Enciclopedia delle Donne (Sesta parte) - Le Poetesse Siciliane del Risorgimento


“Le donne siciliane dei secoli passati spesso ci sorprendono.
Scivolano fuori dalle caselle stereotipate in cui per pigrizia le rinchiudiamo,
spargono attorno a loro indizi in attesa di qualcuno che sappia
raccontarne la storia”.










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Indice:
1.      Introduzione
La donna siciliana vista da Jean Pierre Houel
L’Elenco delle  Donne Siciliane del Risorgimento
Il Manifesto  del 1848 delle Donne Siciliane contro l’oppressione politica e sessista con la creazione della “dignità conforme” ovvero delle “pari opportunità”.
2.      Rosina Muzio Salvo – La Legione delle Pie Sorelle -  La collaborazione con importanti riviste pedagogiche –  Alcune pubblicazioni poetiche e letterarie. – Fu accusata con il principe Vergata di cospirazione.
3.      Giuseppina Turrisi Colonna “La Rivoluzionaria” – La sorella Anna o Annetta, pittrice. Due donne unite nella vita e nella morte, morirono a distanza di tre giorni l’una dall’altra.
4.      Letteria Montoro – Il suo romanzo storico “Maria Landini” –
5.      Concettina Ramondetta Fileti - Poetessa di grande ispirazione, dotata di grande sensibilità e di forti sentimenti patriottici.
6.      Lauretta Li Greci – la sua poesia di grande spiritualità, morì all’età di sedici anni.
7.      Mariannina Coffa – L’amore per il musicista Ascenzio Mauceri – Fu costretta a sposare il ragusano Giorgio Morana – Fu definita la “poetessa maledetta” – Morì in misera e solitudine.
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1.      Introduzione
Negli anni settanta del XVIII secolo Jean Pierre Houel, nel suo Grand Tour, incontrò a Girgenti (Agrigento) due nobili signorine che “sanno leggere e non scrivere, per evitare che segretamente possano comunicare con gli uomini”.
Negli stessi anni Patrick Brydone, viaggiatore scozzese, citò donne con maggiore  libertà nel resto d’Italia e sulle “ serali passeggiate alla marina, l’odierno Foro Italico, a luci spente per meglio favorire gli intrighi amorosi”.
Nella Sicilia  dell’Ottocento la donna aveva un posto inferiore nella società dove era emarginata, succube del marito e costretta ad occuparsi solo di faccende domestiche.
Houel riportò un avvenimento  che lo colpì a tal punto da riportarlo nel suo diario.
Il viaggiatore francese si trovava ad Adrano e alloggiò a Paternò  presso i cappuccini “qui fui ospite dei frati minori”.
“Fui ricevuto grazie all’invito di un religioso che incontrai appena arrivato ad Adernò e che mi aveva riconosciuto per avermi visto in un altro convento del suo ordine.
Questo procedimento ricorda molto l’ospitalità degli antichi, i quali alle porte della città pregavano gli stranieri di venire ad alloggiare presso di loro.
Il giorno seguente, che era una domenica, mi recai alla messa celebrata da quei bravi religiosi
(ad Adrano): vidi delle persone conciate in maniera stranissima che correvano dall’altare maggiore alle cappelle laterali, facevano profonde genuflessioni e recitavano brevi preghiere. Stupito dal loro modo di vestire e dal loro andirivieni continuo, pensai in un primo momento che dovesse trattarsi di povere disgraziate; infatti, malgrado la singolarità dell’abbigliamento, riconobbi in queste figure delle donne, che, per espiare enormi peccati, vestite da penitenti, si rivolgevano a tutti i santi per trovarne uno benevolo. Seppi invece che si trattava di una manifestazione di devozione del tutto ordinaria, in quanto quelle brave donne sono persuase che più santi si pregano tutti insieme, più si guadagnano indulgenze e aiuti dal cielo. Seppi anche che quell’abito, che mi sembrava adatto a delle penitenti, altro non era che il palandrano, cioè il mantello col cappuccio dei loro mariti, che queste donne indossavano per andare a messa, poichè marito e moglie che devono avere tutto in comune, come si sa, hanno un solo vestito per tutti e due; chi resta in casa lo presta a chi esce e la domenica se lo scambiano a turno per andare in chiesa. Mentre ero tutto intento ad osservare quelle donne, ne vidi altre tutte avvolte in un lenzuolo bianco, le cui estremità erano attaccate e passate dietro nella cintura, mentre il resto pendeva fino all’orlo della sottana e risaliva fino alla testa. Si veda la figura cinque, dove si scorgono gli angoli inferiori del lenzuolo riportati davanti e fissati alla parte ripiegata e pendente, in modo che il vento non la sollevi. È così che queste donne vanno vestite sia in chiesa, sia quando escono per sbrigare qualche commissione; cosa che non capita spesso, perchè questo popolo povero, privo di tutto e senza cognizione nè desiderio di niente, ama solo il piacere di far nulla, il “dolce far niente”, come dicono gli italiani. Nessuno di loro uscirebbe dalla sua casupola se non lo spingesse la necessità di andare a messa e di procurarsi da mangiare. Sotto il lenzuolo o il palandrano, le donne hanno di solito i piedi nudi; la stessa ragione le spinge a fare a meno delle scarpe come del vestito: la più nera miseria.
Si racconta che quando la Sicilia era governata dai baroni, qualche secolo addietro, era così povera che in alcuni luoghi, e particolarmente ad Adernò, la plebe non aveva neanche di chè coprire la sua nudità; le donne per pudore non osavano più andare in chiesa. In quel periodo divenne baronessa di Adernò una donna assai dotata di sensibilità; non potendo vestire tutte queste poverette, fece dire loro, e lo proclamo’ in un editto, che una donna che uscisse di casa avvolta nel lenzuolo del proprio letto, sarebbe considerata vestita molto decentemente; che la regina bianca, madre di San Luigi, si vestiva sempre così; che, per togliere loro ogni scrupolo, essa stessa si vestirebbe col suo lenzuolo e che da allora in poi andrebbe così abbigliata a messa e alla processione nei giorni di festa. Fece come disse e tutte le donne della sua baronia si affrettarono ad imitarla. Non c’è bisogno di dire che si tratta di una favola: chiunque cada in miseria vende le lenzuola prima ancora dei calzoni o della gonna e un popolo miserabile dorme bene anche sulla nuda paglia”.



La Sicilia diede ai moti risorgimentali numerose personalità non tutte ricordate nei libri di storia. Fra queste figure molte erano donne umili e  comuni, delle quali nessuno parla o ricorda il loro notevole impegno se non in brevi momenti culturali.
Uno dei tanti torti a danno delle donne ma anche all’oggettività della narrazione storica che è spesso manipolata senza scrupoli cancellando importanti tradizioni ed aspetti a vantaggio di comuni stereotipi spesso non rispondenti al vero.
Per un piccolo momento queste figure rivivranno, saranno ricordate grazie alla mia ricerca. Non sono uno scrittore ma una semplice persona che ama comunicare gli aspetti della mia amata Terra da cui spesso sono stato tradito. Le mie ricerche  sono tratte in parte dal mio archivio e da internet con collegamenti a biblioteche, consultazioni di libri, ecc.  Gli spunti sono poi da me assemblati in modo da dare un quadro quanto più possibile completo di ogni singolo personaggio, avvenimento storico  o luogo. Quadro che potrà essere poi ampliato da un ipotetico lettore. Sono stato accusato di copiare… naturalmente le mie ricerche sono tratte da lavori svolti da studiosi che grazie al mio studio saranno  divulgati ulteriormente evitando che si perdano nella giungla di internet. La cultura non ha prezzo e non è un monopolio.......
Scusandomi per questa piccola divagazione riporterò nella ricerca alcune figure femminili che agli ideali del Risorgimento diedero linfa, sacrifici e qualcuna anche la vita. A causa della sua condizione di donna emarginata.
“Né trastullo ne servo il nostro sesso/col forte salga a dignità conforme” 
“Basta con il vecchio e noioso titolo di bel sesso. Vogliamo uguali diritti”
diceva la giovane poetessa Giuseppina Turrisi Colonna in una frase riportata nella sua “Ode alle donne siciliane” con la quale incitava le conterranee ad un risorgimento politico e della loro condizione femminile, indicando, ed è stupefacente, il  termine di “dignità conforme” per indicare le odierne pari opportunità. Qualcuna di queste letterate partecipò anche attivamente alla resistenza antiborbonica.
Il 20 giugno 1848 un gruppo di ben 136 signore siciliane, di ogni età, si riunì presso l’abitazione, a Palermo, della Duchessa Guidolfi (un nome probabilmente di copertura) dopo aver compilato e affisso un manifesto indirizzato alle “generose donne di Sicilia” incitandole ala Risorgimento ed alla ribellione contro l’oppressione politica e sessista che le vedeva inserite nella società
“come fiori di un bel giardino”
, o “semplice ornamento della terra”
 rivendicando di essere invece
“l’anima, la vita del mondo incivilito”
e chiedendo in quella occasione di poter partecipare al voto elettorale, ben mezzo secolo prima che nascesse in Inghilterra il noto movimento delle “Suffragette”.

“Generose donne di Sicilia !
E’ sonata l’ora del nostro risorgimento !
Il 12 gennaro non fu, per noi, ma per quelli ingrati che ora ci disprezzano!
Sia questa leale protesta il guanto di disfida.
Tremito i perfidi !
La nostra voce atterrerà l’impudente loro orgoglio.
Sia uno il voto della Isola intera.
Guerra agli oppressori !
E voi, generose donne palermitane, riunitevi il 20 giugno
andante alle ore due pomeridiane nella casa della Duchessa Guidolfi.
Là sarà decisa la causa della nostra indipendenza.
Là sarà rovesciato l’impero che gli uomini esercitaron  sopra di noi.
Là accenderemo il sacro fuoco della libertà e della virtù.
Bando allo arbitrio”.

Il 16 giugno 1848, secondo la “Tribuna delle Donne”, edito a Palermo nel n. 1 del 21 giugno 1848, i manifesti si leggevano in ogni “cantonale” di Palermo.



Nel giornale ipotizzarono un parlamento composto da tre generi: maschile, femminile e neutro. Azioni ed idee che scandalizzarono il sistema sociale del tempo creando dei problemi nel governo Siciliano di Ruggero Settimo e Mariano Stabile. Entrambi i personaggi politici,  con grandi idee, furono costretti ad emarginare la singolare pubblicazione con la quale le esponenti del movimento femminile invocavano le pari opportunità e il sostegno delle esponenti dell’alta Italia. Donne che eressero a loro eroina la donna forse più emancipata del tempo, George Sand.


Non furono solo letterate o pensatrici le donne siciliane che ebbero un ruolo fondamentale nei moti risorgimentali.
E’ giusto ricordare, anche poche parole, altre donne che lasciarono la loro impronta sulla storia della Sicilia:
-          Lucia Salvo, cameriera di Siracusa che si trasferì a Palermo diventando la staffetta dei cospiratori portando, nascoste sotto l’ampia gonna, le armi per i rivoltosi:
-          Antonia Cascio, a Messina con a capo 200 popolane partecipò con coraggio ai moti del 1820, 1848 e 1860, meritandosi un bqacio da Garibaldi e salvando la vita a Francesco Crispi,,,,, morì a 108 anni;
-          Testa di Lana, una pastora che in abiti maschili, con pistole, sciabola e pugnale, alla testa di 20 uomini impegnò duramente i soldati borbonici;
-          Peppa la Cannoniera, rubò un cannone alle truppe borboniche per utilizzarlo con grande perizia contro di loro;
-          Caterina Serretta, prima donna affiliata alla Carboneria;
-          Rosa Donato, armata di cannone al sopraggiungere delle truppe nemiche, vistasi perduta, con coraggio fece esplodere tutte le munizioni riuscendo a salvare la propria vita e causando la morte di numerosi soldati borbonici;
-          Le donne di San Birillo di Catania  che misero in fuga le truppe borboniche con le sole urla, disorientandole;
-          Andreana Sardo riuscì ad evitare che i soldati borbonici incendiassero la biblioteca Universitaria di Catania;
-           Ippolita De Stefani da Santa Ninfa; Lina Oliveri da Naso; Giuseppina Bolognani di Barcellona Pozzo di Gotto; Santa di Liberto Miloro; Santa Astorina di Palermo;
-          Marianna Giacalone e Lorenza di Paola, di Marsala, che partirono con Garibaldi nel corso della seconda impresa garibaldina nel 1862;
-          La baronessa Dorotea Fardella raccolse fondi per sovvenzionare le imprese rivoluzionarie del 1860 in provincia di Trapani;
-          Angelina Damiani di Marsala  intenta a raccogliere fondi con cui sovvenzionare la discesa di Garibaldi in Sicilia nel 1860 e nel 1862;
-          Adelaide Forte Bonanno che preparò armi, munizioni, coccarde e bende per la rivolta del 7 aprile 1860;
-          Anna Scarpitta, vedova Parrinello, che nella sua casa del Cassero ospitò nel 1860 Rose Montmasson, unica donna partita da Quarto, moglie di Francesco Crispi;
-          Maria De Nigris, con il marito Vito Rodolico, rifocillò, nella sua casa dell’odierna via dei Mille, molti garibaldini appena sbarcati e fornì loro dei viveri e dei sigari.


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2. Rosina Muzio Salvo (1815 – 1866)
letterata palermitana, partecipò alle lotte risorgimentali del Sud. Fu attiva nella dissidenza antiborbonica e nella propaganda progressista che si preparava ai successivi moti risorgimentali. Partecipò ai tumulti del’48 con la sua personale esperienza di associazionismo femminile dedita alla beneficenza ed all’educazione popolare. Tutto quello che scrisse risultò  dalla critica di scarso interesse,,,,,,



Nacque a Termini Imerese (1815 – 1866) ed ebbe un ruolo importante nel periodo del Risorgimento esprimendosi nella narrativa, nella poesia e negli scritti pedagogici.
L’ambiente in cui visse era particolarmente vivace dal punto di vista politico e culturale. Il centro di Termini Imerese, posto a pochi chilometri da Palermo,  presentava un aspetto sociale molto vivace ed anche nella sua famiglia erano presenti discussioni politiche che infiammavano gli animi del tempo perché mettevano in risalto una Sicilia in condizioni economiche e sociali drammatiche tanto da essere definita
“polveriera d’Italia”.

Il padre, Giuseppe Salvo di Pietraganzili, era un tenente colonnello della “Valle di Mazzara”.
Malgrado il suo ruolo nella monarchia, non mostrò mai delle precise idee filoborboniche. Un riferimento che fu dedotto analizzando le sue amicizie tra cui spiccava quella di Nicola Palmeri che fu uno dei protagonisti della
Riforma Costituzionale del 1812.

Il padre fu sempre un punto di riferimento importante per Rosina, come dimostrano le sue dediche letterali, e alla precoce morte della madre, Giuseppina Sciarrina, il legame con il padre si fece più intenso data ancora la sua età giovanile (12 anni).
Un altro legame importante nell’ambito famigliare fu quello con il fratello, Rosario Salvo di Pietragnazilli, otto anni più giovane di lei, anche lui come Rosina animato da idee liberali. Fu un attivista della causa unitaria tanto da affrontare successivamente l’esilio e s’impegnò in studi di carattere storico.
Un bellissimo rapporto tra Rosina e Rosario che considerava e stimava la sorella per il suo importante impegno civile e da emulare nelle sue espressioni letterali. Ebbe della sorella un vero e proprio culto anche dopo la sua morte.
(Rosario raccolse i necrologi apparsi subito dopo la morte della sorella e ne curò la pubblicazione in un libro dedicato a lei “Elogi Funebri”. Molti anni dopo, in ricordo della sorella, ormai dimenticata, scrisse  un libro “Le donne della Rivoluzione – Rosina Muzio Salvo” – 1910)).
Rosina mostrò sempre per il fratello una forte preoccupazione legata al suo esilio e quindi alla condizione di fuggiasco a rischio della morte. Una paura che traspare nelle sue poesie civili dove la figura del fuggiasco era sempre presente in una Palermo dove tutte  le menti erano fuggiti oltre lo Stretto.
Furono i nonni che si occuparono all’inizio della formazione culturale della ragazza per poi affidarla ad un Istituto religioso di suore di Termini Imerese. Di questo istituto non si hanno riferimenti in merito ma sembra che sia stato uno dei Collegi di Maria molto diffusi nel territorio.
(Istituti gestiti da suore e fondati sul mutuo insegnamento. Consentivano l’istruzione alle fanciulle che sceglievano di fare un voto anche temporaneo. Le famiglie delle fanciulle pagavano una retta in base alle loro disponibilità finanziarie ed alla provenienza sociale).
La ragazza entrò subito in conflitto, per il suo carattere ribelle, con il mondo religioso.
Derideva le suore scrivendo dei piccoli versi incisi sugli stipiti della porta del collegio e fu quindi espulsa dal “monastero” dopo tre anni dal suo ingresso.
Venne quindi affidata ad una nobildonna francese, madame Chateauneuf, dalla quale imparò l’inglese ed il francese. Conoscenza delle lingue molto importante perché gli permisero di studiare la letteratura europea. Non ricevette alcun insegnamento sulle lingue classiche e sulla metrica. Anche se il processo culturale non fu completo,  raggiunse un  processo formativo valido ed in ogni caso lontano dall’analfabetismo di cui soffrivano la maggior parte delle donne siciliane.
La sua continua ricerca di cultura gli permise successivamente di colmare le lacune formative in merito ad alcune conoscenze.

Appena diciottenne sposò il barone Gioacchino Muzio Ferrero e diventò quindi baronessa Muzio Salvo e con questo nome si sarebbe firmata nelle sue espressioni letterarie. Suo marito era di circa otto anni più grande ed apparteneva ad una nobile famiglia proveniente dalla Lombardia al seguito di un certo Tommaso che acquistò alcuni feudi (Grottarossa, ecc.).  Successivamente la famiglia acquistò sempre un maggiore prestigio ricoprendo importante cariche nel Regno di Sicilia (giudice portolano, diversi Senatori di Palermo, giudice delle appellazioni in Palermo, giudice della corte pretoriana e del tribunale del Concistorio). Acquisirono  i feudi di Coscaina, Manganelli, Ioanello, ecc.).



Il marito era appena uscito da un  esperienza in seminario, interrotta per contrarre il matrimonio, che gli aveva fatto raggiungere una discreta formazione culturale.
Rosina nello studio del marito aveva a disposizione una vasta ed aggiornata biblioteca tra cui dei testi di importanti esponenti della letteratura come Foscolo, Parini ed Alfieri.
Testi che attirarono l’attenzione della scrittrice dato che si trattava di autori che erano lontani dalla formazione culturale delle donne del tempo per le loro ideologie perché inducevano al “male” e quindi censurati…
Il marito non diede molta importanza alla tipologia di letture della moglie dato che i testi, secondo la consuetudine del tempo, erano poco adatti ad una donna.
 Diverse volte chiese aiuto al marito per l’apprendimento della metrica ma ricevette sempre la medesima risposta:
“non gli sembrava di aver sposato una poetessa”.

Il barone con il suo atteggiamento ostile, tipico del tempo perché era un male sociale vedere “una donna scrivere in versi”, finì con lo spronare ulteriormente Rosina nella sua vena poetica anche se in verità non incoraggiò le sue scelte ma nemmeno le ostacolò… in definitiva non diede troppa importanza alle vocazioni letterarie della moglie.
Rosina sapeva benissimo di avere una scarsa conoscenza metrica e decise di rivolgersi ad un canonico di Termini Imerese, Agostino Giuffrè, che la indirizzò negli esercizi poetici e nello studio attento dei maggiori scrittori italiani. La scrittrice amava la lettura dell’Alfieri a tal punto che fu conquistata non solo dalla poesia civile ma anche da una forte carica di autodeterminazione  che ricorda quella del famoso scrittore astigiano.
Nei suoi scritti si manifestano chiaramente dei toni alfieriani che sono singolari per una donna del tempo.
A cavallo e da sola raggiungeva don Giuffrè per studiare versificazione. Rosina si era sposata nel 1833 e fino al 1839 la coppia risiedeva a Termini Imerese. Si trasferirono a Palermo e l’anno successivo Rosina cominciò a pubblicare le sue espressioni poetiche su alcune riviste.



Nel frattempo aveva avuto quattro gravidanze e in tre casi soffrì la perdita prematura dei figli.  Riuscì a superare il parto solo Concettina a cui Rosina si dedicò in maniera totale e che sarebbe diventata in seguito la moglie di Luigi Sampaolo, il primo biografo della scrittrice.
Il legame tra Rosina e il marito non fu un matrimonio che potremo definire felice e la loro unione non durò a lungo e nel 1843, dopo dieci anni di matrimonio e a quattro anni dal loro trasferimento a Palermo, si lasciarono. Rosina con la figlia Concettina rientrarono nella loro casa natale di Termini Imerese e le fonti non citarono il motivo della separazione. Alcune fonti indicarono una vedovanza della scrittrice che venne smentita dall’epistolario della stessa baronessa.
 (Ci sono delle lettere, successive al rientro a Termini Imerese di Rosina e della figlia, scritte al marito e catalogate nella Biblioteca comunale di Palermo. Lettere che non furono pubblicate ed è un vero peccato…).
La scrittrice non sembrò particolarmente colpita dalla separazione perché la sua vita continuò in maniera normale anzi subì un maggiore impegno culturale nella produzione artistica con collaborazioni giornalistiche e letterarie. Si recava spesso a Palermo dove frequentava ambienti e circoli intellettuali impegnati nelle lotte risorgimentali.
Malgrado questi suoi impegni non fece mai mancare l’affetto per la figlia.
La sua frequentazione degli ambienti culturali non destò scandalo, come spesso avveniva. Grazie alla sua libertà si dedicò ad azioni caritative, all’insegnamento e a varie pubblicazioni senza chiedere il relativo permesso al marito.
 Fu ammessa nel circolo di intellettuali di Palermo che frequentavano il salotto d’Albergo e che si riunivano attorno a Francesco Paolo Perez  (1812 – 92) e alla “Ruota”, un famoso foglio progressista politico  e classicista in letteratura.

Francesco Paolo Perez


La “Ruota” era una rivista  dello schieramento progressista della Sicilia. Nella redazione figuravano esponenti di cultura della Palermo del tempo: i fratelli Benedetto e Giovanni Castiglia, Emerico e Michele Amari, Francesco Paolo Perez, Pietro Lanza di Scordia, Vincenzo Errante. Erano solo alcuni dei collaboratori dell’importante rivista.
















Un momento di vita in cui la scrittrice si unì alla causa unitaria ed entrò in contatto con altre letterate che si trovavano nella capitale del Regno in un periodo vicino all’insurrezione palermitana.
Il 12 gennaio 1848 scoppiarono nell’isola i tumulti e Rosina Muzio Salvo non potè seguire gli altri membri del suo gruppo e cercò di crearsi un suo percorso personale di partecipazione.
Molti esponenti del suo gruppo culturale sposarono la ribellione rispondendo  ai proclami che erano stati pubblicati in precedenza sulla rivista.
Secondo gli storici il movimento rivoluzionario del’ 48 fu promosso in prevalenza dalla classe intellettuale e molte delle classi sociali dell’isola non parteciparono direttamente alla gestione dell’insurrezione dato che vivevano in una crisi sociale che s’era aggravata nei disordini di quei mesi e che risaliva a lunghi anni di malgoverno borbonico.
In questo clima anche la componente femminile era ai margini della scena politica, infatti l’assemblea dei rivoltosi fu eletta solo dai cittadini maschi alfabeti che avevano compiuto i 21 anni.
Eppure le donne con grande coraggio seppero organizzarsi per contribuire alla causa creando un esperienza di associazionismo femminile con la nascita della:

LA  LEGIONE DELLE PIE SORELLE

Un associazione  che univa molte donne, tra cui Rosina Muzio Salvo,  promotrici di attività rivolte alle classi povere.
Donne che diedero un contributo importantissimo nella sommossa siciliana.
Per Rosina Muzio, che fino a gennaio era stata nel gruppo degli intellettuali poi confluiti nell’assemblea della rivolta, fu una forma di partecipazione politica che si esprimeva, anche se in maniera circoscritta,  secondo modi d’agire utili alla collettività, la più bisognosa, e quindi apprezzati dalle istituzioni.

La Legione delle Pie Sorelle entrò in attività verso ottobre del’ 48 in uno momento avanzato della rivoluzione.
Un associazione di matrice religiosa, dedita ad opere di carità e in particolare all’educazione popolare.
 Era regolata da una rigida struttura interna, stabilita da un regolamento ispirato a principi democratici. Riuscì a contare ben 1.200 consorelle che erano suddivise in 12 centurie. A capi di ogni centuria c’era una direttrice mentre la guida dell’intera associazione era affidata ad un presidente generale che era affiancato da una segretaria.
Erano previsti anche una bibliotecaria, una tesoriera, una cassiera ed un cappellano.
Le cariche avevano una durata annuale e vi si accedeva grazie ad un elezione diretta.
Rosina Muzio Salvo ricopriva la carica di segretaria mentre la presidentessa era la principessa di Butera e di Scordia.
(La principessa di Butera doveva essere Eleonora Spinelli, principessa di Scalea; e moglie di Pietro Lanza Branciforte, figlio di Stefania Lanza Branciforte, principessa di Butera).
La scrittrice si occupava di redigere gli atti delle assemblee che venivano poi pubblicati sul giornale dell’organizzazione.
Decisivo nella nascita della associazione fu il cappellano, padre Antonio Lombardo.
Padre Lombardo, prima del ’48, aveva ricoperto la carica di ispettore degli asili infantili nelle “Scuole Pie” di Palermo.
Padre Lombardo  per la sua partecipazione alla rivolta abbandonò l’abito senza abbandonare il suo grande interesse per l’istruzione come testimonia il suo primo articolo che fu pubblicato sulla rivista dell’associazione. Anche gli articoli successivi evidenziarono sempre la tesi rivolta a difendere la causa dei rivoltosi.
Dai verbali delle assemblee appare  come le consorelle procedettero in maniera autonoma nel loro lavoro.
I loro obiettivi dichiarati erano:
«la pratica di ogni sociale virtù, l’applicazione della pietà cittadina; il culto della [...] suprema legge morale; e la cultura e il perfezionamento del Sesso Gentile»

Si autotassavano e raccoglievano fondi che venivano impiegati per il mantenimento di un istituto di educazione femminile per la fanciulle del popolo in difficoltà; nel sostentamento delle vedove e orfane (di preferenza per causa della “patria”); nella promozione di asili per l’infanzia e nell’acquisto di pubblicazioni utili per l’istruzione delle stesse fanciulle.
Le loro iniziative erano tipiche della beneficenza: lotterie, spettacoli teatrali e musicali, questua casa per casa, pubblicazione di una rivista.
Tutto il ricavato di questo operare andava a beneficio dell’istituzione che riuscì ad instaurare anche dei dialoghi con altri organismi urbani.
La corrispondenza tra la Rosina Muzio e la principessa di Butera fa luce su questi dialoghi con il consiglio civico, il ministro dell’istruzione e dei lavori pubblici, la “commissione per l’azienda gesuitica” che era stata prevista dal governo per la gestione dei beni della Compagnia di Gesù di Palermo che era stata sciolta tre mesi prima della costituzione della Legione.
Un lavoro prezioso per le donne della legione che furono indicate come le “donne della rivoluzione” perché aiutavano ed assistevano i feriti, prendevano cura delle loro famiglie e colmavano un assistenza sociale che risaliva al malgoverno borbonico ancora prima della rivoluzione. Si preoccuparono anche di recuperare importanti fondi per sostenere le donne di Messina che era caduta sotto le armi dei Borboni.

Le colleghe di Rosina Muzio Salvo dimostrarono una grande sensibilità soprattutto nell’istruzione delle fanciulle. Capirono come l’istruzione fosse il “mezzo fondamentale per cambiare radicalmente o parzialmente la loro posizione nella società”.
Auspicavano con la loro attività un senso di rinascita sociale non solo dal loro oppressore, i Borboni, ma anche dalla condizione femminile  aggravata in particolare dal malgoverno borbonico  con la carenza d’istruzione.

Un brano pubblicato sulla “Legione” dal titolo
“Anche noi siam risorte !”
La sicula rigenerazione portò seco pure il nostro risorgimento. Noi per lo addietro sesso avvilito e negletto per causa di governo dispotico, che vuole l’abbrutimento de’ suoi popoli per meglio soggettarli ed opprimerli, non cercò mai di migliorare la nostra condizione. E noi, figlie d’Italia, ci mostrammo in cultura assai inferiori alle nostre sorelle italiane. [...] Ora però che migliori forme di governo ci reggono, ora però noi si permette la nostra associazione, noi possiamo mostrare ai nostri sposi, ai nostri fratelli, alle sorelle italiane tutte, che non siamo figlie degeneri d’Italia [...]. Or che l’educazione sarà considerata come una parte principale della legislazione, vasto campo ci si apre dinanzi, in cui debba esercitarsi e debba la nostra collaborazione..”
“La Legione delle Pie sorelle”, a. i, nn. 3/4, 6 novembre 1848.L’articolo è firmato da Annetta Rini, una consorella, e da Lombardo, il cappellano della Legione.

Le aspirazioni pedagogiche delle palermitane  rimasero in gran parte sulla carta nonostante gli sforzi della Legione perché troppo legate alla situazione rivoluzionaria e la formazione delle donne siciliane non fece in verità molti progressi.
Rosina Muzio negli anni cinquanta in poi ritornò sul rapporto tra educazione femminile e società attraverso due scritti; “Lettere a Faustina” in merito all’educazione e “Prese Morali.”.
Scritti che s’inserirono in un periodo caratterizzato da una profonda riflessione pedagogica sul ruolo della donna che vedeva  in due pedagogiste, Caterina Franceschi Ferrucci e Giulia Molino Colombini, le massime esponenti del tempo
Pedagogiste che la Muzio aveva probabilmente conosciuto grazie alla sua collaborazione con la rivista “La Donna” di Genova.


Le esponenti della Legione si assunsero le responsabilità di alcuni problemi del contesto urbano. Malgrado il  loro impegno sociale di carità non riuscirono ad inserirsi pienamente nel lavoro sociale come invece avveniva nelle altre città d’Europa.
Gli atti pubblicati nel giornale dell’istituzione dimostrarono come ben presto la legione perse la sua importanza come partecipazione femminile.
Ben presto il  numero delle consorelle cominciò a scendere tanto che il numero legale per dichiarare aperta l’assemblea veniva di volta in volta abbassato.
Molte le donne che rifiutarono l’incarico per il quale erano state democraticamente elette. La comunicazione, di solito per iscritto, recava motivazioni di ordine familiare.
Anche negli anni successivi problemi simili penalizzeranno l’impegno socio-politico femminile.
La composizione dell’associazione era molto varia dato che vedeva la partecipazione attiva di donne appartenenti alla nobiltà  , molte delle quali, come la Rosina non si segnalarono come baronesse.
La differenza rispetto alle associazioni femminili inglesi e tedeschi fu legata alla trasparenza e per questo motivo fu all’inizio della sua attività. poco perseguitata dalle forze di polizia. Infatti l’associazione siciliana pubblicava regolarmente gli atti degli incontri e le iniziative promosse nel territorio.
La seduta inaugurale della Legione, secondo gli atti pubblicati sul primo numero del giornale (21 ottobre 1848), si tenne il 27 agosto 1848, l’ultima il 3 dicembre dello stesso anno (sul n. 7-8, 2 «gennaro» 1849).
Il 3 dicembre 1848 svanì l’impegno sociale della Legione che probabilmente operò in silenzio forse nella clandestinità.


Il problema sociale a Palermo e nella provincia era molto grave e difficile da gestire.
Il governo rivoluzionario cominciava ad avere delle divisioni al suo interno e questo non gli permetteva di affrontare la grave crisi sociale cercando di portare delle iniziative  sociali. In questo clima di profonda confusione anche le pie sorelle che tanto combattevano per l’istruzione delle donne furono costrette a ritirarsi.
Eppure queste donne continuarono fattivamente la rivoluzione. Gli atti della riunione, redatti da Muzio Salvo, si arrestano a due mesi dalla fine del periodo rivoluzionario che ebbe luogo nel marzo del’49 quando le truppe borboniche rientrarono all’interno del capoluogo siciliano.
I proclami della Legione erano ancora presenti nel territorio…”“la pratica di ogni sociale virtù, l’applicazione della pietà cittadina; il culto della […] suprema legge morale; la cultura e il perfezionamento del Sesso Gentile” e dovevano ora dare fastidio al nuovo ordine costituito dato che proprio nel 1849 la principessa di Butera fu condannata all’esilio insieme con il marito. In merito ad alcune richieste per permettere il ritorno della coppia  a Palermo, il luogotenente dei Borboni, Carlo Filangeri, inviò al ministro Cassisi Giovanni, Ministro Segretario di Stato per gli Affari di Sicilia che chiedeva ragguagli proprio sulla coppia, una lettera  nel quale dichiarava:
«Eccellenza la Principessa di Butera spiegò durante i passati rivolgimenti passi rivoluzionari non inferiori a quelli del marito. Fu essa che organizzò un Club di donne che propalava oscene e sovversive dottrine sotto il nome di Pie Sorelle, di cui avea la presidenza. Costei vi aveva qui continui omaggi della fazione demagogica, era centro d´intrigo di quanti vagheggiavano qui il ritorno dei passati disordini, e partendo si avea una tacita ovazione dei novatori».
«Ciò premesso io sarei d´avviso di non permettersi di far tornare in Sicilia questa Signora».
Il manifesto delle donne siciliane, che nei moti del 1848 erano state considerate le “donne della rivoluzione, perché aiutavano i feriti, si prendevano cura delle loro famiglie, raccoglievano fondi per gli orfano e vittime della repressione”, era da tempo presente nelle strade di Palermo..” “È un’ubbia del volgo, è un pregiudizio che sente di rancidume quello che la donna è solo fatta pel domestico focolare”. “Or che l’educazione sarà considerata come una parte principale della legislazione, vasto campo ci si apre dinanzi, in cui debba esercitarsi la nostra collaborazione”.



Mentre in alcune zone d’Italia le leghe femminili mantenevano spesso l’anonimato per non mettere a rischio la propria reputazione con il loro impegno politico e sociale, per la lega di Rosina Muzio, forse a causa dell’ispirazione religiosa e dalla presenza del cappellano, non aveva lo stesso problema perché garantiva la moralità dell’associate e questo comportamento, quasi di sfida, dava fastidio al governo borbonico.
Il giornale “La Legione delle Pie Sorelle” non ospitava interventi letterari.
Rosina Muzio Salvo  per le sue espressioni letterarie  collaborava con un’altra testa “L’Educazione popolare”, i cui proventi erano devoluti alla creazione di asili infantili.
L’amministrazione della rivista era nelle mani di Gian Battista Castiglia e la Muzio figurava tra i suoi collaboratori. Nella rivista scrisse alcuni contributi in versi con i temi della patria e della libertà, un discorso poetico come impegno civile.
Nella rivista pubblicò un articolo contro Giuseppe La Farina, allora ministro della guerra. In quell’articolo la scrittrice siciliana accusò “d’incompetenza un autorità della Rivoluzione” che aveva ascoltato in un discorso pubblico. In quell’articolo  dimostrò  un’attenzione costante alle iniziative del governo e una non trascurabile padronanza del linguaggio politico.
Giustamente manifestò il suo pensiero critico mettendo in discussione un esponente della propria corrente politica. Un aspetto molto rilevante perchè proveniva da una donna del XIX secolo e che scatenò numerose polemiche sulla stessa rivista dove venne difesa dal suo amico Pardi anche lui collaboratore della stessa rivista.
Nel 1852 la scrittrice fu implicata nell’attività patriottica lungo l’asse Palermo, Termini e altri paesi della provincia. Un attività che aveva avuto origine nella casa di Giuseppe Vergara principe di Craco.

(Giuseppe Vergara, principe di Craco,  nacque a Palermo il 26 agosto 1812 e morì a Taranto il 9 marzo 1893. Patriota del Risorgimento, garibaldino. Sposò in prime nozze a Napoli il 2 marzo 1840 Mariannina Del Core – morta a Napoli il 16 agosto 1858 – e in seconde nozze a Genova nel 1859  Chiara Balbi – nata a Genova nel 1825 e morta dal Alessandria d’Egitto nel 1904).

Craco (Matera) – La città fantasma




La città fu abbandonata nel 1962

Giuseppe Vergara era figlio di Francesco Vergara Caffarelli  ( nato a Craco il 7 marzo 1778 e morto a Palermo il 5 dicembre 1849) e della nobile Giulia Garsia (nata a Palermo il 17 febbraio 1778 e morta a Palermo il 18 agosto 1846, figlia di Girolamo Marchese di Savochetta e Barone di Nixima e della nobile Eleonora Grugno dei Duchi delle Gaffe, vedova di don Girolamo Reggio marchese della Ginestra).
La famiglia Vergara apparteneva all’aristocrazia napoletana e si rifugiò in Sicilia con il Re  e la Corte nel 1799 al tempo della breve Repubblica Napoletana. Rimase in Sicilia anche dopo la caciata dei francesi e il ritorno a Napoli del re (Ferdinando IV ovvero Ferdinando I di Borbone).
Quando Ferdinando IV si rifugiò nuovamente in Sicilia, dopo l’invasione francese del 1806, Napoleone affidò il regno di Napoli al fratello Giuseppe. Quando Giuseppe Napoleone diventò Re di Spagna, il regno di Napoli fu affidato a Gioacchino Murat nel 1808. Murat promulgò subito un decreto contro gli “emigrati napoletani, ostinati a restare in istato di guerra contro la loro patria”.
Gli “emigrati napoletani” furono quindi dichiarati “sudditi ribelli” e stabilì la confisca dei loro beni con successiva assegnazione  ad altre famiglie filofrancesi (“ tutti i beni degli emigrati, situati nelle due Calabrie, nella provincia di Basilicata, ne’ due Principati, ne’ tre Abruzzi e nel contado di Molise”.
Francesco Vergara non ritornò nel continente nel 1809 e quindi considerato da Murat un ribelle con conseguente confisca dei beni. Il re Ferdinando IV per indennizzarlo della rovinosa confisca, gli assegnò la direzione generale dei Lotti che conservò fino al 1819, anno in cui fu esonerato pur conservando un assegno annuo di 1800 ducati sopra i proventi del Lotto.
Ferdinando IV, una volta tornato a Napoli, non fu generoso con il Vergata perché non gli restituì i beni che erano stato confiscati dal Murat. Il comportamento del sovrano borbonico era legato a due episodi che avevano avuto Francesco Vergata come protagonista.
Il sovrano rimproverò al Vergata la sua grande fedeltà alla regina Maria Carolina d’Asburgo, malgrado fosse odiata dai siciliani, e l’accusa di un attentato contro il Parlamento proprio nel giorno in cui si votava la nuova Costituzione. I fatti narrano come il Vergata fece esplodere “una bottiglia di vetro carica di polvere da scoppio e di mitraglia”.
Un episodio gravissimo che portò al suo arresto e alla conseguente reclusione per più di due anni.
Francesco Vergara Caffarelli  e la moglie Giulia Garsia, palermitana, ebbero ben 10 figli/e: Disma, Eleonora, Teresa, Girolamo, Domenico, Giuseppe, Filippo, Francesco Paolo, Luigi, Enrichetta.  Tutti vissero tra alterne vicende  caratterizzate anche da aspetti economici negativi per cui si trovarono  nella necessità di prendere indirizzi di vita convenienti senza venire meno alle antiche tradizioni nobiliari familiari.
Girolamo ad esempio scelse la vita militare come ufficiale di marina servendo con onore e fedeltà il suo re e nel 1860 fu uno dei pochi a rifiutare l’incarico di entrare a fare parte nella marina Militare Italiana dando le dimissioni dal servizio.
Giuseppe invece scelse la via della lotta politica per la liberazione della Sicilia e dell’Italia. È il Giuseppe Vergata che incontrò i rivoluzionari di cui faceva parte Rosina Muzio Salvo per lo sviluppo di piani segreti.
Giuseppe Vergata scrisse il 6 giugno 1851 una lettera ai membri del Comitato Centrale di Palermo in cui dichiarava che:
“Vi avverto che il Comandante di marina che andiede a consegnare il vapore
in Londra, che speriamo non darli come mi dite, è uno dei nostri siciliani che
serve devotamente e di cuore Ferdinando Bomba. Esso è mio fratello
Girolamo Vergara. Il nascere è un caso.
Io non rispondo che di me; ma vi prego di non maledire quel cognome che
portano che si sanno tutto sacrificare alla Sicilia”.

(Il re Ferdinando II prese l’appellativo di “Re Bomba” per la feroce repressione che fece in Sicilia con il bombardamento di Messina che causò centinaia di morti. Il merito al vapore ormeggiato a Londra la storia è complessa. Nell’aprile del 1851 il brigantino borbonico a vela “Generoso”, al comando del capitano di fregata Girolamo Vergara, venne inviato a Londra con a bordo un equipaggio destinato al armare la pirofregata a ruote “Fulminante” che era stata comprata dal Governo provvisorio Siciliano che si era costituito durante la ribellione del 1848 – 1849 e trasferita alle autorità del Regno delle Due Sicilie dopo una lunga vertenza giudiziaria. Il destino della nave e dei denari rimasti, frutto di una sottoscrizione siciliana, commosse i patrioti dell’isola. La nave, il cui nome originario era “Bombay”, era stata richiesta dal Governo Siciliano ad un armatore di Londra “sotto la vigilanza di tre speciali commissari forniti dei denari opportuni; il principe di Granatelli (Franco Maccagnone), il principe di Scordia e Butera (Pietro Lanza) e lo Scalia (don Luigi Scalia). Ma nell’azione legale che seguì i commissari furono pressati dalla diplomazia borbonica e cominciarono a tentennare anche perché avevano avuto i loro beni sequestrati in Sicilia.
A Londra ed a Malta erano custodite ben 200.000 onze del Governo provvisorio Siciliano ma sia i denari  ed anche un forte quantitativo di armi che si trovavano a Malta furono consegnati al governo borbonico napoletano. Si cercò di bloccare il trasferimento della nave al governo borbonico facendo ricorso ad ogni azione legale, la spesa per l’acquisto era stato sostenuto da un fondo nazionale siciliano, ma fu tutto inutile).

La pirocorvetta “Fulminante”

La Rosina Muzio salvo faceva parte di questo comitato di liberazione presieduto da Francesco Vergata e , come già esposto, fu implicata nell’attività patriottica.
Una delle iniziative consisteva in contatti con i Mazziniani di Genova, che inviavano segretamente propaganda e dei giornali da distribuire. Si dovevano anche collocare i coupon spediti da Rosolino Pilo che venivano acquistati per pagare il prestito mazziniano contratto a Londra per finanziare i moti risorgimentali, altri progetti prevedevano l’organizzazione di moti, ma a causa di un infiltrato la polizia borbonica ne venne a conoscenza facendo scattare un feroce repressione comandata dal famigerato capo della polizia.. Maniscalco Salvatore… di Messina…..

Salvatore Maniscalco
Capo della Polizia Borbonica

Vi furono degli arresti a Palermo, Termini Imerese, Cefalù. Le cedole con i conteggi della sottoscrizione erano state mandate a Rosina e non furono quindi trovate. Fu arrestato Francesco Vergata ed anche la sua amante Teresa Musso, che venne rinchiusa in quello che era definito il “più spaventoso carcere di Sicilia” cioè il carcere dei Dammusi di Monreale. La donna non rilevò nulla di quanto era a conoscenza ed infatti nelle lettere dei patrioti era chiamata la “eroica donna”.

Complesso abbaziale benedettino di Monreale. Vista dall'alto con porzione visibile della torre del carcere e porzione dell'edificio carcerario. Fotografia di Levy et ses fils - Parigi (non datata).
Carcere che fu abbattuto nel 1860

Malgrado il rischio di essere scoperta ed arrestata,  la scrittrice continuò la sua attivitò propagandistica e di collegamento fra i rivoltosi. Dopo l’unità d’Italia il suo impegno politico cominciò a declinare  e fu sempre meno incisivo. Probabilmente fu delusa dagli avvenimenti post-unitari.
In merito alla sua produzione letteraria collaborò con due rivista genovesi, rivolte all’educazione della donna e al suo ruolo nel nascente stato italiano: le due riviste erano “La donna” di Mercantini (Genova, 1855- 57) e “La Donna e la famiglia” (Genova, 1862).
Tra le sue opere più significative:
-          Il romanzo “Adelina” del 1846, che narra la storia d’amore tra la giovane Adelina e Carlo, un esule polacco. Una storia che ispirò Giovanni Verga nella creazione del personaggio di Maria in “Storia di una Capinera”.
-           Una raccolta di “Prose e Poesie” (Palermo 1852);
-          Diversi racconti e romanzi tra cui: Matilde e Bice (Palermo 1857); Giannetta (Palermo 1858); Dio Ti Guardi (Milano 1860) e Le Due Contesse (Milano 1865).
Morì a Termini Imerese nel 1866


Romanza
Ahi quante volte all’aura,
Che mi lambiva il viso
Dei tuoi sospir , conquiso
Balzava forte il cor,
E d’ogni cura immemore
Viveva per l’amor!

Nei lumi tuoi specchiandomi,
L’immago mia vedea,
Ed ebbra a te dicea:
« lo son felice appien. »
Vidi mia viva immagine
Incisa nel tuo sen….
Ma assisa sotto il salice,
Quando dicesti: « Addio! »
La terra a me spario,
Sugli occhi scese un vel:
Quindi gli apersi…. al misero
Ch’è mai la terra, il ciel?
(2 agosto 1841)

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La delusa
Là dov’è ’l ciel più fulgido ,
Fragrante più ’I sentier,
Ove più Palma innalzasi
Su i vanni del pensier;

Tra le carole l’alito
D’amore mi creò ,
E di sventura il turbine
Nel duol m’inabissò.

Speme di gloria invasemi ,
Ed ebbra di desir ,
Di tante pene immemore ,
Vivea nell’avvenir. . . .

Stoltezza! più non s’agita
A quel sorriso il cor;
Ch’è mai, ch’è mai la gloria,
Se non l’abbella amor!
(30 maggio, 1842)
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Siciliani
Havvi un divino senso, un’armonia
Tra cuore a cuore; una possente, arcana
Voce fraterna, che ad amar ne, sforza!
O tu, il cui nome tra gl’incensi e gl’inni
Una gente codarda al cielo estolle ,
Dorata plebe , ascolti tu tal suono?
Ascolti tu la disperata madre,
Ch’urta, rompe la folla , si gridando:
« Rendetemi il mio figlio! Ahi! con quest’occhi
Da un ribaldo, da un demone assalito ,
Cader trafitto il vidi! » Il grido ascolti
D’una gente raminga , senza un tetto
Che la ricovri, un pan che la disfami?
L’irrequieta , baldanzosa turba ,
Nel cui cipiglio è fitto un pensier truce,
Pensier di sangue, non iscorgi?… Ahi tutti
Sul tuo capo ricadano i misfatti!
E di chi è mai la colpa, se nel sangue
Una sfrenata plebe si gavazza,
Sfamando il duole, l’innasprita rabbia
Di vedersi qual gregge vilipesa?
E mente, e core forse il ciel concesse
A te soltanto, e l’umile genia
D’ogni luce privò? Di questo suolo,
Di questo ciel, che onnipossenti fiamme
Nell‘anime trasfonde, non è figlio
Il derelitto vulgo? Or questo foce,
Che per immensi campi spaziando,
È fatto divo dallo studio, e l’arte;
Questo foce compresso, alfin prorompe
Rapidissimo, e tutto incende, e strugge!
O stuol patrizio, a cui fortuna arrise,
Non vedi tu quanta miseria accogli
Tra l’immense dovizie? Orsù , tracanna ,
Tracanna il nappo di tuo folle orgoglio…
Ebbro n’esulta… ma non senti a tergo
Una voce tremenda che ti grida:
« Di tua possanza è già caduto il regno? »

Dal Tamigi al Sebeto in ampie sale
Radunansi i fanciulli, un amoroso
Sacro ministro alla virtù li educa,
Mentre una donna con soave affetto
Libri, lavori appresta, e quanto puote
L’intelletto avvivar, rendere un giorno
Utili quelle braccia, quelle menti
A se stessi, alla patria. Ai pensier casti
I fanciulli nudriti, ed al lavoro,
Del delitto le vie fuggono adulti.
Or mentre ovunque alla virtù s’educa
L’infima plebe, su di cui pietosa
Veglia l’illustre gente, alle rapine
Alle bestemmie, al sangue, tra noi cresce,
Educasi, s’inspira! Amor, pietade,
Non sole preci, è del Signor la legge. –
Va dal tapino, ne raccogli i nati,
E in terra un serto, in cielo un seggio avrai.
(2 dicembre, 1843)

Romanza
Ogni fior mi sorridea ,
Ogni suono mi beava,
Quando in mente risplendea
Un angelico pensier.

Carolando a me d’innanti ,
S’involò l’ebbrezza arcana ,
Spine acute, laceranti
M’ingombrarono il sentier.

È pur questo il cielo mio,
Tutto luce , tutto amore;
Questo il caro suol natio ,
Questi i fior ch’amavo un di.. . .

Ma qual’ombra errante affiso
Gli astri, il cielo, il colle, il prato,
Da quell’estasi diviso,
Tacque il mondo, e disparì!
(Febbraro , 1845)
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3.      Giuseppina Turrisi  Colonna  (Palermo, 1822 – 1848) 


È  una delle autrici più celebrate dell’Ottocento Siciliano per il suo grande spessore culturale.
La Turrisi insieme ai suoi  fratelli (Antonio e Nicolò) ed alla sorella Annetta fu educata in una famiglia molto colta. La madre Rosalia Colonna (figlia di Luigi Colonna Romano, barone di Cesarò, e di Giuseppina Anfossi) era anche una persona colta ed energica. Curò personalmente l’istruzione dei figli/e a cui trasmise i suoi stessi ideali: l’amore per l’arte, la cultura e la patria. Tutti argomenti che diventarono oggetto di conversazioni nell’ambito familiare e sociale. Il peso della madre nell’educazione della figlia fu molto rilevante anche in considerazione della prematura scomparsa del padre il consigliere Turrisi Mauro, barone di Buonvicino e di Gurgo.
Giuseppina e la sorella Annetta nacquero a Palermo nel Palazzo Asmundo, oggi Museo Nazionale,  come testimonia una lapide posta sulla facciata principale,

Palermo – Palazzo Asmundo











Giuseppina vene educata non solo all’arte del ricamo, alla musica o al francese, elementi importanti nell’ottica di un buon matrimonio, ma anche ad un educazione approfondita rivolta allo studio del greco, del latino e del toscano, grazie anche ai suoi precettori. Studiò anche l’inglese come testimoniano le sue traduzioni degli scritti di Byron.
La madre in quest’ottica assunse un atteggiamento in controtendenza rispetto ai suoi tempi e non sacrificherà le capacità artistiche della figlia a questioni venali, come la ricerca di un buon matrimonio, e la incoraggiò sempre anche nei momenti di maggiore sconforto. Molte delle liriche della Turrisi furono infatti rivolte alla madre.

Il suo poetare, nelle molteplici tematiche, permettono di studiare la Sicilia dell’epoca e soprattutto di apprezzare il suo grande impegno sociale.
Una figura che suscita ammirazione per il suo idealismo puro verso la sua terra ricco d’impeto e a volte, per gli insuccessi, ricco di scoramento.
Appare il patriottismo di una ventenne che, come disse uno studioso, “non vuole stare al suo posto”.
“Una giovane che scrisse e bene della Sicilia del XIX secolo e sognò la gloria.. uno scandalo per la donna del tempo che parlava in perfetto toscano pur essendo nata e cresciuta in Sicilia dove all’epoca era in uso solo il dialetto; che parla di politica e di Patria, anche se questi argomenti non erano adatti ad una signorina; che tesse senza complessi di sorta, amicizie con noti intellettuali dell’epoca, superando i confini geografici e culturali dell’isola”
Apparteneva a quella generazione che fu definita dallo storico francese Jules Michelet come “misteriosa”, perché “amava i sogni, disprezzava il successo e serviva la causa più con il sangue che con la vittoria”.
È strano eppure non è conosciuta da molti e non solo .. ma nella didattica scolastica non rientra nei piani di studi letterali dell’Ottocento…. Se ne sta perdendo la memoria….



Il suo maestro fu l’abate Giuseppe Borghi e all’età di quattordici anni compose alcuni inni religiosi ispirati a quelli del Borghi e agli “Inni Sacri” del Manzoni. Inni composti dalla Turrisi con un grande spirito civico, quasi “eroico” e quindi lontani dallo stile del suo maestro.
Studiò le lingue antiche e approfondì con grande impegno lo studio della letteratura europea contemporanea. In questi studi fu agevolata dal salotto letterario della famiglia Turrisi che era frequentato da famosi letterali siciliani ed italiani di passaggio dell’isola.
Il Di Carlo scrisse che “in quella casa si studia con serietà d’intenti, vi si ha il culto del sapere, delle scienze e delle lettere, delle arti belle, delle grandi idee di Patria e libertà”.--- Ideali sempre vivi nella breve esistenza di Giuseppina a cui consacrò il suo grande ingegno culturale”.

Dopo i primi componimenti filosofici e religiosi, eseguiti tra il 1836 ed il 1841, Giuseppina si dedicò con sempre maggiore entusiasmo agli argomenti patriottici e civili. Sembra che “lo spirito guerriero” della giovane Giuseppina riuscì ad emergere grazie al contributo del suo nuovo precettore Francesco Paolo Perez. Oltre ad alcuni passi inneggianti all’unità d’Italia risaltano anche dei versi che mettono in evidenza il ruolo delle donne nella società e criticano l’aspetto sociale della Sicilia del tempo caratterizzato da un torpore lontano dal valore, dall’animosità, dal senso di ribellione espresso nella storia dai Vespri Siciliani o dalle imprese di Giovanni II Ventimiglia o di Ottavio d’Aragona.
Riuscì  a crearsi delle amicizie, anche epistolari, con i più importanti italiani dell’epoca. Giuseppina e la Annetta  conobbero Massimo d’Azeglio durante un viaggio  che l’illustre scrittore fece in Sicilia nel luglio del 1842 e grazie proprio al D’Azeglio ebbe inizio una cordiale corrispondenza tra la stessa Giuseppina e il milanese Tommaso Grossi, autore di una famosa novella dal titolo “Ildegonda” del 1820.
Un grande riconoscimento giunse dall’Accademia Aretina di Scienza , Lettere ed Arti, che la inserì tra i suoi membri.




Il contatto con il mondo culturale fiorentino fu agevolata anche da un suo breve soggiorno nella capitale toscana nel 1846 che fu l’unica esperienza di vita lontano dalla sua terra.


Firenze – Dipinto di Giovanni Signorini (XIX secolo)

Firenze – Veduta della città con il fiume Arno da Ponte Vecchio
verso Ponte delle Grazie – Giovanni Signorini – 1850


Firenze – I fuochi d’artificio sul Ponte alla Carraia  per la
Festa di San Giovanni – Giovanni Signorini

Un viaggio, passando per Napoli, compiuto assieme alla madre ed al fratello Giuseppe per motivi di salute.  Le fonti citano per la ricerca di un clima più salubre per la sua salute non ottimale dato che soffriva di un aneurisma al cuore ed era di corporatura molto gracile.
A Firenze ebbe la possibilità d’incontrare molti intellettuali dell’epoca (Niccolini, Guerrazzi, Giusti). Fu un importante esperienza che le aprì ulteriormente il suo impegno verso l’idea nazionale.
I momenti di quel viaggio resteranno per sempre nel suo cuore e li riportò nelle lettere inviate alla sorella e pubblicate per la prima volta nel 1875.
Nella città toscana perfezionò la lingua toscana e si parlò di un eventuale amore verso il drammaturgo Giovanni Battista Niccolini. Notizia che risultò non veritiera.
Nel luglio, sempre del 1846, pubblicò per Le Monnier un volumetto di liriche che ebbe un gran successo in Italia e che fu commentato da letterati famosi. Ad agosto la famiglia tornò in Sicilia dietro la pressione di Nicolò Turrisi, che alla morte del padre, aveva assunto l’incarico di guidare la famiglia.

Nel 1847, il 29 aprile a Palermo,  sposò il nobile Giuseppe De Spuches, principe di Galati, letterato, poeta e grecista, archeologo.

Don Giuseppe De Spuches e Ruffo (1810 – 1884)
Duca di Caccamo e Principe di Galati
(Figlio di Antonino, principe di Galati, e di Marianna Ruffo, figlia
del Marchese Girolamo Ruffo e di Carmela Di Benedetto.
Pretore di Palermo fino al 1860 e Deputato del Regno d’Italia nel Parlamento di Firenze.

Allo scoppio della rivoluzione a Palermo nel gennaio del 1848, la famiglia si rifugiò nella villa paterna di Castelbuono. 

Castelbuono – Palazzo Turrisi Colonna in Corso Umberto I

Giuseppina aspettava un figlio  ma la malattia al fegato  s’era aggravata. Portò a termine una gravidanza difficile e diede alla luce una bambina che morì poche ore dopo la nascita.  Un grande dolore….
Tre giorni dopo il parto, il 17 febbraio 1848 Giuseppina Turrisi Colonna moriva colpita da aneurisma… aveva ventisette anni. Venne sepolta nei sepolcri delle Cappuccinelle a Palermo.
Il marito ne pianse la grave perdita e gli dedicò  cinque elegie latine “Carmina latina e graeca”.  Le fece erigere un monumento del Pantheon di San Domenico, opera dello scultore Valerio Villareale.





L’espressione letteraria della Turrisi assume una maggiore importanza considerando anche l’epoca in cui visse.
Siamo in epoca risorgimentale caratterizzata da rigidi schemi culturali dai quali la Turrisi, grazie anche alle sue doti personali e alla situazione economica della sua famiglia, s’allontanò.
Siamo ancora lontani dalla proclamazione del 17 marzo 1861 del regno d’Italia e in presenza di un Italia frammentata geograficamente e con diversi orientamenti culturali.
La società doveva affrontare problemi diversi ma tutti importanti:
-          Costruire o formare un senso d’appartenenza nazionale;
-          Creare le basi economiche, sociali della nuova società;
-          Incrementare l’alfabetizzazione.
L’alfabetizzazione era un aspetto importante perché  aveva come obiettivo educare la gente la sacrificio per la nazione. Un risultato decisamente irraggiungibile nell’abbruttimento dell’ignoranza.
L’istruzione impartita alle fanciulle in questo periodo, facile intuirlo, è soprattutto di tipo pratico e teorico.
Le fanciulle , anche quelle di buona famiglia, erano chiamate a gestire la casa e a “conoscere”  quelle aspetti familiari come la funzione materna e quello della “massaia”.
Le  altre discipline, soprattutto quelle umanistiche, erano espresse attraverso contenuti che erano selezionati in base al cattivo pregiudizio sulle capacità intellettuali femminili. S’insegnava la corretta espressione femminile attraverso testi che erano per certi versi depurati delle parti che venivano considerati inappropriati alla sensibilità e al decoro femminile.
Un aspetto della cultura che potremo definire conservatrice , chiusa al rinnovamento sociale.
C’era nel tempo un volume “Degli Sudi delle donne” dove l’autrice Caterina Franceschi Ferrucci (1803 – 1887) descriveva un vero e proprio repertorio di libri adatti alla formazione, secondo l’età, delle educande. Un testo molto in uso nel XIX secolo.



Un trattato di quattro volumi

Caterina Franceschi Ferrucci
Socia corrispondente della Regia Accademia delle Scienze di Torino

Altro testo della stessa autrice

Un’altra pedagogista, Ginevra Canonici Fachini (1779 – 1870) analizzò i romanzi contemporanei per poi valutare la lettura se adatta o meno alle fanciulle secondo la fascia d’età. Nello stesso tempo fece un elenco dei romanzi ritenuti adatti alla lettura delle fanciulle.


Una pedagogia ottocentesca molto limitata dove veniva quindi prefissato uno schema di studio legato ad un pregiudizio biologico in cui l’ingegno femminile è meno predisposto ad uno studio intenso ed approfondito degli aspetti della vita.
Un pregiudizio che si trascinerà nel tempo se è vero che nel 1904 venne pubblicata un opera dal titolo “L’inferiorità mentale delle donne” scritto da Moebius.

Paul Julius Moebius

Nei classici della letteratura si cercava di esporre solo una morale e gli scrittori diventavano dei simboli. Così Dante simboleggiava il riscatto nazionale senza andare troppo nel dettaglio; Petrarca  nel suo formulario amoroso o ancora con la sua canzone eroica e il Leopardi  per la sua malinconia.
Lo studio dello stile  era scoraggiato, vietato alle donne che si volevano dedicare alla prosa. Si dovevano adattare delle forme standardizzate e poca attenzione si prestava nell’insegnare le regole dell’ortografia  e della punteggiatura.
Si ha la visione di una donna, anche se istruita, considerata  estranea al “genio” letterario e questo non per un aspetto legato al suo ruolo sociale di subalterno all’uomo ma proprio per una differenza biologica rispetto all’uomo.
La Turrisi  mise in discussione questi discriminazioni che erano fortemente radicate.

Quelle poche letterate che emergevano erano destinate al dilettantismo obbligato come conseguenza di un’istruzione deficitaria e inferiore rispetto agli uomini.
La diffusione dell’istruzione mise in discussione tutto questo teorema mostrando come la scrittura poteva essere espressa, anche con risultati maggiori rispetto agli uomini, anche dalle donne.

Fu proprio grazie alla rivoluzione che le donne siciliane colsero l’occasione per uscire dalla sfera opprimente della vita privata e riuscire a sperimentare, anche se per breve tempo, la loro vita pubblica rivolta al sociale.



Senza nulla togliere alle altre letterate la Turrisi era un caso particolare perché aveva avuto una formazione culturale  ed aveva degli spazi temporali da dedicare alla letteratura.
La Turrisi parlò più volte di una “cella solitaria”… stato obbligato di prigionia ?
Un allusione forse metaforica intesa come ridotta libertà di cui soffrì più volte.
Una stanza ora segreta, oscura, solitaria, cara ma su tutti “segreta cella dei pensieri” indispensabile per avere un luogo dove riflettere, pensare e plasmare attraverso la scrittura le sue riflessioni.
La Turrisi ricevette rispetto alle sue colleghe una cultura o un istruzione decisamente superiore che potremo definire da uomo.
Questa cultura finì con l’opprimerla e le fece presagire infausti destini.
Ricevette dei riconoscimenti che furono lontani da quelli ottenuti dalle colleghe e diede vita a delle liriche di grande senso poetico.
Il suo canzoniere è diviso in più filoni : personale, sulla natura, storico-civile, letterario e religioso.

Le poesie includono molte liriche dedicate alla famiglia, agli amici, ai conoscenti e a se stessa.
Nelle liriche di carattere familiare, molto criticate,  emergono sentimenti come l’amore, la stima, la riconoscenza verso i genitori ed anche altri argomenti.
In queste liriche la poetessa si libera da aspetti schematici s’abbandona a momenti di forte riflessione personale che rilevano punti di vista in alcuni casi femminista.
Nella lirica “Per le Nozze della sorella” col principe di Fitalia, colpisce una terzina che a prima vista potrebbe sembrare banale ma che ha accenti molto rivendicativi:
Vien, dolce amica de be’ giorni miei,
Vieni, e come il ciel vuole, a lui ti giura,
A Lui che, spero, intenderà chi sei.

La poetessa augura alla sorella che il marito sappia comprenderla nel suo essere.
Nella lirica c’è anche una riflessione sulla Sicilia del tempo che viene descritta con un tono malinconico per le sue condizioni così lontane dall’illustre passato:
a queste terra d’ogni oltraggio inulta
Invidii almen per noi le tele e i carmi
Ogni terra più libera e più culta.

Scrisse anche delle liriche ispirate alla natura.  Uno sguardo amorevole alla natura che ha una sua origine nel suo studio dei classici e di vari scrittori contemporanei. In questi versi troviamo spesso degli stili leopardiani come nella lirica “Una sera d’Autunno” dove la natura serena è il simbolo di una fugace felicità.
È presente la luna, l’astro notturno, che osserva dall’alto gli eventi  degli umani ed il loro destino, un tema ricorrente nella poesia leopardiana.
Ma la lirica della Turrisi è originale e nuova perché la luna è benevola ed non è sempre indifferente agli eventi umani.
Sembra vegliare sul “dolce sonno eterno” e il suo fulgore, la sua luminosità aggiunse una nota di pietà umana all’astro, la cui luce, debole e declinante, sembra rendere un ultimo e mesto tributo alle “poetiche ossa “ della scrittrice che immagina “nei campi” il proprio sepolcro.
Dolce Luna d’Autunno ! Oh quando bianca
Sarà la chioma, e vacillante il piede,
Ringiovanir potrà l’anima stanca,
Se il tuo raggio purissimo rivede:
Ma se per me la tomba si spalanca,
E d’ogni mal fra poco avrò mercede,
Ohimè non chiudian le poetiche ossa
In un Chiostro, nei campi io vo’ la fossa.

Nei campi, fra l’erbette, i fior, gli augelli
Quel dolce sonno mi sarà più grato;
Che val la pompa di superbi avelli ?
Meglio un sasso di lagrime bagnato,
Della mia vita gli angeli più belli
Su questo chineranno il volto amato;
Su questo i lauri fioriran, su questo
L’astro d’amore splenderà più mesto.

La Patria è presente in tutte le tematiche trattate dalla poetessa. Scrisse molto pensando alla Patria sebbene le liriche patriottiche non siano molte.
In queste liriche traspare tutta la passionalità, la voglia di vivere, di fare, insomma lo “spirito guerriero” della Turrisi spesso represso dalla sua condizione di donna, dalla scarsa visibilità che ebbe il suo scrivere nella remota Sicilia. Questo sia per le convenzioni sociali dell’epoca sia  per lo scarso riscontro delle sue non trascurabili doti
letterarie.
I toni battaglieri si alternano a toni malinconici che sono  anche la conseguenza di un isolamento, dell’anonimato.
 Ci sono degli aspetti di critica come nella lirica “Alle donne siciliane” dove rivolge un appello caloroso alle sue conterranee affinchè smettano di stare al posto e di “nascondersi nelle loro stanze”, ed “abbiano il coraggio di insorgere, di appropriarsi di quella cultura che ormai da troppo tempo viene loro preclusa, trasformandosi nei nuovi baluardi di speranza per la Sicilia”:

Perché l’umil cure e l’ozio indegno
Tolgon fuoco all’ingegno
Se qui, di senno e di virtù colonna,
Qui preparava Nina
Disdegnando la gonna,
Al divino Alighier l’arpa divina ?
Deh,mel credete, ch’io favello il vero,
Il celarsi è vergogna,
Sorgete, o care, e nella propria stanza
Per voi torni l’ardire e la speranza.

In occasione della drammatica epidemia di colera del 1837, causa della morte di migliaia di persone in Sicilia, Giuseppina riuscì ad esprimere la sua forza d’animo in versi incitando i suoi siciliani a ritrovare la speranza per risorgere in nome della patria. Per questo motivo invita le donne ad osservare il comportamento delle antiche eroine come Giovanna d’Arco  o Giuditta.
La sua è un’invocazione a reagire, a riprendere quell’orgoglio, la forza ed anche l’audacia del loro genere di fronte ad una società che le regola al ruolo di silenziose spettatrici.
Spetta alle donne, scrive Giuseppina, far ritrovare alla Sicilia l’antico splendore e la grandezza di un tempo, purtroppo perduti, e questi propositi li esprime nell’ode Alle donne siciliane, scritta quando, nel 1843, da Parigi le chiedono – prestigioso riconoscimento – un componimento da includere nel Parnaso italiano dei poeti contemporanei. Per lei, femminista viva e originale alla stregua di tante altre patriote e letterate del suo tempo, “né trastullo né servo è il nostro sesso”, e l’educazione dei figli è un compito nobilissimo, in quanto è la madre che plasma i futuri cittadini. Quindi, la “somma virtù” muliebre è indispensabile alla patria, che ha bisogno di nuova linfa, perché solo attraverso il risorgimento morale si può raggiungere quello politico, ed è questo ideale - tenuto sempre alto e fermo - di donna “eroica” che combatte per un’Italia unita,  a caratterizzare la sua corrispondenza con altre poetesse, a distinguere i suoi articoli sul polemico giornale La ruota.

Lo stesso impeto e la stessa sensibilità anche nei componimenti di carattere letterario. Vengono ripresi grandi scrittori soprattutto quelli in cui il suo spirito malinconico sia simile al suo.
Un grande ammirazione da parte della scrittrice a George Byron, il poeta inglese morto a 36 anni a Missolungi. Una vera e propria fonte d’ispirazione per la poetessa.

Molti dei suoi componimenti furono ispirati al poeta inglese che costituì per la Turrisi la personificazione di tutto ciò che avrebbe voluto per sé; la libertà, l’idealismo, l’impero, la gloria.
Pregevole il suo impegno di rivolgersi alla sua generazione con la nobile ambizione del fare, di quei giovani e soprattutto di quelle donne, l’èlite da guidare e formare nell’amore della cultura, della patria e della virtù, con l’intento di forgiare l’illuminata classe dirigente dell’avvenire.
Credette fermamente e sinceramente in questa missione ma il suo canto non ebbe un eco sufficientemente ampia per portarla a compimento.
Non fu purtroppo attorniata da un vero e proprio circolo di intellettuali per cui nessuno alla sua morte sviluppò ulteriormente gli aspetti del suo moderno pensiero.
Pur essendo una donna nata nella periferia d’Europa, pur essendo morta in giovane età, ha lasciato di sé un’importante eredità culturale, che solo recentemente ha iniziato ad essere ricattata definitivamente dall’oblio nazionale e regionale.
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A Rosalia Colonna Nei Turrisi Baronessa di Buonvicino
Me solo amor consiglia,
Me sol conforta amore;
Dei carmi d’ una figlia
Quale offerta più nobile
Più degna è del tuo core?
Oh se l’affetto vero,
Le immagini leggiadre
M’infiammano il pensiero,
È tuo l’ onor, la trepida
Gioia, diletta Madre!
Sai chi dell’ estro il foco
Mi desta, chi m’ inspira?
Per te, pel natio loco,
Per l’amor dei magnanimi
Sudo a temprar la lira.
Che vai, se tanto zelo
Strugge l’etate acerba?
Io sol vivere anelo
Per poco, e te fra l’itale
Madri lasciar superba.
***
Alla sorella
Quel di, che contemplal lieta e dolente
L’onesta immago del Toscan Maestro,
Che a me sì pueril d’ anni e di mente
Lo stile invigorì, gli affetti, e l’estro;
I’ benedissi la virtù crescente
Del tuo pennello generoso e destro;
Senza pianto, gridai, senza contrasto
Sien le tue glorie: ad ogni danno io basto.

Ma da quel dì quanto sudasti, e quanto
Nella mano crescesti e nell’ ingegno;
Tutto è nell’ arte de’ tuoi dì l’ incanto,
E della fantasia popoli il regno:
A te scrivendo giorno e notte accanto,
Ogni effigie che pingi, ogni più degno
Pensier tolgo alle fiamme, chè non mai
Di te, dell’opre tue paga sarai.

Questi cari pensier tutti raccolti
In bel volume fra i miei versi mira;
Molti li lodan, li vagheggian molti,
Ma sol l’ anima mia se n’empie, e spira.
REPORT THIS AD
Un’eterea sembianza, un di quei volti
Che sol d’ aver sognato il cor sospira,
Qui trova il cor. Più del soave
Albani Celesti pingerai gli aspetti umani.

Deh pennelleggia pur su queste carte
Le vittorie d’Italia e di Triquetra;
È la Patria dì noi la miglior parte,
E lo sa chi per lei vivere impetra:
Pari nel foco, nei pensier, nell’ arte,
In pari uso volgiam colori e cetra:
Tu di te stessa, o Cara; io degna sia
Del mio Maestro e della Patria mia.
***
Ultimo canto di Lord Byron
È ver; posarsi ormai dovrebbe il core,
S’è mal gradito, nè più gli altri infiamma;
Pur, non amato, serberò d’amore
Viva la fiamma!
De’ miei verd’ anni ecco fornito il corso;
Non ha più fiori amor, non ha più frutto;
Deh che mi resta? col fatal rimorso
Lagrime e lutto !
Come vulcano solitario splende
Nell’ alma il foco, e mi consuma, e spira;
Non altra fiamma che l’ estrema incende
Funerea pira!
Ogni cresciuto, ogni crudel tormento,
Ogni speranza, ogni gelosa pena,
D’amor la forza più non reca, il sento,
Ch’ aspra catena.
REPORT THIS AD
REPORT THIS AD
Oh men leggiadra è qui la mente e l’ alma !
Dei molli affetti vincerò la possa,
Avrò, lo spero, degli Eroi la palma,
0 nobil fossa.
Oh Grecia! oh gloria! d’ ogni tema ignudo
Dell’ armi ascolto, delle trombe il suono;
Come Spartano sul difeso scudo,
Libero sono.
Desta, o mio spirto, — che la Grecia è desta! —
Desta il tuo foco, la virtù che langue!
Forte mi scuoti: a versar corro in questa
Impresa il sangue!
Vinci ogni affetto risorgente, indegno
0 fredda etate ! — se per te si sprezza
Il riso, il pianto, il simulato sdegno
Della bellezza.
Oh perchè vivi, se caduto piangi
Il fior degli anni? qui novelli onori
Frutta la morte — fra le achee falangi
Combatti e muori.
Facil si trova, e fia per te del forte
Bello il sepolcro — intorno guata e scegli;
Nè dal riposo d’ onorata morte
Fia chi ti svegli.
REPORT THIS AD
***
Le rimembranze
E del viaggio fatlcoso anch’ io
Trascorrer veggio il sedicesimo anno,
E sento come fugge ogni desio
Nella misera valle, ed ogni inganno:
Quanti pietosi, ahimè, del viver mio
Conforto vero, abbandonata m’hanno;
Quanti che meco semplici fanciulli
Sorridean nelle fole e nei trastulli.

Con che dolcezza candide, serene
Di quei primi anni mi rivivon l’ore,
Che s’ adornavan come liete scene,
Come un bel sogno, come un dì d’ amore!
Di cari eventi, di memorie piene
Ritornano dolcissime nel core;
E quei tanti discesi negli avelli
Ritraggon vivi e favellanti e belli ! —

Tempo felice ! a piè dell’ amorosa
Antica fante m’ assidea le sere,
E commossa intendeva e lagrimosa
Nelle fole dolenti e lusinghiere,
E ripeteva, come santa cosa,
Quei cari nomi nelle mie preghiere;
Ed oh con che pietà serbava in petto
I casi d’ una pia , d’ un giovinetto !

Caramente serrando nelle braccia
L’immagine talor d’una fanciulla,
La baciava per gli occhi e per la faccia,
E dì fregi adornavale la culla.
Tempo felice! d’aurei sogni in traccia
Nulla pur sogno che t’uguagli, nulla
Di quei ludi fu mai, di quella niente
Più soave, più caro, e più innocente!

Poichè d’ altri piacer, poichè d’ altr’ opra
La verissima brama s’accendea,
Sopra le carte meditando, e sopra
I miei pensier, le notti producea:
E di qual nei bei rischi il senno adopra,
Quella trepida speme in cor sorgea,
E viva in ogni loco, in tutte l’ore
Nel suo segreto la nutriva il core.
Ed un colloquio di che amor, di quale
Ritentami pietà! — Pallido il raggio
Della Luna piovea, le tacite ale
Scotea ricca dei fior l’ aura di maggio;
E sciogliean lamentando oltre il viale
Gli usignoletti il flebile linguaggio,
Allor che mesta una dolcezza move
Dal ciel , dai fonti , e dall’ erbette nove.

Meco seduta una gentil donzella,
Perchè, diceva, nei severi studi
Perdi il sorriso dell’ età novella,
Perchè vogliosa ti travagli e sudi?
Qual si legge sai tu, qual si favella:
Cessa le cure faticose e rudi,
E meglio godi ricreduta, oh meglio
Ai passeggi, ai teatri, ed allo speglio! —

Io di rincontro: il sai; dai teneri anni
Arcanamente dentro il cor profondo
Un amaro provai senso d’affanni,
Un tedio lungo, un diffidar del mondo.
Nè della giovinezza i dolci inganni
Mi suadono il vivere giocondo;
Ma nelle veglie della fida stanza
Mi lusinga soltanto una speranza.

Ed Ella: statti, chè per me non sono
Di così dure tempre; alle amorose
Letizie io credo: A te l’allór; tel dono
Se invaghita ne sei; dammi le rose. —
A quei detti fidenti, all’abbandono
Ahi troppo avverso l’ avvenir rispose,
E al primo voto, al primo dì d’ amore
Si recise degli anni il più bel fiore. —

Misera! e dalla lagrimata bara
Un nome non avrai nei dì novelli,
Chè sol dell’opre faticose, o cara,
Nei volumi si vive oltre gli avelli:
Pel dolce capo tuo, per ogni amara
Rimembranza che al cor di te favelli,
Io giuro meditar nei giorni mesti,
Perchè un vestigio, un’ombra di me resti.
***
Alle donne siciliane
No, benchè il tempo muta
La fortuna dei regni e delle genti ,
Non han foglia perduta
Le tue belle corone, o Patria mia!
I sensi e le parole
Vivon di quanti meditar nascosi
Negli ozj generosi;
Vivono ancor gli altissimi portenti
Dei campioni vetusti,
Primieri nei cimenti,
Fra lance, e spade, e riversati busti
Deh sì lieto per noi rifulga il sole;
Deh, come il cor desia,
In noi l’ardire dei Sicani Eroi,
L’antica tempra si rifonda in noi!
Se la benigna etade
I petti nostri al paragon non chiama
Dell’ ira e delle spade,
Oh ne’ caldi pensier, nell’ opre oneste
Si riconforti l’ alma !
Assai più giova di tenzoni e d’ armi
La bell’arte dei carmi,
Che il sorriso di pace e gli ozj brama ,
E ne lusinga e regge
A magnanima fama,
D’ ogni affetto maestra e d’ ogni legge.
Vile chi sdegna la sudata palma!
Saprà, nelle funeste
Cure invilito, nei piacer bugiardi,
Come il rossor, se pur l’infiamma, è tardi.
E da quest’ almo suolo
Arditamente d’ animosa donna
Aprivan gl’ inni il volo.
Oh quel vanto perchè più non s’ agogna
Da libero pensiero?
Perchè l’ umili cure e l’ ozio indegno
Tolgon foco all’ ingegno
Se qui, di senno e di virtù colonna,
Qui preparava Nina,
Disdegnando la gonna,
Al divino Alighier l’ arpa divina?
Deh, mel credete, eh’ io favello il vero,
Il celarsi è vergogna.
Sorgete, o care, e nella patria stanza
Per voi torni l’ ardire e la speranza.
Giovinezza non dura
Sulle gote vermiglie e sul bel crine
Per letizie o per cura,
E tutti spegne dell’ etate il gelo
Quanti florian diletti,
Finchè si scavi all’ ultima percossa
Un obbliata fossa.
Deh men crudeli di quaggiù le spine
Il bell’ oprar ne renda,
Ben nate cittadine,
E del loco natio l’ amor v’ accenda.
Più sicure dovizie agli intelletti
Non piovono dal cielo;
Nè soave lusinga o dolce incanto
È qui verace, ove sol dura il pianto.
Sicilia in noi riscossa
Rintegrerà l’ indomito ardimento,
Le leggi sue, la possa.
Ahi ! smisurato divampava lntorno
Il morbo furibondo,
E le rapia l’ alme più calde, i primi
Esemplari sublimi.
Senz’irà, senza onor, senza cimenti
Un popol si moria.
Derelitto, sgomento,
Per le case dolenti e per la via !
Quanti del sogno ebe più ride al mondo
Eran sul primo giorno
Quando s’ affanna irrequieto il core
Nei dolci voti e nel desio d’ onore !
0 sfortunati nostri,
Su voi commosso qual fratel più sente
Deplorando si prostri ;
Guati la croce, e le glebe, e le pietre
Su pel funereo loco,
E d’uguale virtù, d’uguale affetto
Arda il commosso petto. —
Pel suol che vi nutria sì dolcemente,
E in che durano pure
Quanti amati lasciaste alle sventure,
Voi lassù, redivivi Angeli, invoco:
Le divine faretre
Torni dei prischi Eroi, torni l’ etade.
***
L’addio di Lord Byron all’Italia
Alfin partia. Chi del crudel momento
Può narrar le memorie ed il dolore,
E ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
Di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
Fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
Labbra pose un Francese, un Lamartine?
Taci! L’italo amor del mio Britanno,
Gl’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
Non all’Italia no; ma frutteranno
Onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
Ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
Sì magnanimi Eroi, dinne, che resti? —
Quella terra, quel ciel che l’innamora,
Pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
Coi sospiri, coll’anima, coi detti:
Chi non sogna di te? chi non t’adora,
O bella Patria d’ animosi petti,
Bella Patria dell’arti! il viver mio
Tu che allegrar potesti, Italia, addio.
Italia! Italia! com’è dolce il suono
Della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
D’ ogni cosa gentil, come sei bella !
Di foco è l’alma dei gagliardi, sono
Di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
E da quegli occhi, da quell’alme anch’io
Se il bel foco ritrassi, Italia, addio.
Ahi ! per le sette cime e per le valli
Dei famosi che avean la terra doma,
Più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
Più non suona il trionfo Italia e Roma;
Nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
Sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
Il gran Leon di Marco, e steso e muto
Anco abborre l’Eroe che l’ ha venduto.
Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
Qual crudo patto, quale iniquo orgoglio !
L’italo sangue avrai sulla tua testa
O snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.
Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
Arte di pace questo suol fioria,
E il tuo brando recò fatal ruina,
E libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
Oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
Se Marengo vincesti e l’ Alemanno.
Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
Terribil passa, egli passò l’invitto;
E copre mesto, solitario campo
Il terror dell’ Italia e dell’ Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
Di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
Io fremo, e dico: se vittoria il guida,
La comprò col delitto il parricida !
Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
Dopo tanto dolor, tanto contrasto,
E a più bei studi intenta, o Generosa,
Spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
Teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
Io che a soffrir la vita, ohimè ! non basto.
Ritornerò più grande; il cener mio
Qui dormirà compianto: Italia, addio.
Deh posa, posa: troppo dolce e santo
È d’una pace desiata il raggio;
Ma pace bella d’ogni nobil vanto,
Non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
Vado altrove a cercar lodi al coraggio;
Pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.
***
All’Angelo mio
Oh di te nulla è più soave, oh nulla
Di te più ride nella mente mia!
Tu mi baciasti nella rosea culla,
Mi bacerai nell’ ultima agonia:
Tu spiravi alla tenera fanciulla
Pensier celesti, amabile armonia:
Tu meco in ogni tempo; ma nell’ ore
Più solitarie più ti sente il core.

Quaggiù non ti vedrò: quell’immortale
Beltà sol degna è d’ ammirarsi in cielo;
Ma il soffio leggerissimo dell’ ale
M’ agita, mentre io parlo, il crine e il velo.
Amar dunque tu puoi cosa mortale,
Tu puoi vegliarmi con fraterno zelo?
O mio fedel Cherubo, o mio verace
Consolator nei rischi e nella pace.

Quando è il pensier più mesto e in sè raccolto,
Al mio pianto risponde un suon di pianto;
Sento una man che m’ accarezza il volto,
Sento una voce che m’ invita al canto:
È la tua man, la tua voce che ascolto,
Sei tu che piangi all’ infelice accanto ;
Più degli eterei balli, o giovinetto,
Ami i nostri colloquj, il nostro affetto.

E tu invisibil nella valle amara
Mi seguirai, misterioso amico:
Oh mi rendi, se il puoi, la vita cara,
La vita che paventa il cor pudico.
O almen di rose infiorami la bara,
Fa che in terra non lasci alcun nemico,
Dammi il bacio di morte: il volto mesto
Io sul tuo collo piego, e in Ciel mi desto.


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La sorella Anna (Annetta) era nata anch’essa nel Palazzo Asmundo di Palermo, il 4 agosto 1820. 


Sin da giovane si era dedicata alla pittura. Studiò i grandi maestri del ‘500  ed ebbe tre grandi artisti del tempo; Agatino Sozzi, Giuseppe Patania e Salvatore Lo Forte.
Iniziò a dipingere bellissimi ritratti tra cui quello della madre e della regina Costanza d’Altavilla. Un quadro che raffigura la regina mente esce dal monastero ed ispirato al terzo canto del Paradiso di Dante. Quadro che si trova nel Palazzo della Società Siciliana di Storia Patria.
Quando Annetta finiva di dipingere un quadro, molti dei suoi capolavori raffigurano ambienti e vedute di Palermo, la sorella Giuseppina gli dedicava una poesia.
Un autoritratto di Anna si trova nella Galleria D’Arte Moderna Empedocle Restivo  a Palermo. Sposo a Palermo nel 1843 Pietro Settimo, principe di Fitalia. Con la nascita dei figli “lasciò i pennelli per sedere a studio della culla”.
Anche Annetta come Giuseppina fu sfortunata perché morì di tisi  a Castelbuono, 14 febbraio 1848, tre giorni prima della morte della sorella,

Monumento funebre ad Annetta Turrisi colonna
(Pantheon di Palermo)



Annetta Turrisi Colonna
“San Giovanni della Croce”
Olio su tela – (66 x 52) cm – del 1836
Firmato in basso a sinistra entro cornice a canna “ciaccata” in legno dorato



Annetta Turrisi Colonna
“Madonna col Bambino e San Giovannino”
Provenienza : Monreale, Albergo dei Poveri
Collocazione: Museo Diocesano di Monreale
Olio su tela – Datazione : XIX secolo
Restauro : (24 Febbraio – 20 Maggio) 2014
Restauro eseguito dal prof. Gaetano Correnti

Il dipinto è esposto nella cappella Neoclassica del Museo Diocesano di Monreale.
È incorniciato dall’originale cornice in legno intagliato e dorato.
Fu realizzato da Anna Turrisi Colonna probabilmente durante la fase di
collaborazione e apprendistato presso la bottega dell’artista
Giuseppe Platania ( prima de3l biennio 1836 – 37).


Il dipinto è copia della Madonna d’Alba esposta alla National Gallery di Washington e realizzata da Raffaello Sanzio intorno al 1511. La Madonna è seduta in terra che tiene su una gamba Gesù Bambino, il quale gioca con San Giovannino afferrandone la croce. Le figure sono inserite in un luminoso paesaggio bucolico.
Il dipinto si presentava in cattivo stato di conservazione. La tela, infatti, non manteneva una sufficiente tensione sul telaio ligneo, nonostante la foderatura di inizio secolo, e mostrava diverse cadute di colore. La lettura della cromia originale risultava alterata dal degrado della vernice superficiale, divenuta giallastra, e dai numerosi ritocchi ad olio, osservati con luce diretta e radente, segno di una grossolana azione manutentiva precedente.
Durante l’intervento conservativo è stata effettuata la rimozione dei depositi superficiali incoerenti tramite pennello di setole morbide. La velinatura della superficie pittorica è stata eseguita attraverso adesione di carta di riso con colletta. Smontato il telaio originale, sono stati rimossi i depositi superficiali incoerenti del verso della tela tramite l’uso di aspiratori. È stata rimossa la vecchia tela da rifodero, il beverone sottostante, ed è stata realizzata la foderatura con colla pasta. Infine, il dipinto è stato montato su nuovo telaio ligneo ad espansione calibrata. Sono state rimosse le vernici ossidate e i ritocchi alterati tramite applicazione di miscele solventi organiche calibrate e testate in fase operativa. Si è proceduto, quindi, alla stuccatura delle lacune con gesso di Bologna e colla di coniglio e alla reintegrazione pittorica a tono delle piccole lacune e delle abrasioni della superficie pittorica con tecnica riconoscibile ed equilibratura tonale generale. Infine, è stata applicata su tutta la superficie vernice a tampone e a pennello.



Le due Sorelle, Annetta e Giuseppina ?







È questa la triste storia di due donne unite insieme nella vita e nella morte..
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4. Letteria  Montoro



Era nata a Messina il 19 aprile 1825, morta il primo agosto 1893. Una donna di altissima intelligenza e di cuore immensamente benefico e generoso. Ella amò il sacrificio sino all’eroismo, e benchè fornita di singolare bellezza nel volto e nella gentil persona, compresse ogni sentimento dell’animo tenero e poetico, e rifiutò i vari matrimoni che le si offrirono per rimanere in famiglia, la quale aveva indispensabile bisogno di lei. Poetessa nata, scrittrice forbita e gentile, di quando in quando, se le cure domestiche glielo consentivano, affidava i suoi sentimenti alla carta, e scrisse parecchie poesie e qualche romanzo senza pretesa di gloria; ma ciò malgrado molte sue composizioni ebbero pubblicità, ed ella bentosto fu salutata poetessa […]. Il suo stile lo formò soprattutto la lettura del leopardi, la cui patetica poesia prediligeva (Oliva 1954).

 È un sintetico profilo dello storico messinese Gaetano Oliva che riportò Letteria Montero, unica donna, nel suo libro sui “Messinesi Illustri”.
Eppure di lei si sono perse le tracce, la memoria storica.
La sua lapide era posta nella cella sotterranea della Galleria Monumentale del Cimitero di Messina. Il terremoto del 1909 distrusse ogni cosa facendo sparire  anche i resti mortali della brava scrittrice.
Della sua vita familiare non si sa molto. Era figlia di un esule, grazie alla prefazione del suo romanzo “Maria Landini” dove affermò di
“aver ritratto nella figura del proscritto Antonio il proprio padre”
Una giovinezza trascorsa come molte altre donne dell’epoca nell’ambito familiare nel segno dell’esclusione ma nello stesso tempo con gli ideali democratici.
Infatti in base alle poche fonti, partecipò ai moti rivoluzionari del 1848 collaborando al giornale patriottico “L’Aquila Siciliana”.
Un giornale che era  nato il 16 febbraio  del 1848 durante i moti. Per questa sua partecipazione alle idee rivoluzionare fu esiliata e a quanto sembra continuò a svolgere un importante ruolo di mediazione e di contatto tra confinati politici e strutture di governo..
Ritornò a Messina negli anni ’50. ?
Nel 1863,  trent’ottenne, scrisse un componimento  per la morte del fratello, il sacerdote Francesco Montoro. Nel componimento appare la figura di una donna che per consentire al fratello di svolgere diversi ed importanti incarichi pubblici, si dovette occupare in prima persona della famiglia.
Una donna che aveva accettato, dopo il periodo rivoluzionario, di vivere all’ombra del fratello che era direttore del Collegio Peloritano messinese e direttore spirituale del liceo ginnasio Maurolico.
La lontana partecipazione ai moti rivoluzionari non erano però svaniti. La donna vi aveva partecipato con una forte ideologia e convinzione ed ora  con i nuovi tempi decise di continuare a fare sentire la sua voce piuttosto che annullarsi completamente nelle sua attività d’occupazione domestica che costituivano
“croce e delizia, regno e prigione delle donne dell’Ottocento”.

Si dedicò quindi ad iniziative filantropiche e  attività in campo educativo ed assistenziale.

Nel 1878 (?) scrisse un accorata ode “Sulla tomba della chiarissima Mariannina Coffa poetessa netina,,”
“Nei trasporti d’amore, nella conversazione con l’amata,
nei favori che ne ricevi, anche negli ultimi,
tu vai piuttosto in cerca della felicità di quello che provarla,
il tuo cuore agitato, sente sempre una gran mancanza,
un non so che di meno di quello che sperava, un desiderio di qualche cosa […]
la miglior parte, la più dritta strada al piacere,
e a un’ombra di felicità, è il dolore”.

Molte delle poetesse del tempo pubblicavano a Palermo  e a Messina che dal punto di vista culturale era collegata a Napoli verso cui i letterati messinesi si rivolgevano per pubblicare su periodici a rilevanza nazionale.
L’attività della Montoro non fu esigua perché si presentò molto diversificata tanto da superare il ristretto ambito cittadino.
La poetessa pubblicò spesso a Palermo per editori e riviste e ottenne, oltre lo Stretto, l’inserimento nella “Strenna Filantropica”. Un progetto fortemente voluto dalla duchessa Felicita Bevilacqua, che aveva richiesto per la sua attuazione un fitto scambio epistolare tra le donne intellettuali di ogni parte d’Italia.

Alcuni scritti della Montero furono inseriti in volumi antologici di portata nazionale: La Ghirlanda della Beneficenza, La “Strenna Filantropica”, “Candia: scritti in prosa e in verso”, una pubblicazione di grande rilevanza politica perché finanziata dal comitato filellenico messinese per aiutare i combattenti cretesi del 1866.




La Montoro doveva essere nota alle altre scrittrice siciliane del tempo che incontrò nella testata giornalistica “La Donna e la famiglia” (del 1862 – 1864) dove scrissero Rosina Muzio Salvo, Concettina Ramondetta Fileti e  Mariannina Coffa. Le tre scrittrice probabilmente  ebbero la possibilità di leggere il romanzo della stessa Montoro , “Maria Landini”. Un romanzo che fu pubblicato a Palermo, Clamis e Roberti, 1850.


Maria Landini racconta l’intricata vicenda di una ragazza Maria che abbandona la propria casa e i parenti per evitare l’unione con un personaggio ricco e malvagio, il barone Summacola. La ragazza nella sua fuga rocambolesca viene aiutata dalla famiglia di Roberto Altieri danneggiata dallo stesso barone.
Trama:
“ Roberto Altieri soccorre con la figlia Giulia una giovane sconosciuta, che si saprà poi essere Maria. La coppia è afflitta perché l’altro figlio, Edoardo, è stato arrestato da un malvagio magistrato, il barone Summacola; la madre Adelia ne muore di dolore.
Inutilmente gli Altieri avevano cercato di intercedere presso la corrotta nobiltà del luogo; neanche il pontefice aveva dato loro ascolto. La storia di Maria  e le vicende degli Altieri sono connesse in vario modo: Eduardo aveva conosciuto casualmente Maria e se ne era innamorato; la ragazza a sua volta era stata promessa dagli zii proprio a Summacola, ma temendo il barone, del quale avvertiva la doppiezza, era fuggita nella notte.
Maria era già sradicata dal proprio contesto familiare di origine perché figlia di un esule, messo al bando per aver aiutato un uomo ingiustamente accusato; alla morte del padre, impazzito dal dolore, Maria era andata a vivere a Roma dalla zia.
Nella sua fuga, che racconterà agli Altieri, la ragazza incontra un vecchio saggio; questi le fornisce una scorta cui affidarsi durante il viaggio, un uomo sfregiato di nome Lorenzo, che è in realtà Enrico, amico di Edoardo, riuscito a sfuggire all’arresto. La cicatrice deriva da uno scontro con dei banditi.
Maria e Lorenzo s’imbattono in un gruppo di armati, ma la ragazza riesce a fuggire, arrivando stremata in un cimitero dove la trovano gli Altieri.
Mentre Edoardo soffre nella terribile prigione di Castel Sant’Angelo Enrico, sotto le spoglie di Lorenzo, elabora un piano per farlo fuggire, convincendo un carceriere.
Dietro tutte le mosse dei giovani ci sono i consigli del vecchio saggio, che altri non è che il nonno di Enrico, Giovanni Martelli, uno uomo giusto costretto all’esilio.
Edoardo ed Enrico, ormai liberi, si recano un Francia; a Roma Roberto si batte in duello con Summacola e lo sconfigge: questi si pente e rivela di aver perseguitato gli Altieri poiché aveva amato senza speranza la moglie di Roberto, Adelia. Nella conclusione Roberto e Giovanni Martelli si ritrovano, gli esuli ritornano, e il magistrato si ritira in eremitaggio.”

Nella trama sono facilmente riconoscibili elementi manzoniani anche se rivisti e con nuovi sviluppi. Il matrimonio non è il fine ultimo della vicenda ma un male da evitare. La protagonista non accetta le situazioni predisposte da altri ma oppone ad essi la propria volontà d’agire.
I parenti si mostrano propensi ad un unione della povera orfana con un personaggio benestante anche se cattivo, tanto che la zia in maniera ipocrita afferma…
“ coi tuoi consigli e col tuo esempio lo trarresti al sentiero d’onore”.

La zia esegue una forte pressione psicologia sulla ragazza con i suoi insistenti ricatti sentimentali così violenti che Maria arriva a temere non l’ira della donna ma piuttosto
“le sue parole amorevoli”
che richiamavano l’autorità del padre morto e di un Dio benedicente l’unione ma immediatamente smascherati da Maria…
“Ah ! Il padre avrebbe interrogato si i miei palpiti, ma non ha mai pensato dirigerli!”
“Dio ! Tu il cuore creati libero”.



Maria sembra in quest’ottica un anti-Lucia  che si mantiene distante da un atteggiamento acquiescente, tradizionalmente femminile. L’unione d’interesse è vista come un “sacrificio di una vittima” e “ferale olocausto”; una violenza terribile che, per quanto ammessa dalla società, turba l’equilibrio naturale ed è infatti accompagnata, nel giorno delle nozze, dallo scatenarsi degli elementi:
“ .. nel sibilo del vento, che sordo e sinistro perturbava l’aere,
io sentiva il preludio di eterna maledizione alla mia viltà. Io   vile !
Io l’obbrobrio di me stessa !... non sarà mai !

Una Maria ribelle che affronta la fuga, le tenebre del bosco, il senso di rovina e di distruzione che emana il paesaggio naturale e il suo fermarsi in un cimitero, che simboleggia l’ingresso in un altro mondo, è una tappa cruciale di morte/rinascita della protagonista. La protagonista ha abbandonato il cerchio sicuro ma angusto della casa per fare ora esperienza nel mondo.
“ Agitata da violente vertigini sentiva venir meno i miei sensi,
e non discernea che la confusione di un sogno [..];
un fremito mortale mi scuote le fibre […].
M’avvio tacita e furtiva per le scale, ma da lì odo calpestio… misera me!
Mi arresto inosservata penso,,, havvi nella casa un’uscita segreta,
vi traggo per buio ed angusto corridoio:
la porta è attraversata da una spranga…Dio, soccorso !
Che fare ?.... coraggio !
Mi pruovo piano di trarre quella spranga dai buchi,
le mani tremano, essa stride, sono perduta !...
ritta mi sto lì, trattenendo financo il respiro, ma era silenzio,
nessuno avea avvertito quel rumore: tento di nuovo, ecco sbarrata la porta..
che oscurità intensa !
Qual tempesta di affetti in me !....
brancolando discendo gli ineguali scalini, balzo di terrore ad ogni passo,
disserro a stenti il portone, ed eccomi nella strada […].
Il vento imperversa orribile, e l’aere suona pianto !
Le tenebre s’addensano sul mio capo !”

“Da circa due ore io camminava per quella strada, e grosse gocce d’acqua
sentia spesso sul volto.  Una stella cercavano invano gli occhi miei;
un negro manto vestia la volta dei cieli, e gravando sulla faccia della
terra mi copria di suo orrore come la notte del sepolcro [..].
La via ch’io percorrea non la vidi più dritta e piana ma scoscesa,
m’incespava nei suoi sterpi, pure il breve ma oramai speso lume dei lampi
guidava i miei passi per istretto e irregolare sentiero”.


La stessa Maria sembra più vicina alla figura di Renzo perché inizia un viaggio attraverso la campagna italiana incontrando la miseria e la violenza,  dove l’illegalità è imperante, un mondo abitato da mendicanti e briganti nella quale si vive in una condizione di costante pericolo.
Roberto Altieri ascoltando le vicende della fuga di Maria
“Oh, anche per mal’intesa affezione si domanda la schiavitù dell’affetto !...
M’interessa l’udirvi, o giovinetta;
Se per poco tutti vi somigliassero!”.
Maria alla fine giunge in un ambiente sereno e il rischio non proviene certo dai banditi anch’essi rifiuti di una società che li ha costretti ai margini. Risuonano le parole del saggio, l’esule Martelli che esprime i valori dominanti della società:
“Sì, figlia mia, l’infelice ama l’infelice:
quelli non avrebbero disfogato in voi l’odio che li martira,
si lo stesso delitto pur li raccapriccia…. Anche il malvagio sente in sé quel
germe di virtù che coltivato farebbe l’uomo sublime,
ma che in alcuni spiriti violenti, esasperati dal vedersi languire
in mezzo all’abbondanza della terra, vien soffogato dall’altrui
arroganza, ed essi amano il vizio per sola ostentazione”.

Traspare nelle pagine del romanzo  una società caratterizzata da un aspetto politico feudale improduttivo e vessatorio. Quando racconta la storia del matrimonio tra Roberto e la nobile persiana Adelia, il padre della sposa descrive la situazione negativa del suo paese, la Persia:
“Oppressa dagli orrori d’una barbara feudalità,
senza forza e concentrazione di potere,
senza istruzione né progresso,
ella è abbandonata come schiava ai capricci degli uomini […].
Ma il mio peggiore dolore è nel considerare questo popolo,
su cui passano i secoli, e non un pensiero,, non un palpito ne contrassegna
il passaggio: vero frammento della massa orientale, l’inerzia sembra essere
l’elemento e lo scopo del suo vivere,
il riposo l’unica sua felicità, fosse pur quello della morte ! […]
sepolta nelle rovine di sua gloria, giace sulla terra, grave,
stazionaria, ed immensa “.

L’autrice utilizza l’immagine di un paese lontano, dalle grandi tradizioni storiche, per criticare la sua terra… statica, arretrata, inerte..
Sembra quasi di rivedere l’immagine di Don Fabrizio, principe di Salina nel Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nel suo sincero discorso con il ministro piemontese Chevralet.
La ribellione di Maria (la scrittrice)
La fuga dall’ambiente domestico è il mezzo per vedere da vicino e leggere gli aspetti drammatici della società dal punto di vista sociale e politico.  La ragazza è figlia di un esule e da tempo posta quindi ai margini della società.. osservare, “toccare” la realtà da vicino percependone le sofferenze, gli aspetti drammatici di una forte e continua violenza sui deboli e la sopraffazione dei potenti che sono senza regole e legge.
Durante la fuga Maria incontra una donna costretta a mendicare perché il marito contadino era stato ucciso dall’eccessivo lavoro..
“ Ella piangeva stringendosi al seno quel pargoletto;
la sua figura era squallida e trista, le sue vesti censiose,
e quel bambino parea succhiare invece del latte il dolore della madre sua !
Ella mi vide, e mi si avvicinò mostrandomi il volto pallido e magro del figlio,
e stendendo la scarna mano con tal atto da ferirne il cuore !....
Scoppiando in pianto la tapina mi raccontò la cagione di sua miseria;
mi raccontò com’era stata sposa ad un contadino, il quale col suo
stentato sudore procacciava appena un nero pane onde disfamare la
meschina famiglia, e come finalmente morto per esorbitanti travagli
il marito, ell’era costretta ad accattare un pane elemosinando!!!”

Episodi, incontri vissuti durante la sua fuga che permettono a Maria di sviluppare una vera coscienza sociale. Vive i personaggi, li sente suoi, c’è un grande legame tra la sofferenza che sente in sé e nel reale e l’ideologia democratica e risorgimentale. Prova dolore per chi è escluso dalla società per le sue idee libertarie e chi è oppresso dalle prepotenze dei signori a qualunque classe appartengano.
Le due linee ideologiche del romanzo, la condizione di esule e la marginalità della figura femminile, risaltano di continuo nel romanzo. Sole le idee che permettono alla scrittrice di viaggiare nella realtà come a formarsi , a prendere coscienza dei gravi problemi esistenti e di valutarne gli aspetti nella loro problematicità sociale.
In questo contesto s’inseriscono i personaggi appartenenti alla nobiltà ed al clero, esponenti della classe dominante. Personaggi ambigui, corrotti, in possesso di maschere intrise di un falsa ideologia di bene, e che utilizzano la loro posizione solo per i loro tornaconti personali…… personaggi alleati tra di loro sotto la maschera delle diversa ideologia…...(come sono vicini ai nostri tempi…).
Il tiranno e magistrato Summacola mostra in pubblico un atteggiamento saggio e dignitoso….
“ l’alta sua fronte splende di nobili pensieri,
e le sue labbra sono atteggiate ad un benevolo sorriso”
ma in privato ecco…. la completa trasformazione..
“allora getta lungi da sé quel velo che ipocritamente l’avviluppava,
prorompe in bestemmie, i suoi occhi lanciano velenosi sguardi
come ambissero la potenza di inabissare l’umanità,
la sua fronte dapprima serena ecco adesso corrugarsi,
e ripullulare in essa avide le idee del delitto, del tradimento,
ed il sorriso cambiarsi in un sogghigno colmo di fiele e di livore mortifero”.

Personaggi con alte cariche politiche alleati tra loro  come il barone Summacola, il Cardinale Ministro di Polizia, lo stesso Pontefice… tutti personaggi avvolti dal lusso ma nello stesso tempo da una fitta penombra in scenari cupi. Tutti aspetti evidenti della loro personalità impura.

“ Il pallido chiarore della lampada si rifletteva incerta sugli apparti violacei
della stanza, ove assiso sur una poltrona stava il Cardinale Ministro di Polizia
vestito della porpora”…
“Coverto dell’ermellino stava il Ponrefice assiso sur una specie di trono,
coi piedi poggiati sopra un cuscino di velluto cremisino…”

Nel racconto il pontefice, di fronte alle donne imploranti non trova di meglio che rispedirle al Ministro di Polizia, e rivolgendosi ad uno dei suoi dipendenti per liberarsi delle scomode questuanti….
“Accudite voi sulla causa di queste infelici presso il ministro.
Così il Pontefice con melliflue parole versò nei cuori delle donne quel
rivolo di speranza che si intromette a prolungare il dolore”.

La scrittrice era una cattolica e consapevolmente mette in scena un papa complice di funzionari corrotti ed evidenza la precisa volontà di esporre una denuncia sociale sulla corruzione del papato.
Un racconto con una divisione tra buoni e cattivi, un ricco intreccio di vicende  e con un accorta trama ricca di sospensioni per tenere desta l’attenzione del lettore, un linguaggio semplice.
Un racconto che non è facile classificare anche se potrebbe rientrare tra i romanzi popolari.
Non propone soluzioni ai mali del mondo, come la presenza di un eroe capace di cancellare dalla scena i malvagi  per il ritorno della legalità ma solo una figura femminile che, lontana dai canoni romantici, porta avanti la sua battaglia personale con i suoi occhi e le sue parole espressioni di un attenta analisi della società del tempo.

Dietro il personaggio di Maria, coraggioso ed in grado di sfidare le convenzioni, è agevole rintracciare la fisonomia dell’autrice, che condivide con la sua protagonista la dolorosa esperienza dell’esilio, ed una conoscenza più profonda delle cose umane. Tale cognizione del dolore e dell’emarginazione si converte nel romanzo in capacità di agire nel reale e di vederlo senza illusioni.
Una produzione letteraria inusuale e potremo definire innovativa. Un romanzo popolare dove avventura e realtà si coniugano in maniera perfetta offrendo uno spaccato di vita meridionale alle soglie dell’Unita d’Italia che non cambierà nulla.
Una figura di eroina inedita, la percezione di un disagio sociale sofferto in maniere autentica e non con distacco per cui anche il bandito, come l’esule e le donne, vivono una stessa esperienza di emarginazione  e di esclusione sociale ed entrambi ambiscono ad una forte volontà di riscatto.
Ad aumentare l’importanza dello scritto è la stessa figura di donna, emarginata perché tra l’altro non sposata, che ambiva ad essere scrittrice e che coltivava la sua passione nei momenti residuali della propria attività di sorella, amica, confidente, ai margini del quotidiano.

Nel 1865 fu l’unica poetessa messinese chiamata a commemorare il centenario di Dante: in questo evento, la città di Messina riunì i migliori intelletti della città fra letterati e docenti universitari. Per l’occasione, Letteria scrisse un componimento intitolato Pel centenario di Dante Alighieri, sostenendo la tradizionale immagine risorgimentale del Dante prefiguratore dell’Unità d’Italia. Morì nel 1893.

“Il pensiero dell’anima”(1885), una delle poesie più famose e apprezzate della Montoro, costituisce sicuramente la cifra più rappresentativa di questo suo “leopardismo minore”. Eccone uno stralcio :
O peregrina idea
Ove ti aggiri e celi
Lungi dal guardo mio! Qual erma sede
Solo per te creata,
O quale avventurata
Dell’immenso universo ascosa parte
Di tua presenza bei?
Dimmi se vera è tua sostanza in questo
Moto eterno dell’essere infinito,
O vagheggiata invano dal pensiero
Ognor tu fosti e sei. Qual nell’umana
O celeste famiglia,
Qual beltade alla tua si rassomiglia?



Diverse fonti ne lodarono la bellezza, l’intelligenza e il suo impegno politico, liberale ricco di combattività, spesso ribelle e che mal si accordavano al contesto sociale, fortemente maschilista, del tempo.
L’epigrafe che il triste destino ha cancellato facendo perdere anche le sue spoglie recitava:
Qui per volere del Comune/
l’ala dell’oblio non graverà sulle ceneri/
di LETTERIA MONTORO/
che l’anima forte ed eletta/
trasfuse in versi soavii ed in prose eleganti/
donna di spiriti liberali/
 confortò i fratelli che combattevano/
per la redenzione d’Italia/
li seguì nell’esilio/ e ad essi tornati in patria/
sacrificò cristianamente la vita/ mirabile esempio di fraterno affetto!/
19 aprile 1825 – 1 agosto 1893



Messina –  Il Torrente Boccetta disegnato da J.L. Houel
Una scrittrice dimenticata…
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5.  Concettina Ramondetta Fileti


A Palermo, in via Giuseppe Patania al numero civico 56 – 58, una lapide la ricorda con poche parole..”murata una lapide che ricorda la casa ove ella nacque, fiorì e si spense”.
Era nata l’uno gennaio 1829 a Palermo e morì l’uno gennaio 1900.






Esponente della nobile famiglia dei duchi di Ramondetta di San Martino, figlia del Duca Francesco San Martino Ramondetta e di Anna Felice Tarallo della Ferla.
Passò tutta la sua vita nel palazzo che era stato anche dimora del pittore Giuseppe Patania.
Nello stesso palazzo ricevette le lezioni del letterato e patriota Gaetano Daita suo maestro. Scoprì subito in sé una vena poetica e ricevette gli incoraggiamenti  di Tommaso Grossi, un famoso romanziere ed amico di Alessandro Manzoni.
Anche lei, come le altre poetesse del tempo, partecipò attivamente alle fasi risorgimentali che videro la Sicilia e  Palermo in coraggiosi movimenti antiborbonici. Un gran numero di donne scesero in strada ed anche la Ramondetta partecipò attivamente ai moti.
Nel marzo del 1849 fuggì di casa per aiutare i rivoluzionari nello scavo dei fossati di Sant’Erasmo che dovevano ostacolare il ritorno delle truppe borboniche.



Quel momento della sua vita fu riportato in versi descrivendo quella sua patriottica fuga:

«Lasciami in tutta l' estasi di questo giorno di Paradiso: esso è il più memorabile della mia vita, anzi solo oggi posso contare d' esser vissuta»
«Esitai al pensiero di mia madre, ma mi feci coraggio all' idea che la patria vuol questo servizio da me; e la patria è pur madre: voliamo!»

Nella fuga da casa fu riconosciuta da una vicina di casa che la chiamò per nome.. ma la Ramondetta rispose:
«Io non son io».

«Mentre andavo al campo, pensavo tra me stessa: ora non dico soltanto parole, ora anch' io servo la patria: finalmente l' affetto inesprimibile che ho per essa non starà più nascosto nel mio cuore come l' amore della donzella di Shakespeare~ Il più difficile ostacolo, che era quello di fuggire di casa, l' ho già superato, e se tratto la zappa, servendomene per la patria mia, essa mi sembra più onorevole della penna con cui Dante scrisse il divino poema»
«Un mio amico mi presentò al quinto battaglione della guardia nazionale, a cui recitai un brano del mio inno. Mi credetti veramente Giovanna D' Arco. Ma non ero armata? e un cuore che palpita per la patria e per la libertà non vale assai più d' un cannone?»

Non è retorica perché i giovani di quel tempo erano capaci di manifestare sentimenti molti alti e forti legati alla propria terra… La Sicilia.
Il famoso letterato Luigi Natoli  riportò  quei giorni di drammatica resistenza antiborbonica:
«Donne per natali e per dovizie illustri, gentili giovanette educate fra gli agi e gli studi, scesero nelle campagne con le donne del popolo; gli uomini, di qualunque condizione, scavavano fossi ed elevavano trincee; le donne trasportavano la terra; le loro mani si graffiavano, si laceravano, nereggiando di fango; le loro membra gemevano sotto il peso inusitato; che importa? Il sole risplendeva intorno, e gli inni di guerra risonavano sulla moltitudine operosa. Così le donne si offersero alla patria fino agli ultimi giorni della rivoluzione; quando ogni resistenza fu vana, e l' odiata bandiera sventolò nuovamente sui bastioni; esse si ritrassero nelle case e attesero ed educarono i figli alle future battaglie».


Luigi Natoli
(Palermo, 14 aprile 1857; Palermo, 25 marzo 1941)
Scrittore e storiografo, autori di romanzi con lo pseudonimo di William Galt.
Figlio di Giuseppe e Maria Lamantea, all’età di tre anni,  all’entrata di Garibaldi in
Sicilia, la madre vestì tutti i figli di rosso e per questo motivo vennero confiscati i
beni alla famiglia e mandati in prigione.
Il destino di Luigi sarà sempre quello della libertà di pensiero e di non
Possedere mai alcun bene. La povertà della famiglia gl’impedì di frequentare le scuole ma studiò da autodidatta, frequentando biblioteche e dedicandosi alla continua lettura di testi.

La giovane Ramondetta partecipò attivamente  alla ribellione facendo circolare clandestinamente delle poesie coraggiose ed ardite. Qualcuna era all’indirizzo di Ferdinando II:
«Ma trema! indarno folle gioia ostenti: / gioir non può, fra un popolo che langue, / Re che spreme dal cor d' oppresse genti / lacrime e sangue».
Malgrado la sua azione eversiva non cadde nelle rappresaglie di Salvatore Maniscalco cioè del capo siciliano della “polizia borbonica” che s’adoperava in una sfrenata ricerca dei clandestini per poi punirli con feroci punizioni.

Nel 1850 sposò il cavaliere Domenico Fileti, ad opera del quale per otto volte
“Amore le sorrise, e le cuna le infiorò”.


Malgrado la famiglia, con l’arrivo dei primi figlie/e, la Ramondetta continuò nella sua politica antiborbonica..
“non è ancora il tempo di ritirarsi in casa e attendere all’educazione dei figli”.
Nel 1861 scrisse un inno a Garibaldi che fu musicato dal maestro Pietro Platania..
«Ha bionda la chioma, purpurea la vesta, / brandisce la spada, l' Italia si desta».
La composizione presenta altri spunti di natura politica:

«Di Roma e Venezia, fratelli gementi, / Ei giura salvarvi, cessate i lamenti», e così il braccio dell' invitto Nizzardo sostare «potrà quando Italia fia libera ed una».

Lo stesso pensiero venne espresso in un inno dedicato a Vittorio Emanuele quando il re giunse a Palermo l’uno dicembre 1860:
«Dal Campidoglio e da Venezia bella / Italia griderem libera e forte».

Questi inni non furono graditi dallo storico e sacerdote Isidoro Carini che pregò la poetessa di sopprimerli perché suonavano
«condanna immeritata al santo vecchio che regge da tanti anni la Chiesa”.

La poetessa non accettò l’invito dello storico e questo malgrado  la presenza nella donna di un forte sentimento religioso che figurò nella canzone “A Maria Vergine” e che fu musicata dal maestro Bernardo Geraci. Una canzone che veniva cantata negli anni passati ogni 8 dicembre nella Chiesa dell’Olivella.
Dopo il 1861,  compiuta l’unità d’Italia, la Ramondetta-Fileti esaurì la sua carica rivoluzionaria e si dedicò alla famiglia ed ai valori sociali e letterali. Nelle sue poesie i sentimenti patriottici, molto forti, vennero sostituiti da teneri e profondi sentimenti domestici.
Sono questi componenti quelli maggiormente apprezzati dalla critica letteraria del suo tempo.
Il poeta Vincenzo Navarro le dedicò dei versi: Quest' angelo di amore e di beltade / non canta di ruscelli, / di violette e ninfe e praticelli».
Il letterato Ugo Antonio Amico nel 1906 scrisse: «Poche volte mi è avvenuto legger versi così belli, casti, soavemente malinconici».
Nel 1877 morì la maggiore delle sue figlie, Annetta a soli 24 anni. Una perdita, un lutto che  annientò la sua vena poetica… un dolore tanto forte da renderla incapace di esprimere i suoi sentimenti in versi, in musica…
Un’altra figlia della poetessa, Bianca, sposò Ferdinando Oddo che all’età di 14 anni si era arruolato fra le truppe garibaldine. Il giovane nell’agosto del 1860 fu mandato a combattere contro le navi borboniche nel porto di Palermo e “per coraggio e fermezza militare”  fu promosso sul campo caporale.


 Una via porta il nome della scrittrice ma quanti leggendo il suo nome la collegheranno alla poetessa rivoluzionaria ?

 Molte delle sue poesie patriottiche erano antiborboniche dove traspare la visione di un governo che non risolve ma che esaspera; di una Sicilia con gravi problemi economici; il parassitismo di una corte indifferente alle sorti del popolo; l’immoralità e l’inettitudine di un sovrano che ha ingannato i suoi sudditi e a sua volta si fa dominare da collaboratori disonesti.
“La Festa in Costume”  componimento scritto sotto lo svolgersi dei fatti dell’inverno 1855, quando il carovita determinò un drammatico impoverimento della popolazione siciliana, raffigura una situazione sociale molto caotica, che il re Ferdinando non riesce  a controllare se non aggravando ulteriormente il carico fiscale e chiudendosi nei suoi privilegi:
Chi ne‟ tripudi, chi stolido esulta/E fa del riso omaggio a un vil tiranno? / Chi con gioia sacrilega c‟insulta/ Fra tanto affanno? / Ferve la danza, brillano le faci; /Della festa tu se‟ vanto e decoro, Fernando! Ah, ne‟ piaceri folli e mendaci/ Profondi l‟oro. / E chi con la pietà del volto scarno/Un pan ti chiede, un pan che lo disfami,/ E chi prega, riprega, e sempre indarno,/ Ribelle chiami […] Mira: nel giorno e nella notte oscura/ stuol di mendici innonda la cittade/ Nell‟ozio l‟artigian, della sciagura/ vittima cade. […] le mura sin, le messi, / l‟aria che Dio ci dà tu vendi a noi/ per impinguar Verri novelli, anch‟essi / nemici tuoi (Ramondetta Fileti 1862, 83-84).

Eppure questa rivoluzionaria Ramondetta riuscì a creare una serie importante di relazioni con scrittori importanti del tempo come Tommaso Grossi e Niccolò Tommaseo. In particolare con il secondo scrittore la poetessa instaurò una stretta relazione  a tal punto che la stessa inviò al famoso scrittore una Canzone che il Tommaseo pubblicò nel suo volume “La Donna”, accompagnando il componimento con lusinghieri commenti. Nel 1863 lo stesso scrittore invitò la poetessa a partecipare alle feste indette per il centenario del Savonarola.
I figli della scrittrice raccolsero le lettere che gli inviarono personaggi illustri del tempo: una lettera di Grossi, due di Tommaseo, undici di Giacomo Zanella, ed altre di Atto Vannucci, Andrea Maffei, Giulio Carcano.
La scrittrice non si allontanò mai da Palermo e questo aspetto dovrebbe fare capire come la sua grande forza comunicativa delle sue idee e dei suoi scritti abbia valicato lo stretto di Messina per raggiungere  i grandi letterati del tempo e i relativi circoli culturali.
La Ramondetta partecipò fra l’altro alla “Strenna Femminile” forse per intercessione della sua amica Rosina Muzio Salvo che conosceva la duchessa Felicita Bevilacqua, promotrice del volume.










Una “Grande poetessa in camicia rossa”.


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6. Lauretta Li Greci


Era nata a Palermo il 15 novembre 1833 e della sua famiglia non si sa nulla. Nel Nobiliario Siciliano la famiglia viene citata come “nobile famiglia di Siracusa, della quale, tra gli altri, notiamo un Francesco senatore patrizio di detta città nel 1755 – 89 e senatore nobile nel 1808-09 ed un salvatore che tenne quest’ultima carica in detta città nel 1811 – 12”. 
Era una bambina quando cominciò a scrivere in versi. Quest’aspetto, una grande finezza stilistica e la dolcezza malinconica delle sue profonde riflessioni, le diedero subito una grande notorietà.
Lauretta, malgrado la sua giovane età, scriveva sempre pensando alla morte. La consapevolezza di essere gravemente ammalata, colpita da un male come la tisi da cui era difficile sopravvivere  e quindi della sua imminente fine, guidava la sua scrittura.
Una morte quindi sempre presente nei suoi versi che cercò di nascondere con una tenerezza sofferta, struggente. La povera Lauretta morì il 3 luglio 1839, aveva sedici anni.
Malgrado la sua breve esistenza riuscì a trasmettere nei suoi versi una sensibilità non comune e una cultura notevole per una giovane del tempo tanto da lasciare un impronta profonda  nella letteratura dei decenni successivi.
La sua morte fu pianta da tanti intellettuali del tempo e da poeti non solo siciliani.
Un grande tributo le fu dedicato dalla poetessa Rosina Muzio Salvo che le dedicò un celebre carme:
“In Morte di Lauretta Li Greci”

Il poeta Ettore Arculeo scrisse di lei:
“La sua vita fu quanto il crepuscolo di un giorno e il suo passaggio su questa terra fu come il trasvolare di un angelo fra gli uomini; ella non lambì il lezzo della terra e, fortunata, non arrivò a comprenderne l’impurità e la sozzura“.

Fu sepolta nella chiesa di San Domenico a Palermo,  nel Pantheon degli uomini illustri, dove un monumento, opera di Rosario Anastasi, ne custodisce le spoglie.
Un monumento che si trova difronte a quello dell’altra poetessa del tempo, Giuseppina Turrisi Colonna, che la povera Lauretta aveva pianto, un anno prima, con dolcissimi versi la sua immatura perdita.
Anche lei dimenticata e con una produzione poetica molto difficile da reperire.
I versi che seguono sono contenuti in una silloge poetica dell’amico Girolamo Ardizzone, che così la ricorda:
Conobbe il greco, il latino, il francese, lasciò molte poesie inedite, fra le quali parecchi frammenti di una novella in versi sciolti, Giovanna Greij, e alcune traduzioni di Saffo e di Simonide che furono da me pubblicate nella Rivista Scientifica Letteraria ed Artistica per la Sicilia, anno 1833.
Probabilmente, la storia di Lauretta Li Greci commosse i palermitani al pari della sua poesia, tutta piena di sofferenza e presentimento della sua fine prematura e ciò contribuì a tenere vivo il suo ricordo.
L’autrice viene ricordata nel Dizionario dei siciliani illustri, cit., p. 293. Una sua lirica, Presentimento della morte, venne riportata da Ettore Janni all’interno della sua antologia dei Poeti minori dell’Ottocento, Rizzoli, Milano 1955.
Bellissima la sua poesia "Alla Luna" scritta pochi momenti prima della sua morte che non posso riportare perchè coperta da copyright.... (che strano modo di fare cultura...)


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7. Mariannina Coffa



nacque a Noto il 30 settembre 1841, figlia dell’avvocato Salvatore Coffa, un liberale  nelle vicende politiche del Regno di Napoli, e di Celestina Caruso.   Fu battezzata nella Cattedrale di Noto il 3 ottobre.



Noto (Siracusa) – La casa natale di Mariannina Coffa


I primi studi furono a Noto per poi passare, all’età di dieci anni, nel collegio “Peratoner” di Siracusa, sotto la guida di Francesco Serra Caracciolo,  dove incominciò a mostrare la sua vena poetica scrivendo alcune poesie o “improvvisate”.
Nel 1854 – 55, all’epoca quattordicenne,  visse il dramma sociale del colera. Con la sua famiglia si trasferì nel podere della Falconara dove Mariannina visse un periodo particolarmente difficile non solo per la paura dell’epidemia ma anche per gli impegni politici del padre che era legato ai liberali antiborbonici.
In questo clima di turbamento Mariannina si rivolge spesso al Santo Patrono di Noto, l’eremita San Corrado Confalonieri, perché interceda presso Dio per la cessazione dell’epidemia:

Corrado, oh no, la grazia / Non ci saprà negar. // Ei che nostra patria / Ricopre col suo manto, / Ei che rimira il popolo / Fra tante angosce e in pianto, / Ei ci vorrà protendere / La salvatrice man. // Salve, o celeste Spirito, / O nostro Protettore / Fuga l’orrenda e squallida / Paura d’ogni core / E le dolenti lacrime / Sian di contento alfin…



Per favorire lo sviluppo della sua vena poetica fu affidata ad un canonico, Corrado Sbano (1827 – 1905), famoso nel campo delle lettere  verseggiatore. Il suo compito era quello di fornirle le letture adatte, suggerire i temi delle sue composizioni e nel correggere la tecnica di versificazione.
Don Sbano,  da canonico,  la indirizzò nelle letture cattoliche e  “sorvegliava” i suoi scritti poetici che dovevano essere lontani dagli autori considerati “esagerati ed intemperanti”,
«Per letture e per discorsi instillavo al suo cuore grande affetto alla religione, alla famiglia, alla patria, alla virtù in genere; soprattutto l'amore ai miseri, degli sventurati sopra la terra»

Don Sbano venne accusato di aver soffocato, con le sue scelte, le naturali tendenze poetiche della ragazza che avevano nell’effusione sentimentale di matrice tardo-romantica le sua originaria espressione. Il canonico indirizzò la ragazza nella lettura di autori classici che erano lontani dai suoi sentimenti e dal suo spirito  poetico. Il canonico sarà comunque sempre un leale amico e confidente di Mariannina.
Da giovanissima diede subito delle prove delle sue abilità di verseggiatrice e le sue “Improvvisate” d’occasione deliziavano i salotti nobiliari della città  nel corso di congressi politico – mondani.
Congressi che nella città neatina costituivano momenti socializzanti, fiera della vanità, occasioni di aggregazioni culturale.
I successi poetici  furono subito apprezzati  nella arcadica “Accademia dei Trasformati” di Noto, di cui fece parte dal 1857, (Mariannina aveva trent’anni), con il falso nome di “Ispirata”.
Fece anche parte, dal 1958, dell’”Accademia Dafnica” e di quella degli “Zelanti”.

Nel 1859 la sua famiglia decise di impararle il pianoforte e per questo motivo venne chiamato il giovane Ascenzo Mauceri (1830 – 1893). Il giovane Mauceri fini con l’innamorarsi della ragazza fino a progettare il matrimonio. 




Noto - Palazzo Mauceri


I due s’erano incontrati in una delle serate di conversazione nei salotti nobiliari di Noto nel 1852  e per Mariannina fu l’incontro fatale dei suoi sogni.  Venticinquenne maestro di piano,  patriota, compositore, discreto musicista alla ricerca del successo e del benessere economico. Il giovane si spostava spesso lontano dalla città per andare nel “continente” a Napoli e a Firenze.
La ragazza alimenta così nella malinconia della solitudine, nella svagata dolcezza della fantasticheria adolescenziale, l’immagine del giovane che l’ha colpita. N questo modo Mariannina è pronta ad innamorarsene quanto il Mauceri, tornato da un lungo viaggio in Italia, le dà lezioni di pianoforte nel 1859.  L’anno in cui, ancora diciottenne pubblica a Noto i “Nuovi Canti” che seguono la pubblicazione delle “Poesie in differenti metri” del 1855.
(“Nuovi canti” che nel 1863 apparvero in un edizione a Torino presso la Stamperia dell’Unione Tipografica Editrice).

A quanto sembra la storia d’amore fra  Mariannina ed Ascenzio fu contraddistinta da esigui incontri, il musicista viaggiava spesso ed era assente per lunghi periodi, e da una certa incomunicabilità. Pressante lui e flebilmente esitante, paura di un possibile divieto famigliare ed impotente nell’affermazione di sé, lei.
La famiglia Coffa acconsentì fidanzamento per poi cambiare improvvisamente idea.
Il rapporto fu quindi ostacolato dalla famiglia Coffa. La ragazza è bombardata da lusinghe, rifiuti, menzogne che ne risvegliano la gelosia nei confronti di presunte rivali; è minacciata di segregazione.
Ascenzio le propone la “fuitina” ma per Mariannina questo significa disobbedienza ai genitori, cioè la trasgressione di una legge morale e sociale estremamente rigida, che le impone di non seguire l’amato in una fuga disonorante per il suo nome, un azione che alienerebbe l’amore del padre e della madre.
Non si conoscono i motivi del rifiuto della famiglia Coffa al fidanzamento tra Ascenzio e Mariannina che decide di rinunciare per sempre al grande amore della sua vita.
La giovane percorre i sentieri della rinuncia e dell’acquiescenza rompendo il fidanzamento con Ascenzio per sposare l’8 aprile 1860 il ricco proprietario terriero ragusano Giorgio Morana.

Una lettera di Mariannina, datata Siracusa 5 settembre 1859, alcuni mesi prima del matrimonio con Morana, descrive l’amore che la poetessa nutriva per Ascenzio..

Ascenzio mio
Stanca del lungo e penoso viaggio, e travagliata da mille indicibili dolori, non ho altro conforto che ricordare gli ultimi istanti del nostro addio-istanti fatali la cui dolcezza fu sogno, e la memoria tormento.Io scrivo e piango…ora che niuno mi ascolta, ora che son libera di vagheggiarti nel silenzio della notte!…Ho tanto bisogno di piangere, e di aprirti il mio povero cuore.Oh! potessero almeno le lagrime rivelarti il secreto martirio dell’anima mia. Ascenzio! Comprendi tu la potenza di questo dolore che m’agita, che in pochi giorni ha consunto le mie vene, che mi ha tolto gran parte della vita?…Oh se al par di me senti questo bisogno di piangere e di amare…oh Ascenzio, non obliarmi, non tradire le mie speranze, il solo bene che mi lega all’avvenire. Noi saremo compagni nel dolore, comprenderemo appieno i misteri delle anime nostre, e i voti, i sogni, le rimembranze, saranno un’indistinta armonia che i nostri cuori ripeteranno tra loro. Oltre il tuo amore che chiedere alla terra se non credo ai suoi beni?…un deserto mi offrirebbe pur sempre l’immagine della patria mia, perché l’universo è tutto racchiuso nel tuo sguardo-che vale ogni altro contento?…io sentirò i tuoi dolori, sarò lieta del tuo sorriso; e quando un arcano desio ti sforzerà al pianto, oh allora noi piangeremo insieme; e quelle lagrime non contaminate dallo sguardo degli uomini, saranno una muta preghiera santificata dal silenzio e dall’amore-così, paghi dell’oblio del mondo, vivremo nella solitudine dei nostri affetti. ………Si è ormai compreso che la mia vita è potentemente legata a questo terribile amore, che gli uomini non valgono ad estinguere-amore, non mai diviso, che o non compresa, o compianta, trarrò meco alla tomba!...


Noto - Cattedrale

Il matrimonio tra Mariannina Coffa e Giorgio Morana….


Sposai all’alba – la chiesa era deserta – camminavo come trasognata e mi pareva di non essere più sulla terra. Mio padre non mi accompagnò – non ebbi accanto un amico – da un lato avevo mia madre confusa e dolente anch’essa, dall’altro lato mio suocero, che col suo viso arcigno mi faceva spavento come l’angelo del male. Nicastro (don Sebastiano Nicastro) mi guardò commosso, e non ho obliato quello sguardo. Vi fu un istante in cui, senza parlarci, noi ci svelammo una lunga storia di dolori, di tradimenti, di miserie. Io ero impassibile –quando mi si pose in dito l’anello, Nicastro aveva gli occhi pieni di lagrime e non poteva leggere la lunga orazione latina di cui non compresi una parola. Terminata la cerimonia, ritornammo a casa; ma le strade erano ancora deserte perché di buon mattino. Presso la soglia della chiesa vi erano una povera e una fanciulla –forse avevano assistito alla cerimonia.
La vecchia ci si accostò per chiedere l’elemosina e intanto diceva alla fanciulla:
“è una sposa, come è bella, come è contenta”.
 Povera donna! io non fui mai bella –
ma d’onde argomentò la mia contentezza? –
ero vestita modestamente e nulla in me addimostrava la sposa”.

Giorgio Morana per fare tacere la vecchia donna implorante l’elemosina, le cacciò in mano, con modi probabilmente buschi, una moneta. Mariannina alzò la testa incontrando la sguardo della povera donna che smentì con gli occhi la bugia detta per rimediare un’elemosina svogliata).

La Scena del Pranzo

Giunte a casa trovai la sola famiglia Sierna, il Nicastro e il Notaro Luigi Perricone. Restammo tutti insieme pel pranzo. Mio Padre si sentiva poco bene, e pareva invecchiato di venti anni. Si pranzò; non vi era gioia, non accenti scherzevoli, eravamo come fantasmi – perchè l’amore non allegrava il convito. Ascenso, non oblierò mai le lagrime di mio fratello Peppino durante quell’eterno pranzo.
Era gioia – era dolore?

La Scena dell’Anello

Prima di partire Peppina (Siena) mi confessò tutto – essa era stata avvisata, sapeva pria di me l’intreccio del matrimonio, e aveva agito per la mia felicità. Mi donò un piccolo anello, che mi pose essa stessa al dito accanto a quello che mi si era dato in chiesa. “Così va bene, mi disse, accennando ai due anelli, l’amore e l’amicizia”. Ci guardammo, e forse si spaventò del mio sguardo, perché io mi tolsi dal dito l’anello di sponsalizio e lo conservai. “Pensi al passato? –mi disse sbigottita- alienati, hai fatto un sacrifizio, ed hai messo la pace nella tua famiglia”. Io non risposi, ma sin d’allora non portai più l’anello di gemme.

(Peppina Siena, l’amica fidata, con aria misteriosa e insieme festante disse a Mariannina: “Bene, ora che è fatta, voglio proprio dirti tutto: io sapevo dell’intreccio di questo matrimonio, quando tu non ne sapevi niente…Se qualche volta ho esagerato nel riferirti qualche cosetta, devi pur credere, io ho fatto per la tua felicità”.
Mariannina si passò le mani sull’abito da viaggio. “E’ tardi, devo andare”).

La Scena della treccia
Quando io guardo questi oggetti sì cari, dico talora a me stessa: conservò Ascenso i miei capelli? O li distrusse inesorabile per distruggere con essi la memoria di colei che lo aveva tradito?…Oh se sapeste: quando venni qui, quando ero costretta a vestirmi con eleganza per ricevere le persone che mi visitavano, io intrecciavo i miei capelli innanzi alla cognata che mi faceva compagnia e mi amava come una sorella. Peccato!, mi disse un giorno, ti manca quasi la metà di una treccia – e come è avvenuta questa disgrazia? – Disgrazia! Aveva ragione. Balbettai alcune parole di scusa e mutai discorso.
(Ancora Ascenzio, la ciocca che gli aveva regalata. “Conservò egli i suoi capelli, o li distrusse inesorabile per distruggere con essi la memoria di colei che lo aveva tradito?”

Nei primi giorni fu tutto un ricevimento di parenti ed amici, fra i quali venne anche a renderle omaggio il Dott. Filippo Pennavaria, medico della famiglia. Mariannina, sempre elegantemente vestita, veniva aiutata dalla cognata Lucia Comitini (l’unica che le volesse un po' di bene). che, pettinandola, s’accorse della ciocca di capelli mancante e, tutta stupita, le chiese: “Come ti è capitata questa disgrazia?”
Ella trasalì, inventò una scusa e, col cuore, ricordò quando s’era tagliata quella ciocca per darla in pegno d’amore ad Ascenzio.
Mille idee e mille pensieri invasero la sua mente

Con il marito si trasferì nella casa del suocero a Ragusa.







Ragusa – La Cattedrale di S.G. Battista

Sulla sinistra, evidenziata in rosso, la casa in cui visse
Mariannina Coffa da sposata.


Iniziò per la ragazza un vita fatta di continue gravidanze annuali spesso difficili. Due dei quattro figli morirono ancora in tenera età.  A causa dell’ostilità pretestuosa dei parenti ebbe delle difficoltà nello scrivere perché era una passione ritenuta riprovevole e strumento di perdizione.
(In realtà le ostilità nello scrivere erano legate al volere del marito e del “terribile” suocero che  “ritenevano inopportuno per una donna la pratica delle lettere”. Alle sorelle del marito era stato vietato categoricamente a leggere e a scrivere).
A Ragusa in  definitiva cominciò per Mariannina un lungo calvario aggravato anche dal timore per la diffusione di una nuova epidemia di colera conseguenza della precedente pandemia del 1854.  Strappata dal suo ambiente originario, incompresa da un marito che è indifferente, angariata da un suocero avaro e gretto, un vero “demonio”, padre-padrone dispotico e violento, da parenti invidiosi di una superiorità culturale  considerata indizio di immoralità, tra gente che “non parla la mia lingua”, in un paese che è “per me una montagna di spine”, una “desolata landa di ghiaccio”.
Naturalmente in questo ambiente difficile, asfittico, Mariannina fa ricorso alle sue risorse poetiche per non soccombere per avere degli stimoli di vita. Nelle ore notturne, dopo le cure domestiche, seduta al suo scrittoio nel cerchio di luce di una lampada ad olio, la donna  crea una stretta maglia epistolare nel  marzo1861 con vari scrittori: Giuseppe Aurelio Costanzo, con il  spoeta siracusano Giuseppe Macherione, con il catanese Mario Rapisardi e con il poeta e demologo di Acireale Lionardo Vigo (anche lui come Mariannina membro dell’Accademia Dafnica e degli Zelanti) e con altri letterati.
Grazie alle ricerche dello studioso Stefano Vaccaro sono stati trovati dei documenti che testimoniano un rapporto d’amicizia tra il barone Arezzo e la stessa poetessa.
Mariannina aveva una corrispondenza epistolare con un nobile ragusano, Giambattista Lupis, al quale la poetessa chiese delle notizie in merito al “baronello”. Un termine vezzeggiativo con il quale era solita identificare il senatore nelle sue missive.
La prima di queste lettere, scritta da Ragusa, riporta la data del 13 dicembre 1862 ed era indirizzata al Lupis al quale chiese se l’Arezzo in quel momento si trovasse a Torino.
A Mariannina non era sfuggita la notizia dell’elezione del barone Corrado Arezzo del Spuches di Donnafugata a deputato del Regno, avvenuta il 7 aprile 1861.
La prima sede della Camera del Regno era posta in Palazzo Carignano a Torino ed era quindi comprensibile la domanda della poetessa rivolta a Lupis.
(Sia Mariannina Coffa che il barone Corrado Arezzo furono legati da un’amicizia che si sviluppò nell’ambiente filo-massonico di stampo spiritico-esoterico.  Come vedremo la poetessa aveva delle forti amicizie con i magnetisti Migneco e Bonfanti, medici che cureranno i suoi mali fisici e psichici con tecniche quali il sonnambulismo, l’ipnotismo e il mesmerismo. Mesmer sosteneva che il corretto funzionamento dell'organismo umano è garantito dal flusso armonioso di un fluido fisico che lo attraversa e che tale fluido si identificava con la forza magnetica.  Mariannina si credette per molto tempo perduta tra spiriti, cabale e cose grottesche; allo stesso modo anche il barone Arezzo, massone, fu affascinato dall’arcano mondo dell’occulto).
Un documento, decisamente importante, confermerebbe l’esistenza dell’amicizia tra la poetessa e il barone.
Si tratta di una sottoscrizione risalente al 1892, di un atto finalizzato alla realizzazione di un monumento funebre dedicato a Mariannina Coffa nella sua città natale di Noto.
Il barone fu tra i maggiori finanziatori del monumento avendo versato insieme a Monsignor  Vescovo e alla marchesa Maurigi la cifra di 100 lire. la cifra più alta tra tutte le altre somme versate. Tale esborso risulterebbe incomprensibile se le cause non fossero da ricercare in un’amicizia, fino a pochi anni fa inedita, e maturata nel tempo e in un contesto culturale comune ai due personaggi del tempo.


Tentò di spezzare questo clima opprimente con un contatto chiarificatore con il suo ex fidanzato Ascenzio durante una breve gita nel gennaio del 1863. Un contatto che fu vano perché l’1 febbraio la poetessa tornò a Ragusa talmente desolata e lacerata da, immotivati, sensi di colpa nei confronti dell’ex fidanzato  da progettare il suicidio. Un idea insistente che ritornò ciclicamente nelle sue pagine letterarie e nelle commoventi lettere d’amore inviate sempre al suo ex fidanzato:
“Da un lato i sogni della mia fanciullezza, l’amore, l’arte, l’avvenire
coi suoi profumi di cherubino – d’altro lato l’amara realtà della
vita, la religione della sventura, la fossa delle mie figliuole,
l’arpa senza armonie, l’amore senza conforto  [..].
Otto anni di martirio, otto anni di guerra con vili armi, e
senza nobili avversari, otto anni d’isolamento e di silenzio […].
Che fu la vita per me ? quali gioie, quali compensi, quali soddisfazioni
mi ha dato ? […].
Talora il nostro cuore rompe per poco la ferrea cappa che lo avvolge,
e tenta dare uno sguardo alla vita vera  […] e il quel momento,
Ascenso, non trovando che il nulla, non iscorgendo che
tenebre e disinganni […] noi cerchiamo l’annientamento
di noi stessi, e l’ultimo sonno ?

Una depressione che troverà sfogo non solo nella preghiera di una morte invocata ma anche in malesseri psicofisici che troveranno sfogo nell’isteria, nella serie di disturbi nervosi e fisici che la colpiranno sin dal 1860.
 Malesseri che si manifesteranno con l’insonnia, continui vomiti biliari, anoressia e  un “tetro malumore” in un “animo troppo per sua sventura sensibile” e per la “malintesa e malaugurata virtù di soffocare nel silenzio il continuo strazio che la struggeva”.
Tutti questi aspetti non possono non minare la sua volontà di vivere e soprattutto di scrivere in un animo così sensibile..
“ … e voi mi dite di scrivere […]
E chi più di me ha provato la poesia del cuore ?
Credete, anch’io ho bisogno di scrivere, anch’io ho bisogno di versare
sulle carte questo fuoco immortale che mi consuma lentamente le fibre;
e pure, non ne ho la forza; l’anima mia è chiusa, i miei versi sono come
eco di vasta solitudine che ripercote un lamento di persona moribonda”.

Una realtà esterna che la condizionerà in maniera opprimente dove nessun psicologo l’avrebbe potuta aiutare e che determinerà un aggravamento delle sue condizioni fisiche.
Alla fine dell’estate del 1864, in occasione della morte della sua terza figlioletta di appena dieci mesi, mentre la stessa Mariannina era già nuovamente incinta in attesa di un’altra bimba ( che purtroppo morirà anch’essa due anni dopo),  si manifesteranno delle forti crisi depressive che fanno temere la pazzia.
Il medico ragusano Filippo Pennavaria descriverà le manifestazioni, i sintomi di Mariannina  in uno studio dedicato ai fenomeni dell’isteria.
Il Pennavaria imputava la malattia di Mariannina ad una forte fragilità emotiva di una “sensitiva” autorizzando in questo modo la sua esclusione sociale della donna che dovrebbe essere relegata nella ”zona franca della follia”.
La donna deve quindi mascherarsi perché
“ Guai se altri mi leggesse nel cuore !
Voi, Ascenso, voi solo che foste l’amico dei primi anni,
conoscerete quale abisso mi schiuda oltre la serenità del mio sorriso”.

Cominciò ad avere una corrispondenza epistolare con l’ex-fidanzato ma con scarsi risultati dal punto di vista sentimentale. Sperava nell’avere un conforto, comprensione ma ricevette di continuo dei rimproveri per aver accettato il matrimonio e quindi scarsa consolazione.
Eppure le parole di Mariannina erano forti perché descriveva la miseria della sua vita.. in una casa che era teatro di miserie umane con persone troppo legate ad usi e consuetudini retrograde:
«Se sapeste quanto soffro allorché mi è necessario prendere la penna! Gli occhi severi e maligni di mio suocero mi seguono come per fulminarmi [...] Egli, il mio onorando suocero, non fece apprendere alle sue figlie il leggere e lo scrivere, appunto perché non fossero disoneste o cattive donne di casa».
Lettera del 17 gennaio 1870,

Sempre, negli ormai ultimi anni a venire, conquistata dalla consapevolezza che non
“v’ha speranza terrena che valga a sanare le piaghe dell’anima”,
confesserà all’amato
“la mia mente ha una confusione di idee inesplicabile [..]  né so
quando mi riavrò dalla tetra oppressione che mi domina”.
La raccolta di lettere che va dal 1869 al 1872 descrive anche l’ambiente ragusano dove Mariannina è costretta a vivere. Narra  anche l’aspetto culturale ibleo che non risulta vivace e stimolante. Ragusa è una città che a stento legge “L’eco dei Monti”, un periodico locale, e “Effemeridi”, un altro giornale, per il quale un cugino di Mariannina cerca affiliati a Ragusa. Un ambiente culturale che non è pronto a confrontarsi con una donna intellettuale che verrà apostrofata sulla reale paternità di alcune sue opere con pettegolezzi e maldicenze. Pettegolezzi che raggiungeranno il culmine quando verranno pubblicate le “Ottave alla Vergine” nel 1869.
La corrispondenza con gli amici di Noto, tra cui quella con la zia Vittoria, le “sorelle” cugine Melodia e il cugino Peppino, mette in risalto le angherie di casa Morana che avranno il punto culminante nella terribile demenza del suocero che chi manifesterà con il rifiuto del cibo, negli insulti ad amici e parenti, nei tagli ai viveri della famiglia e nel conservare o sperperare in luoghi ignoti il denaro proveniente dalle forti vendite di frumento.
Mariannina è in ogni caso una persona importante nella comunità ragusana e questo presuppone la sua partecipazione alla vita pubblica che spesso cerca di elidere. Il teatro, come le feste paesane, sono il luogo preferito di una falsa nobiltà alto borghese che deve la sua ricchezza  allo sfruttamento delle terre e nella quale serpeggia una finta bonarietà e indulgenza dettata dalla più forte ipocrisia che farà vittima anche la stessa poetessa.




Mammelle della Madre Terra… un luogo venerato nell’antichità




Per uno strano gioco del destino Ascenzo Mauceri ricevette un incarico ministeriale come ispettore scolastico proprio a Ragusa ma non si faceva vedere da Mariannina che era molto addolorata per la perdita dei figli.

Per i fibromi all’utero, di cui soffriva, conobbe il medico catanese Giuseppe Migneco, cultore del magnetismo animale e massone come il suo allievo di Noto Lucio Bonfanti. Fu proprio il Bonfanti che introdusse la Coffa nella “Loggia Elorina”. In questo periodo della sua vita si notano dei precisi riferimenti alle sue esperienze e credi misteriosofici (ai misteri delle antiche religioni pagane).
Lasciò la casa del marito per trasferirsi a Noto e seguire le cure del medico Bonfanti. Fu proprio il medico ad ospitarla dato che i genitori di Mariannina si rifiutarono di ospitarla. La cacciarono da casa scandalizzati dal suo comportamento.

L’amicizia con il dotto e geniale medico Giuseppe Migneco, detto dai nemici “Cagliostro il piccolo” originario di Augusta e poi residente a Catania, omeopata e magnetista, famoso per le efficaci cure prestate in occasione delle epidemie di colera e più volte esiliato per “l’esercizio di arte diabolica e di spiritismo”, la porterà nelle terapie legate al sonnambulismo  e del magnetismo animale o messmerismo, anatemizzati dal Papa e coltivati all’interno di associazioni massoniche democratiche.



Saranno questi i sistemi, segni della successiva psicanalisi, ai quali la poetessa ricorrerà per cercare disperatamente di curare le malattie ed i disagi del suo corpo e della sua psiche. S’iscriverà a diverse Società occultistiche e teosofiche italiane e straniere e, attraverso lo stesso Migneco e il suo discepolo netino, il dott. Lucio Bonfanti, medico omeopata e democratico del 1860, sarà introdotta con ruoli probabilmente di primo piano in logge massoniche swedenborghiane, misticoteosofiche e magnetiste.
Ne nascerà l’ultima straordinaria, purtroppo breve, stagione poetica, fitta di riferimenti simbolici al “gran concetto” e improntata alla “protesta metafisica”, dopo la prima giovanile
poesia patriottica di maniera e l’intermedia fase intimista tardoromantica. Prostrata dalle emorragie, probabile conseguenza di un cancro all’utero, abbandonerà la casa ragusana del suocero rifugiandosi a Noto, nella casa dei genitori, che non esiteranno a cacciarla via perché non ricada su di loro il disonore della separazione dal marito e dai figli, e finirà i suoi giorni tra la fame e gli stenti, assistita solo dall’anziano medico: nessun familiare vorrà pagare le prestazioni di un chirurgo catanese il cui intervento avrebbe potuto probabilmente salvarle la vita.
Pochi mesi prima di morire, quando la famiglia ragusana le porta via il figlio che alleviava la sua solitudine e confortava i suoi ultimi giorni di vita, grida in alcune lettere la sua ferma volontà di divorziare, mentre quello del divorzio è un istituto ancora molto di là da venire. La sua rassegnazione si trasforma in odio verso quei genitori i cui voleri ha supinamente eseguito, la sua obbedienza filiale si tramuta in desiderio di vendetta e giunge a invocare Dio perché le conceda ancora qualche giorno di vita per rendere pubbliche le violenze, le manomissioni, le subornazioni, le umiliazioni subite che la conducono alla morte.

Tra le sue ultime volontà, affidate al medico curante, c’è che si ordinino le sue poesie secondo “L’immortal concetto”, tenuto avvolto in una serie di allegorie e di simboli, non oscuri solo agli iniziati e fraintesi da una critica per lo più locale, incapace di scorgere al di là della facile chiave di lettura di stampo tardoromantico. Malgrado la fama di “pazza”, spiritista e sonnambula diffusasi negli ultimi tempi della sua vita, la sua città, memore di quanto da lei fatto quando fu tolto a Noto il capovallato in favore di Siracusa, dichiarò il lutto cittadino e il Comune si assunse le spese dei solenni funerali e le fece erigere la statua in marmo di Carrara sita ancora ora in Piazzetta d’Ercole, mentre i “Fratelli” della Loggia Elorina, che parteciparono al funerale della poetessa portando le insegne solenni, si prendevano cura di farne imbalsamare il corpo. Nessuno della famiglia seguì il feretro, ma una folla di autorità e gente comune accorsa a rendere l’estremo commosso omaggio alla “Saffonetina”, che sfilava per l’ultima volta tra le strade e i monumenti del “giardino di pietra”, la sua città barocca.

Nelle sue ultime lettere la Coffa espresse tutta la sua violenta esasperazione nei confronti di quanti, genitori, marito e parenti, imponendole la loro volontà e impedendole la libera manifestazione della sua personalità, le avevano rovinato la vita.
Fu additata a pazza e schermita non solo dai suoi famigliari ma anche dalla gente. La povera Mariannina, un anno prima di morire, respingerà con fermezza queste accuse con note di vibrante sdegno
“ Ma dunque non volete affatto tacere. Gentaccia da trivio
e senza decoro, fanciulli senza discernimento e
buon senso […].
Vili, svergognati, gente senza onore e dignità!”

Mariannina non era pazza, perché la follia è un esperienza di spersonalizzazione e per la poetessa è invece il contrario per diversi motivi.
La donna è un soggetto amoroso e l’isteria nelle sue manifestazioni assume un linguaggio mediante il quale l’io soffocato si manifesta in una sfida mortale.
L’epos esistenziale della scrittrice ricco di un grande sentimentalismo che la contrappone ad una fredda realtà storico-sociale, si manifesta attraverso la parola scritta. Una manifestazione analoga si trova nella poetessa inglese Emily Dickinson (1830 – 1886) in cui il contrasto romantico artista- società evidenzia il disagio d’una condizione femminile alienante estranea al mondo interiore della donna  che è considerata inferiore e priva di diritti.

Le estreme condizioni nelle quali versava  la poetessa prima della morte, abbandonata da tutti e poverissima, la spingono addirittura a pensare di volersi separare definitivamente dal marito cosa inaudita e impensabile per la Sicilia di fine Ottocento:
“(…) Io voglio libertà, divisione assoluta, voglio svincolarmi assolutamente dalla famiglia Morana, perché i nodi che non sono benedetti da Dio e dall’amore non possono durare”.

Una delle ultime missive riporta la data “13 Novembre 1877” ed è indirizzata a Giovanni Di Pasquale, dove la poetessa si scaglia ancora una volta contro chi le consiglia di ritornare a Ragusa dal marito, nonostante la salute malferma, pur di non dare adito ad altri pettegolezzi infamanti. Con una irremovibilità assoluta, dettata da un distacco mentale che ora si fa anche fisico, la scrittrice ribadisce l’affezione a quella libertà d’azione da sempre agognata e finalmente conquistata seppur ad un elevatissimo prezzo, alla quale non vuole rinunciare:
“Dalla vostra lettera vedo che non discorrete affatto e non avete né logica, né buon senso (…). Vi dico e vi ripeto per l’ultima volta che io non verrò mai più a Ragusa; né c’è un marito, né cento mariti, né un milione di mariti che possano obbligarmi a perdere la vita. (…) dopo questa malattia, io sento che esco dalla fossa – era già morta per tutti ed ora voglio vivere a modo mio. (…) Penso ai miei figli soltanto – e l’essere stata priva dei miei figli, appunto perché si trovano in Ragusa, ha accresciuto in me l’antipatia, l’urto, il dispetto, il disgusto – (…)”.

A chiudere quest’ultima conclusiva sessione del carteggio vi è una lettera senza data né firma destinata all’amata zia Vittoria alla quale Mariannina non risparmia di descrivere le bassezze morali dei genitori che pensano alla figlia soltanto come un peso economico, noncuranti della sua mortale malattia:
“In che fanno consistere questo onore? Doveva servire solo ad assassinare, secondo il loro capriccio, una figlia moribonda?… Ma a me poco importa perché sono cancellati tutti dalla mia parentela, e le loro corna non mi pungono affatto. A tempo e luogo daremo la risposta.”
Morirà in completa povertà a Noto il 6 gennaio 1878, a soli 37 anni dei quali solo i primi 15 vissuti serenamente.
La donna che pensa, che vuole esprimere i suoi sentimenti era qualcosa d’inaccettabile per la società del tempo. La gente l’additava come folle e alla fine abbandonò il tetto coniugale e fu anche ripudiata dai suoi parenti più stretti.. una morte in solitudine… abbandonata da tutti.. forse per questo passò nella storia come la “poetessa maledetta”.
Alcune città le hanno dedicato delle vie… una magra consolazione per una donna distrutta dalla società del suo tempo.
La scrittrice fu testimone oculare del suo tempo e dal suo palazzo di Ragusa seguì gli eventi risorgimentali schierandosi contro la Roma papalina che ostacolava l’unificazione. Descrive i momenti sociali vissuti non in maniera fredda, quasi distaccata, ma li elabora e  li rende eterni con la sensibilità che solo una poetessa è in grado di possedere.
Mariannina esprime anche  il non peso sociale che le donne avevano nel tempo .. nessun diritto di parola.
Una parola soffocata da regole imposte prima dalla sua famiglia e successivamente da quella del marito.
L’unico mezzo per distrarsi da quella realtà ostica, difficile era la scrittura ma gli è vietata perché il suo scrivere era considerato come un segno di rivolta contro un sistema che ammutolisce tutti coloro che volevano esprimere in modo libero il loro pensiero.
La scrittrice si ribella malgrado il divieto imposto dalla famiglia del marito e continua a fare poesia. La sua ostinazione la porteranno ad essere considerata diversa dalle altre donne e vittima d’una società intollerante e repressa e per questo condannata all’isolamento e al disprezzo totale.
Eppure da giovane aveva accettato in silenzio la decisione della sua famiglia di sposare un altro uomo pur di non andare contro il volere dei suoi genitori che alla fine la isoleranno e la repudieranno.
Nonostante tutte le avversità, Mariannina difficilmente desistette dal non perseguire la sua indole di donna di cultura, affiancando alla produzione poetica numerose altre attività, il che facevano di lei uno dei personaggi più culturalmente ferventi di tutta Ragusa ma anche dell’intera Sicilia.
Ben consapevole delle sue capacità, pur di non reprimerle, riuscì a ritagliarsi degli spazi vuoti, segreti e rubati, continuando a scrivere di notte..
(«...Appassionata delle arti belle e di tutto ciò che è nobile e gentile, ho dovuto scrivere di nascosto, perché non si dicesse che non ero donna di casa...) 
Singolare fu l’amicizia che Mariannina portò avanti con un’altra donna importante di Ragusa, la Beata Mariannina Schininà. Le due donne diventarono molto amiche e la poetessa parlò di lei in alcune sue lettere definendola:
“buonissima giovane”.
Nel 1871 entrambe furono nominate Ispettrici Scolastiche.

secondo le nuove volontà statali di affidare l’istruzione primaria a quelle donne che avessero un minimo di dimestichezza con la cultura, nella Coffa e nella Schininà si possono ravvedere forti differenze di pensiero nonostante la provenienza comune dalla medesima classe sociale. L’ispettrice Schininà predisponeva che per prime venissero insegnate le cose religiose, poi a fare la calza e i lavori domestici infine lo studio. Di tutt’altro avviso era la poetessa che riteneva improduttivo istituire delle scuole pubbliche femminili per far apprendere alle bambine attività che avrebbero comunemente imparato a casa, col tempo, come le faccende donnesche. La Coffa avrebbe preferito far conoscere la grammatica e le belle lettere alle allieve ma il suo grado d’istruzione troppo elevato, e pertanto, poco compreso in quel clima ancorato ad un retaggio obsoleto e arcaico fece evitare a Mariannina di rimarcare le mancanze delle insegnanti e della Schininà stessa. Le lettere che fanno capo agli anni 1873-1877 hanno per contenuto ricordi d’infanzia e raccomandazioni varie. Con la morte del suocero avvenuta nel 1874 la Coffa approfitta del tempo guadagnato per dedicarsi anche un’ora al giorno alla scrittura.
Nel XX secolo gli scritti di Mariannina furono letti da uno dei più importanti filosofi del’ 900 italiano…Benedetto Croce che commentò:
“…andando al mio solito a caccia di libri vecchi, mi venne tra mano il volume delle Poesie scelte di Mariannina Coffa, edito a cura del Municipio di Noto. Possedevo della stessa autrice quello dei “Nuovi canti”… 
La poetessa Mariannina Coffa ebbe molta reputazione e molta ammirazione in Sicilia; e, in verità, non mancò di una certa sua personalità, malinconica, dolente e sospirosa, e di una continua gentilezza di tono che la distingue nella turba delle rimatrici…”.


Una delle sue ultime lettere fu ancora rivolta ad Ascenzio implorandolo di vedersi ancora una volta, di potersi riabbracciare per alleviare i suoi dolori ma  l’Ascenso che lei conosceva non esiste  più. È un fantasma, è un uomo che gira il mondo, che ha continuato la sua vita dopo il suo rifiuto e che rimane legato a lei solo da un piacevole ricordo.
Struggenti le sue frasi..


“Noi, Ascenso, eravamo nati per amarci: amarci di quell’amore che gli anni non possono spegnere, perché le anime nostre troveranno sempre tesori sconosciuti da esplorare!….
…Vi prego Ascenso, vediamoci oggi stesso alle ore 22 a San Giovanni.
Sono troppo infelice, venite per pietà e poi non ci vedremo mai più!”
Queste le ultime parole che Mariannina scrisse al suo amato Ascenso che non andrà mai a quell’appuntamento e i due non si rivedranno più. Il concetto di amore è fondamentale nella vita e nella poetica della Coffa, un amore illusorio, nostalgico, legato al passato e a qualcuno che spera la ami davvero per quello che è, il suo è un amore destinato a non essere vissuto, un amore che invece di salvare, distrugge.


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Importante è il commento che la stessa poetessa fa ai versi del suo più celebre componimento “Psiche”:
“Li scrissi ieri quasi in meno di mezz’ora, non so come li scrissi, mi venivano a diluvio e i versi e le idee, né comprendevo ciò che scrivevo. Durante la notte una voce continua mi ribatteva nel cervello la parola Psiche, psiche”.

I carteggi privati ripercorrono i dissapori familiari che si instaurano tra la Coffa e i genitori, acuiti dal divieto di questi di concedere una casa a Noto nella quale fare dimorare la figlia che, quasi moribonda a causa di un peggioramento di salute, deve abbandonare Ragusa. Alle sempre più invadenti domande del canonivo Sbano riguardo i suoi rapporti con i dottori Bonfanti e Migneco e con la medicina omeopatica la Coffa è risoluta a voler difendere quest’ultimi rimproverando il canonico di dispensare consigli e opinioni affatto richiesti. Il biennio ’76-’78 vedono una donna ormai stanca di lottare contro familiari e sedicenti amici, che invece di comprenderla e aiutarla insultano il suo buon nome ed onore con le più basse trivialità.
E’ la Mariannina della “denuncia” quella che scrive le ultime lettere e che, dissipata ogni timidezza e accondiscendenza alle norme sociali, grida a gran voce
“Io muoio ammazzata!”,
avendo peraltro l’intenzione di pubblicare l’Ode a Giuseppe Migneco e stamparne dodici esemplari da fare avere agli “amici” netini che tanto hanno malignato sul rapporto tra la poetessa e il medico.
“Maledizione!”
è la parola che riassume le ultime epistole, nelle quali la coscienza di donna e la lucidità d’intellettuale si palesano in maniera distinta e preponderante e portano la scrittrice a ribellarsi alla tacita sottomissione all’istituto familiare, all’infima borghesia che caratterizza un ambiente provinciale dedito alle calunnie e alle denigrazioni, alla medicina allopatica e alle convenzioni sociali.

Psiche

Datemi l'arpa: un'armonia novella
Trema sul labbro mio...
Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:
Canto l'amore e Dio!

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa
La storia del creato.
Dell'avvenir l’immago è in me confusa
Coi sogni del passato.

Psiche è il mio nome: ho l'ale e son fanciulla,
Madre ad un tempo e vergine son io.
Patria e gioie non ho, non ebbi culla,
Credo all'amore e a Dio!

Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante
Solo ai profani ascondo;
E nei misteri del mio spirto amante
Vive racchiuso un mondo.

Nei più splendidi cieli e più secreti
Sorvolo col desio:
Nata ad amar, sul labbro dei Profeti
Cantai l'amore e Dio.

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto
Pei miracoli miei fu mosso a sdegno,
E menzognera e stolta anco m'han detto,
Mentre sui mondi io regno!

Eppur le voci d'una turba ignara
Fra i miei concenti oblìo:
Nello sprezzo dei tristi io m'ergo un'ara
E amor contemplo e Dio.

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure
Di madre io circondai,
E il supplizio dei roghi e le torture,
Figlia del ciel, provai.

Nell'infanzia dei tempi, il gran mistero
D'ogni legge fu servo al genio mio:
Di Platone e di Socrate al pensiero
Svelai l’amore e Dio!

L'arte, le scienze, le scoperte, i lenti
Progressi dell’idea, chi all'uomo offria?
Io sui ciechi m'alzai, fra oppresse genti
Schiusi  al pensier la via.


Psiche è il mio nome... il raggio della fede
Rischiara il nome mio:
E, Umanità, chi al nome mio non crede
Rinnega amore e Dio!

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza
Col mio potere sublimar tentai:
Serbando illesa la divina essenza,
Forma, idioma ed essere mutai.

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,
Or sobbietto di scherno, or di desio,
Col variar di lingua e di costume,
Svelai l'amore e Dio!

Pria che fosse la terra, io le nascose
Fonti del ver mirai:
Vissi immortale fra le morte cose,
Me nel creato amai.

Eppur la terra non comprese ancora
Le mie leggi, il mio nome, il senso mio:
Conosce il mio poter... sol perché ignora
Che Psiche è amore e Dio!

Dio, Psiche, Amor! si vela in tal concetto
Il ver, la forza, l'armonia, la vita:
Son tre mistiche fiamme e un intelletto
Che un nuovo regno addita.

O Umanità! La scola del passato
Copri d'eterno oblìo,...
Quel Bene che finora hai vagheggiato
È Pische, è Amor, è Dio!

Farfalla innamorata
Ch'ergi le penne oltre le vie del sole
Pel tuo foco medesmo inebrîata,
Sibilla arcana per le tue parole,
Se il mistico pensiero
Che di cielo ti veste opra è del Nume,
Anch'io piango… ti adoro... e grido anch’io:
- Ecco un baleno dell'eterno vero,
Ecco una fiamma dell'etereo lume,
Ecco la creta che sospira a un Dio! -


Se l'anima potesse
Varcar la meta che le diè natura,
E gir soletta a quelle plaghe istesse
Da cui ne venne immacolata e pura,
Per gli occhi onde riveli
Fiamma cotanta io la vedrei rapita
Peregrinante a le commosse sfere,
E direbbe al pietoso astro de' cieli:
Deh, riprendi i miei sogni e la mia vita,
Ma non torni alla terra il mio pensiere!-

No, non fuggir... consenti
Che teco io sugga l'armonie passate,
E l'ebrezza dell'alma e i voli ardenti
Che mi fero in un gaudio amante e vate.
Lascia ch’io beva il riso
Di tue movenze allor che ti favella
Lo spirito accenso per virtu del core:
Lascia ch'io m'erga al sospirato eliso,
Ch'io voli in grembo a la perduta stella,
E gridi al mondo: - L’anima non more! –


La triste storia di Mariannina Coffa fu raccontata anche in versi  in lingua siciliana di Gaetano Passarello che pubblicò nella sua raccolta “La carcarazzata”…
“ A Ragusa davanti alla casa di Mariannina Coffa”

All’angulu di ‘na strada c’è ‘palazzu
ca pari ca vulissi arriparari
di tramuntana quannu c’è vintazzu
li massari ca stannu a raggiunari
di provuli, furmaggiu e di viteddi.
E’ na fudda d’ommini vistuti
di nivuru affumatu. Li cappeddi?
-Sunnu ppi cavaleri arrinisciuti.
Dicinu sti massari rausani
ca se li senti e si li vuoi studiari
pari s’ancora siculi e sicani
sunnu tinuti cca a rapprisintari.
Nuddu s’adduna di ‘na valatedda
unni c’è scrittu un nomu fimminili.
Cca parrunu di caciu e muzzaredda!
Hannu raggiuni, nun su cosi vili!
Ma ‘n ta dda petra quantu ‘n fazzulettu
c’è scrittu un nomu: Coffa Mariannina.
Arreri a stu barcuni avia lu lettu,
e di cca s’affacciava ogni matina.
Vardava u celu, la chiesa e la campana
E s’asciugava l’occhi lacrimanti.
Pinsava alla sua Notu assai luntana
E pinsava puru a lu so amanti.
Poi riturnava intra muta e stanca
E tanti versi amari idda scrivìa
Dicennu: Ascenzu miu, tuttu mi manca,
nun pozzu cchiù campari senza tia.
E morsi, e fu pp’amuri ca sinn’ìu!
Scrivennu versi chini di duluri.
Ora è luntana ed è vicina a Diu
E nui sintemu ancora lu so’ amuri.
Amici ragusani, spissu sentu
Ca tra li dui città, Notu e Ragusa,
c’è un rapportu d’amuri, un sintimentu.
E c’è sta puitissa, sta carusa
C’a a stringiri stu vinculu cuncurri.
E’ comu l’acqua d’un ciumi ‘nto jardinu
C’arrifrisca dui spondi quannu scurri
Abbivirannu rosi e biancuspinu.
Ora non vi scurdati st’angiliddu
Ca scrissi tanti versi ‘nzuccarati.
Se ‘nta dda petra mittiti un ciuriddu
‘nforza l’amuri di li dui citati.
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Noto (Siracusa)







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