ENCICLOPEDIA DELLE DONNE (QUARTA PARTE) - COSTANZA D'ARAGONA -

COSTANZA D’ARAGONA -  LA PRIMA MOGLIE DELL'IMPERATORE FEDERICO II DI SVEVIA





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Indice:
1.      Il primo marito: Emerico d’Ungheria – Costanza fu la prima Regina d’Ungheria -        Il Figlio Ladislao – La fuga verso l’Austria – Ritorno in Aragona dalla madre Sancha nel Monastero di Sigena (Sijna);
2.      Costanza d’Aragona sposa Federico II di Svevia – La Cerimonia d’Incoronazione nella Basilica di San Pietro – Le Lodi Imperiali;
3.      Il ritorno di Costanza d’Aragona in Sicilia e la sua morte a Catania;
4.      Il Mondo di Costanza;
5.      Il sarcofago di Costanza nella Cattedrale di Palermo;
6.      La Corona di Costanza d’Aragona nel Tesoro della Cattedrale di Palermo –  La riproduzione della Corona, opera di Katia Foti, nel Museo dell’Abito Medievale  di Montalbano Elicona (Messina);
7.      La tragica fine del figlio di Costanza, Enrico VII, re di Germania – Le varie prigioni – il fantasma della moglie  - Il suo sarcofago, con rilievo della “Caccia al cinghiale calidonio”, nel Duomo di Cosenza – La vera causa della morte di Enrico VII:  “lebbra lepromatosa”;
8.      Dolce Tipico Siciliano : La Cassata di Costanza.

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1.      Il primo marito: Emerico d’Ungheria – Costanza fu la prima Regina d’Ungheria -        Il Figlio Ladislao – La fuga verso l’Austria – Ritorno in Aragona dalla madre Sancha nel Monastero di Sigena (Sijna)
Figlia secondogenita del re Alfonso II d’Aragona e di Sancha di Castiglia (figlia del re di Castiglia Alfonso VII), nacque probabilmente nel 1184. Si hanno scarse notizie e le prime fonti risalgono al 1199 quando quindicenne sposò il re Emerico d’Ungheria (fu la prima regina d’Ungheria).  Con questo matrimonio il re d’Ungheria cercava l’appoggio del pontefice per salvaguardare la sua posizione nei confronti del proprio fratello minore Andrea. Emerico assegnò alla sposa, come dotario, due contee e 30.000 once d’oro. Un matrimonio sfortunato perché Emerico morì nel 1204 ad appena cinque anni dalle nozze. Costanza rimase con un figlio, Ladislao, nato nel 1200. La giovane Costanza non riuscì a rivendicare il trono d’Ungheria per il figlio che era stato incoronato re nello stesso anno della morte del padre. 

Ladislao III d’Ungheria

Il cognato di Costanza, Andrea, e zio di Ladislao, riuscì ad usurpare il trono e costrinse la giovane regina a fuggire con il figlio, trovando rifugio e protezione presso Leopoldo d’Austria. Una figura sfortunata quella di Costanza. Il 7 maggio 1205 fu colpita dalla perdita del  figlio Ladislao..aveva cinque anni. L’ex reggente ed ora re Andrea, reclamò il corpo del nipote che fece seppellire nella cripta reale a Szekesfehervar.  Costanza con l’aiuto dello zio Leopoldo fece ritorno in Ungheria. Il suo soggiorno in Ungheria fu forse breve. Le fonti parlano di un suo ritorno in Aragona e precisamente nel Monastero Reale di Sigena  (Sijena) che la madre aveva fondato nel 1188 e nel quale si era ritirata dopo la morte del marito.




Le origini del Monastero di Santa Maria de Sigena, posto tra Saragozza e Lerida,
secondo alcuni storici, sarebbero legate
alla nascita del ramo femminile dell’Ordine di San Giacomo , il 23 aprile 1188.
Una fondazione, come già riportato, opera della Regina Sancha  d’Aragona,
 moglie dei Re di Alfonso II.
La Regina fondò il monastero in memoria dei Cavalieri caduti in difesa della Terra Santa per
accogliere, senza dote, le figlie delle famiglie nobili impoverite dalle guerre della “Reconquista”.
La Regina donò al monastero vaste estensioni di terreno e quando il marito morì, si
ritirò nel convento con la figlia Dona Dulche.
Diede al convento, di cui diventò priora, una regola specifica che fece delle suore
l’anima contemplativa dell’Ordine di San Giovanni.
La regola prevedeva la suddivisione delle sorelle in tre “classi”:
-          “Sorores” o “Domne” (claustrali cioè relativo alla vita e alla disciplina del monastero);
-          “Juniores” (ragazze educate dalle suore e che vivevano nel monastero);
-          “metà croce”, religiose al servizio della comunità.
La regola del monastero ispirò in seguito la creazione di altre comunità femminili nel mondo. La regina e priora del convento morì nel 1208 e sulla sua tomba
c’è il suo ritratto in abito regale, con una corona sulla testa e la Croce di San Giovanni
sul mantello.

Sepolcro di Sancha di Castiglia e del figlio Pietro II


Monastero Reale di Sigena


La fondazione del Monastero è anche legata ad un evento miracoloso, ad una Immagine
della Vergine. In una chiesa posta nella città di Sigena, sulle rive del fiume
Alcanadre, c’era sull’altare un’antica icona della Vergine che
 “scomparve una notte nel novembre 1180”.
La gente del luogo si dedicò alla ricerca della sacra Immagine e quando ormai si era
persa la fiducia in suo ritrovamento, avvenne qualcosa d’incredibile.
“Alla periferia della città c’era un ampio prato tagliato da una piccola laguna,
al cui centro c’era un’isoletta vestita di giunco e ginestra. Sul quel prato c’era un
feroce toro che quotidianamente arrivava all’isolotto…e di ritorno da lì
dopo poche ore (di continuo l’animale si recava su quel prato”.
“Il suo pastore (Manca ?) lo seguì e vide che l’animale, appena fuori dall’acqua,
piegava le ginocchia e rimaneva in estasi per molto tempo, quindi tornava sul prato.
Il pastore trovò l’Immagine che si trovava sull’isolotto e i cittadini la
portarono nella sua chiesa ma l’Immagine di continuo, da sola, ritornava nell’isolotto.
Lo fece tante volte quando la ripotarono nella sua chiesa e in altri santuari vicini a Sena e
Urgelet.
La notizia dell’immagine fuggitiva giunse alle orecchie dei re Don Alfonso II e
Dona Sancha, che all’epoca si fermarono a Huesca e con la corte visitarono e venerarono
sulla loro isola. Da qui nacque lo scopo della regina Dona Sancha di costruire il monastero,
per il quale fu riempita la laguna e vi furono gettate le fondamenta di un monastero, a cui i
proprietari e le figlie della prima nobiltà sarebbero entrati con prove rigorose della sua genealogia
e fede. Il monastero fu consacrato il 21 aprile 1188, il giorno in cui il re armò cavaliere suo figlio
Don Pedro nello stesso monastero e che la signora Sancha de Abiego fu la prima priora”.

Sancha di Castiglia e il marito Alfonso II il Trovatore (o Il Casto)
Presiedono il Consiglio Reale.
Sancha fu la prima regina della Corona d’Aragona
Miniatura della fine del XII secolo.


Monastero Sigenia – Sala Capitolare







Las Senoras Di Sijena


In questo monastero Costanza trascorse diversi anni con la madre fino a quando suo fratello (Pietro II d’Aragona) con un accordo con il papa Innocenzo III decisero la sua vita futura.


2.  Costanza D’Aragona sposa Federico II di Svevia (Hohenstaufen) -  La Cerimonia d’Incoronazione nella Basilica di San Pietro – Le Lodi Imperiali;


L’imperatrice Costanza d’Altavilla ( Costanza I di Sicilia) morta nel 1198, aveva più volte accarezzato l’idea di fare sposare il figlio Federico con una delle sorelle di Pietro II d’Aragona. Si narra che la stessa imperatrice in punto di morte abbia chiesto al papa Innocenzo III di favorire il matrimonio del figlio Federico II, di cui lo stesso papa era tutore, per realizzare quell’antica idea.
(Costanza I di Sicilia, passata alla storia anche con il nome di Costanza d’Altavilla, regina di Sicilia e Imperatrice, era moglie di Enrico VI di Svevia e madre di Federico II.  Era figlia postuma del Re di Sicilia, Ruggero II e della sua terza moglie Beatrice di Rethel). 

Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia
“Liber ad honorem Augusti, Pietro da Eboli, 1196”



Fu proprio il papa Innocenzo III a tenere fede al desiderio di Costanza ed iniziò le trattative nel 1202. Costanza d’Aragona era più anziana di Federico di ben 10 anni ma questo non aveva nessuna importanza. Era necessario creare, nello scenario politico europeo, un sistema di opposizione alla Germania Imperiale. Come raggiungere questo obiettivo? Unire politicamente i due regni mediterranei, Aragonese e Siciliano, che riconoscevano il papa come loro signore feudale e quindi creare a Palermo, proprio con l’aiuto degli Aragonesi, un opposizione ai tedeschi.
Il papa si proponeva di affiancare al giovane Federico una donna affidabile, religiosa. Per questo motivo fu scelta una donna più grande di lui e soprattutto in possesso di una forte fede religiosa. Una figura femminile con precise funzioni di guida e capace di guidare il sovrano alla costante obbedienza verso la chiesa
Il papa sbagliò, come testimonieranno gli avvenimenti storici. Federico è vero modificò la sua vita (comportamenti, modi di fare e forse anche la cultura), grazie alla vicinanza di Costanza, ma non le sue opinioni che coincidevano con quelle della moglie che sospettava sul comportamento del papa troppo legato alle sue aspirazioni di dominio politico.


Innocenzo III in un affresco
Del monastero di San Benedetto di Subiaco

Le trattative subirono un accelerazione nel novembre 1204 durante un soggiorno di Pietro II d’Aragona a Roma.  In un primo tempo fu scelta come moglie di Federico II una delle sorelle minori di Costanza, Sancha. La giovane Sancha successivamente nel 1211 sposò il Conte Raimondo di Tolosa. Le trattative si trascinarono fino al 1208 (nel 1208 Federico II di Svevia avrebbe raggiunto la maggiore età, 14 anni, in uno scenario politico e sociale in cui il Regno di Sicilia necessitava di interventi urgenti).
Nel 1208 il vescovo di Mazara (anonimo) si recò a Saragozza per conto di Innocenzo III e di Federico II con l’intento di condurre la futura sposa nel Regno di Sicilia. La missione fu quasi un mezzo fallimento perché in quell’incontro si riuscì solo a concludere l’aspetto diplomatico del contratto nuziale che fu confermato da Innocenzo III nell’agosto dello stesso anno 1208. In base al contratto Costanza assunse il titolo di Regina di Sicilia. Solo verso giugno del 1209 Costanza lasciò l’Aragona e giunse a Palermo nei primi dell’agosto 1209. Le nozze forse furono celebrate alcune settimane dopo a Messina, dove si trovava Federico, il 15 agosto 1209.


Messina il Duomo prima del terremoto del 1783

Durante la cerimonia Costanza fu incoronata Regina Consorte di Sicilia… Costanza aveva 25 anni….Federico II appena 15.
Federico assegnava a Costanza, in conformità alle disposizioni di Guglielmo II sul dotario delle regine siciliane, alcuni feudi della Sicilia, tra cui Taormina, e Vieste. I documenti relativi al suo dotario, che nel corso degli anni subì ulteriori elargizioni, fu consegnato nel 1217 alla casa dei Cavalieri di S. Giovanni in Gerusalemme a Signa.
Costanza fu condotta in Sicilia, come previsto dal contratto nuziale, dal fratello Alfonso, conte di Provenza, alla testa di un esercito di 500 cavalieri che avrebbero dovuto sostenere Federico nella difficile lotta contro i nobili del regno. La regina fi colpita da un spiacevole avvenimento che sicuramente gli cagionò tanto dispiacere. Il corpo militare che l’aveva accompagnata fu colpito da un grave morbo e fu decimato.
E’ importante soffermarsi per un attimo sulla figura di questa giovane regina forse trascurata dalla storiografia ma che ebbe un ruolo importantissimo nella vita politica e nella formazione culturale dell’imperatore, dello “Stupor Mundi”.
Costanza, vedova del re d’Ungheria, era una donna navigata, timorata di Dio, abituata alla raffinatezza dell’ambiente di corte e rivolta alle convenzioni, ai piacevoli aspetti dell’”Amor cortese”.  Da Costanza Federico assimilò interessi come la poesia, il gusto del bello, la cura e l’igiene della persona. Federico era un bel giovinetto, sveglio, dai modi sbrigativi ed anche dagli atteggiamenti volgari assunti nelle frequentazioni plebee della sua infanzia palermitana. Un atteggiamento forse legato alla presenza del suo tutore, Papa Innocenzo III, troppo ossessiva.
La sensibile, giovane e bella Costanza fece del futuro imperatore un perfetto gentiluomo che le sarà sempre grato.  Federico la tratterà sempre con rispetto soprattutto dopo la nascita di Enrico (VII). Una figura femminile che ebbe quindi un ruolo fondamentale nella formazione comportamentale del marito. Una prevalenza maggiore di quella che avrebbe dovuto avere il suo tutore, papa Innocenzo III, che probabilmente sbagliò nella sua comunicazione legata ad aspetti dottrinali e alla continua affermazione della supremazia del Papato sull’Impero. Il papa d’altra parte delegò personaggi di sua fiducia per la formazione culturale e spirituale del giovane Federico.
Costanza anche nella stesura degli atti diplomatici, per la sua maggiore esperienza politica, fu partecipe negli atti di confisca di Federico II rivolti contro la nobiltà e anche nell’allontanamento di figure ribelli e pericolose.


Denaro emesso per celebrare le nozze di Federico e Costanza ?
Zecca di Messina ?

 Denaro detto “delle Nozze” con Costanza D’Aragona
Zecca di Messina o Brindisi
Dritto – FREDERICUS R
                   Rovescio – CONSTANCIA R

 Costanza fu infatti a fianco del marito nelle settimane difficili della rivolta calabro-siciliana guidata da Anfuso de Roto e accompagnò Federico II alla fine del 1209 anche a Catania, dove fu pronunciato il bando nei confronti di Pagano de Parisio, un altro nobile ribelle. I contemporanei attribuirono alla regina una parte non trascurabile nell'allontanamento del cancelliere Gualtieri di Palearia dal Consiglio del re nel febbraio del 1210. Allontanamento che era motivato dall'opposizione del cancelliere alla politica di revoca dei feudi perseguita da Federico II.
Nel 1210 Federico II non era ancora imperatore dato che regnava Ottone IV che, proprio in quell’anno, fu scomunicato dal papa Innocenzo III.
Una scomunica  emanata nel momento più opportuno perché spinse i sostenitori del potere guelfo a richiedere un nuovo esponente e in accordo con il papa offrirono la corona a Federico II che accettò.
Costanza si pronunciò contro questo progetto, cioè contro il tentativo di consolidare il dominio siciliano vacillante con un'avventura tedesca di esito incerto.

Costanza da abile politica vedeva quest’unione con il papa come un avventura rischiosa e quando il marito partì per la Germania, la regina assunse la reggenza del Regno di Sicilia e contemporaneamente la tutela del figlio ed erede al trono Enrico (che era nato nel 1211 ed era stato incoronato Re di Sicilia ad appena un anno d’età).
Costanza soggiornò in Sicilia fino al 1216 e le fonti attestano che la sua residenza preferita fosse Messina.

Una volta deciso il conflitto tedesco e dichiarato deposto Ottone IV dal concilio lateranense, Federico II fece condurre Costanza e il figlio Enrico in Germania dall'arcivescovo Berardo di Palermo e dal conte tedesco Alberto di Everstein. Costanza si mise in viaggio nel luglio del 1216 da Messina, passando da Sant'Eufemia, Capua (dove rimproverò il vescovo di Chieti per la sua lite con il papa), Bologna e Verona. Le province settentrionali del Regno, dove Ottone IV aveva ottenuto i suoi maggiori successi e dove conservava ancora a lungo un seguito, rimasero però al di fuori della sfera d'influenza di Costanza. Nonostante ciò, ella rilasciò una serie di diplomi a favore di Casamari (bellissima abbazia cistercense sita nel Comune di Veroli, prov. di Frosinone) relativi ai possedimenti del monastero in Terra di Lavoro e riuscì anche a legare a sé nel 1216 l'arcivescovo Nicola di Salerno e suo fratello, il conte Riccardo di Aiello. 

Abbazia Cistercense di Casamari

Abbazia Cistercense di Casamari


In Calabria prese sotto la sua protezione l'abbazia di Fiore, allora in grande espansione, e premiò la fedeltà del vescovo Filippo di Martirano con la concessione di un casale confiscato a un ribelle.
Il piccolo centro di Martirano sarà teatro delle ultime sofferenze del figlio di Costanza e di Federico II, Enrico VII e la povera Costanza non avrebbe mai immaginato un epilogo così tragico per il suo unico figlio.

Abbazia di San Gioacchino in Fiore



Il primo consigliere della regina negli anni della sua reggenza fu il cancelliere Gualtieri di Palearia, allontanato dalla corte nel 1210 ma riabilitato per intervento di Innocenzo III nel 1213, al quale ella restituì nello stesso anno il possesso del castello di Calatabiano, alienato alla Chiesa di Catania. Costanza collaborò strettamente anche con il legato pontificio Gregorio "de Crescentio", cardinale diacono di S. Teodoro. Dopo la morte del fratello Pietro II d'Aragona, caduto nel 1213 nella battaglia di Muret e schierato dalla parte degli eretici della Francia meridionale, la giovane sovrana chiese al papa la sepoltura ecclesiastica per il defunto. Il papa acconsentì alla richiesta di Costanza e il fratello Pietro fu sepolto vicino alla madre Sancha nel Monastero di Sigena.

Costanza arrivò a Norimberga nel dicembre 1216 e da allora seguì Federico in tutti i suoi spostamenti in Germania, ma senza distinguersi più con iniziative proprie.
Nell’agosto del 1220 Costanza iniziò il viaggio di ritorno in Italia da Augusta (il figlio Enrico rimase in Germania), insieme con il marito e ricevettero l’incoronazione del Sacro Romano Impero da Onorio III in S. Pietro a Roma il 22 novembre 1220.

“L’ultimo giorno d’agosto, Federico e Costanza aprirono il corteo imperiale a cavallo che muoveva dalla piana di Lechfeld, sotto Augusta, da cui per tradizione partivano gli imperatori per l’incoronazione a Roma. Dietro di loro una lenta processione di cavalieri e di carri tirati da buoi che portavano i bagagli  e gli arredi imperiali. Parte della loro scorta di principi, prelati e funzionari li avrebbe lasciati a Innsbuck. Gli altri avrebbero accompagnato i Reali a Roma e da là in Sicilia. al centro del convoglio, circondato da un reparto di cavalieri, avanzava il carro che portava le corone”.



La Corona del Sacro Impero Romano che probabilmente fu usata per
l’incoronazione di Federico II di Svevia..
Venne realizzata nella Germania orientale nella seconda metà del X secolo.
L’occasione per la realizzazione della corona sembra sia da collegare
all’incoronazione di Ottone il Grande nel 962 o del figlio Ottone II,
associato al padre al trono, nel 967.
La Croce frontale fu inserita all’inizio dell’XI secolo e  l’archetto superiore risale
all’epoca di Corrado II 81024 – 1039) mentre la parte interna,
in velluto rosso sarebbe da collegare al XVIII secolo.
(Oro, smalto cloisonné, pietre preziose, perle -  Placca frontale. altezza 14,9 cm, larghezza 11,2 cm.)
È custodita presso il  museo Kaiserliche Schatzkammer di Vienna.
Questa corona non era di proprietà privata di Federico, tuttavia aveva il diritto di disporne in quanto re dei romani ed imperatore, facendo essa parte del tesoro del Sacro Romano Impero.

La Corona di Costanza d’Aragona

“Costanza era contenta del velo che la proteggeva dagli sguardi della gente. Nello sforzo di trattenere le lacrime, strinse le briglie con forza tale che i ricami d'argento dei guanti le si impressero sui palmi delle mani.
Avrebbe mai rivisto Enrico? Le sarebbe rimasta per sempre impressa nella mente l'espressione di furia ribelle sul visetto rigato di lacrime del figlio, ritto a fianco dell'arcivescovo di Colonia. Quando il prelato, uomo di animo gentile, gli aveva passato un braccio intorno alle spalle, suo figlio aveva versato un altro fiume di lacrime. Federico aveva borbottato che un ragazzino di nove anni avrebbe dovuto comportarsi con più dignità, e aveva spronato il cavallo senza più guardare Enrico.
Come poteva essere così spietato, proprio lui, rimasto orfano da bambino?
Federico lanciò un'occhiata alla moglie, notò il suo atteggiamento teso. Gli sarebbe piaciuto consolarla, ma tanto non l'avrebbe sentito, in quel fracasso.
Quando le aveva detto che Enrico doveva restare in Germania, lei lo aveva chiamato mostro.
Le aveva spiegato pazientemente che potevano passare anni prima del loro ritorno.
Ora Enrico era Re di Germania e doveva rappresentare il simbolo sul quale la fedeltà dei principi e del popolo potessero convergere. Ma persino Costanza, sebbene molto più intelligente di quasi tutte le donne, aveva il difetto, tipicamente femminile, di non saper separare le questioni di ampia portata dal campo ristretto dei suoi sentimenti personali.
Se rifiutava di capire che i doveri di un'Imperatrice erano diversi da quelli della moglie di un ciabattino, lui non poteva farci niente”.

“Si lasciarono alle spalle le fattorie e le abitazioni che trovavano riparo sotto le mura della città. Da tutte le parti si stendevano campagne ondulate. La mattinata era nuvolosa ma calda. Federico
aspirò il profumo del fieno tagliato di fresco e steso sui campi ad asciugare. Lo pervase un tonificante senso di libertà. La strada cominciò a salire, costeggiando il fiume. Erano in viaggio per il Sud, verso Roma e la Sicilia”.
“Regnava il silenzio, nella basilica di San Pietro. Per un momento, nelle mani del Pontefice, l'antica corona ottagonale adorna di gemme e di smalti sembrò librarsi al di sopra dell'altare. Poi Onorio la depose sul capo chino di Federico”.
“Il tempo corse all'indietro nella mente di Berardo (Berardo di Castagna o Castacca, arcivescovo di Palermo) . Invece dell'Imperatore parato per l'incoronazione, vide un ragazzino di undici anni, con una tunica corta e sudicia, che lo studiava con occhi
diffidenti …. Con la mezz'età sto diventando fantasioso pensò, battendo le palpebre, "
Diversamente da Berardo, Federico era calmo e distaccato.
Dopo aver ricevuto il globo e lo scettro, si fece da parte perché il Papa potesse incoronare Costanza, inginocchiata.

Mantello di Ruggero II (più tardi mantello per l’incoronazione degli imperatori svevi).
Due leoni dilaniano due cammelli. E' conservato a Vienna, presso il  museo Kaiserliche Schatzkammer.

Federico aveva fatto portare da Palermo il mantello di Ruggero II e che era stato indossato da suo
nonno per l’incoronazione (Il Barbarossa).
Gli ospiti più illustri erano in piedi vicino all'altare, sotto l'arco di Costantino, coperto di mosaici. I tedeschi erano tranquilli e dignitosi nei loro mantelli guarniti di pelliccia. I rappresentanti della Lega lombarda, ciarlieri e abbigliati sfarzosamente, stavano fianco a fianco con gli arcigni governatori dagli occhi di falco delle città imperiali in Italia, e tutti i gruppi si ignoravano a vicenda. I siciliani, splendenti di gioielli, sorridevano ossequiosi. A ogni lega che avvicinava Federico a Palermo, cresceva indubbiamente il loro nervosismo: le libertà che si prendevano in passato erano finite.
Dopo che Federico e Costanza ebbero ricevuto la comunione e scambiato il bacio della pace con il Pontefice, le trombe d'argento suonarono. Il coro intonò un canto gregoriano. Federico, con Onorio e Costanza, lasciò la basilica edificata oltre mille anni prima da Costantino.
Uscirono nel pomeriggio di sole.
Nell'atrio chiuso da un colonnato si accalcava chi non aveva potuto entrare nella chiesa.
Nella piazza antistante si assiepava il popolino di Roma.
Fortunatamente non c'era segno di tumulti come quelli che erano scoppiati durante incoronazioni precedenti. Federico era stato generoso. Precedendo il corteo per tutto il percorso da Monte Mario, degli araldi avevano distribuito monete alla gente.
La piazza nereggiava di folla. Ogni balcone, ogni tetto erano pieni di spettatori. Federico alzò la mano. Le acclamazioni della folla si levarono in crescendo: «Viva l'Imperatore! Viva l'Imperatore
Federico! Viva! Viva! Viva!».
«Pane e giochi circensi. Non è cambiato niente» sussurrò Federico a Berardo.
Disse qualcosa a Costanza, ma lei non lo udì. Aveva lo sguardo assente. "Pensa a Enrico" rifletté Berardo.
Il ciambellano condusse avanti la mula bianca del Papa per la cerimonia che tanto astio aveva causato in passato tra imperatori e pontefici. Federico tenne la staffa d'argento per Onorio con un
sorriso, offrendo persino l'altra mano come appoggio mentre l'anziano Papa inforcava l'animale riccamente bardato. "Come sa essere umile Federico" pensò Berardo "quando serve ai suoi scopi."
Era la sostanza del potere che gli interessava, non i simboli ai quali gli altri attribuivano tanta importanza.
L'Imperatore montò sul suo stallone nero. Con il Papa in testa, il corteo si avviò verso il Tevere. Masse plaudenti li stringevano da tutti i lati.
Alla chiesa di Santa Maria in Transpontina, tutti si arrestarono.
Onorio e Federico scambiarono un ultimo abbraccio. «Andate con Dio, figlio mio» disse il Papa, baciandolo sulle guance. «Dio sia anche con voi, Santo Padre, e abbiate la certezza che
difenderò la Chiesa da ogni pericolo.»
Il Pontefice alzò la mano in un saluto finale. Attraversò il Tevere fra vessilli papali sventolanti e tornò al palazzo del Laterano, dalla parte opposta di Roma.
L'Imperatore e il suo seguito si avviarono per l'antica Via Trionfale, verso il loro campo a Monte Mario. Al sommo del colle, Federico si fermò. Voltandosi sulla sella, contemplò a lungo la grande città che svaniva nel crepuscolo ambrato. Poi, di colpo, spronò il cavallo,mettendolo al piccolo galoppo”

LA CERIMONIA D'INCORONAZIONE  DEL SACRO ROMANO IMPERO
Descrivere la cerimonia d’incoronazione di Federico II di Svevia e della Consorte Costanza d’Aragona come Sovrani del Sacro Impero Romano non è facile perché le fonti sono poche e quelle esistenti non sempre sono chiare.
Federico II e Costanza andarono in processione alla Chiesa di Santa Maria in Tutti e il coro cantò ”Ecco io mando un angelo”.

Antica incisione della facciata dell’antica Basilica Vaticana che mostra
l’atrio al di fuori del quale era situata la chiesa di Santa Maria in Turri (a sinistra)

La facciata della Chiesa di Santa Maria in Turri

Nella cappella di Santa Maria in Turri gli ecclesiastici addetti alla basilica ricevevano, in qualità di canonici, gli imperatori.
Qui “nelle mani del decano de’ porporati prestavano il solenne giuramento d’essere difensori della apostolica Sede”
Nel cerimoniale si legge: “Cappella domini Gregorii, domini Mauritii, et quae sancta Maria in Turribus appellatur, extra  ecclesiam in prima porticus sub Turri campanaria est, bene mundentur. Ingrediantur porticum ad cappellam quae vocatur beatae Mariae inter Turres, ibi a canonici, et collegio ecclesiae  occurrente recipitur imperator”.
Anche il papa Onorio era presente alla cerimonia, assieme a due vescovi.
L’imperatore fece giuramento per difendere la chiesa romana, giurò fedeltà al papa e ai suoi successori, e baciò i piedi del pontefice.
Il papa diede all’imperatore il bacio della pace  e la processione s’avviò verso l’antica Basilica di San Pietro mentre il coro cantava: “Benedetto il Signore Dio di Israele”.
Alla porta d’argento della Basilica (realizzata da Leone IV in sostituzione ed uguale a quella che conteneva le lastre argentee rubate dei saraceni nell’846) il cardinale-vescovo di Albano recitava la preghiera “Dio nelle cui mani sono i cuori dei re”.
Il papa entrò nella Basilica mentre il responsorio (coro e assemblea) cantavano “Pietro mi ami?”.
Sul pavimento della navata centrale della Basilica, subito dopo  la porta centrale, è presente un disco di porfido rosso. Un disco di marmo superstite dell’antica basilica costantiniana.


E’ la “Rota porfiretica” sulla quale s’inginocchiavano re e imperatori per essere incoronati dal papa.

Disegno di Giacomo Grimaldi (1560 – 1623)
Al centro della Basilica la “Rota Porfiretica”.

Federico II s’inginocchiò sulla “Rota Porfhiretica” e il papa rivolse al sovrano diverse domande sulla sua fede e sul suo dovere di cristiano.
Il Papa poi si ritirò per indossare i paramenti per la messa mentre un altro cardinale –vescovo (Di Castelnuovo di Porto ?) recitava la preghiera “Dio infallibile, creatore del mondo”.
Federico II si recò nella cappella di San Gregorio dove venne vestito con “Amitto, camice e cingolo” e successivamente condotto dinnanzi al papa che lo rese chierico.
L’imperatore venne quindi vestito con tunicella, dalmatica, piviale, mitra, coturno e sandali.
Nel frattempo il vescovo di Ostia si recò alla porta d’argento dove Costanza stava aspettando e incontrandola recitò la preghiera “Dio Onnipotente, eterno, fonte e fonte di bontà”.
L’accompagnò quindi presso l’altare di San Gregorio  in attesa della processione del papa.

Cappella di San Gregorio Magno (attuale)

Il papa procedette alla “Confessione di San Pietro” e quindi iniziò la messa.
Dopo il “Kyrie eleison”, mentre Federico II e Costanza giacevano prostrati davanti al confessionale, l’arcidiacono cantò la litania dei Santi. I sovrani si alzarono e si recarono all’altare di San Maurizio, dove il cardinale-vescovo di Ostia unse il crisma l’avambraccio destro e la nuca di FedericoII, mentre recitava le preghiere, “Il Signore Dio Onnipotente, il cui è tutto potere” e subito dopo il “Dio figlio di Dio”.
Lo stesso cardinale vescovo di Ostia si rivolse a Costanza recitando la preghiera “Dio, che solo lui detiene l’immortalità”,  e la unse sul petto con il crisma recitando “La Grazia dello Spirito Santo, attraverso il mio umile ministero, scenda su di te abbondantemente”.

Ma dove si trovava l’altare di San Maurizio ?
È importante ricordare che l’attuale Basilica di San Pietro sorge su una
preesistente Basilica risalente al IV secolo e fatta costruire dall’imperatore
romano Costantino.(sull’area del circo di Nerone e di una contigua necropoli
dove la tradizione cita la sepoltura di San Pietro.
Una basilica imponente costituita da cinque navate, con copertura lignea e con
ben 120 altari di cui 27dedicati alla Madonna.

La Basilica Originaria del IV secolo




Interno della Basilica originaria prima della distruzione a causa di un incendio, forse doloso, avvenuto nel XVI secolo.



La pianta della Basilica antica (in scuro) e di quella “odierna” in un disegno edito
dall’Alfarano nel 1590
La costruzione dell’attuale basilica fu iniziata il 18 aprile 1506 sotto papa
Giulio II e si concluse nel 1626 durante il pontificato di papa Urbano VIII.
La sistemazione della piazza antistante si concluse nel 1667.

Ritornando all’ubicazione dell’altare di San Maurizio, il papa Paolo I nel 752
Fece portare nella Basilica le spoglie di un folto gruppo di martiri-
La prima fu San Petronilla le cui spoglie furono sistemate nella rotonda  posta sul
fianco sud della basilica. L’intenzione del papa era forse quella
di riunire i resti mortali della stessa famiglia: Pietro, patrono della Basilica,
Petronilla che la leggenda considerava sua figlia e Andrea il fratello dell’apostolo.
Furono quindi portate anche le spoglie dei SS. Processo e Martiniano che sono legati
a San Pietro dalla loro leggenda che ne fa i suoi carcerieri (di San Pietro)
nella prigione Mamertina. Il loro oratorio, fondato da Pasquale nell’817/824, si trovava
vicino alla porta che, dalla basilica, conduce alle dure rotonde meridionali.
Pure vicino ad esso (all’Oratorio di S. Processo e Martiniano) era l’oratorio di
San Maurizio, addossato a uno dei pilastri orientali del transetto sud.
Pietro di Mallio vi colloca un rito dell’incoronazione imperiale, ivi menzionato
per la prima volta in un ordo del Pontificale romano del XII secolo;
si tratta dell’unzione che l’imperatore riceveva sul braccio destro con l’olio
dei catecumeni e che prima si amministrava, come sembra, davanti
alla confessione apostolica”.


L’altare di San Maurizio si doveva quindi trovare probabilmente a sinistra dell’Altare maggiore dedicato a San Pietro.


Il Papa scese dall’altare di San Maurizio e diede a Federico II un anello rivolgendogli le parole: “Ricevi su questo anello la testimonianza visibile della Santa Fede…” e recitò la breve preghiera “Dio con il quale  è tutto il potere…”.
Porse quindi la spada all’imperatore con le parole “Ricevi questa spada con la benedizione di Dio..” (spada che viene cinta sull’imperatore che la brandisce tre volte) e la preghiera “Dio di cui provvidenza..” quindi incoronò l’imperatore con le parole “Ricevi la corona di eccellenza reale…”. Consegnò quindi lo scettro (nella mano sinistra) a Federico II con le parole “Ricevi lo scettro del potere reale, lo scettro della rettitudine reale, lo scettro della virtù…” accompagnate dalla preghiera “Signore , fonte di tutto l’onore”  e il globo crucigero sulla mano destra.
L’imperatore baciò i piedi del papa.
Il papa passò quindi all’incoronazione di Costanza rivolgendogli le parole “"Benedetta solennemente come imperatrice dal nostro indegno ministero, ricevi la corona dell'eccellenza imperiale ...")
Onorio III ritornò sull’altare di San Pietro e venne cantata la “Gloria in excelsis Dio”  mentre lo stesso papa recitava la sequenza “Dio di tutti i re…”.
Vennero quindi cantati l’Epistola, il  graduale e “Le Laudes Imperiale”.
Federico II diede lettura al vangelo e con l’offertorio offrì al papa pane, candele, oro e vino mentre l’Costanza offrì l’acqua per il calice.
I sovrani presero la Comunione e prima di lasciare la basilica lo stesso imperatore giurava in tre luoghi diversi di mantenere i diritti e i privilegi del popolo romano.

LODE IMPERIALE
CANTORI                               RISPOSTA
Ascolta, o Cristo                          Vita a nostro Signore, decretata da Dio, Sommo Pontefice e Padre
                                                     Universale

Ascolta, o Cristo                         Ascolta, o Cristo
Salvatore del mondo                  Tu che sei (il nostro) aiuto
Ascolta, o Cristo                        Vita a nostro Signore, quell'Augusto incoronato da Dio, il grande e
                                                   pacifico imperatore
Santa Maria                              Tu che sei (il nostro) aiuto
Santa Maria                              Tu che sei (il nostro) aiuto
Santa Maria                              Tu che sei (il nostro) aiuto
Ascolta, o Cristo                       E la vita ai più eccellenti figli del re
San Pietro                                Tu che sei (il nostro) aiuto
San Pietro                               Tu che sei (il nostro) aiuto
San Pietro                               Tu che sei (il nostro) aiuto
Ascolta, o Cristo                     Vita e vittoria per l'esercito di Franchi, Romani e Teutoni [tedeschi]
San Teodoro                           Tu che sei (il nostro) aiuto
San Teodoro                           Tu che sei (il nostro) aiuto
San Teodoro                          Tu che sei (il nostro) aiuto

Cristo vince, Cristo regna,
Cristo comanda                     Cristo vince, Cristo regna, Cristo comanda

Cristo vince, Cristo regna,
Cristo comanda                     Cristo vince, Cristo regna, Cristo comanda

Re dei re, Cristo vince,
Cristo regna                            Re dei re, Cristo vince, Cristo regna

Altra Lode 
Il nostro re, Cristo vince, Cristo regna. La nostra speranza, Cristo vince. La nostra gloria, Cristo vince. La nostra misericordia, Cristo vince, il nostro aiuto, Cristo vince. La nostra forza, Cristo vince. La nostra vittoria, Cristo vince. La nostra liberazione e redenzione, Cristo vince. La nostra vittoria, Cristo vince. La nostra armatura, Cristo conquista. Il nostro muro inespugnabile, Cristo vince. La nostra difesa ed esaltazione, Cristo vince. La nostra luce, via e vita, Cristo vince. Solo a lui sia il comando, la gloria e il potere attraverso secoli immortali. Amen. Solo per lui essere vigore, forza e vittoria in tutte le età. Amen. Solo a lui sii onore, lode e giubilo attraverso infinite epoche. Amen
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3.  Il suo ritorno in Sicilia e la morte a Catania

Approfittò del suo primo incontro con Onorio III per ribadire le vecchie richieste nei confronti di Andrea d'Ungheria, una volta suo cognato. Richieste che riguardavano la restituzione del suo dotario ungherese e che Costanza sperava di rendere più incisive attraverso la parola del papa. A Roma Costanza intervenne presso il pontefice anche a favore del preposito Ottone di Aquisgrana, membro della cappella di corte. Dopo l'incoronazione l'imperatrice si recò, passando per Montecassino, a Sessa, dove si trattenne per cinque settimane prima di ricongiungersi nel gennaio del 1221 a Capua con l'imperatore che accompagnò durante il viaggio attraverso la Puglia e la Calabria ed infine in Sicilia. Nell'aprile del 1221 intervenne a Taranto a favore dell'Ordine teutonico che allora ricevette molti privilegi. Dopo il ritorno in Sicilia si adoperò nel novembre del 1221 presso Onorio III a favore della Chiesa di Monreale che soffriva delle conseguenze dei disordini provocati dai Saraceni. Quando Federico II nel gennaio del 1222 ritornò in terraferma, Costanza rimase nell'isola. Trovandosi a Catania, nel febbraio del 1222,  dispose il trasferimento del monastero di S. Domenico nella città di Siracusa e predispose i mezzi per la nuova costruzione.

Siracusa – Monastero di San Domenico

Chiesa e Convento Reale di San Domenico – Siracusa


Dopo il suo ritorno in Sicilia, alla fine di maggio 1222, Federico II fu completamente assorbito dall'assedio dei Saraceni a Iato e così non rivide più la moglie, la quale morì il 23 giugno 1222 a Catania.
Non aveva ancora quarant’anni e non si hanno notizie sulla causa della sua morte. Probabilmente fu colpita da una grande malattia, forse un contagio di natura infettiva durante i suoi viaggi. 

Le sue spoglie furono sepolte nel luglio 1222 nel duomo di Palermo, in un sarcofago di marmo antico, posto accanto ai sarcofaghi di porfido in cui riposano le spoglie di Ruggero II, di Enrico VI e di sua moglie Costanza.  La sua sepoltura è addossata alla parete destra della Cappella Reale. Il suo sarcofago non è in porfido rosso ma nel più diffuso marmo Proconnesio le cui cave si trovano in Turchia presso il Mar di Marmara. È un sarcofago romano con bassorilievo di una piacevole scena di caccia.



4.      Il Mondo di Costanza

 Quando Costanza d’Aragona giunse in Sicilia nel 1209, era una donna di venticinque anni con tante esperienze di vita. Era stata sposata con un re, aveva avuto un figlio, aveva regnato in uno Stato lontano, dalla lingua, dalle tradizioni e dal clima della sua Catalogna. Rimase vedova ,, lottò per difendere i diritti del figlio dalle pretese del cognato e fu costretta alla fuga. Perse anche il piccolo figlio di appena quattro/cinque anni e ritornò dalla cara madre Sancha di Castiglia. Vissero per cinque anni , era presente anche la sorella Dona Dolce, in un monastero giovannita che la madre aveva fatto costruire..
Una vita difficile… drammatica.
Tra questa giovane donna, tanto provata dalle esperienze, e l’adolescente Federico II, appena uscito da un infanzia altrettanto dura con la morte del padre e della madre per essere affidato alla guida del papa e comunque di persone estranee alla sua vita, nacque un affetto profondo e reciproco.
Sull’aspetto di Costanza non si sa molto. Nella ricognizione della sua tomba effettuata nel 1781,  il corpo dell’Imperatrice era ridotto a “nudo scheletro…. Il teschio era coperto di cuffia. … alla quale nel disfarsi del capo si erano attaccati lunghi capelli di colore biondo….”.
I capelli biondi, lunghi, un aspetto decisamente romantico…
Il corpo dell’Imperatrice era avvolto..”in una lacera veste di color cremisi, all’estremità adorna di alcuni fregi ricamati o tessuti con piccole perle e laminette sottilissime d’oro, per il disegno e più per l’esecuzione bellissimi”.
Nella tomba, insieme ad un ricco corredo di gioielli, alcuni dei quali purtroppo perduti…. fu rinvenuta la famosa corona detta “di Costanza”.
Una “Corona” un oggetto straordinario di tipo bizantino detto “kamelaukion” (una cuffia fatta di tessuto, oro, rame e pietre preziose completata da due lunghi pendagli laterali”.
La “corona” fu deposta nella tomba da Federico.. un piccolo omaggio alla donna che era stata incoronata insieme a lui da papa Onorio III,,, per renderla immortale e fare di lei un icona per eccellenza della monarchia siciliana.
Un gesto  che dimostra il privilegio, molto raro per una regina, di essere amata.
L’esperienza politica ed umana di Costanza fu importante e fondamentale per Federico II, il futuro imperatore, per abbandonare l’adolescenza ed assumere in pieno la sovranità del regno e prendere il volo vero l’impero che faranno di lui il “Stupor mundi”.
(Nel corso della storia ci sono stati innumerevoli personaggi le cui gesta sono state raccontate anche con enfasi e atteggiamenti di parte lasciando i presupposti dell’obiettività. Nessuno ha però avuto un impatto così forte da modificare il corso degli eventi e incidere sulle sorti del mondo nella sua totalità come Federico II di Svevia.
La sua vera forza era l’onestà e la purezza d’animo che lo hanno portato ad incidere fortemente sullo sviluppo della cultura nel suo tempo. L’importanza della sua figura è ancora oggi più incredibile se la si confronta con quella dei politici contemporanei.  Il merito fu anche di Costanza d’Aragona).
Purtroppo il ricordo di Costanza d’Aragona è sbiadito nella Storia della Nazione Sicilia forse per l’omonimia con la suocera (Costanza d’Altavilla). Un ricordo sfuggente tanto che la stessa “corona” viene spesso attribuita alla suocera.
Il turista attento riesce a notare nella visita della Cattedrale di Palermo, nella Cappella Reale, la presenza dei grandi sepolcri in porfido che racchiudono le spoglie di Ruggero II, di Enrico VI e della moglie Costanza d’Altavilla, e dello stesso Federico II. Sepolcri sovrastati da sontuosi baldacchini con  colonne di porfido, marmi e mosaici. Ma l’attenzione del turista è attratta dalla presenza di un antico sarcofago di marmo bianco con una bellissima scena di caccia in bassorilievo: la tomba di Costanza d’Aragona.
Sul sarcofago una frase voluta dallo stesso Federico II, come riportano le cronache in lacrime..,
Una frase scandita da due versi.. poche parole:
Sicaniae regina fui, Constantia coniunx, augusta,
hic habito nunc, Federice, tua

Il sarcofago di  marmo bianco  contrasta con il rosso scuro del porfido delle grande tombe ma la sua raffinata bellezza che lo rende così diverso dalle tombe maestose che gli stano vicino; la commovente sincerità dei versi latini, che vi sono impressi, resi ancora più vivi e delicati con quelle due parole “Federice, tua”, simboli di una grande intimità, non possono non colpire il visitatore, che percepirà il senso di una donna che fu amata.
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Castello di Wimpfen, Valle del Neckar
Marzo 1220
Un inverno duro con le campagne ammantate di neve, i fiumi e laghi gelati mentre la navigazione sul Neckar e sulla Mosella era pericolosa a causa della presenza di grossi banchi di ghiaccio. Anche i contadini dei villaggi non ricordavano un inverno così duro. Solo il fiume Reno riusciva a scorrere verso il mare.
La strade erano naturalmente impraticabili ed era necessario revocare una Dieta a Spira (posta sul Reno, ad ovest di Wimpfen  da cui dista circa 37 miglia).
La Dieta si sarebbe svolta nel castello di Heidelberg distante 15 miglia da Spira ?


Castello di Heidelberg


Il  tempo non dava tregua perché “nuvole nere ricoprivano il cielo sopra Wimpfen e scatenavano furiose tormente che riempivano le corti del castello di neve”.


Nello studio Federico II stava scrivendo curvo sulle pergamene. Nella stanza il silenzio rotto dal crepitio del fuoco nel camino.
Lasciò per un attimo le sue pergamene e soffiò sulle fredde dita. Nonostante le imposte chiuse e i ceppi che bruciavano, vedeva il proprio alito condensarsi. Le pareti emanavano un freddo pungente nonostante gli arazzi  appesi che dovevano contrastarlo.
Entrò Costanza.. il suo passo era silenzioso per le pelli d’orso che coprivano il pavimento.
Che inverno” sospirò con una smorfia, togliendosi il cappuccio del mantello foderato di pelliccia.
Si avvicinò con dolcezza a Federico..
“A che cosa lavorate ?” …
Sul tavolo erano sparsi rotoli e fogli di pergamena. Alcuni  erano disegni ad inchiostro. Uno di questi rappresentava una doppia torre con un porta ad arco nel mezzo del muro che le congiungeva.
Costanza lo prese e cominciò a studiarlo.
E’ magnifica. Ma dove la farete costruire ? I castelli di vostro nonno sono già splendidi. Non vorrete far ingelosire i principi, vero ?”
Costanza aveva ragione. C’era una notevole differenza tra gli eleganti palazzi in stile italiano costruiti da suo nonno, come Hagenau, Goslar e Wimpfen e i tozzi castelli dei nobili tedeschi. Non era conveniente inasprirli. Ma non era quella la sua intenzione.
Federico si sistemò la coperta di pelliccia sulle ginocchia per coprire i mattoni caldi sui quali appoggiava i piedi e  si rivolse a Costanza.
“Venite a sedervi” disse, battendo sul posto accanto a sé.. “Ve ne mostro qualcuno”.
Costanza rimaneva sempre più stupita a mano a mano che il marito le passava le pergamene con schizzi di statue marmoree, di fregi, di architravi, di contrafforti e di un colonnato in stile antico.
Alcuni raffiguravano doccioni, altri meravigliosi realistici animali quali orsi, leoni e scoiattoli da scolpire nella pietra. Uno in particolare, un’aquila in volo con una lepre tra gli artigli sembrava incredibilmente vero.
“Sono di Norbert da Colonia ?”  domandò Costanza.
“La Torre sì. Gli altri, come quest’aquila, sono miei” rispose Federico.
“L’avete disegnata voi ? Sembra viva!”
“Ho imparato molto da Norbert. Quell’ometto fa meraviglie con un pezzo di carboncino. Con pochi tratti sa creare un’opera d’arte. E le proporzioni sono quasi sempre giuste fin dal primo abbozzo. Trovo riposante passare le lunghe notti d’inverno a disegnare”.

I disegni di Federico II di Svevia nel suo
De arte venandi cum avibus




Miniatura del “De Arte Venandi cun Avibus”
Federico II di Svevia regge sul pugno sinistro guantato un falcone mentre con la mano destra
assume il tipici gesto di chi insegna
(Foto Biblioteca Universitaria di Bologna)

Miniatura del “De Arte Venandi cun Avibus”
Un girifalco (anticamente detto “gerfalco”) sovrasta una gru appena catturata.
Il Girifalco sarebbe il Falco rusticolus Linnaeus
(Foto Biblioteca Universitaria di Bologna)



Costanza sorrise. Certamente non tutte le sue notti erano occupate in quegli innocenti passatempi, l’immagine di Federico che disegnava fino a tarda ora, tutto solo in quella stanza della torre, era accattivante nella sua assurdità. Ideare costruzioni ed elementi decorativi era di competenza di umili artigiani. Federico aveva molti interessi che avrebbero scandalizzato alcuni dei suoi sudditi, se ne fossero stati a conoscenza.

Un giorno Costanza s’era persa nel giardino di Hagenau e sentendo la voce di Federico l’aveva trovato nella polverosa bottega dello scalpellino, vicino alle stalle, chino a guardare da sopra la spalla di Norbert.

Castello di Hagenau


Foresta magica di Hagenau

L’ometto calvo aveva in mano uno scalpello e con l’altra mostrava a Federico un’angolazione particolare da dare all’attrezzo sulla pietra. Entrambi erano coperti di polvere bianca, con capelli e sopracciglia che sembravano passati nella ferina.
Costanza osservò il tavolo da lavoro e la sua attenzione fu attirata dall’intestazione del lungo rotolo sul quale il marito stava lavorando. Cominciò a leggere, sempre più sorpresa.
Era un nuovo editto per la Sicilia, contenente ordinanze per la creazione e l’approvvigionamento di una flotta. Alcuni feudatari e città dovevano fornire legname o denaro per costruire ed attrezzare le navi. Altri avrebbero fornito quote regolari di marinai.
“Seguiva una lista di città e di vassalli elencati per nome, con annotazioni di pugno di Federico che indicavano se era probabile che i tributi venissero versati in modo pacifico oppure quanta resistenza bisognasse aspettarsi. Accanto a qualcuno si leggeva l’appunto “Richiede la mia presenza””.
“Ecco cosa faceva la sera, quando si chiudeva nello studio con i suoi segretari. Sin dai primi tempi della permanenza in Germania era sempre esistita, nel massimo riserbo, quella che in pratica era una Cancelleria separata che si occupava di affari siciliani, diretta da Berardo e sotto il controllo di Federico”…..”ma Costanza non aveva mai saputo fino a che punto lui pianificasse meticolosamente il futuro della Sicilia”.

“Quando tornerete in Sicilia?”, chiese Costanza. Aveva quella domanda in mente fin dal giorno in cui era partito con la nave da Messina. Ora, sette anni dopo, riuscì a porgergli quella domanda.
“Bè, dopo l’incoronazione”.
Replico Costanza: “Non intendevo questo. So che ci andrete prima d’imbarcarvi per la Palestina. Quello che volevo dire è: risiederete mai nuovamente in Sicilia ? E’ impossibile governare la Sicilia e l’Impero da qui, anche con i migliori funzionari. Le distanze sono troppo grandi”.
Costanza aveva ragione e quelle piccole frase, molto sintetiche, nascondevano delle verità e Federico teneva molto ai consigli della moglie.
Federico intrecciò le mani dietro la schiena …”Augusto governava un Impero assai più vasto da Roma”.
“E dove sarà la vostra Roma?”.
Lui prese il disegno della doppia torre e rispose, battendoci sopra il dito: “Un giorno questa porta sorgerà nel cuore dell’Impero”.
“Ma dove ?”,  replicò Costanza.
Le sorrise. “Non lo so ancora, ma vi prometto che quando deciderò, lo dirò a voi per prima”.
Federico riusciva ad essere riservato in modo esasperante.
Costanza fissò le fiamme guizzanti. Mancavano otto mesi all’incoronazione a Roma, fissata per novembre. Otto mesi entro i quali fare eleggere Enrico, suo figlio, re di Germania.
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5. Il sarcofago di Costanza d’Aragona nella Cattedrale di Palermo






Il sarcofago di Costanza d’Aragona


Il sarcofago, incastrato nel muro, presenta le seguenti dimensioni: lunghezza 2,14 m e l’altezza 0,70 m.

La provenienza è ignota mentre lo stato di conservazione è discreto. I volti sono in parte abrasi e qualche arto delle figure è spezzato. Il marmo del coperchio è diverso da quello della cassa. Sarà stato adattato in epoca posteriore forse quando il sarcofago, che è di epoca romana, fu riadoperato per accogliere le spoglie di Costanza d’Aragona.
Il coperchio è a doppio spiovente con tetto a squame e quattro acroteri agli angoli molto rozzi, su uno di essi, quello anteriore sinistro, è incisa la data ed il luogo di morte dell’imperatrice Costanza. Un’altra iscrizione riferentesi a Costanza è incisa sulla fronte del coperchio.


Sulla fronte del sarcofago è scolpita ad alto rilievo una scena di caccia.
all’estremità sinistra una fronda di albero dà il senso del paesaggio. Subito dopo un gruppo di quattro animali: un cervo che viene azzannato da un leone, un bovino ed uno struzzo. Un cacciatore vestito di corta tunica e mantello sorretto da una borchia sulla spalla destra, con asta, dirigendosi verso sinistra, interviene nella scena. Verso destra si dirige invece, quasi di corsa, con le vesti svolazzanti, un’altra figura. Davanti ad essa, al centro di tutta la scena, un cavaliere si lancia con un cavallo al galoppo verso destra, tenendo però lo sguardo volto a sinistra, verso la figura centrale. Alla estremità un altro gruppo di tre animali, un cervo che fugge, un cinghiale che sta per morire e che forse sta per essere finito da un cacciatore (manca a questo personaggio il braccio destro e perciò non si può stabilire con esattezza che cosa facesse con l’arto mancante) e un cane che s’avventa anch’esso contro il cinghiale. Un ramo d’albero chiude la scena pure da questo lato”.
“Tutte le figure hanno calzari di tipo greco, le ένόϱομίδεζ, strettamente aderenti al piede. Solo l’ultima figura a destra è priva di calzari ed ha le vesti lunghe fino ai malleoli secondo il tipico costume dei barbari. La lavorazione, se pure non può dirsi accurata, non si può nemmeno considerare priva di una certa ricercatezza. La scena è viva, animata, gli animali sono resi meglio delle figure umane”.
“Riproduzioni di scene generiche di caccia s’incontrano spesso nei sarcofagi romani”.
Una scena simile si trova su un sarcofago risalente al III secolo d.C. trovato nelle catacombe di Pretestato che riproduce una scena simile. Il sarcofago di Costanza potrebbe essere assegnato ad un’età più tarda, verso la prima metà del IV secolo. A questo periodo si richiama, in modo particolare. L’acconciatura dei capelli delle varie figure dato che i visi sono tutti abrasi e non consentono osservazioni più precise di carattere stilistico”.

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6. La Corona di Costanza d’Aragona - La riproduzione della Corona, opera di Katia Foti, nel Museo dell’Abito Medievale  di Montalbano Elicona (Messina);



Con un gesto di grande rispetto, Federico II fece deporre nella tomba di Costanza la  corona della moglie. Il sarcofago fu aperto nel 1491 e nel 1781.
Quando nel 1491 si iniziarono le prime indagini ufficiali sulle tombe reali della Cattedrale di Palermo, il sarcofago venne trovato, fu aperto e dentro vi era ancora la corona. E’ questo un aspetto importante perché dimostra che contrariamente a quanto si supponeva, come per altri casi simili, la tomba non fu mai trafugata o aperta da alcuno.
 Nel corso dei lavori per la trasformazione del duomo di Palermo negli ultimi due decenni del secolo XVIII, il sepolcro di Costanza fu trasferito insieme con le altre tombe dal cimitero regale in una cappella laterale.
La corona fu tolta dal sarcofago nel 1781 e da allora viene conservata nel tesoro del Duomo di Palermo.


Francesco Daniele nel suo “I regali sepolcri del Duomo di Palermo riconosciuti e illustrati” del 1784 cita:

“Inditi. MCCCCLXXXXL Fu apertu hi monumentu di marmora, chi è in lu locu, unni stannu li quattru monumenti di porfidi; in hi quali fu trovatu unu scrignu firratu, intra lu quali chi fu truvata una patena di ramu, supra unu pannu di oru, subtu la quali chi era un corpu mortu, in la quali patena lu epitaphiu Hoc efì corpus. In testa di lu quali corpu chi fu truvata una coppula tutta guarnuta di petri preciuse, perni grossì e minuti, e piagi di oru massizzu e un cullaru di oru cum petri preciusi, li quali joyi foru livati e purtati in lu thesauru di la majuri Panurtnitana ecclesia” (I regali sepolcri del Duomo di Palermo riconosciuti e illustrati di Francesco Daniele, 1784. Pp. 84-85)
 

Si tratta di una descrizione della corona definita come in rame ed oro e tempestata di gemme preziose. Fu  una descrizione generica e fatta probabilmente sulle prime fonti del XV secolo e che documenti successivi, specie quelli redatti in occasione della seconda indagine del 1781, contraddicono aggiungendo invece dei dettagli non indifferenti riguardanti anche gli altri gioielli presenti nel sarcofago e tutt’ora custoditi nel Tesoro della Cattedrale di Palermo. Stando alle fonti e ai vari autori che parlarono di questa corona, tra i più recenti si ricorda la ricerca di Claudia Guastalla che riportò un restauro alla corona, avvenuto probabilmente prima del Novecento, e che avrebbe dato alla corona stessa l’aspetto attuale.
Il restauro fu documentato dal Bock e sarebbe avvenuto nel 1848. Da allora non sono riportate più modifiche alla corona se non per modificarne il rivestimento interno, durante il deposito in Vaticano, per proteggerla durante il primo conflitto mondiale.

Da quanto riportano le fonti storiche dell’epoca e quelle successive, durante l’esplorazione dei sarcofagi reali, sembra che forse la corona in origine non era propriamente di Costanza  ma presumibilmente di Federico. Alcuni come Lipinsky, sostennero che Federico prese la corona maschile normanna per sé e si sarebbe trattato del Kamelaukion (Camaleuco) bizantino portato da Ruggero II alla fine del XII secolo. In effetti la corona somiglia molto ad esemplari raffigurati nei mosaici bizantini cristiani, tra cui quelli del Duomo di Monreale (Palermo) e quelli della Martorana a Palermo, e anche in mosaici di epoche precedenti presenti nel Nord Italia che rappresentano corone con i due caratteristici pendenti ai lati. Altri sostengono che la corona fosse quella della madre di Federico, passata a Costanza al momento dell’incoronazione. Nella Enciclopedia Federiciana a proposito del Tesoro Imperiale si parlò in più occasioni di una corona della quale erano a sua volta dubbie le origini. Già dal 1248, quando Federico II assediò Parma, si iniziò a parlare, tra gli oggetti preziosi depredati ai difensori della città di Parma, di una corona d'oro dell'imperatore: era ornata di pietre preziose e perle e nella descrizione dell'inventario si parlò anche di "multas habens ymagines fabrefactas et elevatas". Infine si ha notizia di una corona appartenente all'eredità di Federico II che re Enrico III d'Inghilterra desiderava acquistare per suo figlio Edmondo ‒ in quanto pretendente al trono del Regno di Sicilia ‒ e che era giunta in possesso di finanziatori genovesi. Altre fonti ancora parlano poi di una corona appartenuta niente meno che a Santa Elisabetta di Turingia, ma è improbabile che si tratti dello stesso oggetto.

“Un tempo l'idea che Federico II possedesse immensi tesori e che, soprattutto, questi superassero largamente quanto era consueto a nord delle Alpi, si fondava sullo splendore esteriore che caratterizzava l'imperatore ‒ da lui coltivato con piena consapevolezza ‒, che si estendeva perfino al folto seguito di cui si circondava nelle apparizioni pubbliche e allo stuolo di animali che, a quanto sembra, non mancavano mai nei suoi cortei. Nemmeno quand'era in guerra, per esempio durante l'assedio di Parma nel 1248, Federico rinunciò a questo sfarzo. Naturalmente quest'attitudine era connessa allo splendore della corte siciliana in cui si rifletteva il fasto dei sovrani bizantini e fatimidi. La seconda circostanza che palesemente suscitò un'impressione straordinaria fu la necessità di utilizzare non meno di centocinquanta bestie da soma per il trasporto del tesoro che Enrico VI (padre di Federico II), dopo la conquista di Palermo, fece trasferire nel 1195 al castello imperiale di Trifels in Germania, e si trattava solo di una parte del tesoro regale. Infatti, non molto tempo dopo, l'imperatore ricevette la notizia che dietro una porta segreta era stato ritrovato anche il tesoro di Ruggero II. Una parte di esso fu donata alle chiese, come nel caso delle due corone bizantine destinate a S. Michele di Bamberga, il cui aspetto ci è noto soltanto grazie alle incisioni e alle descrizioni settecentesche. Alcune delle stoffe preziose prodotte dalla stessa officina, come la fodera del manto regale di Ruggero II, provengono dalle ricchezze di cui Enrico VI riuscì a impadronirsi in Sicilia. Federico II ricevette senz'altro una cospicua eredità della quale fece anche uso, come nel caso degli abiti siciliani appartenenti al tesoro imperiale. L'imperatore, da parte sua, incrementò notevolmente questo tesoro”.  Possediamo alcune notizie episodiche sugli oggetti preziosi in possesso di Federico II che purtroppo non possono essere identificati con quelli che sono giunti fino a noi. È possibile riconoscere solo le parti siciliane del Tesoro Imperiale.
La fattura della corona rinvenuta nel sarcofago di Costanza è tale che più studiosi hanno ipotizzato che non fu realizzata per il corredo funebre – molto diverso in generale, per tradizione, rispetto a quello imperiale d’oltralpe – e non fu fatta fare in Germania, ma a Palermo presumibilmente da maestri orafi e artigiani siciliani.
Gli esperti non hanno però escluso una collaborazione tra artigiani siciliani e quelli tedeschi della corte imperiale di Federico II.
Infine, gli esperti hanno anche supposto che la realizzazione della corona in epoca normanna, verso la fine del XII secolo, tra gli anni ’70 e ’80.

Descrizione della corona
La corona originale è di forma emisferica e inizialmente realizzata con un telaio in rame che le dava rigidità, specie alle parti in tessuto che erano di seta e ricamate con pietre preziose. Il telaio interno in rame fu rimosso in quanto era talmente ossidato da aver rovinato il tessuto. Fu sostituito con una imbottitura. La corona è circondata da tre galloni: uno alla base e due trasversali nella parte sferica che formano quattro spicchi. Tutti e tre i galloni sono arricchiti da lamine in oro e smalti, delimitati da perle grezze. Sono inoltre presenti, tra una lamina e l’altra delle pietre incastonate. Una pietra incastonata si trova anche nel punto di intersezione dei due galloni trasversali. La corona è poi ornata anche con altre pietre preziose tra cui rubini e zaffiri. Sotto alla fascia che circonda la base della corona si trova un altro gallone in oro sul quale sono stati incastonati dei turchesi. Infine, i due pendenti laterali (infula o pendilia) sono in oro, di forma triangolare e sono ornati con smalti e granati.
La corona in un disegno del 1784


La riproduzione della Corona
La riproduzione della corona è stata realizzata interamente a mano, con metodi artigianali, da Katia Foti, autrice dei costumi nuziali di Eleonora d’Angiò e Federico III d’Aragona, che sono esposti nel Museo dell’Abito Medievale di Montalbano Elicona (Me). Si tratta di un lavoro lunghissimo durato ben sei mesi. La corona è fedele in tutto e per tutto all’originale. La struttura portante è in rame sulla quale sono stati fatti tanti buchini per poter cucire tutte le perle e perline con ago e filo. L'interno invece è foderato in seta color ocra. Infine, i pendenti laterali sono composti da lastrine di rame tagliate a mano e bucate con chiodo e martello per poter cucire i decori. Il tutto è stato poi invecchiato con smalti e colori vari sia per la forma sia per il tipo di lavorazione. Le pietre invece non sono vere, ma sintetiche


una parte degli abiti medievali creati da Katia Foti

 Federico III d’Aragona ed Eleonora D’Angiò
(abiti creati da Katia Foti)

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7. La tragica fine del figlio di Costanza, Enrico VII di Germania -  Le varie prigioni – il fantasma della moglie  - Il suo sarcofago, con rilievo della “Caccia al cinghiale calidonio”, nel Duomo di Cosenza – La vera causa della morte di Enrico VII:  “lebbra lepromatosa”;


Enrico VII-  Miniatura Medievale della Chronica Sancti Pantaleonis



Il figlio di Costanza e Federico II, Enrico VII fu colpito da un atroce destino…
Nato a Palermo nel 1211, all’età di un anno era stato incoronato Re di Sicilia. Al titolo di reggente di Sicilia si aggiunse nel 1220, all’età di 9 anni, il titolo di re di Germania sotto la tutela  dell’arcivescovo di Colonia, Engeberto di Berg, a cui spettava la nomina Imperiale. Fu incoronato nel 1222 cioè nello stesso anno in cui morì la madre Costanza d’Aragona, 
Enrico, ancora quattordicenne sposò la ventunenne Margherita d’Austria  da cui ebbe due figli: Federico ed Enrico.  Per volere del padre visse in Germania in una corte feudale ricca di intrighi e lontano quindi dalla sua famiglia. La lontananza dalla famiglia, in particolare dalla madre, creò nel giovane ragazzo uno spirito ribelle che si manifestò con un odio lacerante e profondo nei confronti del padre responsabile della sua condotta di vita. L’odio verso il padre favorì l’aristocrazia tedesca che tramava contro il regime imperialistico di Federico II. Nel 1232 fu chiamato al cospetto del padre, ad Aquileia dove era in programma una Dieta, per essere richiamato al rispetto e all’ordine.
Questa volta Enrico VII  non venne meno all’ordine ricevuto dal padre e, dopo aver alloggiato a Cividale, con il suo esercito si recò ad Aquileia.
L’Imperatore rimproverò il figlio perché responsabile della precaria situazione politica in Germania dove i feudatari erano i veri padroni del potere tedesco.
Al giovane sovrano mancava l’esperienza e soprattutto la capacità di governo del padre e i tentativi di Enrico VII di legare a sé alcune classi sociali, come la borghesia mercantile e gli impiegati dei ministeri, furono inutili
La tensione tra padre e figlio toccò toni accesi quando Enrico VII avanzò al padre la richiesta di divorzio dalla moglie Margherita d’Austria per contrarre un nuovo matrimonio con Agnese di Boemia, una donna molto più giovane e piacente. Federico II rigettò la richiesta di divorzio avanzata dal figlio. I due ebbero un chiarimento e Federico II accettò la richiesta del figlio di spostare la Dieta a Cividale.
A Cividale Enrico VII s’impegnò pubblicamente ad osservare gli ordini del padre e soprattutto a controllare il comportamento dei principi tedeschi. Sottoscrisse un giuramento e l’imperatore pretese dagli stessi principi tedeschi, suoi sudditi,  “che lo considerassero ribelle e traditore s’egli avesse infranto il giuramento prestato”.
Federico II fece anche recapitare al pontefice (Gregorio IX) una lettera con la quale “invocava la scomunica per il figlio Enrico se egli avesse infranto il giuramento fatto a Cividale”.

Un incontro che probabilmente acuì l’odio verso il padre perché al suo ritorno in Germania il giovane Enrico riprese la sua azione ribelle contro il padre e i principi germanici con atti di ostilità.
Intervenne anche il papa Gregorio IX che anatemizzò Enrico VII per eresia. Eretici  che avevano trovato un ampia diffusione in Germania senza che il giovane re vi avesse posto un freno o rimedio.
 Anzi Enrico VII durante la Dieta di Francoforte del febbraio 1234  emanò delle leggi contro gli “ingiusti persecutori”. Una legge che per certi versi era giusta ed anche accettabile ma che provocò le ire del papa. Enrico VII finì con l’essere scomunicato e lo stesso papa ordinò a tutti i principi di Germania di non riconoscere più Enrico VII come re di Germania.
Uno strano comportamento quello del papa dato che aveva scomunicato a torto Enrico VII mentre autorizzava, in maniera davvero infame, l’inquisitore tedesco Corrado di Marburgo, in nome di colpe inesistenti, ad inviare al rogo migliaia di cittadini e questo non prima di averli spogliati d’ogni avere. Il giovane re non ebbe difensori, malgrado la sua innocenza, nemmeno il padre che si schierò con il papa.
La situazione diventò critica per il re quando il Capitolo del Duomo gli si rivolse contro per la nomina di un suo amico a vescovo di Ratisbona. La questione fu risolta da Federico II che dichiarò nulla l’elezione ed il papa, sempre attento “alla sua cristianità” , dichiarò decaduto l’eletto.
Un comportamento simile ebbe Enrico VII nei confronti dei cittadini di Verdun che avevano eletto un vescovo.
La vita politica di Enrico VII s’arricchì di ripetute insensate decisioni che favorivano il gioco della nobiltà tedesca che mirava a strappargli le franchigie ed altri privilegi tra cui lo “Statutum in favorem principum”, mai concessi da Federico II per evitare una diminuzione del potere regale ed un ritorno al feudalesimo.

Tra padre e figlio c’era un rapporto conflittuale basato anche su una diversa concezione dello Stato. Federico II riteneva che la gestione dello Stato dovesse andare ben oltre gli interessi nazionali ed assumere una dimensione sovranazionale imperiale. Enrico VII favoriva invece gli interessi germanici nella convinzione che l’avvenire della dinastia fosse legata alla terra d’origine.

La caduta di Enrico VII da una miniatura medievale francese

Per la precaria situazione politica al limite quasi dell’anarchia,  Federico II dovette ritornare in Germania dal 1235 al 1237 per  contrastare le insistenti richieste e le continue ribellioni di principi e città. Enrico VII non era ormai in grado di fermare le ostilità e i disordini. La sua politica toccò l’apice nel dicembre del 1234 quando, all’insaputa del padre, aprì le trattative di pace con i Lombardi, con la Lega Lombarda, eterni nemici degli Svevi.
 Un passo azzardato dove il re passò dall’immaturità politica al gravissimo tradimento.
La Sicilia  fu colpita da questa grave crisi politica in Germania perché ingenti risorse finanziarie siciliane passarono in Germania per ottenere l’appoggio dei principi tedeschi alla politica imperiale. Fiumi di denaro partivano dalla povera terra di Sicilia per fare più forte la nobiltà germanica, sempre pronta a vendersi al migliore offerente.
Federico II conosceva benissimo i principi e i loro principi ed utilizzò questa politica per spostare sulle sue posizioni intere città che in pochissimo tempo, come per un miracolo, diventarono alleate dell’Imperatore.
L’Imperatore partì all’inizio di maggio del 1235, senza un grosso contingente militare, alla volta della Germania fermandosi a Rimini. A Cividale si congiunse con l’aristocrazia tedesca che l’aspettava ed  evitò di passare dai territori lombardi. Arrivò a Ratisbona senza alcun problema anche perché i Lombardi restarono chiusi nei loro territori grazie all’intervento d’Ezzelino da Romano che vietò a chiunque l’attraversamento delle Chiuse di Verona.
Enrico VII era ormai abbandonato da tutti anche perché il papa l’aveva anatemizzato e l’unico voce fu proprio quella del papa…. un vero lestofante…. a favore di Federico II che fu appellato dallo stesso papa…”Nostro Figlio Diletto”.

Federico II per legare a sé il maggior numero possibile di nobili tedeschi chiese ed ottenne per il suo giovane figlio Corrado (IV di Hohenstaufen, nato dal matrimonio dell’ Imperatore con Jolanda di Brienne nel 1225 cioè tre anni dopo la morte della prima moglie Costanza d’Aragona), di appena sette anni, la mano della  coetanea Elisabetta figlia d’Ottone II di Baviera Wittelsbach,
In Germania Federico II non incontrerà alcuna resistenza. La sua carismatica figura, la forza numerica ed attrattiva del corteo imperiale, ricco di fascino e bellezza, e la presenza degli animali del serraglio federiciano, favorirono la sua azione militare.
Tutti i cronisti dell’epoca diedero un racconto dell’evento e tra questi l’Eberbach raccontò come “il deposto Enrico VII avesse attraversato in lungo e largo la Germania alla ricerca dei necessari fondi e mezzi militari per resistere all’azione di suo padre. nessuno, se non qualche disperato, rispose al suo richiamo. L’imperatore Federico II faceva paura a tutti”.
Rimasto solo Enrico VII si vide costretto ad affidarsi completamente alla volontà del capo dei Cavalieri Teutonici, Ermanno di Salza, inviato dall’Imperatore per la resa del figlio senza condizioni.
La consegna di Enrico VII al padre, che non vide subito, perché fu immediatamente gettato in prigione, avverrà il 2 luglio 1235 nel castello di Wimpfen.


Per  qualche giorno il giovane re resistette al padre non aderendo alla richiesta di Federico II di voler entrare in possesso del castello di Triefels (Trifels) dove erano depositate e custodite le ricchezze della Corona.

Castello di Triefels (Trifels) 


L’atteggiamento di Enrico VII valse a poco perché l’Imperatore riuscì a penetrare nella fortezza tra la gioia di tutta la popolazione.
Le città che Federico II attraversava s’aprivano in pace e la stessa Worms non oppose alcuna resistenza sebbene l’ostilità dichiarata del vescovo Landolfo, sostenitore di Enrico VII, che l’Imperatore deporrà spogliandolo delle sue insegne episcopali.
Risolto il problema tedesco, il Sovrano stabilì di riunire per il mese di luglio l’udienza dei principi germanici, ivi compresa quella di suo figlio.
I partecipanti assistettero ad una scena tra padre e figlio dai toni drammatici.
L’odio di Federico II per suo figlio non aveva limiti. “Il giovane restò prostrato in terra on il viso solcato di lacrime, senza che il padre l’invitasse ad alzarsi. Nessuna parola di pietà o di conforto uscì dalla bocca del Sovrano, che impassibile guardava il figlio piangente”.
“L’Imperatore, indifferente al dolore del figlio umiliato, pretese pubblicamente che Enrico VII facesse tutti i nomi di coloro che l’avevano malconsigliato. Il giovane non ne saltò nemmeno uno, perché li scandì tutti ad uno ad uno, gettando il terrore più nero tra alcuni dei presenti”.

Federico II nella dieta di Magonza del 15 agosto 1236 ordinò la deposizione e l’arresto nella fortezza di Heidelberg.






Dopo un sommario processo, fu deposto e condannato a morte. Il padre Federico II si rese veramente protagonista di una così terribile sentenza nei confronti del figlio ? Non considerò le motivazioni che spinsero il figlio  ad assumere un atteggiamento così ostile nei confronti del padre responsabile di averlo segretato in Germania, lontano dall’affetto della madre così necessario per la crescita emozionale di qualsiasi fanciullo ?

Federico fece tramutare la condanna in carcere a vita.
Nel gennaio del 1236, lo zio di suo padre, il margravio Manfredi Lancia fu incaricato dall’Imperatore di condurre Enrico VII, passando per Venezia, prima nella fortezza di Venosa e poi nel Castello di Rocca San Felice, dove restò quattro lunghissimi anni.

Castello di Venosa (Potenza)

Castello di Rocca San Felice (Avellino)

Tra i ruderi del castello sembra che nelle notti di plenilunio si aggiri il
fantasma di Margherita d’Austria.
La donna vestita di bianco va alla ricerca dell’amato sposo piangendo per la
dura sorte toccata a lei ed  ai figli, privati del trono.
Margherita era la moglie di Enrico VII, figlio dell’Imperatore Federico II di Svevia.
Enrico VII, accusato di tradimento, venne rinchiuso nelle prigioni ai confini dell’Impero.
La sua prigionia fu una continua peregrinazione da un carcere all’altro e dalla fortezza di
Venosa fu trasferito nel carcere di Rocca San Felice dove resto circa quattro anni,
dal 1236 al 1240.
La moglie Margherita seguiva tutti gli spostamenti forzati del marito con la speranza di
vederlo e di fargli sentire la sua amorevole vicinanza.
Alla fine la donna perse le tracce del marito fino a quando non
venne informata della sua tragica fine senza specificare il luogo.
Si recò quindi a Rocca San Felice “dove fu vista girovagare attorno alle mura del
Castello  in cerca di notizie del suo amato sposo”.

Margherita d'Austria


Dal castello di Rocca San Felice il prigioniero su ordine dell’Imperatore fu “cambiato d’abiti e trasferito a Nicastro”. Due anni dopo l’Imperatore fece trasferire il figlio a Martirano dove, secondo una leggenda, il 10 febbraio 1242 morì precipitando (o fatto precipitare) con il suo cavallo in un burrone mentre altre fonti parlarono anche di avvelenamento da parte del fratellastro Corrado IV.

Statua Federico II e Castello di Nicastro (Catanzaro)



Castello di Nicastro

La prima tesi sulla fine di Enrico VII è legata al suicidio avvenuto il 12 aprile 1242 (all’età di 31 anni).
Scortato dalle guardie il prigioniero veniva condotto alla volta del vicino castello di Martirano. Il drappello percorreva una tortuosa strada di montagna. Enrico VII riuscì, fu un attimo, a sottrarsi alla vigilanza delle guardie e si gettò dal cavallo sfracellandosi in dirupo. Un’altra versione è invece leggermente diversa.
Enrico, rinchiuso nel castello di Nicastro, temendo la vendetta del padre di volerlo uccidere, riuscì a convincere alcune guardie di liberarlo. Fuggì quindi nella foresta “Caprile” di Martirano dove riuscì a trovare dei nascondigli sicuri. Alla fine fu tradito fa alcuni pastori, nuovamente arrestato, e rinchiuso nel carcere di Martirano. 

Martirano (Catanzaro) -  I resti del castello

Mentre da Martirano veniva condotto nel castello di San Marco, in provincia di Cosenza, sarebbe precipitato in un dirupo forse per disgrazia o suicidio. Molti storici accusarono Federico II della morte del figlio. Ma la versione più veritiera è legata alla fine per una grave malattia  nel Carcere di Martirano.


Il corpo del re fu trasportato nel duomo di Cosenza dal vescovo di Martirano Leone Filippo De Matera, patrizio cosentino e cancelliere del Regno.

Le sue spoglie furono collocate in un sarcofago tardo-antico. Sul fronte del sarcofago (2,11 x 0,70 x 0,57) m è raffigurata la caccia di Meleagro al cinghiale calidonio.

Duomo di Cosenza


Questo tema iconografico che, con la stessa scena di caccia al cinghiale si trova in un sarcofago custodito nel museo romano di palazzo Barberini, è ricorrente anche nell’arte sacra medievale. Basti pensare al sarcofago del III secolo d. C. che si trova nel duomo di Salerno, in cui furono rinchiuse le spoglie mortali del duca Guglielmo, principe di Salerno e nipote di Roberto il Guiscardo. Anche su questo sarcofago, sulla fronte principale, è raffigurato il mito di Meleagro con la caccia al cinghiale calidonio. Una scena  con un chiaro significato allegorico: il cinghiale devasta la vigna del Signore, ma è sconfitto e abbattuto dal coraggioso guerriero.
Nella mitologia greca il “Cinghiale di Calidone o calidonio” è un animale di straordinaria forza che appare in diversi miti come antagonista di grandi eroi.
Alla fine l’animale fu ucciso durante una straordinaria battuta di caccia organizzata dal re Onineo di Calidone.
Il cinghiale era stato inviato da Artemide a distruggere i campi di Calidone perché Oineo era  venuto meno alle offerte votive che seguivano l’eccellente raccolto. Oineo nelle sue offerte votive di ringraziamento rivolte agli dei trascurò la dea Artemide. Oineo per liberarsi del pericoloso e distruttivo animale chiese la partecipazione di quasi tutti gli eroi del mito greco, 45 eroi,  tra cui Castore e Polluce, i Cureti, Ida e Linceo, Atalanta, Teseo, Giasone,ecc….
Alla fine Meleagro riuscì a colpire con il suo giavellotto il ventre dell’animale e a dargli il colpo di grazia conficcandogli la lancia nel cuore.

La caccia di calidone in un bassorilievo romano
Conservato ad Oxford, Ashmolean Museum

Le vere cause della morte
L’incertezza sulla causa della morte di Enrico VII era dovuta alla diversa interpretazione che fu data alla frase latina “ex improvviso cadens infirmatus obiit”, riportata dalle fonti di Riccardo di San Germano, Salimbene da Parma e dal cosiddetto Anonimo Cronista Umbro. La frase tradotta letteralmente significa “cadendo improvvisamente malato, morì, ammalatosi improvvisamente, morì”; meglio ancora “indebolitosi improvvisamente, morì” e non, come era stato finora sostenuto, “cadendo da cavallo, morì”. Il cavallo nella frase proprio non c’è e non c’è nemmeno il dirupo. Si sarebbe trattato di una grave malattia non curata in carcere: anemia perniciosa o malaria (?). Quello che è comunque certo è che Enrico non fu fatto uccidere col veleno dal padre, come qualcuno aveva ipotizzato. Lo conferma anche il fatto che, dopo la ribellione del figlio, Federico II non lo volle consegnare al rogo, come pure richiedevano le sue “Costituzioni di Melfi”. Tramutò la condanna a morte in carcere a vita e, quando morì, pretese che fosse sepolto nel Duomo di Cosenza, avvolto in abiti regali e con tutti gli onori.. Ricordiamo che in una lettera dettata a Pier delle Vigne (suo segretario particolare) l’imperatore versò un profluvio di lacrime per la morte del figlio primogenito.
Un frate minore tenne l'orazione funebre commentando il versetto: "Abramo impugnò la spada per immolare il figlio a Dio".

Il 4 novembre 1998 fu svelato l’enigma sulla tragica fine di Enrico VII (di Germania), figlio di Federico II di Svevia.
Lo scienziato paleopatologo Gino Fornaciari, l’assistente tecnico Gambini e lo storico prof, Pietro De Leo dell’Università della Calabria, aprirono il sarcofago nel Duomo di Cosenza.

Il prof. Fornaciari, Direttore della Sezione di Paleopatologia dell’Università di Pisa, è noto anche per aver analizzato anche i resti di Matilde di Canossa e di papa Gregorio VII.
Il prof. Diede il responso in una dettagliata relazione nella quale tra le altre notizie scientifiche si legge che.. “ Il sarcofago romano riutilizzato conteneva un unico scheletro in parziale connessione anatomica, incompleto ed alquanto frammentato, di un individuo adulto di sesso maschile, vigoroso, deceduto fra i 30 e i 34 anni di età. Il consolidamento e il restauro delle ossa, effettuato presso il Laboratorio di Paleontologia Umana dell’Università di Pisa, diretto dal prof. Francesco Mallegni, ha permesso un accurato studio antropologico e paleopatologico. Si tratta di un individuo assai robusto, con una statura di m. 1,72, valore da considerare elevato per l’epoca, ed una struttura corporea da normolineo tendente al longilineo. Era caratterizzato dalla presenza di numerose ernie intraspongiose di Schmorl a livello del rachide dorso-lombare, espressione evidente di traumi e/o sovraccarichi ponderali nel periodo dell’adolescenza, verosimilmente per la pratica dell’equitazione, e da forti attacchi muscolari. La rotula sinistra è asimmetrica, per presenza di un abnorme sviluppo dell’apice inferiore, senza segni recenti di frattura, ma con estese reazioni periostitiche. Si tratta di lesione secondaria ad un importante trauma del ginocchio occorso in età giovanile, che comportò la frattura dell’apice rotuleo, e riparatasi poi in deformità, tale da compromettere seriamente l’andatura del soggetto. (uno strappo del tendine inferiore del quadricipite femorale). Il dato è in accordo con una delle poche caratteristiche fisiche note di Enrico VII, a cui era stato attribuito il soprannome di ‘sciancato’. Altre caratteristiche dello scheletro hanno consentito di individuare un quadro patologico caratteristico della lebbra delle estremità e in particolare del piede”.

Il prof. Fornaciari concluse la sua interessante relazione con una precisa diagnosi:
lebbra lepromatosa
Il tipo più grave e diffuso in passato e in Enrico VII era ina una fase discretamente avanzata di evoluzione, con epoca di infezione e di esordio clinico riferibile ad alcuni anni prima del decesso.  Una malattia probabilmente contratta durante i suoi spostamenti da una prigione all’altra.
Sembra che recenti studi, apparsi sulla rivista “Panorama”, dimostrerebbero che la prigionia di Enrico VII fu una prigionia “dorata” più che una carcerazione, un modo per tenerlo in isolamento.
I risultati delle indagini cliniche riferibili al decesso scagionerebbero definitivamente Federico II dall’accusa di aver ucciso o aver ordinato di uccidere il figlio. Sarebbero quindi confermate le fonti di Riccardo di San Germano, di Salimbene da Parma e l’Anonimo francescano-gioachimita dell’Umbria che sostennero la tesi della morte naturale e non quella del suicidio e comunque, erano contro la tesi della morte violenta (“ apud Martoranum naturali morte defungitur”).
Gli esami rilevarono anche l’aspetto fisico di Enrico VII…”un uomo alto circa 1,66 m e dalla struttura fisica vigorosa e dai forti attacchi muscolari”.
I ricercatori misero anche in risalto un aspetto drammatico. Lo sfiguramento fisiognomico, dovuto alla lebbra, doveva essere così acuto da spingere Enrico VII a vivere in un forzato isolamento.
Il caso di Enrico VII è importante perchè costituisce la prima diagnosi osteoarcheologica di lebbra in Italia.
Un uomo colpito dalla lebbra nel 1880

Nel XIII secolo si ebbe la maggiore diffusione della lebbra in Europa, dove diventò endemica. Trattandosi di malattia notoriamente infettiva, nel Medioevo, in Europa così come nelle altre parti del mondo, i lebbrosi erano costretti a vivere nei lebbrosari al di fuori delle città. Mentre nella religione ebraica la lebbra era associata a impurità, così non era nel cristianesimo. Infatti Baldovino IV, Crociato e re di Gerusalemme, era lebbroso. Ciò non evitò tuttavia che i lebbrosi, a causa del loro aspetto e della paura di contagio, fossero oggetto di segregazione e punizioni.  Emblematica fu la persecuzione francese del 1321 autorizzata direttamente dal Re Filippo V con l'editto di Poitiers nei confronti di quelli che venivano chiamati cagots (“bigotti”).
In ogni caso la lebbra lepromatosa era una delle forme più gravi e terribili di lebbra.

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Federico II aveva lasciato il figlio da solo in Germania, e in mani estranee, sin dall’età di cinque anni . Le colpe di non essere stato un buon re sono da addebitare ad Enrico VII o al padre che l’abbandonò al suo destino in età troppo giovane ?
Enrico VII non aveva per natura la cattiveria, la superbia e anche l’arroganza per essere un sovrano.
Tutta la vicenda fu ridotta successivamente da Federico II ad una tragica fatalità come a volersi togliere dal pensiero ogni rimorso o sospetto sulla morte del figlio. Eppure lo stesso Federico II, in uno dei suoi momenti “umani” confessava ai suoi fidati consiglieri di essersi scoperto padre dinnanzi alla morte del figlio e indirizzò il suo affetto ai suoi due nipoti..Enrico e Federico (cariores avo nepotes [...] quos in filios nostros assumpsimus et habemus et paterno amplexamur affecto) e scrivendo alla nuora Margherita d’Austria non poteva fare a meno di effettuare un paragone biblico con Davide e Assalonne  (Davide aveva raccomandato ai suoi soldati di avere riguardo della vita del figlio ribelle, ma il suo generale, Ioab, ignorò l'ordine e trafisse il cuore ad Assalonne, lo fece staccare dall'albero e finire da dieci scudieri. Davide rimase profondamente addolorato per l'uccisione di Assalonne e levò lamenti come in giorno di lutto, anziché di trionfo per la battaglia vinta).
Federico II fece avvolgere in corpo del figlio in una tunica di seta rossa trapuntata d’oro e d’argento, adorna di un’aquila ricamata in argento. Fu sepolto il re tedesco in quel Regno di Sicilia di cui aveva portato soltanto il titolo, dove era nato ed aveva trascorso i primi cinque anni della sua vita accanto alla madre Costanza D’Aragona, dove era rimasto prigioniero ed era morto.
Federico II alla fine, riprese il suo atteggiamento fiero, da Imperatore, abbandonando i suoi momenti umani e ricorderà Enrico VII, ad appena due anni dalla sua morte, come il figlio cattivo.
Un atteggiamento assunto davanti al figlio secondogenito Corrado di cui apprezzerà le virtù.
Lo esorterà a tenere in considerazione, sempre vivo nella sua memoria, il comportamento negativo del fratellastro come esempio da non seguire.
Ancora una volta Federico  II riuscì a seppellire ogni emozione umana.. la vera pietra tombale su Enrico di Svevia, il figlio ribelle…

(N.B. Nei siti internet sono presenti delle foto che riprendono le vari fasi di apertura del sarcofago di Enrico VII di Svevia nel Duomo di Cosenza.
Immagini che danno la visione dei resti scheletrici e   il relativo corredo di preziosi.. corona, scettro, ecc.
Le immagini sono relative all’apertura del sarcofago, avvenuta ad ottobre 2013, contenente le spoglie di Enrico VII di Lussemburgo e custodite nel Duomo di Pisa e non capisco come mai siano state attribuite ad Enrico VII di Svevia (compresa l’immagine del sovrano).

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8 – Dolce Tipico Siciliano: La Cassata di Costanza d'Aragona 

 


La Cassata siciliana è nota in tutto il mondo. Icona della “sicilianità”, ed espressione delle  eterogenee dominazioni che l’Isola ha subito. E’ l’apoteosi del gusto, dei colori e dei profumi. Araba, indiscutibilmente, anche per il nome ma anche Barocca e Spagnoleggiante, ci rappresenta completamente. Ma esiste una variante a tale meraviglia, diversa nella forma ma uguale nei sapori che raffigura, alla perfezione, la storia della Sicilia attraversata da grandi personalità che tanto hanno preso ma, spesso, tanto hanno donato.
Si tratta della “Cassata di Costanza d’Aragona” che viene preparata artigianalmente ,secondo un’antica ricetta che vede protagonisti ingredienti diversi e consistenze diverse, mirabilmente associati : un profumato pan di spagna ed una friabile pasta frolla custodiscono, in uno scrigno, la preziosa crema di ricotta di pecora arricchita con gocce di cioccolato, zuccata , scorze d’arancia candita.
Tutto ciò dà vita ad un dolce “regale” e magnifico le cui origini affondano all’epoca della dominazione araba con la diffusione dell’uso dello zucchero di canna e quindi antecedente alla cassata più nota.
Il dolce è composto da un piccolo Pan di Spagna, pasta frolla e crema di ricotta condita.
Ingredienti per uno stampo a cerniera da 24 cm.
- 1 Pan di Spagna
- 1\2 kg di pasta frolla
- 100 gr. di marmellata di arance o altra, a piacere
Per la crema di ricotta:
- 1\2 kg di ricotta di pecora
- 150 gr. di zucchero
- 2 cucchiai di cannella macinata
- 100 gr. di scorza d'arancia candita a pezzetti
- 100 gr. di zuccata a pezzetti
- 50 gr. di gocce di cioccolata fondente
Per la decorazione:
- ciliege candite rosse e verdi
- scorze d'arancia candita
- 1 tuorlo d'uovo diluito con 1 cucchiaio di latte
Procedimento:
- foderare la base di uno stampo a cerniera con della carta forno
- stendere metà della frolla in un disco e adagiarlo nella tortiera in modo che , anche i bordi, ne siano rivestiti
- affettare, sottilmente, il Pan di Spagna
- sulla base di frolla stendere un velo di marmellata di arance, o altra confettura
- adagiare sulla marmellata uno strato di fettine di Pan di Spagna
- stendere la crema di ricotta
- ricoprire la crema di ricotta con un altro strato di fettine di Pan di Spagna
- stendere un altro disco di frolla e ricoprire tutto sigillando bene i bordi alla base del dolce
- spennellare con un tuorlo diluito con un pò di latte
- con gli avanzi della frolla decorare il dolce , come da foto e applicare le ciliege candite e le scorzette d'arancia
- infornare a 180° per 30 minuti e , comunque, sino a che la superficie sarà dorata
- servire fredda


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