Dal Castello della Baronessa di Poira ai Ponti Romani sul Simeto
-------------------------
Indice:
1.
Ubicazione;
Contrada “Poira”;
2.
Storia
– I Feudatari : Platamone, Ciancio; Spitaleri
3.
Il
Barone Felice Spitaleri famoso viticoltore ed enologo. Il Feudo della Solicchiata;
4.
La
Causa tra il Comune di Paternò ed il Barone Antonino Ciancio, 10 gennaio 1843,
per gli Usi Civici nel feudo di Poira.
5.
La
Banda Maurina sequestrò il Barone Spitaleri, con la sua famiglia, nel castello
di Poira;
6.
Le
Ricerche Archeologiche. Alcuni reperti tra cui una oinochoe con un iscrizione;
7.
Il
fabbricato;
8.
I
Calanchi di contrada Cannizzola;
9.
Il
sito di Poira nella Viabilità Antica;
10. I due Ponti
romani;
a.
Il
Ponte Romano di Pietralunga (Paternò) (ruderi); L'ex Allevamento di cavalli della "Real Razza Persano";
b.
Il
Ponte romano di Contrada Papartello (Centuripe) (ruderi);
11. I “traghetti sul Simeto: Le Giarrette. Il
fiume Simeto era chiamato anche “Fiume della Giarretta”. I punti per
traghettare. Il documento del 1843 in merito al servizio e proprietà delle Giarrette e per la pesca nel Simeto (ed i suoi
affluenti). I pesci presenti nel Simeto nel 1845.
------------------------------------
1. Ubicazione
Le
rovine del Castello della Baronessa di Poira si trovano tra Paternò, di cui fa
parte, e Centuripe.
I
riferimenti sul castello non sono molti.
La
contrada prende il nome dal suo paesaggio collinare perché il termine “Poira”,
in lingua siciliana, significa “poggi”.
Da Poggio
Còcola ( 382 m s.l.m.), posto di fronte al castello ad Est, si ammira un ampio
panorama sulla vasta Valle del Simeto.
2. Storia
Il
castello fu edificato probabilmente in età medievale sui resti di un antico
centro abitato dai Siculi e in età moderna fu la residenza dei Baroni Spitaleri
di Adernò (Adrano – Catania) proprietari
dell’immenso feudo.
I
primi feudatari della Baronia di Poira furono la famiglia Platamone.
Dal “Nobiliario Di
Sicilia”
Del Dott. Antonino
Mango, Marchese di Casalgerardo
(Palermo, 26
gennaio 1876; Milano, 30 gennaio 1948)
“Si vuole che
abbia avuto a capostipite, in Sicilia, un Battista, presidente
del Regno nel
1436. A noi però risulta che nel 1366 un Francesco Platamone
era notaro in
Sicilia e nel 1409 un Paolo acatapano
nobile di Catania.
(Durante la
dominazione normanna e quella aragonese per “acatapano” s’intendeva un
funzionario amministrativo
e giudiziario locale che era addetto alla sorveglianza
dei commerci e dei
mercati.
Dal latino
medievale “catapanus, catepanus, cioè “soprintendente”).
Godette nobiltà in
Palermo, Catania, Siracusa, Messina; possedette i principati di Cutò, Larderia,
Rosolini; la ducea di Belmurgo; il marchesato di Mezzoiuso; la contea di
Sant’Antonio; le baronie di Boscaglia, di Cattasi, Cefali, Churca, Cipolla,
Imposa, Longarini, Mazzarone, Melia, Morbano, Nadore, Passaneto, Pojura,
Priolo, Recattivo, Riddidini e Almidara, Risichilla, Roccapalumba, Rosabia e
Raffo, Salto dei molini di Piazza, San Marco, Sannini e Cugno di Combaudo,
Scirinda, Solarino, Terrati e Cavaleri, i Mezzigrani sulle tonnare di Arenella,
San Giorgio, San Nicola e Solanto l’ufficio di detentore dei libri della
deputazione del Regno di Sicilia, ecc. ecc.
******
La famiglia, forse
di origine greca, era nel Quattrocento una delle più
importanti di
Catania. La sua attività principale legata ai commerci
fu affiancata
dalla gestione di numerose cariche pubbliche.
Uno dei personaggi
di maggiore rilevo fu Giovanni Battista Platamone,
laureato in legge
all’Università di Padova che dal 1420
ricoprì
numerose cariche
di natura fiscale ed amministrativa tra cui quella di
vicerè e
ambasciatore presso Alfonso d’Aragona e papa Eugenio IV.
Raggiunse una
grande solidità economica a tal punto di essere in
grado di prestare
denaro alla Corona (Ferdinando Il Cattolico)
Giovanni Battista
Platamone, Adamo Asmundo e il re Alfonso il Magnanimo
furono legati alla
nascita della prima Università Siciliana
avvenuta nel 1434,
quella di Catania.
«Molte cose operarono questi due viceré durante la loro
amministrazione, e varî dispacci loro, ora sottoscritti da ambedue, ora da uno
di essi, si promulgarono nel regno. Fra questi è degno di ogni considerazione
quello dato in Polizzi a' 18 di luglio dell'anno 1437, e sottoscritto da
Battista Platamone, uno de' due mentovati viceré. Per intendere quanto sia
interessante questo monumento, bisogna avvertire che nel concilio di Basilea,
che convocato sin dall'anno 1431 andò poi a terminare nel 1443, fra le molte
sante disposizioni che furono date da que' vescovi che lo componevano, una
delle principali fu quella di abolirsi in avvenire tutte le riserve de' vescovadi,
e degli altri benefìcî, che i papi costumavano di fare. Perciò nella
ventesimaterza sessione, che fu tenuta in dì di sabato a' 25 di marzo 1436, fu
promulgata una costituzione sinodale, per cui i padri annullavano tutte le
riserve fatte dal papa nello stato romano, e in tutti gli altri luoghi del
cristianesimo, e vietavano che se ne potessero mai più fare in avvenire. Questo
era un secondo colpo dato alla corte di Roma dietro al primo, che avea ricevuto
nella ventesima prima sessione tenuta a' 9 di giugno 1435, per cui malgrado gli
sforzi de' legati di Eugenio IV erano abolite le annate.» ( Giovanni E. Di Blasi – Storia dei Vicerè)
«...costando dagli
archivii di questa famiglia che ei fu cavaliere catanese, e nacque in detta
città da Bernardo Platamone; ed ebbe inoltre due fratelli: Pietro, che fu
cavaliere dell'ordine di S. Giovanni Gerosolimitano, e Antonio, che fu vescovo
di Malta fin dall'anno 1412, ed era monaco benedettino. Battista da ragazzo
cadde in mare, e corse risico di sommergersi. Fu di poi mandato dal padre a
Bologna ad oggetto di apprendervi la giurisprudenza, dove ricevé la laurea
dottorale nell'una, e nell'altra legge. Ritornato in Sicilia ricco di legali
cognizioni esercitò con molta riputazione il mestiere di avvocato; in guisa che
arrivate al re Alfonso le notizie della di lui dottrina in giure, lo promosse
l'anno 1420 al rispettabile grado di avvocato fiscale della gran corte, che
esercitò per sei anni fino all'anno 1426, in cui rinunciò questa carica per
volere del medesimo re, che lo chiamò presso di sé, come consigliere intimo, e
segretario. L'elogio che ne fa questo principe, è il più certo argomento del
conto in cui lo avea, imperciocché vien da lui detto consiliarius, et
secretarius noster, et nostri cordis interiora sciendo, et conservando. Non fa
perciò meraviglia che sia stato da questo sovrano adoprato nelle più scabrose
commissioni. Noi sappiamo che fu mandato ambasciadore a varî pontefici, alla
regina Giovanna di Napoli, e ad altri principi dell'Europa, e che sempre ottenne
quanto il suo re bramava. Questi servigi resi alla corona gli fecero meritare,
che fosse fatto giudice perpetuo della gran corte: cosa che finora è stata
senza esempio, e inoltre la carica di presidente del regno, e poi quella di
viceré proprietario, come in appresso diremo. Rammentasi con lode di questo
cavaliere, che ritrovandosi il re Alfonso esausto in denari per le spese
esorbitanti che gli conveniva di fare a cagione della guerra nel regno di
Napoli, egli generosamente vendé il castello e il territorio di Aci suoi proprî
per la somma di once novemila, che corrispondono a ventiduemila e cinquecento
scudi, e soccorse così il suo sovrano. Fissano gli scrittori catanesi la morte
di questo cavaliere intorno all'anno 1448”.
Catania – Palazzo
Platamone
La
famiglia Platamone ottenne il Feudo di “Pojara” forse nei primi anni del XV
secolo e mantenne la proprietà fino al 1665 (XVII secolo) quando fu venduto
alla famiglia Ciancio.
Antica famiglia di Adernò, che possedette le baronie di Martina e Poira.
Un Martino fu giudice pretoriano di Palermo 1771-72, del tribunale del
Concistoro 1783-4-5, della Gran Corte Civile 1790. Un Emanuele sposò Caterina
Galluppi ed, in occasione di tal matrimonio, ottenne dal padre donazione del
feudo di Martina, del quale ottenne investitura a 30 gennaio 1778, fu
proconservatore di Adernò nel 1779, 1786, 1789, 1793-97, nella quale carica
vediamo dal 1799 al 1804 un Giuseppe Ciancio e Pisano, che morì nel 1804. Dal
matrimonio di Emanuele con Caterina Galluppi, ne vennero tra gli altri:
Antonino, che, come figlio primogenito, a 7 agosto 1797 fu investito di Poira
con titolo di barone; Francesco, dottore in leggi, che fu proconservatore di
Adernò dal 27 gennaio 1804 a 23 settembre 1812, succedendogli in detta carica
il fratello Lorenzo, dapprima come interino, poscia, per la sua rinunzia, come
proprietario a 6 aprile 1813.
Nel
1666 la “Baronia della Poira” apparteneva ad Antonio Ciancio (Adrano-
Catania, 1620 ?; Adrano. 26 aprile 1687)
(figlio di Scipione Ciancio, 1620 ? - ?, e di ?).
Sposò
ad Adrano il 24 luglio 1660 Carmina Spitaleri (figlia di Vincenzo
Spitaleri e di Rosaria Bartolo).
Dal
matrimonio:
-
Giuseppe Ciancio (1640; 1740);
-
Scipione
Ciancio (1670 – 1747);
-
Angela
Maria Filippa Felice Sebastiano Pietra Ciancio (1670; ?)
-
Vincenzo
Girolamo Ciancio (1671, ?)
Antonio
Ciancio, Barone di Megli e Signore di Martina
(Il
feudo Martina faceva parte della Contea di Adernò. Il 21 aprile 1673 ,
Ferdinando Aragona Montalto, principe di Paternò, ne aveva ricevuto
l’investitura, come figlio primogenito ed erede universale, per la morte del
padre , principe Aloisio. R.C. XI Indiz., f. 99). Antonio Ciancio acquistò da
Ferdinando Aragona Montalto il feudo di Martina e ne ricevette l’investitura il
12 luglio 1680. Protonotaro del Regno, Processi Investitura, n. 6060)
Antonio Ciancio di Adernò prese l’investitura del Feudo di Poira, il 23 febbraio 1666 per averlo acquistato da Desiderio Platamone, agli atti di Notaio Francesco Zaccaria di Adernò il 5 luglio 1665. S’investì in pari tempo per il passaggio della Corona da Filippo IV a Carlo II (R.C., IV Indiz., f. 77) (Protonotaro del Regno, Processo Investiture n. 6390). Il testamento di Antonio Ciancio fu redatto presso il Notaio Giuseppe Anastasio il 16 agosto 1686)
Antonio Ciancio di Adernò prese l’investitura del Feudo di Poira, il 23 febbraio 1666 per averlo acquistato da Desiderio Platamone, agli atti di Notaio Francesco Zaccaria di Adernò il 5 luglio 1665. S’investì in pari tempo per il passaggio della Corona da Filippo IV a Carlo II (R.C., IV Indiz., f. 77) (Protonotaro del Regno, Processo Investiture n. 6390). Il testamento di Antonio Ciancio fu redatto presso il Notaio Giuseppe Anastasio il 16 agosto 1686)
(Desiderio
era figlio di Diego, Barone di Poira, e di Palagia De Jacio, fu Giacinto e di
Domitilla San Filippo. Con la morte del padre Diego, Desiderio fu suo erede
particolare per testamento in Notaio Giuseppe Spampinato di Catania il 6 agosto
1646. Sia Diego che Desiderio non s’investirono, ma il loro possesso è
comprovato dall’atto seguente).
------------------
Giuseppe Ciancio (Adrano, ?; Adrano, 7 settembre 1740)
Si sposò due volte;
1.
Con
Barbara Faraci, da cui i figli/e:
-
Agata
Anna Maria Ciancio (1658, ?)
-
Anna
Angela Maria Gaetana Ciancio (1660,..?)
-
Rosaria
Ciancio (1670, 1694)
-
Antonino Ciancio (1700, 1760)
2.
Con
Isabella Cucuzza, da cui i figli/e:
-
Antonino
Nicolò Domenico Ciancio (1691, ?)
-
Pietro
Paolo Antonino Gaetano Domenico Ciancio (1692, ?)
-
Carmela
Ciancio (1700, ?)
-
Antonia
Ciancio (1700, ?)
Barone
della Poira con
investitura del 12 luglio 1687 per la morte di Antonino, suo padre (R.C. X
Indiz., f. 70 e Protonotaro, foglio 231). Morì ad Adernò, il 7 Settembre 1740,
come risulta da fede della Collegiata Chiesa di Santa Maria Vergine
dell'Assunzione.
----------------------
Antonino Ciancio ( Adrano, 1700 ?;
Adrano, 24 giugno 1760), sposò il 23 settembre 1722, in Adrano, la cugina
Carmela Rosso (figlia di Ignazio Rosso Albani e Celestri – Barone delle
Settefarine - e di Angela Maria Filippa
Felice Sebastiana Pietra Ciancio).
Dal Matrimonio i figli/e:
-
Gaetano Biagio Ciancio (1720, 1793) ?
-
Isabella
Dorotea Angelica Concetta Ciancio (1725,..)?
-
Rosaria
Ciancio (1730, ..) ?
-
Rosa
Anna Antonia Vincenza Diega Ciancio (1733, …)?
-
Domenico
Roberto Michele Angelo Ciancio ( 1734, ..)?
-
Vincenzo
Nicolò Giuseppe Ciancio (1739, …) ?
-
Teresa
Ciancio (1740, …)?
-
Giuseppa
Petronilla Raffaela Ciancio (1740, …) ?
Barone di Megli e Signore di Martina
Antonino Ciancio s’investì, a 5 dicembre 1748, per la morte
senza figli di Scipione suddetto, suo zio Paterno; era nato da Giuseppe
Ciancio, B.ne di Poira, fratello del suddetto Scipione; successe, pare come
chiamato e sostituito dal suddetto Antonino Seniore, ai termini del testamento
di luì, agli atti di Not. Giuseppe Anastasio, il 16 agosto. 1686 (Conserv.,
Vol. 1167, Invest., f. 110); morì ad Adernò, a 24 giugno 1760 (fede della
Cattedrale).
Barone
della Poira
Antonino
Ciancio
s’investì, a 7 Dicembre 1740, per la morte di Giuseppe suddetto , suo padre e
come suo primogenito ed erede universale, in base al testamento pubblicato da
Not. Ferdinando Fiorello di Adernò il 13 Settembre 1740 (Conserv, di Registro
Inv.re, Vol. 1165, f. 160).
-------------------
Gaetano
Biagio Ciancio
( Adrano, 1720 ?; Adrano, 5 maggio 1793) si sposò due volte.
1.
Il
26 settembre 1749, in Caltagirone, con Concetta Papotto (Bronte, 1734 ? – Adrano, 30 ottobre 1754),
da cui i figli/e:
-
Emanuele Ciancio (1750 – 1797);
-
Filadelfo
Ciancio (1750 ?, 1834)
-
Diego
Scipione Francesco Ignazio Ferdinando Ciancio ( 1754,…)?
-
Angela
Ciancio (1760, …)?
2.
Il
9 aprile 1757, in Adrano, con Vincenza Rametta (Adrano, 1729 ?; Adrano, 10
settembre 1799) (figlia di Francesco Rametta -
Signore di 1/8 di Pietrabianca e Signore di Solicchiara - e di Antonia Ciancio (1700,…)?
Dal matrimonio i figli/e:
-
Rosaria
Concetta Emanuela Anna Ciancio ( 1758- 1793) ?
-
Carmela
Anna Margherita Concetta Ciancio (1760,..)?
-
Antonino
Francesco Calcedonio Ciancio (1762,…)?
-
Maria
Giovanna Antonia Giuseppa Calcedonia Ciancio ( 1764,…)?
-
Angela
Vincenza Agata Crocifissa Raffaela Maddalena Ciancio (1766,..)?
-
Concetta
Margherita Serafina Pulcheria Ciancio ( 1768,…)?
-
Giuseppe
Ciancio (1739,…)?
Barone Megli – Signore di Martina
Biagio Gaetano Ciancio successe ad Antonio, juniore, suddetto, suo padre, come erede universale di lui, per testamento fatto agli atti di Notar Ferdinando Fiorella di Adernò, il 22 giugno 1760 (Conserv., Vol. 1170, f. 21 retro). Sposò D.na Concetta Papotto da Bronte (Dotali in Notar Francesco Raimondo di quella Città , il 26 Febbraio 1749).
Biagio Gaetano Ciancio successe ad Antonio, juniore, suddetto, suo padre, come erede universale di lui, per testamento fatto agli atti di Notar Ferdinando Fiorella di Adernò, il 22 giugno 1760 (Conserv., Vol. 1170, f. 21 retro). Sposò D.na Concetta Papotto da Bronte (Dotali in Notar Francesco Raimondo di quella Città , il 26 Febbraio 1749).
Barone
della Poira
Biagio
Gaetano Ciancio
sposò Concetta Papotto da Bronte, come risulta dai dotali firmati da essi e
depositati in Not. Francesco Raimondo da Bronte il 20 Febbraio 1749. In tale
occasione Antonino Ciancio, padre di Biagio Gaetano, nell’istesso atto
matrimoniale donò la Baronia del feudo Poira ; il matrimonio fu celebrato nella
Cattedrale di Bronte a 15 Novembre 1749. Come risulta da fede rilasciata da
quell’Arciprete. In base a ciò il Biagio Gaetano s’investì a 6 Novembre 1750
(Conserv., Vol. 1168, f. 46). Morì a Paternò il 5 Maggio 1793, come risulta da
fede rilasciata da quella Parrocchia.
-------------------------
Emanuele
Ciancio
(Adrano, 1750 ?; Messina, 1 maggio 1797).
Sposò
il 12 settembre 1776, in Santa Lucia del Mela (Messina), Caterina Galluppi
(1750,…)?
Dal
matrimonio i figli/e:
-
Francesco
Ciancio, (1777,…)?
-
Giuseppa
Maria Concetta Arcangela Diega Olivia Ciancio (1780,…) ?
-
Antonino Saturnino Giuseppe Pietro Ciancio (1785; 1843)?
-
Lorenzo
Ciancio (1790,…)?
-
Giuseppa
Maria Filadelfa Ciancio (1791,…)?
Emanuele
Ciancio successe, tanto come figlio del Barone Biagio Gaetano, quanto per la donazione
già fattagli dal padre, Quanto esso Emanuele sposò Caterina Galluppi. L’atto in
parola fu redatto da Not. Fortunato Puglisi di Santa Lucia del Mela, il 12
dicembre 1776, e depositato in Notar Domenico Florene di Adernò, il 22 dicembre
1777. In base a ciò egli prese investitura il 30 Gennaio 1778 (Conserv., Vol.
1174, Invest., f. 95 retro); è l’ultimo investito del feudo; non ci sono
ulteriori riconoscimenti; morì a Messina, il 1 maggio 1797, come risulta
da fede di quella Parrocchia di San Giacomo. Fu esso Emanuele Proconservatore
di Adernò, negli anni 1779, 1789, 1793, 1797. Da questo matrimonio nacque,
primogenito, Antonino, che come erede particolare del padre, s’investì, a 7
agosto 1797, del feudo di Poira con il titolo di B.ne, in forza del testamento
Paternò depositato in Not. Giuseppe Raganati di Adernò, il 24 aprile 1797.
Barone
della Poira
Emanuele
Ciancio
s’investì, a 26 Novembre 1792, come primogenito ed erede di Biagio Gaetano
suddetto, per testamento pubblicato da Pietro Sidoti di Adernò il 8 Maggio 1792
(Conserv., Vol. 1180, f. 47). Sposò Caterina Galluppi (Dotali in Not. Fortunato
Puglisi di Santa Lucia del Mela 12 Dicembre 1776, depositati in Adernò presso
Noi. Domenico Floreno, il 22 Dicembre 1777). Emanuele morì a Messina, il 1 Maggio
1797, come risulta da fede di quella Parrocchia di San Giacomo.
---------------------
Antonino
Saturnino Giuseppe Pietro Ciancio (Adrano, 11 gennaio 1785; Adrano, 24
gennaio 1843).
Sposò
il 21 settembre 1833, in Adrano, Francesca Romeo (1810, ..)? (figlia di
Consalvo Romeo – Barone del Cugno – e di Giuseppa Maria Concetta Arcangela
Diega Olivia Ciancio (1780,…)?.
Dal
matrimonio non nacquero figli/e.
Barone
della Poira
Antonino
Ciancio Galluppi s’investì del feudo di Poira, a 7 Agosto 1797, come
primogenito, erede particolare di Emanuele suddetto, come risulta dal
testamento di lui, depositato in Not. Giuseppe Raganati di Adernò il 24 Aprile
1797 (Conserv., Volume 1181, f. 103). E l’ultimo investito; non ci sono
ulteriori riconoscimenti.
------------------
Una
zia di Antonino Saturnino Giuseppe Pietro Ciancio, Carmela Anna Margherita Concetta Ciancio (Adrano,
16 aprile 1760, ?), sorella del padre Emanuele Ciancio, sposò il 9 giugno 1882,
in Adrano, Felice Spitaleri ( 1750,..)?, (figlio di Rosario Spitaleri e
di Dorotea Rametta, sorella di Vincenza Rametta, moglie di Gaetano Biagio
Ciancio).
Dal
matrimonio i figli/e:
-
Dorotea
Spitaleri ( 1789,..)?
-
Antonino Spitaleri (1805,…)?
Pare che sia originaria d’Adernò. Un
Giovan Vincenzo acquistò nella prima metà del secolo XVII il feudo Muglia; un
Giuseppe e un Vincenzo, nella seconda metà dello stesso secolo, acquistarono i
feudi Inturella e Dagala; un Antonio fu proconservatore in Adernò nel 1696 e
tale carica tenne nel 1734 un Diego; un Felice Spitaleri e Rametta, a 2 aprile
1766, ottenne investitura del titolo di barone di Muglia e, a 22 marzo 1800,
ottenne investitura dei feudi di Solicchiara e Pietrabianca. Con decreto
ministeriale del 10 febbraio 1899 il signor Antonino Spitaleri (di Felice, di
Antonio), ottenne riconoscimento dei titoli di barone di Muglia, signore di
Solicchiara, signore di Pietrabianca.
Secondo altri
storici la famiglia Spitaleri prenderebbe il nome nel 1102
dall’Ordine degli
Ospitalieri.
Felice
Spitaleri era:
Signore
di 1/8 di Pietrabianca
Felice
Spitaleri e Rametta, Signore di Salicchiara, s’investì di 1/8 del feudo di
Pietrabianca, membro della Contea di Adernò, a 22 Marzo 1800; successe per la
morte senza figli di suo zio materno Vittorio Rametta e come figlio primogenito
di Dorotea Spitaleri e Rametta. Sorella del detto Vittorio; comprovò il suo
dritto a succedere a mezzo di testimoni ricevuti nell’ ufficio di Protonotaro
del Regno a 17 Febbraio 1800. Non ci sono altre investiture.
Signore di Solicchiara
A 22 Marzo 1800, s’investì del feudo di Silicchiara;
successe per la morte senza figli di suo zio Vittorio Rametta, come primogenito
di Dorotea Rametta, sorella di detto Vittorio (Conserv., Reg. Inv.re, Vol. I
162, foglio 109). La continuazione storica di questo quadro trovasi in quello
segnato col n. 645 intestato: Barone di Muglia, giacché questo è ad un tempo
Signore di Solicchiara.
Barone di Muglia
S’investì, a 2 Aprile 1766, come primogenito, per la
morte di Rosario suddetto, suo padre e suo erede per testamento aperto e
pubblicato agli atti di Not. Pietro Lidoti di Adernò, il 25 Novembre 1765.
S’investì ancora, fure proprio, come chiamato e sostituito dal fu Giovanni
Vincenzo Spitaleri , 1’acquistatore, tanto nella donazione da lui fatta a suo
figlio Dott. Giuseppe agli atti di Not. Giuseppe Lucca di Adernò, il 6 Dicembre
1657, insinuata in quella Curia a 7 successivo, quanto per il testamento del
suddetto Giovanni Vincenzo, 1’acquistatore, del 1669 di cui sopra è parola
(Conserv., Vol.
1171, f. 128 retro). È l’ultimo investito.
Dorotea
Spitaleri sposò il 19 agosto 1821 a Nicosia, Giovanni
Reinaldo Alessi (figlio di Giovanni Vincenzo Maria Raffaele Calcedonio Alessi e
di Rosaria Concetta Emanuela Anna Ciancio (1758 – 1793). Dal matrimonio un
unico figlio, Antonino Alessi (1829, ..)?.
-------------------
Antonino
Spitaleri
(Catania, 1805 circa,…)? Sposò Carmela Ardizzone (1807,…)?
Dal
matrimonio i figli/e:
-
Felice Spitaleri (1828,…)?
-
Carmela
Spitaleri (1830,…)? Sposò Antonino Alessi
-
Remigia
Spitaleri (1831,…) ?
Amalia
Spitaleri (1834, 1893 circa).
-------------------
Felice
Spitaleri
(Catania,
17 luglio 1828; ….)
Sposò
il 21 marzo 1847 a Catania, Angela Grimaldi (Catania, 11 gennaio 1826,..)
(figlia di Francesco Grimaldi, Barone di Serravalle, e di Anna Francesca Margherita Paternò
Castello).
Dal
matrimonio i figli/e:
-
Carmela
Spitaleri (1848,…) sposò il 3 febbraio 1870 a Catania, Enrico Giacomo Paternò
Castello (1840, 1908)
-
Anna
Spitaleri ( 1849,…) ---------
-
Antonino Spitaleri (1850, 1918);
-
Anna
Spitaleri (Paternò Castello) (1852, 1944); sposò il 6 aprile 1874 a Catania,
Mario Francesco Giuseppe Concetto Paternò Castello (1840, 1906)
-
Remigia
Spitaleri (1859,…), sposò il 4 febbraio 1882 a Catania, Ettore Ponte
Angela
Spitaleri (1860, 1943), sposò il 6 settembre 1890, a Catania, Nicolò Michele
Giuseppe Anzalone (1864, 1955).
-------------------------
Antonino
Spitaleri
(Catania, 4 novembre 1850, Catania, 17 novembre 1918).
Sposò
il 15 gennaio 1873, a Catania, Carmela Felice Alessi (1853, 1943).(Figlia di
Antonino Alessi e di Carmela Spitaleri).
Dal
matrimonio un unico figlio:
Felice Spitaleri (1873, 1951)
Barone
di Muglia
Con
Decreto Ministeriale del 10 febbraio 1899 il Sig. Antonino Spitaleri (di
Felice, di Antonino) ottenne riconoscimento dei titoli di Barone di Muglia,
Signore di Solicchiara, Signore di Pietrabianca.
“ E’ oriundo di Paternò e domiciliato a Catania. È
padre di Felice”.
----------------------------
Barone
Felice Spitaleri
( Catania, 9 dicembre 1873; Catania, 8 ottobre 1951)
Sposò
il 29 luglio 1900, a Catania, Agata Cantarella (1871, …)
Dal
matrimonio i figli/e:
-
Carmela
Maria Angiolina Spitaleri (1901, 1998), sposò il 12 settembre 1923, a Catania,
il Duca Vespasiano Vincenzo Giovanni Salvatore Trigona (1898 – 1973);
-
Antonino
Francesco Felice Maria Spitaleri (1902, 1979) -----
-
Francesco
Spitaleri (1914, 2003), sposò Marise Carnovale (1914,..)
----------------------
3. Il Barone Felice Spitaleri famoso viticoltore ed
enologo – Il feudo della Solicchiata.
La
famiglia Spitaleri produceva vino nell’area etnea, alle pendici
dell’Etna, sin dal XIV secolo.
Nel 1852 il Marchese Felice Spitaleri, (figlio di
Antonino Spitaleri e di Donna Carmela Ardizzone), Marchese di Sant’Elia e
Barone di Solicchiata, fece ritorno in Sicilia da un lungo viaggio europeo che
gli permise di entrare in contatto con le produzioni vinicole soprattutto
francesi.
Nei
suoi terreni di Solicchiata fondò una casa vinicola che nel volgere degli anni
mantenne intatto tutto il suo arcaico
fascino.
Sulla
fertile colata lavica del 1607, don Felice creò un numero impressionante di
terrazzamenti e strade. Fece erigere oltre 100 km di muri a secco e fabbricò un
Chateau che era dedicato esclusivamente alla produzione del vino con vitigni
francesi.
Nella
sua azienda mise in pratica le tecniche vinicole apprese all’estero inserendole
in un contesto ambientale difficile caratterizzato dalla presenza di terreno
vulcanico e da un clima con estati molto calde e spesso siccitose.
Con
una grande professionalità riuscì a creare il primo taglio bordolese d’Italia e
nel 1890 diventò il primo fornitore ufficiale della Real Casa Savoia.
Nel
1907, il figlio barone Antonino, avuto dal matrimonio con la baronessa Angela
Grimaldi, fermò la produzione del vino per mantenere soltanto alcune vigne per
uso familiare.
Nel
1997 i discendenti Spitaleri iniziarono con impegno un lavoro per riportare i
vigneti del vasto feudo agli antichi splendori.
Seguirono
le tecniche vinicole del 1852 adoperando solo viti francesi ed oggi Cabernet
Franc, Merlot e Cabernet Sauvignon sono le combinazioni ottimali legate al
clima (800 m s.l.m.) e al terreno vulcanico.
La
vigna del castello di Solicchiata ha una superficie di circa 80 ettari.
La
famiglia Spitaleri ha un altro vasto vigneto, circa 35 ettari, nel feudo del
Boschetto, dove il vitigno è invece il Pinot Nero che, per dare ottimi
risultati nella vinificazione, ha bisogno di un clima più fresco (1000 – 1200 m
s.l.m.) e di un terreno più sottile.
Barone Felice
Spitaleri
Castello di
Solicchiata
Prima bottiglia
del Castello Solicchiata, annata 1868
Etichetta del vino
“Boschetto Rosso” del 1890.
Il Castello
Solicchiata ricevette il primo premio all’Esposizione di Londra nel 1888, il
Grande Diploma d’Onore e Medaglia d’Oro a Palermo nel 1889, Vienna 1890,
Berlino 1892, Bruxelles 1893, Milano 1894 e fu la prima fornitura ufficiale
della Real Casa d’Italia. Il Barone Spitaleri ebbe il privilegio di potere
innalzare lo stemma reale sul detto castello per il progresso enologico del
Regno d’Italia.
"Il Castello di Solicchiata è da considerare, nella lunga storia del
vino italiano, come il primo e unico Castello per il Vino ad uso stabilimento
enologico costruito in Italia, oltre che l'unica cantina italiana a ricevere il
privilegio di poter innalzare lo Stemma Reale sul detto stabilimento per il
progresso enologico del Regno d'Italia e prima fornitura ufficiale della Real
Casa d'Italia.
Al Castello Solicchiata rimane, ancora fino ad oggi, il primato di cantina italiana più premiata al mondo ai concorsi enologici italiani e internazionali e tra le prime in Europa con quindici Grandi Diplomi d'Onore con Medaglia d'Oro, Grande Diploma d'Onore di SM il re d'Italia, due Grandi Medaglie d'Oro dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, nove Primi Diplomi d'Onore, 35 Medaglie d'Oro e nove Coppe d'Argento".
Al Castello Solicchiata rimane, ancora fino ad oggi, il primato di cantina italiana più premiata al mondo ai concorsi enologici italiani e internazionali e tra le prime in Europa con quindici Grandi Diplomi d'Onore con Medaglia d'Oro, Grande Diploma d'Onore di SM il re d'Italia, due Grandi Medaglie d'Oro dal Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, nove Primi Diplomi d'Onore, 35 Medaglie d'Oro e nove Coppe d'Argento".
Tratto dal testo: "Mille anni di storia dei migliori vini dell’Etna -
Castello Solicchiata come ha origine il vino di qualità per il nascente
Regno d’Italia".
-----------------------------
4. Causa tra il Comune di Paternò e il barone
Don Antonino Ciancio in merito agli usi civici nel Feudo di Poira – La Sentenza
del 10 Gennaio 1843.
10 Gennaio 1843
L’anno mille
ottocentoquarantatre il giorno 10 gennaio
in Catania
L’Intendente
della Provincia di Catania Cav. D. Giuseppe Parisi incaricato per lo
scioglimento delle promiscuità e divisione dei demani.
Nella
causa tra la COMUNE DI PATERNO’ e il BARONE D. ANTONINO CIANCIO, avvisati con
atto ec.
Inteso
il rapporto del Funzionario aggiunto, Giudice della Gran Corte Civile,
Dottor
D. Salvatore Murena.
Visti
gli atti.
Intesi
di Difensori delle Parti all’udienza del 3 corrente.
Uniformemente
al progetto del sullodato Funzionario aggiunto.
Preso
l’uniforme avviso del Consiglio d’’Intendenza sull’anzidetto progetto.
Si
sono levate le seguenti
Q U I S T I O N I
1°.
Evvi prova sufficiente, e per quali degli usi pretesi dal Comune di Paternò, in
sullo ex-feudo POIRA ?
2°.
Quando una popolazione surse pria del feudo, gli usi che ella esercita in sul
proprio territorio, debbono presumersi o pur no come un avanzo dell’originario
dominio che sul medesimo si ebbe ?
3°.
L’art. 25 delle Istruzioni Sovrane ritiene come feudi separati dal proprio
tenimento quelli che non sono posseduti come territori distinti ?
Considerando
Quanto alla
Prima
Che
non vi ha pruova, nella specie, la quale faccia abbastanza aperto spettarsi ai
cittadini di Paternò l’uso di fare calce e gesso nel Feudo Poira:
Che
però è dimostrato assai luminosamente che quei cittadini sono nel possesso di
raccorre erbe spontanee da camangiare e
frasca per fuoco in sul Feudo medesimo, facendo di quei prodotti bruti della
terra un mercimonio, il quale dà mezzo di sussistenza alla infelice classe de’
Popolani.
Quanto alla Seconda
Che
il fenomeno degli usi civili di una popolazione sulle terre feudali del proprio
territorio doppia spiegazione può avere, secondochè la comunanza civile surse
dopo ovvero pria del feudo;
Che
nella prima ipotesi, gli usi non hanno potuto derivare che da una servitù
concessa dal Feudatario, o acquistata col volger del tempo dalla popolazione
surta nel feudo, e forse quivi chiamata a coltivar le abbandonate masse di
terreni; nella seconda ipotesi, l’uso non può rappresentare che un avanzo più o
meno separato dell’originario dominio delle popolazioni:
Che
quest’ultimo concetto si fa evidente tanto sol che s’interroghi la storia delle
proprietà agrarie. Egli è irrecusabile verità che la prima occupazione de’
campi fu l’occupazione per universitatem,
la divisione cioè de’ territori tra
le Popolazioni come tra altrettante famiglie, e la descrizion delle proprietà per
fundos surse dalle preoccupazioni che gl’individui faceano dappoi di una
parte del territorio della Università, fertilizzandoli co’ propri sudori, e
dandovi un valor di creazione.
Di
questo fenomeno ne abbiamo svariati monumenti. Quante Università di quest’Isola
possedeansi
vastissime Terre in sulle quali i Singoli avean solo il jus arandi et
serendi, ovvero vi esercitavano l’occupazione a vicenda, secondo quello
dicea degli Sciti il Lirico, nec cultura placet longior annua, defunctusque
laboribus aequali recreat sorte vicarius; ed intanto l’Universale del
Comune in su quelle Terre medesime, come a rappresentanza del suo primitivo
dominio, raccoglieva i prodotti bruti e spontanei della natura ? E da questa
condizione territoriale, pressochè generale della Sicilia nel medio Evo, derivò
che fino a’ nostri giorni le proprietà agrarie riconoscono qui svariati
compartecipanti e simultanei padroni, cui si dà opera per isceverarli:
Che
a ciò arrogi le infeudazioni cadute sui campi pubblici della Popolazioni, ne’
quali i Feudatari non consentivano a’ Popolani che magri usi civici, i più
indispensabili al sostentamento della vita, e meno dannevoli e mano attenuanti
delle rendite; usi i quali, da un lato addinotavano la prepotenza feudale, e
dall’altro eran testimoni irrecusabili del dominio primitivo delle Università
in su quelle Terre:
Che
perciò l’uso di raccorre erbe da camangiare e frasche in POIRA, feudo della cui
legittimità indarno chiedi, ma che est
situm et positum in territorio Paternionis, addita nei cittadini di quel Comune, meglio
che un atto di familiarità o di condiscendenza di quel Barone, un ultimo avanzo
il più indispensabile alla vita dell’originario dominio sull’università del
territorio.
Quanto alla Terza
Che
per cangiarsi in estimazione la scala del compensi conviene che gli usi siensi
esercitati dalle Popolazioni sopra feudi separati dal proprio tenimento; e di
ciò men pago il Legislatore aggiungeva, che feudi separati s’intendono
quelli che sono stati posseduti come
territori distinti.
Che
alla difformità delle norme di compenso de’ feudi separati dal territorio,
presiede il motivo che là dove in sul proprio territorio ciascuna Popolazione
rappresentar puote, o un orignario domino od una riserva o veramente una
concessione del proprio Signore; non così nel territorio di altra civil
Comunanza, perocchè ivi i Popolani non possono vantarvi altro che una servitù quaesita
in re aliena. Quindi è che nel proprio territorio gli usi van compensati
con una quota del Demanio, nel territorio alieno; all’opposto la legge tiene
stretto al valor intrinseco del conquisto fatto sull’altrui proprietà.
Fosse
qualunque il valsente degli usi, là si considerano i Popolani quai condomini
de’ Demani, e lor se ne attribuisce una stregua; qui non si consente loro oltre
di quello si è per essi ottenuto in sui campi altrui:
Che
a viemeglio raggiungere la mente della Legge, ci fa d’uopo ricordare la
distinzione de’ feudi in curte et extra curtem; che i primi eran quelli
messi nel territorio, erant de manso; ed ei vuol rammentarsi come mansus
si dicesse in feudalità ciò che nel dritto Comune appellavasi territorium,
poiché contenea la universabilità delle terre colte, le incolte, gli edifici, i
diritti di pescaggione, di caccia, le acque, ecc; la seconda maniera di feudi
quelli cioè extra curtem non si potrebbe meglio definire che col Geobal rea
a domino extra territorium vassallo sub lege fidelitatis et aliquando etiam
praestandorum servitiorum concessa. Ed a questa seconda specie di feudi va
applicato l’articolo 25 delle Sovrane
Istruzioni.
Né
poi la storia feudale è povera di esempli di feudi in alieno territorio; e può,
trasandando gli altri, recarsi in mezzo a testimonio un Enrico Gibner: Dari
feuda in alieno territorio dominia directa sine superioritate territoriali
Vassallos, qui ejusdem praedii causa duobus dominis dispari vinculo fidelitatis
uni alteri subiectionis subsint ipse rerum usus satis docet:
Che
perciò il feudo POIRA mezzo in mezzo al territorio di Paternò, come lo attesta
Luca Barbieri, situm et positum in territorio Paternionis, non è che un
feudo de Manso o veramente in curte, e però non è al medesimo applicabile
il compenso per estimazione ma per scalo.
D I C H I A R A
1°.
L’ex Feudo POIRA faciente parte della Comune di Paternà, e quiindi non
costituisce feudo separato ai termini dell’art. 25 delle Sovrane Istruzioni
degli II Dicembre 1841;
2°
Rigetta la dimanda del Comune in ordine all’uso di cacceggiare, far calce e
gesso, e collocare alveari in detto feudo POIRA;
3°
In conseguenza scioglie gli usi di raccogliere erbe da camangiare, frutta
selvagge e frasca in detto ex- feudo; ed accorda al Comune in compenso di
cotali usi il quinto del valore delle terre suscettive degli usi anzidetti
nella somma di ducati milleduecento.
Nomina
per l’esecuzione del precedente articolo il Perito Architetto D. Giovanni
Bonanno il quale eseguirà il distacco dello equivalente valore di sopra
stabilito, e nella parte del detto ex-feudo più prossima all’abitato del
Comune.
La
relazione del detto distacco sarà presentata infra il termine di giorni venti,
dal dì della prestazione del giuramento del sudetto Perito.
4°
Le spese ripartite come per legge.
L’Intendente
Giuseppe Parisi
Il Segretario de
del
Consiglio d’Intendenza
Carlo
Carbonaro
-------------------------------------------------
5.
La Banda Maurina sequestrò il Barone Spitaleri nel Castello di Poira
Alla
fine dell’Ottocento nel castello di Poira si verificò il sequestro Spitaleri
eseguito dalla Banda Maurina. Un gruppo di banditi che era attivo nelle
campagne del Catanese e del Messinese.
I
membri della banda assaltarono il castello del barone Spitaleri per la cui
incolumità chiesero ed ottennero allora la somma di 50.000 lire.
I
briganti dopo aver fatto irruzione nel castello lo depredarono per poi fuggire.
Lo
studioso Giuseppe Pelleriti fece sulla vicenda uno studio molto attento
riuscendo a ricostruire le fasi dell’azione criminale.
“Ad inizio estate del 1892,
con l'avvicinarsi della calura, tempo di mietitura e di intenso lavoro nei
campi, il barone don Antonino Spitaleri di Muglia, con la consorte baronessa Carmela Felice Alessi, il figlio Felice( nato
nel 1873 ?) e tutto il seguito della servitù, si trasferì nella sua tenuta di
Poira che apparteneva al Feudo di Pietralunga.
Il “castello di Poira", che si trova al confine
tra Centuripe e Paternò, è oggi una vecchia e cadente costruzione,
presumibilmente eretta agli inizi del '700, su fondamenta romane.
Un pomeriggio, quasi al crepuscolo, il barone rientrava alla masseria insieme al suo campiere e al figlio di questi (entrambi di Adrano), dopo avere fatto un sopralluogo nel territorio al fine di collocare una condotta d’acqua per irrigare le terre.
Un pomeriggio, quasi al crepuscolo, il barone rientrava alla masseria insieme al suo campiere e al figlio di questi (entrambi di Adrano), dopo avere fatto un sopralluogo nel territorio al fine di collocare una condotta d’acqua per irrigare le terre.
In prossimità della masseria i tre vennero circondati
da un gruppo di briganti che minacciarono il barone di sequestrarlo e di fare
violenza alla sua famiglia se non avesse consegnato subito la somma di 50.000
lire.
Il barone rispose di non avere tutto quel denaro con sé e che, quindi, avrebbe avuto bisogno di parecchio tempo per recuperarli.
Il barone rispose di non avere tutto quel denaro con sé e che, quindi, avrebbe avuto bisogno di parecchio tempo per recuperarli.
Ma i briganti non erano degli sprovveduti. Se non
fossero stati sicuri del bottino, non avrebbero di certo cavalcato per più di
cento chilometri, attraverso boschi e remoti sentieri, sui loro focosi
destrieri.
Si chiamavano Botindari, Leonarda, Candino, Cavoli, Mazzotta, Giaconia e Ortolano tutti appartenenti alla "Banda Maurina", così chiamati perché tutti provenienti da San Mauro Castelverde, un paesino in provincia di Palermo, appollaiato su un cocuzzolo che guarda verso il Mar Tirreno.
I briganti erano organizzati al punto che, durante il viaggio, avevano cambiato i cavalli che trasportavano viveri e vettovaglie varie. Se non avessero ritenuto la soffiata credibile, non avrebbero messo in piedi una spedizione così studiata nei minimi dettagli.
Ma il barone insisteva. Lui quei denari in casa non li aveva.
La resistenza di don Antonino stava complicando le cose e i banditi, diventati nervosi, lo costrinsero ad accompagnarli alla masseria.
Si chiamavano Botindari, Leonarda, Candino, Cavoli, Mazzotta, Giaconia e Ortolano tutti appartenenti alla "Banda Maurina", così chiamati perché tutti provenienti da San Mauro Castelverde, un paesino in provincia di Palermo, appollaiato su un cocuzzolo che guarda verso il Mar Tirreno.
I briganti erano organizzati al punto che, durante il viaggio, avevano cambiato i cavalli che trasportavano viveri e vettovaglie varie. Se non avessero ritenuto la soffiata credibile, non avrebbero messo in piedi una spedizione così studiata nei minimi dettagli.
Ma il barone insisteva. Lui quei denari in casa non li aveva.
La resistenza di don Antonino stava complicando le cose e i banditi, diventati nervosi, lo costrinsero ad accompagnarli alla masseria.
Il figlio di don Antonino, il “baronello” Felice
attendeva il ritorno del padre affacciato alla finestra, preoccupato per quello
strano ritardo.
Quelli, non erano bei tempi per il baronello, in quanto, in quel periodo aveva perso parecchi denari in investimenti fatti a Catania insieme al marchese di Casalotto, la cui banca era prossima alla bancarotta.
Quelli, non erano bei tempi per il baronello, in quanto, in quel periodo aveva perso parecchi denari in investimenti fatti a Catania insieme al marchese di Casalotto, la cui banca era prossima alla bancarotta.
Appena il baronello scorse il padre e i due aiutanti
circondati dai malviventi che li tenevano in ostaggio, reagì d'istinto e sparò
un colpo di fucile che però andò a vuoto. Quelli, pur essendo ottimi tiratori,
risposero al fuoco ferendolo di striscio.
Il barone chiese clemenza per quel gesto così
imprudente del figlio e fu costretto a farli entrare in casa.
Vista la continua resistenza di don Antonino, il capo
banda, ordinò ai suoi di saccheggiare la masseria.
Con il figlio ferito, la moglie legata a testa in giù e la casa a soqquadro, il barone fu costretto a cedere e a consegnare ai malviventi la somma richiesta.
Ma, a quel punto, i briganti vollero completare il saccheggio e, alla fine, tra soldi, contanti e preziosi trovati in casa, si portarono dietro un bottino di circa 300.000 lire.
Con il figlio ferito, la moglie legata a testa in giù e la casa a soqquadro, il barone fu costretto a cedere e a consegnare ai malviventi la somma richiesta.
Ma, a quel punto, i briganti vollero completare il saccheggio e, alla fine, tra soldi, contanti e preziosi trovati in casa, si portarono dietro un bottino di circa 300.000 lire.
I briganti, soddisfatti della refurtiva, presero i
cavalli e si avviarono sulla strada del ritorno.
Il barone, ancora scosso per l’accaduto, si accorse che, però, uno dei banditi stava tornando indietro. Temette che l'incubo non fosse ancora finito e invece, il capo della Banda Maurina, Melchiorre Candino, restituì l’orologio d’oro del “baronello” Felice dicendo: “Non prendiamo bigiotteria, è troppo compromettente”.
Detto ciò raggiunse gli altri compari e insieme sparirono.
Il barone, ancora scosso per l’accaduto, si accorse che, però, uno dei banditi stava tornando indietro. Temette che l'incubo non fosse ancora finito e invece, il capo della Banda Maurina, Melchiorre Candino, restituì l’orologio d’oro del “baronello” Felice dicendo: “Non prendiamo bigiotteria, è troppo compromettente”.
Detto ciò raggiunse gli altri compari e insieme sparirono.
Ma la storia ebbe uno strano epilogo.
Qualche
settimana dopo il sequestro del barone Spitaleri, la "Banda Maurina"
cadde in una trappola mortale.
Si salvò solo Melchiorre Candino, uno dei capi, in quanto quel giorno non era presente.
Le versioni dei fatti, raccontati qualche settimana dopo dai protagonisti rimasti in vita, furono due, completamente divergenti.
La prima sostenne che la banda fu annientata, per un regolamento di conti, in un duello tipo Western, sei contro sei.
Sei banditi maurini contro sei esponenti della banda della famiglia di Francesco Leanza, detto "spiritu scorpu", famoso a quel tempo perché andava sempre in giro armato di un revolver, infilato nella cintura, sempre in vista, ad intimidire l’avversario.
Lo scontro sarebbe avvenuto in una radura spoglia, all’interno di un fitto bosco. I sei maurini, sorpresi allo scoperto, caddero uno per uno sotto il piombo degli avversari, che avevano una posizione migliore, in quanto protetti da una folta vegetazione.
Si salvò solo Melchiorre Candino, uno dei capi, in quanto quel giorno non era presente.
Le versioni dei fatti, raccontati qualche settimana dopo dai protagonisti rimasti in vita, furono due, completamente divergenti.
La prima sostenne che la banda fu annientata, per un regolamento di conti, in un duello tipo Western, sei contro sei.
Sei banditi maurini contro sei esponenti della banda della famiglia di Francesco Leanza, detto "spiritu scorpu", famoso a quel tempo perché andava sempre in giro armato di un revolver, infilato nella cintura, sempre in vista, ad intimidire l’avversario.
Lo scontro sarebbe avvenuto in una radura spoglia, all’interno di un fitto bosco. I sei maurini, sorpresi allo scoperto, caddero uno per uno sotto il piombo degli avversari, che avevano una posizione migliore, in quanto protetti da una folta vegetazione.
Ma,
a seguito di una mia indagine attraverso libri e interviste a studiosi di
storia locale a Cesarò, i fatti, molto probabilmente, si svolsero così:
Il
barone Spitaleri, che era stato Capitano di Giustizia e quindi uomo potente in
questa zona di Sicilia, chiese aiuto alle autorità per sterminare quei
malviventi spietati, che avevano osato violare a quel modo la sua casa.
Nessuno sarebbe stato più al sicuro con quei criminali in giro.
Nessuno sarebbe stato più al sicuro con quei criminali in giro.
Della
faccenda fu investito il Prefetto il quale propose a Francesco Leanza, allora
amministratore del duca di Cesarò Giuseppe Colonna, un patto segreto.
L'accordo prevedeva uno scambio: la sua banda avrebbe sterminato i "maurini" in cambio di un salvacondotto per i loro reati.
Leanza accettò e il patto fu sancito.
L'accordo prevedeva uno scambio: la sua banda avrebbe sterminato i "maurini" in cambio di un salvacondotto per i loro reati.
Leanza accettò e il patto fu sancito.
I
“maurini” furono invitati dai Leanza ad una “mangiata” tra uomini d’onore nel
feudo di Sollazza. I Leanza aspettarono fino a quando non furono certi che gli
ospiti avessero bevuto abbastanza vino, (al quale era stato aggiunto oppio),
per dare inizio alla "mattanza".
Appena Francesco Leanza gridò la parola d’ordine “S. Antonio” si scatenò l’inferno: i sei briganti maurini presenti, furono tutti sterminati.
Dopo la strage, i Leanza caricarono i corpi senza vita dei "maurini" e andarono a scaricarli in un bosco, per sviare le indagini.
Appena Francesco Leanza gridò la parola d’ordine “S. Antonio” si scatenò l’inferno: i sei briganti maurini presenti, furono tutti sterminati.
Dopo la strage, i Leanza caricarono i corpi senza vita dei "maurini" e andarono a scaricarli in un bosco, per sviare le indagini.
In
quella vicenda, tuttavia, alcuni fatti rimasero misteriosi:
Melchiorre
Candino, capo della banda Maurina, come mai non partecipò alla “mangiata”? Fu
coinvolto anche lui nel patto e le accuse lanciatesi nei giorni successivi con
Francesco Leanza furono solo teatro?
Dalle
indagini svolte nei giorni a seguire emerse che la "soffiata" alla
banda "maurina" fu fatta dal campiere del barone.
Le
indagini dimostrarono che il sequestro fu organizzato dal campiere
del barone, un certo Imbarrato e da suo figlio.
Come faceva il campiere a sapere che in quel momento nella masseria il barone possedeva quella enorme somma in contanti?
(Tanto per fare una stima approssimativa, 50.000 lire di quel tempo corrispondono alle attuali €. 500.000 di oggi!).
Come faceva il campiere a sapere che in quel momento nella masseria il barone possedeva quella enorme somma in contanti?
(Tanto per fare una stima approssimativa, 50.000 lire di quel tempo corrispondono alle attuali €. 500.000 di oggi!).
Fu
una vicenda molto intrigata che coinvolse anche il famoso New York Times che
dedicò vari articoli alla banda maurina, tra cui uno, in particolare,
intitolato "The Brigands of Sicily", pubblicato nel 1894”.
Il Bandito
Rinaldi, uno dei fondatori della Banda Maurina
----------------------------------
6.
Ricerche Archeologiche
Nel
1995 la Soprintendenza ai Beni Culturali di Catania fece degli scavi sulla
Collina di Poira riportando alla luce un importante necropoli ellenistica con
tombe del VI e V secolo a.C.
Al
loro interno furono trovate delle ceramiche di vario stile.
Poco
lontana si trova la Grotta degli Schiavi, forse un “Ergastulum” romano dove, al
termine del lavoro, venivano posti gli schiavi e incatenato “il ribelle”. Non
si ha notizia di rinvenimento simili nella storia archeologica della Sicilia.
Il
Poggio Còcola o Poira è un complesso di colli posti a Sud del Simeto. Su uno
dei poggi, come abbiamo visto, fu costruito il castello di Poira probabilmente
su costruzioni di epoca romana.
Il
poggio costituisce l’estremità occidentale del massiccio calcareo di
Pietralunga e raggiunge i 385 metri costituendo il punto più alto.
Gli
archeologi effettuarono nel 1995 delle campagne di scavo non sistematiche e dal
materiale rinvenuto si è potuta ricostruire una continuità di vita molto importante.
Una
presenza umana che va dal Bronzo Antico,
circa 4000 anni fa, fino all’Età del Ferro che si data tra il 1200 a.C.
ed il 1000 a.C. (oltre 3000 anni fa).
Fu
scoperta una necropoli ellenistica con tombe contenenti all’interno vasellame
di vario tipo con molta ceramica a vernice nera databile tra il VI ed il V
secolo a.C.
Fu
riportato alla luce un edificio, risalente sempre al VI – V secolo a.C.,
comprendente tre ambienti, allineati in senso est-ovest, dei quali si conserva
in condizioni migliori la parte centrale, con un ingresso sul lato sud.
Degli
ambienti contigui si conservano pochi tratti di mura perimetrali.
Il
prof. Giovanni Rizza negli anni ’60 individuò questo sito e lo identifico come
sede della città di Inessa. Una città menzionata da diversi storici tra cui
Diodoro Siculo nel I secolo a.C.
Le
motivazioni storiche erano legate al tiranno Ierone di Siracusa.
Nel
476 a.C. dopo la sua morte, i seguaci del tiranno, che si erano stabiliti a
Catania, si trasferirono nella città di
Inessa e la chiamarono Aetna.
È
ancora aperto il dibattito storico sulla identificazione del sito con Inessa/Aetna
perché ancora non è stata confermata dagli scavi. Non sono stati trovati
edifici citati dalle fonti antiche come il tempio di Ercole e la famosa piazza.
L’identificazione
con Inessa è collegata con le citazioni di Tucidide secondo il quale la città
doveva trovarsi tra Centuripe e Catania. “In questa città (di Inessa) si
rifugiarono gli abitanti di Catania nel 476 dopo la morte del tiranno Ierone
che li aveva lì insediati”.
Attorno
al colle si trovano alcune tombe a grotticella artificiale che furono esplorate
negli anni Sessanta del Novecento ma non in modo scientifico.
I
materiali rinvenuti sono conservati presso il Museo Regionale di Adrano.
Nell’estate
del1995, dopo circa trent0anni dai primi scavi,
furono realizzati 12 saggi di scavo nella zona sotto la direzione
scientifica del professore Brian E. Mc. Connel.
In
alcuni di questi scavi, posti ad una certa distanza tra loro, furono
scoperti dei muri che presentavano lo stesso orientamento. Questi
rinvenimenti fecero avanzare l’ipotesi
sull’esistenza di una cinta muraria pertinente ad una città databile tra la
fine del VI secolo e il V secolo a.C.
Il
muro era stato identificato dall’archeologo Dinu Adamesteanu, uno dei tanti archeologici famosi, morto nel 2004,
che solcarono i sentieri di Sicilia alla ricerca della verità storica
dell’isola. Pioniere e promotore delle tecniche di aerofotografia e prospezione
area nella ricerca e ricognizione archeologica, identificò grazie alle
fotografie aree il muro senza
esprimere una datazione in mancanza di
dati tecnici.
Dinu
Adamesteanu, un pioniere
dell’archeologica siciliana
(Toporu – Romania,
25 marzo 1913; Policoro-Matera, 21 gennaio 2004)
Il
prof. Salvatore Borzì, nel suo libro “Sicilia Schiava” collegò il muro all’esistenza di una masseria
tardo antica che indicò con il nome di “Nenciana” facendo riferimento ai cippi recanti
l’iscrizione “SN” e presenti lungo il corso del muro.
Lo
stesso professore Mc Connel spiegò anche il rapporto fra questi muri e i cippi
confinari, presenti nel confine
meridionale e con l’iscrizione “S.N.”, che delimitavano la zona di
Poggio Cocola ed anche di Pietralunga.
Grazie
alle ricerche, che il professore effettuò presso il Fondo Benedettino -
Archivio di Stato di Catania, stabilì
che esisteva un preciso collegamento tra il territorio, delimitato dai ceppi
confinari, ed i possedimenti dei Benedettini. Possedimenti che furono
confiscati con l’Unità d’Italia, dopo il 1861.
La
sigla “S.N.” indicava il nome di “San Nicolò” perché si trattava di
possedimenti appartenenti al Monastero dei Benedettini di San Nicolò L’Arena di
Catania.
In
un documento del 1645 è inserita una planimetria della “tenuta Pietra Longa” e
della “tenuta Vaccharello” che si trova tra il fiume Simeto e Monte
Castellaccio.
Una
tela del 1800, orientata nel senso opposto, indicava con il colore verde scuro
le tenute di “Pietra Longa Sourana” e “Pietra Longa Sottana” nello stesso
terreno. I entrambi i casi il confine meridionale delle tenute era riferibile al tratto del muro con i cippi
iscritti “S.N.”. Un confronto che permise di stabilire quindi come quella sigla
stava ad indicare “San Nicolò”.
Durante gli
scavi del 1995 venne trovata, sempre nella contrada Poira, una Lama di Mazza
che si trova esposta nel Museo di Adrano.
Sezione piano
convessa; lati distale e prossimale
spessi e convessi
con martellatura.
Scanalatura al centro. Levigatura quasi totale, perché
risparmia la
superficie ventrale che risulta grezza o rotta
durante
l’utilizzo. Basalto nero.
Lunghezza 73 cm;
Larghezza 4,3 cm; Spessore 4,3 cm;
Integro
Negli
anni ’60 la Soprintendenza di Siracusa effettuò degli scavi, purtroppo
limitati, che portarono alla luce importanti reperti d’importazione e
d’imitazione coloniale che si ritrovano nei corredi funerari.
Proprio
in una tomba fu trovata una oinochoe a bocca
trilobata che, mella sua parte basale, presentava una iscrizione graffita dopo
la cottura.
Gli archeologici, come negli scavi successivi del 1995, misero in risalto l’importanza della contrada
Poira che
dal Fiume dei Margi si espande verso la Valle del Simeto.
I
resti della città furono identificati,
non senza problemi ancora oggi irrisolti, con la famosa “Inessa” (Ίνησσα).
L’iscrizione sull’oinochoe era:
hιμιι
Secondo gli studiosi l’iscrizione si dovrebbe collocare negli
ultimi decenni del VI secolo a.C.
L’importanza
del graffito di Poira aveva una duplice
importanza : storica e linguistica.
Questo
tipo di graffito aveva l’obiettivo di esprimere l’appartenenza dell’oggetto,
sul quale si trova l’iscrizione, ad un certo personaggio. Gli oggetti di
proprietà contengono generalmente nomi
di persona o di divinità (nomi al
nominativo, o flessi, cioè declinati, al genitivo o al dativo).
Si
tratta quindi di un preciso contesto funerario e non votivo dato che il
graffito indicava il nome di una persona (“Himi” ?), del defunto o di un poco
probabile donatore dell’oggetto.
Secondo
il prof. Cultraro si trattava di un nome al genitivo e quindi indicava il nome
del possessore dell’oinochoe. Si trattava quindi del nome di un personaggio
marcato con la “i” finale come in latino.
Giustamente
furono sollevate delle perplessità.
La
prima perplessità era legata alla considerazione che le iscrizioni presenti
nell’area dei Siculi rimandavano ai caratteri che erano tipici delle lingue
italiche ma era convinzione che il termine con la “i” al genitivo era solo un
espressione latina e solo del latino.
Quando
fu rinvenuto il reperto non c’erano nell’area presenti iscrizioni simili,
un’area sicula e riferibile ad un periodo anellenico, che usassero il genitivo
in “i”.
Le
ricerche archeologiche sono importanti perchè riescono a svelare aspetti
misteriosi della storia ed anche in questo caso i rinvenimenti, anche in zone
geograficamente lontane da Poira, permisero di fare luce anche su quelle
perplessità legate alla decifrazione dell’iscrizione dell’oinochoe.
Il
centro indigeno di Morgantina restituì una serie relativamente cospicua
d’iscrizioni graffite d’età arcaica.
In
un caso, nel graffito di una coppa, (“pibe”, cioè “bevi”), in lingua
locale, imita le esortazioni a bere delle future iscrizioni greche legate agli
aspetti simposiaci.
La
lingua locale di Poira si dovrebbe quindi riconoscere anche nelle iscrizioni
arcaiche di Morgantina che non si presentano come greche.
Vi
sono almeno tre iscrizioni a Morgantina che sono simili al graffito di Poira
dato che presentano un nome proprio di persona
con uscita in “i”.
Un
genitivo in “i” di tipo latino che aprì
una ricerca, ancora non ben definita, sul tema della “conciliazione con il
carattere italico “antilatino” delle iscrizioni locali, a cominciare da quelle
importantissime del sito di Mendolito.
Rimane
certa, anche in base alle ricerche di Mc Connell, l’esistenza di un
insediamento
Indigeno
che fu ellenizzato nell’area di Poggio Cocola. La fioritura di questo
insediamento dovrebbe essere messa in rapporto con gli insediamenti di Monte
Castelluccio, sito sempre nel Comune di Paternò, ad est di Poggio Cocola e
prospiciente il Fiume Simeto.
Ricapitolando
le ricerche archeologiche rilevarono:
-
Masseria
Poira (Paternò)
ID (Numero Identificativo): R119
Necropoli: Area di Frammenti
Quota: 316 m s.l.m.
Area di ricerca: ( 5 x 5 )m
IGM: 269 I SO
Fase: Bronzo Antico
“La ricognizione, condotta in
occasione dell’aratura, ha identificato a Sud della masseria un’area che
comprendeva frammenti e nuclei di selce, due macine discoidali piano-convesse
di basalto probabilmente databili all’età dell’Antico bronzo, così come si può
ipotizzare alla luce delle analisi delle caratteristiche tipologiche. A Est
della masseria, una tomba isolata a grotticelle artificiale scavata su un
costone roccioso: la struttura della tomba è stata modificata per rendere
l’ambiente utile come riparo per il bestiame. La tomba presenta una pianta
circolare e una sezione a profilo curvo con un’altezza massima di m 1,90”.
-
Poggio
Cocola (Paternò)
ID: R 120
Unità Topografica : Area di Frammenti
Quota: 360 n s.l.m.
Area: (200 x 200) m
IGM: 269 I SO
Fase: Età Arcaica
“Poggio Cocola, in località Poira,
è situato a Sud del corso del fiume Simeto, all’estremità occidentale del
massiccio calcareo di Pietralunga: sulla collina sono i resti di un
insediamento sviluppatosi in età arcaica indagato negli anni Cinquanta da G.
Rizza e più recentemente dalla Soprintendenza di Catania.
La ricognizione è stata condotta a
Nord-Ovest del poggio, in un’ampia area coltivata ad uliveto (2 ettari): è
stata rinvenuta un’abbondante quantità di ceramica distribuita sulla superficie
in maniera omogenea. I reperti sono in gran parte riconducibili a ceramica di
produzione indigena a decorazione dipinta della “facies” di Licodia Eubea.
Numerosi sono anche i frammenti di coppe di tipo ionico le cui produzione
termina alla metà del VI secolo a.C.
Ai margini dell’uliveto sono stati
rinvenuti un frammento di macina di basalto e un grosso frammento di “pithos””.
-
Casa
Irmana (Paternò)
ID: R123
Area di Frammenti
Quota: 139 m s.l.m.
Area: (40 x 160) m
IGM: 269 I SO
Fase: Età Arcaica; Età Classica; Età
Ellenistica
“L’area di frammenti fittili si
estende su un’ampia zona pianeggiante situata immediatamente a Sud della strada
sterrata che conduce verso contrada Poira, nota come Casa Irmana. La
ricognizione dell’area, coltivata estensivamente a frumento, è stata condotta
durante il periodo dell’aratura. L’area di frammenti fittili si estende a
cavallo tra i due casolari; la distribuzione dei reperti non si presentava
omogenea, ma la densità sembra essere maggiore a ridosso delle due strutture.
omogenea era la distribuzione dei frammenti di ceramica indigena (“facies” di
Licodia Eubea) frammisti ad altri di ceramica greca d’importazione (ceramica
ionica , ceramica attica). Nel settore orientale dell’area, si è raccolta una
percentuale maggiore di frammenti di anfore da trasporto e di ceramica comune.
I materiali rinvenuti consentono di ipotizzare che l’area sia stata
occupata dal VII al III secolo a.C., con
uno iato databile tra gli inizi e la fine del IV secolo a.C. anni per i quali
non ci sono attestazioni”.
---------------------------
7. Il Fabbricato
Diverse
facciate sono squarciate e si osservano le stanze con le cucine (poste al piano terra), le vasche, gli
abbeveratoi. Nei muri sono presenti delle artistiche colombaie e vicino quelle
che dovevano essere le stalle almeno per una parte degli animali. Ai piani
superiori erano le stanze destinate ad abitazioni dei baroni. Una scala in muratura permetteva di raggiungere
il piano superiore. Il piano superiore doveva avere tutte le caratteristiche di
una residenza nobiliare con alcune stanze destinate alla servitù della baronessa
e del barone. Doveva esserci lo studio/ufficio amministrativo del feudo dato
che il barone risiedeva spesso con la sua famiglia nel castello/fattoria.
A
piano terra c’erano le stanze destinate ai campieri (uno o due) e ad un
possibile soprastante. I campieri generalmente risiedevano nella masseria ma
senza la famiglia.
La zona è stata anche stravolta da scavi clandestini dato che ci troviamo in un territorio tra Centuripe, Paternò, Adrano da sempre oggetto di “studio” da parte di gente senza scrupoli alla ricerca di antichi reperti.
La zona è stata anche stravolta da scavi clandestini dato che ci troviamo in un territorio tra Centuripe, Paternò, Adrano da sempre oggetto di “studio” da parte di gente senza scrupoli alla ricerca di antichi reperti.
Le foto sano emblematiche dell’azione vandalica da parte di
questi “amanti della cultura”.
Hanno trafugato anche i conci degli archi scolpiti in pietra…
eppure davanti a tanta devastazione la zona ha un suo fascino e le sue pietre
sembrano voler testimoniare o raccontare la loro storia ricca di avvenimenti
anche drammatici.
Da una delle finestre come dice il racconto, il giovane barone
Spitaleri sparò alla banda maurina.. E’ facile immaginare, nel silenzio della
contrada interrotto da qualche alito di vento che fa cigolare ancora qualche
piccola finestra, quei momenti. Il panorama dal poggio è veramente incantevole
e ancora di più lo sono i tramonti. Piccoli aspetti che amano tanto i turisti
desiderosi di scoprire i veri colori della natura, dei suoi prati, dei suoi
scenari senza fine…..lontani dalla vita dell’uomo e soprattutto dalle miserie
umane.
--------------------------------
8.
I Calanchi di Contrada Cipollazzo - Cannizzola
Comune
di Centuripe (Enna)
Calanchi
Cannizzola - Contrada Poggio Cipollazzo
Quota:
(283 / 174 ) m s.l.m.
I
calanchi sono delle formazioni geologiche e morfologiche molto complesse legate in particolare a fenomeni di erosione
del terreno. Fenomeni d’erosione che si creano sotto l’azione di dilavamento
delle acque su rocce argillose degradate, con scarsa copertura vegetale e
quindi adatte al ruscellamento.
I solchi che si formano sul terreno, sotto
l’azione dell’acqua di ruscellamento si accentuano, si allargano e, procedendo a ritroso, si moltiplicano e si
ramificano.
Un
fenomeno che ricopre tutti i versanti che sono suddivisi da numerose piccole
valli separate a loro volta da strette
creste con micro versanti nudi in rapida evoluzione.
Le
cause d’origine sono molteplici e spesso convergenti o collegati:
-
Substrato
argilloso con scarsa componente sabbiosa in grado di assorbire o fare filtrare
acqua;
-
Un
regime climatico caratterizzato da lunghe estati calde e da piogge molto
intense che sono concentrate in determinati periodi dell’anno;
-
Esposizione
meridionale dei versanti cioè il terreno deve essere esposto al sole subendo
una forte e continua insolazione;
-
Durante
la stagione fredda si devono verificare dei fenomeni di gelificazione;
-
Una
pendenza del declivio compresa tra i 40/50 gradi che tende a favorire il rapido
deflusso dell’acqua;
-
L’esistenza
di un livello duro e meno erodibile alla sommità del versante.
Si
sarebbero formati durante l’Olocene, quando con il disboscamento di querce
sempreverdi delle foreste, da parte dell’uomo, i terreni argillosi, altamente
erodibili, sarebbero stati esposti ai rigori del clima,
A
questo fenomeno si sarebbero sommati i fenomeni di dissesto idrogeologico, come
il dilavamento e il ruscellamento delle acque meteoriche che insieme a frane e crep,
diventarono i fenomeni determinanti del modellamento del terreno, la cui risultante finale fu la genesi dei calanchi
(Phillips, 1998).
(Il
crep é un movimento del suolo molto lento che può andare avanti per anni o
centinaia di anni. Infatti ogni particella può muoversi solo di un millimetro,
o pochi centimetri alla volta).
I
calanchi del Cannizzola, torrente affluente destro del fiume Simeto,
costituiscono un geosito dei monti Erei nella valle del Simeto, in territorio di
Centuripe e Paternò, comuni italiani delle province di Enna e di Catania in
Sicilia. Il bacino idrografico del torrente Cannizzola è caratterizzato dalla
presenza di terreni argillosi e depositi alluvionali. Da un punto di vista
geomorfologico, l'area presenta numerosi calanchi dovuti a fenomeni di erosione
accelerata. La loro forma è generalmente concava, segnata da rivoli convergenti
a ventaglio verso l'impluvio.
I
Calanchi rappresentano una forma di dissesto idrogeologico più diffusa nei
terreni argillosi dell’Italia peninsulare e della Sicilia i quali compongono il
20% del territorio nazionale.
Il
calanco sarebbe un minuscolo bacino imbrifero (10 – 15 ettari) estremamente
ramificato che occupa certi pendii argillosi soggetto all’azione erosiva delle
acque piovane.
Le
vallecole dei calanchi presentano spesso un profilo non uguale ma dissimmetrico
in conseguenza della disposizione isoclinale degli strati argillosi.
Il
versante meno inclinato in tal caso è per solito quello corrispondente alle
superfici degli strati a franapoggio, il
versante più erto è quello con gli strati a reggipoggio.
L’argilla
viene disintegrata dall’acqua che, scorrendo sul suolo in forma di rivoli, crea
i primi solchi, i quali si vanno sempre più approfondendo ed ampliando, mentre
sulle creste che li separano si sviluppa un secondo ordine di solchi e sulle
nuove creste divisorie un terzo ordine e poi un quarto e così via. In tal modo,
poco per volta il pendio viene frazionato in sistemi innumerevoli di vallecole
nelle quali, attraverso canali di ordine sempre maggiore, raggiungono i collettori.
Questo processo erosivo tende ad espandersi invadendo i territori collaterali
per arretramento progressivo delle testate dei solchi più alti mentre le creste
divisorie, dapprima si assottigliano a
specie di lame, poi si deprimono e si appiattiscono trasformandosi alla
fine in dorsali ondulate. L’argilla convogliata dall’acqua si raccoglie al
piede dei pendii solcati dai calanchi, ove si distende a forma di conoidi, o dà
origine a lente colate fangose. Così il territorio, con i pendii spogliati
dalla vegetazione e cesellati dai calanchi, assume un aspetto desolato,
paragonabile a quelle delle regioni desertiche ( Badlans del South Dakota –
USA).
Nelle
aree argillose plioceniche dell’Appennino, i calanchi hanno di preferenza
un’orientazione verso Sud o Sud-Ovest. Una particolarità che viene attribuita
in genere al rapido disseccamento delle argille sui versanti esposti ad una maggiore insolazione, con la
conseguente screpolatura e la penetrazione delle acque piovane che favoriscono
la distruzione del versante (sfacelo).
Secondo
la professoressa Benedetta Castiglioni, il processo si svolgerebbe sui soli
versanti che hanno una stratificazione a reggipoggio i quali, in conseguenza
dell’inclinazione prevalente verso Nord-Est degli strati d’argilla pliocenica,
nelle vallecole appenniniche, sarebbero appunto quelli rivolti a Sud e
Sud-Ovest.
Lo
studioso Passerini Giovanni, dopo una serie d’indagini sperimentali di
laboratorio e di ricerche sul terreno, propose la tesi che l’orientazione dei
pendii calanchivi era indipendente da
tale condizione geologica e che era invece in relazione con le diverse
condizioni fisico-metereologiche in cui si trovavano i versanti esposti a sud
rispetto a quelli esposti a nord. I primi subiscono infatti un’azione termica
molto più vivace con una conseguente più intensa fessurazione; un’azione
erosiva più efficace da parte delle acque meteoriche opponendosi alla direzione
prevalente dei venti di pioggia.
Inoltre
detti versanti presentano delle condizioni di vita molto più sfavorevoli allo
sviluppo della vegetazione di quelli opposti per cui viene a mancare ad essi
tale
manto
protettivo.
Fessurazione delle
argille plioceniche nella regione di S. Quirico d’Orcia.
Nel centro una
moneta italiana di 100 lire come riferimento al diametro di 2,7 cm.
A
parità quindi di composizione geologica, i versanti rivolti a Sud sono soggetti
ad una più intensa demolizione idro-meteorica di quelli esposti a Nord, per cui
è sui primi che la piaga dei calanchi trova terreno più adatto al suo sviluppo.
Nei
territori argillosi poco protetti dalla vegetazione e poco inclinati, le acque
di dilavamento, spesso in associazione con le acque incanalate, provocano lo
sviluppo di particolari “cupole d’argilla” alte da qualche metro a qualche decina,
dai fianchi più o meno inclinati e per lo più rigati da numerosi solchi
d’erosione disposti a raggiera.
L’inizio
del processo calanchivo può essere molto vario ed anche naturale in relazione
con le condizioni d’insolazione più favorevoli alla disintegrazione delle argille
e più sfavorevoli allo sviluppo della vegetazione. Talora invece, è un piccolo
smottamento del suolo prodotto da una rottura naturale, o anche artificiale,
del tappeto erboso, per cui viene messa allo scoperto la roccia argillosa.
Altre
volte è la crepacciatura naturale che si manifesta nei terreni argillosi per
effetto della contrazione dell’argilla, durante i periodi di siccità, a
favorire la penetrazione della acqua di dilavamento nel suolo. Acque di
dilavamento che s’insinuano, allora, fra la cotica erbosa e l’argilla in posto
creando una superficie viscida e scivolosa sulla quale il tappeto vegetale
impregnato d’acqua per il suo stesso peso scende, si raggrinza e mette allo
scoperto, nella parte alta, un tratto più ampio di superficie argillosa. Altre
zolle vengono isolate sulla fronte superiore di distacco dello smottamento e
precipitano in basso. A poco a poco la ferita si allarga e la malattia del
pendio si diffonde. Sulle superfici argillose messe a nudo ha inizio la
formazione dei solchi, che poi verranno rapidamente approfonditi dalle acque e
così la piaga si farà via via sempre più profonda, oltre che più estesa.
A
questo punto, se l’uomo non interviene ad arrestare il processo di demolizione,
zone sempre più estese verranno travolte.
Infatti
vaste aree degli Appennini, specialmente quelle composte dalle argille
plioceniche e mioceniche dell’Emilia, della Toscana, delle Marche, dell’Umbria,
del Lazio, della Lucania della Calabria
e della Sicilia sono in preda a rapido denudamento per opera di questi processi
erosivi ed alcuni regioni, come l’Imolese, sono ormai classiche per la
frequenza dei calanchi.
Calanchi in Basilicata
---------------------------------------
9.
Il Sito di Poira nella Viabilità Antica
Le
fonti antiche permettono di ipotizzare
l’esistenza di una rete di collegamenti interni di particolare importanza nella
Sicilia orientale. Un contributo
notevole sulla conoscenza della rete viaria greca è desumibile dagli scritti di Tucidide. I
suoi libri VI e VII presentano notizie di grande interesse topografico e
descrizioni geografiche molto esatte a tal punto che si potrebbe anche avanzare
l’ipotesi che l’autore abbia soggiornato nell’isola.
Gli
avvenimenti bellici descritti permettono di mettere in risalto l’esistenza di una
rete viaria che permetteva agli eserciti dei “veloci” spostamenti in particolare
tra Siracusa, Leontini, Catania e le città dell’entroterra.
(L’archeologo
D. Adamesteanu ricostruì il percorso della strada che da Katane portava
nell’entroterra della Sicilia attraverso le città di Ibla, Inessa e Centuripe)
(1962)
Pindaro
nel richiamare l’immagine della Sicilia in occasione delle vittorie siceliote
ai giochi panellenici faceva riferimento all’immagine del “Sikelias òchema”
ovvero del carretto siciliano ricordato
in un ode a Gerone, tiranno di Siracusa.
Allevamenti
di cavalli e buoi dovevano fornire il bestiame adatto anche per i trasporti su
pesanti carri a quattro ruote che vennero ricordati anche da Diodoro Siculo.
Di
questi mezzi di trasporto, che caratterizzavano le strade di Sicilia, sono
rimaste le tracce nelle carraie visibili nei tavolati calcarei come a
Leontinoi, Siracusa, Eloro, Vendicari, Camerina,ecc.
Nella
vasta Piana di Catania, una certa importanza avevano i corsi d’acqua sia per la
circolazione che per i trasporti, dato che erano in parte navigabili anche se
per brevi periodi l’anno.
Il
basso corso del Fiume Simeto e dei suoi affluenti, il Dittaino e il Gornalunga,
e il breve corso del “Terias – San Leonardo” costituivano le direttrici di penetrazione
verso l’entroterra dell’isola. Erano le vie di penetrazione delle calcidesi
Katane e Leontinoi e diventarono parte
integrante della viabilità della “chora” (regione).
L’archeologo
D. Adamesteanu fu uno dei primi a capire l’importanza della via che risaliva il
fiume Margi Caltagirone e che in senso Est-Ovest collegava i due versanti
dell’isola. Rispetto alle valli del Dittaino e del Simeto è molto alta la
presenza di insediamenti di età arcaica lungo la valle del Gornalunga – Fiume
dei Margi.
In
età greca il corso del Fiume Simeto dal litorale da Est verso Nord-Ovest diventò
uno degli assi di maggiore importanza. Esso collegava Enna ad Assoro, Agyron,
Ameselon, Centuripe, Aitna e Katane.
Il
percorso da Catania a Centuripe fu citato da Tucidide quando riferì che “all’inizio
del 414 a.C., dopo una breve incursione nel territorio dell’antica Megara, gli
Ateniesi uscirono da Catania e marciarono con tutte le loro forze contro
Centuripe, con cui strinsero un accordo. Tornando lungo lo stesso percorso a
Catania…. razziarono il frumento di Inessa e Ibla”.
Di
grande interesse fu il riferimento di Diodoro in merito “ai 1200 cavalieri
campani che percorsero agevolmente la strada, facendo tappa ad Agyrion”.
Sempre
in età greca, un’altra importante direttrice viaria faceva riferimento ad
Aitna. Da Aitna una strada conduceva al famoso santuario siculo di Adrano,
presso il quale Dionigi fondò nel 401 a.C. la città omonima
I
Calcidesi nella Piana di Catania realizzarono un sistema viario attraverso il
quale riuscirono, in tempi relativamente brevi, a prendere il controllo
dell’entroterra.
Nei
primi anni del V secolo a.C. il geloo Ippocrate fu in grado di muoversi con
estrema rapidità nell’area calcidese grazie ad un sistema viario ben
articolato.
I
discendenti di Ippocrate, i Dinomenidi, che s’insediarono a Siracusa nel 485
a.C., mantennero il loro potere nella
Sicilia orientale per circa un ventennio e
potenziarono il sistema viario soprattutto verso l’entroterra per
permettere una migliore gestione del territorio della capitale.
Nell’età
di Ierone II la Sicilia orientale faceva parte di un florido circuito economico
dei regni ellenistici nel Mediterraneo. La base della ricca economia siracusana
era proprio lo sfruttamento intensivo del fertile territorio dell’entroterra
siciliano sia dal punto di vista fiscale che dal punto di vista logistico.
Erano
necessari i collegamenti via terra ed acqua, per permettere ai prodotti
agricoli di raggiungere gli empori più vicini, gli scali e i mercati minori, da
dove la mercanzia veniva avviata verso Siracusa o altri grandi porti.
Nella
Sicilia centro-orientale i romani non costruirono strade ex novo perché si
limitarono a rivedere e restaurare i vecchi percorsi esistenti. Si
preoccuparono di costruire ponti per favorire una migliore percorribilità delle
strade in ogni stagione.
I
romani si preoccuparono di mantenete in buono stato i collegamenti che
permettevano il trasporto delle derrate alimentari dai luoghi di produzione
agli empori più vicini e successivamente ai porti.
Il
percorso interno che attraversava la
Piana di Catania, la via da Catania ad Enna, non fu modificato dai Romani ed i
loro interventi sul territorio furono meno incisivi rispetto ad altre aree
dell’isola.
Le
strade romane della Sicilia risultarono quindi in gran parte condizionate
dall’adattamento di antichi tracciati e non furono caratterizzate da
quell’andamento rettilineo che era tipico dei percorsi romani nelle grandi vie sorte in pianura.
Non
sono molti i riferimenti sulla viabilità siciliana in merito ai primi secoli
dell’impero. Ci furono forse degli interventi sotto l’imperatore Adriano e gli
imperatori della dinastia Severiana, anche se gran parte delle strade dovettero
rimanere quelle del periodo repubblicano.
È
invece importante mettere in risalto come i Romani costruirono un gran numero
di ponti espressioni dell’interesse nei confronti del sistema viario e in
particolare del territorio siciliano.
La
costruzione di un ponte era un onere molto gravoso che richiedeva ingenti spese
e una costante manutenzione.
Secondo
alcuni censimenti i ponti romani nell’isola sarebbero ben 28. Un aspetto quindi
rilevante per poter affermare che l’interesse dei romani per l’isola non era
solo legato alle imprese militari di
conquista dei vari centri ma anche allo sfruttamento del territorio con la
creazione di importanti infrastrutture.
I
percorsi principali erano verso i porti di Catania ed Agrigento e la rete
viaria collegava gli scali marittimi con i grandi latifondi, che erano in
stretta relazione conle stationes e le
mansiones.
Importante
fu la strada Catania – Termini, passante
per Enna, nel IV - V secolo d.C.
Il
tratto della via che collegava la città Etnea con Enna era quello risalente al periodo Greco,
cioè: Catania con Aitna, Kentoripa, Agyroin e Assoros ad Henna.
L’itinerario
era stato utilizzato nel 408 a.C. da carri che trasportavano i caduti
siracusani da Himera a Siracusa.
L’esistenza
di un importante percorso viario tra Aitna, Centuripe ed Agira è attestata per
gli anni di Timoleonte da Diodoro; ancora agli inizi del II secolo a.C. la strada era percorsa dai theoroi di Delfi tra Catania, Enna e Centuripe.
(
I “Theoroi” erano degli ambasciatori sacri, messaggeri inviati dallo stato che
stava per organizzare un gioco o altra manifestazione panellenica).
Durante
l’epoca romana non si hanno molti citazioni sulla via interna “Catina Thermis”
prima della compilazione dell’Itinerarium Antonini, quindi prima del III secolo
d.C. unico documento insieme alla Tabula Peutingeriana che riporta in modo
esplicito questo percorso.
Il percorso partendo da Catania attraversava
le stazioni di Aethna (Paternò), Centuripe, Agira ed Enna e giungeva a Thermis.
Nessuna
“statio” (luogo di sosta, ecc) era segnalata tra Enna e Thermae nonostante i 52
miglia che separavano i due centri.. forse perché gli itinerari si limitavano
all’indicazione delle tappe del corriere postale o anche perché lungo il
percorso non c’erano centri importanti posteriori all’età classica. Centri che
invece erano presenti nel tratto tra Catania ed Enna, il che porta ad
ipotizzare che lungo la via Catania Termini venivano indicate solo le stationes
che coincidevano con i centri urbani.
Nel
tratto compreso tra Paternò e Centuripe, nell’antico percorso tra la Masseria
Poira e Centuripe, si collocano le rovine di almeno due ponti di età romana:
-
Il
Ponte di Pietralunga, in contrada Coscia del Ponte, appena sotto Paternò;
-
Il
ponte di Contrada Paportello di Centuripe, poco più a monte del precedente.
In
passato c’è stata una certa confusione
sull’identificazione dei due ponti. Si tratta di due manufatti completamente
differenti tra di loro ; sia sul piano tecnico che quello strutturale, e posti
a circa 4 km di distanza tra loro.
9a.
Ponte Romano di Pietralunga (Paternò – Catania)
Percorso
alternativo
Giunti sul ponte
del Simeto, lungo la SP137, si prende sulla destra
un sentiero che
permette di raggiungere la riva destra del Simeto
in corrispondenza
del ponte romano dopo circa 400 metri.
Il
Ponte di Pietralunga fu
costruito in prevalenza in pietra lavica, ma utilizzando anche blocchetti di
tufo calcareo (l’arco della finestra di deflusso), presenta una struttura in
opus caementicium con paramento esterno
in opus quadratum realizzato con blocchi bugnati, di calcare biancastro della
lunghezza di circa 50 cm, a superficie piana con spigolo smussati, secondo una
tecnica costruttiva diffusa tra il I ed il II secolo d.C.
Nessuna
traccia di mattoni nel paramento del nucleo.
La
sua costruzione risalirebbe al periodo compreso tra la dinastia Giulio-Claudia
e quella degli Antonini e rientrerebbe all’interno del progetto di assestamento
della viabilità pubblica della Sicilia come è riportata nell’Itinerarium
Antonini.
Ebbe
probabilmente una vita breve poiché fu distrutto dall’impetuosità del fiume
Simeto. Il fiume, proprio nei pressi del ponte,
forma una profonda ansa che è causa di forti correnti e di violenti
vortici. Soprattutto nei periodi di piena.
Un'antica foto del
ponte
Rispetto
al ponte romano di Centuripe è differente anche per il numero delle arcate e
per le dimensioni della careggiata.
Presentava
una careggiata di 5,50 m, contro i 3- 3,50 m del ponte di Centuripe, e ai due
lati presentava due speroni.
Il
principe di Biscari fece una descrizione del Ponte di Pietralunga nel 1781:
“ .. alle rive del
fiume Simeto immediatamente sotto Paternò,
contrastano ancora
colla violenza del fiume le rovine di un gran Ponte,
che fu formato da
due grandi archi. Il piliere di mezzo, cedendo negli
antichi tempi alla
forza del fiume, ne cagionò la rovina; e restano
ai nostri tempi le
sole testate…”
Il
Ponte fu portato alla luce grazie agli
scavi condotti dalla Soprintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali di Catania
tra il 1991 ed il 1994.
Si
conservano tre elementi ai piedi del Monte Castelluccio :
-
Sul
lato meridionale, lungo la riva destra del Simeto, la rampa d’accesso con parte
della careggiata realizzata con piccole basole; una finestra di deflusso;
l’appoggio e parte dell’arco di testata con sperone frangiflutti;
-
I
resti di un pilone abbattuto e quasi interrato in mezzo all’originario letto
del fiume;
-
Sul
lato settentrionale, in contrada Coscia del Ponte, la porzione di un appoggio
per l’arco di testata.
La
storia del ponte di Pietralunga si lega alla conquista romana della Sicilia
avvenuta con la prima guerra punica per strappare Messina ai Cartaginesi nel
264 a.C.
Conquistata
l’isola i romani iniziarono la costruzione di una serie di opere pubbliche dove
le strade , data la loro importanza militare ed economica, avevano la
precedenza nell’esecuzione degli interventi.
I
romani avevano la necessità di strade ampie e sicure per il trasporto dei
prodotti agricoli dall’entroterra siciliano ai porti di Catania, Messina e
Siracusa per il successivo smistamento verso Roma.
Un
ponte importante che si trovava lungo la strada “Catania – Termini” passando
per Paternò, Centuripe fino ad Enna e da Enna verso Termini.
Era
stato menzionato nel 1782 dal già citato principe di Biscari, Ignazio Paternò
Castello e nel 1905 anche dal reverendo Gaetano Savasta nel suo libro “Memorie
storiche della città di Palermo”.
La
sponda del ponte veniva chiamata “Coscia del Ponte” e naturalmente richiamava
all’antico manufatto che per secoli era
rimasto seppellito dai detriti portati dal fiume Simeto in piena.
I
resti del torrione di pietre e conci s’intravedevono dalla riva del Simeto quando
non era in piena.
Un
anno, durante una piena del fiume, era venuta alla luce sulla sponda destra e
quasi attaccata all’attuale margine, un’antica strada che puntava verso Nord
Ovest, cioè verso Centuripe.
All’inizio
qualche ricercatore collegò questo tratto di strada alla via che portava
all’insediamento greco-romano di Pietralunga sul Monte Castellaccio. Ma era un
opera troppo impegnativa nella sua realizzazione per il relativamente piccolo
insediamento delle colline.
Le
basole di calcare presenti sulle sponde del fiume continuavano il loro percorso
sulle arcate.
La
Soprintendenza di Catania alla fine intervenne dando inizio ai lavori di scavo.
Il
ponte giace su una forte massicciata che fa da base ai piloni e alle arcate,
una finestra a botte serviva a far defluire eventuali piene e un pronunciato
sperone avanzato serviva da frangiflutti.
I
conci della volta interna poggiano a secco e sono disposti in strati mentre
alcuni in alto presentano un incastro tipo a coda di rondine.
Una
perfetta messa in opera dei blocchi faccia-vista con il riempimento a sacco
dell’interno secondo una tecnica romana.
Un
ponte non eccessivamente alto e probabilmente questo fu un errore nella
costruzione a causa della presenza, soprattutto nei mesi invernali, di forti
piene del fiume.
La
struttura presenta una sua robustezza e sembra difficile accettare l’ipotesi
accreditata che una delle tante piene del fiume siano state capaci di
distruggere le salde arcate.
Una
costruzione ardita che malgrado compromessa, data la sua importanza,
probabilmente non sarebbe stata abbandonata ma riparata. Ma è solo un ipotesi.
Infatti
alcuni storici sono propensi nel ritenere che la distruzione del ponte sia
avvenuta in epoca medievale durante una delle tante invasioni nemiche e poi
abbandonato.
L’altezza
del manufatto non è elevata e la sua larghezza di 4,15 metri (14 piedi, un
piede era lungo 29,64 cm) è la misura classica di una strada romana che
permetteva il transito di due carri in direzione opposta e di permettere loro
di rimanere in careggiata.
Da
chi fu costruito ?
Secondo gli storici il costruttore sarebbe
stato il curatore delle cose pubbliche di Catina (Catania) Giulio Paterno
intorno al 164 d.C.
Una
costruzione dunque di epoca imperiale.
Il curatore Giulio Paterno inviò una lettera a
Lucio Vero e Marco Aurelio( coimperatori nel 161 – 180 d.C.) con la quale
lamentava la necessità di finanziare alcune opere pubbliche catanesi.
Il
nome Paterno sarebbe quindi alla base del nome della città Paternò (secondo lo
storico Nino Tomasello). Infatti sino al XVI secolo d.C., il libro cassa delle
suore Benedettine di Paternò nella datazione degli acquisti del Monastero
riporta la dicitura Paterno e non Paternò.Il Procuratore Generale
di Catania, “curatores rei pubblicae” Giulio Paterno diede il nome
probabilmente alla strada, che partendo da Catania passava per Paterno per
raggiungere Centuripe .
Rocca Pietralunga
-----------------------------
L’Ex
Allevamento dei Cavalli
Vicino
al ponte romano, sempre nella tenta demaniale di Pietralonga si trovava un ex
allevamento di cavalli che fu istituito dal ministero della guerra nel 1883.
Un
fabbricato posto quindi sulla riva destra del fiume Simeto e costituito da stalle
distinte per razza e tipologia di destinazione, infermerie, edifici
amministrativi e residenziali.
Funzionò per circa regolarmente per circa 10
anni, con notevoli vantaggi sull’economia locale. In seguito diventò sezione
dell’allevamento di Persano e venne adibito esclusivamente ad allevamento di puledri. Dopo l’abbandono
definitivo venne in parte utilizzato come luogo di riunione degli agricoltori
della zona e come sede di consorzio agrario.
Uno dei fabbricati di Contrada Pietralunga di Paternò
La
Real Razza Persano è una razza equina che fu creata nelle scuderie reali del
Regno di Napoli, site a Persano vicino
Serre, in provincia di Salerno.
Real Casina di caccia dei Borbone a Persano (Sezze – Salerno)
La
razza fu voluta da Carlo Sebastiano di Borbone (Carlos Sebastiàn de Borbòn y
Farnesio) che ordinò nel 1741 di incrociare
stalloni turchi con fattrici locali. Nel 1759, diventato re di Spagna con il
nome di Carlo III, inviò nell’allevamento a Persano, tre stalloni spagnoli. In epoca
più recente vennero impiegati su alcune linee di fattrici, anche dei stalloni
purosangue inglesi. Per questo motivo alcuni cavalli di Persano possono avere un aspetto che ricorda
l’anglo-arabo e con delle caratteristiche morfologiche più complesse.
Nel
1787 Ferdinando IV di Borbone fece costruire il Real Sito di Carditello, in
provincia di Caserta, destinandola all’allevamento,
alla selezione dei cavalli di razza Persano e alla produzione agricola e
casearia.
Una
vera e propria residenza reale con affreschi, dipinti e mobili anche se in
parte, a quanto sembra, degradati.
La Reggia di
Carditello
Nel
1874 le scuderie di Persano furono chiuse e la mandria fu dispersa o venduta
all’asta pubblica. Gli assassini Savoia
ne ordinarono la soppressione nel tentativo di cancellare i segni lasciati
dalla dinastia borbonica del Regno delle Due Sicilie.
Nel
corso degli anni il cavallo Persano era diventato uno dei simboli del regno
Borbonico ed ancora oggi ne resta traccia nello stemma della Provincia di
Napoli dove è rappresentato in posizione rampante sovrastato da una corona.
Stemma Provincia di Napoli
Persano,
malgrado le azioni di casa Savoia, continuò a mantenere quel profumo di storia
che ha reso grande, florido ed unico il nostro meridione.
Negli
anni la Casina di Persano aveva ospitato delle importanti personalità
internazionali r non so onestamente come si siano ridotti i cicli pittorici che
l’adornavano come l’opera “Il ciclo delle quattro stagioni” di Jacob Phillipp
Hackert.
Ma
torniamo all’opera ” culturale” intrapresa dai Savoia….
I
savoia cancellarono quindi ogni testimonianza dei Borboni….. se la presero
anche con i cavalli Persano …. cavalli che furono esiliati…..
Infatti
nel 1860 circa gli esemplari di cavalli
Persano furono rinchiusi in un deposito
di Grosseto.
Nel
1874 molti degli esemplari della Real Razza di Persano furono venduti sulla
piazza di Eboli con asta pubblica per decreto del Ministro…… un galantuomo….. Ricotti…..
Nel
1900 il governo decise di cambiare direzione e ricostruire la razza con il nome
di “Razza Governativa di Persano”. Un azione intrapresa con l’uso di fattrici e
stalloni dell’antica Real Razza che erano stati venduti ad allevatori privati e
da un gruppo di soggetti che erano stati acquistati da re Vittorio Emanuele per
la sua tenuta reale di San Rossore vicino Pisa.
La
razza fu allevata per le esigenze della Cavalleria Militare. Infatti questi
cavalli furono protagonisti della battaglia , la “carica di Izbusenskij”, che si svolse nell’agosto del 1962 sul fronte
del Don. Il reggimento Savoia Cavalleria
sconfisse una forza di circa 2000 fanti siberiani e l’impresa fu definita come “l’ultima
carica di cavalleria classica nella storia”.
Il
Persano vanta quindi essere uno dei cavalli militari per eccellenza essendo stato
capace di operare anche in ambienti difficili come le aspre steppe della Russia.
Dopo
la seconda guerra mondiale le razza, contava circa 246 esemplari, venne
trasferita al Deposito quadrupedi di Grosseto, una installazione dell’Esercito
Italiano, mentre altri soggetti furono venduti ad allevatori privati…… carne da
macello.
Dalle
notizie in mio possesso sembra che ne siano rimasti poche decine di esemplari
in possesso di allevatori privati tra cui il Principe Dott. Alduino di Ventimiglia
di Monteforte Lascaris che da anni si batte, con ottimi risultati, per la
salvaguardia della Razza Reale. Riuscì ad entrarne in possesso di circa 70 capi,
esemplari in purezza, salvando la pregiata razza dall’estinzione.
Dal castello di
Poira all’Ex Allevamento di Cavalli
(5,5 km ; 1 h 3 m)
Un sito protetto ? Ma… ho i miei dubbi in base all’analisi della cartina…..
--------------------
9b.
Il Ponte Romano di Contrada “Paportello “(Centuripe – Enna)
(foto tratte dallo studio del Sig. Enzo
Castiglione, dipendente del Museo
Archeologico
di Centuripe, uno dei Musei più importanti della Sicilia per la vastità e
l’importanza dei reperti)
Nel
territorio di Centuripe, in contrada
Paportello, si
trovano i resti di un importante ponte romano posto a circa 300 m ad Ovest
dell’attuale corso del Fiume Simeto e a circa 500 m dalla Strada provinciale
(SP 44), Ponte Barca di Biancavilla.
Jean Pierre Louis
Laurent Houel
(Rouen, 28 giugno
1735 – Parigi, 14 novembre 1813)
Incisore, pittore
ed architetto francese
Fu uno dei più
famosi viaggiatori del Grand Tour.
Il Grand Tour era
una lunga missione culturale nell’Europa continentale intrapresa
dalla ricca
aristocrazia europea a partire dal XVII secolo e destinato a perfezionare
il loro sapere con
partenza ed arrivo in una medesima città.
Aveva un durata
non definita e una delle mete più raggiunte era l’Italia.
Il termine
“turismo”, il fenomeno dei viaggi turistici odierni come cultura
di massa, ebbe
origine proprio dal Grand Tour.
Nel Vocabolario
Treccani…”Turismo, (dal francese “tourisme”, che ricalca
l’inglese
“tourism”, che a sua volta è dal francese “tour” (giro, viaggio).
L’insieme di attività
e di servizi a carattere polivalente che si riferiscono
al trasferimento
temporaneo di persone dalla località di abituale residenza
ad altra località
per fini di svago, distrazione, cultura, cura, sport, ecc.”
Nel
1770 il pittore effettuò il suo primo viaggio in Sicilia e vi ritornò nel marzo
del 1776 grazie a dei finanziamenti avuti dal governo francese. Durante il suo
soggiorno in Sicilia visitò le città di Marsala, Segesta, Sciacca, Selinunte
Palermo, Termini, Cefalù, Tindari, Vulcano, Lipari, Messina, Taormina, Catania,
Aci Catrena, Belpasso Valcorrente, Agira, Adrano, Centuripe, Sperlinga, Palazzo
Adriano, Enna, Siracusa, Palazzolo Acreide, Modica, Scicli, Ragusa, Camarina e
Agrigento, itinerario che raccontò all'interno dei 4 volumi del Voyage.
Houel
vide il ponte di contrada Paportello di
Centuripe e riportò sia la descrizione del ponte che la raffigurazione su due
tavole. Un ponte che defini”
“un des plus belles que les romains aient jamàis
faites dans ce genre”.
"Uno
dei più belli che i romani abbiano mai realizzato in questo genere".
Il viaggiatore francese fu
fortunato perché i resti, interrati fino a mezzo secolo prima, era ritornati in
vista grazie ai recenti straripamenti del fiume Simeto.
Dall’esame dei resti sembra che il ponte
avesse almeno sette arcate. La struttura era realizzata in opera a sacco con un
nucleo cementizio ed un paramento che nella parte visibile (parte superiore
delle pile e delle arcate) è rivestito di mattoni (dei quali la maggior parte è
stata asportata).
Nella parte bassa delle pile, non so se
ancora interrate, era presente un rivestimento in blocchi ben squadrati di
pietra lavica.
Era largo circa 4 metri e pavimentato con
grandi lastroni litici “ad incertum” alcuni dei quali si trovano nelle
vicinanze,
Houel,
che accompagnava le varie descrizioni dei manufatti con note anche di
carattere tecnico, annotò che “l’estremità est del ponte (spalla) era ancora
integra, era lunga circa dieci metri e doveva essere inclinata come si conviene
abitualmente all’ingresso di un ponte”.
Il suo disegno da Sud fu realizzato per
fare capire come il fiume Simeto si fosse nel tempo spostato notevolmente verso
Est, preservando dalla completa distruzione i resti del ponte.
I
resti attualmente occupano una lunghezza di circa 48 metri in un’area
pianeggiante alluvionale. Sono visibili solo quattro spezzoni di cui tre
inclinati dopo la rottura delle arcate e il cedimento delle pile di fondazione,
ed uno nella sua probabile posizione d’origine, alto un paio di metri rispetto
al piano di campagna.
L’archeologo
e mecenate Ignazio Paternò Castello, V principe di Biscari, riportò una descrizione del ponte verso la
metà del XVIII secolo:
“ Scendendo dalla precipitosa Montagna di
Centoripi drizzando il
cammino verso Catania a sei miglia di distanza da
quella incontrandosi il
Fiume Simeto si
trovano le rovine di un bellissimo Ponte formato di sei
o sette Archi, i
di cui pileri sono costrutti di grossissime pietre
riquadrate
incatenate una all’altra con grappe di bronzo impiombate
restandone oggi le
incavature, e sopra tali forti pilastri posavano
gli archi di
robustissima fabbrica coperta di grossi, e grandi mattoni.
Più delle metà di
queste Ponte giace sepolto dentro terra, comparendo
ancora tre
pilastri con parte delli destrutti Archi, ed il restante
in più pezzi resta
caduto nel fiume, ed in maniera che mostra ancora
l’antico selciato
formato di pietre irregolari con grande artificio…
Un’opera di tanto
comodo, e profitto giacendo priva di speranza di ristorazione,
ad altro non può
servire, che dare uno indizio della strada, che
conduce a
Centoripi, ed ad ispirar sentimenti di gloriosa emulazione ”.
Ignazio Paternò
castello, V principe di Biscari
(Catania, 24
maggio 1719; Catania, 1 settembre 1786)
Incisione (1757 –
1831)
Il
ponte romano di Centuripe si potrebbe confrontare con altri ponti romani
collegabili all’età Traianea – Adrianea e dislocati lungo la Via Traiana,
Uno
di questi ponti potrebbe essere quello di Chianche di Buonalbergo (Benevento)
che presenta le medesime tecniche costruttive: rivestimento delle pile in
pietra, le arcate e le sovrastrutture in laterizio e la pavimentazione con
grandi lastroni litici che sono definiti appunto “chianche”.
Chianche di Buonalbergo (Benevento)
Chianche di Buonalbergo (Benevento)
Ponte Romano di
Centuripe
(foto
tratte dalla ricerca dello studioso Enzo Castiglione)
La famiglia Centuripina dei
Falcones, tra il II e il III secolo d.C., era proprietaria terriera in
Sicilia, nel Lazio e in Nord Africa. Apparteneva alla famiglia anche Quintus
Pompeius Falco, di rango senatorio e curator viae
Traianae tra il 108 e il 112 d.
C., figlio di Clodia Falconilla e Sextus Pompeius C., e padre di Q. Pompeius
Sosius Priscus.
Q. Pompeius Falco era
persona vicina all'imperatore
Adriano e forse fu proprio
Falco il committente che fece progettare ed eseguire la costruzione di questo
ponte, per celebrare i suoi possedimenti e la terra d’origine della sua famiglia.
Museo di Centuripe
Il 29 ottobre 2007, ai sensi
del D.L. n. 42 del 22.1.2004, venne emanato dall’Assessorato Regionale ai Beni
Culturali, il Decreto di Vincolo n. 7808, proposto dalla Soprintendenza ai BB.
CC. AA. di Enna, che ha posto sotto tutela, con vincolo diretto, i resti del
ponte e, con vincolo indiretto, l’area di rispetto circostante. Questo
importante atto potrebbe costituire il primo passo verso la valorizzazione e lo
studio approfondito dell’antica struttura.
-----------------------
10.
Zattere e “trahetti” sul Simeto: “Le Giarrette”
Durante
la dominazione romana lungo il corso del Fiume Simeto, da Maniace a Catania,
furono costruiti diversi ponti per unire le due sponde del fiume e consentire
il passaggio dei soldati e delle carovane di animali da soma carichi di grano o
di altri prodotti agricoli.
Nel
corso delle dominazioni barbariche molti ponti andarono distrutti per mancanza
di manutenzione.
Nei
periodi di magra era possibile trovare un guado per attraversare il fiume
mentre diventava impossibile farlo nei periodi in cui era in piena.
In età
araba, con lo sviluppo repentino dell’agricoltura e dei commerci, per
attraversare il fiume si usavano della zattere o barche denominate “giarrette”
che venivano poste agli sbocchi delle trazzere più importanti per traghettare
persone, animali e cose.
Queste
zattere venivano assicurate alle due sponde del fiume da grosse gomene dette
“libani” che servivano da guida e di appiglio attraverso i vortici della
corrente.
Sulla
sponda orientale del fiume c’era lo scalo cioè un grande pagliaio dove stavano
i barchieri e gli attrezzi: tronchi, tavole, corde e pece per le barche.
Questi
beni erano di proprietà del sovrano o del nobile feudatario che l’aveva
ricevute nell’assegnazione del feudo. Venivano
quindi gestiti in gabella per periodi che variavano dai 3 ai 6 anni.
Il
gabelloto per l’assegnazione versava un canone annuo in denaro o in vettovaglie
e a sua volta si rivaleva sui traghettanti, riscuotendo particolare “iura” o
“diritti di passaggio da massari, pastori, ecc.”.
Le Giarrette più note furono tre: quella di
Adernò o di Mandarano , quella di Paternò o della Poira e quella di
Catania non lontana dalla foce del Simeto.
Della Giarretta di Adernò si ha notizie da lettere del
conte Francesco Moncada del 27-8-1564.
In tale contratto si afferma che, per
disposizione del conte, i proventi della barca dovevano essere percepiti
annualmente dai procuratori della Chiesa Matrice per spenderli nell'acquisto di
cera, olio, ecc. Dal 1564 al 1636, la Matrice gabellò la barca
percependone un canone annuo di 10 onze dai gabelloti che per le loro
prestazioni esigevano i seguenti diritti: dai borghesi che facevano masserie,
tumoli quattro di grano per giornata di aratro; dai pastori un cantaro di
formaggio per iazzo oltre a capretti, ciavarelli e ricotte. (“iazzo” dovrebbe
essere il recinto; “ciavarello” il formaggio )
Questo pesante onere gravò per tanti anni e spesso si
sollevarono lamentele da parte di agricoltori e pastori che non intendevano pagare così forti diritti. A loro
volta, i procuratori della Matrice si “lamentavano sulla magrezza dei frutti
della barca che rendeva meno di quello che ci voleva per le riparazioni”.
I procuratori della Matrice concessero, con atto del 27-5-1718, al barone Antonio Spitaleri Iunior il diritto
“di tenere per suo conto la barca nel fiume con le stesse modalità con cui
l'aveva tenuta per alcuni secoli la Matrice e tutto per il canone
annuo di 10 onze”.
I ripari e la ricostruzione della barca in caso di naufragio
erano tutti a carico del concessionario.
(Il Barone Antonio Spitaleri era nato ad Adrano nel
1670 ed era figlio di Giovanni Vincenzo Spitaleri e di ?. Si sposò con Giuseppa
Bertolo da cui i figli/e: Teresa, Agatino e Vincenzo. Agatino Spitaleri, nato nel 1700 circa, sposò
il 18 febbraio 1721 ad Adrano, Rosalia Costa, figlia di Domenico Costa e di
Rosalia Ciancio, dai cui i figli/e: Anna
e Rosario).
Per pagare il
canone, il barone pose un'ipoteca su tutti i suoi beni.
Ma i pagamenti alla Chiesa non furono regolari e il
3-5-1759 il nipote di don Antonio, don Rosario Spitaleri, era debitore
di 127 onze da pagare, in rate annuali, ai procuratori della Matrice.
Nel dividere i beni di don Agatino, figlio di
don Antonio Spitaleri, tra gli eredi si convenne che la barca rimaneva in
comune e che il censo di 10 onze alla Matrice dovevano pagarlo nella misura di
5 onze donna Anna Spitaleri e Ciancio e di 5 onze don Felice (figlio di don
Rosario) e donna Rosaria Spitaleri.
Nell'anno 1797, il principe di Paternò don Francesco
Alvarez de Toledo mise in servizio un'altra barca distante da quella degli
Spitaleri. Questi intentarono causa al principe al quale, con sentenza dell'
8-11-1799, fu intimato di situare la sua barca in un altro luogo molto
distante, per non ledere il diritto di esclusiva preteso dagli Spitaleri che
però non vollero più contendere contro un così potente antagonista e finirono
per abbandonare il negozio della barca e non fecero più versamenti alla
Matrice.
Importante documento in merito è la mappa borbonica
del Territorio di Catania.
È una delle mappe redatte da architetti e ingegneri,
agrimensori, periti urbani e cartografi al servizio del Governo Borbonico tra
il 1837 ed il 1853. In questo periodo il
governo del Regno delle Due Sicilie conferì al marchese Vincenzo Mortillaro di
Villarena l’incarico di completare le operazioni catastali in Sicilia, con il
relativo supporto cartografico.
Mappa Borbonica
Oltre ai nomi di antichi feudi si nota subito come il fiume Simeto era anche
chiamato “Giarretta”.
Altro aspetto importate il passaggio della strada “Catania
– Noto” nei pressi della foce del “Fiume Simeto o Giarretta” nell’ex
“Feudo Primo Sole”.
L’indicazione “Barca di 1° Sole” indicherebbe
la presenza probabilmente di un antico servizio di barche per traghettare che venivano chiamate “Giarrette”.
“Appo i Sicilianiil vocabolo Giarretta significa quel
barcone, col quale dall’una all’altra riva i passaggieri son trasportati;
questa diede il nome al Simeto, detto anco il Fiume della Giarretta, e la
Giarretta, ma in due luoghi, se vogliamo
intendere la propria significatione di esso Fiume; uno è nella Giarretta
de’Monaci, che ancora la Giarretta di sù si noma, discosta dalla
città di Catania quasi per diece miglia.
L’altro nella Giarretta di S. Agatha, ovvero Giarretta
di giù non molto distante dal mare, ma da essa Città poco meno di otto
miglia.
Vi son pure due altre Giarrette, una presso Paternò,
l’altra presso Aternò, da’ quali prendono il nome, e così ancora il
Simeto con chiamarsi Fiume di Paternò, e di Adernò; però. Mentre semplicemente
si dice il Fiume della Giarretta, non s’intende quello, che corre presso Aternò, ò Paternò, benche
sia il medesimo, ma sol quello della Giarretta di su, e della Giarretta di giù.
Nel tempo del Re Ruggiero il fiume Simeto pur’havea
nome della Giarretta; ne fa ricordo sol una volta il Christiano Arabico nella
descrition di Sicilia da noi già citata; hò così detto,, perché egli facendo
spesso ricordo del Simeto con altro nome lo chiama.
Lo Scanello, e l’Alberti di sopra mentovati lo dicono
il Fiume di Lazzaretto voce depravata in iscambio della Giarretta.
Che la Giarretta di giò sia dimandata altresì di S.
Agatha, se ne dà ragione, percioche si contiene tra quei terreni che il Conte
Ruggiero concesse in patrimonio alla Chiesa Cathedrale di S. Agatha, però piu
che espressamente l’habbiamo per un privilegio del Re Tancredi dato all’anno
1191, con tale specification di parole. Et Iarrettà,
quae transducit gentem, quae Iarretta est in flumine prope mare, ego donaui
Sanctae Dei Ecclesiae.
Ottavio d’Archangelo vi attribuisce esser così
nominata, perché anticamente fu patrimonio di essa Sant’Agata……
La Giarretta di su è detta col nome de’ Monaci, perché
n’è padrone il Monastero di S. Niccolò dell’Arena de’ Padri di S. Benedetto”.
Ubicazione delle Giarrette
Nelle ricerche ho trovato pochi riferimenti sulla
tipologia di queste imbarcazioni che erano chiamate “giarrette” (piccole giare
o contenitori).
La barca aveva
una “forma piatta e rotonda” e veniva chiamata “giarretta” in
riferimento alla parola araba “giarra” cioè vaso.
Faceva servizio tra le due sponde soltanto due volte
al giorno, all’alba e al tramonto. Chi doveva
prendere la “giarretta” per vari motivi, doveva trovarsi al punto d’imbarco
“allo spuntar del sole”, che in latino si diceva “primo sole”.
Da
qui anche la denominazione nella carta borbonica del punto detto di “primo sole”.
Riporto delle foto di alcune imbarcazioni che
solcavano i fiumi. Penso che il disegno di Caspar Sturm possa in qualche modo
raffigurare la giarretta del Simeto.
Riporto anche alcuni dipinti che raffigurano delle
imbarcazioni che nel XVIII secolo solcavano l’Arno.
Le differenze
erano legate sia al fatto che, come riportano le poche fonti, non avevano dei
remi ed erano collegate a delle funi (detti “libani”) fissate sulle sponde e alla diversa forma
dell’imbarcazione, rotonda nelle giarrette ed ovale nelle barche
dell’Arno.
Grazie a queste funi le giarrette venivano guidate nell’attraversamento del fiume.
Naturalmente il fiume non doveva essere in piena e quindi l’uso delle giarrette era
probabilmente collegato a certi periodi dell’anno.
Probabili giarrette
Illustrazione da un racconto contemporaneo di Caspar Sturm del 1523.
Giuseppe Zocchi
“L’Arno alla Golfolina”
(particolare) – acquaforte del 1744
Giuseppe Zocchi
“Firenze vista dall’Arno” – prima metà XVIII secolo (particolare)
(Coll. Ente Cassa di Risparmio di Firenze)
17 luglio 1843
Sulle
seguenti domande del cavaliere D. Domenico Tedeschi e Tedeschi, per
compensamento, cioè:
Del
diritto di pedaggio della barca di primo sole nel fiume Simeto:
Della
privativa delle acque dei fiumi Simeto, Binanti, e Gurnalonga;
Dei
diritti delle peschiere nei fiumi Gurnalonga, Dittaino, Binanti, Fiumazzo, e
gorghi adiacenti;
Della
privativa dei ponti di Binanti, e Gurnalonga,
Il
Consigliere commissario ha fatto il seguente rapporto.
Una
supplica complessiva le precedenti domande è stata a nome del cavaliere D.
Domenico Tedeschi e Tedeschi presentata a firma del suo procuratore Dr. Don
Pasquale Spagna, su la proprietà dei diritti della così detta giarretta sul fiume
Simeto, e di tutti altri dipendenti da concessione fattane ai di lui autori dal
vescovo di Catania nel 1547 (Nicola Maria
Caracciolo).
Espone
in essa preliminarmente, che gli
enunciati diritti come derivanti da donazioni
fatte da Tancredi ad Augerio vescovo di Catania nel 1092 e 1102, e dalla
concessione
fattane dal vescovo Caracciolo ai autori del Tedeschi nel 1547, con tutte le
formalità di diritto ecclesiastico e civile, canonizzati dal Pontefice Paolo
III con apostoliche bolle esecutoriate in regno a 31 gennaio 1548, e confermati con due sovrani dispacci dagli
augusti Sovrani Carlo III e Ferdinando IV nel 1753 e 1796, lungi di essere
colpiti dalle leggi abolitive senza compenso, perché non nascenti da forza
baronale o da prerogative signorili, sono stati conservati dalla legge
parlamentaria del 1813, al capitolo 2° S 9.
In
conferma di tale assunto invoca il disposto degli articoli 153, 154, e 155
delle reali istruzioni per la rettifica del catasto fondiario di Sicilia del 17
dicembre 1838, pei quali, preveduto il caso di appartenere ai privati la
manutenzione delle barche su i fiumi, non che l’uso delle pesche e delle acque
nei fiumi medesimi, è prescritto di calcolarsene la imponibilità su le gabelle
del decennio.
Quindi
ha chiesto:
1° Che verificandosi
la costruzione del ponte di fabbrica proposto dalla provincia di Catania sul
fiume Simeto, e propriamente al punto ove naviga attualmente la giarretta di
transito di proprietà del chiedente, siccome allora verrebbe a mancargli il
diritto di pedaggio della medesima in once 500 annuali di lordo, debba
accordarglisi il corrispondente compenso a peso della detta provincia, a di cui
utile tornerebbe il pedaggio, e per di cui fatto verrebbe il Tedeschi ad esser
privato di una proprietà da più secoli dovuta.
2° Che essendosi nel
1728 eretti dal vescovo di Catania (Raimondo Rubi dell’Ordine Certosino) con
l’annuenza (consenso) di D. Vincenzo Tedeschi avo del richiedente i due
ponti di legno nei siti di Binanti e Gurnalonga, pel più comodo transito degli
inquilini della mensa, ed imposta a costoro dall’amministratore della medesima
con due provisionali del di 8 giugno 1728 e 19 maggio 1729 una fida perpetua in
frumento, secondo la estensione delle rispettive tenute in favore del Tedeschi,
compensativa la diminuzione degli introiti del pedaggio che er tal causa veniva
a soffrire; ritenuto che per la legge parlamentaria del 1813abolitiva la
prerogativa, fu reso comune e generalmente libero da quei ponti il passaggio,
che prima era limitato ai soli inquilini della mensa con la fida enunciata, che
venne anche meno al ricorrente; è perciò che per la sensibile diminuzione degli
introiti implora un compenso a carico della provincia, comecchè la
abolizione rifluisce a vantaggio di quei
singoli.
3° In quanto al
diritto di pesca, ed uso delle acque dei fiumi concedutigli dalla mensa, attesa
la legittima derivazione di tali diritti per le donazioni di Tancredi alla
Chiesa di Catania, per la concessione fattane indi dal vescovo con le solennità
ed autorizzazioni enunciate, e pei titoli inconcussi di proprietà e possesso
che ne ha goduto per secoli la famiglia Tedeschi, di che fa anche distinta
menzione il regio visitatore generale monsignor de Chiocchis (lib. 3° S 8 de
archiviis), non può in verun modo comprendersi nella classe dei diritti aboliti
come abusivi, o imposti dall’arbitrio e potenza baronale. Nè vale a dire, che
dichiarando la legge di pubblico uso i fiumi, è comune a tutti il diritto di
pescare, imperocchè questa legge generale per tutto quello che è parte del
pubblico demanio, non può estendersi a ciò che è divenuto di proprietà
privativa, come nella specie mediante alienazione fattane dal principe, a cui
il dominio eminente si appartiene, e come chiaro di scorge dalla donazione
amplissima e perpetua usque ad consumationem seculi, fatta da Tancredi al
vescovado di Catania di quel tratto di fiume che defluisce in quel territorio
con l’uso delle peschiere.
Per
l’esposte ragioni il richiedente sostiene di non poter soffrire menoma molestia
nell’uso delle acque, e diritto della pesca, di cui han goduto da sempre i suoi
autori, e gode attualmente egli stesso, sostenuto dalla enunciata legge
parlamentaria, non vieto a limitato dalle leggi posteriori, confermato dalle
istruzioni del 1838 pel catasto fondiario, né contraddetto in fatto da veruna
autorità.
Argomenta
da ciò, che molto meno l’uso di tali diritti possa riputarsi colpito dal Real
Decreto degli 11 dicembre 1841.
Ove
poi per lontana ipotesi la gran Corte opinasse applicabile alla specie il
disposto di questo Real Decreto, subordinatamente ha chiesto, che piaccia alla
medesima liquidarne il compenso; a quale oggetto, ad esuberanza di cautela,
riunendo nell’attuale produzione i documenti già antecedentemente prodotti
rispetto ai titoli di acquisto e possesso dei cespiti in discorso, e gli atti
di affitto che ne giustifichino la percezione, ha presentato gli appresso
documenti:
In
quanto ai titoli:
1° Due donazioni
fatte da Tancredi figlio del Conte Guglielmo (I) alla Chiesa di Catania, l’una
nel 1092, e l’altra nel 1102, della scafa ossia giarretta nel Simeto con i
fiumi defluenti, laghi, pantani, terre, ed altro;
2° Concessione della
detta barca con i suoi diritti, membri, e pertinenze, fatta dal vescovo di Catania
a Giacomo Celano il dì 15 novembre 1547 per canone di once 38, e di quintali
due pesci alose;
3° privilegio
ponteficio impartito alla detta concessione dal Pontefice Paolo III con
apostoliche bolle esecutoriate in regno a 31 gennaio 1548;
4°
Atto
di accordo tra il vescovo di Catania e l’enfiteuta Celano del 4 gennaio 1557,
con quale si convenne di ritornare alla mensa vescovile lo affidamento della
nutrime, che si pesca nei fiumi di detta chiesa, mediante il di scalo di once 8
perpetuo sul canone di once 38 nella prima concessione fissato,
5° Atto provisionale
fatto dal rettore della mensa il dì 8 giugno 1728, che accorda all’enfiteuta D.
Vincenzo Tedeschi la erezione dei ponti nei fiumi Gurnalonga e Binanti
ai
termini della concessione del 1547, pel comodo transito degli inquilini delle
terre appartenenti alla mensa, con doversi pagare all’enfiteuta una prestazione
annua in frumento, secondo la consistenza di ogni tenuta risultante, giusta il
detto atto provisionale, nella quantità di salme 15 e tumoli 6;
6° Altro simile atto
provisionale del 18 maggio 1729, col quale quel rettore faculta l’enfiteuta
Tedeschi di levare il ponte di legno già costruito nel fiume Gornalunga, e
collocarlo propriamente nel sito della Grotta per maggiore comodo degli
inquilini;
7° Numero cinque
bandi fatti pubblicare dal rettore della mensa a 18 e 23 novembre 1729, 2
novembre 1790, 10 ottobre 1806, e 26 settembre 1813, su la proibitiva di
nessuno tener barche sul fiume Simeto, né fare ponti di sorta alcuna nei fiumi
di detta chiesa ad esclusione dell’enfiteuta;
8° Atto recognitorio
fatto a 7 luglio 1734 dal Dr. D. Vincenzo Maria Tedeschi qual’enfiteuta del
tempo nella successione dei suoi autori, con l’approvazione ed intervento del
regio visitatore generale reverendo D. Domenico Brancati abate cassinese, in
favore della mensa vescovile, per la concessione della giarretta e sue
pertinenze. Con questo atto stipulato dal notaro D. Giacomo Vincenzo Gulli di
Catania, il Tedeschi avente diritto e causa da Giacomo Celano primo concessionario
per atto del 15 novembre 1547, riconosce il dominio diretto nella persona del
vescovo, e si obbliga di corrispondere alla mensa l’annuo canone perpetuo di
once 43,10, cioè once 13,10 per causa dei quintali due di pesci alose
dipendenti dalla concessione del 1547, ed once 30 in virtù della medesima
concessione e dell’atto di accordo del 1557 di cui si è precedentemente
parlato;
9° Numero cinque
apoche dei 4 aprile e 1 settembre 1735, 19 giugno e 19 settembre 1770, e 12
settembre 1832, contestanti il pagamento del canone fatto alla mensa, cioè con
le prime due dal Dr. D. Vincenzo Tedeschi per l’annata da settembre 1735 ad
agosto 1736, con le altre due dalla signora Donna Lucrezia Tedeschi vedova del
Dr. D. Vincenzo Tedeschi per l’annata da settembre 1778 ad agosto 1779, e con
l’ultima dal cavaliere D. Domenico Tedeschi per l’annata da settembre 1830 ad
agosto 1831, quale
erede
questo ultimo del di lui genitore D. Francesco di Paola ai termini del
testamento olografo del 9 settembre 1823, e come avente diritto e causa del di
lui avo Dr. D. Vincenzo;
10° Dispacci reali
dei 12 maggio 1753, e 3 settembre 1796,
col primo dei quali S.M.C. Carlo III impose il perpetuo silenzio alle
concessioni fatte dai vescovi di Catania sino all’anno 1649 inclusive, e con l’altro
S.M. Ferdinando IV, in vista della domanda del
Sindaco
di quel comune, e di molti possessori di fondi di pertinenza di quella mensa,
ordinò, che si sostenga la grazia accordata dall’Augusto suo genitore in pro
dei medesimi;
11° Transazione tra
l’università di Caltagirone e D. Vincenzo Maria Tedeschi del 12 ottobre 1760 in
notar D. Giacomo Majorana del detto comune, con la quale si convenne, che le
acque del fiume di Gornalunga defluenti nel territorio di Catania spettavano
per una terza parte alla cita università, e per le altre due terze ai Tedeschi;
12° Certificato del
ricevitore dei rami o diritti diversi, che attesta il pagamento del canone in
once 43,10, fatto da D. Domenico Tedeschi alla mensa vescovile in sede vacante
per l’annata da settembre 1838 ad agosto 1839;
In
quanto alla fruttificazione:
13° Concessione
enfiteutica fatta da D. Vincenzo Maria Tedeschi al principe di Paternò, delle
alose che si pescavano nel Simeto pel canone di once 30 annuali, agli atti di
notar D. Giuseppe Vollaro a 22 febbrajo 1734;
14° Atto di locazione
della barca fatto da Donna Lucrezia Tedeschi vedova di D. Vincenzo a 28
settembre 1794 in notar D. Vincenzo Arcidiacono di Catania a favore di Michele
Motta per anni tre da settembre 1795 ad agosto 1798, per l’annua gabella di
netto di once 250, stante il gabelloto obbligavasi di andare a di lui rischio e
pericolo la perdita della barca, e di fare durante lo affitto le spese occorrenti
per la manutenzione della stessa. Processe di patto dover passare soltanto su i
ponti di Binanti e Gurnalonga agli agricoltori delle terre della mensa,
restando a di lui vantaggio la fida a seconda del provisionale del 1728, e di
dar franco il passaggio alle persone di servizio del barone Villarmosa, da cui
si riserbava la gabellante signora Tedeschi esigere i diritti del pedaggio.
Patto ancora che il gabelloto Motta era in obbligo di consegnare alla
gabellante dodici galline all’anno per carnaggi:
15° Gabella fatta il 28 maggio 1797 in notar
Arcidiacono di Catania da Donna Lucrezia vedova Tedeschi a Salvatore Sichili,
della pesca nel Simeto, e nei fiumi Gurnalunga, Fiumazzo, e gorghi adiacenti,
per anni tre da settembre 1798 ad agosto 1801, alla regione di once 26
all’anno, oltre i carnaggi che non s’indicano, e col patto di restare riservata
alla famiglia Tedeschi la pesca delle alose dal 15 febbraio al 15 maggio di
ogni anno;
16° Due apoche di
once 30 per una, fatto a 18 settembre 1797, e 3 ottobre 1841 in favore del
principe di Paternò, cioè la prima da Donna Lucrezia vedova di Tedeschi per
canone maturato in agosto 1797, e l’altra da D. Domenico Tedeschi per quello di
agosto 1839, a mente della concessione enfiteutica del 22 febbrajo 1734;
17° Numero quattro
atti di gabella dei 12 marzo 1801k, 17 agosto 1815, 25 febbrajo 1820, e 9 marzo
1824, relativi alle acque del fiume Gurnalonga per la sola parte spettante alla
famiglia Tedeschi, giusta la transazione tra D. Vincenzo Tedeschi e la
università di Caltagirone del 12 ottobre 1760. Dal primo atto si ha la pigione
di once 33,20 annuali per anni quattro da gennajo 1801 a dicembre 1804; dal
secondo di once 50 annuali per anni quattro da ottobre 1815 ad ottobre 1819;
dal terzo di once 40 annuali per lo periodo dal 25 febbrajo 1820 a tutto
ottobre 1823; dal quarto di once 30 annuali per mesi dieci da marzo a dicembre
1824;
18° Gabella del salto
delle anguille nel fiume Binanti fatta a 4 settembre 1802 da D. Francesco di
Paola Tedeschi per anni due da settembre 1802 ad agosto 1804 alla ragione di
once 4 all’anno, e col patto di potere il gabelloto usare a suo libero
piacimento delle acque suddette per lo arbitrio del riso e del canape;
19° Società fatta da
D. Francesco Tedeschi con D. Giuseppe Zappalà Gemelli e consorti a 16 maggio
1803, con alberano privato ridotto agli atti di notar Rosario Giuffrida di
Catania a 7 marzo 1842, delle acque del Simeto per lo arbitrio del riso e del
canape, per lo periodo di anni nove da gennaio 1803 a dicembre 1811, col patto
di dovere la società pagare al signor Tedeschi l’uso dell’acqua per fare
speculazioni in ragione di once 8 annuali per ogni salma di terre, che saranno
seminate di riso o canape;
20° Apoca agli atti
di notar D. Luigi Patti di Caltagirone del 21 gennaio 1804, con la quale
l’università suddetta confessa ricevere da D. Francesco Lazzara di Catania once
18,20 per la terza parte di gabella delle acque di Gurnalonga del 1802 e 1803,
stante le altre due terze parti in once 37,10 si appartengono a D. Francesco di
Paola Tedeschi qualì’erede del di lui padre D. Vincenzo;
21° Numero dieci atti
dei 19 agosto 1805, 17 settembre 1812, 25 agosto 1815, 17 maggio 1818, 20
gennaio 1822, 1 agosto 1825, 7 maggio 1831, 16 aprile 1833, 18 aprile 1835, 31
dicembre 1839, relativi tutti alla locazione come sotto della barca ossia
giarretta, salvo al gabellante Tedeschi l’uso delle acque dei fiumi Simeto, e
Binanti per lo arbitrio dei risi e del canape, e la prestazione annuale di
sedici galline. Si ha dal primo atto la pigione di once 280 annuali per tre
anni dal settembre 1805 al agosto 1808; dal secondo di once 320 annuali per
anni tre da settembre 1813 ad agosto 1816; dal terzo di once 320 annuali per
tre anni da settembre 1816 ad agosto 1819; dal quarto di once 350 annuali per
anni tre da settembre 1819 ad agosto 1822; dal quinto di once 296 annuali per
anni tre da settembre 1822 ad agosto 1825; dal sesto di once 300 annuali per
tre anni da settembre 1825 ad agosto 1828; dal settimo di once 290 annuali per
anni tre da settembre 1831 ad agosto 1834; dall’ottavo di once 283 annuali per
anni tre da settembre 1834 ad agosto 1837; dal nono di once 290 annuali per tre
anni da settembre 1837 ad agosto 1840; dal decimo finalmente di once 280
annuali per tre anni da settembre 1840 ad agosto 1843;
22° Tre atti dei dì
17 agosto 1815; 25 febbrajo 1820, 12 marzo 1824, relativi alla gabella come
sotto delle acque del fiume Binanti, fuori l’uso della pesca. Dal primo atto si
ha la pigione di once 15 annuali per lo periodo dal 1 maggio 1816 a 31 ottobre
1819; dal secondo la pigione stessa di once 15 annuali per lo periodo dal 25
febbrajo 1820 a tutto il mese di ottobre 1823; dal terzo la pigione di once 12
annuali per lo periodo dal 12 marzo 1824 al 30 novembre del detto anno;
23° Due atti datati a
7 gennaio 1819, e 3 settembre 1838, riguardanti lo affitto della pesca nei
fiumi Simeto, Gurnalonga , Fiumazzo, e gorghi adiacenti, salva la pesca delle
alose a favore del gabelloto Tedeschi dal 15 febbraio a 15 maggio di ogni anno.
Contiensi nel primo atto la pigione di once 42 annuali per anni tre da
settembre 1819 ad agosto 1822; nel secondo quella di once 52 annuali per anni
due da settembre 1838 ad agosto 1840;
24° Gabella del dì 11
febbrajo 1838 della pesca delle alose nel fiume Dittaino dal 15 febbrajo a 15
maggio 1838, per oncia 1 annuale, oltre i carnaggi di rotoli quindici alose;
25°
Dichiarazione in carta privata fatta da D. Domenico Tedeschi a 24 febbrajo 1838
registrata detto giorno in Catania, relativa alla gabella fatta verbalmente dal
15 febbrajo a 15 maggio 1838 della pesca delle alose nel fiume Gurnalunga per
lo prezzo di once 2, oltre i carnaggi che non s’indicano, di pesci alose;
26° Gabella fatta il
dì 11 agosto 1840 della pesca dei fiumi Simeto, Gurnalonga, Fiumazzo, e gorghi
adiacenti, per la pigione di once 42 annuali per lo periodo di anni tre da
settembre 1840 ad agosto 1843;
27° Numero due
dichiarazioni che fanno Salvatore Pezzino e Pietro Bruno presso il notaro D.
Agostino Puglizi a 17 aprile q832, e 27 marzo 1843 come gabelloti della barca
ossia giarretta. Per la prima attesta il Pezzino, che il passaggio franco dato
alle persone di servizio del barone Villarmosa importa once 6 annuali ; e per
la seconda rileva il Bruno, che il fruttato del passaggio da lui percepito è
risultato in once 500 annuali circa.
L’Intendente
di Catania interpellato dal Pubblico Ministero su le domande del cavaliere D.
Domenico Tedeschi e Tedeschi, relative alla così detta giarretta e sue
dipendenze, ha con suo foglio del 14 marzo 1843 acchiuso una decurionale del 20
gennajo detto anno, con la quale tenendo conto delle pretensioni di altri
chiedenti un compenso delle rispettive proprietà già abolite, e trattando all’articolo
3° di quelle del Tedeschi, del diritto cioè di pedaggio della barca di primo
sole, ossia giarretta del Simeto, dei diritti di privativa delle acque nei
fiumi Simeto, Binanti e Gurnalonga, dei diritti su la pesca nei fiumi
Gurnalonga, Dittaino, Binanti, Fiumazzo, e gorghi adiacenti, e della pigione
ricavata dalla giarretta con la privativa su i ponti di Binanti e Gurnalonga
nel feudo delle Grotte, si riferisce ad una precedente deliberazione, che ebbe
luogo a 24 novembre 1841, nei seguenti sensi:
1° Che sia utile
anzi necessario il costruirsi nei due siti del fiume Simeto di primo sole, e
della giarretta i due ponti a spese delle due province di Catania e di
Noto da servire di comunicazione;
2° Che non può
ammettersi la pretensione del cavaliere D. Domenico Tedeschi e Tedeschi, e del
Monistero dei padri Cassinesi a stabilire quei ponti a loro spese proprie,
perché non può aver luogo proprietà privata su i fiumi, che la legge dichiara
pubblici.
3° Che nella
intelligenza che il cavaliere Tedeschi non contrasse con il comune di Catania
pel su divisato diritto di passaggio, spetta al Governo il provvedere il
convenevole pel compenso cui ha diritto il medesimo, come colui che mercè validi
e irrefragabili titoli ha posseduto sin’oggi la manutenzione delle barche di
passaggio
Nel
sito del primo sole del Simeto, ed in veduta della perdita che verrà a soffrire
di una proprietà da tre secoli goduta.
LA GRAN
CORTE DEI CONTI
DELEGATA
PEI COMPENSAMENTI
Veduta
la domanda del cavaliere D. Domenico Tedeschi e Tedeschi:
Vedute
le due donazioni di Tancredi del 1092, e del 1102 a favore
del
vescovado di Catania;
Veduto
l’atto enfiteutico stabilito da quel vescovo nel 1547 a nome
di
Giacomo Celano rappresentato oggi dal ricorrente:
Astrazion
fatta della legittimità ed efficacia delle ditate due donazioni,
così per
la qualità del donante, che per le facoltà che in lui risiedevano
a
donare:
Considerato
che gli atti stessi di donazione non presentano esplicitamente
la
concessione dei diritti reclamati, e molto meno l’uso che
esclusivamente
se ne esercita;
Considerato,
che quando anche ne fossero espliciti e la concessione e l’uso,
i
diritti suddetti ricaderebbero sempre nella classe dei privativi aboliti dalla
legge
parlamentaria del 1813 senza compenso, non ravvisandosi nelle
donazioni
la causa eccezionale preveduta dalla stessa legge, quella
cioè di
una ragion di prezzo;
Considerato
che il ricorrente nella qualità di enfiteuta del
vescovado
di Catania, in difetto del reclamato compenso, per cui
non ha
titolo avverso l’erario, può in ogni evento nel suo interesse
essere
al caso di agire per regolare le condizioni della
enfiteusi
innanzi le comptenenti autorità giudiziarie;
Per siffatte considerazioni:
Inteso il rapporto del Consigliere sig. Pomàr:
Ascoltato il Pubblico Ministero;
Conformemente alle di lui orali conclusioni:
E’ di
avviso
Non
Esservi luogo ad attribuzione di compenso
Così
deliberato dai sigg….
Approvato
con Sovrano Rescritto del 21 agosto 1843
--------------------
Nei diritti di pesca si parla spesso di pesci “Alosa”.
Importante in merito è una relazione del 1835 del grande professore Carlo
Gemmellaro, negli Atti dell’Accademia Gioenia, sulla fauna ittica del fiume
Simeto
“ Abbonda il Simeto di pescagione, di cui giova un
poco intertenerci, come uno de’ vantaggi che i fiumi arrecano alle vicine
popolazioni. Il muggine o cefalo (mugil caephalus) a sommo pregio nelle
antiche tavole, e lodato da Archestrato nella stagione iemale (invernale), avvegnachè da Xenocrate e
da Aetio dispregiato, vi si pesca abbondante;ed il muggine del nostro Simeto fu
a preferenza moltissimo commendato da Atheneo.
Le anguille (anguilla fluviatilis) vi sono pure
delicatissime. Cibo lodato dai greci, i quali giunsero a celebrar l’anguilla
come regina de’ banchetti e delle voluttà, l’Elena delle cene, e che fu poi
tenuto in dispreggio da’ romani.
Pure, avvegnachè qualche volta poco salubre, è
preferibile quella che si pesca nel nostro fiume mentre le acque sono limpide,
o che dopo aver guizzato nell’acqua salsa del mare, risale nuovamente nel
fiume.
Sebbene più piccola delle anguille lacustri, pure
riesce più squisita al gusto e più amica allo stomaco.
Le tinche, (tinca) forse ignote agli antichi, e
dispregiate da Ausonio come piacere di volgo,
non sono pure da dispregiarsi nel Simeto, giacchè riescono più delicate,
e più leggere alla digestione, che quelle de’ nostri laghi. Che se vogliamo
rapportarci all’autorità dell’Aldrovando, il quale loda a preferenza le tinche
de’ fiumi d’Italia, potremmo noi forse ritrovar la ragione della bontà di
quelle del Simeto.
La Laccia o Cheppia (Clupea Alosa) in molta
abbondanza si pesca nel Simeto risalendo, essa dal mare sul cominciar di
primavera, di squisito sapore, e di molto pregio delle tavole de’ nostri Apicii
e dei nostri Luculli. Così pure altri pesci, che per amor di brevità io
tralascio”.
(Marco Gavio Apicio costituì la principale fonte sulle
usanze gastronomiche dell’antichità ed in particolare della cucina romana.
Lucio Licinio Lucullo, tribuno militare nel 90-89 a.C., passò nella storia per
la sua grande passione verso il cibo e l’arte del banchettare. Ad un pasto
particolarmente ricco ed abbondante viene assegnata la definizione di pranzo
“luculliano”).
In merito all’Alosa, citata più volte nel documento,
si tratta di una specie ittica presente nel fiume e ritenuta di gran pregio
tanto da entrare nei diritti di pesca
con particolari restrizioni.
Sempre nel documento sono indicati i fiumi che fanno
parte delle concessioni e tra questi appare il “Fiumazzo” che attraversa
l’omonimo feudo sito del territorio di Belpasso, Paternò (rendeva irrigabili
circa 4 salme di terreno) e il feudo “Branco o Blanco” di Catania (rendeva
irrigabili circa 132 salme di terreno) e il fiume “Minanti o Binanti”.
Quest’ultimo “un fiumicello che mette foce nello
stesso golfo alla distanza di meno di un mezzo miglio al sud della foce
simentina, formando così un’estesa palude che magna sovente la salute de’
vicini abitatori”.
-----------------------------------
Due antiche immagini del Simeto risalenti al XVIII ed
immortalate da due Viaggiatori del tempo:
Le cascate del Simeto in una stampa pubblicata nell’opera
“Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile”,
Parigi, 1781-86, di Jean Claude Richard De Saint Non, dal viaggio di D. Vivant
Denon e dei suoi compagni..
“Vue des cascades de Fiume Grande au milieu
des laves de l’Etna prés d’Aderno”
Le
cascate del Simeto nei Pressi di Santa Domenica in un dipinto del pittore
paesaggista e scrittore Karl Gothard (o Gotthard?) Grass del 1808. La veduta è
stata realizzata dalla sponda occidentale del fiume, durante una piena. Il
dipinto originale è conservato presso il Latvian National Museum of Art (Riga,
Lettonia)
Sulle sponde gli agrumeti, simbolo di una Sicilia molto lontana... molti di questi agrumeti sono stati abbandonati e distrutti dagli incendi... simboli inerti di una politica sbagliata........
Sulle sponde gli agrumeti, simbolo di una Sicilia molto lontana... molti di questi agrumeti sono stati abbandonati e distrutti dagli incendi... simboli inerti di una politica sbagliata........
-----------------------------
Buongiorno sono una studentessa di architettura dell'Università degli studi di Catania. Mi servirebbe il contatto dell'autore dell'articolo sul Castello della Baronessa di Poira in merito ad una ricerca tesi. Grazie anticipatamente.
RispondiEliminaGentile Sig.na D'Asero, mi scusi se sto rispodendo solo adesso alla sua lettera ma sono tornato in questigiorni dalla Spagna. Le ricerche che trova sul blog sono scritte dal sottoscritto Antonio Barrasso. Rimango a sua disposizione per qualsiasi informazione se posso esserle d'aiuto e sarà un onore. Scusandomi ancora una volta, Le invio i più cordiali saluti. Antonio Barrasso
EliminaI Platamone non furono i primi feudatari di Poira/Pojura. Nel 1618 Vittoria Platamone e Bonaiuto fu aggiudicataria da potere di Fabrizio II di Ventimiglia, barone di Poira (Processi investitura 3688, 3929) come erede particolare del padre Francesco Giorgio, che aveva ricevuto il feudo dalla madre Agata Rizzari. Tommaso Paternò si era investito di Poira intorno al 1476 in ragione dei diritti della moglie Elvira Gaetani (Processi investitura, 233). Vedi: Soprintendenza Archivistica della Sicilia
RispondiEliminaArchivio di Stato di Palermo, Protonotaro del Regno di Sicilia. Repertorio dei processi di investiture feudali dal 1452 al 1812, n. 122, a cura di S. Fazio, Palermo 2020.