IL MOVIMENTO FEMMINISTA. - IL DIRITTO AL VOTO IN ITALIA



                              
(Federazione Internazionale delle Donne Universitarie riunite in
Congresso a Ginevra nel 1929)

Nel XVII secolo era diffusa una tesi filosofica che esprimeva l’inferiorità biologica femminile. Erano presenti anche intellettuali, come L. Martinelli e M. de Gournay che esprimevano la fondamentale uguaglianza tra i due sessi, e che le differenze “naturali” erano invece dovute al risultato di una diversa istruzione.  M. Fonte e A. Tarabotti denunciavano inoltre la grave soggezione delle donne nei confronti dell’uomo e della società.
L’illuminismo diede un forte impulso all’emancipazione femminile attraverso accesi dibattiti intellettuali in cui il termine “istruzione” trovava largo impiego nell’obiettivo di sviluppo della donna. La lotta per la conquista dei diritti femminili che nella rivoluzione francese e nell’illuminismo aveva avuto un forte sviluppo, venne arrestata nel 1804 dal proclama del codice di Napoleone che considerava “la donna come proprietà dell’uomo e il suo compito primario era quello di restare relegata in casa”.



La rivoluzione, pur non concedendo alle donne il diritto di voto era riuscita a migliorare la condizione femminile liberandola dall’oppressione. Con Napoleone la situazione peggiorò perché decise di raccogliere nel suo codice tutte le tendenze antifemministe del passato[U1] [U2] .
Nel 1792 le innovative norme giuridiche  sottraevano la donna al dispotismo del marito. Le norme per i due sessi erano identiche: cause di divorzio per colpa, abbandono, ingiurie gravi, adulterio. Il codice napoleonico stravolse tutto perché considerò l’adulterio del marito giusta causa del divorzio solo se costui “aveva dato pubblico scandalo portandosi a casa l’amante”.  Il marito adultero e concubino pagava solo un ammenda mentre la donna adultera subiva una punizione consistente nella reclusione in una casa di correzione per un periodo che andava da tre mesi a due anni. Inoltre il codice napoleonico ammetteva la figura del delitto d’onore compiuto dal marito. Il codice considerava la donna come affetta da una debolezza fisica e mentale, bisognosa sempre di protezione e quindi sottomessa ad un tutore. Il matrimonio era solo un “passaggio” dal padre al marito. La stessa donna maggiorenne non sposata vedeva ridotti i propri diritti civili e in alcuni casi la sua testimonianza non aveva alcuna validità legale. Nel matrimonio la disuguaglianza dei sessi era particolarmente evidente. La rivoluzione considerava il regime di comunione dei beni fra i coniugi come un status naturale perché vedeva nella famiglia l’immagine di una piccola repubblica dove i diritti di possedimenti si dividevano in maniera uguale fra i coniugi. Per il codice napoleonico la famiglia era invece paragonata ad una monarchia: il padre o marito era un re e la donna del tutto priva di diritti civili. Doveva seguire il marito in qualunque residenza altrimenti sarebbe stata accusata di abbandono. La donna manteneva sui propri beni una proprietà che era solo teorica perché solo il marito aveva il diritto di “amministrarli”. La donna non poteva vendere o ipotecare i propri beni e i suoi atti erano seguiti caso per caso dal marito e nell’eventualità di disaccordo sull’educazione dei figli, il parere del marito era sempre destinato a essere insindacabile.
Portalis, uno dei preparatori del Codice Napoleonico, affermò in base alla diffusa idea dell’inferiorità biologica della donna rispetto all’uomo che: “non è quindi in una nostra ingiustizia, ma nella loro naturale vocazione, che le donne devono cercare il principio dei più austeri doveri che sono imposti a loro maggior beneficio e a profitto della società”,
Nella prima metà dell’800 il movimento per l’emancipazione, che aveva visto sempre una più forte partecipazione di donne appartenenti a tutti i ceti sociali, vide una preoccupante contrazione e finì con essere dibattito di una élite politica e culturale.
Un dibattito che aveva nelle idee socialiste la sua base secondo le scene politiche europee. In Italia Bianca Milesi, che fu soprannominata  “Temancipata Milesi”,  dopo gli studi importanti effettuati in Svizzera ed Austria, tornò in Italia diffondendo le nuove tecniche educative e creò scuole popolari di mutuo insegnamento.

Bianca Milesi (Presunto Ritratto di
Matilde Viscontini)
Diede vita ad una sezione femminile della carboneria per la diffusione delle idee mazziniane ed una delle sue allieve fu Cristina Trivulzio, principessa di Belgiojoso.

Cristina Trivulzio di Belgiojoso
  La Trivulzio fu una vera riformatrice sociale e si adoperò, nei suo spostamenti, di portare avanti la causa dell’unità nazionale secondo le idee repubblicane del Mazzini e sociali di Saint Simon.
Assedio di Roma, siamo nel 1849, Mazzini sollecitò la Trivulzio (ricca, colta e aristocratica) a formare un gruppo di “scostumate” popolane  per organizzare il pronto soccorso e il servizio ospedaliero per i feriti. La ricca nobildonna non si scoraggiò ed organizzò il tutto con grandi risultati. Molte nobildonne in quel periodo aprirono i loro salotti culturali alle idee di sviluppo delle donne che si concretizzarono con la nascita di asili, circoli, scuole innovative. Fra le tante Matilde Calandrini in Toscana; Emilia  Peruzzi a Roma che indusse il marito, deputato del primo parlamento italiano, a presentare un progetto di legge a favore delle donne; Laura Mantegazza e Clara Maffei a Milano.

Clara Maffei



“ Nel Piccolo appartemaneto in via Bigli, dove la contessa Maffei riceveva ogni sera, vecchi patrioti, uomini di studio e di bella fama, ma vi intervenivano anche signore del mondo elegante, artisti, giovani  che vedremo poi nel 1859 varcare il Ticino e arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della contessa si discorreva piacevolmente di cose serie  e di cose liete, si discorreva di politica, di letteratura, d’arte, e dei fatterelli cittadini, si scherzava e si rideva, ma l’intonazione  era sempre altamente patriottica. La contessa Maffei, di natura indulgente e mite, diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione il governo straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi amici prendessero parte, in quell’inverno del 1858, alla lotta contro l’arciduca Massimiliano d’Asburgo che ferveva nella società milanese…”.
Tra gli ospiti di casa Maffei c’era Giuseppe Verdi che esprimeva i suoi pensieri alla contessa e Balzac che “rimase incantato dalla piccola Mafffei e non tardò a provarne un amicizia tenera, dolce che si confondeva con l’affetto.. Egli voleva essere sempre aiutato dalla parola consolatrice della donna gentile, della sua stretta di mano, del suo sorriso. La poesia dei ideali strideva, peraltro, un po’ troppo nel confronto  della prosa del suo corpo pesante col quale sfondava le poltrone del salotto Maffei… a lui avvezzo a Parigi, non piaceva Milano; si mostrava querulo, rannuvolato, solo il prestigio della Maffei.. aveva il potere di ridestarlo dalla tetraggine” ( M.I. Palazzolo, I salotti di cultura nell’Italia dell’800).


In America, verso la seconda metà del XVIII secolo, erano presenti nel tessuto sociale numerosi impronte femministe e  Abigail Adams chiese nel 1776 ad un membro del Congresso di tenere conto nel Nuovo Codice delle Leggi dei diritti delle donne…. Ma non ottenne nessuna risposta.
Nel 1843 apparve il primo vero e proprio manifesto femminista americano. Era opera di Margaret Fueller e dopo diversi titoli apparve definitivamente con l’appellativo “La Donna nel  XIX secolo”.


Verso la metà del secolo il movimento femminista ebbe un nuovo ed intenso sviluppo.. trovò un forte vigore propositivo uscendo dai circoli e dai salotti per dare vita ad una organizzazione più solida. Un obiettivo raggiunto grazie alla creazione di giornali, riviste che erano dirette da donne e da associazioni femminili.
In questo settore editoriale, la Francia già nel 1832 aveva in campo valide giornaliste come Desiree  Verret e  Marie- Reine Guindorf che fondarono “Le Femme libre”..un giornale espressione  della classe operaia femminile e che invitava tutte le donne, pagane e cristiane, a collaborare.


La stesso giornale fu successivamente sotto la direzione di Suzanne Voilquin, un operaia ricamatrice di Parigi. La donna dopo essersi separata dal marito, prese a viaggiare e a studiare travestendosi da uomo. Cambiò il nome del giornale in “La Tribune des Femmes” e famose furono le battaglie a favore dell’indipendenza delle colonie e contro la prostituzione, quella per l’indipendenza economica delle donne, per l’educazione e la formazione paritaria a quella dell’uomo e il libero amore.




Un giornale che fece tanti sacrifici per sopravvivere. Le collaboratrici si firmavano con il solo nome per restare anonime ma anche per rifiutare il cognome del marito. Un cognome che per loro era simbolo di prepotenza maschilista. Nel 1834, dopo appena due anni, la repressione politica pose fine al giornale. “La Gazzette des Femmes” invece riuscì a dare ancora voce alle ispirazioni delle donne della borghesia. Donne che come contribuenti sostenevano che “dovevano beneficiare degli stessi diritti civili e politici degli uomini”. Il giornale faceva propaganda in tre direzioni:
-          Il diritto di petizione per concedere alle donne un esistenza legale;
-          Il diritto di essere sostenute in tutte le iniziative da loro intraprese;
-          Il diritto a che venissero condannati tutti i delitti commessi contro di esse.
Un altro giornale “Le Journal des femmes” di ispirazione borghese-cristiana, diretto da Fanny Richomme, si muoveva contro l’ideale consolidato di donna austera voluto dalla Chiesa e sosteneva la teoria del giusto mezzo promuovendo l’immagine di una donna umana con il diritto ad essere educata, di divorziare, di non sottostare a matrimoni combinati.
Dopo il 1848 il femminismo francese, che fu importantissimo nell’emancipazione della donna a livello mondiale, ebbe un ulteriore impulso con ideali socialisti espressi dalla lotta per il miglioramento delle condizioni materiali e dalla propaganda delle idee. In questo contesto troviamo il giornale “La  Voix des Femmines” con il suo slogan “una nuova concezione dell’esistenza implica una rivoluzione per tutti e per tutte” e “La Politique des Femmes” che prenderà la guida del movimento femminista.





Nel giugno del’ 48 ( Rivoluzione Parigina) ci fu una sanguinosa repressione che censurò tutti i giornali femministi ma appena un anno dopo “L’Opinio des Femmes” denunciò tutti i soprusi subiti.
Stranamente in questo periodo, non so per quale concetto di cultura, erano presenti nel campo letterario numerosi scrittori e disegnatori che di dilettavano nell’arte della derisione del personaggio femminista. Fra questi il famoso Flaubert con il suo “L’educazione sentimentale” che  mise in evidenza con grande cattiveria la donna che rivendicava i propri diritti mentre  Honorè  Daumier e  Paul Gavarni si affidavano a delle sarcastiche caricature. Si esprimeva in questo modo il disagio di chi non sapendo né rinunciare ad una posizione da sempre assimilata e fortemente consolidata, né come porsi di fronte agli assalti al proprio secolare predominio, risolveva il problema con risate…
In Germania nel 1849 apparve la rivista femminista  “Frauen Zeitun” di Louisa Otto che diventò un giornale fondamentale nel stabilire un punto d’incontro tra le femministe tedesche. Nel 1852 fu soppresso perché nelle associazioni politiche era stato vietato introdurre le donne.


   
Louisa Otto





Nel’ 69 la stessa Otto, assieme ad altre donne fondò “L’Unione generale delle donne tedesche”. Si avvalse del diritto di parlare e di organizzare pubblicamente una rivista o giornale che perseguendol’autonomia si mantenne in vita fino all’avvento del nazismo.

In Inghilterra nel’ 58 “l’Englishwoman’s Journal” diventò la sede dell’espressione dei più importanti gruppi femministi inglesi. Si batterà a lungo sul miglioramento dell’educazione delle ragazze. 


Ma proprio in Inghilterra ci fu un movimento che diede un forte impulso a tutto il movimento femminista mondiale .. il movimento protestante.
Tutto nacque dal movimento antischiavista di Boston promosso dal calvinista William Lloyd George. Egli fece appello alla sensibilità femminile per promuovere  la causa della liberazione delle donne di colore. L’appello arrivava in un momento storico che era adatto perché schiere di donne nel mondo occidentale reclamavano con sempre maggiore vigore le proprie rivendicazioni. In poco tempo vennero fondati tre movimenti antischiavisti femminili protestanti.. l’aspetto importante di questi movimenti era la presenza di donne bianche e nere che operavano in unione.

America . Importazione di schiavi nel 1800

Casa-mercato di schiavi ad Atlanta(Georgia), 1864




Davanti alle chiese, in mezzo alle piazze queste donne protestavano e indottrinavano gli ascoltatori sulle ingiustizie perpetrate ai danni delle popolazioni di colore con il benestare della chiesa. L’azione di protesta dei pastori protestanti ebbe risultati notevoli e per mezzo di una lettera pastorale, con l’uso di citazioni tratte dal Nuovo Testamento, la Chiesa avvertì le donne di non occuparsi di fatti pubblici.
La risposta di Angelina Grimkè: “Non è soltanto la causa degli schiavi che noi difendiamo, ma quella della donna come essere morale e responsabile”.

Angelina Grimkè

Nel 1838, Sarah Grimkè (sorella di Angelina) pubblicò il primo manifesto femminista protestante  “Letters on theEquality of the Sexes and Contidion of Woman”.
Le donne del movimento erano delle ferventi cristiane e avevano una fede notevole. Credevano nell’aiuto divino portato avanti con lo studio attento della Bibbia. Proprio dalla Bibbia cercarono di trarre spunti importanti per la loro lotta. Studiarono nella Sacra Scrittura quei passi in cui veniva espresso il principio che entrambi i sessi avevano gli stessi diritti e doveri.
 Il motto più importante del movimento fu “ Pregate Dio, Esso vi esaudirà”.
Il movimento si inserì in maniera forte nel tessuto sociale attraverso tutta una serie di attività sociali rivolte al recupero delle prostitute, delle carcerate e degli infermi. Questo in America e in Europa ?
In Francia la rivoluzione del 1871, instaurazione della “Comune” di Parigi, mise in atto una nuova offerta per risaldare il movimento femminista. Louise Michel, Lèodile Champseix, Paule Minck, scrivendo sui giornali e viaggiando, comunicarono l’importanza nel difendere la Comune “Se Parigi cade il giogo della miseria vi resterà sul collo e passerà sulla testa dei vostri figli… La terra al contadino, l’arnese all’operaio, il lavoro a tutti”.
L’11 aprile un gruppo di donne, tra cui Nathalie Lemel, fondò “L’Unione delle donne” caratterizzato dalla presenza in massima parte di operaie.  Gli obiettivi dell’Unione erano quelli di offrire attività di tipo assistenziali, costituire circoli e club nei quartieri, dare a tutte le donne la possibilità di esprimere le proprie idee, i propri problemi che le tormentavano.


Nathalie Lemel


Dopo pochi mesi le truppe di Thiers diedero avvio ad una vera guerra contro i rivoluzionari per riprendere il potere politico. Neanche in una situazione così tragica, di disordine, di pericolo, le
 donne rinunciarono alla loro voce. Molte si armarono come la Michel mentre altre si prodigarono con una forte opera di propaganda per sostenere gli animi dei rivoluzionari.

Louise Michel

Il 16 aprile del 1871 sui muri di Parigi c’erano mille manifestini proprio dell’Unione delle Donne. Manifestini che esprimevano: ”In nome della rivoluzione sociale che acclamiamo, in nome della rivendicazione dei diritti al lavoro, all’uguaglianza e alla giustizia, l’Unione delle donne” per la difesa di Parigi e per soccorrere i feriti protesta con tutte le sue forze contro l’indegno proclama alle cittadine apparso l’alktro ieri a cura di un gruppo anonimo di reazionarie. Il suddetto proclama invita le donne di Parigi ad appellarsi alla generosità di Versailles e a chiedere la pace a qualsiasi prezzo. La generosità di vili assassini! Una cooperazione tra libertà e dispotismo, tra il popolo e i suoi boia! No, non è la pace, ma la guerra a oltranza che i lavoratori di Parigi reclamano! Oggi una conciliazione sarebbe un tradimento!... Sarebbe rinnegare tutte le aspirazioni operaie che hanno acclamato la rivoluzione sociale assoluta, l'annientamento di tutti i rapporti giuridici e sociali ora esistenti, la soppressione di tutti i privilegi, di ogni genere di sfruttamento, la sostituzione del regno del lavoro con quello del capitale, in una parola la liberazione del lavoratore da parte del lavoratore!... Unite e risolute, cresciute e illuminate dalle sofferenze che seguono sempre le crisi sociali, profondamente convinte che la Comune, testimonianza dei principi internazionali e rivoluzionari dei popoli, porti in se stessa i germi della rivoluzione sociale, le donne di Parigi proveranno alla Francia e al mondo che anch'esse, nel momento del pericolo supremo – sulle barricate, sulle mura di Parigi, qualora la reazione forzasse le porte - sapranno donare come i loro fratelli il sangue e la vita per la difesa e il trionfo della Comune, cioè del Popolo!"



 A tali parole il capitano Jouenne, nella requisitoria durante il processo contro le 'incendiarie', rispose:
"L'orribile campagna cominciata il 18 marzo scorso contro la civiltà... doveva portare davanti a voi non solo gli uomini dimentichi dei loro doveri più sacri, ma anche, ahimè! delle creature indegne che sembrano aver assunto l'impegno di essere l'obbrobrio del proprio sesso e di ripudiare il ruolo immenso e magnifico della donna... Ecco dove conducono tutte le pericolose utopie! L'emancipazione della donna predicata da dottori che non sapevano quale potere fosse loro dato esercitare e che, nei momenti della sommossa e della rivoluzione, volevano arruolarsi come ausiliari. Non si è fatto di tutto per tentare queste miserabili creature, facendo scintillare dinanzi ai loro occhi le più incredibili chimere? Delle donne avvocato! Magistrato! Membro del foro! Sì, deputato forse! E chi sa? Comandanti! Generali d'armata!".
Il femminismo che scaturì in seguito all'esperienza della Comune fu di tipo liberale, sulla scia di quello inglese imperniato sul principio: "chi non è rappresentato in parlamento non paga le tasse" e fu interpretato dal giornale repubblicano “La Fronde” di Marguerite Durand.
La Fronde”, tra l'altro, aprì un ufficio gratuito di collocamento e una delle sue più importanti collaboratrici, Caroline Rémy, fu la prima donna giornalista a vivere del proprio lavoro.

In Italia la situazione del movimento femminista era sostanzialmente diversa da quella della vicina Francia perché non era un movimento di massa ed erano soprattutto le intellettuali borghesi a portare avanti le rivendicazioni delle donne in campo sociale con movimenti di sensibilizzazione.
Alessandrina Ravizza nel 1868 entrò a fare parte dell’”Associazione di mutuo soccorso delle operaie di Milano” e fondo, con Laura Mantegazza, le scuole professionali femminili.



Nel 1879 diede avvio alla cucina per gli ammalati poveri a cui aggiunse, grazie anche all’aiuto di Anna Kuliscioff, un ambulatorio medico ed un magazzino cooperativo benefico che offriva lavoro e generi alimentari a basso prezzo.

Ravizza Alessandrina


Alessandrina Ravizza con i disoccupati

La Ravizza si unì ad altri gruppi di femministe per portare avanti delle iniziative di opposizione  ai tentativi reazionari di fine secolo. Erano per lo più donne senza figli e rese vive da ideali romantici, populisti, socialisti e spesso anarchici.
Sibilla Aleramo, ovvero Rina Faccio, fu una di loro che sugli ideali socialisti s’impegnò per l’alfabetizzazione della popolazione.(Sibilla Aleramo, figura straordinaria, verrà trattata a parte).

Sibilla Aleramo

Come avviene spesso in Italia ben presto si creò un altro movimento femminista d’ispirazione cattolica che si contrappose a quello socialista facendo perdere l’identità della giusta lotta per i diritti delle donne.
Il movimento d’ispirazione socialista si basava in particolare su una parità economica e sociale mentre quello cattolico riconosceva una comune vocazione soprannaturale dell’uomo e della donna… cioè una uguale partecipazione alla missione della Chiesa nel mondo.
Luisa Anzoletti si batté a lungo per contrastare un certo tipo di educazione frivola e superficiale che era riservata solo alle donne e cercò di portare avanti l’immagine della donna che traspare dalla Bibbia. Una donna forte e che s’impegna per il progresso civile (“Azione muliebre” e “La Donna del Popolo”, erano le riviste che portavano avanti questo aspetto).
Il problema educativo era particolarmente caro nelle varie iniziative delle femministe italiane e l’immagine della donna istitutrice, che riesce a mantenersi da sola, era diventata il simbolo della donna ideale del tempo così come la donna nubile, cittadina, viaggiatrice.
Christabel Pankhurst dichiarò che il nubilato per lei assumeva un significato politico, una chiara scelta contro la schiavitù sessuale. È importante mettere in risalto che le rivendicazioni sessuali femministe, cioè riguardanti in modo specifico il corpo, iniziarono a propagarsi solo nell’ultimo quarto del XIX secolo.  Prima di allora era come un tabù, c’era una grande difficoltà a leggere il problema o aspetto sessuale forse per un senso di pudore. Questo aveva determinato la trattazione solo di rivendicazione di diritti e di problemi inerenti al divorzio e al matrimonio.
Solo nel nuovo secolo le proteste contro i numerosi abusi sessuali si scatenarono con violenza in special modo in Inghilterra e in America dove i processi giuridici sulla proprietà, sul divorzio, l’educazione e il voto erano maggiori. Tra le donne italiane dell’Ottocento famose nel movimento femminista furono Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff. 

Anna Maria Mozzoni

La Mozzoni, di idee socialiste,  mise in evidenza i problemi  inerenti all’Unità Italia. La Mozzoni affermava che le donne lombarde, a seguito dell’annessione con il Piemonte, erano regredite socialmente.  Ebbe una visione avanzata del lavoro femminile considerando l’epoca in cui scrisse. Rivendicava non solo il diritto al lavoro ma anche il diritto ad una giusta retribuzione. La donna dovrebbe essere libera di scegliersi il lavoro più adatto alle sue attitudini individuali; svolgerlo in condizioni di parità; essere protetta dai ricatti dei datori di lavoro; associarsi ed organizzarsi per difendere i propri diritti. La Mozzoni si chiedeva anche perché “ l’Italia non aprisse alle donne gli uffici postali e ferroviari, l’insegnamento, l’attività presso i Ministeri”.

Nel 1868 fondò la rivista “La Donna” e nel 1881 aderì al partito operaio indipendente e insieme alla Kuliscioff costituì la “Lega per la promozione degli interessi femminili”. 


Partecipò alla formazione del partito socialista ma non vi aderì e questo diede un grande dispiacere alla stessa Kuliscioff.
La Kuliscioff era Russa, laureata in medicina e profonda conoscitrice della cultura marxista. Molto attenta negli aspetti storici delle questioni sociali che evidenziò nella sua rivista “Internazionale del Socialismo”, nel 1881.
Per ben due volte fu arrestata a processata. La prima volta bel 1878 a Firenze, nel carcere fu contagiata dalla tubercolosi,  fu accusata di cospirare con gli anarchici. Venne espulsa ma nel 1880 rientrò clandestinamente con il marito, Costa, da cui si separò successivamente con grande dolore. nuovo arresto e fu accompagnata al confine svizzero ma nel 1881 rientrò in Italia.
Negli anni la Kuliscioff partecipò solo marginalmente alla scena politica italiana.  Madre, sofferente per la tubercolosi contratta nel carcere di Firenze, in crisi psicologica a causa della separazione dolorosa dal marito; impegnata negli studi alla Facoltà di Medicina e nelle conseguenti specializzazioni in ginecologia prima a Torino e poi a Padova; sono tutti aspetti che la allontanano dalla sua precedente assidua e forte partecipazione al movimento femminista e alla politica. Una grande studiosa e con la sua tesi scopre l’origine batterica delle febbre puerperali aprendo la strada alla scoperta scientifica delle cause delle morti post partum.
Una volta laureata diventa la “dottore dei poveri”. Un impegno rivolto alle donne operaie e contadine umiliate da una condizione che non aveva mai fine e che definì “con martirio ignoto”. Queste gli permette di unire la sua attività di medico con quella di politica. Un attività politica che divide con Filippo Turati che è diventato suo compagno di vita.


Anna Maria Kuliscioff

Nel 1889 fonda con Turati e Lazzari la “Lega Socialista milanese”,
Il suo impegno fu spiegato nella conferenza tenuta al Circolo Filosofico di Milano il 27 aprile 1890. Una sala gremita… il tema del dibattito “Il Monopolio dell’Uomo” ovvero il rapporto tra uomo – donna. ..”solo il lavoro sociale e egualmente retribuito potrà portare la donna alla conquista della libertà, della dignità e del rispetto”.

Anna Maria Kuliscioff – Firenze, 1908

Sia le idee socialiste della Mozzoni che quelle Marxiste della Kuliscioff non portarono a risultati apprezzabili.
I teorici del marxismo sposarono la causa dell’emancipazione femminile grazie alla lunga e naturalmente faticosa opera di femministe come Clara  Zetkin che riuscì a diffondere lo slogan “uguale salario ad uguale lavoro”.

Clara Zetnik

Malgrado gli slogan, le riviste, la voce di tanti esponenti le richieste femminili furono ignorate dalla II Internazionale Socialista  dove si era discusso in particolare del conflitto franco-prussiano, definito inutile, e il trattare l’ingiusta discriminazione sessista non fu preso in considerazione.
Nel 1878 si tenne a Parigi, un altro congresso Internazionale a cui parteciparono francesi, tedesche, italiane, svedesi, russe, polacche e inglesi. Le inglesi erano le più agguerrite perché tra loro c’era Josephine Butler che da tempo combatteva una lunga battaglia contro la prostituzione legalizzata.

Josephine Butler

Si batteva contro il controllo amministrativo e medico delle prostitute, sostenendo che tale controllo costituiva un “sacrificio delle libertà femminili”  e  sottomettersi alla “schiavitù del desiderio maschile”.  Nei comizi si soffermava  nel descrivere con attenti dettagli lo “stupro meccanico della visita genealogica”.
La regolamentazione, secondo le femministe, proteggeva e autorizzava il  vizio maschile e non risolveva il problema delle prostitute che erano spinte spesso sulla strada dal sistematico sfruttamento sociale ed economico imposto dallo stato a tutte le donne.
La Butler chiedeva un opera di recupero di queste donne ma sempre riconoscendo loro una fondamentale libertà di gestire la propria vita. Molti paese  si spinsero nell’abolizione della regolamentazione anche se con aspetti diversi. In Germania ad esempio si formò un gruppo di donne che oltre ad accusare il governo di farsi complice dello sfruttamento della prostituzione, portò avanti una vera e propria lotta di repressione morale della prostituzione stessa.
In merito all’aborto le femministe dell’Ottocento erano schierate contro questa pratica e lottavano perché venisse messa fuori legge. Sostenevano che l’aborto facesse parte dello sfruttamento sessuale e del degrado delle donne così come la contraccezione anch’essa messa al bando. Come mai la posizione di queste femministe che nel secolo seguente furono contradette ?

La spiegazione si potrebbe ricercare nel fatto che le antiche posizioni nascevano dalla diffidenza delle donne verso i medici che erano accusati di esercitare un autorità illegittima sul corpo delle donne.
Le stesse femministe erano contrarie alla separazione della sessualità femminile dalla riproduzione convinte che la contraccezione e l’aborto rendessero le donne impure simili a prostitute e vulnerabili alle richieste maschili.
In quegli anni uno dei centri più importanti per lo sviluppo del femminismo europeo, era Zurigo. La posizione strategica  della città al centro dell'Europa e  la sua università, comprese le facoltà tecniche, aperta alle donne favorì l’affermarsi della sua importanza nel movimento femminista. Molte donne lasciavano il proprio paese, spesso clandestinamente, per approdare in Svizzera. Vi troviamo tra le altre Anna Kuliscioff, Clara Zetkin, Vera Figner, Louise Kautski, Aleksandra Kollontaj e Rosa Luxemburg che arrivò dalla Polonia nel 1889 nascosta in un carro di fieno. 

Rosa Luxemburg

Franziska Tiburtius racconta: 'I capelli tagliati corti, gli enormi occhiali blu, il rotondo e lucido matelot, i vestiti tanto corti da sembrare fodere di ombrelli, la sigaretta, l'atteggiamento cupo e altezzoso, tutti questi divennero i dati caratteristici della studentessa'.
Caratteristico aspetto del femminismo zurighese fu la rivendicazione del 'libero amore' e la lotta contro il matrimonio considerato borghese. Sempre nella seconda metà del XIX secolo bisogna far risalire la storia della lotta per il diritto di voto alle donne. Il primo convegno sui diritti delle donne si ebbe nel 1848 a Seneca Falls, in America, vicino a New York. Vi si radunarono 300 persone e alla fine fu redatto ad opera di alcune suffragiste come Susan B. Antony, Elizaberth Cady Stanton e Lucy Stone, una “Declaration of sentiments” dove si sanciva l'uguaglianza di diritti fra i sessi e ci si proponeva la lotta per il voto. Interessante è notare che in occasione di questo congresso fu stabilito, forse per la prima volta, la fine del monopolio maschile della predicazione dal pulpito nelle chiese cristiane.
In America, intorno al 1869, il movimento suffragista si articolava in due organizzazioni: la "National Women Suffrage Association" e l'"American Women Suffrage Association". Entrambi impegnati per lo stesso scopo, il suffragio, si proponevano però di raggiungerlo con metodi diversi. Il primo, più moderato e riformista, agiva soprattutto nella zona di Boston e di esso ne fu il portavoce il foglio “Women's Journal”; il secondo, più aggressivo e radicale, si muoveva soprattutto nell'area di New York.
Solo nel 1890 i due movimenti si fusero nell'"American National Women Suffrage Association" a cui si unirono anche piccoli gruppi femminili e religiosi. In Inghilterra è nel 1860 che si formò la prima "Associazione per il suffragio alle donne" a cui aderirono Emily Davies, le sorelle
Garrett e Barbara Bodichon.
Nel 1866 affidarono al deputato e filosofo John Stuart Mill una petizione da presentare alla Camera dei Comuni che però non venne approvata dal primo ministro Gladstone. Solo coll'inizio del nuovo 
secolo il movimento prese impeto e violenza. Il primo stato nel mondo ad ottenere il suffragio allargato alle donne, anche grazie all'appoggio di gruppi di ispirazione religiosa, fu, nel 1893, la Nuova Zelanda.
In Italia già nel 1863, su proposta dell'onorevole Peruzzi, la Camera dei deputati disputò la questione giuridica delle donne. La questione fu poi discussa nel 1871 su proposta dell'onorevole Lanza;  nel '76 grazie a Nicotera e nell'80 e '82 fu la volta di Depretis, anche se il movimento
suffragista italiano non ebbe mai la forza e la determinazione di quello inglese o americano.


Fino al 1850 circa anche in quei paesi relativamente avanzati come la Gran Bretagna, le donne non potevano adire una corte nè essere chiamate in giudizio.  Questo impediva loro di presenziare ai processi in cui erano imputate. Famoso è il caso giudiziario che scoppiò proprio in Gran Bretagna e che permise di modificare il trattamento giuridico, allora vigente, delle donne sposate, Caroline Norton (Londra, 1808 – 1877), moglie di un esponente del gruppo parlamentare “Tory” (assolutismo monarchico) fu l’artefice di una importante vicenda giudiziaria che ebbe risvolti di carattere sociale. Il marito diede avvio ad una causa di divorzio accusandola di adulterio con il leader del gruppo”whig” ( monarchia costituzionale) cioè Lord Melbourne.
In base alla legge vigente la donna non prese parte al processo. Caroline era una scrittrice molto famosa e anche dopo la separazione il marito continuò a percepire i diritti d’autore dei libri scritti dalla moglie. A lui andarono anche le proprietà che la moglie aveva avuto in eredità dalla sua famiglia e la custodia dei figli.

Caroline Norton

Il processo ebbe degli sviluppi complicati e fu accompagnato da scandali che appassionò la stampa e il pubblico inglese. L’indignazione che seguì al processo favorì lo sviluppo di una serie di riforme che avevano come obiettivo la protezione delle donne sposate e la possibilità di disporre dei propri redditi da lavoro  anche per la custodia dei figli. Nel 1878  la nuova legge assegnava la custodia dei figli, in caso di divorzio, alla madre e nel 1882 alle legge una nuova legge instaurò la parità di trattamento tra coniugi per quanto in merito alla proprietà. 

Dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, 17 marzo 1861, il deputato della sinistra Salvatore Morelli si fece promotore di proposte di legge per l’emancipazione e l’istruzione femminile, per le revisione dei codici, per la concessione dei diritti civili e politici, per l’introduzione del divorzio.
                                
Salvatore Morelli


L’unica norma approvata dal Parlamento nel 1877 fu quella che consentiva alle donne di testimoniare negli atti pubblici e privati.
Giornalista, scrittore, patriota fi il primo a presentare in Europa un progetto di Legge datato 1867: “L’abolizione della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando alla donna i diritti politici e civili”. Era questa proposta di legge una forte risposta al Codice Civile Italiano del 1865 che sottometteva la donna all’autorizzazione maritale rendendola una “minorenne a vita”.  La sua fu una lunga e difficile battaglia per il riconoscimento dei diritti delle donne ma la sua voce rimase inascoltata. Eppure non si perse d’animo e continuò la sua lotta. Nel 1874 – 75 presentò una nuova proposta di legge sul “Diritto di Famiglia”…ben cento anni prima di quello che fu approvato solo nel 1975, che prevedeva l’uguaglianza dei coniugi nel matrimonio e non solo… ma anche il doppio cognome, i diritti dei figli illegittimi e il divorzio. Nel 1875 presentò un nuovo disegno di legge per la richiesta del diritto di voto per le donne. Ci furono altre proposte come l’istituzione della cremazione, l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e l’istituzione di una Società delle Nazioni per preservare la Pace nel Mondo.
Nessuna di queste legge venne presa in considerazione tranne nel 1877 quando il Parlamento approvò il suo progetto di Legge: “Legge Morelli, n. 4176 del 9 Dicembre 1877 _ Riconoscimento alle Donne del Diritto di essere testimoni negli atti normativi del Codice Civile”. Con questa legge le donne potevano essere testimoni nei testamenti, nei contratti .. era l’inizio dell’affermazione del principio di capacità giuridica delle donne. Grazie al suo indomabile impegno le ragazze furono ammesse a frequentare i primi due anni del Ginnasio. Propose un’ “istruzione moderna, gratuita e obbligatoria per tutti, tutelò i deboli, lottò contro la pena di morte”.  Lottò per l’abolizione della “Legge delle  Quarantigie”.
Era di Carovigno, prov. di Brindisi, morì in miseria…. allora non esisteva l’indennità parlamentare. Morì a Pozzuoli nella camera di una piccola locanda….le femministe americane dissero di lui: “ è morto il più grande difensore dei diritti delle donne nel mondo”…. Personaggio scomodo… la storia non ne parla…

(In Merito alla Legge delle Guarentigie fu un provvedimento legislativo approvato il 13 maggio 1871. Regolava i rapporti tra Stato e Chiesa fino al 1929 quando furono conclusi i Patti Lateranensi.
Una legge di 20 articoli e divisa in due parti:

-          La prima parte riguardava le prerogative del papa a cui venivano garantiti: l’inviolabilità della persona; gi onori sovrani; il diritto di avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi vaticani, Laterano, Cancelleria e Castel Gandolfo. Immobili che erano sottoposti a regime di extraterritorialità che li esentava dalle leggi italiane. Assicurava libertà di comunicazioni postali e telegrafiche, il diritto di rappresentanza diplomatica. L’articolo 4 della legge garantiva al pontefice una somma di 3.225.000 lire .per il mantenimento del pontefice, del sacro Collegio e dei palazzi apostolici.. Una cifra assurda perché rivalutando secondo i coefficienti dell’Istituto Nazionale di Statistica per il periodo 1871 – 2012, si ha un coefficiente  di 8.705,709… il che equivale a 28.076 miliardi di lire cioè 14,5 milioni euro…….
-          La seconda parte regolava i rapporti tra Stato e Chiesa … si garantiva ad entrambi la “massima, pacifica indipendenza”. Si garantiva al clero “illimitata libertà di riunione e i vescovi erano esentati dal giuramento al Re”.
Il papa, Pio IX…… si era chiuso nei palazzi vaticano dichiarandosi prigioniero politico … considerò la legge “un atto unilaterale dello Stato italiano” e quindi non l’accettò. Due giorni dopo l’emanazione della legge, il Papa emanò l’enciclica “Ubi Nos” con il quale ribadiva che il “potere spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello temporale”,,,,
di fronte all’intransigenza di Pio IX lo Stato reagì con fermezza, spinto dalla sinistra, e eliminò tutte le facoltà di teologia dalle università italiane e sottopose i seminari a controllo statale.
Nel 1874 il Papa vietò ai cattolici, con la formula del “non expedit” (“non conviene”) la partecipazione alla vita politica. Solo con Giolitti tale divieto venne eliminato  progressivamente fino al competo rientro dei cattolici “come elettori e come eletti” nella vita politica con il Patto Gentiloni del 1913).
Nel 1882 e 1891 furono approvate le leggi elettorali.
(La legge ebbe un complesso iter parlamentare   con una serie di norme: la legge del 22 gennaio 1882 n.593, relativa ai requisiti dell’elettorato attivo; la legge 7 maggio 1882, n. 725 relativa all’introduzione dello scrutinio di lista;  la legge 13 giugno 1882 n. 796 che ridefiniva la mappa dei collegi. La normativa fu poi racchiusa nel Testo Unico approvato con R.D. 24 settembre 1882 n. 999).
La riforma era legata al passaggio della guida del paese dalla Destra alla Sinistra (Governo Depretis).
La legge sostituiva l’antica norma risalente al 1860 e modificava sia il sistema che la base elettorale.
L’età per il diritto al voto fu abbassato da 25 anni a 21 e fu mantenuto il requisito “fondamentale” dell’alfabetismo. Il criterio del censo (cioè il reddito) non costituì più il titolo principale per l’elettorato attivo. Avevano diritto al voto tutti gli alfabeti che avessero superato le prove del corso elementare obbligatorio  (biennio elementare statale stabilito dalla Legge Coppino del 1877) (o equivalenti) o fossero in possesso del titolo di studio superiore. Tuttavia chi avesse esibito un diverso certificato, o non ne avesse alcuno, avrebbe potuto votare pagando una somma di 19,80 lire. Avevano diritto al voto, sempre a prescindere dal censo ovvero il reddito: gli impiegati pubblici  (tranne gli uscieri e gli operai); coloro che avessero tenuto per un anno l’ufficio di consigliere comunale o provinciale;  i giudici conciliatori; i presidenti o direttori di società commerciali; gli ufficiali e sottufficiali in servizio o in congedo. In questo modo la platea degli elettori si allargò da 621.896 elettori a 2.049,461 (dal 2% al 7% della popolazione). (La norma sostituiva il sistema uninominale maggioritario a doppio turno chiuso, con una forma di sistema plurinominale a doppio turno basato sullo scrutinio di lista in collegi plurinominali).
Le donne non avevano diritto al voto.
 Nel 1891 Anna Kuliscioff e Filippo Turati abitano a Milano in un appartamento di Portici Galleria (n. 23)  dove la donna apre un “salotto culturale”.  Un salotto che diventa studio e punto d’incontro di personaggi della cultura e della politica milanese, persone umili e anche le “sartine” che trovano in Anna una grande amica e confidente. L’attività culturale, di studio del salotto venne interrotto, in modo inaspettato, l’8 maggio 1898… un gruppo armato entra in casa ed arresta Anna con l’accusa di “reati di opinione e di sovversione”. A dicembre dello stesso anno venne scarcerata per indulto mentre il suo compagno Turati resterà in carcere fino al 1899.
Nel 1894 il ministro della Pubblica Istruzione Baccelli durante la presentazione al parlamento della sua riforma sulla scuola esclamò:  "Bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una.........unica materia di "nozioni varie" senza nessuna precisa indicazione
programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell' educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere e far di conto. Non devono pensare altrimenti sono guai !!"
il suo pensiero contorto si rifaceva al “Trattato dell’educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli – 3 volumi di Silvio Antoniano – Scritti ad istanza di San Carlo Borrmeo – Libro Terso , ag 264 – Milano 1821…) : "L'istruzione scolastica l'approvo per li giovini nobili destinati a famiglie cospicue, ma quanto a quelle di umile e povero stato, il buon padre di famiglia si contenti che sappiam leggere li figlioli "la vita de' Santi", e nel rimanente attendano a lavorar li campi. In quanto poi l'istruzione estesa perfino alle femmine io non l'approvo, ne so vedere quale utilità ne
possa derivare alla società. Che insegnino li madri alle figliuole a filare, a cucire e ad occuparsi di esercizi donneschi. In quanto a leggere, al massimo insegnino loro quanto basta per leggere i libri delle preci" .
Che grande considerazione del mondo femminile….!!!!!!!!!

Le azioni dei movimenti femministe davano fastidio ai politici ,,,,,

Nel 1901 il Partito Socialista, su pressione di Filippo Turati presentò al parlamento la Legge Carcano che tutelava il lavoro minorile e femminile. Una legge che era stata elaborata dalla Koliscioff.. La legge venne approvata.

(La Legge Caccamo (241/1902) prende il nome dal Ministro delle Finanze Paolo Carcano del Governo Zanardelli. Nel passare degli anni subì delle modifiche fino al 1936 quando fu introdotto il R.D del 7 agosto 1937 n. 1720. Sostituiva tre leggi:
-          R.D. 23 Dicembre 1865, una legge ereditata dalla legislazione piemontese, in merito al “divieto di impiegare fanciulli di età inferiore ai 10 anni in lavori minerari sotterranei”;
-           Legge del 1873 riguardante il “divieto dell’impiego dei fanciulli nelle professioni girovaghe”;
-          Legge Berti del 1886 (11 febbraio 1866, n. 3657) che si occupava solo del lavoro minorile. Una legge che fissava in 9 anni l’età per entrare nel mondo ( di 10 anni per i lavori in miniera) del lavoro e proibiva ai minori di 12 anni i turni notturni. Regolava il lavoro delle donne negli opifici ed era l’unica norma riguardante il lavoro femminile. Una legge che non fu mai applicata perché non vennero mai nominati dallo Stato quegli ispettori che avrebbero dovuto verificare presso le aziende il rispetto delle norme…..)
Prima dell’entrata in vigore della Legge Berti il prof. Alberto Errera (morto nel 1894) disegno attentamente la sconcertante realtà lavorativa di quei tempi: “un fatto incontestabile, e che al solo enunciarlo, desterà penosa impressione, è risultato dall’inchiesta: l’orario delle donne e dei  fanciulli è quasi generalmente uguale a quello degli operai adulti. E’ qual è la media tale orario ? Undici o dodici ore ! Nei cotonifici e setifici di Bergamo e Como poi lo si spinge in estate fino a 15 ore !”

Nella “buona società” di allora costituita dai liberali, dai grandi proprietari terrieri, dagli industriali, dai nobili e anche da cattolici qualunquisti, mancava una coscienza critica che veniva evidenziata dai sociali, dai movimenti femministi, ecc..”l’indifferenza del pubblico è giunta a tale che, prima ancora di udire noi espositori di fatti e numeri, si reputano fole o romanzi le descrizioni di opifici male aereati, di 18 ore di lavoro, di malattie e di morti precoci in parecchie delle nostre città”.
Lo stesso Errera descrive lo stato dei fanciulli nel mondo del lavoro..  “ cresce in mezzo a noi questa ragazzaglia turbolenta e minacciosa; questi bambini pallidi, sparuti, scarmigliati, hanno già il livore nell’animo, queste fanciulle alle quali è fatto perdere il pudore prima ancora che possano commettere la colpa, frammischiate di giorno e di notte cogli adulti, testimoni e complici di impudicizia, si vendicano poi di una mercede che è limosina e di un lavoro che è tortura, e sfogano almeno coi piaceri del senso, quel bisogno di vita gaja che è richiesta dal sesso, dall’età”.
Parlando del lavoro femminile cita” ed invano cercai un volto che mi ricordasse la tradizionali bellezza delle donne brianzole, la quale è divenuta ormai un ricordo registrato solo nei carmi e nelle istorie…”
Situazioni drammatiche favorite dal silenzio e dall’omertà complici dell’intera società chiesa compresa… ministri compresi.. come quelli di oggi. L’Errera infatti rivolge la sua monografia alla società per creare un “nuovo indirizzo alla opinione del pubblico, e far consapevoli tutti di ciò che avviene fuori dell’uscio del palazzo che abitano, della villa, dell’albergo, nei quali si deliziano…”


La legge Caccamo stabiliva delle norme igienico sanitarie, molti lacunose in quei tempi, per le tutela delle donne e dei fanciulli. Le norme erano le seguenti:
-          Fissava in 12 anni il limite d’età per l’entrata nel mondo del lavoro dei fanciulli;
-          Lo Stato avrebbe, con successivo decreto, stabilito quali lavori, particolarmente pericolosi ed insalubri, erano vietati ai minori di 15 anni.
La tessa legge per quanto riguarda il mondo femminile decretava:
-          Divieto alle donne di qualsiasi età di essere impiegate in lavori sotterranei (miniere, cave, ecc.) per ragioni morali e sociali;
-          Divieto di impiegare donne minorenni nei lavori pericolosi e insalubri determinati con decreto reale;
-          Per le donne minorenni è prescritto l’obbligo di un libretto e di un certificato medico necessario per essere ammesse al lavoro;
-          Chiunque abbia alle proprie dipendenze donne di qualsiasi età, è tenuto a farne in ogni modo regolare denuncia.

-          Si limita a dodici ore giornaliere l’orario massimo di lavoro per la manodopera femminile, prescrivendosi altresì un intervallo di due ore sia alle donne di qualsiasi età.
-          Le donne minorenni non possono lavorare di notte;
-          Nelle fabbriche in cui lavorano almeno 50 operaie è obbligatoria l’istituzione di una camera d’allattamento e comunque deve essere consentito l’allattamento sia nella camera annessa allo stabilimento, sia permettendo alle nutrici di uscire dalla fabbrica nei modi e nelle ore stabilite dal regolamento interno.
La legge introduceva il “congedo maternità” di un mese dopo il parto he era però riducibile eccezionalmente a tre settimane. Durante il periodo di riposo post-partum alla lavoratrice  non era assicurata alcuna retribuzione né era garantito il mantenimento del posto di lavoro.
La legge non tiene conto del lungo periodo di gravidanza in cui la madre e il bambino sono esposti a tanti pericoli a causa del lavoro, dello stress e delle sostanze tossiche con  cui le lavoratrici erano a continuo contatto.
C’era la necessità di risolvere i gravissimi problemi dell’occupazione femminile nell’industria non dimenticando che il lavoro minorile era un’altra grave piaga sociale. La legge potrebbe suscitare ironia.. sembra “misera” ..ingiusta ma era il primo passo verso una maggiore considerazione della donna basata sul rispetto così per i fanciulli costretti a lavorare spesso in miniere senza alcuna tutela o diritti.

In questo periodo sulla scena sociale è presente una Anna Kuliscioff più battagliera che mai. È convinta dell’importanza di instaurare delle trattative o colloqui con Giolitti e spinge il compagno Turati a  rompere i rapporti politici con Salvemini e Labriola che sono intransigenti, duri alle riforme e contrari ad ogni forma di collaborazione con il governo.
Nel 1903 fu presentato un nuovo disegno di legge che prevedeva l’estensione del diritto di voto alle donne. Un disegno firmato dal repubblicano Roberto Mirabelli e discusso in aula nel 1904 e nel dicembre del 1905. Il tema fu molto dibattuto perchè nel Parlamento c’erano esponenti cattolici e socialisti che trattavano da tempo le importanti questioni legate alle problematiche sociali del popolo. Nel 1906 Anna Maria Mozzoni (Comitato Nazionale Pro-Suffragio Femminile) presentò una nuova petizione che fu firmata anche da Maria Montessori.
C’era nel mondo femminile la consapevolezza che “non poter votare equivaleva a non esistere” e approfittando del silenzio parlamentare chiesero l’iscrizione alle liste elettorali. Alcune domande vennero accolte e questo suscitò grandi critiche. Il silenzio legislativo era dovuto a una svista del legislatore ma nessuna coscienza pubblica avrebbe consentito alle donne di votare.
Lo stesso Comitato nel 1908 organizzò un convegno. Fra i temi più discussi c’era naturalmente  il diritto al voto delle donne: “ è assurdo concedere il voto agli uomini che non sanno leggere e scrivere, ma non alle donne che hanno studiato”.. (la Presidente del Comitato Giacinta Martini Marescotti).  Si mise in risalto il “vantaggio che la concessione del suffragio femminile avevano portato nei paesi che l’avevano adottato” ( Teresa Labriola).


Gli slogans, i dibattiti della Kuliscioff sono continui: “le donne devono avere il lavoro, rendersi indipendenti, ottenere di conseguenza la parità dei diritti, compreso quello del voto”.
I socialisti sono contrari al voto per  le donne perché temono che un allargamento del voto rischi di prolungare all’infinito la questione perché la chiesa e il parlamento sono contrari.

La Socialista Anna Kuliscioff, come abbiamo visto da sempre si batteva per il voto delle donne, ma aveva vicino un grande oppositore  …. è strana la politica…. per giunta non solo marito ma anche fervente socialista.. Filippo Turati che affermò “ sono favorevole all’estensione del diritto di voto alle donne, ma sono convinto che non è ancora giunto il momento di concederlo”.
Secca e precisa la risposta della moglie: “ vi è poca ragione nel rimandare la concessione del diritto di voto alle donne solo per  convenienza politica”.
Malgrado l’atteggiamento negativo dei socialisti e di Turati, si sentiva forte perché aveva l’appoggio dei partiti socialdemocratici europei e s’impegnò con maggiore vigore affinchè il partito socialista accogliesse nel suo programma la causa della donna. In questo periodo con il sostegno della stessa Kuliscioff nacque il “Comitato Socialista per il suffragio femminile”.
Fondò la rivista “La Difesa delle lavoratrici” in cui collaborarono tutte le migliori scrittrici del socialismo femminile. Nell’abitazione della Kuliscioff, che era direttrice del giornale, la redazione stabilisce una rapporto diretto con le lavoratrici, le operaie e le contadine. Riesce con la sua grande comunicazione a renderle partecipi e consapevoli della loro condizione, dei lori diritti tra cui ovviamente il diritto al voto sempre reclamato.

Il partito socialista finì con l’appoggiare sempre meno le associazioni femminili e questo provocò l’approvazione delle legge Giolitti che escludeva ancora le donne dal voto.
Turati, questa volta, affermò che nella legge elettorale fossero inclusi “tutti gli italiani, indipendentemente da differenze di carattere esclusivamente anatomico e fisiologico”

Nel 1912 ci fu la riforma elettorale di Giolitti che escluse dal voto le donne insieme ai minorenni,  ai condannati e ai dementi.
(Legge n. 666 del 30 Giugno 1912 – Nuovo Testo Unico della Legge Elettorale Politica – XXIII  Legislatura – Proponente : Giovanni Giolitti – schieramento : Liberali – A Firma : Vittorio Emanuele III) – abrogazione : 1919)

La legge fu proposta dal quarto governo Giolitti e in pratica sostituiva le leggi elettorali del 1882 e del 1891. Allargava il suffragio a “tutti i cittadini maschi”  che avessero compiuto 30 anni o che, pur essendo minori di 30 anni ma maggiori di 21, avessero  la licenza elementare, oppure avessero prestato servizio militare. Con questa legge il corpo elettorale passò dal 7% al 23,2 % della popolazione. Era mantenuto in vigore il sistema maggioritario del 1891. Le Camere, con una decisione discutibile, rifiutarono all’unanimità di concedere il voto alle donne. un atteggiamento decisamente strano...i liberali e soprattutto i socialisti erano contrari all'’idea del suffragio femminile.

Nelle stesso periodo dell’approvazione della nuova legge elettorale si stipulò il Patto Gentiloni. Un patto che prese il nome dal Conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, dell’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI) e che  fu solo informale perché non fu mai trascritto.  Il patto stabiliva un accordo con i liberali di Giovanni Giolitti… un accordo politico non basato sulla condivisione di idee, progetti, norme per fare crescere il Paese ma sulla divisione di voti in prossimità delle elezioni politiche del 1913.
Le invettive di papa Pio IX, in seguito alla Legge delle Quarantigie, erano ancora valide anche se le associazioni laiche erano in continuo movimento nell’attività politica. All’interno dell’”Opera dei Congressi, una delle più importanti associazioni cattoliche, si creò un gruppo capeggiato da don Romolo Murri (fondatore del Cristianesimo Sociale in Italia) che sosteneva un accordo con i socialisti (dove c’erano molte attiviste femministe) piuttosto che appoggiare i liberali di Giolitti. Papa Pio X ,subentrato nel 1903 a Pio IX intervenne subito sciogliendo l’associazione il 28 luglio 1904.  Don Romolo Murri verrà scomunicato nel 1909  e revocata nel 1949. Il Papa era decisamente contrario alle idee socialiste.
Vincenzo Gentiloni e molti cattolici erano animati da idee monarchiche e condividevano con i liberali giolittiani le azioni per fermare l’avanzata socialista, marxista ed anche anarchica. Un orientamento che era condiviso da Papa Pio X che nel decreto “Lamentabili Sane Exitu” del 1907 condannò 65 proposizioni moderniste e subito dopo “scomunicò” il modernismo nell’enciclica “Pascendi Dominici gregis”  (“Alimentazione del gregge” ?) dove lo definì il “simbolo di tutte le eresie”.
Nella “Pascendi” i modernisti vengono definiti come: i più dannosi fra i nemici della Chiesa, perché [...] essi non macchinano i loro progetti distruttivi al di fuori di essa, ma al suo interno; di conseguenza il pericolo si annida nelle stesse vene e nelle viscere di Essa, causandole un danno ancora più grave, poiché essi La conoscono meglio. Inoltre non puntano la scure verso i rami o i germogli, ma direttamente alla radice, cioè alla Fede e ai suoi elementi più profondi".
Continua…il modernismo rappresenta “la sintesi di tutte le eresie…se qualcuno si fosse proposto di concentrare il succo e il sangue di tutti gli errori che sono stati espressi fino a ora sulla fede, non avrebbe certo potuto far meglio di quel che hanno fatto i modernisti. Anzi, questi si sono spinti tanto più oltre che [...] hanno distrutto non solo il Cattolicesimo, ma qualsiasi altra religione. Così si spiega il consenso ricevuto dai razionalisti: perciò quei razionalisti che parlano in maniera più franca e aperta si rallegrano di avere nei modernisti gli alleati più efficaci".

Non so come definire questo torrente di “parole” contro il modernismo e le sue idee ma Pio X andò oltre indicando i rimedi per combatterlo. Sono sette rimedi…… strano anche il numero sette non è scelta a caso,,, è il numero della spiritualità, Nella Bibbia il numero “sette” è “il numero sacro perché è il simbolo di Dio attraverso il quale si proclama la Sua perfezione e completezza, indica il sabato cioè il settimo giorno dove Egli riposò dopo i sei giorni della creazione e sta come ad indicare un “sigillo alla creazione stessa”.
Tra i rimedi rimedi (i sette rimedi sono pubblicati al termine dell’articolo):
-          porre la filosofia scolastica, in particolare quella di san Tommaso d'Aquino, "a fondamento degli studi sacri”;
-          controllare i Seminari e le Università in modo da tenere lontano "dall'incarico di rettore o di insegnante, senza riguardi di sorta, chiunque sia in alcun modo infetto dal modernismo: e se rivesta già tale incarico, ne sia subito rimosso".
-          Impedire che scritti infetti dal modernismo o a esso favorevoli, se sono già stati pubblicati, vengano letti". Tuttavia, non è sufficiente "impedire la lettura o la stampa dei libri cattivi; è necessario impedirne anche la stampa".
In margine al testo dell'enciclica è pubblicato il Giuramento antimodernista.
Il presente Giuramento Antimodernista venne prescritto da Papa San Pio X col “Motu Proprio Sacrorum Antistitum” del 1 settembre 1910, col quale stabilì le norme atte a respingere il pericolo del modernismo.
Oltre ai professori che già insegnavano nei seminari, nelle Università e nelle scuole, questo giuramento dovevano prestarlo poi:
I.                   I chierici che stanno per essere promossi agli ordini maggiori; si dovrà consegnar loro in precedenza una copia tanto della professione di fede quanto della formula del giuramento da pronunciare, affinché ne siano accuratamente informati, compresa la sanzione prevista in caso d’infrazione, come sarà detto più avanti.
II.                I sacerdoti destinati ad udire le confessioni ed i sacri predicatori prima che sia loro accordata la facoltà di esercitare tali funzioni.
III.             I Parroci, i Canonici, i Beneficiari prima di prendere possesso del loro beneficio.
IV.             Gli ufficiali delle Curie episcopali e dei Tribunali ecclesiastici, ivi compresi il Vicario generale ed i giudici.
V.                I predicatori della Quaresima.
VI.             Tutti gli ufficiali delle Congregazioni romane e dei Tribunali ecclesiastici di Roma, in presenza del Cardinal Prefetto o del Segretario della Congregazione o del Tribunale.
VII.          I superiori ed i docenti delle famiglie e delle Congregazioni religiose prima di assumere l’incarico.
Fu pubblicato negli
Acta Apostolicæ Sedis, vol. II (1910), n. 17, pp. 669-672
(Venne abolito da Paolo VI nel 1966, dopo il Vaticano II, senza che esista, in base alle mie ricerche, alcun documento in proposito.).

FORMULA DEL GIURAMENTO ANTIMODERNISTA

«Io, ……..., accetto e credo fermamente tutte e ciascuna le verità che la Chiesa, col suo magistero infallibile, ha definito, affermato e dichiarato, principalmente quei capi di dottrina che si oppongono direttamente agli errori del nostro tempo.
E per primo credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e perciò anche dimostrato col lume naturale della ragione per mezzo delle opere da Lui compiute (cfr. Rm. 1, 20), cioè per mezzo delle opere visibili della creazione, come la causa per mezzo dell’effetto.
Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine divina della Religione cristiana; e questi stessi argomenti io li ritengo perfettamente proporzionati all’intelligenza di tutti i tempi e di tutti gli uomini, anche del tempo presente.
Terzo: credo anche con fede ferma che la Chiesa, custode e maestra della parola rivelata, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso, vero e storico, durante la sua vita tra noi, e che è fondata su Pietro capo della gerarchia apostolica, e sui suoi successori attraverso i secoli.
Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della Fede trasmessa fino a noi dagli Apostoli per mezzo dei Padri ortodossi, sempre nello stesso senso e nella stessa sentenza, e rigetto assolutamente la supposizione eretica dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, differente da quello che la Chiesa ha tenuto dall’inizio; e similmente condanno ogni errore che pretende di sostituire al deposito divino, affidato da Cristo alla Sposa perché fedelmente lo custodisse, un ritrovato filosofico o una creazione della coscienza umana, formatasi lentamente con sforzo umano e perfezionantesi nell’avvenire con progresso indefinito.
Quinto: ritengo in tutta certezza e professo sinceramente che la Fede non è un sentimento religioso cieco che erompe dalle latebre della subcoscienza per impulso del cuore ed inclinazione della volontà moralmente informata, ma un vero assenso dell’intelletto alla verità acquisita estrinsecamente con la predicazione; assenso per il quale noi crediamo vero, a causa dell’autorità di Dio la cui veracità è assoluta, tutto ciò che è stato detto, attestato e rivelato dal Dio personale, creatore e Signore nostro.

Mi sottometto anche, con tutto il dovuto rispetto ed aderisco di tutto il cuore a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni contenute nell’Enciclica Pascendi e nel Decreto Lamentabili, specialmente per ciò che concerne la cosiddetta storia dei dogmi.
- Così pure riprovo l’errore di coloro che pretendono che la fede proposta dalla Chiesa possa essere in contraddizione con la storia, e che i dogmi cattolici, nel senso in cui oggi sono intesi, siano incompatibili con le origini più autentiche della religione cristiana.
- Condanno pure e rigetto l’opinione di coloro che affermano che il cristiano erudito si rivesta di una duplice personalità, del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito sostenere ciò che contraddice la fede del credente, o porre delle premesse da cui conseguisse che i dogmi sono falsi o dubbi, così che essi non siano negati direttamente.
- Riprovo allo stesso modo quel metodo per giudicare e interpretare la Sacra Scrittura che, mettendo da parte la tradizione della Chiesa, l’analogia della Fede e le regole della Sede apostolica, ricorre ai metodi dei razionalisti e, con non minore audacia quanta temerità, accetta come suprema ed unica regola solo la critica testuale.
- Inoltre rigetto l’opinione di coloro i quali ritengono che gli insegnanti delle discipline storiche e teologiche, o coloro che ne trattano per iscritto, debbano anzitutto sbarazzarsi di ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia sull’assistenza divinamente promessa per la perenne salvaguardia dei singoli punti della verità rivelata, per interpretare poi gli scritti di ciascuno dei Padri, al di fuori di ogni autorità sacra, solo con i principii della scienza e con quella libertà di giudizio ammessa per l’esame di un qualunque documento profano.
- Mi dichiaro infine del tutto estraneo a quell’errore dei modernisti che pretende che non vi sia, nella sacra tradizione, nulla di divino o, ciò che è ben peggio, che ammette ciò che vi è di divino in senso panteista; così che non rimane nulla di più del fatto puro e semplice, assimilabile ai fatti ordinarii della storia: e cioè che degli uomini, col loro lavoro, la loro abilità, il loro talento, continuino nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo ed i Suoi Apostoli.

Mantengo pertanto fermissimamente e manterrò fino al mio ultimo respiro, la fede dei Padri nel carisma certo di verità che è, è stato e sarà sempre nell’episcopato trasmesso con la successione Apostolica: non in modo che sia mantenuto quello che può sembrare migliore e più adatto al grado di cultura proprio di ciascuna epoca, ma in modo che la verità assoluta ed immutabile, predicata in origine dagli Apostoli, né mai sia creduta, né mai sia intesa in un altro senso.

Mi impegno ad osservare tutte queste cose fedelmente, integralmente e sinceramente, a custodirle inviolabilmente e a non allontanarmene sia nell’insegnamento sia in una qualunque maniera con le mie parole ed i miei scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.» 

Eresie erano quelle idee che portavano avanti i socialisti e i movimenti femministi.
Nel 1909 Papa Pio X creò l’”Unione Elettorale Catttolica Italiana “ (UECI),,, l’obiettivo di questa associazione di laici ?  Indirizzare o dare delle direttive ai cattolici italiani impegnato nella scena politica. Fu nominato presidente dell’associazione il Conte Gentiloni….l’ennesimo aristocratico….legato alla chiesa…
Il “Conte” appena eletto stabilì subito un’alleanza con i liberali che diede i suoi risultati nell’elezioni di quell’anno (1909). Molti cattolici si candidarono nelle liste elettorali dei liberali e i risultati furono positivi: 21 eletti.
Questa collaborazione tra UECI e liberali verrà definita nel 1913 proprio nel cosiddetto “Patto Gentiloni”.
L’allargamento nella legge elettorale del 1912 di Giolitti  aveva introdotto il suffragio universale maschile. Questo allargamento dell’elettorato fu il prezzo che Giolitti doverre pagare ai socialisti di Leonida Bissolati per l’aiuto che aveva dato durante la guerra italo-truca. Molti elettori erano operai e il PSI riscuoteva sempre maggiori consensi. (Il PSI di allora era un partito in ascesa e avrebbe potuto chiedere il suffragio femminile ma probabilmente non volle turbare i rapporti con la Chiesa e creare una discussione sociale basata su atavici predomini maschili).
 Giolitti, i liberali, i manarchici erano decisamente preoccupati di questa avanzata socialista e decisero di rivolgersi all’UECI, dove il presidente era ancora Gentiloni, per dare l’avvia ad un patto che aveva, come abbiamo visto, dato ottimi risultati nelle elezioni del 1909.
L’UECI accettò la proposta e tutti fecero fronte comune contro i socialisti. I liberali addirittura misero a disposizione  una notevole quantità di seggi per i candidati cattolici.
I liberali incaricarono addirittura Gentiloni di esaminare i candidati liberali… il motivo ?
Fare confluire il voto dei cattolici su quegli esponenti politici che promettevano i valori affermati della dottrina cristiana e che negavano  il sostegno a leggi anticlericali ( le proposte di legge portate avanti dai movimenti femministi).
Il sistema elettorale era uninominale e maggioritario per cui il vincolo di appartenenza al partito era  un elemento molto debole. Per questo motivo Gentiloni stabilì un patto, basato su sette punti (che costituivano l’”Eptalogo”) e definiti “irrinunciabili” per ottenere il sostegno e consenso degli elettori cattolici, tra UECI e liberali. Un patto solo formale, non venne mai sottoscritto tra le parti ma era sottoscritto da ogni candidato.
I sette punti:
1.     Difesa delle istituzioni statutarie e delle garanzie date dagli ordinamenti costituzionali alle libertà di coscienza e di associazione, e quindi opposizione anche ad ogni proposta di legge in odio alle congregazioni religiose e che comunque tenda a turbare la pace religiosa della Nazione;
2.     Svolgimento della legislazione scolastica secondo il criterio che, col maggiore incremento alla scuola pubblica, non siano fatte condizioni che intralcino o screditino l'opera dell'insegnamento privato, fattore importante di diffusione e di elevazione della cultura nazionale;
3.     Sottrarre ad ogni incertezza ed arbitrio e munire di forme giuridiche sincere e di garanzie pratiche, efficaci, il diritto dei padri di famiglia di avere pei propri figli una seria istruzione religiosa nelle scuole comunali;
4.     Resistere ad ogni tentativo di indebolire l'unità della famiglia e quindi assoluta opposizione al divorzio;
5.     Riconoscere gli effetti della rappresentanza nei Consigli dello Stato, diritto di parità alle organizzazioni economiche o sociali indipendentemente dai principii sociali o religiosi ai quali esse si ispirino;
6.     Riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari e degli istituti giuridici di giustizia nei rapporti sociali;
7.     Appoggiare una politica che tenda a conservare e rinvigorire le forze economiche e morali del paese, volgendole a un progressivo incremento dell'influenza italiana nello sviluppo della civiltà internazionale.
Nei punti non appare il termine donne ma si fa allusione alle loro giuste rivendicazioni che, secondo il patto, dovranno essere emarginate non accolte perché tendono a minare la società cristiana cattolica… è espressa ancora il concetto patriarcale della società.
Il patto fu aspramente criticato da alcuni liberali per “aver ceduto ai cattolici”  e lo stesso Giolitti ne negò l’esistenza.  Anche gli stessi cattolici non erano d’accordo sul patto. Primo fra tutti Don Luigi Sturzo che da tanto tempo si batteva per la creazione di un partito cattolico aperto alle innovazioni sociali. La Chiesa non stava dietro le quinte e approvò… in silenzio,,, il patto tanto che Pio X  tolse il “non expedit” di Pio IX in 330 collegi su 508.
I risultati elettorali del 1913 furono un successo per il Patto: i liberali ottennero il 47% dei voti e su 508 seggi ne conquistarono 270.  Di questi ben 228 avevano sottoscritto il Patto prima delle elezioni. I deputati Socialisti videro salire a 52 il numero dei propri eletti; il Partito Socialista Riformista Italiano ebbe 19 eletti; i Radicali (tra cui Don Romolo Murri) 62; l’Unione Elettorale Cattolica con 20 eletti e i Cattolici Conservatore, che non erano aderenti al Partito Liberale, con 9 eletti.
L’approvazione della legge elettorale di Giolitti fu un durissimo colpo per la Kuliscioff e forse per tutto il movimento femminista.  La nascita di un movimento antisocialista e nazionalista che si manifestava spesso con atteggiamenti violenti, scoraggia e spaventa la Kuliscioff . capisce che quel movimento porterà la catastrofe… una previsione che fu confermata dalla storia. (Anna Kuliscioff, il cui vero nome era Anja Rosenstein, nata in Crimea, il 9 gennaio tra il 1853 e il 1857,  morirà il 29 dicembre 1925. Al suo funerale una folla immensa.. ma ci sarà tanta violenza. Squadre di fascisti si scagliarono contro le carrozze e strapparono trappi, bandiere e corone…. A Milano in suo ricordo una importante Fondazione.. Fondazione Anna Kuliscioff).
I funerali di Anna Kuliscioff

Attilio Rossi - Un Garofano - Omaggio ad Anna Kuliscioff
La legge elettorale del 1912 fu sostituita da una nuova legge nel 1919 che fu adottata dal Regno d’Italia nelle elezioni del 1919 e del 1921. Una legge che in realtà comprendeva due leggi:
-          La Legge n. 1985 del 16 dicembre 1918, approvata dal governo Orlando  che “concedeva il voto a tutti gli ex combattenti anche minorenni”. (era la solenne promessa del Governo Italiano in caso di vittoria dopo la disfatta di Caporetto);
-          La Legge n. 1401 del 15 agosto 1919 approvata dal Governo Nitti su forti pressioni del Partito Polare e del Partito Socialista che volevano passare al sistema proporzionale.
Rispetto alla legge di Giolitti del 1912 estendeva il diritto di voto a tutti i “cittadini maschi che avessero compiuto i 21 anni o prestato servizio militare”. (Veniva introdotto anche il sistema proporzionale)

(In parole povere si aveva il “suffragio Universale”…. Maschile dei cittadini maggiorenni (che avessero compiuto i 21 anni)… che fossero in grado di leggere e scrivere o che avessero preso parte al servizio militare… inoltre a partire dal trentesimo compleanno potevano votare anche gli analfabeti….) 
Delle donne nessun cenno… i movimenti per il diritto al voto si moltiplicarono ma lo scoppio della prima guerra mondiale agì come una spugna su una lavagna…. Cancellò tutti i teoremi e  rimase vuota…cadde il silenzio sulla protesta e sulle varie iniziative.

Nella Grande Guerra risaltarono le figure di grandi donne… donne che sostituirono gli uomini che erano al fronte e che entrarono nel tessuto sociale anche in quei lavori che erano da sempre di pertinenza degli uomini o del genere maschile.
( Ho trovato un articolo sulle Donne nella Grande Guerra dei prof. Sergio Chiti e Francio Gianola che mi ha impressionato perché scritto con il cuore. Attraverso le loro frasi sono passate nella mia mente le immagini di donne..  di grandi donne che hanno lottato  per superare le immense difficolta che inevitabilmente la guerra scatena.. ho deciso di copiarlo integralmente perché anche cambiando qualcosa si modificherebbe il suo alto valore comunicativo).
Scoppia la guerra e nelle case rimangono le madri, i figli, i vecchi. La propaganda bellica interventista incita le “truppe femminili” a combattere ma si arriva al ridicolo come in un arringa della militante futurista Valentina de Saint Point “"Si lasci daccanto il femminismo. Il femminismo è un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto riconoscerà. Non bisogna dare alle donne nessuno dei diritti reclamati dal femminismo... La donna deve abbandonarsi all'istinto, stimolare gli uomini alla guerra, alla lotta violenta col gusto sadico della crudeltà, per farsi stuprare dai vincitori e procreare così degli eroi. All'umanità voi dovete degli eroi. Dateglieli!".
Le donne dell’Alta borghesia sono favorevoli, in massima parte, alla guerra per interessi economici, commerciali con l’apertura di nuovi mercati. I loro mariti non vanno alla guerra perché sono tecnici, dirigenti industriali, “padroni delle ferriere”, latifondisti, nobili con grandi interessi politici e quindi necessari al fronte interno. Nelle adunate militari si presentano eleganti, infiocchettati
spiccano ovunque ci sia qualche adunata di militari (come la partenza di una delle lunghe e tristi tradotte dirette verso "la fronte" del Piave) infagottati nelle divise grigioverdi appena uscite dai magazzini. "...sono molte le patriote che circolano con una cassettina tricolore al collo o in mano, ricordano Giuliana Dal Pozzo ed Enzo Rava ne "Le donne nella storia d'Italia", Teti editore) a fare la questua per i regali da mandare ai soldati, segnando con un nastrino sul bavero chi ha versato. Organizzano anche spettacoli di beneficenza, fiere, lotterie e pesche reali vendendo un bacio, sempre patriottico, a cento lire. I giornali incitano le ragazze che non hanno fidanzato a scegliersi un figlioccio e a fargli da madrina di guerra, sicchè la corrispondenza fra le retrovie e il fronte diventa molto intensa; in realtà la maggior parte delle italiane non sa scrivere e deve ricorrere a qualche amica, al parroco o a uno scrivano pubblico".
I giornali dell’epoca sono in mano a grossi esponenti industriali e finanziari (Corriere della Sera, Il Giornale d’Italia, Il Resto del Carlino) e diffondono le idee interventiste anche fra le donne dei ceti inferiori. Ceti inferiori…. costituiti da donne casalinghe, mogli di operai, contadine, mondine.. ma avvenne qualcosa di incredibile come quello che capita oggi a un cittadino normale che si sente tradito dal suo paese.. perseguitato…
Non si sviluppò in queste belle figure di donne il “gusto della guerra”.. perché ?
Sono donne normali semplici equilibrate e rese forti dalla continua lotta quotidiana per sopravvivere   (“provate voi a lavorar/ e troverete la differenza/ di lavorar e di comandar").
Sanno che la guerra non è, come dicono i futuristi in preda alla loro isteria di gruppo, "la grande festa della giovinezza, della virilità, dell'energia fisica, il bagno di sangue che rigenera la stirpe", ma soltanto un orrido macello che si lascia dietro fosse comuni o geometrici boschi di croci, mutilati abbandonati alla carità e alla pietà pubblica, orfani, vedove, miseria che si assomma alla precedente. Le donne del popolo rifiutano la guerra e lo dicono da sempre, o lo ridicono ora con i loro vecchi canti di protesta, come quello, proveniente dall'Appennino tosco romagnolo, datato 1905; "Vittorio che comandi il re dei regni/ oh quanta gente mandi a macellar!/ Se vuoi soldati fatteli di legno/ ma quel biondino lasciamelo star".
La paura della guerra esce anche da un altro canto toscano, pressappoco della stessa epoca: "E anche al mi' marito tocca andar/ a fa' barriera contro l'invasore/ ma se va a fa' la guerra e po' ci more/ rimango sola con quattro creature".
Ma queste donne pur nella loro consapevolezza di essere dimenticate.. di essere costrette a lottare per sopravvivere e portare avanti la famiglia, di non avere diritti, comprendono nella loro sensibilità  di essere custodi della sicurezza e della sopravvivenza del paese che non li ama e cercano con grande impegno di risolvere sul fronte interno i problemi che la guerra inevitabilmente scatena.
Il trasferimento al fronte di migliaia e migliaia di uomini crea problemi nelle fabbriche, nei servizi che rallentano la vita del pese.
La macchina produttiva del paese non si ferma perché reggimenti di donne lasciano la propria casa per attimi.. per ore e vanno nei campi ad arare, seminare, raccogliere; nelle fabbriche a manovrare i marchingegni creati dalla tecnica moderna; migliaia e migliaia di donne prendono il posto dei campanari, dei tassisti, dei medici, dei cancellieri di tribunale, dei telegrafisti, dei cantonieri, dei maestri e degli infermieri.




Qualche dato su questo fenomeno che cambia profondamente la "dimensione donna":
l'indice della manodopera femminile presente nei campi sale a 6 milioni di unità (e questo
dimostra perchè la produzione agricola del periodo 1915-1918 non è mai scesa al di sotto
del 90 per cento del totale prebellico); per effetto delle massicce commesse militari che
impegnano anche l'industria tessile, la percentuale delle operaie aumenta del 60 per cento;
negli uffici su 100 impiegati 50 sono donne; le 651.000 donne che già nell'aprile del 1916
lavoravano nel settore dell'industria aumentano, nell'ottobre dello stesso anno, a 972.000,
nel gennaio del 1917 salgono a 1.072.000 e superano largamente il 1.240.000 tre mesi
dopo; nel delicatissimo settore della produzione bellica la presenza femminile passa da
23.000 unità iniziali alle 200.000.
I codini di vario tipo, i moralisti e sessuofobi di questa o quella confessione, i ginecofobi,
assistono a questa "rivoluzione" con profondo orrore. La donna-spazzino va anche bene, per costoro, perchè il ramazzare è un'incombenza "congeniale alla femmina", ma la donna postino,
la donna-tramviere... "santiddio, la prima, dato che le 'donne sono curiose, ti legge la posta, la seconda ti porta a sicura morte e se fa il bigliettaio è certamente una donna di facili costumi che sparge il microbo della lussuria fra i passeggeri timorati".
Tuttavia la gente timorata non si scandalizza di fronte alle notizie, confermate dai militari in
licenza, dalle quali si apprende che vengono avviati al fronte anche numerosi plotoni di prostitute incaricate di tener alto il morale dei combattenti.
La donna, angelo del focolare,  deve nello stesso tempo assumersi tutte le responsabilità del paterfamilias, oltre quella di accudire ai figli e alla casa, il che vuol dire fare tutto quello che è necessario alla sopravvivenza della sua piccola collettività. La moglie del soldato si trova quindi in una posizione socialmente conflittuale: il sussidio che passa lo Stato non è sufficiente per mangiare, coprirsi, pagare l'affitto, mandare a scuola i bambini e di conseguenza deve lavorare fuori casa, ma
lavorare in fabbrica, in campagna o in ufficio significa non riuscire a coprire il ruolo di angelo del focolare.


Donne impacchettano i viveri per il fronte



Per far fronte a queste due responsabilità la maggioranza delle donne italiane impegnate
sul fronte produttivo si sottopongono a sacrifici che, a parte il rischio della vita, non sono
minori di quelli dei soldati. D'altronde il momento non lascia altre soluzioni. Sussidi e
salari aumentano con grande lentezza rispetto al lievitare del costo della vita. Le casalinghe che hanno la possibilità di evitare il lavoro esterno riescono a scoprire sempre nuovi sistemi per mettere qualcosa in tavola che non incida troppo sul bilancio familiare, dalle erbe che si trovano nei prati alle bucce di piselli cotte in modo da renderle "appetitosi". Ma le operaie che fanno otto-dieci ore di fabbrica, o le contadine o le impiegate, hanno i minuti contati e non possono certamente andare a caccia di viveri. Cominciano così le prime grandi proteste. Più che giustificate se si considera che nel corso della guerra il potere d'acquisto dei salari va dimezzandosi, che casalinghe c operaie si trovano a pagare, nel 1917, 40 lire un chilo di lana che nel '14 si pagava 10 lire, mentre è
quadruplicato il prezzo della carne e quintuplicato quello dei fagioli secchi. Si vedono così i grandi scioperi femminili, gli scioperi di quelle masse proletarie femminili che Filippo Turati affermava avere "coscienza politica e di classe ancora così pigra".
Nell'agosto del 1915 le donne fermano le macchine e incrociano le braccia nelle fabbriche tessili dell'alto Milanese, nel novembre successivo succede la stessa cosa nel Novarese.
Numerose le astensioni dal lavoro delle risaiole e delle operaie delle manifatture tabacchi.
Gli anni di questa guerra che il popolo italiano non ha voluto, come la storia ha definitivamente dimostrato, portano alla ribalta le donne non soltanto per la capacità di dare forza-lavoro ma anche per la dimostrazione di coscienza critica, di capacità di reazione contro uno Stato incapace di dare giustizia sociale, di proteggere imparzialmente gli interessi di tutte le categorie di cittadini.
Le donne che si riversano sotto le finestre dei Municipi a reclamare gli aumenti dei miseri sussidi, che dovrebbero sostituire il salario guadagnato dal marito prima di essere richiamato alle armi, sono le stesse che fanno affollati e aggressivi cortei lungo le strade delle città italiane per protestare contro gli incredibili aumenti dei prezzi, sono le stesse che impongono agli operai delle fabbriche militarizzate di uscire dai reparti per sabotare un lavoro nel quale esse identificava la causa della continuazione del conflitto; sono le contadine, le operaie, le impiegate, quelle donne che si trovano addosso la doppia responsabilità di far sopravvivere la famiglia e di assicurare al Paese rifornimenti
alimentari, prodotti industriali, civili e militari di tutti i generi, e tutti quei servizi indispensabili al funzionamento della macchina nazionale.

le donne trasportano al fronte le munizioni

MARIA PLOZNER MENTIL
è una portarice.. fu ccisa durante un trasporto

Sono anni durissimi che le donne italiane superano con una forza morale e una coscienza civile di dimensione tale da poter essere definita eroica senza timore di fare dell'enfasi. Di questo eroismo silenzioso, privo di spettacolarità ma che ha contribuito alla vittoria e alla maturazione civile del Paese, la letteratura postbellica (che ha creato fiumi di retorica,  creato eroi dal nulla, ha glorificato, giustamente, senza dubbio, le crocerossine di guerra) ha raccontato molto poco ed ha lasciato nella storia un "buco nero" che può essere spiegato soltanto andando a frugare nelle inconsce paure dello scrittore maschio dell'epoca, ancora impastoiato dai tabù della società patriarcale.
Ma, a dispetto della letteratura e del codice civile, alla fine della guerra qualcosa è cambiato nella cultura contadina della vecchia Italia, nell'arcaico costume si vede qualche scucitura. Se dopo la grande battaglia molte donne hanno ripreso il ruolo di gregario senza diritti, molte si sono rese conto che "donna è uguale a uomo" dal momento che hanno dimostrato di essere capaci di amministrare e di garantire la vita della famiglia da sole, di guidare tanto un tram quanto una grande protesta popolare. Da questo momento, da questa presa di coscienza, inizia, sia pur con grande lentezza e non senza dure reazioni, la decadenza della società patriarcale italiana. Ne prende atto Vittorio Emanuele Orlando, liberale, conservatore non sospetto di simpatie "femministe". Nella riunione del consiglio dei ministri del quale è presidente, il 2 aprile 1918 sostiene che, almeno in linea di principio, bisogna riconoscere alle donne il diritto di partecipare alle elezioni.
"Per quanto riguarda il voto - egli dice - ero contrario nel mio libro giovanile, ora sono venuto mutando opinione... Non tanto è mutata opinione, quanto sono mutati i tempi... La donna di tipo patriarcale, figura incapsulata nella famiglia, non aveva bisogno del voto elettorale; il suo voto, se madre, si confondeva con quello del figlio; se figlia con quello del padre; se moglie con quello del marito, Ma ora che, sotto la pressione di una evoluzione sociale sempre più incalzante, abbiamo il fenomeno sociale del lavoro femminile, ora che alle falangi dei lavoratori si aggiungono falangi di lavoratrici, ora dico di aver cambiato opinione".
Qualche anno dopo le parole di Orlando saranno soltanto un ricordo di pochi democratici irriducibili. Una volta al potere Mussolini, duce del fascismo, deciderà di assegnare alla donna il ruolo di "fabbricante" dei legionari che dovranno costruire il "nuovo impero romano". Il processo evolutivo della società femminile entrerà in una fase di stallo. Ma la fiamma accesa dalla Grande Guerra non è spenta. La vittoria arriverà. Ci vorrà un'altra Grande Guerra mondiale, la seconda, che farà cadere il fascismo. Poi, nel 1948, gli italiani avranno una Costituzione democratica. E le donne avranno diritto di voto.

Nel 1919 Don Luigi Sturzo inserì nel programma del suo partito, Partito Popolare, la richiesta dell’estensione del diritto di voto alle donne. Questo suscitò un gran clamore perché si schierò contro i clericali e contro Papa Pio X che nel 1905 aveva affermato  “non elettrici, non deputatesse, perché è ancora troppa la confusione che fanno gli uomini in Parlamento. La donna non deve votare ma votarsi ad un'alta idealità di bene umano […]. Dio ci guardi dal femminismo politico.”

Manifesto del programma di San Sepolcro
nel quale figura il suffragio femminile

Le donne avevano aiutato gli uomini durante la Grande Guerra e il Governo si sentiva obbligato nei loro confronti .. mostrò solo un fievole senso di gratitudine… il 9 marzo 1919 promulgò la legge Sacchi.. un piccolo dolce rimedio per addolcire il tutto .. ma era poca cosa… la legge eliminava la predominanza dell’uomo nella famiglia  e il diritto al voto ? Venne approvato un ordine del giorno  “Sichel” che prevedeva l’ammissione delle donne al voto, sia politico che amministrativo,  dietro presentazione di un disegno di legge.
Le solite promesse parlamentari a cui siamo abituati… Il disegno di legge venne letto in aula nell’estate del 1919,, fu approvato e divenne legge nel settembre dello stesso anno.. Le donne avevano raggiunto finalmente il diritto al voto .. ma non  era così.. Perché ?   La legge non arrivò mai in Senato a causa della chiusura anticipata della legislatura dovuta alla questione di Fiume. Tutte le leggi in attesa di approvazione decadevano.
La battaglia era ancora lunga..
Mussolini sembrava intenzionato a concedere il diritto di voto alle donne .. cominciando dal campo amministrativo. Ma non si fece nulla..
Con la Seconda guerra mondiale le donne ancora una volta rimpiazzarono gli uomini. Questa volta i fatti storici implicarono il loro coinvolgimento nella Resistenza. Il Partito Comunista nel novembre 1943 fondò a Milano i Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Volontari della Libertà. Un organizzazione costituita solo da donne che non solo manifestavano contro la guerra ma assistevano le famiglie in difficoltà, supportavano i partigiani nelle loro azioni. Gruppi di Difesa che vennero riconosciuti nel luglio 1944 dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e nello stesso anno il giornale “Noi Donne” diede vita a pubblicazioni ufficiali.



" Noi Donne" - Anteprima

Nel mese di agosto dello stesso anno Palmiro Togliatti e Alcide De Gasperi si dimostrarono favorevoli all’stensione del voto alle donne. Fu così che prese forma il decreto De Gasperi-Togliatti, chiamato Bonomi, Presidente del consiglio dei Ministri del Regno d’Italia e Ministro dell’Interno (In carica dal giugno 44 al giugno 45).
Nel mese di settembre del 1944, sempre per iniziativa del Partito comunista, a Roma venne fondata  “ l’Unione Donne Italiane”  nella quale vennero inseriti i Gruppi di Difesa della Donna.
L'UDI era  animata da ideali di sinistra e  per questo motivo Maria Rimoldi,  presidentessa delle donne cattoliche, decise di dar vita a una nuova organizzazione di ispirazione cristiana: nasceva il “Centro Italiano Femminile” (CIF).
Nell'ottobre 1944 la Commissione per il voto alle donne dell'UDI e altre associazioni presentarono al governo Bonomi un documento nel quale esprimevano l'inevitabilità di concedere il suffragio universale e verso la fine del mese sorse il “Comitato Pro Voto”. Gli obiettivi del “Comitato” erano due:
-          Acquisire il diritto di voto per le donne;
-          Avere la possibilità di ottenere cariche importanti nelle amministrazioni pubbliche e negli enti morali.
Nel mese di novembre del 1944 l’UDI, il CIF e altre organizzazioni commissionarono a Laura Lombardo Radice la scrittura di un opuscolo intitolato “Le donne italiane hanno diritto al voto”.

Laura Lombardo Radice


Successivamente le rappresentanti del Comitato Pro Voto consegnarono una petizione al Governo di Liberazione Nazionale nella quale chiedevano che il diritto di votare e di essere elette venisse esteso alle donne per le successive elezioni amministrative.
Il 20 gennaio 1945 Togliatti scrisse una lettera a De Gasperi nella quale affermava che fosse necessario porre la questione del voto alle donne nell'imminente consiglio dei ministri. A tale lettera De Gasperi rispose: “ho fatto più rapidamente ancora di quanto mi chiedi. Ho telefonato a Bonomi, preannunciandogli che lunedì sera o martedì mattina tu e io faremo un passo presso di lui per pregarlo di presentare nella prossima seduta un progetto per l'inclusione del voto femminile nelle liste delle prossime elezioni amministrative. Facesse intanto preparare il testo del decreto. Mi ha risposto affermativamente.”.
Il 30 gennaio 1945 nella riunione del consiglio dei ministri, come ultimo argomento, ci fu un acceso dibattito sul voto alle donne. La questione fu esaminata con poca attenzione ma la maggioranza dei partiti (a esclusione di liberali, azionisti e repubblicani) si dimostrò favorevole all'estensione. L’1 febbraio 1945 venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni. Le uniche donne ad essere escluse erano citate nell'articolo 354 del regolamento per l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza: si trattava delle prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Il 21 ottobre 1945 
papa Pio XII, in presenza delle presidenti del CIF, si dimostrò favorevole al suffragio femminile affermando: “ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”. Con queste parole Pio XII, adeguatosi ai tempi, aveva interrotto la tradizione clericale in merito alla questione.
Il decreto Bonomi tuttavia non faceva menzione dell'elettorato passivo: cioè della possibilità, per le donne, di essere votate. L'11 febbraio 1945 l'UDI compose un telegramma per Bonomi nel quale si richiedeva di sancire anche l'eleggibilità delle donne. Dovette trascorrere poco più di un anno prima che esse venissero accontentate e potessero godere dell'eleggibilità che veniva conferita alle italiane di almeno 25 anni dal decreto n. 74 datato 10 marzo 1946: da questa data in poi le donne potevano considerarsi cittadine con pieni diritti.
Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche (svolte assieme al 
Referendum istituzionale monarchia-repubblica) si tennero il 2 giugno 1946. La prima occasione di voto per le donne italiane non fu quindi il “referendum” per “scegliere” tra monarchia e repubblica ma le elezioni amministrative. Il risultati furono sorprendenti. L’affluenza alle urne, solo per le donne, raggiunse l’89% e circa 2000 candidate vennero elette nei consigli comunali

La legge che consentiva elettorato attivo e passivo alle donne diede immediatamente i suoi frutti, infatti, già alle prime amministrative vi furono donne elette nelle amministrazioni locali, come Gigliola Valandro (Democrazia Cristiana) e Vittoria Marzolo Scimeni (DC) a Padova o Jolanda Baldassari (Democrazia Cristiana) e Liliana Vasumini Flamigni (Partito Comunista Italiano) a Forlì.

Nello stesso anno furono anche elette le prime due donne sindaco: Ada Natali (Massa Fermana) e Ninetta Bartoli (Borutta – Sassari)), Margherita Sanna (Orune - Nuoro), Caterina Tufarelli   Palumbo Pisani (San Sosti, prov. di Cosenza), Lydia Toraldo (Serra di tropea – Vibo Valentia), Elsa Damiani Prampolini (Spello – Perugia), Elena Tosetti (Fanano – Modena); Anna Montiroli (Roccantica- Rieti),  Alda Arisi (Borgosatollo- Brescia), Ottavia Fontana (Veronella – Verona) .
Alcuni testi citano solo la Bartolie la Natali come elette. La motivazione è legata al particolare svolgimento delle elezioni amministrative nella primavera del 1946. Elezioni che si tennero nei giorni 10,17, 24 e 31 marzo e il 7 aprile.
La Bartoli fu eletta il  10 marzo avendo ottenuto l’89% delle preferenze mentre per le altre candidate il riconoscimento a sindaco avvenne nei seguenti giorni: Caterina Tufarelli Palumbo Pisani il 24 marzo; Ada Natali il 31 marzo e Margherita Sanna il 7 aprile.
Anche questa pagina di storia è dimenticata.  Donne a cui fu data la possibilità di esprimere le loro capacità nell’ambito della politica locale. La loro risposta fu autorevole, determinata, di grandissimo impegno.
Ninetta Bartoli rimase in carica per 12 anni, Margerira Sanna per tre legislature, Ada Natali per 13 anni. 
Merita di essere ricordata una frase di Filomena Delli Castelli, una delle donne elette alla Costituente: «Eravamo consapevoli che il voto alle donne costituiva una tappa fondamentale della grande rivoluzione italiana del dopoguerra. Avevamo finalmente potuto votare e far eleggere le donne. E non saremmo più state considerate solo casalinghe o lavoratrici senza voce, ma fautrici a pieno titolo della nuova politica italiana».

Una prova di amore civico senza pari, nella complicata situazione politica e sociale del secondo dopoguerra italiano. E una lezione di quella generosità e dedizione che, molto spesso, solo il genere femminile sa dare e che merita di non essere dimenticata.

Alle elezioni del 2 giugno 1946 per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente, le donne elette risulteranno 21; cinque di esse (Maria FedericiAngela GotelliNilde JottiTeresa NoceLina Merlin), faranno parte della Commissione per la Costituzione incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana. A conclusione di un travaglio durato oltre un secolo, la Costituzione italiana del 1948 garantirà alle donne pari diritti e pari dignità sociale in ogni campo (articolo tre).
In quel clima di soddisfazione la mimosa venne associata per la prima volta ai festeggiamenti della Giornata internazionale della donna per merito di Teresa MatteiTeresa NoceRita Montagnana, moglie di Palmiro Togliatti.
In data 2 giugno 1946 il Corriere della Sera pubblicò un articolo intitolato "Senza rossetto nella cabina elettorale" con il quale invitava le donne a presentarsi presso il seggio senza rossetto alle labbra. La motivazione è così spiegata: "Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell'umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po' di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio.".

Guardando all’estero il primo Paese in cui le Donne ottennero il diritto di voto fu l’Australia nel 1902.
In Europa: Finlandia e Norvegia nel 1906 -1907);;seguite tra il 1915 e il 1922 da altri 17 paesi nel mondo, tra cui gli Stati Uniti. Nel 1931 fu la volta del Portogallo e della Spagna. In Francia il suffragio femminile fu introdotto nel 1944, in Italia un anno dopo, in Grecia nel 1952, in Svizzera solo nel 1971. Nel campo dell’istruzione il processo di parificazione fu ancora più lento e faticoso. In Francia la parità dell’istruzione secondaria femminile e maschile fu sancita nel 1924. In Inghilterra le università si aprirono alle donne verso la metà dell’Ottocento, ma le facoltà di medicina e di giurisprudenza le esclusero ancora per lungo tempo; anche quando le donne riuscirono a ottenere l’ingresso nelle università, non furono ammesse agli albi professionali. In Italia la professione di giudice è stata accessibile alle donne solo dal 1963.


La mia ricerca storica è stata solo un  viaggio nella storia dei movimenti femministi cercando soprattutto di fare risaltare le immagini di donne che hanno lottato con grande animo per cercare di combattere le discriminazioni di genere e  il diritto al voto è stata una delle tappe fondamentali per gettare le basi dell’emancipazione femminile.
Sono passati tanti anni da quel fatidico 1945.. si sono raggiunti dei traguardi importanti ma c’e ancora tanto da fare, di proposte da portare avanti, di situazioni drammatiche sia in Italia che nel mondo da combattere in cui la donna è vittima.
Le donne ancora oggi sono spesso discriminate nei posti di lavoro soprattutto in merito ai salari. I salari maschili, a parità di qualifica e mansione, sono più alti rispetto a quelli femminili. E spesso fare carriera per una donna può essere più difficile rispetto all’uomo.

È stato introdotto il termine “femminicidio” per mettere in evidenza la diffusione di un grave problema sociale legato ad un fenomeno criminale che interessa fasce sociali e culturali diverse.


È una vera emergenza: ogni due giorni una donna viene uccisa dal compagno. Sono numeri allarmanti. Nonostante la legge del 2013 nel 2017, non so se i dati siano esatti, sono state 120 le vittime per opera del marito, del fidanzato,, convivente o ex compagno….ecc.  I dati Istat e del Ministero della Giustizia dichiarano che circa 7 milioni di donne hanno subito qualche forma di violenza nel corso della loro vita… sono cifre da massacro… e spesso i centro antiviolenza chiudono perché mancano i fondi…
Dalle violenze femminili allo stalking, dallo stupro all’insulto verbale, la vita femminile è costellata di continue minacce che tendono a cancellare la sua sfera intima e personale al punto di offuscare la sua identità.  Non è solo un problema da affrontare giuridicamente ma anche culturale ed educativo. Molti aspetti influenzano la vita di coppia tra cui quello economico a cui lo Stato dà poca importanza.
A ottobre 2013 il Senato ha approvato il decreto legge contro il femminicidio. La normativa rientra nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. L'elemento di novità è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione.

La legge approvata si basa soprattutto sull’inasprimento delle pene e delle misure cautelari. È stato introdotto l’arresto in flagranza obbligatorio per i reati di maltrattamenti in famiglia e stalking. La polizia giudiziaria potrà disporre l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinarsi ai luoghi frequentati dalla persona offesa.
Gli aggressori allontanati dall'abitazione familiare potranno essere controllati attraverso un braccialetto elettronico e in caso di stalking potranno essere disposte intercettazioni telefoniche.
Il nuovo testo prevede l’inasprimento delle pene quando la violenza è commessa contro una persona con cui si ha una relazione, e non soltanto se si convive o si ha un vincolo (recesso o meno) di matrimonio. Le aggravanti sono previste anche quando i maltrattamenti avvengono in presenza di minori e contro le donne incinte.
C’è un altro aspetto preoccupante legato ai centri antiviolenza che stanno piano piano chiudendo per mancanza di fondi. Sono decine le associazioni in difficoltà dopo il taglio sociale voluto dal governo Gentiloni lo scorso marzo. Eppure la legge del 2013 sul femminicidio aveva previsto l’erogazione di 10 milioni all’anno per i centri antiviolenzaLa prima parte di quel denaro, arrivato già in ritardo di mesi, una volta nelle casse delle Regioni pare sparito. Non vi è traccia e sicuramente non è stato usato per supportare i centri antiviolenza a cui in realtà erano destinati.

Quali sono le priorità per smorzare la violenza di genere?
 I centri antiviolenza vanno fortemente sostenuti, sono fondamentali perché intercettano le donne nel momento più difficile. Ma occorre investire anche nelle strutture sanitarie, nelle forze dell'ordine, nell'educazione scolastica, nel lavoro ad ampio spettro culturale nell'ottica dell'integrazione, come ci dice la Convenzione di Istanbul. Bisogna essere coscienti del fenomeno, senza cadere nell'errore di sminuirlo. Non abbiamo bisogno di un bilancino per stabilire se siamo di fronte a un problema gravissimo: un Paese democratico non può tollerare che dieci milioni di cittadine siano vittima di violenza, sia essa psicologica, fisica e sessuale. Soprattutto, se consideriamo che un quinto di quelle italiane dice di avere avuto addirittura paura per la propria vita.
Con il termine genocidio di genere s’indica anche un aspetto crudele e piuttosto diffuso nel mondo di sopprimere i feti femminili o, ancora peggio, le bambine già nate, per far spazio ai figli maschi che, una volta cresciuti, possono portare reddito alle famiglie. Il tutto ha radici, ovviamente, nelle terribili catene che impongono alle donne ruoli subalterni che le rendono una sorta di "proprietà" del maschio, la proibizione di lavorare fuori dalla famiglia, l'obbligo di versare ai futuri mariti somme in denaro (la "dote"), che va a gravare sulle famiglie di origine. Storicamente diffusa nei paesi asiatici, con l'immigrazione questa orribile pratica viene importata e inizia ora a diffondersi anche nei paesi occidentali, e con l'avvento dell'ecografia è diventata addirittura di massa. Ogni anno vengono assassinate 2 milioni di bambine, con il risultato che le popolazioni di paesi come la Cina, o l'India, si trovano oggi a fare i conti con la carenza di donne; intanto la violenza cresce in modo direttamente proporzionale a quanto si riduce la componente femminile della popolazione.


Nota : I sette rimedi della “Pascendi Dominici gregis”   emanata da Pio IX contro il modernismo e le sue idee
1        La prima cosa adunque, per ciò che spetta agli studi, vogliamo e decisamente ordiniamo che a fondamento degli studi sacri si ponga la filosofia scolastica. Bene inteso che, "se dai Dottori scolastici furono agitate questioni troppo sottili o fu alcun che trattato con poca considerazione; se fu detta cosa che mal si affaccia con dottrine accertate dei secoli seguenti, ovvero in qualsivoglia modo non ammissibile; non è nostra intenzione che tutto ciò debba servir d'esempio da imitare anche ai di nostri" (Leone XIII, Enc. Æterni Patris).Ciò che conta anzi tutto è che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso di Aquino: intorno alla quale tutto ciò che il Nostro Predecessore stabilì, intendiamo che rimanga in pieno vigore, e se è bisogno, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che sia da tutti osservato. Se nei Seminari si sia ciò trascurato, toccherà ai Vescovi insistere ed esigere che in avvenire si osservi. Lo stesso comandiamo ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi, che il discostarsi dall'Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno
2        A questi ordinamenti tanto Nostri che del Nostro Antecessore fa mestieri volgere l'attenzione ognora che si tratti di scegliere i moderatori e maestri così dei Seminari come delle Università cattoliche. Chiunque in alcun modo sia infetto di modernismo, senza riguardi di sorta si tenga lontano dall'ufficio cosi di reggere e cosi d'insegnare: se già si trovi con tale incarico, ne sia rimosso. 
3        È parimente officio dei Vescovi impedire che gli scritti infetti di modernismo o ad esso favorevoli si leggano se sono già pubblicati, o, se non sono, proibire che si pubblichino. Qualsivoglia libro o giornale o periodico di tal genere non si dovrà mai permettere o agli alunni dei Seminari o agli uditori delle Università cattoliche: il danno che ne proverrebbe non sarebbe minore di quello delle letture immorali; sarebbe anzi peggiore, perché ne andrebbe viziata la radice stessa del vivere cristiano.
4        Ma non basta impedire la lettura o la vendita dei libri cattivi; fa d'uopo impedirne altresì la stampa. Quindi i Vescovi non concedano la facoltà di stampa se non con la massima severità. E poiché è grande il numero delle pubblicazioni, che, a seconda della Costituzione "Officiorum", esigono l'autorizzazione dell'Ordinario, in talune diocesi si sogliono determinare in numero conveniente censori di officio per l'esame degli scritti.
5        Ricordammo già sopra i congressi e i pubblici convegni come quelli nei quali i modernisti si adoprano di propalare e propagare le loro opinioni. I Vescovi non permetteranno più in avvenire, se non in casi rarissimi, i congressi di sacerdoti. Se avverrà che li permettano, lo faranno solo a questa condizione: che non vi si trattino cose di pertinenza dei Vescovi o della Sede Apostolica, non vi si facciano proposte o postulati che implichino usurpazione della sacra potestà, non vi si faccia affatto menzione di quanto sa di modernismo, di presbiterianismo, di laicismo. A tali convegni, che dovranno solo permettersi volta per volta e per iscritto o in tempo opportuno, non potrà intervenire sacerdote alcuno di altra diocesi, se non porti commendatizie del proprio Vescovo. A tutti i sacerdoti poi non passi mai di mente ciò che Leone XIII raccomandava con parole gravissime (Lett. Enc. Nobilissima Gallorum 10 febbraio 1884): "Sia intangibile presso i sacerdoti l'autorità dei propri Vescovi; si persuadano che il ministero sacerdotale, se non si eserciti sotto la direzione del Vescovo, non sarà né santo, né molto utile, né rispettabile".
6         Ma che gioveranno, o Venerabili Fratelli, i Nostri comandi e le Nostre prescrizioni, se non si osservino a dovere e con fermezza? Perché questo si ottenga, Ci è parso espediente estendere a tutte le diocesi ciò che i Vescovi dell'Umbria (Atti del Congr. dei Vescovi dell'Umbria, nov. 1849, tit. II, art. 6), molti anni or sono, con savissimo consiglio stabilirono per le loro: "Ad estirpare - così essi - gli errori già diffusi e ad impedire che più oltre si diffondano o che esistano tuttavia maestri di empietà, pei quali si perpetuino i perniciosi effetti originati da tale diffusione, il sacro Congresso, seguendo gli esempi di San Carlo Borromeo, stabilisce che in ogni diocesi si istituisca un Consiglio di uomini commendevoli dei due cleri, a cui spetti il vigilare se e con quali arti i nuovi errori si dilatino o si propaghino, e farne avvertito il Vescovo perché di concorde avviso prenda rimedi con cui il male si estingua fin dal principio e non si spanda di vantaggio a rovina delle anime, e, ciò che è peggio, si afforzi e cresca". Stabiliamo adunque che un siffatto Consiglio, che si chiamerà di vigilanza, si istituisca quanto prima in tutte le diocesi. I membri di esso si sceglieranno colle stesse norme già prescritte pei Censori dei libri. Ogni due mesi, in un giorno determinato, si raccoglierà in presenza del Vescovo: le cose trattate o stabilite saranno sottoposte a legge di secreto. I doveri degli appartenenti al Consiglio saranno i seguenti: Scrutino con attenzione gl'indizi di modernismo tanto nei libri che nell'insegnamento; con prudenza, prontezza ed efficacia stabiliscano quanto è d'uopo per la incolumità del clero e della gioventù.

7        Le cose fin qui stabilite affinché non vadano in dimenticanza, vogliamo ed ordiniamo che i Vescovi di ciascuna diocesi, trascorso un anno dalla pubblicazione delle presenti Lettere, e poscia ogni triennio, con diligente e giurata esposizione riferiscano alla Sede Apostolica intorno a quanto si prescrive in esse, e sulle dottrine che corrono in mezzo al clero e soprattutto nei Seminari ed altri istituti cattolici, non eccettuati quelli che pur sono esenti dall'autorità dell'Ordinario. Lo stesso imponiamo ai Superiori generali degli Ordini religiosi a riguardo dei loro dipendenti.
















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