IL MOVIMENTO FEMMINISTA. - IL DIRITTO AL VOTO IN ITALIA
(Federazione
Internazionale delle Donne Universitarie riunite in
Congresso
a Ginevra nel 1929)
Nel XVII secolo era diffusa una tesi filosofica che
esprimeva l’inferiorità biologica femminile. Erano presenti anche intellettuali,
come L. Martinelli e M. de Gournay che esprimevano la fondamentale uguaglianza
tra i due sessi, e che le differenze “naturali” erano invece dovute al risultato
di una diversa istruzione. M. Fonte e A.
Tarabotti denunciavano inoltre la grave soggezione delle donne nei confronti
dell’uomo e della società.
L’illuminismo diede un forte impulso all’emancipazione
femminile attraverso accesi dibattiti intellettuali in cui il termine
“istruzione” trovava largo impiego nell’obiettivo di sviluppo della donna. La
lotta per la conquista dei diritti femminili che nella rivoluzione francese e
nell’illuminismo aveva avuto un forte sviluppo, venne arrestata nel 1804 dal
proclama del codice di Napoleone che considerava “la donna come proprietà dell’uomo e il suo compito primario era quello
di restare relegata in casa”.
La
rivoluzione, pur non concedendo alle donne il diritto di voto era riuscita a
migliorare la condizione femminile liberandola dall’oppressione. Con Napoleone
la situazione peggiorò perché decise di raccogliere nel suo codice tutte le
tendenze antifemministe del passato[U1] [U2] .
Nel
1792 le innovative norme giuridiche
sottraevano la donna al dispotismo del marito. Le norme per i due sessi
erano identiche: cause di divorzio per colpa, abbandono, ingiurie gravi,
adulterio. Il codice napoleonico stravolse tutto perché considerò l’adulterio
del marito giusta causa del divorzio solo se costui “aveva dato pubblico scandalo portandosi a casa l’amante”. Il marito adultero e concubino pagava solo un
ammenda mentre la donna adultera subiva una punizione consistente nella
reclusione in una casa di correzione per un periodo che andava da tre mesi a
due anni. Inoltre il codice napoleonico ammetteva la figura del delitto d’onore
compiuto dal marito. Il codice considerava la donna come affetta da una debolezza
fisica e mentale, bisognosa sempre di protezione e quindi sottomessa ad un
tutore. Il matrimonio era solo un “passaggio” dal padre al marito. La stessa
donna maggiorenne non sposata vedeva ridotti i propri diritti civili e in
alcuni casi la sua testimonianza non aveva alcuna validità legale. Nel
matrimonio la disuguaglianza dei sessi era particolarmente evidente. La
rivoluzione considerava il regime di comunione dei beni fra i coniugi come un status
naturale perché vedeva nella famiglia l’immagine di una piccola repubblica dove
i diritti di possedimenti si dividevano in maniera uguale fra i coniugi. Per il
codice napoleonico la famiglia era invece paragonata ad una monarchia: il padre
o marito era un re e la donna del tutto priva di diritti civili. Doveva seguire
il marito in qualunque residenza altrimenti sarebbe stata accusata di abbandono.
La donna manteneva sui propri beni una proprietà che era solo teorica perché
solo il marito aveva il diritto di “amministrarli”. La donna non poteva vendere
o ipotecare i propri beni e i suoi atti erano seguiti caso per caso dal marito
e nell’eventualità di disaccordo sull’educazione dei figli, il parere del
marito era sempre destinato a essere insindacabile.
Portalis, uno dei preparatori del Codice Napoleonico,
affermò in base alla diffusa idea dell’inferiorità biologica della donna
rispetto all’uomo che: “non è quindi in
una nostra ingiustizia, ma nella loro naturale vocazione, che le donne devono
cercare il principio dei più austeri doveri che sono imposti a loro maggior
beneficio e a profitto della società”,
Nella prima metà dell’800 il movimento per l’emancipazione,
che aveva visto sempre una più forte partecipazione di donne appartenenti a
tutti i ceti sociali, vide una preoccupante contrazione e finì con essere
dibattito di una élite politica e culturale.
Un
dibattito che aveva nelle idee socialiste la sua base secondo le scene
politiche europee. In Italia Bianca Milesi, che fu soprannominata “Temancipata Milesi”, dopo gli studi importanti effettuati in
Svizzera ed Austria, tornò in Italia diffondendo le nuove tecniche educative e
creò scuole popolari di mutuo insegnamento.
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Bianca Milesi (Presunto Ritratto di
Matilde Viscontini)
|
Diede vita ad una sezione femminile della carboneria per la
diffusione delle idee mazziniane ed una delle sue allieve fu Cristina
Trivulzio, principessa di Belgiojoso.
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Cristina
Trivulzio di Belgiojoso |
Assedio di Roma, siamo nel 1849, Mazzini sollecitò la
Trivulzio (ricca, colta e aristocratica) a formare un gruppo di “scostumate” popolane per organizzare il pronto soccorso e il
servizio ospedaliero per i feriti. La ricca nobildonna non si scoraggiò ed
organizzò il tutto con grandi risultati. Molte nobildonne in quel periodo
aprirono i loro salotti culturali alle idee di sviluppo delle donne che si
concretizzarono con la nascita di asili, circoli, scuole innovative. Fra le
tante Matilde Calandrini in Toscana; Emilia
Peruzzi a Roma che indusse il marito, deputato del primo parlamento
italiano, a presentare un progetto di legge a favore delle donne; Laura
Mantegazza e Clara Maffei a Milano.
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Clara Maffei |
“
Nel Piccolo appartemaneto in via Bigli, dove la contessa Maffei riceveva ogni
sera, vecchi patrioti, uomini di studio e di bella fama, ma vi intervenivano
anche signore del mondo elegante, artisti, giovani che vedremo poi nel 1859 varcare il Ticino e
arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della contessa si discorreva
piacevolmente di cose serie e di cose
liete, si discorreva di politica, di letteratura, d’arte, e dei fatterelli
cittadini, si scherzava e si rideva, ma l’intonazione era
sempre altamente patriottica. La contessa Maffei, di natura indulgente e mite,
diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione il governo
straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi amici prendessero
parte, in quell’inverno del 1858, alla lotta contro l’arciduca Massimiliano
d’Asburgo che ferveva nella società milanese…”.
Tra gli ospiti di casa Maffei c’era Giuseppe Verdi che
esprimeva i suoi pensieri alla contessa e Balzac che “rimase incantato dalla piccola Mafffei e non tardò a provarne un
amicizia tenera, dolce che si confondeva con l’affetto.. Egli voleva essere
sempre aiutato dalla parola consolatrice della donna gentile, della sua stretta
di mano, del suo sorriso. La poesia dei ideali strideva, peraltro, un po’ troppo
nel confronto della prosa del suo corpo
pesante col quale sfondava le poltrone del salotto Maffei… a lui avvezzo a
Parigi, non piaceva Milano; si mostrava querulo, rannuvolato, solo il prestigio
della Maffei.. aveva il potere di ridestarlo dalla tetraggine” ( M.I.
Palazzolo, I salotti di cultura nell’Italia dell’800).
In America, verso la seconda metà del XVIII secolo, erano
presenti nel tessuto sociale numerosi impronte femministe e Abigail Adams chiese nel 1776 ad un membro
del Congresso di tenere conto nel Nuovo Codice delle Leggi dei diritti delle
donne…. Ma non ottenne nessuna risposta.
Nel 1843 apparve il primo vero e proprio manifesto
femminista americano. Era opera di Margaret Fueller e dopo diversi titoli
apparve definitivamente con l’appellativo “La Donna nel XIX secolo”.
Verso la metà del secolo il movimento femminista ebbe un
nuovo ed intenso sviluppo.. trovò un forte vigore propositivo uscendo dai
circoli e dai salotti per dare vita ad una organizzazione più solida. Un
obiettivo raggiunto grazie alla creazione di giornali, riviste che erano
dirette da donne e da associazioni femminili.
In questo settore editoriale, la Francia già nel 1832 aveva
in campo valide giornaliste come Desiree
Verret e Marie- Reine Guindorf
che fondarono “Le Femme libre”..un giornale espressione della classe operaia femminile e che invitava
tutte le donne, pagane e cristiane, a collaborare.
La stesso giornale fu successivamente sotto la direzione di
Suzanne Voilquin, un operaia ricamatrice di Parigi. La donna dopo essersi
separata dal marito, prese a viaggiare e a studiare travestendosi da uomo.
Cambiò il nome del giornale in “La Tribune des Femmes” e famose furono le
battaglie a favore dell’indipendenza delle colonie e contro la prostituzione,
quella per l’indipendenza economica delle donne, per l’educazione e la
formazione paritaria a quella dell’uomo e il libero amore.
Un giornale che fece tanti sacrifici per sopravvivere. Le
collaboratrici si firmavano con il solo nome per restare anonime ma anche per
rifiutare il cognome del marito. Un cognome che per loro era simbolo di
prepotenza maschilista. Nel 1834, dopo appena due anni, la repressione politica
pose fine al giornale. “La Gazzette des Femmes” invece riuscì a dare ancora
voce alle ispirazioni delle donne della borghesia. Donne che come contribuenti
sostenevano che “dovevano beneficiare
degli stessi diritti civili e politici degli uomini”. Il giornale faceva
propaganda in tre direzioni:
-
Il diritto di petizione per concedere alle donne un
esistenza legale;
-
Il diritto di essere sostenute in tutte le iniziative da
loro intraprese;
-
Il diritto a che venissero condannati tutti i delitti
commessi contro di esse.
Un altro giornale “Le Journal des femmes” di ispirazione
borghese-cristiana, diretto da Fanny Richomme, si muoveva contro l’ideale
consolidato di donna austera voluto dalla Chiesa e sosteneva la teoria del
giusto mezzo promuovendo l’immagine di una donna umana con il diritto ad essere
educata, di divorziare, di non sottostare a matrimoni combinati.
Dopo il 1848 il femminismo francese, che fu importantissimo
nell’emancipazione della donna a livello mondiale, ebbe un ulteriore impulso
con ideali socialisti espressi dalla lotta per il miglioramento delle
condizioni materiali e dalla propaganda delle idee. In questo contesto troviamo
il giornale “La Voix des Femmines” con
il suo slogan “una nuova concezione
dell’esistenza implica una rivoluzione per tutti e per tutte” e “La
Politique des Femmes” che prenderà la guida del movimento femminista.
Nel giugno del’ 48 ( Rivoluzione Parigina) ci fu una
sanguinosa repressione che censurò tutti i giornali femministi ma appena un
anno dopo “L’Opinio des Femmes” denunciò tutti i soprusi subiti.
Stranamente
in questo periodo, non so per quale concetto di cultura, erano presenti nel
campo letterario numerosi scrittori e disegnatori che di dilettavano nell’arte della
derisione del personaggio femminista. Fra questi il famoso Flaubert con il suo
“L’educazione sentimentale” che mise in
evidenza con grande cattiveria la donna che rivendicava i propri diritti mentre Honorè
Daumier e Paul Gavarni si
affidavano a delle sarcastiche caricature. Si esprimeva in questo modo il
disagio di chi non sapendo né rinunciare ad una posizione da sempre assimilata
e fortemente consolidata, né come porsi di fronte agli assalti al proprio
secolare predominio, risolveva il problema con risate…
In Germania nel 1849 apparve la rivista femminista “Frauen Zeitun” di Louisa Otto che diventò un
giornale fondamentale nel stabilire un punto d’incontro tra le femministe
tedesche. Nel 1852 fu soppresso perché nelle associazioni politiche era stato
vietato introdurre le donne.
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Louisa Otto |
Nel’ 69 la stessa Otto, assieme ad altre donne fondò “L’Unione generale delle donne tedesche”.
Si avvalse del diritto di parlare e di organizzare pubblicamente una rivista o
giornale che perseguendol’autonomia si mantenne in vita fino all’avvento del
nazismo.
In Inghilterra nel’ 58 “l’Englishwoman’s Journal” diventò
la sede dell’espressione dei più importanti gruppi femministi inglesi. Si
batterà a lungo sul miglioramento dell’educazione delle ragazze.
Ma proprio in Inghilterra ci fu un movimento che diede un
forte impulso a tutto il movimento femminista mondiale .. il movimento
protestante.
Tutto nacque dal movimento antischiavista di Boston promosso
dal calvinista William Lloyd George. Egli fece appello alla sensibilità
femminile per promuovere la causa della
liberazione delle donne di colore. L’appello arrivava in un momento storico che
era adatto perché schiere di donne nel mondo occidentale reclamavano con sempre
maggiore vigore le proprie rivendicazioni. In poco tempo vennero fondati tre
movimenti antischiavisti femminili protestanti.. l’aspetto importante di questi
movimenti era la presenza di donne bianche e nere che operavano in unione.
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America
. Importazione di schiavi nel 1800
Casa-mercato di schiavi ad Atlanta(Georgia), 1864
|
Davanti alle chiese, in mezzo alle piazze queste donne
protestavano e indottrinavano gli ascoltatori sulle ingiustizie perpetrate ai
danni delle popolazioni di colore con il benestare della chiesa. L’azione di
protesta dei pastori protestanti ebbe risultati notevoli e per mezzo di una
lettera pastorale, con l’uso di citazioni tratte dal Nuovo Testamento, la
Chiesa avvertì le donne di non occuparsi di fatti pubblici.
La risposta di Angelina Grimkè: “Non è soltanto la causa degli schiavi che noi difendiamo, ma quella
della donna come essere morale e responsabile”.
Angelina
Grimkè
Nel 1838, Sarah Grimkè (sorella di Angelina) pubblicò il
primo manifesto femminista protestante “Letters on theEquality of the Sexes and
Contidion of Woman”.
Le donne del movimento erano delle ferventi cristiane e
avevano una fede notevole. Credevano nell’aiuto divino portato avanti con lo
studio attento della Bibbia. Proprio dalla Bibbia cercarono di trarre spunti
importanti per la loro lotta. Studiarono nella Sacra Scrittura quei passi in
cui veniva espresso il principio che entrambi i sessi avevano gli stessi
diritti e doveri.
Il motto più
importante del movimento fu “ Pregate
Dio, Esso vi esaudirà”.
Il movimento si inserì in maniera forte nel tessuto sociale
attraverso tutta una serie di attività sociali rivolte al recupero delle
prostitute, delle carcerate e degli infermi. Questo in America e in Europa ?
In Francia la rivoluzione del 1871, instaurazione della
“Comune” di Parigi, mise in atto una nuova offerta per risaldare il movimento
femminista. Louise Michel, Lèodile Champseix, Paule Minck, scrivendo sui
giornali e viaggiando, comunicarono l’importanza nel difendere la Comune “Se Parigi cade il giogo della miseria vi
resterà sul collo e passerà sulla testa dei vostri figli… La terra al
contadino, l’arnese all’operaio, il lavoro a tutti”.
L’11 aprile un gruppo di donne, tra cui Nathalie Lemel,
fondò “L’Unione delle donne”
caratterizzato dalla presenza in massima parte di operaie. Gli obiettivi dell’Unione erano quelli di
offrire attività di tipo assistenziali, costituire circoli e club nei
quartieri, dare a tutte le donne la possibilità di esprimere le proprie idee, i
propri problemi che le tormentavano.
Nathalie Lemel
Dopo pochi mesi le truppe di Thiers diedero avvio ad
una vera guerra contro i rivoluzionari per riprendere il potere politico.
Neanche in una situazione così tragica, di disordine, di pericolo, le
donne rinunciarono alla loro voce. Molte si armarono
come la Michel mentre altre si prodigarono con una forte opera di propaganda
per sostenere gli animi dei rivoluzionari.
Louise Michel
Il 16 aprile del 1871 sui muri di Parigi c’erano mille
manifestini proprio dell’Unione delle Donne. Manifestini che esprimevano: ”In nome della rivoluzione sociale che
acclamiamo, in nome della rivendicazione dei diritti al lavoro, all’uguaglianza
e alla giustizia, l’Unione delle donne” per la difesa di Parigi e per
soccorrere i feriti protesta con tutte le sue forze contro l’indegno proclama
alle cittadine apparso l’alktro ieri a cura di un gruppo anonimo di reazionarie.
Il suddetto proclama invita le donne di
Parigi ad appellarsi alla generosità di Versailles e a chiedere la pace a
qualsiasi prezzo. La generosità di vili
assassini! Una cooperazione tra libertà e dispotismo, tra il popolo e i suoi
boia! No, non è la pace, ma la guerra a oltranza
che i lavoratori di Parigi reclamano! Oggi una conciliazione sarebbe un
tradimento!... Sarebbe rinnegare tutte le aspirazioni operaie che hanno acclamato la rivoluzione sociale
assoluta, l'annientamento di tutti i rapporti giuridici e sociali ora
esistenti, la soppressione di tutti i privilegi,
di ogni genere di sfruttamento, la sostituzione del regno del lavoro con quello
del capitale, in una parola la liberazione del lavoratore da parte del
lavoratore!... Unite e risolute, cresciute e illuminate dalle sofferenze che
seguono sempre le crisi sociali, profondamente convinte che la Comune,
testimonianza dei principi internazionali e rivoluzionari dei popoli, porti in
se stessa i germi della rivoluzione sociale, le donne di Parigi proveranno alla
Francia e al mondo che anch'esse, nel momento del pericolo supremo – sulle barricate,
sulle mura di Parigi, qualora la reazione forzasse le porte - sapranno donare
come i loro fratelli il sangue e la vita per la difesa e il trionfo della Comune, cioè del Popolo!"
A
tali parole il capitano Jouenne, nella requisitoria durante il processo contro
le 'incendiarie', rispose:
"L'orribile
campagna cominciata il 18 marzo scorso contro la civiltà... doveva portare
davanti a voi non solo gli uomini dimentichi dei loro doveri più sacri, ma
anche, ahimè! delle creature indegne che sembrano aver assunto l'impegno di
essere l'obbrobrio del proprio sesso e di ripudiare il ruolo immenso e
magnifico della donna... Ecco dove conducono tutte le pericolose utopie!
L'emancipazione della donna predicata da dottori che non sapevano quale potere
fosse loro dato esercitare e che, nei momenti della sommossa e della
rivoluzione, volevano arruolarsi come ausiliari. Non si è fatto di tutto per
tentare queste miserabili creature, facendo scintillare dinanzi ai loro occhi
le più incredibili chimere? Delle donne avvocato! Magistrato! Membro del foro!
Sì, deputato forse! E chi sa? Comandanti! Generali d'armata!".
Il
femminismo che scaturì in seguito all'esperienza della Comune fu di tipo
liberale, sulla scia di quello inglese imperniato sul principio: "chi non è rappresentato in parlamento non
paga le tasse" e fu interpretato dal giornale repubblicano “La
Fronde” di Marguerite Durand.
“La
Fronde”, tra l'altro, aprì un ufficio gratuito di collocamento e una
delle sue più importanti collaboratrici, Caroline Rémy, fu la prima donna giornalista
a vivere del proprio lavoro.
In
Italia la situazione del movimento femminista era sostanzialmente diversa da
quella della vicina Francia perché non era un movimento di massa ed erano
soprattutto le intellettuali borghesi a portare avanti le rivendicazioni delle
donne in campo sociale con movimenti di sensibilizzazione.
Alessandrina
Ravizza nel 1868 entrò a fare parte dell’”Associazione
di mutuo soccorso delle operaie di Milano” e fondo, con Laura Mantegazza,
le scuole professionali femminili.
Nel
1879 diede avvio alla cucina per gli ammalati poveri a cui aggiunse, grazie
anche all’aiuto di Anna Kuliscioff, un ambulatorio medico ed un magazzino
cooperativo benefico che offriva lavoro e generi alimentari a basso prezzo.
Ravizza Alessandrina
Alessandrina Ravizza con i disoccupati
La
Ravizza si unì ad altri gruppi di femministe per portare avanti delle
iniziative di opposizione ai tentativi
reazionari di fine secolo. Erano per lo più donne senza figli e rese vive da
ideali romantici, populisti, socialisti e spesso anarchici.
Sibilla
Aleramo, ovvero Rina Faccio, fu una di loro che sugli ideali socialisti
s’impegnò per l’alfabetizzazione della popolazione.(Sibilla Aleramo, figura
straordinaria, verrà trattata a parte).
Sibilla Aleramo
Come
avviene spesso in Italia ben presto si creò un altro movimento femminista
d’ispirazione cattolica che si contrappose a quello socialista facendo perdere
l’identità della giusta lotta per i diritti delle donne.
Il
movimento d’ispirazione socialista si basava in particolare su una parità
economica e sociale mentre quello cattolico riconosceva una comune vocazione
soprannaturale dell’uomo e della donna… cioè una uguale partecipazione alla
missione della Chiesa nel mondo.
Luisa
Anzoletti si batté a lungo per contrastare un certo tipo di educazione frivola
e superficiale che era riservata solo alle donne e cercò di portare avanti
l’immagine della donna che traspare dalla Bibbia. Una donna forte e che
s’impegna per il progresso civile (“Azione muliebre” e “La Donna del Popolo”,
erano le riviste che portavano avanti questo aspetto).
Il
problema educativo era particolarmente caro nelle varie iniziative delle
femministe italiane e l’immagine della donna istitutrice, che riesce a
mantenersi da sola, era diventata il simbolo della donna ideale del tempo così
come la donna nubile, cittadina, viaggiatrice.
Christabel
Pankhurst dichiarò che il nubilato per lei assumeva un significato politico,
una chiara scelta contro la schiavitù sessuale. È importante mettere in risalto
che le rivendicazioni sessuali femministe, cioè riguardanti in modo specifico
il corpo, iniziarono a propagarsi solo nell’ultimo quarto del XIX secolo. Prima di allora era come un tabù, c’era una grande
difficoltà a leggere il problema o aspetto sessuale forse per un senso di
pudore. Questo aveva determinato la trattazione solo di rivendicazione di
diritti e di problemi inerenti al divorzio e al matrimonio.
Solo
nel nuovo secolo le proteste contro i numerosi abusi sessuali si scatenarono
con violenza in special modo in Inghilterra e in America dove i processi
giuridici sulla proprietà, sul divorzio, l’educazione e il voto erano maggiori.
Tra le donne italiane dell’Ottocento famose nel movimento femminista furono
Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff.
Anna Maria Mozzoni
La
Mozzoni, di idee socialiste, mise in
evidenza i problemi inerenti all’Unità
Italia. La Mozzoni affermava che le donne lombarde, a seguito dell’annessione
con il Piemonte, erano regredite socialmente. Ebbe una visione avanzata del lavoro femminile
considerando l’epoca in cui scrisse. Rivendicava non solo il diritto al lavoro
ma anche il diritto ad una giusta retribuzione. La donna dovrebbe essere libera
di scegliersi il lavoro più adatto alle sue attitudini individuali; svolgerlo
in condizioni di parità; essere protetta dai ricatti dei datori di lavoro;
associarsi ed organizzarsi per difendere i propri diritti. La Mozzoni si
chiedeva anche perché “ l’Italia non
aprisse alle donne gli uffici postali e ferroviari, l’insegnamento, l’attività
presso i Ministeri”.
Nel
1868 fondò la rivista “La Donna” e nel 1881 aderì al partito operaio
indipendente e insieme alla Kuliscioff costituì la “Lega per la promozione degli interessi femminili”.
Partecipò
alla formazione del partito socialista ma non vi aderì e questo diede un grande
dispiacere alla stessa Kuliscioff.
La
Kuliscioff era Russa, laureata in medicina e profonda conoscitrice della
cultura marxista. Molto attenta negli aspetti storici delle questioni sociali
che evidenziò nella sua rivista “Internazionale del Socialismo”, nel 1881.
Per
ben due volte fu arrestata a processata. La prima volta bel 1878 a Firenze, nel
carcere fu contagiata dalla tubercolosi,
fu accusata di cospirare con gli anarchici. Venne espulsa ma nel 1880
rientrò clandestinamente con il marito, Costa, da cui si separò successivamente
con grande dolore. nuovo arresto e fu accompagnata al confine svizzero ma nel
1881 rientrò in Italia.
Negli
anni la Kuliscioff partecipò solo marginalmente alla scena politica
italiana. Madre, sofferente per la
tubercolosi contratta nel carcere di Firenze, in crisi psicologica a causa
della separazione dolorosa dal marito; impegnata negli studi alla Facoltà di
Medicina e nelle conseguenti specializzazioni in ginecologia prima a Torino e
poi a Padova; sono tutti aspetti che la allontanano dalla sua precedente
assidua e forte partecipazione al movimento femminista e alla politica. Una
grande studiosa e con la sua tesi scopre l’origine batterica delle febbre
puerperali aprendo la strada alla scoperta scientifica delle cause delle morti
post partum.
Una
volta laureata diventa la “dottore dei poveri”. Un impegno rivolto alle donne
operaie e contadine umiliate da una condizione che non aveva mai fine e che
definì “con martirio ignoto”. Queste
gli permette di unire la sua attività di medico con quella di politica. Un
attività politica che divide con Filippo Turati che è diventato suo compagno di
vita.
Anna Maria Kuliscioff
Nel
1889 fonda con Turati e Lazzari la “Lega
Socialista milanese”,
Il
suo impegno fu spiegato nella conferenza tenuta al Circolo Filosofico di Milano
il 27 aprile 1890. Una sala gremita… il tema del dibattito “Il Monopolio dell’Uomo” ovvero il rapporto tra uomo – donna. ..”solo il lavoro sociale e egualmente
retribuito potrà portare la donna alla conquista della libertà, della dignità e
del rispetto”.
Anna Maria
Kuliscioff – Firenze, 1908
Sia
le idee socialiste della Mozzoni che quelle Marxiste della Kuliscioff non
portarono a risultati apprezzabili.
I
teorici del marxismo sposarono la causa dell’emancipazione femminile grazie alla
lunga e naturalmente faticosa opera di femministe come Clara Zetkin che riuscì a diffondere lo slogan “uguale salario ad uguale lavoro”.
Clara Zetnik
Malgrado
gli slogan, le riviste, la voce di tanti esponenti le richieste femminili
furono ignorate dalla II Internazionale Socialista dove si era discusso in particolare del
conflitto franco-prussiano, definito inutile, e il trattare l’ingiusta
discriminazione sessista non fu preso in considerazione.
Nel
1878 si tenne a Parigi, un altro congresso Internazionale a cui parteciparono
francesi, tedesche, italiane, svedesi, russe, polacche e inglesi. Le inglesi
erano le più agguerrite perché tra loro c’era Josephine Butler che da tempo
combatteva una lunga battaglia contro la prostituzione legalizzata.
Josephine Butler
Si
batteva contro il controllo amministrativo e medico delle prostitute,
sostenendo che tale controllo costituiva un “sacrificio
delle libertà femminili” e sottomettersi alla “schiavitù del desiderio maschile”. Nei comizi si soffermava nel descrivere con attenti dettagli lo “stupro meccanico della visita genealogica”.
La
regolamentazione, secondo le femministe, proteggeva e autorizzava il vizio maschile e non risolveva il problema
delle prostitute che erano spinte spesso sulla strada dal sistematico
sfruttamento sociale ed economico imposto dallo stato a tutte le donne.
La
Butler chiedeva un opera di recupero di queste donne ma sempre riconoscendo
loro una fondamentale libertà di gestire la propria vita. Molti paese si spinsero nell’abolizione della
regolamentazione anche se con aspetti diversi. In Germania ad esempio si formò
un gruppo di donne che oltre ad accusare il governo di farsi complice dello
sfruttamento della prostituzione, portò avanti una vera e propria lotta di
repressione morale della prostituzione stessa.
In
merito all’aborto le femministe dell’Ottocento erano schierate contro questa
pratica e lottavano perché venisse messa fuori legge. Sostenevano che l’aborto
facesse parte dello sfruttamento sessuale e del degrado delle donne così come
la contraccezione anch’essa messa al bando. Come mai la posizione di queste
femministe che nel secolo seguente furono contradette ?
La
spiegazione si potrebbe ricercare nel fatto che le antiche posizioni nascevano
dalla diffidenza delle donne verso i medici che erano accusati di esercitare un
autorità illegittima sul corpo delle donne.
Le
stesse femministe erano contrarie alla separazione della sessualità femminile
dalla riproduzione convinte che la contraccezione e l’aborto rendessero le
donne impure simili a prostitute e vulnerabili alle richieste maschili.
In
quegli anni uno dei centri più importanti per lo sviluppo del femminismo
europeo, era Zurigo. La posizione strategica della città al centro dell'Europa e la sua università, comprese le facoltà
tecniche, aperta alle donne favorì l’affermarsi della sua importanza nel
movimento femminista. Molte donne lasciavano il proprio paese, spesso
clandestinamente, per approdare in Svizzera. Vi troviamo tra le altre Anna
Kuliscioff, Clara Zetkin, Vera Figner, Louise Kautski, Aleksandra Kollontaj e
Rosa Luxemburg che arrivò dalla Polonia nel 1889 nascosta in un carro di fieno.
Rosa Luxemburg
Franziska
Tiburtius racconta: 'I capelli tagliati
corti, gli enormi occhiali blu, il rotondo e lucido matelot, i vestiti tanto
corti da sembrare fodere di ombrelli, la sigaretta, l'atteggiamento cupo e
altezzoso, tutti questi divennero i dati caratteristici della studentessa'.
Caratteristico
aspetto del femminismo zurighese fu la rivendicazione del 'libero amore' e la
lotta contro il matrimonio considerato borghese. Sempre nella seconda metà del
XIX secolo bisogna far risalire la storia della lotta per il diritto di voto
alle donne. Il primo convegno sui diritti delle donne si ebbe nel 1848 a Seneca
Falls, in America, vicino a New York. Vi si radunarono 300 persone e alla fine
fu redatto ad opera di alcune suffragiste come Susan B. Antony, Elizaberth Cady
Stanton e Lucy Stone, una “Declaration of sentiments” dove si sanciva
l'uguaglianza di diritti fra i sessi e ci si proponeva la lotta per il voto.
Interessante è notare che in occasione di questo congresso fu stabilito, forse
per la prima volta, la fine del monopolio maschile della predicazione dal
pulpito nelle chiese cristiane.
In
America, intorno al 1869, il movimento suffragista si articolava in due
organizzazioni: la "National Women Suffrage Association" e l'"American
Women Suffrage Association". Entrambi impegnati per lo stesso scopo, il
suffragio, si proponevano però di raggiungerlo con metodi diversi. Il primo,
più moderato e riformista, agiva soprattutto nella zona di Boston e di esso ne
fu il portavoce il foglio “Women's Journal”; il secondo, più
aggressivo e radicale, si muoveva soprattutto nell'area di New York.
Solo
nel 1890 i due movimenti si fusero nell'"American National Women Suffrage Association" a cui si unirono
anche piccoli gruppi femminili e religiosi. In Inghilterra è nel 1860 che si
formò la prima "Associazione per il
suffragio alle donne" a cui aderirono Emily Davies, le sorelle
Garrett
e Barbara Bodichon.
Nel 1866 affidarono al
deputato e filosofo John Stuart Mill una petizione da presentare alla Camera
dei Comuni che però non venne approvata dal primo ministro Gladstone. Solo
coll'inizio del nuovo
secolo
il movimento prese impeto e violenza. Il primo stato nel mondo ad ottenere il
suffragio allargato alle donne, anche grazie all'appoggio di gruppi di
ispirazione religiosa, fu, nel 1893, la Nuova Zelanda.
In
Italia già nel 1863, su proposta dell'onorevole Peruzzi, la Camera dei deputati
disputò la questione giuridica delle donne. La questione fu poi discussa nel
1871 su proposta dell'onorevole Lanza; nel '76 grazie a Nicotera e nell'80 e '82 fu
la volta di Depretis, anche se il movimento
suffragista
italiano non ebbe mai la forza e la determinazione di quello inglese o
americano.
Fino al 1850 circa anche in quei paesi relativamente
avanzati come la Gran Bretagna, le donne non potevano adire una corte nè essere
chiamate in giudizio. Questo impediva
loro di presenziare ai processi in cui erano imputate. Famoso è il caso
giudiziario che scoppiò proprio in Gran Bretagna e che permise di modificare il
trattamento giuridico, allora vigente, delle donne sposate, Caroline Norton
(Londra, 1808 – 1877), moglie di un esponente del gruppo parlamentare “Tory” (assolutismo
monarchico) fu l’artefice di una importante vicenda giudiziaria che ebbe
risvolti di carattere sociale. Il marito diede avvio ad una causa di divorzio
accusandola di adulterio con il leader del gruppo”whig” ( monarchia
costituzionale) cioè Lord Melbourne.
In
base alla legge vigente la donna non prese parte al processo. Caroline era una
scrittrice molto famosa e anche dopo la separazione il marito continuò a
percepire i diritti d’autore dei libri scritti dalla moglie. A lui andarono
anche le proprietà che la moglie aveva avuto in eredità dalla sua famiglia e la
custodia dei figli.
Caroline Norton
Il processo ebbe degli sviluppi complicati e fu
accompagnato da scandali che appassionò la stampa e il pubblico inglese.
L’indignazione che seguì al processo favorì lo sviluppo di una serie di riforme
che avevano come obiettivo la protezione delle donne sposate e la possibilità
di disporre dei propri redditi da lavoro
anche per la custodia dei figli. Nel 1878 la nuova legge assegnava la custodia dei figli,
in caso di divorzio, alla madre e nel 1882 alle legge una nuova legge instaurò
la parità di trattamento tra coniugi per quanto in merito alla proprietà.
Dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia, 17 marzo 1861,
il deputato della sinistra Salvatore Morelli si fece promotore di proposte di
legge per l’emancipazione e l’istruzione femminile, per le revisione dei
codici, per la concessione dei diritti civili e politici, per l’introduzione
del divorzio.
Salvatore Morelli
L’unica norma approvata dal Parlamento nel 1877 fu quella
che consentiva alle donne di testimoniare negli atti pubblici e privati.
Giornalista, scrittore, patriota fi il primo a presentare
in Europa un progetto di Legge datato 1867: “L’abolizione
della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna,
accordando alla donna i diritti politici e civili”. Era questa proposta di
legge una forte risposta al Codice Civile Italiano del 1865 che sottometteva la
donna all’autorizzazione maritale rendendola una “minorenne a vita”. La sua
fu una lunga e difficile battaglia per il riconoscimento dei diritti delle donne
ma la sua voce rimase inascoltata. Eppure non si perse d’animo e continuò la
sua lotta. Nel 1874 – 75 presentò una nuova proposta di legge sul “Diritto di
Famiglia”…ben cento anni prima di quello che fu approvato solo nel 1975, che
prevedeva l’uguaglianza dei coniugi nel matrimonio e non solo… ma anche il
doppio cognome, i diritti dei figli illegittimi e il divorzio. Nel 1875
presentò un nuovo disegno di legge per la richiesta del diritto di voto per le
donne. Ci furono altre proposte come l’istituzione della cremazione,
l’abolizione dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e l’istituzione
di una Società delle Nazioni per preservare la Pace nel Mondo.
Nessuna di queste legge venne presa in considerazione
tranne nel 1877 quando il Parlamento approvò il suo progetto di Legge: “Legge Morelli, n. 4176 del 9 Dicembre 1877
_ Riconoscimento alle Donne del Diritto di essere testimoni negli atti
normativi del Codice Civile”. Con questa legge le donne potevano essere
testimoni nei testamenti, nei contratti .. era l’inizio dell’affermazione del
principio di capacità giuridica delle donne. Grazie al suo indomabile impegno
le ragazze furono ammesse a frequentare i primi due anni del Ginnasio. Propose
un’ “istruzione moderna, gratuita e
obbligatoria per tutti, tutelò i deboli, lottò contro la pena di morte”. Lottò per l’abolizione della “Legge delle Quarantigie”.
Era di Carovigno, prov. di Brindisi, morì in miseria….
allora non esisteva l’indennità parlamentare. Morì a Pozzuoli nella camera di
una piccola locanda….le femministe americane dissero di lui: “ è morto il più grande difensore dei
diritti delle donne nel mondo”…. Personaggio scomodo… la storia non ne
parla…
(In Merito alla Legge delle Guarentigie fu un provvedimento
legislativo approvato il 13 maggio 1871. Regolava i rapporti tra Stato e Chiesa
fino al 1929 quando furono conclusi i Patti Lateranensi.
Una legge di 20 articoli e divisa in due parti:
-
La prima parte riguardava le prerogative del papa a cui
venivano garantiti: l’inviolabilità della persona; gi onori sovrani; il diritto
di avere al proprio servizio guardie armate a difesa dei palazzi vaticani,
Laterano, Cancelleria e Castel Gandolfo. Immobili che erano sottoposti a regime
di extraterritorialità che li esentava dalle leggi italiane. Assicurava libertà
di comunicazioni postali e telegrafiche, il diritto di rappresentanza
diplomatica. L’articolo 4 della legge garantiva al pontefice una somma di
3.225.000 lire .per il mantenimento del pontefice, del sacro Collegio e dei
palazzi apostolici.. Una cifra assurda perché rivalutando secondo i
coefficienti dell’Istituto Nazionale di Statistica per il periodo 1871 – 2012,
si ha un coefficiente di 8.705,709… il
che equivale a 28.076 miliardi di lire cioè 14,5 milioni euro…….
-
La seconda parte regolava i rapporti tra Stato e Chiesa …
si garantiva ad entrambi la “massima, pacifica indipendenza”. Si garantiva al
clero “illimitata libertà di riunione e i vescovi erano esentati dal giuramento
al Re”.
Il papa, Pio IX…… si era chiuso nei palazzi vaticano
dichiarandosi prigioniero politico … considerò la legge “un atto unilaterale dello Stato italiano” e quindi non l’accettò. Due
giorni dopo l’emanazione della legge, il Papa emanò l’enciclica “Ubi Nos” con
il quale ribadiva che il “potere
spirituale non poteva essere considerato disgiuntamente da quello
temporale”,,,,
di fronte all’intransigenza di Pio IX lo Stato reagì con
fermezza, spinto dalla sinistra, e eliminò tutte le facoltà di teologia dalle
università italiane e sottopose i seminari a controllo statale.
Nel 1874 il Papa vietò ai cattolici, con la formula del
“non expedit” (“non conviene”) la partecipazione alla vita politica. Solo con
Giolitti tale divieto venne eliminato
progressivamente fino al competo rientro dei cattolici “come elettori e
come eletti” nella vita politica con il Patto Gentiloni del 1913).
Nel 1882 e 1891 furono approvate le leggi elettorali.
(La legge ebbe un complesso iter parlamentare con una serie di norme: la legge del 22
gennaio 1882 n.593, relativa ai requisiti dell’elettorato attivo; la legge 7
maggio 1882, n. 725 relativa all’introduzione dello scrutinio di lista; la legge 13 giugno 1882 n. 796 che ridefiniva
la mappa dei collegi. La normativa fu poi racchiusa nel Testo Unico approvato
con R.D. 24 settembre 1882 n. 999).
La riforma era legata al passaggio della guida del paese
dalla Destra alla Sinistra (Governo Depretis).
La
legge sostituiva l’antica norma risalente al 1860 e modificava sia il sistema
che la base elettorale.
L’età
per il diritto al voto fu abbassato da 25 anni a 21 e fu mantenuto il requisito
“fondamentale” dell’alfabetismo. Il criterio del censo (cioè il reddito) non
costituì più il titolo principale per l’elettorato attivo. Avevano diritto al
voto tutti gli alfabeti che avessero superato le prove del corso elementare
obbligatorio (biennio elementare statale
stabilito dalla Legge Coppino del 1877) (o equivalenti) o fossero in possesso
del titolo di studio superiore. Tuttavia chi avesse esibito un diverso
certificato, o non ne avesse alcuno, avrebbe potuto votare pagando una somma di
19,80 lire. Avevano diritto al voto, sempre a prescindere dal censo ovvero il
reddito: gli impiegati pubblici (tranne
gli uscieri e gli operai); coloro che avessero tenuto per un anno l’ufficio di
consigliere comunale o provinciale; i
giudici conciliatori; i presidenti o direttori di società commerciali; gli
ufficiali e sottufficiali in servizio o in congedo. In questo modo la platea
degli elettori si allargò da 621.896 elettori a 2.049,461 (dal 2% al 7% della
popolazione). (La norma sostituiva il sistema uninominale maggioritario a
doppio turno chiuso, con una forma di sistema plurinominale a doppio turno
basato sullo scrutinio di lista in collegi plurinominali).
Le
donne non avevano diritto al voto.
Nel
1894 il ministro della Pubblica Istruzione Baccelli durante la presentazione al
parlamento della sua riforma sulla scuola esclamò: "Bisogna
insegnare solo leggere e scrivere, bisogna
istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre
tutte le scienze sotto una.........unica
materia di "nozioni varie" senza nessuna precisa indicazione
programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa del
maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell'
educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione
al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere e far di conto.
Non devono pensare altrimenti sono guai !!"
il suo pensiero contorto si rifaceva al
“Trattato dell’educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli – 3 volumi
di Silvio Antoniano – Scritti ad istanza di San Carlo Borrmeo – Libro Terso ,
ag 264 – Milano 1821…) : "L'istruzione scolastica l'approvo per li giovini nobili
destinati a famiglie cospicue, ma quanto a quelle di umile e povero stato, il
buon padre di famiglia si contenti che sappiam leggere li figlioli "la
vita de' Santi", e nel rimanente attendano a lavorar li campi. In quanto poi
l'istruzione estesa perfino alle femmine io non l'approvo, ne so vedere quale
utilità ne
possa derivare alla società. Che insegnino li madri alle figliuole
a filare, a cucire e ad occuparsi di esercizi donneschi. In quanto a leggere, al
massimo insegnino loro quanto basta per leggere i libri delle preci" .
Che grande considerazione del mondo
femminile….!!!!!!!!!
Le azioni dei movimenti femministe
davano fastidio ai politici ,,,,,
Nel 1901 il Partito Socialista, su
pressione di Filippo Turati presentò al parlamento la Legge Carcano che
tutelava il lavoro minorile e femminile. Una legge che era stata elaborata
dalla Koliscioff.. La legge venne approvata.
(La Legge Caccamo (241/1902) prende il
nome dal Ministro delle Finanze Paolo Carcano del Governo Zanardelli. Nel
passare degli anni subì delle modifiche fino al 1936 quando fu introdotto il
R.D del 7 agosto 1937 n. 1720. Sostituiva tre leggi:
-
R.D. 23 Dicembre 1865, una legge ereditata
dalla legislazione piemontese, in merito al “divieto di impiegare fanciulli
di età inferiore ai 10 anni in lavori minerari sotterranei”;
-
Legge del 1873 riguardante il “divieto
dell’impiego dei fanciulli nelle professioni girovaghe”;
-
Legge Berti del 1886 (11 febbraio 1866,
n. 3657) che si occupava solo del lavoro minorile. Una legge che fissava in 9
anni l’età per entrare nel mondo ( di 10 anni per i lavori in miniera) del
lavoro e proibiva ai minori di 12 anni i turni notturni. Regolava il lavoro delle
donne negli opifici ed era l’unica norma riguardante il lavoro femminile. Una
legge che non fu mai applicata perché non vennero mai nominati dallo Stato
quegli ispettori che avrebbero dovuto verificare presso le aziende il rispetto
delle norme…..)
Prima dell’entrata in vigore della Legge Berti il
prof. Alberto Errera (morto nel 1894) disegno attentamente la sconcertante
realtà lavorativa di quei tempi: “un fatto incontestabile, e che al solo
enunciarlo, desterà penosa impressione, è risultato dall’inchiesta: l’orario
delle donne e dei fanciulli è quasi generalmente uguale a quello degli
operai adulti. E’ qual è la media tale orario ? Undici o dodici ore ! Nei
cotonifici e setifici di Bergamo e Como poi lo si spinge in estate fino a 15
ore !”
Nella “buona società” di allora
costituita dai liberali, dai grandi proprietari terrieri, dagli industriali,
dai nobili e anche da cattolici qualunquisti, mancava una coscienza critica che
veniva evidenziata dai sociali, dai movimenti femministi, ecc..”l’indifferenza
del pubblico è giunta a tale che, prima ancora di udire noi espositori di fatti
e numeri, si reputano fole o romanzi le descrizioni di opifici male aereati, di
18 ore di lavoro, di malattie e di morti precoci in parecchie delle nostre
città”.
Lo
stesso Errera descrive lo stato dei fanciulli nel mondo del lavoro.. “ cresce in mezzo a
noi questa ragazzaglia turbolenta e minacciosa; questi bambini pallidi,
sparuti, scarmigliati, hanno già il livore nell’animo, queste fanciulle alle
quali è fatto perdere il pudore prima ancora che possano commettere la colpa,
frammischiate di giorno e di notte cogli adulti, testimoni e complici di
impudicizia, si vendicano poi di una mercede che è limosina e di un lavoro che
è tortura, e sfogano almeno coi piaceri del senso, quel bisogno di vita gaja
che è richiesta dal sesso, dall’età”.
Parlando
del lavoro femminile cita” ed invano
cercai un volto che mi ricordasse la tradizionali bellezza delle donne
brianzole, la quale è divenuta ormai un ricordo registrato solo nei carmi e nelle
istorie…”
Situazioni
drammatiche favorite dal silenzio e dall’omertà complici dell’intera società
chiesa compresa… ministri compresi.. come quelli di oggi. L’Errera infatti
rivolge la sua monografia alla società per creare un “nuovo indirizzo alla opinione del pubblico, e far consapevoli tutti di
ciò che avviene fuori dell’uscio del palazzo che abitano, della villa,
dell’albergo, nei quali si deliziano…”
La
legge Caccamo stabiliva delle norme igienico sanitarie, molti lacunose in quei
tempi, per le tutela delle
donne e dei fanciulli. Le norme erano le seguenti:
-
Fissava in 12 anni
il limite d’età per l’entrata nel mondo del lavoro dei fanciulli;
-
Lo Stato avrebbe,
con successivo decreto, stabilito quali lavori, particolarmente pericolosi ed
insalubri, erano vietati ai minori di 15 anni.
La tessa legge per quanto
riguarda il mondo femminile decretava:
-
Divieto alle donne di qualsiasi età di essere
impiegate in lavori sotterranei (miniere, cave, ecc.) per ragioni morali e
sociali;
-
Divieto di impiegare donne minorenni nei lavori
pericolosi e insalubri determinati con decreto reale;
-
Per le donne minorenni è prescritto l’obbligo di
un libretto e di un certificato medico necessario per essere ammesse al lavoro;
-
Chiunque abbia alle proprie dipendenze donne di qualsiasi
età, è tenuto a farne in ogni modo regolare denuncia.
-
Si limita a dodici ore giornaliere l’orario
massimo di lavoro per la manodopera femminile, prescrivendosi altresì un
intervallo di due ore sia alle donne di qualsiasi età.
-
Le donne minorenni non possono lavorare di
notte;
-
Nelle fabbriche in cui lavorano almeno 50
operaie è obbligatoria l’istituzione di una camera d’allattamento e comunque
deve essere consentito l’allattamento sia nella camera annessa allo
stabilimento, sia permettendo alle nutrici di uscire dalla fabbrica nei modi e
nelle ore stabilite dal regolamento interno.
La
legge introduceva il “congedo maternità” di un mese dopo il parto he era però
riducibile eccezionalmente a tre settimane. Durante il periodo di riposo
post-partum alla lavoratrice non era
assicurata alcuna retribuzione né era garantito il mantenimento del posto di
lavoro.
La
legge non tiene conto del lungo periodo di gravidanza in cui la madre e il
bambino sono esposti a tanti pericoli a causa del lavoro, dello stress e delle
sostanze tossiche con cui le lavoratrici
erano a continuo contatto.
C’era
la necessità di risolvere i gravissimi problemi dell’occupazione femminile
nell’industria non dimenticando che il lavoro minorile era un’altra grave piaga
sociale. La legge potrebbe suscitare ironia.. sembra “misera” ..ingiusta ma era
il primo passo verso una maggiore considerazione della donna basata sul
rispetto così per i fanciulli costretti a lavorare spesso in miniere senza
alcuna tutela o diritti.
In questo periodo sulla scena sociale è
presente una Anna Kuliscioff più battagliera che mai. È convinta
dell’importanza di instaurare delle trattative o colloqui con Giolitti e spinge
il compagno Turati a rompere i rapporti
politici con Salvemini e Labriola che sono intransigenti, duri alle riforme e
contrari ad ogni forma di collaborazione con il governo.
Nel
1903 fu presentato un nuovo disegno di legge che prevedeva l’estensione del
diritto di voto alle donne. Un disegno firmato dal repubblicano Roberto
Mirabelli e discusso in aula nel 1904 e nel dicembre del 1905. Il tema fu molto
dibattuto perchè nel Parlamento c’erano esponenti cattolici e socialisti che
trattavano da tempo le importanti questioni legate alle problematiche sociali
del popolo. Nel 1906 Anna Maria Mozzoni (Comitato Nazionale Pro-Suffragio
Femminile) presentò una nuova petizione che fu firmata anche da Maria
Montessori.
C’era
nel mondo femminile la consapevolezza che “non
poter votare equivaleva a non esistere” e approfittando del silenzio
parlamentare chiesero l’iscrizione alle liste elettorali. Alcune domande
vennero accolte e questo suscitò grandi critiche. Il silenzio legislativo era
dovuto a una svista del legislatore ma nessuna coscienza pubblica avrebbe
consentito alle donne di votare.
Lo
stesso Comitato nel 1908 organizzò un convegno. Fra i temi più discussi c’era
naturalmente il diritto al voto delle
donne: “ è assurdo concedere il voto agli
uomini che non sanno leggere e scrivere, ma non alle donne che hanno
studiato”.. (la Presidente del Comitato Giacinta Martini Marescotti). Si mise in risalto il “vantaggio che la concessione del suffragio femminile avevano portato
nei paesi che l’avevano adottato” ( Teresa Labriola).
Gli
slogans, i dibattiti della Kuliscioff sono continui: “le donne devono avere il lavoro, rendersi indipendenti, ottenere di
conseguenza la parità dei diritti, compreso quello del voto”.
I
socialisti sono contrari al voto per le
donne perché temono che un allargamento del voto rischi di prolungare
all’infinito la questione perché la chiesa e il parlamento sono contrari.
La
Socialista Anna Kuliscioff, come abbiamo visto da sempre si batteva per il voto
delle donne, ma aveva vicino un grande oppositore …. è strana la politica…. per giunta non solo
marito ma anche fervente socialista.. Filippo Turati che affermò “ sono favorevole all’estensione del diritto
di voto alle donne, ma sono convinto che non è ancora giunto il momento di
concederlo”.
Secca
e precisa la risposta della moglie: “ vi
è poca ragione nel rimandare la concessione del diritto di voto alle donne solo
per convenienza politica”.
Malgrado
l’atteggiamento negativo dei socialisti e di Turati, si sentiva forte perché
aveva l’appoggio dei partiti socialdemocratici europei e s’impegnò con maggiore
vigore affinchè il partito socialista accogliesse nel suo programma la causa
della donna. In questo periodo con il sostegno della stessa Kuliscioff nacque
il “Comitato Socialista per il suffragio
femminile”.
Fondò
la rivista “La Difesa delle lavoratrici”
in cui collaborarono tutte le migliori scrittrici del socialismo femminile.
Nell’abitazione della Kuliscioff, che era direttrice del giornale, la redazione
stabilisce una rapporto diretto con le lavoratrici, le operaie e le contadine.
Riesce con la sua grande comunicazione a renderle partecipi e consapevoli della
loro condizione, dei lori diritti tra cui ovviamente il diritto al voto sempre
reclamato.
Il
partito socialista finì con l’appoggiare sempre meno le associazioni femminili
e questo provocò l’approvazione delle legge Giolitti che escludeva ancora le
donne dal voto.
Turati,
questa volta, affermò che nella legge elettorale fossero inclusi “tutti gli italiani, indipendentemente da
differenze di carattere esclusivamente anatomico e fisiologico”
Nel 1912 ci fu la riforma elettorale di Giolitti che escluse dal voto le donne insieme ai minorenni, ai condannati e ai dementi.
Nel 1912 ci fu la riforma elettorale di Giolitti che escluse dal voto le donne insieme ai minorenni, ai condannati e ai dementi.
(Legge n. 666 del 30 Giugno 1912 – Nuovo Testo Unico della
Legge Elettorale Politica – XXIII
Legislatura – Proponente : Giovanni Giolitti – schieramento : Liberali –
A Firma : Vittorio Emanuele III) – abrogazione : 1919)
La
legge fu proposta dal quarto governo Giolitti e in pratica sostituiva le leggi
elettorali del 1882 e del 1891. Allargava il suffragio a “tutti i cittadini
maschi” che avessero compiuto 30 anni o
che, pur essendo minori di 30 anni ma maggiori di 21, avessero la licenza elementare, oppure avessero
prestato servizio militare. Con questa legge il corpo elettorale passò dal 7%
al 23,2 % della popolazione. Era mantenuto in vigore il sistema maggioritario
del 1891. Le Camere, con una decisione discutibile, rifiutarono all’unanimità
di concedere il voto alle donne. un atteggiamento decisamente
strano...i liberali e soprattutto i socialisti erano contrari all'’idea del
suffragio femminile.
Nelle stesso periodo dell’approvazione della nuova legge
elettorale si stipulò il Patto Gentiloni. Un patto che prese il nome dal Conte
Vincenzo Ottorino Gentiloni, dell’Unione Elettorale Cattolica Italiana (UECI) e
che fu solo informale perché non fu mai
trascritto. Il patto stabiliva un
accordo con i liberali di Giovanni Giolitti… un accordo politico non basato
sulla condivisione di idee, progetti, norme per fare crescere il Paese ma sulla
divisione di voti in prossimità delle elezioni politiche del 1913.
Le invettive di papa Pio IX, in seguito alla Legge delle
Quarantigie, erano ancora valide anche se le associazioni laiche erano in
continuo movimento nell’attività politica. All’interno dell’”Opera dei
Congressi, una delle più importanti associazioni cattoliche, si creò un gruppo
capeggiato da don Romolo Murri (fondatore del Cristianesimo Sociale in Italia)
che sosteneva un accordo con i socialisti (dove c’erano molte attiviste
femministe) piuttosto che appoggiare i liberali di Giolitti. Papa Pio X
,subentrato nel 1903 a Pio IX intervenne subito sciogliendo l’associazione il
28 luglio 1904. Don Romolo Murri verrà
scomunicato nel 1909 e revocata nel
1949. Il Papa era decisamente contrario alle idee socialiste.
Vincenzo Gentiloni e molti cattolici erano animati da idee
monarchiche e condividevano con i liberali giolittiani le azioni per fermare
l’avanzata socialista, marxista ed anche anarchica. Un orientamento che era
condiviso da Papa Pio X che nel decreto “Lamentabili Sane Exitu” del 1907
condannò 65 proposizioni moderniste e subito dopo “scomunicò” il modernismo
nell’enciclica “Pascendi Dominici gregis” (“Alimentazione del gregge” ?) dove lo definì
il “simbolo di tutte le eresie”.
Nella “Pascendi” i modernisti vengono definiti come: “ i più dannosi fra i nemici della
Chiesa, perché [...] essi non macchinano i loro progetti distruttivi al di
fuori di essa, ma al suo interno; di conseguenza il pericolo si annida nelle
stesse vene e nelle viscere di Essa, causandole un danno ancora più grave,
poiché essi La conoscono meglio. Inoltre non puntano la scure verso i rami o i
germogli, ma direttamente alla radice, cioè alla Fede e ai suoi elementi più
profondi".
Continua…il
modernismo rappresenta “la sintesi di
tutte le eresie…se qualcuno si fosse proposto di concentrare il succo e il
sangue di tutti gli errori che sono stati espressi fino a ora sulla fede, non
avrebbe certo potuto far meglio di quel che hanno fatto i modernisti. Anzi,
questi si sono spinti tanto più oltre che [...] hanno distrutto non solo il
Cattolicesimo, ma qualsiasi altra religione. Così si spiega il consenso
ricevuto dai razionalisti: perciò quei razionalisti che parlano in maniera più
franca e aperta si rallegrano di avere nei modernisti gli alleati più
efficaci".
Non so come
definire questo torrente di “parole” contro il modernismo e le sue idee ma Pio
X andò oltre indicando i rimedi per combatterlo. Sono sette rimedi…… strano
anche il numero sette non è scelta a caso,,, è il numero della spiritualità, Nella
Bibbia il numero “sette” è “il numero
sacro perché è il simbolo di Dio attraverso il quale si proclama la Sua
perfezione e completezza, indica il sabato cioè il settimo giorno dove Egli
riposò dopo i sei giorni della creazione e sta come ad indicare un “sigillo
alla creazione stessa”.
Tra
i rimedi rimedi (i sette rimedi sono pubblicati al termine dell’articolo):
-
porre la filosofia scolastica, in
particolare quella di san Tommaso d'Aquino, "a fondamento degli studi
sacri”;
-
controllare i Seminari e le
Università in modo da tenere lontano "dall'incarico di rettore o di
insegnante, senza riguardi di sorta, chiunque sia in alcun modo infetto dal modernismo:
e se rivesta già tale incarico, ne sia subito rimosso".
-
Impedire che scritti infetti dal
modernismo o a esso favorevoli, se sono già stati pubblicati, vengano
letti". Tuttavia, non è sufficiente "impedire la lettura o la stampa
dei libri cattivi; è necessario impedirne anche la stampa".
In margine al testo dell'enciclica è
pubblicato il Giuramento antimodernista.
Il
presente Giuramento Antimodernista venne prescritto da Papa San Pio X col “Motu
Proprio Sacrorum Antistitum” del 1 settembre
1910, col quale stabilì le norme atte a respingere il pericolo del modernismo.
Oltre ai professori che già insegnavano nei seminari, nelle Università e nelle scuole, questo giuramento dovevano prestarlo poi:
Oltre ai professori che già insegnavano nei seminari, nelle Università e nelle scuole, questo giuramento dovevano prestarlo poi:
I.
I
chierici che stanno per essere promossi agli ordini maggiori; si dovrà
consegnar loro in precedenza una copia tanto della professione di fede quanto
della formula del giuramento da pronunciare, affinché ne siano accuratamente
informati, compresa la sanzione prevista in caso d’infrazione, come sarà detto
più avanti.
II.
I
sacerdoti destinati ad udire le confessioni ed i sacri predicatori prima che
sia loro accordata la facoltà di esercitare tali funzioni.
III.
I
Parroci, i Canonici, i Beneficiari prima di prendere possesso del loro
beneficio.
IV.
Gli
ufficiali delle Curie episcopali e dei Tribunali ecclesiastici, ivi compresi il
Vicario generale ed i giudici.
V.
I
predicatori della Quaresima.
VI.
Tutti
gli ufficiali delle Congregazioni romane e dei Tribunali ecclesiastici di Roma,
in presenza del Cardinal Prefetto o del Segretario della Congregazione o del
Tribunale.
VII.
I
superiori ed i docenti delle famiglie e delle Congregazioni religiose prima di
assumere l’incarico.
Fu pubblicato negli
Acta Apostolicæ Sedis, vol. II (1910), n. 17, pp. 669-672
Acta Apostolicæ Sedis, vol. II (1910), n. 17, pp. 669-672
(Venne abolito da Paolo VI nel 1966, dopo il Vaticano II, senza che esista, in base alle mie ricerche, alcun documento in proposito.).
FORMULA
DEL GIURAMENTO ANTIMODERNISTA
«Io,
……..., accetto e credo fermamente tutte e ciascuna le verità che la Chiesa, col
suo magistero infallibile, ha definito, affermato e dichiarato, principalmente
quei capi di dottrina che si oppongono direttamente agli errori del nostro
tempo.
E per primo credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e perciò anche dimostrato col lume naturale della ragione per mezzo delle opere da Lui compiute (cfr. Rm. 1, 20), cioè per mezzo delle opere visibili della creazione, come la causa per mezzo dell’effetto.
Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine divina della Religione cristiana; e questi stessi argomenti io li ritengo perfettamente proporzionati all’intelligenza di tutti i tempi e di tutti gli uomini, anche del tempo presente.
Terzo: credo anche con fede ferma che la Chiesa, custode e maestra della parola rivelata, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso, vero e storico, durante la sua vita tra noi, e che è fondata su Pietro capo della gerarchia apostolica, e sui suoi successori attraverso i secoli.
Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della Fede trasmessa fino a noi dagli Apostoli per mezzo dei Padri ortodossi, sempre nello stesso senso e nella stessa sentenza, e rigetto assolutamente la supposizione eretica dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, differente da quello che la Chiesa ha tenuto dall’inizio; e similmente condanno ogni errore che pretende di sostituire al deposito divino, affidato da Cristo alla Sposa perché fedelmente lo custodisse, un ritrovato filosofico o una creazione della coscienza umana, formatasi lentamente con sforzo umano e perfezionantesi nell’avvenire con progresso indefinito.
Quinto: ritengo in tutta certezza e professo sinceramente che la Fede non è un sentimento religioso cieco che erompe dalle latebre della subcoscienza per impulso del cuore ed inclinazione della volontà moralmente informata, ma un vero assenso dell’intelletto alla verità acquisita estrinsecamente con la predicazione; assenso per il quale noi crediamo vero, a causa dell’autorità di Dio la cui veracità è assoluta, tutto ciò che è stato detto, attestato e rivelato dal Dio personale, creatore e Signore nostro.
Mi sottometto anche, con tutto il dovuto rispetto ed aderisco di tutto il cuore a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni contenute nell’Enciclica Pascendi e nel Decreto Lamentabili, specialmente per ciò che concerne la cosiddetta storia dei dogmi.
- Così pure riprovo l’errore di coloro che pretendono che la fede proposta dalla Chiesa possa essere in contraddizione con la storia, e che i dogmi cattolici, nel senso in cui oggi sono intesi, siano incompatibili con le origini più autentiche della religione cristiana.
- Condanno pure e rigetto l’opinione di coloro che affermano che il cristiano erudito si rivesta di una duplice personalità, del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito sostenere ciò che contraddice la fede del credente, o porre delle premesse da cui conseguisse che i dogmi sono falsi o dubbi, così che essi non siano negati direttamente.
- Riprovo allo stesso modo quel metodo per giudicare e interpretare la Sacra Scrittura che, mettendo da parte la tradizione della Chiesa, l’analogia della Fede e le regole della Sede apostolica, ricorre ai metodi dei razionalisti e, con non minore audacia quanta temerità, accetta come suprema ed unica regola solo la critica testuale.
- Inoltre rigetto l’opinione di coloro i quali ritengono che gli insegnanti delle discipline storiche e teologiche, o coloro che ne trattano per iscritto, debbano anzitutto sbarazzarsi di ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia sull’assistenza divinamente promessa per la perenne salvaguardia dei singoli punti della verità rivelata, per interpretare poi gli scritti di ciascuno dei Padri, al di fuori di ogni autorità sacra, solo con i principii della scienza e con quella libertà di giudizio ammessa per l’esame di un qualunque documento profano.
- Mi dichiaro infine del tutto estraneo a quell’errore dei modernisti che pretende che non vi sia, nella sacra tradizione, nulla di divino o, ciò che è ben peggio, che ammette ciò che vi è di divino in senso panteista; così che non rimane nulla di più del fatto puro e semplice, assimilabile ai fatti ordinarii della storia: e cioè che degli uomini, col loro lavoro, la loro abilità, il loro talento, continuino nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo ed i Suoi Apostoli.
Mantengo pertanto fermissimamente e manterrò fino al mio ultimo respiro, la fede dei Padri nel carisma certo di verità che è, è stato e sarà sempre nell’episcopato trasmesso con la successione Apostolica: non in modo che sia mantenuto quello che può sembrare migliore e più adatto al grado di cultura proprio di ciascuna epoca, ma in modo che la verità assoluta ed immutabile, predicata in origine dagli Apostoli, né mai sia creduta, né mai sia intesa in un altro senso.
Mi impegno ad osservare tutte queste cose fedelmente, integralmente e sinceramente, a custodirle inviolabilmente e a non allontanarmene sia nell’insegnamento sia in una qualunque maniera con le mie parole ed i miei scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.»
E per primo credo che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza e perciò anche dimostrato col lume naturale della ragione per mezzo delle opere da Lui compiute (cfr. Rm. 1, 20), cioè per mezzo delle opere visibili della creazione, come la causa per mezzo dell’effetto.
Secondo: ammetto e riconosco le prove esteriori della rivelazione, cioè gli interventi divini, e soprattutto i miracoli e le profezie, come segni certissimi dell’origine divina della Religione cristiana; e questi stessi argomenti io li ritengo perfettamente proporzionati all’intelligenza di tutti i tempi e di tutti gli uomini, anche del tempo presente.
Terzo: credo anche con fede ferma che la Chiesa, custode e maestra della parola rivelata, è stata istituita immediatamente e direttamente da Cristo stesso, vero e storico, durante la sua vita tra noi, e che è fondata su Pietro capo della gerarchia apostolica, e sui suoi successori attraverso i secoli.
Quarto: accolgo sinceramente la dottrina della Fede trasmessa fino a noi dagli Apostoli per mezzo dei Padri ortodossi, sempre nello stesso senso e nella stessa sentenza, e rigetto assolutamente la supposizione eretica dell’evoluzione dei dogmi da un significato all’altro, differente da quello che la Chiesa ha tenuto dall’inizio; e similmente condanno ogni errore che pretende di sostituire al deposito divino, affidato da Cristo alla Sposa perché fedelmente lo custodisse, un ritrovato filosofico o una creazione della coscienza umana, formatasi lentamente con sforzo umano e perfezionantesi nell’avvenire con progresso indefinito.
Quinto: ritengo in tutta certezza e professo sinceramente che la Fede non è un sentimento religioso cieco che erompe dalle latebre della subcoscienza per impulso del cuore ed inclinazione della volontà moralmente informata, ma un vero assenso dell’intelletto alla verità acquisita estrinsecamente con la predicazione; assenso per il quale noi crediamo vero, a causa dell’autorità di Dio la cui veracità è assoluta, tutto ciò che è stato detto, attestato e rivelato dal Dio personale, creatore e Signore nostro.
Mi sottometto anche, con tutto il dovuto rispetto ed aderisco di tutto il cuore a tutte le condanne, dichiarazioni e prescrizioni contenute nell’Enciclica Pascendi e nel Decreto Lamentabili, specialmente per ciò che concerne la cosiddetta storia dei dogmi.
- Così pure riprovo l’errore di coloro che pretendono che la fede proposta dalla Chiesa possa essere in contraddizione con la storia, e che i dogmi cattolici, nel senso in cui oggi sono intesi, siano incompatibili con le origini più autentiche della religione cristiana.
- Condanno pure e rigetto l’opinione di coloro che affermano che il cristiano erudito si rivesta di una duplice personalità, del credente e dello storico, come se allo storico fosse lecito sostenere ciò che contraddice la fede del credente, o porre delle premesse da cui conseguisse che i dogmi sono falsi o dubbi, così che essi non siano negati direttamente.
- Riprovo allo stesso modo quel metodo per giudicare e interpretare la Sacra Scrittura che, mettendo da parte la tradizione della Chiesa, l’analogia della Fede e le regole della Sede apostolica, ricorre ai metodi dei razionalisti e, con non minore audacia quanta temerità, accetta come suprema ed unica regola solo la critica testuale.
- Inoltre rigetto l’opinione di coloro i quali ritengono che gli insegnanti delle discipline storiche e teologiche, o coloro che ne trattano per iscritto, debbano anzitutto sbarazzarsi di ogni idea preconcetta sia sull’origine soprannaturale della tradizione cattolica sia sull’assistenza divinamente promessa per la perenne salvaguardia dei singoli punti della verità rivelata, per interpretare poi gli scritti di ciascuno dei Padri, al di fuori di ogni autorità sacra, solo con i principii della scienza e con quella libertà di giudizio ammessa per l’esame di un qualunque documento profano.
- Mi dichiaro infine del tutto estraneo a quell’errore dei modernisti che pretende che non vi sia, nella sacra tradizione, nulla di divino o, ciò che è ben peggio, che ammette ciò che vi è di divino in senso panteista; così che non rimane nulla di più del fatto puro e semplice, assimilabile ai fatti ordinarii della storia: e cioè che degli uomini, col loro lavoro, la loro abilità, il loro talento, continuino nelle età posteriori la scuola inaugurata da Cristo ed i Suoi Apostoli.
Mantengo pertanto fermissimamente e manterrò fino al mio ultimo respiro, la fede dei Padri nel carisma certo di verità che è, è stato e sarà sempre nell’episcopato trasmesso con la successione Apostolica: non in modo che sia mantenuto quello che può sembrare migliore e più adatto al grado di cultura proprio di ciascuna epoca, ma in modo che la verità assoluta ed immutabile, predicata in origine dagli Apostoli, né mai sia creduta, né mai sia intesa in un altro senso.
Mi impegno ad osservare tutte queste cose fedelmente, integralmente e sinceramente, a custodirle inviolabilmente e a non allontanarmene sia nell’insegnamento sia in una qualunque maniera con le mie parole ed i miei scritti. Così prometto, così giuro, così mi aiutino Dio e questi santi Vangeli di Dio.»
Eresie erano quelle idee che portavano avanti i socialisti e i
movimenti femministi.
Nel 1909 Papa Pio X creò l’”Unione Elettorale Catttolica
Italiana “ (UECI),,, l’obiettivo di questa associazione di laici ? Indirizzare o dare delle direttive ai
cattolici italiani impegnato nella scena politica. Fu nominato presidente
dell’associazione il Conte Gentiloni….l’ennesimo aristocratico….legato alla
chiesa…
Il “Conte” appena eletto stabilì subito un’alleanza con i
liberali che diede i suoi risultati nell’elezioni di quell’anno (1909). Molti
cattolici si candidarono nelle liste elettorali dei liberali e i risultati
furono positivi: 21 eletti.
Questa collaborazione tra UECI e liberali verrà definita nel
1913 proprio nel cosiddetto “Patto Gentiloni”.
L’allargamento
nella legge elettorale del 1912 di Giolitti aveva introdotto il suffragio universale
maschile. Questo allargamento dell’elettorato fu il prezzo che Giolitti doverre
pagare ai socialisti di Leonida Bissolati per l’aiuto che aveva dato durante la
guerra italo-truca. Molti elettori erano operai e il PSI riscuoteva sempre
maggiori consensi. (Il PSI di allora era un partito in ascesa e avrebbe potuto
chiedere il suffragio femminile ma probabilmente non volle turbare i rapporti
con la Chiesa e creare una discussione sociale basata su atavici predomini
maschili).
Giolitti, i liberali, i manarchici erano
decisamente preoccupati di questa avanzata socialista e decisero di rivolgersi
all’UECI, dove il presidente era ancora Gentiloni, per dare l’avvia ad un patto
che aveva, come abbiamo visto, dato ottimi risultati nelle elezioni del 1909.
L’UECI
accettò la proposta e tutti fecero fronte comune contro i socialisti. I
liberali addirittura misero a disposizione
una notevole quantità di seggi per i
candidati cattolici.
I liberali incaricarono addirittura Gentiloni di esaminare i
candidati liberali… il motivo ?
Fare confluire il voto dei cattolici su quegli esponenti
politici che promettevano i valori affermati della dottrina cristiana e che
negavano il sostegno a leggi anticlericali
( le proposte di legge portate avanti dai movimenti femministi).
Il sistema elettorale era uninominale e maggioritario per cui il
vincolo di appartenenza al partito era
un elemento molto debole. Per questo motivo Gentiloni stabilì un patto,
basato su sette punti (che costituivano l’”Eptalogo”) e definiti
“irrinunciabili” per ottenere il sostegno e consenso degli elettori cattolici,
tra UECI e liberali. Un patto solo formale, non venne mai sottoscritto tra le
parti ma era sottoscritto da ogni candidato.
I sette punti:
1.
Difesa delle istituzioni statutarie e delle garanzie date dagli
ordinamenti costituzionali alle libertà di coscienza e di associazione, e
quindi opposizione anche ad ogni proposta di legge in odio alle congregazioni
religiose e che comunque tenda a turbare la pace religiosa della Nazione;
2.
Svolgimento della legislazione scolastica secondo il criterio
che, col maggiore incremento alla scuola pubblica, non siano fatte condizioni
che intralcino o screditino l'opera dell'insegnamento privato, fattore
importante di diffusione e di elevazione della cultura nazionale;
3.
Sottrarre ad ogni incertezza ed arbitrio e munire di forme
giuridiche sincere e di garanzie pratiche, efficaci, il diritto dei padri di
famiglia di avere pei propri figli una seria istruzione religiosa nelle scuole
comunali;
4.
Resistere ad ogni tentativo di indebolire l'unità della famiglia
e quindi assoluta opposizione al divorzio;
5.
Riconoscere gli effetti della rappresentanza nei Consigli dello
Stato, diritto di parità alle organizzazioni economiche o sociali
indipendentemente dai principii sociali o religiosi ai quali esse si ispirino;
6.
Riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari e degli
istituti giuridici di giustizia nei rapporti sociali;
7.
Appoggiare una politica che tenda a conservare e rinvigorire le
forze economiche e morali del paese, volgendole a un progressivo incremento
dell'influenza italiana nello sviluppo della civiltà internazionale.
Nei
punti non appare il termine donne ma si fa allusione alle loro giuste rivendicazioni
che, secondo il patto, dovranno essere emarginate non accolte perché tendono a
minare la società cristiana cattolica… è espressa ancora il concetto
patriarcale della società.
Il
patto fu aspramente criticato da alcuni liberali per “aver ceduto ai cattolici” e
lo stesso Giolitti ne negò l’esistenza.
Anche gli stessi cattolici non erano d’accordo sul patto. Primo fra
tutti Don Luigi Sturzo che da tanto tempo si batteva per la creazione di un
partito cattolico aperto alle innovazioni sociali. La Chiesa non stava dietro
le quinte e approvò… in silenzio,,, il patto tanto che Pio X tolse il “non expedit” di Pio IX in 330
collegi su 508.
I
risultati elettorali del 1913 furono un successo per il Patto: i liberali
ottennero il 47% dei voti e su 508 seggi ne conquistarono 270. Di questi ben 228 avevano sottoscritto il
Patto prima delle elezioni. I deputati Socialisti videro salire a 52 il numero
dei propri eletti; il Partito Socialista Riformista Italiano ebbe 19 eletti; i
Radicali (tra cui Don Romolo Murri) 62; l’Unione Elettorale Cattolica con 20
eletti e i Cattolici Conservatore, che non erano aderenti al Partito Liberale,
con 9 eletti.
L’approvazione
della legge elettorale di Giolitti fu un durissimo colpo per la Kuliscioff e
forse per tutto il movimento femminista.
La nascita di un movimento antisocialista e nazionalista che si
manifestava spesso con atteggiamenti violenti, scoraggia e spaventa la
Kuliscioff . capisce che quel movimento porterà la catastrofe… una previsione
che fu confermata dalla storia. (Anna Kuliscioff, il cui vero nome era Anja Rosenstein, nata
in Crimea, il 9 gennaio tra il 1853 e il 1857, morirà il 29 dicembre 1925. Al suo funerale
una folla immensa.. ma ci sarà tanta violenza. Squadre di fascisti si
scagliarono contro le carrozze e strapparono trappi, bandiere e corone…. A
Milano in suo ricordo una importante Fondazione.. Fondazione Anna Kuliscioff).
I funerali di Anna Kuliscioff
Attilio Rossi - Un Garofano - Omaggio ad Anna Kuliscioff
La legge elettorale del 1912 fu sostituita da una nuova legge
nel 1919 che fu adottata dal Regno d’Italia nelle elezioni del 1919 e del 1921.
Una legge che in realtà comprendeva due leggi:
-
La Legge n. 1985 del 16 dicembre 1918, approvata dal governo
Orlando che “concedeva il voto a tutti gli ex combattenti anche minorenni”. (era
la solenne promessa del Governo Italiano in caso di vittoria dopo la disfatta
di Caporetto);
-
La Legge n. 1401 del 15 agosto 1919 approvata dal Governo Nitti
su forti pressioni del Partito Polare e del Partito Socialista che volevano
passare al sistema proporzionale.
Rispetto alla legge di Giolitti del 1912 estendeva il diritto di
voto a tutti i “cittadini maschi che
avessero compiuto i 21 anni o prestato servizio militare”. (Veniva
introdotto anche il sistema proporzionale)
(In parole povere si aveva il “suffragio Universale”…. Maschile
dei cittadini maggiorenni (che avessero compiuto i 21 anni)… che fossero in
grado di leggere e scrivere o che avessero preso parte al servizio militare…
inoltre a partire dal trentesimo compleanno potevano votare anche gli
analfabeti….)
Delle donne nessun cenno… i movimenti per il diritto al voto si
moltiplicarono ma lo scoppio della prima guerra mondiale agì come una spugna su
una lavagna…. Cancellò tutti i teoremi e
rimase vuota…cadde il silenzio sulla protesta e sulle varie iniziative.
Nella Grande Guerra risaltarono le figure di grandi donne… donne
che sostituirono gli uomini che erano al fronte e che entrarono nel tessuto
sociale anche in quei lavori che erano da sempre di pertinenza degli uomini o
del genere maschile.
( Ho trovato un articolo sulle Donne nella Grande Guerra dei
prof. Sergio Chiti e Francio Gianola che mi ha impressionato perché scritto con
il cuore. Attraverso le loro frasi sono passate nella mia mente le immagini di
donne.. di grandi donne che hanno
lottato per superare le immense
difficolta che inevitabilmente la guerra scatena.. ho deciso di copiarlo
integralmente perché anche cambiando qualcosa si modificherebbe il suo alto
valore comunicativo).
Scoppia la guerra e nelle case rimangono le madri, i figli, i
vecchi. La propaganda bellica interventista incita le “truppe femminili” a
combattere ma si arriva al ridicolo come in un arringa della militante
futurista Valentina de Saint Point “"Si lasci daccanto il femminismo. Il
femminismo è un errore cerebrale della donna, un errore che il suo istinto
riconoscerà. Non bisogna dare alle donne nessuno dei diritti reclamati dal femminismo...
La donna deve abbandonarsi all'istinto, stimolare gli uomini alla guerra, alla lotta
violenta col gusto sadico della crudeltà, per farsi stuprare dai vincitori e procreare
così degli eroi. All'umanità voi dovete degli eroi. Dateglieli!".
Le
donne dell’Alta borghesia sono favorevoli, in massima parte, alla guerra per interessi
economici, commerciali con l’apertura di nuovi mercati. I loro mariti non vanno
alla guerra perché sono tecnici, dirigenti industriali, “padroni delle
ferriere”, latifondisti, nobili con grandi interessi politici e quindi
necessari al fronte interno. Nelle adunate militari si presentano eleganti,
infiocchettati
spiccano
ovunque ci sia qualche adunata di militari (come la partenza di una delle
lunghe e tristi tradotte dirette verso "la fronte" del Piave)
infagottati nelle divise grigioverdi appena uscite dai magazzini. "...sono
molte le patriote che circolano con una cassettina tricolore al collo o
in mano, ricordano Giuliana Dal Pozzo ed Enzo Rava ne "Le donne nella
storia d'Italia", Teti editore) a fare la questua per i regali da
mandare ai soldati, segnando con un nastrino sul bavero chi ha versato.
Organizzano anche spettacoli di beneficenza, fiere, lotterie e pesche
reali vendendo un bacio, sempre patriottico, a cento lire. I giornali incitano
le ragazze che non hanno fidanzato a scegliersi un figlioccio e a fargli da
madrina di guerra, sicchè la corrispondenza fra le retrovie e il fronte
diventa molto intensa; in realtà la maggior parte delle italiane non sa
scrivere e deve ricorrere a qualche amica, al parroco o a uno scrivano
pubblico".
I
giornali dell’epoca sono in mano a grossi esponenti industriali e finanziari
(Corriere della Sera, Il Giornale d’Italia, Il Resto del Carlino) e diffondono
le idee interventiste anche fra le donne dei ceti inferiori. Ceti inferiori…. costituiti
da donne casalinghe, mogli di operai, contadine, mondine.. ma avvenne qualcosa
di incredibile come quello che capita oggi a un cittadino normale che si sente
tradito dal suo paese.. perseguitato…
Non
si sviluppò in queste belle figure di donne il “gusto della guerra”.. perché ?
Sono
donne normali semplici equilibrate e rese forti dalla continua lotta quotidiana
per sopravvivere (“provate voi a lavorar/ e troverete la
differenza/ di lavorar e di comandar").
Sanno
che la guerra non è, come dicono i futuristi in preda alla loro isteria di
gruppo, "la grande festa della giovinezza, della virilità, dell'energia
fisica, il bagno di sangue che rigenera la stirpe", ma soltanto un
orrido macello che si lascia dietro fosse comuni o geometrici boschi di
croci, mutilati abbandonati alla carità e alla pietà pubblica, orfani, vedove,
miseria che si assomma alla precedente. Le donne del popolo rifiutano la guerra
e lo dicono da sempre, o lo ridicono ora con i loro vecchi canti di
protesta, come quello, proveniente dall'Appennino tosco romagnolo,
datato 1905; "Vittorio che comandi il re dei regni/ oh quanta gente
mandi a macellar!/ Se vuoi soldati fatteli di legno/ ma quel biondino lasciamelo
star".
La
paura della guerra esce anche da un altro canto toscano, pressappoco della
stessa epoca: "E anche al mi' marito tocca andar/ a fa' barriera contro
l'invasore/ ma se va a fa' la guerra e po' ci more/ rimango sola con
quattro creature".
Ma queste donne pur
nella loro consapevolezza di essere dimenticate.. di essere costrette a lottare
per sopravvivere e portare avanti la famiglia, di non avere diritti,
comprendono nella loro sensibilità di
essere custodi della sicurezza e della sopravvivenza del paese che non li ama e
cercano con grande impegno di risolvere sul fronte interno i problemi che la
guerra inevitabilmente scatena.
Il
trasferimento al fronte di migliaia e migliaia di uomini crea problemi nelle
fabbriche, nei servizi che rallentano la vita del pese.
La
macchina produttiva del paese non si ferma perché reggimenti di donne lasciano
la propria casa per attimi.. per ore e vanno nei campi ad arare, seminare,
raccogliere; nelle fabbriche a manovrare i marchingegni creati dalla tecnica
moderna; migliaia e migliaia di donne prendono il posto dei campanari, dei
tassisti, dei medici, dei cancellieri di tribunale, dei telegrafisti, dei
cantonieri, dei maestri e degli infermieri.
Qualche
dato su questo fenomeno che cambia profondamente la "dimensione
donna":
l'indice
della manodopera femminile presente nei campi sale a 6 milioni di unità (e
questo
dimostra
perchè la produzione agricola del periodo 1915-1918 non è mai scesa al di sotto
del
90 per cento del totale prebellico); per effetto delle massicce commesse
militari che
impegnano
anche l'industria tessile, la percentuale delle operaie aumenta del 60 per
cento;
negli
uffici su 100 impiegati 50 sono donne; le 651.000 donne che già nell'aprile del
1916
lavoravano
nel settore dell'industria aumentano, nell'ottobre dello stesso anno, a
972.000,
nel
gennaio del 1917 salgono a 1.072.000 e superano largamente il 1.240.000 tre
mesi
dopo;
nel delicatissimo settore della produzione bellica la presenza femminile passa
da
23.000
unità iniziali alle 200.000.
I
codini di vario tipo, i moralisti e sessuofobi di questa o quella confessione,
i ginecofobi,
assistono
a questa "rivoluzione" con profondo orrore. La donna-spazzino va
anche bene, per costoro, perchè il ramazzare è un'incombenza "congeniale
alla femmina", ma la donna postino,
la
donna-tramviere... "santiddio, la prima, dato che le 'donne sono
curiose, ti legge la posta, la seconda ti porta a sicura morte e se fa il
bigliettaio è certamente una donna di facili costumi che sparge il microbo
della lussuria fra i passeggeri timorati".
Tuttavia
la gente timorata non si scandalizza di fronte alle notizie, confermate dai
militari in
licenza,
dalle quali si apprende che vengono avviati al fronte anche numerosi plotoni di
prostitute incaricate di tener alto il morale dei combattenti.
La
donna, angelo del focolare, deve nello stesso
tempo assumersi tutte le responsabilità del paterfamilias, oltre quella di
accudire ai figli e alla casa, il che vuol dire fare tutto quello che è necessario
alla sopravvivenza della sua piccola collettività. La moglie del soldato si
trova quindi in una posizione socialmente conflittuale: il sussidio che passa
lo Stato non è sufficiente per mangiare, coprirsi, pagare l'affitto, mandare a
scuola i bambini e di conseguenza deve lavorare fuori casa, ma
lavorare
in fabbrica, in campagna o in ufficio significa non riuscire a coprire il ruolo
di angelo del focolare.
Donne impacchettano i viveri per il fronte
Per
far fronte a queste due responsabilità la maggioranza delle donne italiane
impegnate
sul
fronte produttivo si sottopongono a sacrifici che, a parte il rischio della
vita, non sono
minori
di quelli dei soldati. D'altronde il momento non lascia altre soluzioni.
Sussidi e
salari
aumentano con grande lentezza rispetto al lievitare del costo della vita. Le casalinghe
che hanno la possibilità di evitare il lavoro esterno riescono a scoprire
sempre nuovi sistemi per mettere qualcosa in tavola che non incida troppo sul
bilancio familiare, dalle erbe che si trovano nei prati alle bucce di piselli
cotte in modo da renderle "appetitosi". Ma le operaie che fanno
otto-dieci ore di fabbrica, o le contadine o le impiegate, hanno i minuti
contati e non possono certamente andare a caccia di viveri. Cominciano così le
prime grandi proteste. Più che giustificate se si considera che nel corso della
guerra il potere d'acquisto dei salari va dimezzandosi, che casalinghe c
operaie si trovano a pagare, nel 1917, 40 lire un chilo di lana che nel '14 si
pagava 10 lire, mentre è
quadruplicato
il prezzo della carne e quintuplicato quello dei fagioli secchi. Si vedono così
i grandi scioperi femminili, gli scioperi di quelle masse proletarie femminili
che Filippo Turati affermava avere "coscienza politica e di classe
ancora così pigra".
Nell'agosto
del 1915 le donne fermano le macchine e incrociano le braccia nelle fabbriche tessili
dell'alto Milanese, nel novembre successivo succede la stessa cosa nel
Novarese.
Numerose
le astensioni dal lavoro delle risaiole e delle operaie delle manifatture tabacchi.
Gli
anni di questa guerra che il popolo italiano non ha voluto, come la storia ha definitivamente
dimostrato, portano alla ribalta le donne non soltanto per la capacità di dare
forza-lavoro ma anche per la dimostrazione di coscienza critica, di capacità di
reazione contro uno Stato incapace di dare giustizia sociale, di proteggere
imparzialmente gli interessi di tutte le categorie di cittadini.
Le
donne che si riversano sotto le finestre dei Municipi a reclamare gli aumenti
dei miseri sussidi, che dovrebbero sostituire il salario guadagnato dal marito
prima di essere richiamato alle armi, sono le stesse che fanno affollati e aggressivi
cortei lungo le strade delle città italiane per protestare contro gli
incredibili aumenti dei prezzi, sono le stesse che impongono agli operai delle
fabbriche militarizzate di uscire dai reparti per sabotare un lavoro nel quale
esse identificava la causa della continuazione del conflitto; sono le contadine,
le operaie, le impiegate, quelle donne che si trovano addosso la doppia responsabilità
di far sopravvivere la famiglia e di assicurare al Paese rifornimenti
alimentari,
prodotti industriali, civili e militari di tutti i generi, e tutti quei servizi
indispensabili al funzionamento della macchina nazionale.
le donne trasportano al fronte le munizioni
MARIA PLOZNER MENTIL
è una portarice.. fu ccisa durante un trasporto
Sono
anni durissimi che le donne italiane superano con una forza morale e una
coscienza civile di dimensione tale da poter essere definita eroica senza
timore di fare dell'enfasi. Di questo eroismo silenzioso, privo di
spettacolarità ma che ha contribuito alla vittoria e alla maturazione civile
del Paese, la letteratura postbellica (che ha creato fiumi di retorica, creato eroi dal nulla, ha glorificato,
giustamente, senza dubbio, le crocerossine di guerra) ha raccontato molto poco
ed ha lasciato nella storia un "buco nero" che può essere spiegato
soltanto andando a frugare nelle inconsce paure dello scrittore maschio dell'epoca,
ancora impastoiato dai tabù della società patriarcale.
Ma,
a dispetto della letteratura e del codice civile, alla fine della guerra qualcosa
è cambiato nella cultura contadina della vecchia Italia, nell'arcaico costume
si vede qualche scucitura. Se dopo la grande battaglia molte donne hanno ripreso
il ruolo di gregario senza diritti, molte si sono rese conto che "donna
è uguale a uomo" dal momento che hanno dimostrato di essere capaci di
amministrare e di garantire la vita della famiglia da sole, di guidare tanto un
tram quanto una grande protesta popolare. Da questo momento, da questa presa di
coscienza, inizia, sia pur con grande lentezza e non senza dure reazioni, la decadenza
della società patriarcale italiana. Ne prende atto Vittorio Emanuele Orlando, liberale,
conservatore non sospetto di simpatie "femministe". Nella riunione
del consiglio dei ministri del quale è presidente, il 2 aprile 1918 sostiene
che, almeno in linea di principio, bisogna riconoscere alle donne il diritto di
partecipare alle elezioni.
"Per
quanto riguarda il voto - egli dice - ero contrario nel mio libro
giovanile, ora sono venuto mutando opinione... Non tanto è mutata opinione, quanto
sono mutati i tempi... La donna di tipo patriarcale, figura incapsulata nella
famiglia, non aveva bisogno del voto elettorale; il suo voto, se madre, si
confondeva con quello del figlio; se figlia con quello del padre; se moglie con
quello del marito, Ma ora che, sotto la pressione di una evoluzione sociale
sempre più incalzante, abbiamo il fenomeno sociale del lavoro femminile, ora
che alle falangi dei lavoratori si aggiungono falangi di lavoratrici, ora dico
di aver cambiato opinione".
Qualche
anno dopo le parole di Orlando saranno soltanto un ricordo di pochi democratici
irriducibili. Una volta al potere Mussolini, duce del fascismo, deciderà di
assegnare alla donna il ruolo di "fabbricante" dei legionari che dovranno
costruire il "nuovo impero romano". Il processo evolutivo della
società femminile entrerà in una fase di stallo. Ma la fiamma accesa dalla
Grande Guerra non è spenta. La vittoria arriverà. Ci vorrà un'altra Grande
Guerra mondiale, la seconda, che farà cadere il fascismo. Poi, nel 1948, gli
italiani avranno una Costituzione democratica. E le donne avranno diritto di
voto.
Nel
1919 Don Luigi Sturzo inserì nel programma del suo partito, Partito Popolare,
la richiesta dell’estensione del diritto di voto alle donne. Questo suscitò un
gran clamore perché si schierò contro i clericali e contro Papa Pio X che nel
1905 aveva affermato “non
elettrici, non deputatesse, perché è ancora troppa la confusione che fanno gli
uomini in Parlamento. La donna non deve votare ma votarsi ad un'alta idealità
di bene umano […]. Dio ci guardi dal femminismo politico.”
Manifesto
del programma di San Sepolcro
nel
quale figura il suffragio femminile
Le
donne avevano aiutato gli uomini durante la Grande Guerra e il Governo si
sentiva obbligato nei loro confronti .. mostrò solo un fievole senso di
gratitudine… il 9 marzo 1919 promulgò la legge Sacchi.. un piccolo dolce
rimedio per addolcire il tutto .. ma era poca cosa… la legge eliminava la
predominanza dell’uomo nella famiglia e
il diritto al voto ? Venne approvato un ordine del giorno “Sichel” che prevedeva l’ammissione delle
donne al voto, sia politico che amministrativo,
dietro presentazione di un disegno di legge.
Le
solite promesse parlamentari a cui siamo abituati… Il disegno di legge venne
letto in aula nell’estate del 1919,, fu approvato e divenne legge nel settembre
dello stesso anno.. Le donne avevano raggiunto finalmente il diritto al voto ..
ma non era così.. Perché ? La legge non arrivò mai in Senato a causa
della chiusura anticipata della legislatura dovuta alla questione di Fiume.
Tutte le leggi in attesa di approvazione decadevano.
La
battaglia era ancora lunga..
Mussolini sembrava
intenzionato a concedere il diritto di voto alle donne .. cominciando dal campo
amministrativo. Ma non si fece nulla..
Con la Seconda guerra mondiale le donne ancora una volta
rimpiazzarono gli uomini. Questa volta i fatti storici implicarono il loro
coinvolgimento nella Resistenza. Il Partito Comunista nel novembre 1943 fondò a
Milano i Gruppi di Difesa della Donna e per l’Assistenza ai Volontari della
Libertà. Un organizzazione costituita solo da donne che non solo manifestavano
contro la guerra ma assistevano le famiglie in difficoltà, supportavano i
partigiani nelle loro azioni. Gruppi di Difesa che vennero riconosciuti nel
luglio 1944 dal Comitato di Liberazione Nazionale dell’Alta Italia e nello
stesso anno il giornale “Noi Donne” diede vita a pubblicazioni ufficiali.
" Noi Donne" - Anteprima
Nel mese di agosto dello stesso anno Palmiro Togliatti e Alcide
De Gasperi si dimostrarono favorevoli all’stensione del voto alle donne. Fu
così che prese forma il decreto De Gasperi-Togliatti, chiamato Bonomi,
Presidente del consiglio dei Ministri del Regno d’Italia e Ministro
dell’Interno (In carica dal giugno 44 al giugno 45).
Nel mese di settembre del 1944, sempre per iniziativa del
Partito comunista, a Roma venne fondata “ l’Unione Donne Italiane” nella quale vennero inseriti i Gruppi di
Difesa della Donna.
L'UDI era animata da
ideali di sinistra e per questo motivo
Maria Rimoldi, presidentessa delle donne cattoliche, decise di dar vita a
una nuova organizzazione di ispirazione cristiana: nasceva il “Centro Italiano
Femminile” (CIF).
Nell'ottobre 1944 la Commissione per il voto alle donne dell'UDI
e altre associazioni presentarono al governo Bonomi un documento nel quale
esprimevano l'inevitabilità di concedere il suffragio universale e verso la
fine del mese sorse il “Comitato Pro Voto”. Gli obiettivi del “Comitato” erano
due:
-
Acquisire il diritto di voto per le donne;
-
Avere la possibilità di ottenere cariche importanti nelle
amministrazioni pubbliche e negli enti morali.
Nel mese di novembre del 1944 l’UDI, il CIF e altre
organizzazioni commissionarono a Laura Lombardo Radice la scrittura di un opuscolo intitolato “Le donne italiane hanno diritto al voto”.
Laura Lombardo Radice
Successivamente le rappresentanti del Comitato Pro Voto consegnarono
una petizione al Governo di Liberazione Nazionale nella quale chiedevano che il
diritto di votare e di essere elette venisse esteso alle donne per le
successive elezioni amministrative.
Il 20 gennaio 1945 Togliatti scrisse una lettera a De Gasperi
nella quale affermava che fosse necessario porre la questione del voto alle
donne nell'imminente consiglio dei ministri. A tale lettera De Gasperi rispose:
“ho fatto più rapidamente ancora di
quanto mi chiedi. Ho telefonato a Bonomi, preannunciandogli che lunedì sera o
martedì mattina tu e io faremo un passo presso di lui per pregarlo di
presentare nella prossima seduta un progetto per l'inclusione del voto
femminile nelle liste delle prossime elezioni amministrative. Facesse intanto
preparare il testo del decreto. Mi ha risposto affermativamente.”.
Il 30 gennaio 1945 nella riunione del consiglio dei ministri, come ultimo argomento, ci fu un acceso dibattito sul voto alle donne. La questione fu esaminata con poca attenzione ma la maggioranza dei partiti (a esclusione di liberali, azionisti e repubblicani) si dimostrò favorevole all'estensione. L’1 febbraio 1945 venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni. Le uniche donne ad essere escluse erano citate nell'articolo 354 del regolamento per l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza: si trattava delle prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Il 21 ottobre 1945 papa Pio XII, in presenza delle presidenti del CIF, si dimostrò favorevole al suffragio femminile affermando: “ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”. Con queste parole Pio XII, adeguatosi ai tempi, aveva interrotto la tradizione clericale in merito alla questione.
Il 30 gennaio 1945 nella riunione del consiglio dei ministri, come ultimo argomento, ci fu un acceso dibattito sul voto alle donne. La questione fu esaminata con poca attenzione ma la maggioranza dei partiti (a esclusione di liberali, azionisti e repubblicani) si dimostrò favorevole all'estensione. L’1 febbraio 1945 venne emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni. Le uniche donne ad essere escluse erano citate nell'articolo 354 del regolamento per l'esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza: si trattava delle prostitute schedate che lavoravano al di fuori delle case dove era loro concesso di esercitare la professione. Il 21 ottobre 1945 papa Pio XII, in presenza delle presidenti del CIF, si dimostrò favorevole al suffragio femminile affermando: “ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione”. Con queste parole Pio XII, adeguatosi ai tempi, aveva interrotto la tradizione clericale in merito alla questione.
Il decreto Bonomi tuttavia non faceva menzione dell'elettorato passivo: cioè della possibilità, per le donne, di essere votate.
L'11 febbraio 1945 l'UDI compose un telegramma per Bonomi nel quale si
richiedeva di sancire anche l'eleggibilità delle donne. Dovette trascorrere
poco più di un anno prima che esse venissero accontentate e potessero godere
dell'eleggibilità che veniva conferita alle italiane di almeno 25 anni dal
decreto n. 74 datato 10 marzo 1946: da questa data in poi le donne potevano
considerarsi cittadine con pieni diritti.
Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche (svolte assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica) si tennero il 2 giugno 1946. La prima occasione di voto per le donne italiane non fu quindi il “referendum” per “scegliere” tra monarchia e repubblica ma le elezioni amministrative. Il risultati furono sorprendenti. L’affluenza alle urne, solo per le donne, raggiunse l’89% e circa 2000 candidate vennero elette nei consigli comunali
Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 in 5 turni, mentre le prime elezioni politiche (svolte assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica) si tennero il 2 giugno 1946. La prima occasione di voto per le donne italiane non fu quindi il “referendum” per “scegliere” tra monarchia e repubblica ma le elezioni amministrative. Il risultati furono sorprendenti. L’affluenza alle urne, solo per le donne, raggiunse l’89% e circa 2000 candidate vennero elette nei consigli comunali
La legge che consentiva elettorato attivo e passivo alle donne
diede immediatamente i suoi frutti, infatti, già alle prime amministrative vi
furono donne elette nelle amministrazioni locali, come Gigliola Valandro (Democrazia Cristiana) e Vittoria Marzolo Scimeni (DC) a Padova o Jolanda
Baldassari (Democrazia Cristiana) e Liliana
Vasumini Flamigni (Partito Comunista
Italiano) a Forlì.
Nello
stesso anno furono anche elette le prime due donne sindaco: Ada Natali (Massa
Fermana) e Ninetta Bartoli (Borutta – Sassari)),
Margherita Sanna (Orune - Nuoro), Caterina Tufarelli Palumbo Pisani (San Sosti, prov. di Cosenza),
Lydia Toraldo (Serra di tropea – Vibo Valentia), Elsa Damiani Prampolini
(Spello – Perugia), Elena Tosetti (Fanano – Modena); Anna Montiroli (Roccantica-
Rieti), Alda Arisi (Borgosatollo-
Brescia), Ottavia Fontana (Veronella – Verona) .
Alcuni
testi citano solo la Bartolie la Natali come elette. La motivazione è legata al
particolare svolgimento delle elezioni amministrative nella primavera del 1946.
Elezioni che si tennero nei giorni 10,17, 24 e 31 marzo e il 7 aprile.
La
Bartoli fu eletta il 10 marzo avendo
ottenuto l’89% delle preferenze mentre per le altre candidate il riconoscimento
a sindaco avvenne nei seguenti giorni: Caterina Tufarelli Palumbo Pisani il 24
marzo; Ada Natali il 31 marzo e Margherita Sanna il 7 aprile.
Anche
questa pagina di storia è dimenticata. Donne a cui fu data la possibilità di
esprimere le loro capacità nell’ambito della politica locale. La loro risposta
fu autorevole, determinata, di grandissimo impegno.
Ninetta
Bartoli rimase in carica per 12 anni, Margerira Sanna per tre legislature, Ada
Natali per 13 anni.
Merita
di essere ricordata una frase di Filomena Delli Castelli, una delle donne
elette alla Costituente: «Eravamo
consapevoli che il voto alle donne costituiva una tappa fondamentale della
grande rivoluzione italiana del dopoguerra. Avevamo finalmente potuto votare e
far eleggere le donne. E non saremmo più state considerate solo casalinghe o
lavoratrici senza voce, ma fautrici a pieno titolo della nuova politica
italiana».
Una prova di
amore civico senza pari, nella complicata situazione politica e sociale del
secondo dopoguerra italiano. E una lezione di quella generosità e dedizione
che, molto spesso, solo il genere femminile sa dare e che merita di non essere
dimenticata.
Alle elezioni del 2 giugno 1946 per l'elezione dei deputati
dell'Assemblea
Costituente, le donne elette risulteranno
21; cinque di esse (Maria Federici, Angela
Gotelli, Nilde Jotti, Teresa Noce, Lina
Merlin), faranno parte della Commissione
per la Costituzione incaricata di elaborare e
proporre il progetto di Costituzione repubblicana. A conclusione di un
travaglio durato oltre un secolo, la Costituzione italiana del 1948 garantirà alle donne pari diritti e pari dignità
sociale in ogni campo (articolo tre).
In quel clima di soddisfazione la mimosa venne associata per la prima volta ai
festeggiamenti della Giornata internazionale della donna per merito di Teresa
Mattei, Teresa Noce e Rita Montagnana,
moglie di Palmiro Togliatti.
In data 2 giugno 1946 il Corriere della Sera pubblicò
un articolo intitolato "Senza rossetto nella cabina elettorale" con
il quale invitava le donne a presentarsi presso il seggio senza rossetto alle
labbra. La motivazione è così spiegata: "Siccome la scheda deve essere
incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne
nell'umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo,
lasciarvi un po' di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto.
Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal
seggio.".
Guardando all’estero il primo Paese in cui le Donne ottennero il
diritto di voto fu l’Australia nel 1902.
In
Europa: Finlandia e Norvegia nel 1906 -1907);;seguite tra il 1915 e il 1922 da
altri 17 paesi nel mondo, tra cui gli Stati Uniti. Nel 1931 fu la volta del
Portogallo e della Spagna. In Francia il suffragio
femminile fu introdotto nel 1944, in Italia un anno dopo, in Grecia nel 1952, in
Svizzera solo nel 1971. Nel campo dell’istruzione il processo di parificazione
fu ancora più lento e faticoso. In Francia la parità dell’istruzione secondaria
femminile e maschile fu sancita nel 1924. In Inghilterra le università si
aprirono alle donne verso la metà dell’Ottocento, ma le facoltà di medicina e
di giurisprudenza le esclusero ancora per lungo tempo; anche quando le donne
riuscirono a ottenere l’ingresso nelle università, non furono ammesse agli albi
professionali. In Italia la professione di giudice è stata accessibile alle
donne solo dal 1963.
La
mia ricerca storica è stata solo un viaggio nella storia dei movimenti femministi
cercando soprattutto di fare risaltare le immagini di donne che hanno lottato
con grande animo per cercare di combattere le discriminazioni di genere e il diritto al voto è stata una delle tappe
fondamentali per gettare le basi dell’emancipazione femminile.
Sono
passati tanti anni da quel fatidico 1945.. si sono raggiunti dei traguardi
importanti ma c’e ancora tanto da fare, di proposte da portare avanti, di
situazioni drammatiche sia in Italia che nel mondo da combattere in cui la
donna è vittima.
Le
donne ancora oggi sono spesso discriminate nei posti di lavoro soprattutto in
merito ai salari. I salari maschili, a parità di qualifica e mansione, sono più
alti rispetto a quelli femminili. E spesso fare carriera per una donna può
essere più difficile rispetto all’uomo.
È
stato introdotto il termine “femminicidio” per mettere in evidenza la
diffusione di un grave problema sociale legato ad un fenomeno criminale che
interessa fasce sociali e culturali diverse.
È una vera emergenza: ogni due giorni una donna viene
uccisa dal compagno. Sono numeri allarmanti. Nonostante la legge del 2013 nel
2017, non so se i dati siano esatti, sono state 120 le vittime per opera del
marito, del fidanzato,, convivente o ex compagno….ecc. I dati Istat e del Ministero della Giustizia
dichiarano che circa 7 milioni di donne hanno subito qualche forma di violenza
nel corso della loro vita… sono cifre da massacro… e spesso i centro
antiviolenza chiudono perché mancano i fondi…
Dalle violenze femminili allo stalking, dallo stupro
all’insulto verbale, la vita femminile è costellata di continue minacce che
tendono a cancellare la sua sfera intima e personale al punto di offuscare la
sua identità. Non è solo un problema da
affrontare giuridicamente ma anche culturale ed educativo. Molti aspetti
influenzano la vita di coppia tra cui quello economico a cui lo Stato dà poca
importanza.
A ottobre 2013 il Senato ha approvato il decreto legge contro il femminicidio. La normativa rientra nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. L'elemento di novità è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione.
A ottobre 2013 il Senato ha approvato il decreto legge contro il femminicidio. La normativa rientra nel quadro delineato dalla Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica. L'elemento di novità è il riconoscimento della violenza sulle donne come forma di violazione dei diritti umani e di discriminazione.
La legge approvata si basa soprattutto sull’inasprimento delle
pene e delle misure cautelari. È stato introdotto l’arresto in flagranza obbligatorio per i
reati di maltrattamenti in famiglia e stalking. La polizia giudiziaria potrà
disporre l’allontanamento dalla casa familiare e il divieto di avvicinarsi ai
luoghi frequentati dalla persona offesa.
Gli aggressori allontanati dall'abitazione familiare potranno essere controllati attraverso un braccialetto elettronico e in caso di stalking potranno essere disposte intercettazioni telefoniche.
Il nuovo testo prevede l’inasprimento delle pene quando la violenza è commessa contro una persona con cui si ha una relazione, e non soltanto se si convive o si ha un vincolo (recesso o meno) di matrimonio. Le aggravanti sono previste anche quando i maltrattamenti avvengono in presenza di minori e contro le donne incinte.
Gli aggressori allontanati dall'abitazione familiare potranno essere controllati attraverso un braccialetto elettronico e in caso di stalking potranno essere disposte intercettazioni telefoniche.
Il nuovo testo prevede l’inasprimento delle pene quando la violenza è commessa contro una persona con cui si ha una relazione, e non soltanto se si convive o si ha un vincolo (recesso o meno) di matrimonio. Le aggravanti sono previste anche quando i maltrattamenti avvengono in presenza di minori e contro le donne incinte.
C’è un altro aspetto preoccupante legato ai centri antiviolenza che
stanno piano piano chiudendo per mancanza di fondi. Sono decine
le associazioni in difficoltà dopo il taglio sociale voluto dal governo
Gentiloni lo scorso marzo. Eppure la legge del 2013 sul femminicidio aveva
previsto l’erogazione di 10 milioni all’anno per i centri antiviolenza. La prima
parte di quel denaro, arrivato già in ritardo di mesi, una volta nelle casse
delle Regioni pare sparito. Non vi è traccia e sicuramente non è stato usato
per supportare i centri antiviolenza a cui in realtà erano destinati.
Quali sono le priorità per
smorzare la violenza di genere?
I centri
antiviolenza vanno fortemente sostenuti, sono fondamentali perché intercettano
le donne nel momento più difficile. Ma occorre investire anche nelle strutture
sanitarie, nelle forze dell'ordine, nell'educazione scolastica, nel lavoro ad
ampio spettro culturale nell'ottica dell'integrazione, come ci dice la
Convenzione di Istanbul. Bisogna essere coscienti del fenomeno, senza cadere
nell'errore di sminuirlo. Non abbiamo bisogno di un bilancino per stabilire se
siamo di fronte a un problema gravissimo: un Paese democratico non può
tollerare che dieci milioni di cittadine siano vittima di violenza, sia essa
psicologica, fisica e sessuale. Soprattutto, se consideriamo che un quinto di
quelle italiane dice di avere avuto addirittura paura per la propria vita.
Con il
termine genocidio di genere s’indica anche un aspetto crudele e piuttosto
diffuso nel mondo di sopprimere i feti femminili o, ancora peggio, le bambine
già nate, per far spazio ai figli maschi che, una volta cresciuti, possono
portare reddito alle famiglie. Il tutto ha radici, ovviamente, nelle terribili
catene che impongono alle donne ruoli subalterni che le rendono una sorta di
"proprietà" del maschio, la proibizione di lavorare fuori dalla
famiglia, l'obbligo di versare ai futuri mariti somme in denaro (la
"dote"), che va a gravare sulle famiglie di origine. Storicamente
diffusa nei paesi asiatici, con l'immigrazione questa orribile pratica viene
importata e inizia ora a diffondersi anche nei paesi occidentali, e con
l'avvento dell'ecografia è diventata addirittura di massa. Ogni anno vengono assassinate
2 milioni di bambine, con il risultato che le popolazioni di paesi come la
Cina, o l'India, si trovano oggi a fare i conti con la carenza di donne;
intanto la violenza cresce in modo direttamente proporzionale a quanto si
riduce la componente femminile della popolazione.
Nota
: I sette rimedi della “Pascendi Dominici gregis” emanata
da Pio IX contro il modernismo e le sue idee
1
La prima cosa adunque, per ciò che spetta agli studi,
vogliamo e decisamente ordiniamo che a fondamento degli studi sacri si ponga la
filosofia scolastica. Bene inteso che, "se dai Dottori scolastici furono
agitate questioni troppo sottili o fu alcun che trattato con poca
considerazione; se fu detta cosa che mal si affaccia con dottrine accertate dei
secoli seguenti, ovvero in qualsivoglia modo non ammissibile; non è nostra
intenzione che tutto ciò debba servir d'esempio da imitare anche ai di nostri"
(Leone XIII, Enc. Æterni Patris).Ciò che conta anzi tutto
è che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba
precipuamente intendere quella di San Tommaso di Aquino: intorno alla quale
tutto ciò che il Nostro Predecessore stabilì, intendiamo che rimanga in pieno
vigore, e se è bisogno, lo rinnoviamo e confermiamo e severamente ordiniamo che
sia da tutti osservato. Se nei Seminari si sia ciò trascurato, toccherà ai
Vescovi insistere ed esigere che in avvenire si osservi. Lo stesso comandiamo
ai Superiori degli Ordini religiosi. Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben
persuadersi, che il discostarsi dall'Aquinate, specialmente in cose
metafisiche, non avviene senza grave danno
2
A questi ordinamenti
tanto Nostri che del Nostro Antecessore fa mestieri volgere l'attenzione ognora
che si tratti di scegliere i moderatori e maestri così dei Seminari come delle
Università cattoliche. Chiunque in alcun modo sia infetto di modernismo, senza
riguardi di sorta si tenga lontano dall'ufficio cosi di reggere e cosi
d'insegnare: se già si trovi con tale incarico, ne sia rimosso.
3
È parimente officio dei
Vescovi impedire che gli scritti infetti di modernismo o ad esso favorevoli si
leggano se sono già pubblicati, o, se non sono, proibire che si pubblichino.
Qualsivoglia libro o giornale o periodico di tal genere non si dovrà mai permettere
o agli alunni dei Seminari o agli uditori delle Università cattoliche: il danno
che ne proverrebbe non sarebbe minore di quello delle letture immorali; sarebbe
anzi peggiore, perché ne andrebbe viziata la radice stessa del vivere
cristiano.
4
Ma non basta impedire la
lettura o la vendita dei libri cattivi; fa d'uopo impedirne altresì la stampa.
Quindi i Vescovi non concedano la facoltà di stampa se non con la massima
severità. E poiché è grande il numero delle pubblicazioni, che, a seconda della
Costituzione "Officiorum", esigono l'autorizzazione
dell'Ordinario, in talune diocesi si sogliono determinare in numero conveniente
censori di officio per l'esame degli scritti.
5
Ricordammo già sopra i
congressi e i pubblici convegni come quelli nei quali i modernisti si adoprano
di propalare e propagare le loro opinioni. I Vescovi non permetteranno più in
avvenire, se non in casi rarissimi, i congressi di sacerdoti. Se avverrà che li
permettano, lo faranno solo a questa condizione: che non vi si trattino cose di
pertinenza dei Vescovi o della Sede Apostolica, non vi si facciano proposte o
postulati che implichino usurpazione della sacra potestà, non vi si faccia
affatto menzione di quanto sa di modernismo, di presbiterianismo, di laicismo.
A tali convegni, che dovranno solo permettersi volta per volta e per iscritto o
in tempo opportuno, non potrà intervenire sacerdote alcuno di altra diocesi, se
non porti commendatizie del proprio Vescovo. A tutti i sacerdoti poi non passi
mai di mente ciò che Leone XIII raccomandava
con parole gravissime (Lett. Enc. Nobilissima Gallorum 10 febbraio 1884): "Sia intangibile presso
i sacerdoti l'autorità dei propri Vescovi; si persuadano che il ministero
sacerdotale, se non si eserciti sotto la direzione del Vescovo, non sarà né
santo, né molto utile, né rispettabile".
6
Ma che gioveranno, o Venerabili Fratelli, i Nostri
comandi e le Nostre prescrizioni, se non si osservino a dovere e con fermezza?
Perché questo si ottenga, Ci è parso espediente estendere a tutte le diocesi
ciò che i Vescovi dell'Umbria (Atti del Congr. dei Vescovi dell'Umbria, nov.
1849, tit. II, art. 6), molti anni or sono, con savissimo consiglio stabilirono
per le loro: "Ad estirpare - così essi - gli errori già diffusi e ad
impedire che più oltre si diffondano o che esistano tuttavia maestri di
empietà, pei quali si perpetuino i perniciosi effetti originati da tale
diffusione, il sacro Congresso, seguendo gli esempi di San Carlo Borromeo,
stabilisce che in ogni diocesi si istituisca un Consiglio di uomini
commendevoli dei due cleri, a cui spetti il vigilare se e con quali arti i
nuovi errori si dilatino o si propaghino, e farne avvertito il Vescovo perché
di concorde avviso prenda rimedi con cui il male si estingua fin dal principio
e non si spanda di vantaggio a rovina delle anime, e, ciò che è peggio, si
afforzi e cresca". Stabiliamo adunque che un siffatto Consiglio, che si
chiamerà di vigilanza, si istituisca quanto prima in tutte le diocesi. I membri
di esso si sceglieranno colle stesse norme già prescritte pei Censori dei
libri. Ogni due mesi, in un giorno determinato, si raccoglierà in presenza del
Vescovo: le cose trattate o stabilite saranno sottoposte a legge di secreto. I
doveri degli appartenenti al Consiglio saranno i seguenti: Scrutino con
attenzione gl'indizi di modernismo tanto nei libri che nell'insegnamento; con
prudenza, prontezza ed efficacia stabiliscano quanto è d'uopo per la incolumità
del clero e della gioventù.
7
Le cose fin qui
stabilite affinché non vadano in dimenticanza, vogliamo ed ordiniamo che i
Vescovi di ciascuna diocesi, trascorso un anno dalla pubblicazione delle
presenti Lettere, e poscia ogni triennio, con diligente e giurata esposizione
riferiscano alla Sede Apostolica intorno a quanto si prescrive in esse, e sulle
dottrine che corrono in mezzo al clero e soprattutto nei Seminari ed altri istituti
cattolici, non eccettuati quelli che pur sono esenti dall'autorità
dell'Ordinario. Lo stesso imponiamo ai Superiori generali degli Ordini
religiosi a riguardo dei loro dipendenti.
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