SALVATORE MORELLI... IL DEPUTATO CHE LOTTO' PER L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE - IL PANNELLA DELL' 800 - SCHEGGIO' UN TETTO DI CRISTALLO - MORI' IN MISERIA
Dopo
la proclamazione dell’Unità d’Italia, 17 marzo 1861, il deputato della sinistra
Salvatore Morelli si fece promotore di proposte di legge per l’emancipazione e
l’istruzione femminile, per le revisione dei codici, per la concessione dei
diritti civili e politici, per l’introduzione del divorzio.
Salvatore Morelli, figlio di Aurora Brandi e di Casimiro Morelli, nacque
a Carovigno ( in prov. di Brindisi) l’1 maggio 1824. Svolse gli studi classici
con l’aiuto di don Felice Sacchi, arciprete di Carovigno e dei canonici Del
Buono e De Castro nel Seminario di Brindisi
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Carovigno- Le Gole |
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Carovigno
– Castello Dentice di Frasso – (di origini Normanne)
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Il Castello di Carovigno nell' 800
Nel 1840 si trasferì a Napoli per studiare
giurisprudenza e prepararsi agli esami di giornalista.
Napoli - L'Università
Nella città partenopea entrò in
contatto con uomini di cultura. Frequentò il “salotto” culturale di Giuseppe De
Cesare, un luogo d’incontro e di dibattito tra politici, avvocati e professori
e quello letterario di Giuseppina Guacci Nobili che era animato da donne attive
nell’arte e nella letteratura.
La poetessa Maria Giuseppina Gaucci Nobile
(Napoli, 20 giugno 1807 –Napoli, 25 novembre
1848)
Fu affascinato dalle idee del Mazzini e s’iscrisse
alla “Giovane Italia”.
Nel 1845, mentre si trovava a Napoli, il Morelli
chiese a Ferdinando II di Borbone una sovvenzione per scrivere un libro sulla
storia della città di Brindisi.
Quando tornò in Puglia, nel 1846 a Lecce, si adoperò
nel diffondere le idee di rinnovamento portate aventi dal Mazzini. Nel 1848 entrò a fare parte della Guardia
Nazionale di Carovigno, suo paese natale, che fu ben presto disciolta. Nello
stesso anno Ferdinando II di Borbone ritirò infatti la Costituzione e sciolse
la Guardia Nazionale.
In Puglia, come in altre regioni, ci furono delle
sommosse. Il Morelli che aveva creduto nel Re, gli aveva dedicato il libro
sulla storia della città di Brindisi, si sentì tradito e bruciò nella piazza
del suo paese un ritratto di Ferdinando II. Accompagnò il gesto di protesta con
un forte discorso di condanna.
Lo storico Giuseppe Gabrieli riportò una piccola
variante sull’atto di protesta del Moreli: “la
notte del 19 maggio 1848, mentre nel posto della Guardia Nazionale di
Carovigno, certi militi, tra cui il Morelli, attendevano a vuotare alcune
bottiglie di vino, (secondo la testimonianza del questore), a compimenti di una
cena già consumata, passò il corriere della posta ed annunziò i luttuosi fatti
del 15 di quel mese avvenuti a Napoli. Quei bravi militi “caldi meno di amor
patrio che di vino, a quell’annunzio, giurarono di vendicare i fratelli uccisi,
impiccarono in effigie Ferdinando II, ossia al piuolo di una scala sospesero
mediante una corda il busto in gesso di quel Re”.
Fu arrestato e processato dalla Corte Criminale di
Lecce per aver tenuto discorsi lesivi “contro
la Sagra Persona del Re”. La sentenza del novembre 1848 fu dura… la Corte Criminale
doveva dare un primo esempio di reazione..otto anni di prigione che poi
diventarono dieci. Fu condotto nelle carceri di San Francesco a Lecce.
La Chiesa di Santa Maria degli Angeli con
l’attiguo convento dei Minimi
Di San Francesco di Paola che fu destinato a
carcere borbonico
(oggi sede del Comando
Provinciale della Guardia di Finanza)
Successivamente fu trasferito nel carcere dell’Isola di Santo Stefano (arcipelago
Pontino al largo del Golfo di Gaeta- dista dalla costa circa 28 – 45 km) dove
entrò in contatto con altri patrioti detenuti tra cui Silvio Spaventa e Luigi
Settembrini.
L’idea di utilizzare l’isola di Santo Stefano come
luogo di prigionia risale proprio al periodo borbonico. Come si nota dalla
fotografia il complesso carcerario ha una particolare architettura a “ferro di
cavallo” per diversi motivi:
-
Psicologiche: i reclusi avevano la vista solo verso
l’interno dell’edificio e la forma rotondeggiante dava a loro l’idea di un
arroccamento completo; (https://www.amoventotene.it/cosa-fare/il-carcere-borbonico/#description);
-
Pratiche; bastavano pochi sorveglianti per controllare
la struttura. Stavano al centro del cortile da cui avevano una visione completa
di tutte le celle.
Sul portone d’ingresso del carcere c’è una lapide che
ricorda la detenzione di Sandro Pertini, l’amato Presidente della Repubblica, dal
1978 al 1985, per quel suo modo semplice di stare vicino e con la gente. Subito
dopo l’ingresso s’incontra un blocco di costruzioni che erano adibite a servizi
come magazzini, laboratori per i detenuti che erano desiderosi d’intraprendere
o svolgere qualche attività, cucine e corpo di guardia.
Entrando nel
“cuore” del carcere si ha un impressione forte. La struttura dalla forma
circolare è molto imponente e al centro è posto un padiglione dove il cappellano
celebrava messa e dove si svolgevano le punizioni corporali che i detenuti
subivano.
In origine, come riportano varie fonti., le celle
erano 99 (33 per ogni piano) e misuravano (4,50 x 4,20) metri. Successivamente
il carcere cominciò ad accogliere un numero sempre crescenti di detenuti tra
cui anche alcuni politici tra cui Raffaele Settembrini e il figlio Luigi, Silvio Spaventa. (Raffaele Settembrini fu
detenuto nel carcere di Santo Stefano nel 1799 e vi rimase per 14 mesi).
Luigi Settembrini (scrittore e patriota, fu anche
senatore nell’XI Legislatura) lasciò ai posteri una descrizione dei luoghi
molto accurata: “ogni cella ha lo spazio
di circa 16 palmi quadrati e vi stanno nove, dieci uomini e più in ciascuna.
Sono scure e affumicate e di aspetto miserrimo e rozzo”.
Interno di una cella
Le celle erano affumicate perché i detenuti avevano la
possibilità di cucinarsi nelle celle. Sulle tristi condizioni di vita nel
carcere c’è un dato che risale alla metà dell’Ottocento dove “ in nove anni morirono a Santo Stefano 1.250
detenuti di cui solo 200 di morte naturale”.
(Per la cronaca storica, c’è da dire che nel 1892, 31
anni dopo l’Unità d’Italia. Nel carcere di Santo Stefano le celle, già piccole
e anguste, vennero divise a metà. Ogni cella doveva “ospitare” un detenuto.
Furono anche costruite delle mura che dividevano il cortile in spicchi o
settori, per evitare il contatto tra detenuti politici e comuni. Nello stesso
periodo fu anche aggiunto alla struttura un anello esterno di altre 75 celle.
La capienza del carcere fu stabilita in 300 detenuti rispetto agli 800 – 900
detenuti del periodo borbonico.
Il carcere fu teatro di atrocità spietate. Qui fu
imprigionato l’anarchico Gaetano Bresci che il 29 luglio 1900 uccise a Monza Re
Umberto I. Fu catturato, imprigionato nel carcere di Santo Stefano e impiccato,
un anno dopo, dai secondini nella sua
cella. Durante il Fascimo ospitò tanti oppositore del regime, tra cui Pertini,
Scoccimarro e Pugliese che fece la stessa fine dell’anarchico Bresci. La vita
nel carcere continuò anche dopo la Seconda Guerra Mondiale quanto fu adibito ad
ergastolo. Spesso chi riusciva ad ottenere la grazia, e quindi la fine della
pena, si trasferiva nella vicina isola di Ventotene dove svolgevano l’attività
o il mestiere che avevano imparato in carcere).
Nell’Iola di Santo Stefano 47 sepolture sono senza nome….
Salvatore non è un custode ma l’anima dell’isola..come
dice Valentina Perniciario .. è lui che guida i visitatori o curiosi aprendo e
chiudendo i vari cancelli.
Ci sono 47 tombe e grazie al lavoro di Salvatore
quelle croci di legno sono ancora lì anche se avvolte dalle erbacce. Un isola
selvaggia eppure uomini in catene l’hanno vissuta pure nella loro
disperazione.. un isola di dolore..
Il Cimitero di Santo Stefano - Foto di Mattia Pellegrini
(Foto di Valentina Perniciaro)
Valentina Perniciario riesce nel suo articolo a far
rivivere i momenti di vita di quei carcerati o ergastolani: “Quel
cimitero racchiude in se una solitudine mai sentita prima d’ora.
Quei corpi di cui la storia ha deciso di non aver memoria di un nome (c’è anche
Gaetano Bresci tra quei corpi) hanno vissuto il proprio funerale molte volte
prima che il loro corpo vi fosse seppellito, da altre mani prigioniere.
Detenuti che
tagliano la legna, detenuti che chiodo su chiodo costruiscono una bara.
Detenuti che preparano quel corpo da chiudere nel legno, che dalla terra libera
arriva con un piccolo battello.
Detenuti, uomini prigionieri, che accompagnano sotto quel sole e su quella
terra nera il proprio compagno sulla collina, dove il grande mare avvolge
tutto”.
Continua
con grande animo..” Ci sono alcune
immagini di quei funerale, che Salvatore custodisce amorevolmente in un album
ingiallito… nel guardarle, nel vederli tutti vestiti uguali che si
inginocchiano per salutare un altro vestito come loro, che s’è liberato prima
di quella condanna terrena che aveva velleità di eternità, ho pensato che
quegli uomini hanno vissuto chissà quante volte il loro funerale. A loro
bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al
proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi
sarà costruita per loro stessi: chissà che aria c’era in quel blu che lì tutto
circonda, nel momento in cui la terra cadeva sul legno, col canto dei tanti
gabbiani e i colori incredibilmente vivi che sparano tutt’intorno”.
Luigi
Settembrini vi passò circa 10 anni della propria vita e ci ha lasciato degli
scritti di grande importanza storica sul Carcere di Santo Stefano che sono
riportati nella nota n. 1.
Il Morelli nel 1851 fu
accusato di cospirazione e quindi trasferito nella fortezza di Ischia. Una
fortezza che era considerata di massima
sicurezza e destinata anch’essa ad “accogliere” i detenuti politici del regno
borbonico.
Nella fortezza di Ischia subì una falsa fucilazione,
venne barbaramente torturato e i suoi libri bruciati.
Il Morelli restò sempre fedele ai suoi ideali. Infatti
dopo aver trascorso diciotto mesi nel carcere di Ischia fu trasferito
nell’Isola di Ventotene. Il motivo di questo trasferimento ? Si rifiutò di
accettare il perdono e anche una discreta somma di denaro in cambio dell’abiura,
cioè del rinnegamento delle sue idee liberali, democratiche.
L’isola era stata ripopolata da Ferdinando IV di
Borbone con coloni provenienti dalla Campania e principalmente da Torre del
Greco e Ischia (Il Carcere di Santo Stefano è a circa 2 km a est).
Un’ isola tristemente famosa nel periodo fascista
perché vi furono confinati personaggi della cultura e della politica che non
erano graditi al regime.
Nell’isola, i cui aspetti e la detenzione carceraria sono espressi nella
nota n. 2, cominciò a svolgere la sua professione di avvocato difendendo i
detenuti politici e comuni accusati di “Reale Maestà” che vi erano deportati.
Una figura importante non solo per la sua cultura ma anche per una grande
sensibilità. Spiegava gli avvenimenti umani collegandoli sempre ad uno sfondo
sociale. Si rese conto che la criminalità aveva la sua base nella penosa
condizione sociale del cittadino. Nella stessa isola si occupò anche
dell’istruzione dei ragazzi. Il sito del suo comune di nascita, espone anche un
avvenimento che lo rese protagonista durante il suo confinamento. In occasione
della sfortuna spedizione di Carlo Pisacane, nel giugno 1857, Norelli riuscì a
fare preparare dagli isolani dei tricolori che furono esposti. Si narra anche
di un altro episodio che dimostrò il suo grande e caritatevole amore verso la
gente umile. Salvò tre bambini dall’annegamento. In base alle “norme
consuetudinarie” gli spettava di diritto la liberazione. La rifiutò a favore di
un altro detenuto, Nicola Paladini, che aveva una prole numerosa e bisognosa
d’aiuto.
Il Morelli probabilmente trovandosi nell’isola visse
la difficile e gloriosa azione del Pisacane contro il governo Borbonico. Il
Pisacane in un primo tempo aveva deciso di far partire la sua spedizione dalla
Sicilia per poi scegliere il porto di Genova come inizio della spedizione.
Partì
il 25 giugno 1957 con altri 24 rivoluzionari sul piroscafo “Cagliari” della
società “Rubattino”, di proprietà di negozianti genovesi, che era diretto in
origine a Tunisi ( faceva continui viaggi tra
Genova, Cagliari e Tunisi). Erano tutti in possesso
di regolare permesso di polizia e nascosero tra la varia mercanzia imbarcata
delle casse di munizioni.
Alcuni testi riportano il numero dei rivoluzionari
in 40 e sembra che almeno 20 sottoscrissero un documento che mise in evidenza
l’ideologia del Pisacane e dei suoi fedeli basata sulla “propaganda del fatto”:
“Eran trecento, erano giovan e forti e sono morti “
(Luigi Mercantini, La Spigolatrice di Sapri)
“Noi qui sottoscritti dichiariamo
altamente, che, avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo,
forti nella giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci
dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non
risponderà al nostro appello, non senza maledirlo, sapremo morire da forti,
seguendo la nobile falange de' martiri italiani. Trovi altra nazione al mondo
uomini, che, come noi, s'immolano alla sua libertà, e allora solo potrà paragonarsi
all'Italia, benché sino a oggi ancora schiava “ (Su “Il Cagliari la sera
del 25 giugno 1857 alle ore 21,30).
La spedizione fu finanziata da Adriano Lemmi, banchiere livornese
di idee mazziniane. Rosolino Pilo si occupò del resto delle armi (che non
furono imbarcate sul “Cagliari”), e partì sempre da Genova l’indomani su alcuni
pescherecci. Pilo fallì nella sua missione, probabilmente qualche burrasca
frenò l’operazione, e il Pisacane pur essendo senza armi continuò nella sua
impresa.
Durante la notte il Pisacane s’impadronì della nave, con la
complicità di due macchinisti britannici e proseguì il viaggio con le armi,
piuttosto esigue, che aveva sul Cagliari.
Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove sventolando il tricolore riuscì
senza nessuna difficoltà a liberare ben 323 detenuti (circa una decina erano
detenuti politici) e li aggregò alla spedizione. Le truppe borboniche che
presidiavano le carceri si trovavano a Capua, furono infatti spostate per fronteggiare
le insurrezioni nella terraferma. Non avrebbero mai potuto pensare ad un
attacco simile dal mare e per liberare dei detenuti su un’isola.
Si fermò due giorni nell’isola, e il 28 il “Cagliari” ripartì ..
il gruppo era più numeroso per la presenza dei detenuti liberati.
La sera i rivoluzionari sbarcarono presso Sapri, in contrada
“Uliveto” nel comune di Vibonati a circa 1,5 km dal confine con il comune di
Sapri. La profondità dei fondali non avrebbe permesso lo sbarco nella baia di
Sapri e fu trovata addosso al Pisacane una mappa con un segno “x” sulla località
Uliveto.
Il 30 giugno giunse a “Casalnovo” (oggi Casalbuono). Ricevette
un accoglienza festosa dalla popolazione che fu però turbata da un increscioso
episodio. Il Pisacane per dare esempio della sua onestà e correttezza e anche
come segno di ammonimento per i tanti galeotti liberati dall’isola di Ponza,
condannò a morte Eusebio Bucci che aveva derubato una donna.
Lasciato Casalnovo, proseguì per Napoli e lungo il
tragitto decise di fermarsi a Padula. Nella città era attivo un forte gruppo
mazziniano i cui capi erano stati arrestati dalla polizia. Fu ospitato nel
palazzo di Don Federico Romano che era un simpatizzante della rivoluzione. Il
Romano cercò di convincere il Pisacane ad abbandonare l’impresa che secondo lui
era “improvvisata”.
L’impresa del Pisacane sembrava avvolta da strani
presagi infatti oltre all’ammonimento del Romano si verificò la mattina
seguente un episodio che impressionò i rivoluzionari. Una donna, Giuseppina
Puglisi, che si era imbarcata a Ponza, ammazzò per vendetta un membro della
spedizione, Michelangelo Esposito. L’Esposito era un ex ufficiale borbonico in
congedo che anni prima aveva ucciso il marito della donna.
Gli abitanti di Padula dimostrarono sempre un certa
freddezza nei confronti della spedizione del Pisacane ma questo non influì
sulla continuazione dell’impresa. Il Pisacane liberò i detenuti di Padula e
assaltò le case dei nobili. Ma avvenne qualcosa che i rivoluzionari non avevano
previsto.
I “ciaurri” , in gran parte banditi spietati attivi
nel territorio da tempo, incitavano i contadini contro i rivoluzionari. Il
governo borbonico nel frattempo reagì con fermezza inviando i gendarmi e VII
Cacciatori.
Il reggimento dei Cacciatori Napoletani, a Cavallo,
di Linea e della Guardia, erano la punta di diamante dell’esercito borbonico.
Si distinguevano dagli altri corpi di fanteria per la giovane età dei soldati
ed ufficiali. La loro origine risaliva a Ferdinando I che nel 1788 costituì
cinque reggimenti di volontari Cacciatori di Frontiera, a reclutamento locale e
che avevano il compito di sorvegliare i confini terrestri.
L’azione militare borbonica costrinse i
rivoluzionari a ritirarsi nell’abitato di Padula. Gli abitanti spararono dalle
finestre, dai vicoli e dai balconi sui rivoluzionari in fuga. Cinquantatré rivoluzionari furono uccisi mentre circa 150
furono catturati e consegnati ai gendarmi.
Il Pisacane con Nicotera, Falcone e altri superstiti
riuscì a raggiungere Sanza, vicino a Buonabitacolo. Qui un altro episodio
increscioso. Il parroco di Sanza, Don Francesco Bianco, all’alba del 2 luglio,
fece suonare le campane della chiesa per avvertire la popolazione dell’arrivo
dei “briganti” ovvero i rivoluzionari che furono aggrediti in modo spietato,
uno ad uno, ed uccisi con colpi di roncola, pale , falci… un massacro. Durante
l’eccidio il Pisacane ebbe il coraggio di esortare i suoi compagni a non
colpire la popolazione perché erano stati ingannati dalla propaganda.
Un vero massacro,, furono uccisi in 83 e tra questi
anche lo stesso Pisacane, fu ucciso dal capo della guardia urbana, un
certo Sabino Laveglia, e Falcone. Ci
sono altre due versioni sulla morte del Pisacane: una che fu ucciso dai
gendarmi e l’altra di un suicidio sia del Pisacane che del Falcone (si uccisero
con le proprie pistole).
I pochi sopravvissuti all’ira popolare furono
processati nel gennaio del 1858 e naturalmente condannati a morte. Ma avvenne
un fatto straordinario… furono graziati dal re che modificò la sentenza di
morte in ergastolo. Un particolare aspetto nell’episodio rivoluzionario, di grande
importanza storica, è legata ai due macchinisti britannici che favorirono il
Pisacane sul “Cagliari”. Furono graziati dal loro governo che li dichiarò “non perseguibili per infermità mentale”.
Il compagno del Pisacane, Giovanni Nicotera,
gravemente ferito, fu portato in catene a Salerno dove fu processato e
condannato alla pena di morte poi tramutata in ergastolo grazie all’azione del
governo inglese che non accettava la forte repressione di Ferdinando II. Con la
spedizione dei Mille il Nicotera fu liberato e seguì la carriera politica
diventando Ministro dell’Interno. Lo stesso Nicotera ottenne da Garibaldi un
decreto per il mantenimento della compagna del Pisacane, Enrichetta Di Lorenzo, e non solo.. adottò la
figlia Silvia.
Enrichetta Di Lorenzo - Compagna di Carlo Pisacane
Silvia Pisacane
Figlia di Carlo Pisacane e Enrichetta Di Lorenzo
I morti di Padula vennero sepolti in una fossa
comune di una chiesa, (la Chiesa dell’Annunziata) mentre il corpo del Pisacane,
come quelli di altri caduti a Sanza venne cremato in un rogo
eretto nello stesso posto (Vallone dei Diavoli). Questo seguendo la
legislazione sanitaria verso coloro che restavano insepolti per alcuni giorni e
le ceneri seppellite nel vicino cimitero o disperse. C’è un cippo
commemorativo, che fu collocato dopo la spedizione dei Mille del 1860, che lo
ricorda vicino al luogo dove fu ucciso o si uccise.
Per la cronaca, dieci anni dopo uno dei dirigenti
del Comitato di liberazione clandestino, lasciò un durissimo commento
sull’esito dell’impresa del Pisacane: “« Le uccisioni e le ferite fatte barbaramente,
all'uso de'cannibali. La parte maggiore in tali scene di sangue fu dovuta a
gendarmi, alla guardia urbana, e contadini. Tra questi anche le donne si videro
precipitarsi come belve inferocite su disbarcati, ad alcuno de' quali fu data
la caccia su pe'monti come a fiere, e trucidato barbaramente. A quella
popolazione poco o nulla culta fu dato ad intendere che si trattasse di
briganti, di ladri, di pirati che scendevano a rubare ed a saccheggiare. Le
arti più nefande da parte delle Autorità furono aggiunte al piombo ed alla
baionetta ; talchè da que'valorosi si ebbe a lottare non solo contro le
forze ordinate del Governo, ma contro i pregiudizi e gli errori di tutta intera
una popolazione. In simili condizioni i trecento di Sparta non avrebbero potuto
difendere il passo della Termopili”.
Nel 1858 il Morelli fu rispedito in Puglia a Lecce
dove fu sottoposto a sorveglianza speciale. Passò da Carovigno dove fu
informato della morte della madre e delle precarie condizioni economiche della
sua famiglia. Il padre, che dopo Salvatore aveva avuto dieci figli, aveva
perduto l’incarico di impiegato della burocrazia borbonica e per sostenere la
famiglia era stata costretto a vendere il palazzo che aveva ereditato. Nella
città salentina continuò ad avere contatti con i liberali ma era senza lavoro.
Fu accolto e ospitato in casa dal farmacista Di Pasquale Greco, anche lui con idee liberali, come educatore
dei figli. Alcuni testi, come l’Enciclopedia “Treccani” , riportano la tesi
secondo cui il Morelli era sottoposto nella casa del dott. Greca agli arresti
domiciliari. Durante la sua azione
educatrice, decise di sviluppare l’idea della emancipazione della donna. Un idea
che aveva abbozzato durante gli anni della prigionia. I dialoghi con la moglie
del farmacista, una donna colta raffinata ed intelligente, Giovanna De Angelis,
favorirono la messa a fuoco delle sue idee. Lo stesso
Morelli dedicò alla De Angelis un libro sui diritti delle donne.
Ma
i guai giudiziari non erano terminati. Nel 1860 mentre si trovava a casa dei
Greco fu arrestato e tenuto in prigione per qualche mese. Il suo arresto fu
legato al rifiuto di incontrare il nuovo re borbonico Francesco II. Fu sottoposto per questa azione
sovversiva a misure di sorveglianza
speciale nella città di Maglie. Dopo la
caduta dei Borboni fu liberato. Da appassionato giornalista e
da politico aveva sviluppato le sue idee mazziniane
su un giornale pubblicato a Lecce e intitolato “il Dittatore” in riferimento a
Garibaldi.
Nel giornale denunciava con grande autorevolezza le
mancanze del nuovo governo proponendo le misure e le riforme più urgenti da
adottare:
-
Decentramento;
-
Nuove istituzioni snelle ed efficienti;
-
Istruzione fra il popolo.
Sembra che dopo la liberazione e sempre nel 1860,
abbia lavorato prima a Lecce e poi a Foggia come direttore di un istituto di
beneficenza.
Nel 1861 tornò di nuovo a Napoli dove pubblicò la
sua opera più importante: “La donna e la
scienza o la soluzione del problema sociale”,(con una edizione nel 1862 ed
una nel 1869).
Nella prima edizione riuscì ad anticipare di ben
otto anni l’opera di John Stuart Mill (“La
servitù delle donne”). Il Morelli
mise in evidenza il concetto della scienza basato sul sapere e sull’esperienza
dove il problema dell’emancipazione femminile e quello pedagogico sono intimamente
collegati alla soluzione dei problemi della società. In poche parole
attribuisce alla donna un ruolo fondamentale nella società ed importante per
tutta l’umanità. Considera un aspetto grave la pericolosa condizione
d’inferiorità della donna. Il suo è un ragionamento che ben pochi uomini hanno
dedotto o intrapreso nella storia dell’emancipazione femminile. La madre
essendo educatrice dei figli deve avere tutti quei diritti intellettuali,
civili e sociali che spettano ad ogni persona umana. In senso contrario i figli
erediteranno dalla madre il proprio male di vivere. Investire sulla donna e sulla
famiglia vuol dire investire in senso positivo sul futuro del paese. Una figura che è complementare all’uomo sia
nella famiglia che nella società. La famiglia per lui ha un ruolo fondamentale
poiché incorpora i principi culturali e morali
del vivere civile e vuole aprire alla stessa donna le università, il pubblico
impiego, l’attività politica, gli onori … “il
Paese ha bisogno delle qualità femminili”.
Nella città partenopea svolse l’attività di giornalista scrivendo sul
quotidiano di Mazzini e sul giornale “Il Libero Pensiero” che nel corso di
quattro anni subì 184 sequestri.
Nei suoi giornali esprimeva le idee sviluppate nei
suoi testi ribadendo, con fermezza, che la vita sociale doveva fondarsi sulla
scienza e sulla tecnica, unici strumenti possibili per ogni tipo di sviluppo
materiale, morale e civile. Il male della società è l’ignoranza e pose subito
delle proposte legate all’istruzione:
-
Gratuita, obbligatoria e moderna per tutti (sarà
legge in Italia nel 1962);
-
Abolizione di qualsiasi forma di insegnamento
religioso;
-
Largo spazio alle materie come storia, geografia e
soprattutto scienza ed applicazioni tecniche.
Nel giornale anche critiche per le spese militari..”anziché spese militari piuttosto costruire
scuole, ferrovie, allargare i servizi assistenziali e il diritto a usufruirne”.
La sua posizione è evidenziata dai giudizi molto
severi contro i moderati e il regime monarchico.
Per un articolo sul “Popolo d’Italia” del 24 maggio 1863 fu colpito nel 1863 da un
uovo mandato di cattura. Nell’articolo critiche severe sulle dure condizioni di
vita del ceti popolari.
Riuscì a sfuggire al mandato di cattura grazie alla
sua elezione come consigliere comunale a Napoli che si svolse nel luglio dello stesso anno.
Come consigliere s’impegno nel portare avanti delle
iniziative importanti per la città perché auspicavano lo sviluppo sociale ed
economico: l’istruzione pubblica (con forti stanziamenti), la costruzione di
varie linee ferroviarie, l’igiene pubblica e combattere il degrado della città
con un vero e proprio risanamento architettonico.
A Morelli si devono inoltre opere pubbliche, come la
ferrovia che congiunge Sessa Aurunca a Formia, il Real Ginnasio di Sessa
Aurunca e il risanamento di una zona paludosa della Campania, fonte di colera.
Fu un anno importante nella vita politica e
culturale del Morelli. Cominciò a frequentare la loggia massonica “I Figli dell’Etna”. “ I Fratelli” ne chiesero l’espulsione
quando iniziò la pubblicazione del giornale “Il Libero Pensiero”.
Nel 1865 aderì alla loggia massonica napoletana “La
Massoneria Popolare” detta “Vita Nova” che era stata fondata da Saverio
Friscia. Tra gli affiliati c’erano importanti esponenti della Sinistra:
Giuseppe Fanelli, Giorgio Imbriani, Giovanni Nicotera (che aveva partecipato
alla rivoluzione con Carlo Pisacane). Il Morello restò emarginato nella loggia
forse per le sue idee, infatti nessuno lo sostenne nel portare avanti le sue
proposte sociali, di emancipazione femminile e politiche.
Nel luglio del 1865 fu nuovamente eletto nel
consiglio comunale di Napoli.
Il 27 settembre 1865 scrivendo un articolo sul
“Popolo d’Italia” si rivolse al Mazzini
affermando che “la questione sociale veniva
prima della Unità” e lo stesso
Mazzini concluse l’articolo affermando che
“i democratici napoletani vagano
dietro un socialismo che senza repubblica è un sogno da infermi”.
Nel 1866 presentò per il comune partenopeo il “
Progetto d’Organico per la Riforma dell’Istruzione Pubblica nel Comune di
Napoli”. Un progetto di grande
importanza basato su 35 articoli.
Nel marzo del 1867 venne eletto deputato nel
collegio di Sessa Aurunca come esponente della Sinistra, sconfiggendo il
candidato della Destra, Rodrigo Nolli, già sindaco di Napoli.
Appena eletto deputato avanzò delle proposte di
legge:
-
La Chiusura dei Sifilocomi;
-
La cancellazione delle Spese di Culto;
-
La Riforma del Processo Penale;
-
La Diminuzione della Durata di Carcerazione
Preventiva.
(Tommaso Campailla – Modica, 17
aprile 1668 – Filosofo, medico, ecc.)
Rimase in carica per quattro legislature, fino al
1880, battendosi sempre con impegno per i più deboli. Una lotta, un confronto
non facile in una camera dei deputati che era contraria ai rinnovamenti
sociali, all’emancipazione delle donne e questo secondo anche i dettami della
chiesa che vedeva nelle rivendicazioni sociali e nei movimenti femministe la
parola del “modernismo” ovvero la più terribile delle eresie.
Il 18 giugno 1867 presentò alla Camera tre disegni
di legge:
-
Per la Riforma della Pubblica Istruzione; Per Morelli “dall’ignoranza derivano i mali peggiori
della società, onde la grande importanza attribuita all’istruzione e al ruolo
della donna, educatrice nella famiglia e nella scuola”. Interessanti ernao
le sue idee sui programmi d’insegnamento, che comprendevano le lingue
straniere, la geografia, la storia, le materie scientifiche, insegnate in senso
sperimentale, e una specie di educazione civica da lui definita “Galateo delle
Libertà”, perché il popolo deve conoscere i propri diritti per poterli difendere.
Il pensatore era profondamente convinto che il benessere di una società poteva
scaturire solo da una buona organizzazione scolastica e dalla liberazione della
donna.
-
Per la Reintegrazione Giuridica della Donna;
-
Per Circoscrivere il Culto Cattolico nella Chiesa;
-
Per sostituire ai Cimiteri il Sistema della
Cremazione.
-
REINTEGRAZIONE GIURIDICA DELLA DONNA
La Proposta di legge ..”Abolizione della Schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica
della donna, accordando alla donna i diritti civili e Politici” fu la prima
legge in Europa per riconoscere alla donne gli stessi diritti dell’uomo.
Si trattava di una forte risposta al Codice Civile
dell’Italia unita del 1865 in cui la donna era sottoposta all’autorizzazione
maritale per tutti gli atti economici e giuridici. Gli sottraeva la propria dote riducendola ad
una minorenne a vita e nell’impossibilità di esercitare i propri sacrosanti
diritti politici e civili.
Nelle sue proposte di legge c’erano alla base un
intenso lavoro di studio, elaborazione e documentazione delle migliori
esperienze europee in materia di giurisdizione familiare ma non era una
semplice copiatura. Ogni Stato ha la sua
cultura, i suoi aspetti e sociali che rendono la politica geografica di ogni
singolo Stato unica e non ripetibile. Una legge che potrebbe andare bene in
Germania non è detto che possa avere gli stessi effetti positivi in un altro
stato. Il Morelli alla base delle sue proposte mise sempre la sua esperienza di
umile legislatore..un legislatore che viveva a contatto con la gente facendo
proprie le loro aspettative, rivendicazioni e speranze…. Un uomo d’altri tempi
come si potrebbe definire oggi badandosi sulla psicologia moderna che valuta i
comportamenti umani.
Il progetto non fu ammesso alla lettura.
Nel novembre 1870 fu rieletto e così pure nel 1874 e
1876 riuscendo a superare: nel 1870 il letterato patriota Luigi Settembrini; nel 1874 Nicola Amore,
ex questore di Napoli; nel 1876 l'avvocato Pasquale Falco.
Particolare il confronto politico per l’elezione nel
1874. Il suo rivale era Nicola Amore, ovvero il questore di Napoli che aveva
compilato un rapporto sul detenuto Morelli rinchiuso nelle carceri borboniche
di Ponza, Ischia e Ventotene.
“…Salvatore
Morelli nacque a Carovigno di Lecce il 1° maggio 1824… da padre sciagurato che
nella sua prima gioventù sciupava in pochi anni l’avito patrimonio e la dote
della propria moglie, ed ai suoi molti figli non dava altra educazione che
quella dell’astuzia e della sfacciataggine nei raggiri e nelle truffe”.
Il rapporto continua con una dettagliata serie di
truffe , raggiri perpetrate da Salvatore Morelli durante il suo soggiorno a Napoli. Il
rapporto è datato 1863. Nicola Amore di Roccamorfina non avrebbe mai potuto
pensare che quel rivale ex detenuto, Salvatore Morelli, lo avrebbe superato
nelle elezioni. L’Amore già nel 1861 era stato superato dal suo rivale
Francesco De Sanctis. È probabile che nella “campagna elettorale” quei famosi
rapporti siano diventati di dominio pubblico ma malgrado ciò il Morelli riuscì
a sconfiggerlo.
Sui comportamenti di Nicola Amore c’è una relazione
del marchese d’Afflitto, prefetto di Napoli che evidenziò come la sua attività
legale avesse qualcosa di molto somigliante allo stampo mafioso: “egli riusciva ad essere appieno informato,
prima che lo fosse l’autorità giudiziaria, delle prime indagini raccolte a
carico dei suoi clienti responsabili di reati, arresta e travolge lo sviluppo
delle indagini stesse, mantenne nella questura quella influenza che tanto
agevole gli rendeva l’esercizio della sua professione di avvocato e che gli era
ragione di pinguissimi lucri a scapito dei suoi compagni che mancando di questo
potente mezzo, di cui egli solo disponeva, non potevano sostenere con lui la
concorrenza” (Archivio di Stato di Napoli – Prefettura – Fasc. 478)
Gli insuccessi sulle sue proposte di legge non lo
demoralizzarono anzi lo spronarono nell’intraprendere una lotta più forte e
organica senza pause.
Le proposte:
-
Abolizione dei divieto per i militari di sposare le
ragazze prive di una dote adeguata;
-
Introduzione del voto amministrativo alle donne (nel
1872);
-
Indennità ai deputati (1872);
-
Introduzione del rito della cremazione dei cadaveri.
Proposte cadute nel silenzio,… che non verranno
emarginate dal Morelli che nel 1875 le ripropose:
-
diffondere le Scuole Normali per le ragazze;
-
introduzione della completa parità tra i coniugi
all’interno della famiglia;
-
il divorzio; e relativa difesa delle donne
divorziate ( sarà approvato in Italia nel 1970);
-
la tutela dei
figli illegittimi e norma che prevede il doppio cognome; (eliminazione di
qualsiasi discriminazione tra figli legittimi e naturali)
-
il diritto elettorale amministrativo e politico per
le donne;
-
istituzione di una Società delle Nazioni per
preservare la pace nel mondo. (nascerà nel 1919).
-
Abolire il divieto delle donne impiegate del
telegrafo a sposarsi;
-
Istituzione della cremazione; (in riferimento
all’epidemia di colera che aveva devastato la Campania durante la sua
infanzia); (sarà regolamentata in Italia nel 1987);
-
L’abolizione della pena di morte;
Era animato da forti principi di giustizia sociale e
di tutela dei deboli: lottò per i diritti dei figli
illegittimi; difese le prostitute; propose l’abolizione della legge salica,
onde permettere alle principesse sabaude di salire al trono; fu contro la pena
di morte; si occupò dei preti patrioti, abbandonati dalla Chiesa e dallo Stato.
Nel 1876 intervenne su un progetto di Agostino
Bertani per “L’Inchiesta Agraria”
sollecitando uno studio più attento sulle condizioni di vita quotidiana dei
contadini, soprattutto nel Sud, così come sulle condizioni di lavoro delle
donne e dei minori.
Tutti progetti di legge ignorati che non furono
nemmeno discussi.
Il Morelli scrisse a Mazzini lamentandosi per la mancata considerazione
della camera alla sua proposta di legge sul riconoscimento giuridico delle
donne. Il Mazzini rispose rincuorandolo sulle sue iniziative: «L’emancipazione
della Donna - scrive - sancirebbe una grande verità religiosa, base a tutte le
altre (…) Ma sperar di ottenerla alla Camera così com’è costituita, e sotto il
dominio dell’Istituzione che regge l’Italia è, ad un dipresso, come se i primi
cristiani avessero sperato d’ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del
monoteismo e l’abolizione della schiavitù. Noi non l’avremo che dalla
Repubblica». Aveva ragione.
Seppure emarginato il Parlamento approvò una sua
proposta. La legge Morelli del 9
dicembre 1877, n. 4167 (alcuni siti indicano la legge in modo errato con il
numero 4176. Un errore di trascrizione) che riconosce alle donne il diritto di
essere testimoni negli atti regolati dal Codice Civile(testamenti, ecc.). Un
provvedimento molto significativo perchè diede un importante affermazione
giuridica alla donna.
Fu la prima legge a favore delle donne italiane che
da tanto e tanto tempo erano umiliate in base al concetto della loro incapacità
giuridica. “Un incapacità giuridica” che poneva le donne sotto la dura
autorizzazione maritale, le privava anche delle proprie sostanze e dal prendere
conoscenza del patrimonio familiare.
Bisogna d’altra parte dire che quella legge
probabilmente faceva comodo alla classe nobiliare per i risvolti che aveva nel
campo economico come trasferimenti di proprietà, donazioni, ecc.
Il Morelli grazie alla sua attività anche nel campo
dell’istruzione raggiunse risultati positivi come “l’ammissione delle ragazze a frequentare i primi due anni del Ginnasio”
(un ginnasio che era precluso alle ragazze).
Si schierò contro la legge della Quarentigie di cui
chiese più volte l’abolizione. (si tratta di norme o garanzie concesse al Papa
uguali a quelle previste per un capo di Stato straniero con la differenze che
da quando la legge entrò in vigore le spese dei successori del Papa sono a
carico totale del contribuente italiano).
JOHNN STUART MILL E HARRIET TAYLOR
Nello stesso periodo, John Stuart Mill, che fu
considerato precursore dell’emancipazione
femminile, presentò alla “House of Commons” una semplice petizione cioè un atto
giuridico che è molto più semplice di una forte proposta di legge, per
richiedere il voto femminile in base al censo. Il parlamento inglese diede al
Mill la possibilità di esprimere la petizione e questo favorì la sua diffusione
anche perché allora l’Inghilterra era uno dei paesi più ricchi e potenti
dell’impero.
Tra il 1874 ed il 1875 presentò e illustrò ben sette
proposte di legge per la riforma del Diritto di Famiglia… cento anni prima del
1975.
La riforma proposta dal Morelli prevedeva:
-
l’abolizione della posizione dell’uomo come capo
famiglia..
-
stabiliva la parità tra i coniugi, con l’inclusione
del doppio cognome,
-
i diritti dei figli illegittimi;
-
introduceva il divorzio.
Il Morelli durante l’attività parlamentare continuò
a scrivere come giornalista.. allora non esisteva l’indennità parlamentare che
fu introdotta da Giolitti nel 1907.
L’8 marzo del 1880 Salvatore Morelli pronunziò in
Parlamento una breve frase: “La
navigazione aerea sarà l’ultima parola del secolo… si potrà contrarre il
matrimonio in America e tornar qui a passare la luna di miele”….. in aula
molti colleghi risero.. ma il Morelli era abituato all’incomprensione e alla
forte e maleducata ilarità dei colleghi… e sorretto dalla fede delle sue idee continuò la sua lotta.
In quella seduta dell’8 marzo il Morelli presentò
per la quarta volta la proposta per l’introduzione del divorzio. Un argomento
difficile.. i suoi colleghi parlamentari non erano in grado di capire il
problema dell’emancipazione femminile dal momento che avevano “santificato” con la legge elettorale l’esclusione
della donna dalle competizioni elettorali, mettendola sullo stesso livello
degli interdetti e degli analfabeti.
In quel giorno il Morelli propose: “.. La
Caserma, la chiesa, il carcere e il postribolo che conducono le nazioni
all’annientamento e al disonore, devono essere cancellati dal libro
governamentale d’Italia”…..” si deve riflettere da capo quanto concerne la scuola
e l’unico elemento sociale che rimane a sperimentare nella propaganda
educatrice è la donna…. Tagliata fuori dalla comunione del diritto… quella
donna che l’uomo carne deve farlo anche spirito”… in aula…….. si rise….
Nel 1880 nuove elezioni ma il Morelli non venne
riletto a causa di forti contrasti, le solite divisioni, nella Sinistra. Rimase
isolato, quasi dimenticato e le sue condizioni di salute peggioravano. Morì in
una misera locanda di Pozzuoli, il 22 ottobre 1880, ridotto alla fame e sepolto
nel cimitero di Pozzuoli.
Pozzuoli – Hotel Grande Bretaglie ex Palazzo del Principe di Cardito
–
Prima stazione del telegrafo elettromagnetico il 19/8/1858 –
Salvatore Morelli mori in miseria in questo Hotel
LE REAZIONI ALLA NOTIZIA DELLA SUA MORTE
Le donne americane impegnate nella lotta dell’emancipazione,
appresa la morte di Salvatore Morelli, scrissero nei loro giornali che era morto il più grande difensore dei
diritti delle donne nel mondo”.
Salvatore Morelli ottenne l’apprezzamento e
l’incoraggiamento di grandi personaggi del suo tempo, come Mazzini, Garibaldi,
Stuart Mill, Victor Hugo, Jules Simon, Léon Richer. Fu ammirato dalle
emancipatrici inglesi, che alla sua morte volevano erigergli un monumento a
Londra, e dalle americane, che in una lettera al quotidiano di Bergamo piansero
la perdita del più grande difensore delle donne del loro tempo.
“L’Eco di Bergamo” era stato fondato da Nicolò
Rezzara alcuni mesi prima, il primo maggio 1880, ed aveva come direttore
Giovanni Battista Caironi. (La composizione del giornale era fatta a mano
grazie ad una macchina azionata da un fattorino. Il primo numero vendette ben
5000 copie).
“L’Eco di
Bergamo” – il Primo numero datato 1 maggio 1880
L'importanza del pensiero di Salvatore Morelli fu
sottolineata nella prefazione alla traduzione del suo libro "La donna e la
Scienza" di Cipry, pubblicata a Bruxelles, e nell'opera francese di Vassy,
"Lettre à Léon Gambetta", dedicata all'uomo politico che, dopo la
sconfitta di Napoleone III da parte dei prussiani a Sedan nel 1870, dichiarò
decaduto il secondo Impero e proclamò la Repubblica, della quale divenne
Presidente del Consiglio. Il Vassy
citando Salvatore Morelli lo definì “un
geniale pensatore della sua terra d’origine”. Il Morelli era molto
conosciuto in Europa, specialmente in Francia e Inghilterra, e negli Stati
Uniti dove era molto forte il movimento dell’emancipazione della donna. “
Lettre à Léon Gambetta” venne pubblicata a Parigi e a Roma nel 1878.
In Italia, alla sua morte nel 1880, lo commemorarono: Giovanni Nicotera a
Roma, in Parlamento e l'avvocato Angelo Mazzoleni, a Milano, presso il Circolo
della Canobbiana. Entrambi criticarono l'Italia che non gli aveva dato la
visibilità, come invece avevano fatto gli Inglesi con Stuart Mill. Entrambi ne
esaltarono l'onestà e la fierezza, provate dalla morte in miseria e dal rifiuto
di usare il passato di patriota per ottenere incarichi, onori, denaro.
Anche Garibaldi
lo ricordò:
“…SALVATORE MORELLI ha osato con
audacia senza pari sfidare i pregiudizi dei secoli, e specialmente di quello
inetto e ridicolo nel quale vegetiamo, portando sul campo legale il fulcro
delle quistioni sociali, che si realizza nell’emancipazione della donna, della
coscienza e dell’umano pensiere.
Io spero, io credo che questo conato altamente generoso del deputato Morelli
cui si legano gl’interessi dei due Mondi, non rimanga senza effetto, come non
rimane senza frutto l’opera di coloro, che aparecchiarono la grande rivoluzione
francese formulando i dritti dell’uomo.
F.to Giuseppe Garibaldi
Nonostante tutto ciò Salvatore Morelli, troppo
in anticipo sui suoi compatrioti, soprattutto per quanto riguardava la
liberazione della donna, divenne un personaggio isolato e incompreso. Oggi
molte delle sue idee e dei suoi progetti sono stati realizzati, ma molto resta
ancora da fare per restituire al patrimonio spirituale della nazione il suo
pensiero geniale e anticipatore.
Nel 1882 la riforma della legge elettorale, sostituiva le legge elettorale
del 1860, fu approvata dal IV governo Depretis. Allarga la platea degli elettori
agli uomini che sapevano leggere e scrivere. ll limite di età subì una
riduzione da 25 a 21 anni ed il requisito “di censo” cioè di reddito passò da
40 a 19,8 lire di tasse pagate. Coloro che avevano superato l’esame di terza
elementare non erano soggetti al requisito di censo. L’elettorato passò dal 2
al 7 per cento della popolazione. Le donne, però, erano escluse
ancora una volta dalla sfera pubblica. È curioso rileggere, oggi,
gli interventi in Parlamento durante la discussione del disegno di legge di
riforma presentato dal ministro dell’Interno Agostino Depretis.
Il discorso che fece Giuseppe Zanardelli, “ministro” di “ Grazia, Giustizia e Culti”, sicuramente
legato alla Chiesa, è veramente da brividi.. Si battè con forza, insieme ai
colleghi, per chiedere di escludere dal
voto le donne italiane: «La donna è diversa dall’uomo - si legge nel
resoconto - essa non è chiamata agli stessi uffici, non è chiamata alla vita
pubblica militante, il suo posto è la famiglia, la sua vita è domestica, le sue
caratteristiche sono gli affetti del cuore che non si convengono coi doveri
della vita civile.(…) la forza della donna non è nei comizi, ma nell’impero del
cuore e del sentimento sul freddo calcolo e sulla ragione crudele».
Zanardelli durante una visita in Basilicata nel 1902
Fu
l’ennesima occasione mancata. Per arrivare a riconoscere il diritto
di voto a tutte le donne, quello che Depretis chiamò il “suffragio universalissimo”, dovranno passare più di sessant’anni.
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PARLAMENTO
ITALIANO
PRINCIPALI
DISEGNI DI LEGGE, INTERVENTI, INTERROGAZIONI
DI
SALVATORE MORELLI PRESSO LA CAMERA DEI DEPUTATI
Anni
1867-1880, Legislature X-XIII
-
Disegno di legge per la
reintegrazione giuridica delle donne (per la prima volta in Europa si chiede la
parità di diritti della donna con l’uomo), De Clemente, Firenze 1867.
-
Disegno di legge per la Riforma
della Pubblica Amministrazione. De Clemente, Firenze 1867.
-
Disegno di legge per
circoscrivere il culto cattolico nelle chiese e sostituire ai campisanti il
sistema della cremazione. De Clemente, Firenze 1867.
-
Intervento sulla prostituzione
nel corso del dibattito sul Bilancio dello Stato, X Legislatura, Tornata 27
gennaio 1868.
-
Intervento sulla riforma della
pubblica amministrazione, X Legislatura, Tornata 5 febbraio 1868.
-
Intervento sul brigantaggio “con
la forza si potrà distruggere il fenomeno non la causa che lo produce”, X
Legislatura, Tornata 15 marzo 1868.
-
Intervento a favore dei preti
patrioti abbandonati dalla Chiesa e dallo Stato, X Legislatura, Tornata 19
maggio 1869.
-
Interrogazione al Ministro della
Giustizia sul ritardo dei processi penali, X Legislatura, Tornata 15 marzo
1870.
-
Interrogazione al Ministro della
Giustizia sull’eccessiva lunghezza della carcerazione preventiva, X
Legislatura, Tornata 15 marzo 1870.
-
Intervento sul disegno di legge
per guarentigie alla Sede pontificia, XI Legislatura, tornata 24 gennaio 1871.
-
Intervento per proporre la nomina
di una Commissione di Inchiesta sul funzionamento di tutti i Ministeri e per
eliminare in via definitiva il disavanzo di bilancio riorganizzando la Pubblica
Amministrazione, XI Legislatura, Tornata 30 maggio 1871.
-
Intervento per proporre la
creazione di un Tribunale Internazionale onde dirimere le vertenze tra Stati,
XI Legislatura, Tornata 18 giugno 1871.
-
Intervento per proporre il voto
amministrativo per le donne e l’indennità per i deputati (L’indennità
parlamentare fu introdotta da Giolitti nel 1907), XI Legislatura, Tornata 8
marzo 1872.
-
Intervento per chiedere una casa
per i lavoratori dell’agro romano che dormivano a migliaia nelle vie di Roma
per sfuggire alla malaria, XI Legislatura, Tornata 24 maggio 1872.
-
Interrogazione al Ministro
dell’Interno che ha decretato lo scioglimento di alcune Società operaie romane
e ha impedito lo svolgimento del Comizio al Colosseo a favore del suffragio
universale, XI Legislatura, Tornata 16 dicembre 1872.
-
Intervento sul Bilancio del
Ministero della Pubblica Istruzione per chiedere una scuola obbligatoria, mista
e laica. XI Legislatura, Tornata del 30 gennaio 1873.
-
Presentazione e svolgimento delle
Relazioni introduttive di sette disegni di legge volti ad assicurare con
guarentigie giuridiche la sorte dei fanciulli e delle donne (si tratta di una
Riforma del Diritto di Famiglia che anticipa la Riforma del 1975 con la parità
tra i coniugi, i diritti dei figli illegittimi, l’introduzione del divorzio e
il doppio cognome per i figli), XI Legislatura, Tornata 6 marzo 1874.
-
Intervento a favore
dell’istruzione per le donne e in difesa degli insegnanti, XII Legislatura,
Tornata 10 febbraio 1875.
-
Interrogazione sul seguito dato
all’Ordine del giorno a favore dell’Arbitrato Internazionale votato dalla
Camera dei Deputati all’unanimità e per sollecitare un’iniziativa della
diplomazia italiana affinché ai Ministeri della Guerra si sostituiscano i
Ministeri della Difesa, XII Legislatura, Tornata 18 maggio 1875.
-
Ripresenta i sette disegni di
legge dell’anno precedente per la Riforma del Diritto di Famiglia con in
aggiunta due nuovi disegni di legge: per il voto amministrativo e politico delle
donne in condizione di parità con l’uomo e per un regolamento più umano della
prostituzione, XII Legislatura, Tornata 14 giugno 1875.
-
Intervento a favore della
Commissione di Inchiesta sulle condizioni di vita dei contadini e per chiedere
un’altra Commissione di Inchiesta sulle condizioni di lavoro delle donne e dei
fanciulli, XII Legislature, Tornata 27 aprile 1876.
-
Intervento sul Regolamento che
impone alle donne impiegate negli uffici del telegrafo il celibato, XIII
Legislatura, Tornata 12 dicembre 1876.
-
Presentazione e svolgimento della
Relazione introduttiva del disegno di legge per l’ammissione delle donne come
testimoni negli atti pubblici e privati, XIII Legislatura, Tornata 1° febbraio
1877. Il disegno di legge sarà approvato il 9 novembre e diventerà la legge
4167 del 1877. Si tratterà della prima legge a favore delle donne nel nostro
Paese, poiché permette alle mogli di prendere visione del testamento del maritò
e inizia il percorso per riconoscere anche alla popolazione femminile la capacità
giuridica.
-
Presentazione per la terza volta
di un disegno di legge sul divorzio, XIII Legislatura, Tornata 25 maggio 1879.
-
Intervento sul disegno di legge
relativo al divorzio, Sessione 1880, seconda tornata 8 marzo 1880.
-
Il Ministro della Giustizia Conforti
chiede il parere di Salvatore Morelli sulla Riforma del Codice Penale nella
parte riguardante l’ordinamento della famiglia, XIII Legislatura, Tornata 10
ottobre 1878.
-
Intervento a favore del
finanziamento per l’introduzione in Italia delle piante di eucaliptus
provenienti dall’Australia per la possibilità di risanare con questi alberi le
zone paludose e combattere così la malaria, XIII Legislatura, Tornata 21
gennaio 1879.
-
Intervento per l’abolizione
dell’articolo 189 del Codice Civile che vieta la ricerca della paternità, XIII
Legislatura, Tornata 29 aprile 1879.
-
Intervento a favore delle donne
dalle quali dipende il miglioramento degli individui e della società in quanto
depositarie dell’educazione dei figli, XIII Legislatura, Tornata 5 maggio 1879.
-
Presentazione per la quarta volta
di un disegno di legge sul divorzio, XIII Legislatura, Tornata 8 marzo 1880
(Ultimo atto da parlamentare. Gravemente ammalato non verrà rieletto per la
quinta volta nelle elezioni di aprile e morirà il 22 ottobre 1880).
OPERE REALIZZATE DA SALVATORE MORELLI
DURANTE IL
PERIODO PARLAMENTARE
Bonifica di alcune zone della Campania dove, nella
prima metà dell’Ottocento, si era verificata una grave epidemia di colera.
Realizzazione del Ferrovia “Sessa Aurunca - Sezze -
Gaeta”, di 60 km, che riesce a portare a termine dopo dodici anni di
insistenze.
Fondazione del Ginnasio - Liceo di Sessa Aurunca,
dopo la concessione al Municipio di Sessa Aurunca della metà del locale
Seminario diocesano e della rendita corrispettiva.
Lunedì 12 Marzo 2018
Salvatore Morelli
"Il primo a
chiedere la parità dei diritti per le donne".
CAMERA
DEI DEPUTATI
TORNATA
DEL 26 GENNAIO 1877
PRESIDENZA
DEL PRESIDENTE CRISPI
La seduta è aperta
alle ore 2 pomeridiane.
(Il Segretario
PISSAVINI dà lettura del processo verbale della tornata precedente, che è
approvato.)
IL PRESIDENTE. Gli
uffici avendo ammesso alla lettura una proposta d’iniziativa dell’Onorevole
Deputato Salvatore MORELLI,
vi si procederà.
PISSAVINI,
segretario. (Legge)
“Considerando, che
la interdizione alle donne Italiane di Testimoniare nei testamenti ed in altri
atti, costituisce una ingiustificabile contraddizione con ciò che è statuito
nei Codici del Regno, i quali le riconoscono capaci della patria potestà, di
far parte dei Consigli di famiglia, di testare, di contrattare di garantire
innanzi al magistrato civile e penale, la verità dei fatti”;
“Considerando, che
questo divieto, mentre offende l’entità morale e la personalità giuridica delle
donne, in mancanza di testimoni maschi, specialmente nei luoghi abbondanti di
analfabeti, arreca difficoltà alla stipulazione degli atti, mi faccio il dovere
di sottoporre al voto della Camera il seguente progetto di legge”:
“Art. 1. Le donne
Italiane sono riconosciute capaci a fare da testimoni in tutti gli atti ammessi
dalle leggi dello Stato”.
“Art. 2. Le
disposizioni contrarie alla presente legge rimangono abrogate”.
Tornata del 26 marzo 1877 “il
Segretario Quartieri fa l’appello nominale”. Annunzia il risultato della
votazione a scrutinio segreto del progetto di legge.
L’esito della
votazione del progetto di legge: “Ammissione delle donne a testimoniare negli
atti pubblici e privati,” è il seguente:
Presenti e votanti
………..204
Maggioranza
…………….. .103
Voti favorevoli
………136
Voti contrari …………
68
La seduta e levata alle 6 e 10
Legge 9 dicembre 1877
“colla quale sono
abrogate le disposizioni, che escludono le donne dall’intervenire come
testimoni negli atti pubblici e privati”.
(Pubblicata nella
Gazzetta Ufficiale del Regno il 10 dicembre 1877, n. 287)
VITTORIO EMANUELE II
per grazia di Dio e per volontà della nazione
RE D’ITALIA
Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato;
Noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:
Articolo unico
“Sono abrogate le disposizioni di
legge, che escludono le donne dall’intervenire come testimoni negli atti
pubblici e privati”.
SALVAATORE MORELLI NELLA SATIRA
L’impegno politico e sociale del Morelli a favore dei
diritti delle donne scatenò spesso l’ironia dei suoi colleghi parlamentari.
Venne spesso descritto con toni decisamente offensivi. La satira del tempo
evidenziava un Morelli vestito spesso da donna e le sue immagini erano
accompagnate da didascalie e commenti non certo gratificanti. Quando in aula si
discutevano le sue proposte di legge, il dibattito veniva interrotto dagli
schiamazzi e dalla risate dei
“colleghi”. Nei verbali delle sedute si leggono spesso frasi come “ilarità,
“viva ilarità”, “si ride”, ecc.
Aspetti che sono stati evidenziati dal Presidente
della Camera Laura Boldrini a cui bisogna dare il giusto merito per avere
ricordato questo illustre personaggio politico difensore dei poveri e dei
diritti delle donne.
(A Consolarmi affrettati – Momento desiato
Emancipate e libere – Io vi proclamerò)
(Tra l’altre piaghe Egitto ebbe la peste.
Oggi l’Italia ci ha Morelli e queste…)
(“La Lima” era un giornale umoristico romano di Guerra
e Co.
Dal 2 agosto 1872 usciva 4 volte per settimana)
SALVATORE MORELLI NEL TEATRO
La
scrittrice Emilia Sarogni ha tratto dal suo libro ”L’Italia e la Donna. La Vita di Salvatore Morelli” un dramma: Salvatore Morelli. Una Tragedia Italiana
Il
libro della Sarogni ha una prefazione del prof. Luigi Fontanella della Sate
University di New York.
Un
opera teatrale imperniata sulla vita del patriota politico mazziniano.
La
tragedia è divisa in tre atti e mette in scena i momenti di vita del
protagonista dalla prigionia più dura al suo grande ed unico amore; la morte in
assoluta miseria. Una tragedia di circa
90 minuti. La voce narrante è di uno dei personaggi con un ruolo simile
a quello del coro nelle famose tragedie greche. Nel 2010 il dramma è stato
rappresentato nel suo paese natale del
Morelli, a Carovigno, per festeggiare l’Anniversario dell’Unità d’Italia. Altre
rappresentazioni ad Ostumi, a San san Vito dei Normanni, a Torino, ecc.
Nota n.1 – Gli scritti di
Luigi Settembrini sul Carcere di Santo Stefano:
“ Ma entriamo in questa tomba, dove son sepolti circa
ottocento uomini vivi:
Chi si avvicina a
Santo Stefano vede da mare sull’alto del monte grandeggiare l’ergastolo, che
per la sua figura quasi circolare sembra da lungi una immensa forma di cacio
posta su l’erba.
Il gran muro esterno, dipinto di bianco e senza finestre, è sparso
ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime
feritoie, che dànno luogo solo al trapasso dell’aria. Per iscendere sull’isola
si deve saltare su di uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando
a salire per una stradetta erta e scabra, si trova in prima una vasta grotta,
nella quale il provveditor dell’ergastolo suol serbare sue provvigioni; poi
montando più su si vede il dosso del monte industriosamente coltivato. Sino a
pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra: ora è coltivata,
tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre
pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte
più larga e piana del monte sorge l’ergastolo.
Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi:
con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto
il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che
frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio
cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno.
Fermato innanzi la terribile porta vede una strada lunga un cento cinquanta
passi, in capo della quale un casolare fabbricato sulle rovine della villa di
Giulia; e vicino a questo un recinto di mura con una croce che è il cimitero
de’ condannati. Se gli è permesso di camminare un poco verso la sinistra
dell’ergastolo vede una casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola,
ed un’altra stradetta più malagevole della prima, per la quale con l’aiuto
delle mani e dei piedi scendesi al mare. E null’altro vede, perché null’altro
v’è fuori che il mare, ed il cielo, e le isole lontane, e il continente più
lontano ancora, a cui vanamente il misero sospira.
Un edifizio di
forma quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato
posteriore. Il lato anteriore o la facciata di questo edifizio ha due torrette
agli angoli, ha cinque finestre, ed in mezzo una trista porta guardata da una
sentinella: su la porta sta scritto questo distico:
Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis
vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
“Finché la santa Legge tiene tanti
scellerati in catene, sta sicuro lo stato, e la proprietà.”
Parole non lette o
non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato
politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente
perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e
nella virtù per non disperarsi. Varcata la porta ed un androne si entra in un
cortile quadrilatero intorno al quale sono le abitazioni di quelli che
sopravvegliano l’ergastolo, magazzino per provvigioni, il forno, la taverna.
Custodi dell’ergastolo, come di ogni altro bagno, sono il comandante, che è un
uffiziale di fanteria di marina, un sergente suo aiutante che è detto comite,
pochi caporali, e bastevol numero di agozzini; un altro uffiziale comanda un
drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono ancora due preti; due
medici, un chirurgo, e tre loro aiutanti: v’è il provveditore, ed il tavernaio.
Nel cortile sei circondato dagli agozzini coi loro fieri ceffi, i quali ti
ricercano e scuotono le vesti, ti tolgono la catena se sei condannato
all’ergastolo, e te la osservano e ribadiscono se sei condannato ai ferri. Uno
scrivano ti dimanda del nome e delle tue qualità personali: ed il comandante,
dopo averti biecamente squadrato da capo a piè, ti avverte di non giocare, non
tener armi, starti tranquillo, se no vi sono le battiture e la segreta: e ti
manda al luogo che egli destina facendoti accompagnare dal sergente e dagli
agozzini.
Dopo il cortile
entri in un secondo androne, nel quale un custode apre una porta, e ti fa
entrare in uno spazzetto scoperto, chiuso intorno da un muro con palizzata e da
un fosso, su cui è un ponte levatoio. Un secondo custode apre un cancello di
legno, varchi il ponte, ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un
vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati
da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in
luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al
quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di
esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno,
e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro
questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte
ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma
maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al
cortile una chiesetta di forma esagona, chiusa intorno da vetri. Il cortile è
lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con
ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne son fatte da pochi
anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati
andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle
fetide pozzanghere.
Ciascun piano è diviso
in trentatré celle: nel primo e nel secondo piano sono trentatré archi,
ciascuno innanzi ciascuna cella: nel terzo piano è una loggia scoperta che gira
innanzi tutte le celle, e non è più larga di quattro palmi. Ogni cella ha una
porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro
opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale
trapassa l’aria esterna, e si può vedere una striscia di mare. Il primo piano è
a livello del cortile, e tiene innanzi un muro con sopra una palizzata, onde
chiamasi le barriere, anche perché è scompartito da mura in varie porzioni,
ciascuna contenente diverso numero di celle. Nello spazio tra la palizzata e le
celle passeggiano i condannati; ed è brutto di fango e di acqua che vi gittano
o vi cade da sopra. Per montare ai piani superiori vi sono due scale a destra e
sinistra della gran tela di muro; ma chiuse da cancelli di legno tenuti da
custodi. Il secondo piano ha innanzi una loggia coverta formata da un secondo
ordine di archi, e larga quanto quella del terzo piano; ed è diviso in due
porzioni. Nel terzo piano le ultime undici celle sono divise dalle altre, ed
addette ad uso di ospedale: e queste sole invece di buchi esterni hanno
finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina
Ventotene, hanno invetriate, e pareti bianchite. Una metà delle celle del primo
piano è destinata per un centinaio di condannati ai ferri: in tutte le altre
celle sono gli ergastolani: nell’altra metà del primo piano i più discoli; nel
secondo i meno tristi; nel terzo quelli che han dato pruova di essere
rassegnati.
I soli condannati
ai ferri hanno la catena che li accoppia, e possono passeggiare nel cortile.
Tra essi i fortunati vanno soli, portando o tutte le sedici maglie della catena
o pure otto maglie: i fortunatissimi ne portano quattro, e fanno uffizio di
serventi o di cucinieri, votano i cessi, portano acqua, vanno a spendere alla
taverna: sono beati quei pochi che escono fuori a lavorare la terra. Gli
ergastolani non hanno catena; ma nessuno può uscir del suo piano e del suo
scompartimento: un tempo nessuno poteva uscir dalla sua cella. Queste divisioni
sono necessarie per impedire le continue risse che nascono per stolte e turpi
cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che
una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e
siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra
loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si
lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di
parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir
vendette, si fa paura a tutti: una è l’arte di opprimere, ed ogni malvagio la
conosce.
Per questa
condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio
che le celle, e la stretta loggia, dalla quale invidiando guardano il cortile
dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura
dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo
edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo
riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con
esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia
e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti. Ma neppure
puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti
urtano, gridano, cantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi
nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene,
taluno d’essi con oscena voce andar gridando: “Vendiamo e mangiamo”: spesso
vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro
cadaveri di uccisi. Il vento ti molesta, il sole ti
brucia, la pioggia ti contrista, tutto che
vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella.
Ogni cella ha lo
spazio di sedici palmi quadrati [11 mt quadrati], e ce ne ha di più
strette: vi stanno nove o dieci uomini e più in ciascuna. Son nere ed
affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo; con i letti
squallidi, coperti di cenci, e che lasciano in mezzo piccolo spazio; con le
pareti nere dalle quali pendono appese a piuoli di legno pignatte, tegami,
piattelli, fiaschi, agli, peperoni, fusa, conocchie, naspi ed altre povere e
sudicie masserizie: una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo. È
vietato ogni arnese di ferro, e persino i chiodi, le forchette, i cucchiai, le
bilance sono di legno: ed invece di coltellaccio per minuzzare il lardo usano
un osso di costola di bue. Con un’industria incredibile fendono grossi ceppi e
tronchi di albero mediante piccolissimi cunei di ferro, non permessi ma
tollerati, e però da essi nascosti. Chi non vuole il cibo cotto in comune, e
che non è altro che fave o pasta, lo cuoce da sé in fornacette di tufo, che si
mettono sul davanzale della finestra ed anche sulle tavole del letto. Pochi
fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno
accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella
e le vicine, ti spreme le lagrime, e ti fa uscire disperatamente su la loggia,
dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non
contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte. Alle
due pareti opposte della stanza è legato uno spago, dal quale pende una canna,
che dall’altro capo fesso in su tiene sospesa una lucerna di latta, la quale
con questo ingegno può portarsi qua e là, e pendere nel mezzo della stanza, per
dar lume la sera a tutti che fanno cerchio intorno e filano canape.
Tetre sono queste
celle il giorno, più tetre e terribili la notte; la quale in questo luogo
comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi
nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O
quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora
terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella
ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno
la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubbriachi, o grida minacciose
che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve
chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la
mattina vedi cadaveri nella barella. Quando stanco d’ozio, d’inerzia, e di noia
cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre
dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla
tua donna, ai tuoi figliuoletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle
persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme
accanto, e sognando rutta vino e bestemmia.
O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili;
quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra
pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.
Ritorna il giorno,
e ritornano i suoi dolori, e l’un giorno non è diverso dall’altro. Sempre ti
stanno innanzi gli stessi oggetti, gli stessi uomini, gli stessi delitti, le
stesse azioni. Ogni giorno primamente ti si porta un pane; poi una porzione di
orride fave o di arenosa pasta, che molti prendono cruda e poi cuocciono essi
stessi con miglior condimento, poi cinque grani ai soli condannati
all’ergastolo. Due volte il mese ti si da un pezzo di carne di bue: son due
giorni di festa, in cui si beve più vino, e si fanno più delitti. Quando il
mare non è agitato vengono alcune donne da Ventotene: portano a vendere pesce e
verdure, e comprano il nero pane de’ condannati col quale sostengono sé stesse
ed i loro figliuoli. Tanta miseria è in quell’isola, che di là si viene a
spendere nelle taverne dell’ergastolo. Sebbene il continente sia poco lontano,
pure raramente vengono barche, e se vengono ed approdano a Ventotene, non
sempre si può traversare il canale su i battelli e venire a Santo Stefano, dove
spesso si manca anche del necessario alla vita. Anche più raramente hai lettera
o novella della tua famiglia. Ogni lettera che ricevi o mandi deve essere
letta, ogni oggetto rivolto e ricercato per ogni parte. La prima lettera che io
ebbi, e che io tanto avevo aspettata, mi strappò molte lagrime, e mi rendette
convulso per più giorni. Io serbo ancora quella prima lettera, unita ad
un’altra della mia figliuola Giulietta, che mi fu conceduto di tener caramente
stretta in mano durante quei due giorni che io stetti condannato a morte in
cappella; perché mi pareva che tenendola in mano io sarei morto abbracciando e
benedicendo i miei figlioli.
Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare,
divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude”.
Funerale - foto di Valentina Perniciaro
Carcere di Santo Stefano
visto dal mare
Carcere di Santo Stefano (foto di Valentina Perniciaro)
Santo Stefano – La Lavanderia annessa al carcere
Santo Stefano – La Vasca Giulia –
Giulia era la figlia
dell’Imperatore Ottaviano Augusto e
fu esiliata a Ventotene perché accusata di
adulterio.
Nota n. 2 – L’Isola di Ventotene. Cenni di storia ed
aspetti della detenzione
L’isola
soltanto nel 1731, con la morte dell’ultimo dei Farnese, passò con gradualità
sotto il dominio dei Borboni che avviarono una nuova urbanizzazione.
L’urbanizzazione dell’isola ebbe un suo sviluppo più organico sotto Ferdinando IV
che affidò il progetto a due illustri tecnici: Antonio Winspeare e Francesco
Carpi. Il nucleo abitativo si sviluppò ai due edifici più importanti
dell’isola: il castello e la Chiesa di Santa Candida. Si realizzarono due
strade d’accesso per raggiungere i due edifici. Il castello si sarebbe
raggiunto grazie ad una via carrabile che si snodava su un preesistente
camminamento romano (avrebbe percorso in salita ed in modo concentrico il
Pozzillo per poi sbucare nella Piazza del castello) mentre per giungere alla
chiesa attraverso una scenografica serie di rampe che dal Porto Romano avrebbe
raggiunto l’edificio sacro. Il castello è sede del Municipio e del Museo
Archeologico. La sua funzione originaria era quella di fortezza per poi diventare carcere. Forse nell’ultimo
periodo dei Borboni fu appunto adibito a carcere e durante l’epoca
fascista la struttura fu modificata con
due sopraelevazioni per meglio adattarla alla sua funzione carceraria.
Il centro
storico era la “cittadella confinaria” dove i confinati potevano risiedere,
passeggiare e “vivere”. Probabilmente in queste case già al tempo dei Borboni
c’erano dei detenuti. A loro era preclusa la zona del porto e la strada che
conduceva alla campagna. Potevano frequentare solo la piccola spiaggia di
Calanave e solo in alcune ore del giorno.
Il
castello che inizialmente era adibito a sede dei confinati con l’avvento del
fascismo e con la successiva costruzione di padiglioni destinati ad un maggior
numero di confinati, diventò la sede della Milizia Volontaria per la Sicurezza
Nazionale. Qui risiedevano carabinieri e forze dell’ordine addetti alla
sorveglianza. Furono costruiti dozzine di padiglioni. Tutti uguali e simili ad
ospedali che a prigioni e formarono un blocco abitativo separato dall’unico
villaggio esistente nell’isola. Ogni padiglione era suddiviso in due camerate,
con bagno in comune. Ogni camerate conteneva venticinque brande allineate in
due opposte file con tavolini costruiti in legno e in modo rudimentale. Durante
la notte, dalle 21 alle 6 d’estate e dalle 18 alle 7 d’invero, le porte
venivano sprangate e tutti i confinati erano rinchiusi nei cameroni.
Successivamente dopo qualche ora veniva staccata l’elettricità.
Il 2 giugno 1978 a Ventotene fu dedicato un monumento
a ricordo dei confinati deportati che venne posto nell’area dell’ex cittadella
confinaria.
Sulla stele in marmo fu incisa un’epigrafe dettata da Umberto Terracini.
"NELLA BREVE CHIUSA CERCHIA | DELLE SUE SCOGLIERE
BATTUTE DAL MARE | VENTOTENE | UMILIATA
DALLA DITTATURA A LUOGO DI CONFINO POLITICO | OSPITO’ NEL VENTENNIO FASCISTA |
CIRCONDANDOLI DI RISPETTOSA TACITA SIMPATIA | MIGLIAIA DI PERSEGUITATI DI OGNI
PARTE D’ITALIA | MOLTI DEI QUALI FURONO DESIGNATI | DOPO LA LIBERAZIONE E LA
DEMOCRAZIA INSTAURATA | A SOMMI INCARICHI E DIGNITA’ NELLA REPUBBLICA |
RICORDANDO E ESALTANDO LE VIRTU’ UMANE E CIVILI | CHE NE REGGEVANO LO SPIRITO
SOTTO LA DURA REPRESSIONE DEL | REGIME AUTORITARIO | GLI ABITANTI DELL’ISOLA |
CUSTODISCANO ALLA NAZIONE RINNOVATA | QUESTE SOPRAVANZATE ROVINE DEGLI SQUALLIDI
ACQUARTIERAMENTI | DOVE I CONFINATI ANTIFASCISTI MALPROTETTI DALL’INCLEMENZA
DELLE | STAGIONI | COSPIRATIVAMENTE AUTOGOVERNANDOSI | CONDUSSERO LA LORO VITA
DI SACRIFICIO E DI STUDIO | PREPARANDOSI ALLA LOTTA | PER UN’ITALIA RINNOVATA
NELLA LIBERTA’."
Isola di Ventotene - I Confinati
Isola di Ventotene - Le camerate dei confinati
Isola di Ventotene - Il Porto Romano
Isola di Ponza - La Torre Borbonica (oggi Hotel)
Nota n. 3 – IL TESTAMENTO DI CARLO PISACANE (Fu
scritto all’inizio della spedizione contro i Borboni, quando s’imbarcò sul
“Cagliari”)
"In
procinto di lanciarmi in una temeraria impresa, voglio far note al paese le mie
opinioni per combattere il volgo, sempre disposto ad applaudire i vincitori ed
a maledire i vinti. "I miei princìpi politici sono abbastanza conosciuti:
io credo nel socialismo, ma nel socialismo differente dai sistemi francesi, che
tutti più o meno sono fondati sull’idea monarchica, o dispotica che prevale
nella nazione; è l’avvenire inevitabile e prossimo dell’Italia, e forse di
tutta Europa. Il socialismo, di cui io parlo, può riassumersi con queste due
parole: libertà ed associazione. Questa opinione io l’ho sviluppata nei due
volumi che ho composto, che sono il frutto di quasi sei anni di studi, ed a
cui, colpa del tempo, non ho potuto dare l’ultima mano, sia per lo stile, sia
per la dizione. Se qualcuno dei miei amici volesse supplirmi, e pubblicare
questi due volumi, glie ne sarei molto riconoscente. "Ho la convinzione,
che le strade ferrate, i telegrafi elettrici, le macchine, i miglioramenti
dell’industria, tuttociò infine che tende a sviluppare e facilitare il
commercio, è destinato, secondo una legge fatale, a render
povere le masse, finché non si operi la ripartizione dei profitti, per mezzo
della concorrenza. Tutti siffatti mezzi aumentano i prodotti; ma essi li
accumulano in poche mani, per cui tutto il vantato progresso non si riduce che
alla decadenza. Se si considerano questi pretesi miglioramenti come un
progresso, sarà ciò in questo senso che, coll’aumentare la miseria del popolo,
essi lo spingeranno infallibilmente ad una terribile rivoluzione che, mutando
l’ordine sociale, metterà a disposizione di tutti, ciò che ora serve all’utile
solo d’alcuni. Ho la convinzione, che i rimedi temperati, come il regime
costituzionale del Piemonte e le progressive riforme accordate alla Lombardia,
lungi dall’accelerare il risorgimento d’Italia, non possono fare che
ritardarlo. Quanto a me non m’imporrei il più piccolo sagrifizio per cambiare
un Ministero o per ottenere una Costituzione, neppure per cacciare gli
Austriaci dalla Lombardia e riunire al regno della Sardegna questa provincia:
io credo che la dominazione della Casa d’Austria e quella di Casa Savoja sieno
la stessa cosa. "Credo al pari, che il governo costituzionale del Piemonte
sia più nocevole all’Italia, che non la tirannia di Ferdinando II. Credo
fermamente che, se il Piemonte fosse stato governato nella stessa maniera che
gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia a quest’ora si sarebbe fatta.
"Questa decisa opinione si venne formando in me per la profonda
convinzione che io ho, essere una chimera la propagazione dell’idea, e
un’assurdità l’istruzione del popolo. Le idee vengono dietro ai fatti e non
viceversa; e il popolo non sarà libero perché sarà istrutto, ma diverrà
istrutto tostoché sarà libero. L’unica cosa che possa fare un cittadino, per
essere utile alla sua patria, è l’aspettare, che sopraggiunga il tempo, in cui
egli potrà cooperare a una rivoluzione materiale. "Le cospirazioni, i
complotti, i tentativi d’insurrezione, sono a mio avviso, la serie dei fatti
attraverso ai quali l’Italia va alla sua meta (l’Unità). L’intervento delle
baionette a Milano ha prodotto una propaganda ben più efficace, che non mille
volumi di scritti di dottrinari, che sono la vera peste della nostra patria e
di tutto il mondo. "V’hanno taluni che dicono, la rivoluzione debbe essere
fatta dal paese. Questo è incontrastabile. Ma il paese si compone d’individui;
e se tutti aspettassero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza
prepararla col mezzo della cospirazione, giammai la rivoluzione scoppierebbe.
Se invece ognuno dicesse; la rivoluzione deve effettuarsi dal paese, e siccome io
sono una parte infinitesima del paese, spetta anche a me il compiere la mia
infinitesima parte di dovere, e io la compio; la rivoluzione sarebbe
immediatamente compiuta, e invincibile, poiché dessa sarebbe immensa. Si può
dissentire intorno alla forma di una cospirazione circa il luogo e il momento
in cui debba effettuarsi; ma il dissentire intorno al principio è un’assurdità,
una ipocrisia; torna lo stesso che nascondere in bella maniera il più basso
egoismo. "Io stimo colui che approva la cospirazione, e che non prende
parte alla cospirazione; ma io non posso che nutrire disprezzo per coloro che
non solo non vogliono far nulla, ma si compiacciono di biasimare e maledire
coloro che operano. Coi miei prìncipi io avrei creduto di mancare al mio dovere
se, vedendo la possibilità di tentare un colpo di mano sopra un punto bene
scelto e in favorevoli circostanze, io non avessi impiegato tutta la mia
energia nell’eseguirlo e condurlo a buon fine. "Non pretendo già, come
alcuni oziosi per giustificare sé stessi mi accusano, di essere il salvatore
della mia patria, no; io sono però convinto, che nel mezzodì d’Italia la
rivoluzione morale esiste; che un impulso gagliardo può spingere le popolazioni
a tentare un movimento decisivo; ed è appunto per questo, che ho impiegato le
mie forze per compiere una cospirazione che deve imprimere questo impulso. Se
io giungo sul luogo dello sbarco, che sarà Sapri nel Principato Citeriore,
credo che avrò con ciò ottenuto un grande successo personale, dovessi poi anche
dopo morir sul patibolo. Da semplice individuo qual sono, sebbene sostenuto da
un numero abbastanza grande di uomini, io non posso far che questo, e lo
faccio. Il resto dipende dal paese, non da me. Io non ho che la mia vita da
sacrificare per questo scopo, e non esito punto a farlo. "Sono persuaso
che, se l’impresa riesce, otterrò gli applausi di tutti; se soccombo, sarò
biasimato dal pubblico. Forse mi chiameranno pazzo, ambizioso, turbolento: e
tutti coloro che, non facendo mai nulla, consumano l’intera vita nel detrarre
gli altri, esamineranno minutamente l’impresa; metteranno in chiaro i miei
errori, e mi accuseranno di non esser riuscito per mancanza di spirito, di
cuore, di energia. Sappiano tutti codesti detrattori, che io li considero non
solo come affatto incapaci di fare ciò che io ho tentato, ma incapaci financo
di concepirne l’idea. "Rispondendo poi a coloro che chiameranno
impossibile il compito, dico che, se prima di effettuare simile impresa si
dovesse ottenere l’approvazione di tutti, sarebbe d’uopo rinunziarvi; dagli
uomini non si approvano anticipatamente fuorché i disegni volgari: pazzo si
chiamò colui che in America tentò il primo sperimento di un battello a vapore,
e si è dimostrato più tardi l’impossibilità di attraversare l’Atlantico con
questi battelli. Pazzo era il nostro Colombo prima ch’ei discoprisse l’America,
ed il volgo avrebbe trattato da pazzi e da imbecilli Annibale e Napoleone, se
avesseo soccombuto l’uno alla Trebbia e l’altro a Marengo. Io non ho la
presunzione di paragonare la mia impresa a quella di quei grandi uomini, però
vi si rassomiglia per una parte; giacché sarà oggetto della universale
disapprovazione se mi fallisce, e dell’ammirazione di tutti se mi riesce. Se
Napoleone, prima di lasciare l’Isola d’Elba per isbarcare a Frèjus con 50
granattieri, avesse domandato consiglio, il suo concetto sarebbe stato
unitamente disapprovato. Napoleone possedeva ciò che io non posseggo, il
prestigio del suo nome; ma io riannodo intorno al mio stendardo tutti gli
affetti, tutte le speranze della rivoluzione italiana. Tutti i dolori e tutte
le miserie dell’Italia combattono con me. "Non ho che una parola: se io
non riesco, sprezzo altamente il volgo ignorante che mi condannerà; se riesco
farò ben poco caso dei suoi applausi. Tutta la mia ricompensa la troverò nel
fondo della mia coscienza, e nell’animo dei cari e generosi amici, che mi hanno
prestato il loro concorso, e che hanno divisi i miei palpiti e le mie speranze.
Che se il nostro sacrifizio non porterà alcun vantaggio all’Italia, sarà per essa
almeno una gloria l’aver generato figli, che volenterosi s’immolarono pel suo
avvenire.
"Genova
24 Giugno 1857. - "Carlo Pisacane"
Nota 4
-
Disegno di legge “Per la Reintegrazione Giuridica
della Donna” e relativo discorso alla Camera;
-
Disegno di Legge” Per Circoscrivere il culto cattolico
nella Chiesa e sostituire ai Campisanti il sistema della Cremazione” e relativo
discorso alla Camera;
-
“La Donna e La Scienza – Soluzione dell’Umano Problema”;
-
Lettera di Giuseppe Mazzini a Salvatore Morelli;
-
Lettera di William Smith a Salvatore Morelli;
-
“L’Emancipazione della Donna” – Settimanale;
-
Disegno di Legge “Per la Riforma sulla Pubblica
Istruzione” con discorso alla Camera;
-
I Tre Disegni di Legge – “Emancipazione della Donna –Riforma
della Pubblica Istruzione – Circoscrizione Legale del Culto Cattolico nella
Chiesa” preceduti da un Manifesto della Tipografia Franco-Italiana di Firenze;
-
“Alle Donne, Gioventù Studiosa e Stampa Indipendente d’Italia
– Lettera di Giuseppe Garibaldi a Salvatore Morelli
Disegno
di Legge
“Per la Reintegrazione Giuridica Della Donna”
“Onorevoli Signori
Una delle ragioni
per le quali l’umanità o non cammina, o procede troppo dubbiamente sulla via
del progresso, è appunto quella di aver spostato con artificiali sistemi le
cose dalla loro sede naturale, e di non avere assegnato a ciascheduna di esse
la sfera dei rapporti che le compete. Sicchè l’opera del legislatore filosofo
per essere oggidì veramente riparatrice, e promuovere il benessere delle
nazioni, fa mestieri che inizii la riforma allo scopo di riordinare
elementarmente la spostata situazione giuridica degli enti sociali, ode
ciascuno di essi riprenda il suo posto, e compia la parte che gli conviene nel
lavoro razionale della vita individua e collettiva. È per questa considerazione
che io, scorgendo nella Camera la generosa tendenza di migliorare le sorti
d’Italia, con leggi provvide e conformi alla missione iniziatrice della terza
civiltà del mondo, oso presentare alla sua considerazione il presente schema di
legge riguardante i diritti della donna.
Imperocchè son
convinto che la sua anormalità giuridica sia germe al disordine, alle
degradazioni e alle lotte deplorabili, nelle quali non pure Italia, ma la più
gran parte dell’umanità geme fatalmente da secoli.
Io potrei
riassumere in prova dei miei detti una serie infinita di fatti incontestabili
narrati dalla storia, ma per non peccare d’importunità verso i sapientissimi
mei colleghi rappresentanti, ai quali più che a me stesso sono noti, e per non
prolungare la discussione sopra un argomento che la forza dell’intuito appalesa
vero a tutti, mi limito a certe considerazioni cardinali, che bastano da se
stesse a convincere ognuno della necessità di provvedervi istantemente con un
atto legislativo.
Voi, signori, non
potrete sconoscere nella donna tutte le condizioni, che costituiscono nell’uomo
la personalità giuridica, e che ammesse queste condizioni, non pure si ha il
debito di riconoscerle, ma di garantirne lo svolgimento.
Se l’umanità ha
lavato con torrenti di sangue nell’ultima guerra americana l’obbrobrio della
schiavitù dei Neri, come può ella mai consentire più a lungo la schiavitù della
donna, la quale è la più importante varietà dell’essere umano, anzi è a
creatrice, la educatrice ed il movente perpetuo di quest’essere ? Come può
consentire che colei che deve riscuotere maggior rispetto nella casa e nella
società, rimanga destituita dei diritti civili e politici accordati a coloro
che ne riconoscono la supremazia e la chiamano col nome di donna, signora ?
Come può
consentire che si neghino a lei causa le prerogative accordate dalle leggi
all’uomo, effetto della sua contemplazione creativa ?
Noi spesso
deploriamo nei cittadini violazioni al dritto ed inadempienza del dovere, ma
non sappiamo determinare l’origine di questi trascorsi che disturbano l’ordine
civile.
Ebbene, signori,
quei trascorsi mettono capo nel disprezzo sistematico, nel quale la società
viziata da’ pregiudizi, ha mantenuto sin ora il dritto della donna.
L’uomo che e mosso
da lei al bene ed al male, non poteva riceverne l’ispirazione al rispetto del
diritto proprio ed altrui, quando ella lo vede sconosciuto e manomesso in lei
medesima.
Quindi da ciò
deriva l’inadempienza al dovere, perché se la società non lo adempie verso di
lei, tanto mene ella può inspirare l’uomo ad adempierlo verso altrui. I figli
che crescono nelle braccia delle madri schiave improntano nella vergine anima
una certa passività, che rimane incancellabile e li accompagna per tutta la
vita, anche quando nella condizione di uomini cominciano a godere certe
garanzie all’esercizio dei propri dritti, ed alla propria libertà.
L’uomo stesso che si
connubia alla donna per quella influenza naturale che esercita su di lui, o
nesciente, o irritata dalla privazione dei diritti, trova in lei un serio
ostacolo che gliene impedisce l’esercizio, lo assonna e quando dovrebbe
concorrere volenteroso per bene della Nazione all’urna o pel bene della città
al Municipio, egli o svogliatamente o per preconcetto manca al dovere
patriottico con grave danne della cosa pubblica.
La chiesa ed il
dispotismo corruttori dell’umanità, quando hanno sentito parlare di moralità e
di virtù dell’uomo, non se ne sono troppo allarmati, perché il vero uomo, il
più potente uomo, l’Ercole della casa che si chiama donna destituita di dritto,
di dignità, e d’intelligenza era un perenne lievito di corruzione, e la sua
schiavitù neutralizzava agevolmente nell’uomo l’entusiasmo della virtù.
Oltre a queste
considerazioni ve ne hanno dell’altre che riguardano la giustizia, la decenza e
la moralità sociale.
Come in tutti i
paesi del mondo, in Italia la donna è considerata come l’uomo, quando deve fare
dei sacrifici verso il comune e verso lo stato, Ella deve pagare tutti i
balzelli che impone il governo, ella deve amministrare i figli alla leva, ella
deve dare gli alloggi ai militari, ella deve essere posta sotto processo e
catturata se delinque, e l’equivalente di tutti questi pesi, di tutte queste
gravezze deve essere la ridevole ricognizione di qualche prerogativa giuridica
messa nel codice per ischerno, e la irriconoscenza totale dei diritti civili e
politici coerenti alla personalità d’ogni cittadino italiano.
Così la donna
nella casa non ha nome, nel Municipio non ha rappresentanza, nella Provincia
non ha rappresentanza, nella Nazione non ha rappresentanza, negli uffici
pubblici non ha accesso veruno, dall’urna viene esclusa, dalle cattedre viene
esclusa, nello Stato non balena mai come altrove la sua figura, di onori
pubblici e del merito civile non l’è fatta mai largizione.
Se è incontrata
sola per la via, un guardia di P.S. può impunemente catturarla sotto pretesto
di meretricio e condurla nei sifilicomii per essere sottoposta alla più turpe
delle violenze, e quindi rimanere schiava in quella vergogna del secolo
importataci dalla bastarda civiltà straniera, che si chiama Inpanai o
ufficiale.
In questa grande
leva della decadenza e della civiltà dei popoli rimane ingratamente destituita
di ogni garanzia, e nelle sue ore malinconiche maledice la società ed i
legislatori che la tengono in una schiavitù, di cui nei riflessi del suo senso
comune sente tutto il peso e l’intensità dolorosa.
Signori, dopo
tutto questo io vi metto dinanzi un dilemma: la donna la ritenete per cosa o
per persona ?
Riconoscete o
negate in lei le facoltà tutte che possiede l’uomo ?
Ammettete o negate
in lei la identità del tipo ?
Ammettete o negate
in lei una medesima destinazione coll’uomo ?
Se riconoscete la
donna per persona, se ammettete in lei le stesse facoltà che possiede l’uomo,
se riconoscete in lei l’identità del tipo rivestito del prestigio della
genitura, che la rende più maestosa e solenne, se ammettete nello svolgimento
delle sue facoltà, come vi comanda il buon senso, la ragione e la storia,
comune destinazione con l’uomo, quale argomento potrebbe affacciarsi per negare
alla creatrice dei cittadini, la giuridica caratteristica di cittadino ? alla
madre degli elettori, dei deputati, dei ministri di dritto di portare il voto
all’urna, e di esercitare le altre prerogative politiche concesse all’uomo suo
compagno ?
Signori, coloro
che si oppongono a quest’atto di giustizia verso la schiava bianca che ci dà la
vita, ci educa, e ci muove dal nascere al morire, non potranno essere gli
enuchi del Concilio di Trento, ma voi sapientissimi che vedete in questo
ribalzar della donna un incremento di forza, d’attività, d’intelligenza
nell’uomo individuo e collettivo, voi non sarete fra i pusilli che da questo
atto profetizzano disordine nella famiglia e nella società. Il disordine e
l’anarchia sono oggi in permanenza, ed accennano ad un decadimento progressivo,
giusto perché la donna che è il primo ente della vita domestica, è destituita
dei suoi dritti, e soggiace schiava ed ignorante alla prepotenza dell’egoismo
virile.
I disvolenti
addurrano certo, che accordando questi dritti alla donna, essa si svierebbe
dalle cure domestiche, e dall’allevamento ed educazione dei figliuoli, cui è
principalmente chiamata dalla natura.
No, dico io, ella
ubbidiente pur troppo alle leggi del dovere, tralascerebbe tutto, come
tralascia il teatro ed altre vanità, quando la natura legislatrice, le impone
diversi esclusivamente dedicare agli uffici domestici. Questo anche avviene pei
padri di famiglia, essi non vanno all’urna e mancano ai doveri civili e
politici, quando intime necessità ne fanno loro divieto.
Poi io domanderei
ai signori, che veggono il finimondo nella reintegrazione dei diritti civili e
politici della donna: dal medio evo in qua, la donna ha conseguito qualche
diritto; ebbene quale detrimento ne ha avuto la famiglia e la società ? Eccoli:
voi l’avete imparata a leggere, ed essa vi ha diretta meglio la casa, vi ha
educato meglio i figliuoli, e vi ha aiutato col suo entusiasmo alle imprese
dell’emancipazione nazionale. Voi le avete dato posto sulle liste dello stato
civile, l’avete ammessa ad ereditare, ed essa vi ha generosamente risposto,
facendo balenare nella famiglia un certo sentimento di dignità umana fin allora
sconosciuta affatto, vi ha mitigato i costumi, vi ha migliorato l’economia. Che
cosa dovete attendervi dunque dalla sua totale emancipazione ?
Moralità,
sapienza, forza, ricchezza, ordine,
dignità, coscienza del diritto e del dovere, e sviluppo di tutti questi beni
che rimasero un desiderio vacuo per gl’individui e per le nazioni, dacchè la
donna degradata e ridotta letame invece di generare uomini, venne condannata
dalla sociale ingiustizia a generar funghi !
Un altro argomento
su cui si appoggeranno gli oppositori sarà quello dell’opportunità.
Essi vi diranno:
ma noi siamo ancora immaturi, i nostri
costumi non permettono queste riforme.
È giusto perché
siamo immaturi bisogna riformare, onde raggiungere la maturità. Quale gente più
immatura dei Negri alla libertà, quando per mantenersi schiavi han versato
fiumi di sangue, ed hanno massacrati i maestri di scuola, che sentivano la
carità civile d’illuminarli ?
Con tutto ciò la
coscienza della civiltà americana, che riconosceva il bisogni morale di
effettuare quella grande riforma glie
l’ha imposta con la forza, e vi è rimasta benedetta da tutto il genere umano.
Il giorno in cui,
onorevoli Signori, sarà emanata la legge che uguaglia la donna all’uomo
nell’esercizio dei diritti civili e politici, tornerà il rispetto scambievole
fra i coniugi, l’uno guarderà nell’altro, non lo schiavo od il padrone, ma il
compagno amoroso della sua vita, e quest’armonia domestica dislagandosi nella
società, scancellerà quelle uggie spesso fomentate dalla donna schiava, che
rendono l’uomo omicida ed assassino dell’altro uomo.
Signori, voci
dall’America, voci dall’Inghilterra, voci dalla Germania e dalla Francia, voci
da tutti gli angoli della nostra penisola s’elevano per reclamare la soluzione
di questa quistione umanitaria, e già qualche Parlamento ha proposto
l’ammissione della donna al voto politico.
Vi lascerete voi
scappar di mano l’iniziativa di questa grande riforma ?
Toglierete voi
all’Italia nostra la gloria di essere la prima ad abolire questa turpe
schiavitù ?
Io non l’immagino
e con piena fiducia mi aspetto dalla vostra
saggezza, dalla vostra giustizia, dal vostro spirito di umanità
l’approvazione dei disegno di legge che ho l’onore di presentarvi, il cui
ultimo articolo quantunque sembri ridondante, pure ha un ligame intimo coi
vantaggi che si attendono dall’emancipazione
della donna
Imperocchè mira a
correggere un errore del secolo materialista, il quale spende e spande per
migliorare le razze dei cavalli e dei bestiami, nulla poi curandosi della
crescente degradazione della razza umana”.
DISEGNO DI LEGGE
Disegno di legge : "Abolizione
della schiavitù domestica con la reintegrazione giuridica della donna, accordando
alla donna i diritti civili e politici" - 1867
-
Art.1.
Riconoscendo nella donna identità di tipo e fac oltà eguali all’uomo, giustizia
vuole che essa sia eguagliata al medesimo
nei diritti civili e politici. Quindi le donne italiane, dalla pubblicazione di
questa legge, sono facultate ad esercitare i diritti civili e politici nello
stesso modo e con le medesime condizioni che li esercitano gli altri cittadini del
regno d’Italia.
-
Art.2.
Le divergenze degli interessi, che potranno verificarsi nel passaggio dal
vecchio a questo nuovo regime, verranno composte ed ordinate da appositi
decreti.
-
Art.3.
Tutte le disposizioni del codice e di altre leggi suppletorie, che circoscrivevano
e limitavano i diritti della donna, rimangono abolite.
-
Art.
4 .Le donne italiane, che si mostreranno più diligenti al miglioramento della
razza umana, dando alla patria figlioli di belli e robusti tipi, e li
educheranno in modo da farli divenire eroi, pensatori e produttori distinti,
avranno conferiti dallo Stato titoli di onore, pubblici uffici, ed anche
pensioni vitalizie, secondo il maggior bene che hanno arrecato colla loro
opera.
Firenze 18 giugno 1867.
Salvatore MoreIIì, Deputato.
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DISEGNO
DI LEGGE
“Per circoscrivere il culto cattolico nella
Chiesa e sostituire al Campisanti il
sistema di Cremazione “
“Onorevoli Signori
!
Quello che la
storia imputerà alla nostra generazione come colpa più grave, è il poco
rispetto usato alla logica.
Lasciando dall'uri
dei lati la lunga serie dei mali che ha derivazione da ciò, richiamo la vostra
autorevole attenzione sopra un fatto, il quale perchè troppo scandaloso produce
gravi inconvenienze al senso morale, alla
salute pubblica , ed alla libertà dei cittadini italiani, e reclama dalla Camera
un sollecito provvedimento legislativo.
Il fatto cui io
accenno, o Signori, è l'abuso del culto esterno praticato dal clero cattolico
per ispirito di fanatismo, e per alimentare la più barbara supestizione fra le
povere plebi, abusando della loro ignoranza in tutte le città, i villaggi e le
borgate del nostro Regno, e quel che più monta la mano forte che l'autorità
politica gli concede per dar luogo a tante scene comiche e da medio
evo investigate
dalla volponeria per ismungere oboli dalla scarsella ,'del l'operaio, ed
imbuirgli la coscienza.
Se abbiamo la
tolleranza dei culti da cui sono nate nel nostro paese le istituzioni di chiese
diverse, perchè oggimai una parte dei cittadini non crede al cattolicismo; se
abbiamo incamerati i beni del clero cattolico, e sciolte le corporazioni
religiose per iscemare la ostile
influenza che queste esercitarono per secoli, oltre alle altre ragioni di
pubblico interesse che si connettono all'avvenire morale ed economico della nazione,
siamo ora noi logici permettendo al prete di Roma che perturbi lo Stato coi
suoi artifizi settari i, e rinnovi scene grottesche e ridicole per le pubbliche
vie
delle nostre città
con grave detrimento del commercio, della libertà, dell'ordine, della morale, e
della pubblica salute?
Signori, a me
sembra che no, anzi a me sembra che gli stranieri, i quali vengono a deliziarsi
nelle nostre ridenti contrade, vedendo sopravvivere alla nostra rivoluzione
cotali mascherate da cui da mane a sera si deve essere obbligatorio osservatore,
e delle quali non rimane più orma in tutte le città civili d'Europa, debbono recriminarci
non solo d'illogici, ma di contraddizione e peggio.
Io diceva l'abuso
del clero cattolico nel suo culto esterno offende il commercio, perché
specialmente nei centri più popolosi, ora colle processioni bianche delle innumeri
sue feste, ora colle processioni nere dei funerali che si sogliono moltiplicare
e rivestire di tutto il terrorismo dell'inquisizione, specialmente in
ricorrenze epidemiche per accrescere l'intensità del male, questi fatti verificandosi
nelle vie più commerciate fanno arrestare per ore intere carri ed uomini, e
tolgono alla vita industriale il più prezioso del suo tempo.
Io diceva pure che
offende la libertà, perchè la prepotenza clericale sostenuta dal governo, sia
che passi unicamente il viatico, sia queste processioni di vario colore,
autorizza i sagrestani che precedono, ad imporre ai cittadini o di cavarsi il
cappello, o d'inginocchiarsi come tante volte è avvenuto a Napoli, dove per
questo dal 60 in qua sono registrati vari sanguinosi conflitti.
A ciò si aggiunge,
che il suono perenne delle campane accennante d'ordinario ad avvenimenti
mortuari, toglie i riposi ed impone forzosamente il lutto di private famiglie
ad intere cittadinanze, la qual cosa per me è un'ingiustizia ed un attentato
insieme alla libertà.
Dissi inoltre che
l'abuso esterno del culto cattolico offende l'ordine, perchè, a prescindere
dalle provocazioni di cui è causa col suo fanatismo, vi è proprio in se stesso
qualche cosa di noioso e d'incompatibile con quell'ordine di idee accettato dalla
civiltà del mondo, ed un pochino anche da noi italiani, quando nell'entusiasmo di
un più lieto avvenire lo stigmatizzavamo d'anacronismo.
Il culto cattolico
offende la morale, perchè colle sue molteplici feste, che sono per la chiesa un
argomento di utilità, distoglie dal lavoro i miseri credenti per mendicare due
terzi dell'anno che non producono nulla, o alimentarsi colla prostituzione.
Dissi da ultimo
che offende la pubblica salute, perchè ai mali naturali da cui è afflitta
questa disgraziata generazione, si aggiungono gli artifizi di tante apparizioni
lugubri che spengono nel cuore gli ultimi raggi della speranza.
Chi si trovò in
Napoli nell'ultima invasione colerica può testimoniare, che furono più le morti
prodotte dal clero cattolico con le paure delle sue processioni funebri,
scampanìi e cantilene, che da mane a sera assordavano e riempivano di lutto e
di terrore quel vasto paese, delle avvenute per forza epidemica. Passando ai cimiteri
dove il clero cattolico raccoglie la più ricca sua messe, senza parlare delle
profanazioni cui dà luogo, il sistema dei campisanti collocati in siti vicini
all'abitato, è difettoso in modo da dare sviluppo a quei miasmi dai quali si
genera quella serie di malanni che ha infiacchita la nostra salute.
Finché il fanatismo
adombrò le menti in modo da negligere i vivi per darsi tutto col pensiero ai
morti, sicché i più ridenti siti e le migliori ricchezze venivano spese pei
campisanti, la cosa era in qualche modo giustificabile, ma ora che questo fanatismo
si è visto micidiale all'umano consorzio, e la ragione impone invere la
conservazione della vita specialmente della classi produttrici, reiette finora
e condannate dalla sociale ingiustizia a vegetare miseramente come belve nei
siti più malsani delle città e delle borgate, oggi non è più lecito mantenere
il lusso dei campisanti, e bisogna ricorrere ad un sistema più ragionevole,
perchè più utile alla pubblica salute e più consolante per le famiglie dei defunti.
Il sistema che io
invoco, o Signori, è il sistema di cretnazìnne detto dai latini cremandi vcl
comburendi, sanzionato da Numa, dalle leggi delle dodici tavole, e conservato
fino al quarto secolo delia Chiesa Cristiana, la quale poi lo inverti nel
rovinoso sistema dei sepolcri in chiesa e dei campisanti, chi dice perchè erasi
perduto il modo di lavorare Vamianto entro cui racco-
glievansi dal rogo
le ceneri dei trapassati e si presentavano, sacre reliquie, ai parenti, ed i
più severi poi giudicano essere stata una delle arti questa del elencato per
mantenere nelle città, nei villaggi e nelle borgate quel fomite di malessere
che ha generato tante nuove epidemie.
Per tutte le
esposte ragioni, essendo per noi dovere imprescindibile quello di spulezzare i
nostri costumi di tutte le usanze viete che ci fanno parere un secolo indietro
ai popoli civili del mondo, e di provvedere all'economia dei tanti milioni che
inutilmente si spendono per l'uopo dallo stato e dai comuni ed allo sviluppo del
benessere morale e materiale del paese, io fortificato dal vostro patriottismo presento
alla camera il seguente schema di legge, il quale per l'interesse pubblico che
ispira, sarà degnato, spero, del suffragio di tutti i partiti.
SCHEMA
DI LEGGE
-
Art.
1° L'abuso del culto cattolico per le vie della città, dello borgate e dei
villaggi, tornando nocivo alla libertà civile, alla morale, al commercio ed
alla pubblica salute, e più riuscendo noioso alla civiltà dalla quale la sua
liturgia si ritiene come anacronismo, e dannevole anche a se stesso per le
profanazioni cui va spesso soggetto nel conflitto delle varie credenze, dalla
pubblicazione di questa legge sia per una ragione di dignità e di rispetto alla
stessa religione, e pei principii di ordine pubblico che interessano lo stato
italiano, il culto cattolico rimane circoscritto come gli altri culti nel perimetro
delle chiese dove sarà permesso di esercitarlo.
Quindi è espressamente vietato a
qualunque ecclesiastico portare il viatico perle vie in modo
banale, bandire feste, questuare
sia in nome del purgatorio sia in altro senso, organare
processioni funebri o di altra
natura, far suonare a distesa le campane o nel senso festivo o
in senso lugubre.
-
Art.
2° Tutti questi atti potranno liberamente i sacerdoti cattolici esercitarli
nella chiesa di loro giurisdizione rispettando le leggi dello Stato.
-
Art.
3° Di ciascuna chiesa non sarà permesso che il suono di una sola campana a
tocchi misurati, i quali senta incomodo delle cittadinanze avvertano i fedeli
nelle ore mattutine, meridiane e serotine.
-
Art.
4° I cadaveri saranno trasportati nelle chiese in carrozze chiuse, e senza
alcun corteggio o pompa di sorte. È in chiesa che si renderanno loro gli
estremi uffici secondo il rito cattolico, e poscia trasportati al cimitero in
carrozze chiuse e senza alcun segno che funesti i viandanti.
-
Art.
5° Nel caso di epidemia i cadaveri verranno rilevati dalle abitazioni ove
giacciono, dietro la rivelazione fattane all'autorità municipale, nelle
medesime carrozze chiuse non dissimili dalle vetture comuni e distinte soltanto
da due persiane cieche agli sportelli; con tali precauzioni saranni trasportati
direttamente al cimitero.
-
Art.
6° Col permesso dei Municipi potranno soltanto solennizzarsi pubblici funerali
pei grandi patriotti, e per le intelligenze che hanno illustrato la nazione o
giovato alla umanità sia con opere di scienza, sia con lavori di arte, o
ritrovati produttori di pubblica prosperità.
-
Art.
7° 1 campisanti rimangono aboliti, e sarà vietato rigorosamente a chiunque
seppellire i cadaveri furtivamente nelle chiese o in altro sito ed in modo
diverso da quello che verrà indicato dalla legge.
-
8.°
Coloro che intendono conservare intero il cadavere dei loro defunti,
depositeranno 5000 lire nella cassa del Municipio, il quale fatta eseguire
l'iniezione nei modi prescritti dalla scienza da una Commissione di medici
sanitari, che metta in salvo la pubblica salute dal sospetto di qualunque
possibile putrefazione, ne ordinerà la sepoltura nei siti destinati all'uopo.
-
Art.
10° Per la durata di anni sei, dal giorno in cui non si seppelliranno più
cadaveri, gli attuali campisanti saranno tenuti in rispetto per ovviare alle
profanazioni, e dopo tal periodo verranno adoprati dai Municipi per uso di
pubblica utilità, rispettandovi i monumenti di arte che si stimeranno più
pregevoli.
-
Art.
11° Invece dei campisanti si costruiranno dei modesti templi in diversi punti
esterni delle città, secondo l'esige la loro grandezza, ed in ciascuno di
questi si eleveranno i roghi secondo l'uso tradizionale dei nostri padri latini
e greci, e dietro gli uffici estremi che saranno amministrati ai defunti dal
sacerdozio della propria credenza religiosa, i corpi dei cadaveri verranno
adusti colle norme della scienza, indi raccoltine le ceneri in tele di amianto,
queste o verranno depositate in apposite località costrutte nei medesimi
templi, o consegnate alla famiglia del defunto quando ne mostrasse desiderio.
-
Art.
12° Sarà permesso alle famiglie, cui appartengono i cadaveri sepolti negli
aboliti cimiteri, disumarne le ossa o portarle al rogo per raccoglierne le
ceneri.
-
Art.
13" Quando i Municipi demoliranno le tombe inviteranno i particolari che
le edificarono, per ritirarsi i marmi, e restituiranno loro un terzo del prezzo
esatto pel suolo.
-
Art.
14° Accanto ai templi dei roghi verranno costrutti altri tempietti, nel caso
che vi si volessero seppellire in apposite nicchie i cadaveri iniettati, ma per
queste concessioni verrà pagato un censo annuo al Municipio, il quale per tutta
distinzione non permetterà altro che una lapide di marmo, dove verrà sculta la
memoria del defunto.
-
Art.
15° I regolamenti per l'esatte esecuzioni di queste funzioni saranno redatti
dai Municipi.
-
Art.
16° Coloro, che sia nella qualità ecclesiastica, sia in quella di particolari
contravvenissero alle soprascritte disposizioni, verranno dell'autorità
arrestati nella flagranza e rimessi al magistrato competente, per esserne
giudicati come disturbatori dell'ordine pubblico e condannati da un mese ad un
anno di carcere , quando gli atti loro non li rendessero responsabili di pene
maggiori per altri reati dei quali furono cagione.
Firenze
18 giugno 1867.
Salvatore
Morelli Deputato.
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“ La Donna e La Scienza”
“Soluzione Dell’Umano Problema”
Per
Salvatore Morelli
Deputato al Parlamento
(Terza
Edizione Italiana
Aumentata
e Ridotta a Miglior Forma)
“Le premure che ci
vengono fatte di riprodurre questo libro, di cui è già esaurita la 2 a
edizione, ci pongono nell'impegno di farne seguito al presente Opuscolo, coll'aggiunta
del ritratto e della biografìa dell'Autore, scritta da una distinta Signora,
-non che di una importante
lettera alle
Signore di Edimburgo del dotto socialista G. Cipri riportata nell'edizione
francese.
Non ci è mestieri
dire al paese cosa è questo libro del Sig. Morelli: basta ricordare che nella
futilità e scipitezza della vivente letteratura italiana, la quale per la
maggior parte dei suoi prodotti non ebbe alcuna considerazione all' estero,
questo libro meritò di fare il giro del mondo tradotto in lingue straniere e
pei la simpatia dell'argomento, e perchè contenente un'ideale vero e completo sulla
riforma della educazione privata e pubblica, e sui mezzi efficaci coi quali
l'umanità, lasciando il campo selvaggio della forza, debba ricondursi su quello
benefico della ragione per godere
nell'equilibrio di
tutti gli enti sociali i frutti della pace e della vera libertà.
Noi non diremo
cose nostre che potrebbero sembrar sospette, ma riporteremo su questo notabile
lavoro per i tanti giudizii favorevoli dati dai giornali italiani e stranieri,
una lettera del Mazzini, un'altra del letterato pubblicista inglese Villiara
Smiht, ed un'articoletto che troviamo sul giornale la Situation di Parigi del
18 volgente luglio.
Ci auguriamo che
gl'italiani che ignorano l'opera del Morelli, desumano da questi severi ed
eminenti criterii la simpatia di cui a bisogno la nostra impresa perchè produca
il bene desiderato. Nella intelligenza che se saremo incoraggiati, pubblicheremo
dello stesso autore un opuscolo di 80 pagine al mese concernente la istruzione
popolare, per dotare le scuole dei libri di cui àndifetto — Il Galateo della
Liberta', ed altri originali lavori politici e scientifici non ancora messi in
luce.
La Donna e la
Scienza, come le altre indicate opere del Morelli verranno condotte sul
medesimo sesto, carta, e caratteri del presente opuscolo.
Il costo del
volume sarà di lire 3: ai librai sarà fatto un convenevole sconto. Le domande
potranno sin d'ora indirizzarsi alla Tipografia Franco- Italiana di A. De Clemente
in Firenze via della Fortezza N. 8.
• •
Firenze 15 Luglio
1867.
Gli Editori
Antonio C amagna e
Comp.
Ecco la lettera di Mazzini quale l'abbiamo ricavata
dalle colonne del Popolo d'Italia di Napoli.
“Caro Morelli,
Ebbi dall'amico
Pederzolli lettera e libro. S'anche voi non lo aveste trattato con altezza di
concetti, e corredato di scienza filosofico-storica, l'argomento del vostro libro
basterebbe per se a farne cosa sommamente giovevole, e meritarvi lode e riconoscenza
da quanti in questo nostro sorgere a Nazione vedono più che un semplice mutar
di uomini e di forme amministrative.
Se come, noi
crediamo, il sorgere del popolo d'Italia a unità di vita collettiva è fatto
sacro e profetico, fatto d'incivilimento Europeo, e iniziativa d'un'epoca
d'emancipazione alle genti serve, divise, compresse da un elemento straniero,
il nostro problema è or più che mai problema d'Educazione, tanto che i figli della
nostra terra intendano la loro missione, sappiano a che son chiamati. E in cima
a questa Educazione Dio à collocata la Madre.
Lo stadio più
essenziale, lo stadio vitale dell'Educazione è il primo, quello in cui si
fecondano a successivo sviluppo i germi dell'umanità intellettuale e morale; e
questo è suo tutto. Alla Madre spetta d'istillare nell'anima che le è fidata,
prima coll’esempio, poi colle nozioni elementari delle cose, che tutte hanno un
fine l'idea del Dovere, l'idea che la vita è data per altro che per se stessa;
alla Madre di darle nella contemplazione della natura, nello spettacolo delle
industrie diffuse
intorno, nel
semplice racconto delle tradizioni, la prima rivelazione di quel Progresso ch'è
legge della vita, e che cova in sè inevitabile una Religione; alla Madre di insegnarle
a conciliare l'esercizio temperato della sua propria santissima libertà colla
riverenza non servile dovuta all'Autorità vera e buona.
È la più grave
missione che possa idearsi. E quando io mormoro a me stesso quel nome di madre
e penso alla seconda creazione che le è fidata, sento una qualche cosa
nell'anima come il senso di terrore provato da Fausto quand'ei nei suoi
pellegrinaggi simbolici s'appresta a visitare le madri. Se non che la Madre
terrestre è pur Donna, e la sua immagine ci appare carezzevole di sorriso e di
sereno placido amore.
A qnesta Madre, a
questa Donna prima educatrice della crescente generazione, quale educazione
diamo noi oggi?
Come trasmettiamo noi
la religione del Progresso a un essere la cui vita è dalle leggi civili
incatenata in un cerchio determinato di soggezione, smembrata d'ogni facoltà di
sviluppo politico, esiliata per generale abitudine da metà degli studii che
rivelano la sintesi progressiva? come insegniamo la Libertà decretando perenne tutela?
Come istilliamo l'idea del Dovere comprimendo
le vocazioni per
entro l'unica sfera della famiglia? A questa istitutrice d'uomini noi
contendiamo il sentimento pratico dell'unità dell'umana natura. Contradizione
assurda immorale, che nega Dio nell'unità della sua creazione.
Una come Dio è la
natura umana.
La Donna e l'Uomo
non sono due tipi, ma due varietà dello stesso tipo. Le facoltà che pongono
sull'essere il segno dell'umanità sono identiche nella Donna e nell'Uomo.
La missione progredire
e far progredire è una in ambi.
Nessuna via di
compirla schiusa all'uno dovrebbe essere chiusa all'altra.
Queste convinzioni
v'hanno ispirato il vostro libro (fa Donna e la Scienza) che i giovani
dovrebbero studiare e commentare con altri lavori. Il problema dell'emancipazione
della Donna, è identico a quello dell'educazione del nostro popolo.
Per cui — giova
ormai dirlo apertamente — questo problema non si sciorrà se non dall'alto d'una
nuova fede, che torrà le mosse dal Cristianesimo, ma lo varcherà, come il
Cristianesimo, pur venendo a compire la legge Mosaica, non fu Mosaismo. Come
all'abolizione generale e solenne del delitto ch'oggi chiamano pena di morte, è
indispensabile l'abolizione del dogma dell'Inferno,
decapitazione
dell'anima, e la sostituzione del dogma dell'espiazione progressiva, così
l'emancipazione della Donna non sarà fatto compiuto nella sfera del diritto
sociale, se non quando all'ipotesi Biblica della creazione successiva della
Donna dall'uomo, sarà dai credenti sostituita l'unità delia creazione del tipo
umano, e sancita così l'eguaglianza tra le due varietà.
Ma intanto è
necessario preparare il terreno: è necessario svegliar l’uomo alla coscienza
del proprio dovere verso la compagna che Dio gli diede — la Donna alla coscienza
della propria missione, e alla necessità di meritare la propria emancipazione,
come l'operaio va meritando la propria, mescolando l'opera sua alla nostra nelle
lotte che sosteniamo per l'Unità e per la Libertà
della Patria,
predicando il sacrificio, sagrifìcando, amando, operando.
Voi avete nel
mezzo giorno d'Italia dato un primo e potente grido di rigenerazione.
Proseguite senza stancarvi — e abbiate riconoscenti noi tutti e tra i primi
Settembre 23 del
1863.
il Vostro
Giuseppe Mazzini
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Un testo di Codice Civile stampato dalla tipografia Franco-Italiana
di A. de Clemente
Firenze – Via della Fortezza
Sede della Tipografia "Franco Italiana" di A. De Clemente
Salvatore Morelli
Napoli.
Questa lettera la
ricaviamo dal N° 21 anno 3° del giornale II Progresso, il quale, come si
esprime, la riportò per orgoglio nazionale tradotta dal prof. Barra.
Londra 12 giugno
1863.
“Caro Signore
Con sommo piacere
ho letto il vostro libro LA « DONNA E LA SCIENZA nell'originale italiano,
offer-tomi da una signora inglese. Voi avete pienamente dimostrato la verità
della vostra proposizione, che la causa della Donna è la causa dell'umanità. Il
vostro ragionamento ed il vostro entusiasmo nel trattare la tesi, che involge i
mezzi metodici di un completo sistema di rigenerazione morale e civile, onorano
egualmente la vostra mente, ed il vostro cuore.
Io, che ammiro il
vostro gran poeta Dante, ho apprezzato il giudizio che voi scrivete del suo sacro
poema, e l'elogio
splendido che rendete alla memoria di quell'uomo meraviglioso.
Vi ho inviato per
la posta alcune copie del mio Giornale, in cui sono inserite interamente le
vostre
belle pagine
tradotte in inglese. Vorrei fosse più degno del vostro lavoro, il quale è ad un
tempo originale, cavalleresco, e sapiente.
Ho inviato pure
una copia di un periodico, di cui io sono il Direttore in India, e vi prego
gittare uno sguardo sopra un articolo
intitolato: la Valle dell' Eufrate.
Sembra che voi abbiate
scritto relativamente al commercio fra l'Oriente e l'Occidente in una opera
intitolata: La Storia di Brindisi. Vi sarei grato, se ora che il mondo si
preoccupa tanto di tale quistione, vi piacesse d'inviarmene un'esemplare.
Spero che degnerete
anche di una lettura alcuni miei versi pubblicati nello stesso periodico: e che
trovandoli non privi di qualche pregio vorrete esserrai cortese di tradurli nel vostro soave idioma.
Li pubblicherò in India, ove è già noto il libro: LA DONNA E LA SCIENZA, e la biografia
che vi ho aggiunto del suo autore e mio amico Salvatore Morelli, poichè spero
d'ora innanzi mi permetterete di chiamarmi così. Credetemi »
Vostro Fedelissimo
William Smith
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Al Signor Salvatore Morelli
Napoli.
L'articolo del
giornale parigino La Situation è così concepito.
M. S. Morelli,
dèputè au Parlement italien, l'auteur du célèbre livre: la Femme et la Science
vient de présenter à ce mème parlement trois projets de loi d'autant plus importants
qu'étant soutenus par la gauche ils courent la chance d'étre adoptés. Ces projets sont:
1° Octroi des droits politiques à la femme;
2° Suppression du ministère de l'instruction publique, qui sera dirigée
exclusivement par les communes;
3° Abolition des cimetières et restauration de l'usage de la crémation,
qui dura en Italie jusqu'au quatrième siècle, et qui consiste à brùler les
cadavres pour en conserer les cendres dans la familie.
Le fameux agitateur et philosophe Iota Stuart Mill, en coramunion
d'idées avec M. Morelli (1), a presenté simultanément au Parlement anglais le
mèrae projet de loi pour l'émancipation politique de la femme.
Une lettre de
Garibaldi, datée de Monsommano, 6 juillet, et insérée dans le Diritto du 10,
accorde le soutien le plus chaleureux aux trois réformes du député Morelli.
(1) Che l'illustre
deputato inglese Stuart Mill sia in piena comunione d'idee col signor Morelli,
chi ne può dubitare? Ma il dire che a Lui a chiesta al Parlamento britanno la
completa emancipazione della Donna come U Morelli al Parlamento italiano, e
inesatto. Stuart Mill à limitata la sua proposta al dritto del voto.
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L'EMANCIPAZIONE DELLA DONNA
GIORNALE SETTIMANALE
L'agitazione che
si va creando per questo importante argomento nei varii centri delle città
Italiane, dopo il manifesto di Garibaldi alle Donne, ai Giovani, ed alla Stampa
indipendente, ci pone nel dovere di fondare nella capitale provvisoria del
Regno, un'organo che serva al gentil sesso, ed a tutti coloro i quali intendono
appoggiare la proposta del Deputato Morelli, coll'assumere la difesa di questa
nobile causa e dell'educazione morale della famiglia.
Il nostro scopo
s'identifica perfettamente a quello dell'egregio giornale la Voce delle Donne,
il quale sostenne e propagò coraggiosamente i principii della reintegrazione
giuridica della Donna, nelle fluttuanze dei partiti retrivi che gli
contrapponevano insormontabili ostacoli.
Ci auguriamo
quindi che per tale coincidenza, e per l'ardore costante al bene della patria e
dell'umanità, le illustri Signore Giovànnina Garcea, che dirigea la Voce delle
Donne, Anna Maria Mozzoni, Giulia contessa Caracciolo ed altre che sì
sapientemente vi collaboravano,
contribuiranno col
loro virile ingegno e con la influenza loro alla prosperità della nostra opera.
Il giornale avrà
sesto, tipi e carta eguali al presente opuscolo, perchè possa essere diffuso,
letto e conservato più comodamente.
Esso verrà in
carta e formato eguale al presente volumetto, in foglio di 16 pagine nelle
quali non solo vi sarà trattata ampiamente la questione dell'emancipazione, ma
la questione dell'insegnanento e tutto
quel che concerne il miglioramento delle scuole e della domestica educazione
non che una breve rivista settimanale dei fatti sociali e politici più
importanti alla storia del giorno, che abbiamo tutti l'obbligo di conoscere.
L'Emancipazione
della Donna vedià la luce ogni settimana. Ogni foglio centesimi 30: un
trimestre lire 4: un semestre lire 7: un anno lire 12. I pagamenti d'associazione
debbono anticiparsi. La pubblicazione avrà cominciamento nel prossimo mese di
novembre.
Dirigersi per gli
abbuonamenti fin d'ora alla Tipografia Franco-Italiana di A. De Clemente in
Firenze, Via della Fortezza N. 8.
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DISEGNO DI LEGGE
PER LA RIFORMA
“Sulla Pubblica Istruzione”
“Onorevoli
Signori,
Il primo pensiero
del sapiente legislatore chiamato a fondare un nuovo stato, debba essere quello
di formare la mente del popolo ai principi i del suo programma. La mente
individuale e collettiva non s'illumina ne si forma che nella scuola, quindi il
sapiente legislatore deve far rispondere numericamente e metodicamente questo efficace
mezzo di trasformazione ideale allo scopo che
si propone.
Ha operato cosi il
Governo italiano e la Camera legislativa nello iniziare la grand'opera dell'Unità?
Chi ha coscienza
d'uomo onesto, di fronte ai fatti deve rispondere che no!
Un nuovo stato,
sorgendo sulle rute cebi dei feudatari alla cui testa era il papato, proponi….scalzar
questo come ostacolo allo sviluppo della società civile e politica, di cui facevasi
banditore, e più per la fatalità storica legalizzata dai plebisciti e dai voti solenni
della camera legislativa, di dare all'Italia la sua legittima capitale Roma, e
trasforma …..proprietà delle mani morte in sorgente di vita…moitue economica,
avrebbe dovuto per lo meno prepararsi nel…….
ignoranti, la cui
superstizione poteva essere ostacolo al compimento dei suoi disegni,
un'antimurale nella propaganda efficace della scuola gratuita ed obbligatoria.
Ma sventuramente l'ultimo pensiero del legislatore italiano è stato questo:
imperocché per quanto appare nei primi periodi del Governo d'Italia si è
ispirato ostile alle mene reazionarie del clero,….ne poi che questo propagava
nella scuola dominava….. con predilezione, e del difetto numerico, e metodico
della scuola medesima, non si è affatto cura. Anzi, se si vuol essere veridico,
tranne poche mutazioni nominali, lo spirito dell'istruzione è stato conservato
intatto quale si ereditò dal governo dei tirannelli. Perchè nulla scuola si è
serbato il catechismo, il prete, e tutto ciò che per l'innanzi aveva mantenuta in
una crassa ignoranza le classi popolari. E per avere una pruova di fatto in
proposito, mi basta ricordare le tesi di esame che venivano trasmesse dal
Ministero dell' istruzione pubblica ai vari Consigli provinciali scolastici
formolate così. Parlate della natura degli angeli. Si discorra del Sacramento
dell'Eucaristia, e si parli di Dio sulla cena che istituì agli Apostoli!!/
Or, dopo questa
prova d'ineluttabile retrivismo, non dobbiamo concludere, che la scuola ufficiale
sia null' altro figlia della chiesa cattolica? Ed è nella …..cattolica che può
educarsi la mente
ai principi della
moralità e della libertà civile? non c'illudiamo tra la verità e la menzogna
non vi è
transazione possibile.
Chi vuole l'uomo
onesto, il cittadino produttore ed ubbidiente alla legge del dovere, bisogna
che gli si apparecchino nella ….i mezzi d'un istruzione efficace, la quale è.
enunciare dalla conoscenza di se stesso……deve finire nell'attitudine di darsi
ragione dei fenomeni morali e fisici che si svolgono sotto i suoi sensi.
Quel volere
mettere Dio come prima base dell'istruzione, secondo l'usanza dei preti
adottata dal governo nostro, è un omicidio morale, perchè la creatura, essendo
preoccupata sin dal nascere dall'assurdo dell'uno uguale a tre, rimane cieca ed
ignorante per tutta la vita.
Dio è un
sovraintelligibile, cui l'uomo non può arrivare mai a comprendere, e del quale
acquista solo sparute nozioni pel principio di causalità, passando colla riflessione
a traverso gl'immensi rapporti cosmici. Presentare Dio all'uomo nascente,
digiuno di ogni sapere, è lo stesso che allucinarlo per tutta la vita; a quell'anima
piccina Dio produce lo stesso effetto che pruova
colui che si
attenta a guardare il sole, invece di restarne illuminato, rimane cieco!
Io che per
propaganda ho svolto altra fiata queste materie, nou ristarò dal ripetere, che
Dio non dev'essere il punto di partenza, ma il punto di arrivo, — predicherò sino
alla nausea; che Dio dev'essere l' ultima non la prima parola dell'insegnamento.
Quindi il voler mantenere nelle scuole popolari il catechismo ed il prete, non
solo è un tradimento alla coscienza di un popolo, che ha compiuta la rivoluzione
per passare dagli orrori della superstizione alla luce della verità, ma l'è anche
un 'offesa grande alla libertà. Imperocché un paese che. ammette libertà di
culti non deve escludere dalle scuole popolari coloro che non credono al
cattolicismo, dai… a queste un'impronta puramente cattolica, ma deve schiudere
in esse, secolarizzandole da ogni forma religiosa, il seminaio della moralità e
dell'istruzione puramente scientifica e civile.
Oltre a ciò, o
Signori, il legislatore italiano non rispondeva alle esigenze della istruzione
popolare per difetto organico delle scuole, per manumissione della dignità dei
maestri, e pel numero ironico delle scuole medesime.
Quando vediamo lo
studio messo dal elencato per circondare di prestigio la chiesa, che è la sua
scuola, onde illudere la fervida immaginazione delle masse, le quali per tal
uopo si rendono volontariamente e diuturnamente sue tributàrie, e poi vediamo
le scuole ufficiali del Regno d'Italia istallate in luoghi angusti, umidi, talvolta
miasmatici, e mancanti dei concreti e dei libri necessari all'istruzione, abbiamo
senza dubbio ragion di credere, che i ministeri passati non hanno agito di
buona fede, e con questa larva non han cercato altro che gittar polvere negli
occhi dei babbei.
Del modo osceno
poi ed irriverente usato verso i maestri dei due sessi non è a parlarsene :
basta ricordare, che il maestro, quest'apostolo cui è confidato l'augusto
incarico di creare lo spirito dell'avvenire nella coscienza delle generazioni,
si assimila alle meretrici, chiedendogli per l'esercizio del suo ministero la
famosa patente, e non si giudichi più degno di un servitor da livrea,
dandogli per
emolumento quel meschinissimo di 50 o 60 lire al mese.
Per l'Italia
questo disprezzo all'intelligenza non è cosa nuova, perchè tranne gli uomini del
privilegio, i liberi pensatori furono sempre dannati alla miseria, per il
quale, quando non si ebbe il coraggio di morir di fame, la intelligenza o deviò,
o si prostituì. Ma era sperabile che tale miserando spettacolo, il quale nella
storia nostra s'elevava come un delitto della coscienza
nazionale, venisse
cancellato dall'opera del governo chiamato ad iniziare una nuova óra di
riparazione.
Però questa
speranza, come tant'altre, falli e le appreziazioni del governo italiano sui
maestri di scuola e sulle libere intelligenze furono le stesse di quelle del
papa.
Lo diceva,
Signori, che il numero delle scuole fondate dal Governo italiano e dai
Municipi! sotto la sua suprema direzione era un'ironia; imperocché le scuole debbono
rispondere all'esigenze degli analfabeti, e volendo stare anche alla statistica
poco esatta del Ministero d'istruzione pubblica, in quelle già fondate
ascendenti appena al numero di sei o settemila!? non solo non vi è la possibiìità
locale di farvi entrare 17 milioni di discenti, ma statuisce una marcata
ingiustizia, un odioso
privilegio, il
quale ammette taluni all'istruzione, e ne esclude la maggioranza, mentre dal
primo fino all'ultimo pelapiede da trivio paga allo stato tarì o di tributi da
dargli dritto a questo benefizio. Il legislatore giusto non volendo imitare
l'America, che impone una scuola per ogni 300 anime, dovrebbe almeno farne
erigere una per ogni 600.
Vi ò anche di più,
fra gli errori di quest'importante ramo della pubblica amministrazione, e
questo consiste nell'avere il legislatore italiano trascurate le categorie, che
nella scuola avrebbero dovuto dare completo svolgimento agl'istinti speciali
del nostro popolo, e fornire cosìi nella varietà dei criteri razionali ed
economici la vera forza dello stato, la vera sorgente della pubblica e privata
ricchezza, da cui solo possono crearsi risorse finanziarie, costringendo col
genio produttore l'uberifera natura a produrre il colmo degli spaventevoli disavvanzi.
Di fatti il nostro
popolo è eminentemente agricolo, e di agricoltura non si parla nella scuola,
non si presentano col concreto di macchine e di altro gli splendidi risultati
che la scienza fa sperimentare ad altre provincie del mondo meno fortunate di
noi.
In Italia vi è
l'accattonaggio sistematico dei due sessi, allevato dal vecchio dispotismo
politico ed ecclesiastico col proposito di far delle donne meretrici, e degli
uomini tanti truffaldin da galera. Ebbene l'unico mezzo per cancellare questa
vergogna era quella di creare offici industrali, ove raccolte tali genti e
disciplinate al lavoro del capitale privato, avrebbero avuto da alimentarsi, da
vestirsi da istruirsi ai doveri morali e civili, e mercè il frazionario
risparmio giornaliero ,
apparecchiarsi un
sostegno per l'avvenire.
Di questo
potentissimo mezzo moralizzatore il legislatore italiano non si è dato caso,
tanto che può dirsi che non ha demolito, nè edificato, accettando intorno a
questo edifiicato argomento, la vieta eredità dei vecchi governoli senza
bemuzio d'inventario.
Nulla dico poi
circa alle prescrizioni regolamentari della scuola. Purché il cittadino impari
a leggere, scrivere, computare, ed a farsi il segno della santa croce, si crede
essersi sdebitato verso di lui e verso la patria di quanto occorre ad essere
uomo ragionevole e produttore.
No, signori,
quest'è un altro errore che trascina a funeste conseguenze. La scuola debbo far
conoscere all'uomo che cosa egli è, e quale missione debba adempire sulla
terra: Per conseguenza la scuola debba essere fornita degli scheletri umani,
debba avere macchine di fisica e chimica per ispiegare al discente i fenomeni
più comuni della vita, la scuola deve infine aprire al genio popolare le sorti
dell'avvenire, apparecchiando chi ne degno agli slanci fortunati, cui finora il
privilegio rese possibili le alte classi sociali. Sicché pei figli ……sempre
miseri e sempre abbietti sorga nell'animo la voluttuosa speranza, che svolgendo
le facoltà del loro spirito, raggiungano un giorno anch'essi le alte magistrature
dello Stato.
Quello che io ho
avuto l'onore di dirvi intorno alle scuole comuni, va ripetuto ancora pei
Licei, Ginuasii, Collegi, scuole Tecniche ed Università. Falsato l'indirizzo in
principio, le medesime inconseguenze seguono nelle diverse gradazioni di
quest'istituzioni.
Tutto vi è
imperfettamente organato, tutto sembra disposto al fine di fare degli uomini
nascenti non dei liberi cittadini coscienti del dritto e del dovere, ma di formare
invece una generazione di sagrestani egoisti, snervati e senza dignità. Questo
triste andamento della pubblica istruzione diretta dallo Stato, dimostra la necessità
logica accennata da tutti i buoni pensatori, che essendo cioè l'istruzione mezzo
all'educazione, e l'educazione tutta quistioue di famiglia, niun altro avrebbe
potuto ben
dirigerla quanto i Municipi, che assumono la civile paternità della famiglia.
L'ingerenza dello Stato invece di far bene, fa male, anzi distrugge le feconde
risultanze dell'intelligenza coltivata. Quindi quando lo Stato ha data fuori
una legge, che regoli l'andamento della
pubblica istruzione, il resto debba lasciarsi al Comune, il solo vivamente interessato
perchè essa prosperi e raggiunga il fine dell'umana perfettibilità.
Da ciò, onorevoli
Signori, io ho desunta la necessità di proporre l'abolizione del Ministero
dell'Istruzione Pubblica, ed in questo medesimo schema di legge riassumere
brevemente le norme del come la istruzione debba essere regolata nelle sue
graduali esplicazioni, sperando che le onorevoli S. V. gli facciano buon viso, anche
nello scopo di sdebitarci colla Nazione del primo
obbligo, che nel
rappresentarla, abbiamo solidalmente assunto, di darle cioè l'ideale con una
istruzione adeguata alla civiltà, la cui mancanza è genitrice del disordine,
miseria, e fiacchezza nazionale nella quale dolorosamente versiamo.
SCHEMA DI LEGGE
-
Art.
1° — Il Ministero della pubblica istruzione e abolito.
-
Art.
2— Sono aboliti altresì i Consigli scolastici, ed altre consimili istituzioni
da esso dipendenti.
-
Art.
3° — QV impiegati dell' abolito Ministero della pubblica istruzione, che hanno
capacità spiccata e non ancora raggiunti gli anni della liquidazione di una
pen-sione di ritiro, o di altro sussidio sufficiente alla vita, verranno
tramutati in altri uffici dello Stato, o raccomandati ai Comuni per utilizzarne
il merito nelle cariche insegnanti od in quelle dell'ispettorato.
-
Art..
4° — La pubblica istruzione rimane affidata ai Consigli comunali, i quali d'
oggi innanzi assumeranno l'obbligo di farla prosperare con tutti i mezzi
consentiti dalla legge.
-
Art.
5° — Essi provvedereranno all'organamento delle scuole, alla nomina
degl'insegnanti dei due sessi, ed a quella dei sotto-ispettori mandamentali, i
quali verranno eletti sempre per concorso, sia di merito, sia d' esperimento.
-
Art.
6° — Essendo le donne più attuose a comunicar la verità alle creature nascenti,
i Municipi cureranno che queste fossero preferite nell'insegnamento delle
scuole dei ragazzi che non ancora raggiunsero i sette anni.
-
Art.
7° — Le patenti di qualunque natura sono abolite. GÌ' insegnanti invece, che
dietro il concorso verranno approvati, riceveranno dal Comune un diploma
corrispondente, ed il passaggio degli studenti pei gradi accademici verrà fatto
sul testimonio di un semplice certificato d'assistenza.
-
Art.
8° — In ciascuna provincia vi sarà un Ispettorato generale nominato dal
Consiglio provinciale, il quale conferirà coi sotto ispettori dei mandamenti
per sempre più migliorare lo sviluppo dell'istruzione pubblica, specialmente in
quei luoghi ove deficienza di mezzi, o negligenza municipale non facesse
prosperare le scuole.
-
Art.
9 — I sotto -ispettori detteranno due volte la settimana lezione di pedagogia
ai cittadini dell'uno e dell'altro sesso, che vogliono imprendere l'ufficio
d'insegnanti,
-
Art.
10° — La istruzione sarà gratuita ed obbligato! Sicché ogni cittadino avrà l'obbligo
di andare, e di man- dare a scuola i figli e dipeiivleuti suoi.
-
Art.
11° — Coloro che trascureranno qucst' obbligo, saranno prima avvertiti, poscia
ammoniti dall'autorità municipale, e da ultimo tradotti innanzi al Pretore
urbano per esser condannati o ad una multa rispondente alla loro entità
finanziaria, o alla detenzione , la quale si estenderà da cinque giorni ad un
mese.
-
Art.
12° — In ciascun Comune vi sarà aperta una scuola per ogni 600 anime.
-
Art.
13° — La scuola sarà fondata sempre nel più decente, spazioso e salutifero
abitato del Comune, ed oltre ai mezzi concreti per imparare il leggere,
scrivere e computare, vi saranno apparecchi anatomici, onde l'uomo nascente
acquisti la conoscenza del proprio organismo e sappia come conservarlo, anche
igienicamente. Conterrà del pari in rilievo le carte geografiche per dargli la nozione
del mondo nel quale entra nuovo ospite, ed infine per fargli conoscere le
proprietà dei corpi e spiegarne i fenomeni, ei bisogna che vi sieno nella
scuola macchine economiche di fisica e chimica. Oltre a ciò gli s'istilleranno
nella mente le leggi del dovere e del diritto, perchè sappia quel che deve, e
quel che non deve fare. In somma la scuola deve contenere ogni mezzo atto a
determinare nell'animo del cittadino nascente gli essenziali criteri, che
costituiscono la logica della vita.
-
Art.
14° — È vietato insegnare nella scuola il catechismo cattolico o di altra
religione ; nè di ammettervi all'insegnamento le così dotte suore o figlie
della carità, o chi eserciti il sacerdozio di qualunque religione.
-
Art.
15° — Nella scuola debbonsi insegnare i principi della libertà e moralità
civile, che son comuni a tutto il genere umano. Ohi vuole la religione la
impari nella casa, o nella chiesa.
-
Art.
16° — Oltre ai scuole elementari ogni Comune avrà una scuola d'agricoltura
pratica, e quelli marittimiuna di nautica, le quali saranno aperto in tutti i
giorni ed anche le domeniche per l'istruzione di queste classi
-
Art.
17° — Nei Comuni di sei mila abitanti, vi sarà pure una scuola che raggiunga i
gradi della quarta classe.
-
Art.
18° — Nei Comuni di dieci mila abitanti verrà istituita una scuola tecnica, ed
un opificio industriale, dove si raccoglieranno gli operai nascenti dei due
sessi, che non hanno modo per istruirsi ed alimentarsi. Il Comune con
capitolati che olirono all'industria privata il vantaggio di vaste località,
quali potrebbero essere i conventi disabitati, e la forza di 400 o 500 braccia,
metteranno volentieri macchine e capitali e si obbligheranno dalla produzione
istruirò, alimentare, vestire, e formare con un tenue risparmio giornaliero un
appannaggio per ciascun di quegli operai, quando volessero recarsi fuori lo
stabilimento.
-
Art.
19° — Ciascuna città, che raggiunge i ventimila abitanti avrà un liceo ed un
collegio per le classi più agiate, e per coloro che vogliono conseguire i gradi
accademici nelle speciali branche dell'umano sapere. Dove vi è la possibilità,
il Municipio curerà fare istituire asili infantili, i quali saranno affidati
alle cure materne di donne italiane.
-
Art.
20° — I Comuni che vorranno conservare i ginnasi, collegi e licei fondati dal
Ministero dell'istruzione pubblica, dovranno uniformarsi allo spirito della
presente legge, secolarizzandone la istruzione.
-
Art.
21° — I regolamenti speciali delle scuole dei Comuni, dei collegi, dei licei e
ginnasi, scuole tecniche, opifizi industriali ed asili infantili, verranno
redatti, discussi ed approvati dai Consigli comunali e quindi passati alla
revisione della Deputazione provinciale nel solo scopo di vedere se la legge fu
osservata, saranno messi in esecuzione.
-
Art.
22° — Le università rimarranno sotto la giurisdizione del Municipio dove
esistono. Il Consiglio comunale assumerà l'obbligo di far sì che le università
rispondano allo scopo della loro istituzione, costituendo in esse la Enciclopedia
dell'umano sapere, dalla cattedra di pedagogia fino all'ultima gradazione
accademica dello scibile.
-
Art.
23° — Lo schema pratico delle nozioni antropologiche che deve servire di
programma al professore di pedagogia, verrà formolato elementarmente dal corpo
accademico, concorrendo ciascuna specialità perla parte che la riguarda.
-
Art.
24° — Il monopolio delle cattedre è abolito. Ogni libera intelligenza che ha
titoli sufficienti per montare una cattedra, avrà dal Comune licenza
d'insegnare nelle università, e salvo l'eccezione di qualche illustrazione
nazionale, ogni professore riceverà il soldo corrispondente, quando si sarà
constatato dall'esperimento di un anno, che sia stato udito con asseveranza da
non meno di cinquanta giovani, e ne abbia nutrito bene la mente ed il cuore con
lezioni non interrotte e coscienziose.
-
Art.
25° — I Comuni cureranno che nelle università non manchi l'insegnamento delle
nuove scienze, come sarebbe quello della Omeopatia, la quale come progredisce
nei suoi sperimenti a bene dell'umanità in America, in Germania, in Inghilterra
ed in Francia, così deve anche fornire alla nostra penisola i suoi lumi per lo
scongiuro dei mali, costituendo nell'università italiane, e negli ospedali
clinici i mezzi di esplicazione per rivelare i veri raccolti dall'esperienza.
-
Art.
26° — I regolamenti dell'università verranno redatti dal corpo accademico e
sottoposti all'approvazione del Consiglio comunale presso cui hanno sede, e
rivedrà per semplice modalità legale dalla Deputazione provinciale,' dopo di
che avranno vigore.
-
Art.
27 — Le tasse universitarie sono abolite. I giovani Studenti pagheranno
nell'ascriversi fra le classi universitarie 50 lire pel corso delle lezioni di
ciascun anno. Oltre a questo non sarà esatto da essi altra contribuzione, e
daranno gli esami, e conseguiranno le cedole, licenze, e lauree gratis.
-
Art.
28° — Coloro fra gli studenti universitarii, che constatano autenticamente
povertà, verranno dispensati anche dalle 50 lire del corso annuale.
-
Art.
29° — Sarà espressamente vietato di formolare preventivamente le tesi sulle
quali debbono essere esaminati gli Studenti. La Commissione esaminatrice dovrà
formolare nella stessa sala accademica l'argomento su cui vuoisi la pruova, e
quand'anche il giovano non rispondesse adequatamente alla forinola, ma
mostrasse d'avere criteri giusti della materia e sveltezza intellettiva,
bisogna tenerne il debito conto.
-
Art.
30° — Nessun giovane Studente dell'università può essere obbligato agli esami
annuali. Egli potrà presentatisi quando crede.
-
Art.
31° — Le domande per gli esami universitari i saranno fatte in carta semplice
senza formalità al segretariato, il quale avrà cura segnare gl'individui nella
lista degli esaminandi.
-
Art.
32° — Gli Studenti, che invece dei corsi universitari!, frequentano gli studi
di privati professori notabili, constatato ciò, debbono essere ammessi agli
esami universitarii, pagando però il contributo di istruzione calcolato per
tanti anni di corso, per quanti ne esigevano i gradi accademici che cercano
conseguire. Quando poi ragion di povertà provasse, che qualche Studente doveva
assistere a studi privati per far procaccio di mezzi alla sua famiglia, questi
verrà senza alcuna contribuzione ammesso agli esami universitarii.
-
Art.
33° — Le Provincie che mandano i loro figliuoli all'istruzione universitaria,
contribuiranno per rate un assegno annuale all'università medesima quando
risulti che la contribuzione pei corsi non basti alle spese, allo sviluppo, ed
al decoro dell'università
-
Art.
34° — I reclami degli Studenti verranno presentati al Comune, il quale curerà
far ottenere loro la ragione che meritano. Quando riguardano il corpo degli
Studenti universitari, allora i reclami saranno presentati al Comune da una
commissione non più numerosa di cinque individui. Ove i fatti esposti dagli
Studenti del corpo universitario fossero di tale gravezza da esigere
un'inchiesta, allora il Sindaco, dietro parere del Consiglio comunale, ne
riferirà senz'indugio alla Deputazione provinciale, la quale, eretta a Giuri
coll'intervento dell'Ispettore generale, prenderà esame dell'esposto, ed
emetterà il suo giudizio.
-
Art.
35° — Gl'Istituti musicali in forza della presente legge cadranno tutti sotto
la giurisdizione del Comune, e questi provvederà perchè si migliorino le sorti
dell'arte e degli artisti.
-
Art.
36° — L'Ispettorato generale avrà due segretari, e convocherà nella sua sede
centrale tutti o parte dei sotto ispettori, che costituiranno un Consiglio di
Ispettorato, quando crede necessario si prendano deliberazioni prò o contra i
Sindaci e Commissioni d'istruzione pubblica delegate dai Consigli comunali.
-
Art.
37° — Egli, come l'uomo della legge, veglierà perchè essa sia eseguita, e
quando vede che qualcuno dei Municipi ne viola l'applicazione, ne farà prima
reclamo al Sindaco, e poscia, ove questi se ne mostri indolente, denuncerà i
fatti alla Deputazione provinciale, la quale aprirà un'inchiesta a carico dei
disvolenti, e costituita in Giuri amministrativo, li multerà se rei,
corrispondentemente alle gradazioni penali, che verranno stabilite in apposito
regolamento redatto per l'esecuzione della legge, ed approvato dal Consiglio
provinciale.
-
Art.
38° — Se nel Comune si trovi uno o più individui dei due sessi, che all'età di
otto anni non sappia dopo due anni dalla pubblicazione della presente legge
leggere, scrivere, e computare, o manchino delle cognizioni prescritte dalla
legge, quando ciò sia avvenuto per negligenza del Sindaco o della Commissione
prò tempore delegata dal Consiglio, questi saranno non solo puniti colla pena
del carcere, ma pagheranno anche solidalmente tanta multa, per quanto è
necessario a fare acquistare a quegli individui le cognizioni prescritte dalla
legge. Se
poi viene costatato, che il fatto è imputabile ai genitori o a chi ne assume la
tutela, questi subiranno le medesime pene.
-
Art.
39° — Il Comune avrà altresì l'obbligo di fare esercitare alla carabina tutti i
ragazzi da sette a quindici anni il giovedì e la domenica. La medesima
istituzione si riterrà nei Collegi delle classi superiori.
-
Art.
40° — Per contribuzione dei Comuni, la Deputazione provinciale costituirà un
largo premio, il quale verrà aggiudicato a colui od a coloro che avranno
scritto il miglior libro pedagogico, in cui si espongano con metodo parabolico
ed agevole a svolgere la riflessione dei discenti, le materie prescritte dalla
legge, e tutto quello che può rendere l'uomo onesto e laborioso produttore.
-
Art.
41° — L'Ispettore generale percepirà il soldo di Lire 500 al mese — i suoi
Segretari ne avranno 200 per ciascuno.
-
Art.
42° — I soldi dell'Ispettorato generale della provincia verranno contribuiti
gradualmente da tutti i Comuni. Quelli poi dei sotto -ispettori saranno a
carico dei Comuni dei mandamenti dov'essi esercitano il loro ufficio.
-
Art.
43° I sotto-ispettori poi avranno il debito di sorvegliare le scuole da essi
dipendenti, ed osservare se gl'insegnanti dei due sessi adempiono
scrupolosamente il loro dovere.
-
Art.
44° — Gl'insegnanti dei due sessi percepiranno ciascuno l'emolumento di non meno
di 100 lire al mese, salvo il premio di 100 sino a 500 lire, che conseguiranno
dopo l'esame annuale, quando sarà pruovato di aver bene istruito un numero
considerevole di discenti.
-
Art.
45° — Quest'aggiudicazione verrà deliberata dalla Commissione delegata dal
Consiglio comunale, la quale assumerà durante il corso dell'esame, autorità da
Giuri.
-
Art.
46° — Nelle scuole verranno ammessi aiutanti dei due sessi alla dipendenza dei
maestri nominati per concorso dal Consiglio comunale. Questi aiutanti perceperanno
la metà del soldo dei maestri, e dopo due anni di lodevole esercizio, avranno
dritto alla proprietà dell'uffizio.
-
Art.
47° — Quando nel fare i pubblici esami, si riveli nei figli del popolo
genialità straordinaria per la scienza o per l'arte, il Municipio cui
appartengono, ne curerà la completa educazione, mantenendoli a proprie spese
negl' Istituti dove più inclinano i loro istinti.
-
Art.
48° — Quei ricchi proprietari che fonderanno a proprie spese scuole e opifizi
industriali, verranno salutati benefattori della patria, ed il Comune in una
lapide collocata sul fronte della sua sede, scolpirà il nome ed il beneficio su
pietra di marmo perchè siano benedetta dalla posterità.
-
Art.
49 c — Sarà coniata una medaglia d'oro, argento e bronzo del merito civile, la
quale verrà aggiudicata ai genitori, ai cittadini, ai maestri dei due sessi,
agli artisti, agli scrittori distinti, ed a chiunqne contribuisce col suo
lavoro al miglioramento dello spirito umano ed al benessere morale ed economico
del paese.
Firenze
18 giugno 1867.
Salvatore
Morelli Deputato
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I Tre Disegni di
Legge sulla
“ Emancipazione della Donna,
Riforma della Pubblica Istruzione
E’
Circoscrizione Legale del Culto Cattolico Nella
Chiesa”
Di Salvatore
Morelli
Deputato al
Parlamento
Preceduti da un
Manifesto
Di
Firenze- Tip.
Franco – Italiana
Di A. Db Clemente
Via della
Fortezza, N. 8
(Anno) 1867
“AL LETTORE
Li bulla fama di
martire intemerato, d'indipendente pensatore, di austero e operosissimo
patriota, e di pubblicista fra i più energici e costanti oppositori del mal
sistema dei moderati, che dal 1860 in qua ha condotto il paese alla rovina ed
al disonore, questa bella fama che ha assunto il sig. Salvatore Morelli al
supremo onore del parlamento nazionale, malgrado la guerra codarda ed ingenerosa
di prezzolato fazioni, fece sorgere naturalmente il desiderio di sapere a quale
fine miravano i tre progetti di legge presentati dal medesimo alla Camera nella
tornata del 18 giugno
ultimo. •
Questo desiderio
crebbe per l'indugio messo dalla Camera nel discuterli, quando la voce di
Garibaldi sempre nunzia di bene e di verità, dalla grotta di Monsummano, mise
in luce non solo lo scopo di quei progetti, ma destò nella miglior parto
degl'italiani il desiderio di leggerli o meditarli. Ed è appunto per soddisfare
a questa esigenza della pubblica opinione, che noi mettiamo a stampa ed il
manifesto dell'illustre Generale, il quale con l'istinto della divinazione ne
ha rivelato al paese la sublimita concetto emancipatore, ed i tre disegni di
legge dell'unorevolo deputato Morelli. Questi tre progetti accettati e sostenuti
dall'entusiasmo generoso dei pubblicisti indipendenti, del gentil sesso, dei
giovani, e dai voti della Camera, daranno all'Italia con l'emancipazione della
donna, la gloria della più grande riforma che interessa non la metà ma l'intero
genere umano.
Dinnanzi a questo
atto solenne scompariscono i parziali riformatori cui la gratitudine delle
nazioni ha elevato monumenti. Abbia il legislatore italiano il coraggio di
compierlo, e con questo provveda simultaneamente alla diffusione del sapere
nelle masse popolari, non che alla rimozione di vecchi ostacoli, la patria nostra
conseguirà quei beni morali che saranno buse al suo luminoso avvenire.
Firenze 15 luglio
1867
Gli Editori
Antonio Camagna e
Comf.
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Alle Donne,
Gioventù studiosa e Stampa indipendente d'Italia
“ I tre disegni di
legge presentati al Parlamento dal deputato Salvatore Morelli, da me letti
attentamente, sono la formola legale di quel sistema di rigenerazione, che mi
lievitò sempre nel cuore, ed al quale aspirano costantemente i buoni patriotti,
e specialmente voi donne, studenti e giornalisti, la cui voce io udii levarsi
tante volte, ma infruttuosamente, contro un potere
di ferro che ha
negato fin ora al gentil sesso i suoi diritti, alla gioventù le garanzie
dell'intelligenza, ed alla stampa indipendente la liberta di sostenere la propaganda
dei grandi principi.
II concetto del
Morelli è sublime, perchè è concetto di emancipazione. Egli ha visto la patria
arrestarsi nei suoi progressi morali ed economici, e trovandone le cagioni
nella ignoranza del popolo, nella degradazione della donna, e nella maligna
influenza del prete, invece "ì ricorrere, come il governo degli ebrei,
alle tasse ed alle usure straniere, entrando in Parlamento ha detto:
« la nostra
ricchezza come quella di tutte le nazioni sta nella libertà, sta nel pensiero
emancipato, sta nei visceri della terra! cerchiamo dunque che il nostro spirito
divenga libero, aboliamo il monopolio delle università e della istruzione
officiale, animiamo il genio produttore del popolo con la scuola moltiplicata
in ogni angolo d'Italia, ripurgata dai pregiudizi ed illuminata dalla scienza,
ed avremo la ricchezza sufficiente a colmare i deficit ereditati dai barattieri,
ed a riacquistare la natia prosperità ».
Ha detto pure: “Chi
deve amministrare questa ricchezza bisogna che abbia la coscienza del
dovere, la coscienza del dovere non si
ha nel foro, se manca in casa — depositaria di questa coscienza in casa, dovrebb'essere
la donna — ma questa degradata e schiava non comunica all'uomo che la irritazione
del suo stato anormale; quindi conchiude logicamente il Morelli: se
si vuol dare la
coscienza del dovere e la dignità all'uomo, bisogna darla prima alla donna,
rilevandola dallo stato di schiavitù nel quale ingiustamente giace, col
conferirle tutti i diritti che esercitano gli altri cittadini del regno » .
Da ultimo egli ha
detto: “ Ostacolo ad ottenere tali lini in Italia è il clero cattolico. Se non
ancora il popolo s'induce a recidere questo cancro che gli divora il cuore, almeno
in forza del principio della libertà di coscienza, mettiamolo nei limiti degli
altri culti, reprimiamone legalmente gli abusi, circoscrivendolo nella chiesa,
e togliamogli il pascolo dei morii, adottando invece dei campisanti, che
riempiono di miasma le città, il sistema di cremazione usato utilmente dagli
antichi Greci e
Romani, non che
dagli Italiani, fino al quarto secolo dell'Ora volgare.
Donne, studenti,'
giornalisti del libero pensiero, l'ispirazione del Morelli formulata in questi
disegni di legge è pratica, e concretizza un iutiero sistema che solo può sanarci
le piaghe di quello che ora ci tortura, e rialzarci moralmente ed
economicamente in pochi anni.
Egli è stato il
primo rappresentante nell'Europa e nel mondo intero, che ha osato con audacia
senza pari sfidare i pregiudizi dei secoli, e specialmente di quello inetto e
ridicolo nel quale vegetiamo, portando sul campo legale il fulcro delle
quistioni sociali, che si realizza
nell'emancipazione
della donna e dell'umano pensiero.
Io spero, io
credo, che questo conato altamente (genio ?). del deputato Morelli, cui si
ligano gli interessi italiano s 'e mondi, non rimanga senza effetto, come non (riprendere
?) il frutto dell'opera di coloro, che apparecchiarono la rivoluzione francese,
formulando i diritti del Popolo (tutto?)..il difficile è che la verità si
conosca; conosciuta appena, il suo passaggio dallo stato ideale al reale, è
rapidissimo.
Coll'emancipazione
della donna si darebbe all'Italia l'iniziativa della più grande riforma, ristaurando
la scaduta moralità della famiglia — con la moltiplicazione ed emancipazione
della scuola si animerebbe il genio della gioventù assonnata dai papaveri
ufficiali, si scoprirebbero le miniere della ricchezza, ed usciremmo dalle unghie
dell'usura straniera — colla limitazione del culto nella chiesa scomparirebbero
dalle nostre vie le ridicole ed incomode scene, che al dir del Morelli, tolgono
all'industria ed al commercio il meglio del loro tempo, e ci fan sembrare
viventi nel medio evo.
Se alle consorterie
retrive della Camera parrà (indiscusso ?) il Morelli, perchè colle sue oneste e
patriottiche (parole ?) " le disturba dalla contemplazione del disegno di decorticare
il popolo italiano con la nuova tassa sul macinato; a voi donne, studenti e
liberi giornalisti conviene
sostenerne e
propugnarne i principii con propaganda animata, meeting, petizioni, comitati, e
con qualche mezzo valido a produrre nella coscienza pubblica qualunque forza di
opinione che fa obbedire legislatori e governanti. “
Grotta Monsummano, 6 luglio 1867.
G. Garibaldi.
Nel 1867 Giuseppe Garibaldi fu ospite a
Monsummano nella villa ottocentesca Giusti.
Garibaldi si stava preparando ad espugnare Roma e lo Stato Pontificio
per unirli al nuovo Regno d’Italia. Si fermò a Monsummano per sottoporsi ai
bagni termali della Grotta Giusti, dette anche Grotte di Monsummano, per curare
il forte dolore alla gamba che era stata ferita in guerra. I bagni terminali
ebbero l’effetto sperato e Garibaldi ringraziò i proprietari con una lettera
dai toni entusiastici.
Nota N. 5
Alcune vignette pubblicate sul giornale satirico “La
Lima “ di Roma
“La Lima “ 1871 : I Romani si pronunziano (a sinistra)
Dopo il 20 settembre 1870 (La Presa di Roma) (a
destra) –
Prima e dopo il 20 settembre.. per omnia secula
seculorum
(“La Lima – 26/12/1871
Seum – Il Piano Finanziario di Sella
Ajuto se che
piano.. dovrebbe annà benone –
Co tasse e sopratasse annamo a tommolare)
(“La Lima” – 18/01/1872
Sum. Il trionfo di Ghigleri così detto procuratore del
Re –
Su carro di gioia – di malva recinto –
Ghigleri sequestra – da quelli sospinto)
(foto prese dal sito : wwwmuseosatira.com)
Nota n. 6
Maria Grazia Colombari ho scritto un interessante
libro dedicato a Salvatore Morelli “Il Deputato delle Donne”, edito
da Robin. Alcuni stralci
(…)
1861
La donna italiana non ha il diritto di voto, non può accedere a tutte le
professioni, non può far carriera nel mondo del lavoro e nella politica, non
può scegliere liberamente il marito e, una volta sposata, non può mantenere il
proprio cognome e non può trasmetterlo ai figli, non può esercitare la patria
potestà, non può testimoniare, né denunciare: insomma la donna italiana non ha
gli stessi diritti dell’uomo, anzi: non ha diritti.
Il
percorso verso la parità di genere, iniziato 155 anni fa, non si è purtroppo
ancora concluso. Ci sono tuttora alcuni pezzi dell’odioso tetto di cristallo da
rompere ma certamente la tenacia delle donne arriverà a cancellare tutti gli
stereotipi e tutti quei pregiudizi che ancora offendono la dignità di questa
metà del cielo. Il Movimento Femminile italiano si fa sentire in maniera
evidente negli anni Sessanta del Novecento.
(…)
Quello è stato indubbiamente un periodo importante poiché ha determinato il
cambiamento di molti aspetti della vita socio-politica italiana. (…) ma la
nascita vera e propria del movimento femminile in Italia avviene all’indomani
dell’Unità d’Italia, nel 1861, quando con il primo Codice Unitario Pisanelli,
dal nome primo Guardasigilli, si legiferò spudoratamente al maschile. All’uomo
i diritti, alla donna i doveri. “L’Italia è fatta, ora bisogna fare gli
Italiani” E così a “Fare le Italiane” ci pensarono le donne. Anna Maria
Mozzoni, Cristina Trivulzio di Belgioioso, Alessandrina Ravizza, Laura Solera Mantegazza,
Anna Kuliscioff, Matilde Calandrini, Emilia Peruzzi, Clara Maffei, Maria
Montessori, Angelina Altobelli, Matilde Serao, Teresa Casati Confalonieri,
Bianca Milesi, Vittoria Cima, Selene Anselmi Kramer, Luisa Battistotti Sassi ed
Ernesta Legnani Bisi. Questi i nomi di alcune di quelle donne che hanno fatto
la Storia, ma che la Storia ha vergognosamente dimenticato (…)
Istruzione
obbligatoria, diritto di voto, giusta retribuzione e leggi contro la violenza
sessuale sui posti di lavoro e in casa: queste furono le prime richieste del
nascente movimento femminile, richieste dal sapore decisamente attuale. La
reazione del potere politico – sociale, saldamente in mani maschili, fu di
negazione di qualsiasi apertura legislativa in senso femminile e si ribadiva,
con il consenso della Chiesa, contraria all’unita politica italiana ma
favorevole a considerare la donna inferiore all’uomo, che il ruolo della donna
doveva essere essenzialmente quello di casalinga, per usare un termine più
vicino a noi. Questa banalizzazione della donna sollevò l’indignazione
dell’intellighenzia femminile, che pur sapendo di combattere contro i mulini a
vento, cominciò il lungo cammino verso la parità.
(…)
Morelli è stato un pioniere con le con le sue concezioni addirittura avveniristiche
– alcuni parlavano di utopia. Morelli è stato un profeta inascoltato. Le donne,
cui vuol dare i diritti che spettano loro, sono le donne invece cancellate dal
Codice Unitario. Gli ostacoli, che nel corso degli anni si presenteranno,
saranno molti: la mentalità maschile e maschilista, l’atteggiamento di netta
chiusura della Chiesa, che considerava Eva l’incarnazione del peccato,
destinata al massimo a ricoprire nella società il ruolo di angelo del focolare
e appendice dell’uomo e purtroppo anche la resistenza di alcune donne che non
capivano la necessità di riforme nei loro confronti.
(…)
I politici del neonato Regno d’Italia, nonostante avessero ben chiaro quanto
fosse stato fondamentale l’apporto femminile durante le Guerre d’Indipendenza,
non pensarono minimamente di modificare la condizione sociale della donna, né
di difendere il sesso femminile con leggi adeguate.
(…)Salvatore Morelli è stato l’unico parlamentare ad aver lottato, sempre e
comunque, in Parlamento perché alla donna venisse riconosciuta la parità di
diritti con l’uomo… per le sue proposte di legge in favore della parte più
debole ed umile della società, sarà oggetto di forte emarginazione tra i banchi
dell’Aula Parlamentare.
(…) la donna aveva già qualche diritto e concederne altri non avrebbe giovato
al miglioramento sociale anzi sarebbe stata la causa di mali peggiori. La
risposta di Morelli non si fece attendere. «Che in fatti di diritti non è
lecito dire, ne ha avuto abbastanza –finché- non ne ha quanti gliene spettano,
quanti gliene accorda la natura, ha sempre ragione di reclamare il
completamento né alcuno può obbiettare la opportunità senza violare la
giustizia distributiva su cui si fonda la stabilità dell’equilibrio sociale».
Eppure la legislazione, evidenzia Morelli, relativamente alla famiglia
privilegia l’uomo e nega ogni diritto alla donna. Morelli chiede in Aula che
alla donna venga concesso di dare il proprio cognome al figlio in quanto è lei
che lo genera e gli dà la vita. Questa sua richiesta incontrerà l’opposizione di
gran parte dei politici che ritenevano impossibile la sua proposta poiché la
perpetuazione del cognome del padre e l’eredità erano diritti
inviolabili.
La
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito nel 2014 (sentenza 7 gennaio
2014, Pres. Karakas, n. 77/2007) che «dare ai figli il cognome della madre è un
diritto». (..)Riletta oggi, la posizione di Morelli è condivisibile ma negli
anni in cui veniva espressa rappresentava una profonda rivoluzione dei sistemi
sociali. (…) Secondo i dati della Camera furono 294 gli interventi di Morelli
in Aula e 17 proposte di Legge ma solo quella relativo all’abrogazione dell’art
233 del codice civile Pisanelli che impediva alle donne di testimoniare negli
atti pubblici diverrà legge. Morelli si era opposto a questo articolo che
recitava: «Se il genitore abusa della patria potestà violandone o trascurandone
i doveri, o male amministrando le sostanze del figlio, il tribunale
sull’istanza di alcuno dei parenti più vicini o anche del Pubblico Ministero,
potrà provvedere per la nomina di un tutore alla persona del figlio o di un
curatore ai beni di lui, privare il genitore dell’usufrutto in tutto o in
parte, e dare quegli altri provvedimenti che stimerà convenienti nell’interesse
del figlio». Con queste disposizioni di legge non era concesso alla moglie di
denunciare il padre poiché la donna non poteva testimoniare. «L’umanità ha
bisogno di lei, si illumini dunque la donna, si riconosca in lei la personalità
giuridica e tutti i diritti che le sono inerenti».
Non
fu facile per il deputato pugliese sostenere la tesi della parità di capacità
intellettiva uomo-donna…. Nello schema legislativo presentato il 18 giugno 1867
Morelli dichiarava: «Se l’umanità ha lavato con torrenti di sangue nell’ultima
guerra americana l’obbrobrio della schiavitù dei neri, come può ella mai
consentire più a lungo la schiavitù della donna, la quale è la più importante
varietà dell’essere umano, anzi è la creatrice, la educatrice ed il movente
perpetuo di quest’essere? Come può consentire che colei che deve riscuotere
maggiore rispetto nella casa e nella società, rimanga destituita dei diritti
civili e politici accordati a coloro che ne riconoscono la supremazia e la
chiamano con il nome di donna, signora? …Signori, io vi metto dinanzi un
dilemma: la donna la ritenete per cosa o per persona? Riconoscete o negate in
lei la facoltà tutte che possiede l’uomo? …Se riconoscete la donna per persona,
se ammettete in lei le stesse facoltà che possiede l’uomo, se riconoscete in
lei l’identità del tipo rivestito del prestigio della genitura, che la rende
più maestosa e solenne, se ammettete nello svolgimento delle sue facoltà, come
vi comanda il buon senso, la ragione e la storia, comune destinazione con
l’uomo, quale argomento potrebbe affacciarsi per negare alla creatrice dei
cittadini, la giuridica caratteristica di cittadino? Alla madre degli elettori,
dei deputati, dei ministri il diritto di portare il voto all’urna, e di
esercitare le altre prerogative politiche concesse all’uomo suo compagno?»
(…)
Per Morelli era giunto finalmente il tempo di sancire il suffragio universale,
comprensivo del voto femminile. La proposta cadde nel vuoto e Morelli fu
bersaglio di vignette satiriche che, ritraendolo in abiti femminili, lo
sbeffeggiavano con lo slogan “deputato delle donne” .
Il
primo febbraio 1877, Il Presidente della Camera, Francesco Crispi, invita
dunque Morelli a illustrare la sua proposta di legge relativa alla possibilità
della donna di testimoniare nelle questioni pertinenti il diritto civile.
Morelli ribadisce «Non è possibile che quel che è lecito all’uomo debba essere
illecito alla donna e quel che è morale per uno debba essere immorale per
l’altra […] Perché, si chiede Morelli, l’uomo nasce già con i diritti mentre la
donna dalla quale nasce l’uomo ne è priva? La proposta di Morelli divenne Legge
n. 4167 il 9 dicembre del 1877, con 136 voti favorevoli e 68 contrari: la donna
poteva finalmente testimoniare negli atti pubblici e privati. Fu certamente una
vittoria importante per le donne, ma non fu una vittoria facile, perché la
maggior parte dei politici continuava ad essere fortemente convinta che l’aver
concesso la capacità giuridica alla donna avrebbe determinato,
conseguentemente, il degrado morale dei costumi. Quel giorno, il 9 dicembre
1877, fu un giorno importantissimo: il primo pezzo del tetto di cristallo si
era spezzato.
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Riscoprire
Salvatore Morelli significa anche ricordare una certa idea dell’Italia. Un Paese
contraddittorio che cercava di riunire sotto uno stesso tetto tanti piccole
Italia, diverse per tradizioni, idiomi, economia e politica. Nella sua visione
la riflessione è un’autostrada introspettiva che obbliga a fare i conti con se
stessi e con le proprie conoscenze. È convinto che le coscienze debbano essere
risvegliate e identifica la riflessione silenziosa come metodo: bisogna
imparare a “parlare con noi stessi”, sostiene. Le proposte di Morelli
erano in anticipo di circa cento anni: per vederle realizzate bisognerà
aspettare il nuovo Diritto di Famiglia del 1975
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