Celere, mostrarono sempre, in qualsiasi
parte del territorio nazionale, una grande avversione ai movimenti contadini a
tal punto da sparare anche ad una folla di donne e uomini disarmati. La deposizione
del contadino non rilevò come iniziarono
quegli scontri e quale fu la causa scatenante che spinse la polizia in un
simile comportamento cioè ad usare le armi contro i civili anziché mediare.
Un’altra
testimonianza venne riportata dall’assessore comunista di Bisacquino, Nicola
Sicula, che era presente all’occupazione e dichiarò: “ […]
il La Torre andò incontro al tenente, seguito da me, e disse subito che il
corteo stava per sciogliersi […] il Commissario
disse alle donne di abbassare le bandiere. Una donna rispose – questo mai ! – […].
Ne seguì una colluttazione […] vidi i carabinieri che erano sui camion
precipitare a terra sparando ed avanzando per caricare la folla […]”.
Da
queste dichiarazione risaltò un elemento importante : la presenza delle donne
che tende a mettere in risalto l’aspetto non violento della manifestazione e
della relativa occupazione. Nei
latifondi hanno i bambini accanto e la loro presenza era un aspetto molto
importante che non fu mai preso in considerazione dalla polizia di Scelba…
quella della mediazione !!!!. Queste donne con la loro presenza furono il primo
segnale per quella che sarà la loro emancipazione nel tessuto sociale
siciliano. Infatti a Palermo, nel 1953 ci fu il primo congresso regionale delle
donne siciliane . «con oltre 1.500 delegate elette dalle donne di tutta la Sicilia».
Nonostante
la lotta del movimento per l’applicazione delle leggi dello Stato, lo stesso
movimento venne condannato dai processi che si svolsero per le occupazioni dei
latifondi. I dati che si possono reperire dalle carte del Comitato Regionale di
Solidarietà Democratica indicano che, considerando complessivamente le lotte
per la riforma agraria, «i contadini
denunziati furono 3.185, quelli assolti 386, quelli processati 2.323, e
condannati complessivamente a 293 anni e 36 mesi di reclusione e 7.543.280 lire
di multe».
«Dal 1949 al 1955
nelle lotte in difesa delle libertà civili nella sola provincia di Palermo vi
furono 884 lavoratori arrestati o fermati, 5.065 denunziati all’autorità
giudiziaria, 1.886 condannati per 681 anni di carcere. Negli stessi anni in
tutta la Sicilia vi furono 2.916 lavoratori arrestati o fermati, 7.708
denunziati, 4.960 condannati, per 1.330 anni di carcere».
I
feudatari erano allarmati …il loro potere economico e sociale era in pericolo
sotto i colpi delle azioni dei movimenti contadini. La situazione sociale
nell’isola subito dopo la guerra era molto instabile e questo permise ai
mafiosi di aumentare il loro potere sociale. Mafiosi che nello sbarco alleato
avevano avuto un ruolo primario. Charles Poletti mise diversi capimafia ai
vertici amministrativi dei ari comuni dell’isola e questa fu la loro prima
legittimazione storica.
È
naturale chiedersi per quale motivo gli alleati, certo gente non inesperta,
consideravano i capi mafia così importanti.
I motivi possono essere molteplici: la conoscenza del territorio; il
banditismo dilagante e sempre più minaccioso e forte; l’accordo con l’aristocrazia locale, i grandi
proprietari terrieri proprietari che
vedevano nella mafia un valido aiuto sia contro il banditismo e le
rivendicazioni dei contadini. Ma la mafia vedeva con preoccupazione il
movimento contadino, in termini di autorità, e decise che doveva essere
annientato con qualsiasi azione. Al gabellotto mafioso erano assoggettate, con estrema riverenza, le
classi povere dei contadini.
GEBALLOTTI |
Il
movimento contadino colpiva il potere dei gabellotti. I proprietari terrieri
decisero di affidare le loro vaste proprietà proprio ai gabellotti creando con
loro un forte e duraturo rapporto di collaborazione.
Nacque un vero blocco agrario- mafioso : «un fronte comune per fronteggiare il nemico
di sempre: il movimento dei contadini». Un blocco che si sviluppò in modo
particolare nella Sicilia occidentale dove vennero arruolati, come un vero e
proprio esercito diventando i “ campieri di
fiducia dei latifondisti”.
Esempi
? Tanti…..
La
nomina di Calogero Vizzini, uno dei più potenti capimafia dell’epoca, come
gestore dell’immenso feudo Miccichè della principessa di Trabia, Giulia Florio
D’Ontes.
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VILLALBA - FEUDO E FATTORIA MICCICHE' |
Feudo
che in parte incolto ed abbandonato fu richiesto con insistenza dai contadini
poveri del paese che si erano riuniti nella cooperativa “Libertà”. Vizzini riuscì a riprendere quel terreno che
aveva gestito anni prima e che aveva dovuto abbandonare durante il fascismo a
causa della repressione di Mori. I
capimafia presero la gestione di un gran numero di feudi… altri esempi ?
-
Giuseppe Genco Russo
ebbe in gestione il feudo dei principi Lanza di Trabia;
-
Vanni Sacco, capomafia di Camporeale, ebbe in gestione il
feudo Parrino;
-
Luciano Liggio, gabellotto di un feudo dalle parti di
Corleone malgrado avesse già “un mandato di cattura per essere stato accusato
di gravissimi reati” .
-
Ogni feudo il suo gabellotto .. mafioso… di riferimento.
Il
movimento contadino, almeno quello ben organizzato, non si arrese e la mafia
passò ben presto ad azioni delittuose e a continue minacce. Le sedi dei partiti
di sinistra furono spesso presi d’assalto. Azioni che avevano come obiettivo
mandare un messaggio verso quelle masse contadine in particolare nei paesi
dell’interno. Azioni con minacce ben studiate… si colpiva in modo particolare i
dirigenti socialisti per indurli a rompere il loro patto d’alleanza con i
comunisti… frantumare il movimento social-comunista molto vicino alle masse
contadine. I giornali dell’epoca..”La Voce della Sicilia” e “l’Ora” riportavano
nelle pagine notizie di attentatati, minacce e sparatorie contro i dirigenti
del movimento contadino, dei partiti di sinistra e dei movimenti
sindacali.
La
parola d’ordine era : “stroncare il
movimento contadino con qualunque mezzo”.
In
questo contesto, a dir poco drammatico, ci fu l’attentato di Villalba del 16
settembre 1946… un vero e proprio atto di guerra da parte della mafia ai
partiti di sinistra.
Fu
organizzato un comizio del partito comunista e questo non andò molto a genio ai
capimafia… perché Villalba era il paese del capomafia Vizzini. L’oratore era
Girolamo Li Causi, segretario del partito in Sicilia. Li Causi naturalmente
durante il comizio parlò del patto tra agrari (latifondisti) e mafiosi e prese
ad esempio il feudo Miccichè che era gestito, come abbiamo visto, proprio da
Vizzini.
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GIROLAMO LI CAUSI |
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DON CALOGERO VIZZINI |
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DON CALOGERO VIZZINI NOMINATO SINDACO DAGLI AMERICANI |
Vizzini
rispose subito all’attacco…. Come ? Ci
fu una sparatoria nella piazza del comizio a cui prese parte….. è assurdo….
anche il sindaco democristiano di Villalba, Beniamino Farina, nipote di
Vizzini, che lanciò una bomba a mano contro i comunisti.
“Li Causi si reca
nella tana del lupo e don Calò Vizzini risponde alla sfida con i suoi mezzi e
il suo lunguaggio”.
Ma
cosa evidenziò l’attentato ? Non ‘c’era solo una risposta alla minaccia di
sinistra e alle rivendicazioni dei contadini ma si evidenziò un pericoloso
intreccio tra la mafia ed alcuni esponenti politici della Democrazia Cristiana.
Una presenza che diventò una costante della politica siciliana. Naturalmente i
giornali comunisti rilevarono ad ampie righe questo aspetto e Bernardo
Mattarella, dirigente della DC, contestò le accuse dei comunisti sul giornale
“Il Popolo” .
Nell’editoriale
del 24 settembre difese il suo partito…. Il partito di Don Sturzo, e riuscì addirittura
a ridimensionare o sminuire il carattere politico dell’attentato mafioso. Cosa
disse ? Per Mattarella “il conflitto a fuoco era causato da faide
tra famiglie rivali e non da motivazioni politiche per contrastare o reprimere
i comunisti”.
Naturalmente
non era dello stesso avviso il partito socialista che dichiarò:
“La provincia di Caltanissetta è da un anno
praticamente nelle mani dei democristiani. Perché le cricche reazionarie,
latifondiste, fasciste e mafiose hanno potuto continuare a dominare
indisturbate? […] È la tradizione: la mafia siciliana può vivere al
patto d’essere favorita dalle Autorità. Il partito democristiano si prepara ad
ereditare questa funzione, che fu in altri tempi dei partiti sedicenti
democratici liberali”. (La
Voce Socialista» del 7 ottobre 1944).
Il
comportamento delle forze dell’Ordine che avevano il compito di presidiare il
territorio…?
E’
facile intuirlo…. Un connubio con il potere mafioso e con la Dc. In un
documento dell’Office of Strategic Service
si riesce a leggere il grado di accordo e di convivenza, di protezione
reciproca tra il potere mafioso, i Carabinieri e la Pubblica Sicurezza: “ la Pubblica Sicurezza e i Carabinieri sono apertamente
favorevoli all’improvviso interesse dell’alta mafia per la situazione della
legge dell’ordine e volutamente evitano
di investigare sugli omicidi dei suddetti fuorilegge”. ( L’alta mafia combatte il crimine»
del 5 aprile 1945, riportato in CASARRUBEA
)
I
numeri delle vittime… altissime… da vera e propria guerra civile.
Ci
furono 52 vittime in un arco di tempo che va dal 1944 al 1960 secondo le stime
della regione Siciliana che li riconobbe come vittime di mafia. Dirigenti
politici, sindacali che vennero uccisi per il loro ruolo importante nelle lotte
contadine.
Ma
c’è da fare un precisazione….
Non
sono considerati gli attentati alle sedi, ai raccolti agricoli, ai comizi e
senza tenere conto dei feriti e di coloro che persero la vita pur non avendo un
ruolo importante nella dirigenza o
uccisi per sbaglio a causa delle sparatorie o non riconosciute come vittime di mafia….
Insomma cifre altissime come già detto da guerra civile.
Ma
ancora non ho finito….alle vittime riconosciute come di mafia è necessario
aggiungere anche quelle persone che furono uccise dalle forze dell’ordine
durante le manifestazioni o le contestazioni più dure.
Ci
furono dei processi contro gli assassini dei dirigenti del movimento ma con
relativa scarsità di condanne. Molti di quelle uccisioni restarono impunite.
Come
fa notare lo storico, il ruolo di copertura di alcuni esponenti dello Stato
agli attacchi mafiosi è un’ipotesi già analizzata da Casarrubea.
La tesi proposta da
Casarrubea dimostra il legame con vari esponenti dell’OSS e dei gruppi
neofascisti con il banditismo siciliano e la mafia in vista del contenimento e
della repressione dei movimenti di sinistra. Il personaggio che garantì
l’accordo tra questi due poteri fu l’ispettore capo delle forze dell’ordine in
Sicilia Ettore Messana, «di fatto un anello nevralgico del blocco reazionario
in Sicilia». (in CASARRUBEA, Giuseppe, Storia segreta della Sicilia, cit.,
p. 96.)
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IL COMMISSARIO DI PS ETTORE MESSANA CON ALCIDE DE GASPERI |
Il ruolo di Ettore Messana sembrò essere
centrale in questo accordo tra polizia e mafia, «che servì a garantire
l’impunità negli attacchi neofascisti e mafiosi contro la sinistra».
(L’ispettore
Ettore Messana… un altro criminale di guerra, responsabile di stragi di Stato. Il suo
marchio di violenza ha radici lontane, nel 1919, a Riesi, in Sicilia, dove
ordinò di sparare contro i contadini dopo un fallito tentativo di occupazione
delle terre: 15 morti. Collaboratore del Sim, il Servizio segreto militare,
questore di Lubiana e poi di Trieste fu responsabile, nella seconda guerra
mondiale, di rappresaglie, fucilazioni di ostaggi, violenze contro gli sloveni
e gli ebrei. Il suo agire parve eccessivo persino al generale Mario Roatta che
non era un agnello, iscritto anche lui, come Messana, nella lista dei criminali
di guerra delle Nazioni Unite per la condotta repressiva contro i civili in
Jugoslavia).
Il
depistaggio e lo sviamento delle indagini furono delle costanti in tutti i
processi riguardanti l’uccisione dei dirigenti per mano dei sicari
mafiosi. Anche se i sospetti miravano ai
feudatari mai nessuno di loro fu indagato. Le indagini delle forze dell’ordine
furono sempre mirate a cercare qualcosa nella vita del dirigente ucciso e
quindi nel suo passato, nelle sue inimicizie, odi di paese… tutte piste che
avevano come obiettivo di allontanare il delitto dal movente politico o
mafioso. Si cercò dimettere in risalto i problemi, anche minimi, avuti nella
vita passata dell’ucciso per dare risalto a motivazioni di vendetta personale.
Un movente politico o delitto di mafia avrebbe creato problemi immensi come la
rottura di equilibri tra la stessa mafia e la politica.
17
Gennaio 1951 : Adrano (Catania)
La
polizia aprì il fuoco sui militanti di sinistra che protestavano contro la
visita di Eisenhower, uccidendo Girolamo Rosano, bracciante ( 19 anni) iscritto
alla Cisl e ferendo altre 11 persone fra i quali, in modo grave. Francesco
Greco (16 anni). Una donna morì per attacco cardiaco, poco dopo la sparatoria.
La prima carica, con uso di armi da fuoco, davanti alla Camera del Lavoro dove
i manifestanti si stavano concentrando; la seconda contro il corteo, effettuata
con mitra e lacrimogeni. Secondo il quotidiano "L’Unità" si sarebbe
sparato anche dal balcone di tale Filadelfio Cancio, iscritto al Msi e
dell’avvocato Danielo, già segretario del Fascio.
18
Gennaio 1951 : Piana degli Albanesi (Palermo)
A
Piana degli Albanesi, i manifestanti che protestavano contro la visita del
generale Eisenhower, al grido di "non daremo i nostri figli alla guerra
americana" e "via lo straniero", vennero caricati dai carabinieri
con bombe lacrimogene. I dimostranti riuscirono a spegnerle e continuarono la
protesta. Il maresciallo dei carabinieri, a questo punto, ordinò il fuoco e un
milite sparò al bracciante Domenico Lo Greco, padre di 4 figli che, portato in
ospedale, morì qualche ora dopo.
7 Agosto
1952 – Caccamo (Palermo)
Filippo
Intile, contadino e dirigente della Camera del Lavoro di Caccamo, fu ucciso in
campagna a colpi d'accetta. Voleva dividere il prodotto dei campi che aveva a
mezzadria al 60% per il mezzadro e il 40% per il proprietario, in base a un
decreto del ministro Fausto Gullo dell'ottobre 1944. A molti anni dal decreto
agrari e mafiosi pretendevano di dividere ancora al 50%.
17
Febbraio 1954 : Barrafranca (Enna)
I
carabinieri spararono contro i partecipanti ad una manifestazione contadina,
uccidendo un bambino di 5 anni.
17
Febbraio 1954 – Mussomeli (Caltanissetta)
I
carabinieri e le forze dell’ordine intervenirono per sedare una manifestazione
di circa 2500 persone, per lo più donne. I Motivi ? La mancanza d’acqua da
circa sei giorni e le pretese dell’Ente
Acquedotti di Sicilia di riscuotere ugualmente le bollette… piuttosto “salate….”.
Era
circa mezzogiorno e la folla protestava contro il sindaco reclamando “reclamando
l’immediata revoca del contratto “ stipulato nel 1952.
Il
sindaco di allora, l’avv. Giuseppe Sorce, si rifiutò categoricamente di
adempiere alle richieste della cittadinanza. Cominciarono a volare dalla folla
sassi contro il balcone e le finestre del Municipio. L’agitazione tra i
dimostranti era alta e il comandante dei Carabinieri, dopo una breve
consultazione con il sindaco, intimò alla fola di disperdersi… in poche parole
di sgombrare la piazza. Le sue parole furono vane e fu a questo punto che le
forze dell’ordine lanciarono dei candelotti lacrimogeni per disperdere la
grande folla davanti al Municipio.
Il
fumo, l’odore acre, forse anche il timore di bombe.. generò il panico. La
folla nella fuga si accalcò lungo la
strettoia di Via della Vittoria…..una piccola viuzza che era l’unica via
d’uscita della piazza… una stradina larga appena tre metri.
Fu
un massacro… La terribile calca causò la morte di quattro persone tra cui tre
donne e di un giovane che morirono schiaciati::
-
Vincenza
Messina, di 25 anni, madre di 3 bambini ed in attesa del quarto;
-
Onofria
Pellitteri, di 50 anni, madre di 8 figli;
-
Giuseppina
Valenza di 72 anni;
-
Giuseppe
Cappalonga di 16 anni. Era andato in piazza a prendere la sorellina per
riportarla in casa.
Nove
i feriti, ma la cifra mi sembra sottostimata, tra cui un bambino di 7 anni,
Baldassare Mistretta, ferito in modo grave con il cranio gravemente lesionato.
Il giorno
prima della strage cittadini si erano recati al Comune per protestare contro la
mancanza d’acqua.. l’acqua mancava da sei giorni ed anche le fontane pubbliche
erano all’asciutto.
Il Consiglio
Comunale aveva deliberato il 25 settembre 1952 (un anno prima della strage) di
affidare all’Ente Acquedotti Siciliani (EAS) la gestione della distribuzione
idrica nel paese.. im poche parole affidare l’acquedotto municipale
all’EAS. In quel consiglio ci fu solo un
voto sfavorevole alla delibera e fu quello del consigliere del MSI (Movimento
Sociale Italiano). Fu stabilito anche un canone annuo di 3.125 lire e l’EAS
avrebbe garantito “ 8 ore d’acqua tutti i
giorni ed entro un anno un erogazione di 24 ore su 24”
Non solo ‘acqua non era arrivata ma il messo comunale aveva
cominciato a notificare ai cittadini le bollette esattoriali per il pagamento
del consumo d’acqua per gli ultimi due anni.. bollette da pagare all’EAS…..
Doveva pagare anche chi non aveva ancora l’acqua corrente a casa e ..
atteggiamento mafioso da parte dell’EAS…
conteggiava 800 lire l’anno perchè andava a rifornirsi d’acqua per
strada cioè nelle fontanelle pubbliche.
Naturalmente in questo clima di contestazione,,, di
malumore,,, il sindaco era il capo espiatorio … Sindaco che aveva promesso
risposte chiare il giorno dopo in merito alla sospensione del pagamento e
alla revoca del contratto di gestione
con l’EAS.
Il sindaco Sorce l’indomani, cioè quel tragico 17 febbraio,,, anche il
numero sembra voler fare presagire qualcosa di tremendo che sta per
verificarsi, non si fece trovare in Municipio.. si era rifugiato in Pretura ed
aveva ordinato al maresciallo dei Carabinieri, Giuseppe Sturiale di “procedere d’autorità a disperdere i
dimostranti dalla piazza”.
Il Governo riferì alla Camera dei
Deputati il giorno dopo gli avvenimenti.. con questa versione ufficiale:
“ Furono lanciati 7 candelotti di
lacrimogeni contro la folla, i dimostranti impauriti sbandarono e cercarono
rifugio tra la via della Vittoria e Piazza Chiaramonte.. lì per un tragico caso
si trovava un giovane manovale, Francesco Spoto, che portava un regolo di legno
per muratori lungo 4 metri e larco 3 centimetri. Malamente il regolo di legno,
dato che allo sbocco di via della Vittoria si aveva un punto largo poco più di
tre metri, rimase all’estremità attaccato al muro. Sull’otstacolo inciamparono
e venivano travolti decedendo sul posto:
Giuseppa Valenza, Vincenza
Messina, Giuseppe Cappalonga e Onofria Pellitteri”.
La versione
ufficiale della perizia medica fu la seguente: “le persone son decedute a causa dello schiacciamento. Nessuna
delle vittime presentava lesioni esterne riportabili a ferite d’arma da fuoco o
da taglio”.
Quello stesso giorno si presentava alla Camera per la
fiducia il nuovo Governo che era presieduto da un siciliano, l’unico a
ricoprire questa carica nella storia repubblicana… chi era ? Mario Scelba… l’assassino.
Tristemente famoso nei primi anni del dopoguerra da
Ministro degli Interni per la sua feroce repressione poliziesca delle
manifestazioni operaie e contadine. In queste manifestazioni i reparti della
“Celere” avevano sparato spesso sulla folla provocando numerosi morti e feriti.
Quando Scelba prese la parola, dopo un dibattito
infuocato in cui tutti i partiti avevano chiesto al Governo di individuare con
chiarezza le responsabilità di quello che era accaduto, tutti i deputati dell’opposizione,
dopo un intervento di Togliatti,
lasciarono l’aula in segno di protesta.
In Italia il conflitto sociale si manifestava in modo
aspro, forte nel dopoguerra. Il costo di
questo conflitto pesava sulle spalle dei più poveri, dei lavoratori del Sud,
dei contadini che avevano lottato per la riforma agraria e degli zolfatari che
si asserragliavano in sciopero per settimane nel sottosuolo per qualche lire in
più di salario al giorno.
A Mussomeli era stata epica la battaglia per
l’assegnazione del feudo di Polizzello, in cui i gabelloti mafiosi accolsero
con i mitra spianai la marcia dei
contadini per quotizzazione, cioè divisione, del latifondo.
Nelle aule
del parlamento quel conflitto sociale si trasformò in una battaglia politica ad
alta tensione. I leader dei partiti s’impegnarono sui problemi delle periferie
del Paese e l’eco delle lotte della povera gente risuonava nelle aule del Parlamento e scandiva i tempi
dell’”agenda politica”, molto diversamente da quanto avviene oggi… vero
Gentiloni e compagnia ?
Il dibattito
della Camera del 3 giugno 1954 sui fatti di Mussomeli, su sollecitazione di
tanti gruppi politici, avrebbe fatto emergere
trame inquietanti dietro alla strage
per l’acqua del febbraio.
“Chi è il sindaco di Mussomeli, chiese il quella seduta il deputato nisseno
Guido Faletra – E’ un uomo di paglia della mafia, messo a quel posto, non
per tutelare e difendere l’interesse dei
suoi concittadini ricchi e poveri e di qualunque colore politico, ma per vigilare
affinchè l’interesse degli agrari e della mafia non venga leso”.
Le famiglie delle vittime della strage del 17 febbraio
’54 citeranno in giudizio il Ministro degli Interni il siciliano Mario
Scelba, il sindaco
di Mussomeli Giuseppe Sorce e
il comandante della Stazione dei carabinieri il maresciallo Giuseppe Sturiale responsabili,
secondo i parenti, dell’eccidio.
Qualunque
sia la versione dei fatti e la verità giudiziaria, un fatto è certo: le donne e i bambini di Mussomeli si erano
recati dal sindaco per chiedere l’acqua che da 6 giorni mancava e chiedere la
revisione del canone di quell’acqua che essi non avevano. Non chiedevano
la terra, non chiedevano il mutamento di un antico ordine sociale, ma solo uno
degli elementi che stanno a fondamento della stessa vita degli esseri umani: l’acqua.
Seguirono 44 arresti e il relativo processo.
Al processo venne ascoltato il maresciallo Giuseppe
Sturiale che precisò: “Non mi è venuto in mente che il lancio dei candelotti
potesse provocare un panico di tale portata fra la popolazione“.
Il sindaco Giuseppe Sorce, invece, si limitò a
ricostruire la vicenda burocratico-ammistrativa dell’acqua in paese.
Un processo paradossale dove le indagini furono
condotte dallo stesso maresciallo che causò la strage…. Con carabinieri che in
aula sbagliavano nell’indicare i manifestanti che dovevano dire di riconoscere.
Il collegio di difesa dei parenti delle vittime
composto da principi del foro della Sicilia (Giuseppe Savagnone, Vincenzo Terenzio, Michelangelo
Salerno, Vincenzo Vizzini, Salvatore Arcarese, Francesco Spataro, Filippo
Siciliano, Matteo Sanfilippo). Un gruppo
di avvocati guidati
da Umberto Terracini ( il Presidente dell’Assemblea
Costituente che mise la sua firma in calce alla Costituzione), senatore
comunista, giunto da Roma e che il
partito aveva deciso di inviare in aiuto dei compagni di Mussomeli.
Il Pubblico Ministero era Gaetano Costa che fu ucciso
dalla mafia a Palermo il 6 agosto 1980.
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