Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 2° Parte - I Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato in Egitto ed Italia (1927 - 1928)
Egitto: La triste vita della regina Nazli Sabri
د ښځو پوهنځی - دولسم څپرکی - دویمه برخه - د افغانستان حاکمان، امان الله خان او ثریا طرزی مصر او ایټالیا ته د دولتی سفر پر مهال (۱۹۲۷-۱۹۲۸)
مصر: د ملکې نزلي صبري غمجن ژوند
Il forte desiderio di Soraya di visitare l’Europa non era un sogno perché, tra il 1927 ed il 1928,Amanullah Khan e Soraya intrapresero un lungo viaggio in vari Stati tra onori, festeggiamenti e ungran tripudio di folla.Che bella immagine per i due sovrani e per il loro Paese in pieno sviluppo malgrado gli ostacoliposti dagli inglesi, dai capi tribù e dai leader religiosi.Il re Amanullah Khan e la regine Soraya partirono da Kabul per Kandahar,.Iniziarono l’entusiasmante viaggio per raggiungere l’Europa con 31 membri del governo e diversitraduttori.Nel settembre 1927 l’ambasciatore afghano a Londra informò il Foreign Office britannico che il redell’Afghanistan si sarebbe recato all’estero a metà dicembre ed avrebbe visitato anche Londra eMosca.Giunti a Kandahar i sovrani afghani entrarono in India il 15 novembre 1927.
Non ho riferimenti per indicare le città visitati e gli incontri diplomatici con le autorità inglesi ed indiane. Probabilmente Amanullah Khan e Soraya incontrarono anche Gandhi.
I sovrani afghani furono ricevuti con grande onore malgrado i contrasti politici tra l’India dell’Impero britannico e l’Afghanistan. I Viceré britannici guardavano con grande apprensione l’evoluzione sociale dei sovrani afghani dato che in India avevano un grande seguito la popolazione indiana per le loro idee riformiste e di sviluppo.
India (Bombay?)
Il picchetto d’onore per i sovrani Amanullah Khan e Soraya Tarzi
Questa foto fu scattata nel 1921 a Bombay, in India, durante il regno del re Amanullah Khan. Gli studenti afgani erano in viaggio per la Germania. Il padre di chi riportò la foto, Hokom Tschand Kapoor, è nella foto ed era uno degli studenti inviati in Germania.
Foto di Suraj Parkash Tschand
Una breve visita di stato in India e salpare da Bombay per raggiungere l’Egitto con sbarco a Porto Said.
EGITTO
La Bandiera dell’Afghanistan ( 1926 – giugno 1928)A Porto Said furono accolti da una delegazione egiziana..
Lo Shah Amanullah Khan e il re Fouad I –Dicembre 1927
Il 7 dicembre 1927 il re Fawad (Fouad I) (1868-1936) fu informato che il re d’Afghanistan
Amanullah Khan e la regine consorte Soraya, con una delegazione, avrebbero eseguito una
visita di Stato in Egitto.Il responsabile dell’Ufficio del re d’Egitto, Ahmed Shafiq Pasha, riportò nelle sue memorie
“Holiyat Mrs al-Silyasiya”..
"La notizia è giunta al governo egiziano che il re dell'Afghanistan viaggerà nei paesi europei e passerà anche attraverso L'Egitto in arrivo.".L’Egitto ha colto questa opportunità e ha voluto invitare questo grande reL'Egitto ha colto questa opportunità e ha voluto invitare in Egitto questo grande redell’Est della Terra”.Su invito del re d’Egitto, Shah Amanullah Khan è partito per Aden il 18 dicembre (1927)con la nave “Rachputane” ed è arrivato al porto di Aden il 21 dicembre. Porto Said.
I sovrani afghani giunti a Porto Said, furono accolti dalla guardia militare dell’11° battaglione esubito dopo partirono per Il Cairo con un treno speciale tra grandi cerimonie. Alla stazione principale di Il Cairo, decorata con un tappeto rosso, furono accolti dal re Fouad I d’Egitto e dai membri del governo.
I sovrani afghani furono ricevuti con grande onore malgrado i contrasti politici tra l’India dell’Impero britannico e l’Afghanistan. I Viceré britannici guardavano con grande apprensione l’evoluzione sociale dei sovrani afghani dato che in India avevano un grande seguito la popolazione indiana per le loro idee riformiste e di sviluppo.
Il picchetto d’onore per i sovrani Amanullah Khan e Soraya Tarzi
Foto di Suraj Parkash Tschand
A Porto Said furono accolti da una delegazione egiziana..
Il 7 dicembre 1927 il re Fawad (Fouad I) (1868-1936) fu informato che il re d’Afghanistan
Amanullah Khan e la regine consorte Soraya, con una delegazione, avrebbero eseguito una
visita di Stato in Egitto.
“Holiyat Mrs al-Silyasiya”..
Il Cairo – Stazione (1900)https://images.squarespace-cdn.com/content/v1/5cd068c677b90375fdb02baa/1646414297582-F32R0DKUJG86A36F2JFF/Train+Station+of+Helwan-1888.jpg?format=1000w
https://www.alamy.it/egitto-il-cairo-stazione-ferroviaria-image66003076.html
I giornali egiziani riportarono a tutta pagina la notizia della visita dei sovrani afghani.Il 4 gennaio 1928 il giornale “Al-Ahram”, nella sua pagina “Eventi e Notizie” riportò che..Shah Amanullah Khan, durante il suo soggiorno in Egitto, parlò con Abdul Khaliq Tharwat Pasha, il primo ministro egiziano, per facilitare la firma di un trattato di amiciziatra l'Afghanistan e l'Egitto…..la firma di questo accordo è fondamentale per stabilire relazionipolitiche tra l’Egitto e l’Afghanistan.
Il sovrano Amanullah Khan si fece scattare questa foto durante il viaggio in Egitto.Inviò la foto, l’1 gennaio 1928, al suo vicerè Muhammad Wah Khan Darwazi.
I due sovrani stipularono un importante trattato d’amicizia tra i due Stati.Il trattato era ritenuto così importante da parte di Amanullah Khan che poco prima della fine del suo viaggio in Europa, inviò una delegazione dei suoi compagni di viaggio, guidati da Alì Ahmad Khan governatore di Kabul, al Cairo. Il sovrano afghano era molto interessato nell’aprire al più presto una rappresentanza (ambasciata) al Cairo. Purtroppo Amanullah Khan non riuscì a realizzare questo progetto. Furono avviati gli scambi di documenti e certificati per l’apertura degli uffici politici ma la caduta di Amanullah Khan ed il suo esilio impedirono la realizzazione dell’importante progetto.
Il quotidiano egiziano “Al-Ahram” riportò il viaggio in Egitto di Shan Amanullah Khan
Il trattato d’amicizia tra l’Afghanistan e l’EgittoPer l’apertura dell’ambasciataScritto in lingua persiana. (30 maggio 1928)
Il quotidiano egiziano “Al-Ahram” riportò il viaggio in Egitto di Shan Amanullah Khan
In Egitto la regina Soraya sarà rimasta affascinata dall’ambiente così ricco di storia. Amava la storia, la natura e rimase colpita nella visita delle piramidi a lei certamente non sconosciute dato che era una siriana.
Conobbe sicuramente la regina Nazii Sabri, la prima regina consorte d’Egitto dal 1919 al 1936.
Nazli Sabri - Regina d’Egitto
Nazii Sabri (نازلي صبري )
(25 giugno 1894 – 29 maggio 1978)La regina Soraya, allora ventottenne, si trovò di fronte ad una sua coetanea (la regina Nazli aveva 33 anni) e da appena 8 anni era diventata regina d’Egitto. Era la seconda moglie del re Fouad I d’Egitto.
Apparteneva ad una importante famiglia, figlia di Abdur Rahim Sabri Pasha, ministro dell’agricoltura e governatore del Cairo e di Tawfika Khanum Sharif.
Aveva un fratello, Sherif Sabri Pasha ed una sorella Amina Sabri.
La famiglia aveva un’origine complessa: egiziana, turca, greca e francese.
Infatti era la nipote materna del maggiore generale Mohamed Sherif Pasha, di origine turca e primo ministro degli Affari Esteri e pronipote dell’ufficiale di origine francese Suleiman Pasha.
Suleiman Pasha, nato Joseph Save, fu uno dei comandanti militari di Napoleone Bonaparte ed uno degli autori della famosa enciclopedia “Description de Egypte” del 1798.
Nazli studiò al Lycée de la Esclave-de-Dieu al Cairo e successivamente al Collège Notre-Dame de Sion ad Alessandria. Dopo la morte della madre, Nazli e sua sorella furono mandate in un collegio a Parigi dove studiarono per due anni.
Nazli fu incoraggiata dal padre a studiare a Parigi e questo aspetto era insolito per le ragazze dell’epoca. La ragazza fu a contatto con i sogni occidentali di libertà e finì con l’esserne influenzata.
Alla fine si prese la responsabilità, una grande responsabilità, di continuare a vivere quegli aspetti di libertà nella sua patria, nella sua casa in Egitto. Aspetti che, dati i tempi, erano irrealizzabili e che finirono con l’influenzare la vita futura della sfortunata Nazli.
Al suo ritorno al Cairo fu costretta a sposare un suo cugino turco Khalil Sabri. Nazli aveva 24 anni e il matrimonio si concluse con un burrascoso divorzio dopo appena undici mesi.
Conobbe sicuramente la regina Nazii Sabri, la prima regina consorte d’Egitto dal 1919 al 1936.
Nazli Sabri - Regina d’Egitto
Apparteneva ad una importante famiglia, figlia di Abdur Rahim Sabri Pasha, ministro dell’agricoltura e governatore del Cairo e di Tawfika Khanum Sharif.
Aveva un fratello, Sherif Sabri Pasha ed una sorella Amina Sabri.
La famiglia aveva un’origine complessa: egiziana, turca, greca e francese.
Infatti era la nipote materna del maggiore generale Mohamed Sherif Pasha, di origine turca e primo ministro degli Affari Esteri e pronipote dell’ufficiale di origine francese Suleiman Pasha.
Suleiman Pasha, nato Joseph Save, fu uno dei comandanti militari di Napoleone Bonaparte ed uno degli autori della famosa enciclopedia “Description de Egypte” del 1798.
Nazli studiò al Lycée de la Esclave-de-Dieu al Cairo e successivamente al Collège Notre-Dame de Sion ad Alessandria. Dopo la morte della madre, Nazli e sua sorella furono mandate in un collegio a Parigi dove studiarono per due anni.
Nazli fu incoraggiata dal padre a studiare a Parigi e questo aspetto era insolito per le ragazze dell’epoca. La ragazza fu a contatto con i sogni occidentali di libertà e finì con l’esserne influenzata.
Alla fine si prese la responsabilità, una grande responsabilità, di continuare a vivere quegli aspetti di libertà nella sua patria, nella sua casa in Egitto. Aspetti che, dati i tempi, erano irrealizzabili e che finirono con l’influenzare la vita futura della sfortunata Nazli.
Al suo ritorno al Cairo fu costretta a sposare un suo cugino turco Khalil Sabri. Nazli aveva 24 anni e il matrimonio si concluse con un burrascoso divorzio dopo appena undici mesi.
Dopo la separazione andò a vivere in casa di Safiya Zaghloul, un’attivista politica egiziana e una dei primi leader del partito Wafd oltre che una delle prime attiviste dell’emancipazione femminile.
Qui conobbe Saeed Zaghloul, nipote del marito della Safiya.
Qui conobbe Saeed Zaghloul, nipote del marito della Safiya.
In seguito alla Rivoluzione egiziana del 1919, il Regno Unito decise di concedere, il 28 febbraio 1922, una Costituzione e l’indipendenza all’Egitto, pur imponendo una serie di limitazioni: la Gran Bretagna avrebbe continuato a mantenere il controllo sulla politica estera e sulla difesa egiziana. Durante la rivoluzione del 1919 la Safiya organizzò delle manifestazioni femminili per rivendicare l’indipendenza dall’Impero Britannico.Alle fine della prima guerra mondiale l’Egitto fu colpito da una rivolta nazionalistica.Un gruppo guidato dal politico Saad Zaghloul fu inviato a Londra per negoziare l’indipendenza.Una delegazione che diede il nome al partito “al-wafd” (missione) che sarebbe diventato il più grande partito nazionalista egiziano.
Saad Zaghloul - Al Wafd Partyì
Nel marzo 1919 l’alto commissario britannico in Egitto, Reginald Wingate, ordinò la deportazione di Zaghloul a Malta e l’intero paese si sollevò. Le manifestazioni e le proteste diedero origine a violenti scontri con saccheggi, feriti ed arresti. Si registrarono anche numerosi attacchi contro i funzionari militari britannici tra cui uno a Deirut dove vennero uccisi in un treno otto ufficiali inglesi. I disordini videro anche la partecipazione attiva delle donne che, con il volto coperto da un velo, incitavano la folla. Era questa la prima manifestazione di un movimento femminista. La repressione britannica si chiuse con il tragico bilancio di ottocento morti e 1.600 feriti.
Nel marzo 1919 l’alto commissario britannico in Egitto, Reginald Wingate, ordinò la deportazione di Zaghloul a Malta e l’intero paese si sollevò. Le manifestazioni e le proteste diedero origine a violenti scontri con saccheggi, feriti ed arresti. Si registrarono anche numerosi attacchi contro i funzionari militari britannici tra cui uno a Deirut dove vennero uccisi in un treno otto ufficiali inglesi. I disordini videro anche la partecipazione attiva delle donne che, con il volto coperto da un velo, incitavano la folla. Era questa la prima manifestazione di un movimento femminista. La repressione britannica si chiuse con il tragico bilancio di ottocento morti e 1.600 feriti.
Hamida Khalil aveva partecipato con altre persone alla preghiera del venerdì ad Al-Azhar nella moschea di Al-Hussein.“Hanno quindi formato una manifestazione di
massa e presto il resto della gente si è unita a loro, tra cui una gran numero di donne,
per iniziare una feroce battaglia tra i manifestanti e le forze britanniche davanti
alla Moschea Al-Husseini”.
massa e presto il resto della gente si è unita a loro, tra cui una gran numero di donne,
per iniziare una feroce battaglia tra i manifestanti e le forze britanniche davanti
alla Moschea Al-Husseini”.
Gli inglesi impazzirono per la scena a cui prima non erano abituati,
pensando e illudendosi che i movimenti studenteschi che precedettero quel
giorno non si sarebbero estesi al resto delle persone, comprese le donne,
così che le mitragliatrici britanniche spararono a proiettili rapidi,
uccidendo vite, dando la caccia ai leader della manifestazione e dodici caddero.
Un martire. In prima linea c'era la grande martire rivoluzionaria Hamida Khalil,
per annunciare al suo solenne funerale i venti che soffiavano che la forza ruggente
della Gran Bretagna non poteva fermare , in modo che il suo martirio motivasse le donne.
Le altre martire uccise dagli inglesi furono: la signora Shafiqa Muhammad; Sayyda Hassan di al-Manasra nel quartiere Abdeen del Cairo così come Saadia Hassan; Shafiqa Ashmawy “” per lei si è tenuto un solenne funerale” del quariere Bulaq; Aisha Omar, Fatima Riyad e Naja Ismail.
Il 16 marzo si è svolta la prima manifestazione femminile di 300 donne,
guidata da Huda Shaarawy.
Secondo Abd al-Rahman al-Rafi'i, donne e ragazze hanno partecipato a manifestazioni di massa, come espressione di protesta contro l'uccisione e l'abuso di persone innocenti
nelle precedenti manifestazioni.
“Le donne hanno camminato in due file regolari, tutte portando piccole bandiere, e hanno fatto sventolare le strade principali in un grande corteo, chiedendo la vita di libertà, indipendenza e la caduta della protezione. Un luogo dove la gente applaudiva e applaudiva, e le donne cominciavano a incontrarle con applausi e ululati, e la maggior parte della gente del Cairo, uomini e donne, usciva per assistere a questa gioiosa processione, che non aveva precedenti,
e loro cantavano i loro canti.
I manifestanti erano in decenza e dignità, e il loro numero superava i trecento dai capifamiglia, e preparavano una protesta scritta per presentarla ai delegati degli stati, in cui chiedevano di informare la loro protesta contro le atrocità che il La nazione egiziana ha affrontato, ma i soldati britannici non hanno permesso al loro convoglio di attraversare, quindi quando i manifestanti hanno raggiunto la strada Saad Zaghloul, le donne dirette alla Casa della Nazione, hanno posto un cordone attorno a loro e hanno impedito loro di camminare, e hanno puntato le loro lance al petto, e rimasero così per due ore sotto il bagliore del sole cocente.
pensando e illudendosi che i movimenti studenteschi che precedettero quel
giorno non si sarebbero estesi al resto delle persone, comprese le donne,
così che le mitragliatrici britanniche spararono a proiettili rapidi,
uccidendo vite, dando la caccia ai leader della manifestazione e dodici caddero.
Un martire. In prima linea c'era la grande martire rivoluzionaria Hamida Khalil,
per annunciare al suo solenne funerale i venti che soffiavano che la forza ruggente
della Gran Bretagna non poteva fermare , in modo che il suo martirio motivasse le donne.
Le altre martire uccise dagli inglesi furono: la signora Shafiqa Muhammad; Sayyda Hassan di al-Manasra nel quartiere Abdeen del Cairo così come Saadia Hassan; Shafiqa Ashmawy “” per lei si è tenuto un solenne funerale” del quariere Bulaq; Aisha Omar, Fatima Riyad e Naja Ismail.
guidata da Huda Shaarawy.
Secondo Abd al-Rahman al-Rafi'i, donne e ragazze hanno partecipato a manifestazioni di massa, come espressione di protesta contro l'uccisione e l'abuso di persone innocenti
nelle precedenti manifestazioni.
“Le donne hanno camminato in due file regolari, tutte portando piccole bandiere, e hanno fatto sventolare le strade principali in un grande corteo, chiedendo la vita di libertà, indipendenza e la caduta della protezione. Un luogo dove la gente applaudiva e applaudiva, e le donne cominciavano a incontrarle con applausi e ululati, e la maggior parte della gente del Cairo, uomini e donne, usciva per assistere a questa gioiosa processione, che non aveva precedenti,
e loro cantavano i loro canti.
I manifestanti erano in decenza e dignità, e il loro numero superava i trecento dai capifamiglia, e preparavano una protesta scritta per presentarla ai delegati degli stati, in cui chiedevano di informare la loro protesta contro le atrocità che il La nazione egiziana ha affrontato, ma i soldati britannici non hanno permesso al loro convoglio di attraversare, quindi quando i manifestanti hanno raggiunto la strada Saad Zaghloul, le donne dirette alla Casa della Nazione, hanno posto un cordone attorno a loro e hanno impedito loro di camminare, e hanno puntato le loro lance al petto, e rimasero così per due ore sotto il bagliore del sole cocente.
La signora Hoda Shaarawy ha confermato nelle sue memorie di aver detto al soldato inglese: "Non abbiamo paura della morte. Sparami con la tua pistola al petto per farmi un'altra Miss Hamida".
È stata firmata la prima dichiarazione delle donne, a cui ha partecipato un folto gruppo di donne, tra cui Hoda Shaarawy, Neamat Fahmy, Tahia Salem, Muqallada Iskandar, Fahima Mukhtar, la moglie del Dr. », nonché la moglie di Qasim Amin, e altri .
Così, grazie ad Hamida Khalil, la prima donna martire in Egitto, morta per la sua difesa della patria e la sua indipendenza dall'occupazione britannica, presto seguirono altre manifestazioni femminili, e il loro contagio si diffuse dall'aristocrazia agli strati della classe media , e da lì alle donne della classe operaia, tra le quali caddero martiri nella Rivoluzione del 1919.
Sfortunatamente, c'è una mancanza di interesse nel narrare questi fatti in generale, quindi il pregiudizio è fatto attraverso una storia imprecisa e fatti denigratori, sperperando i diritti dei veri eroi che si sono sacrificati per il bene dell'elevazione e della prosperità dell'Egitto. grande e sorprendente ruolo che le donne egiziane hanno svolto durante e dopo la rivoluzione.
La signora Hoda Shaarawy ha confermato nelle sue memorie di aver detto al soldato inglese: "Non abbiamo paura della morte. Sparami con la tua pistola al petto per farmi un'altra Miss Hamida".
È stata firmata la prima dichiarazione delle donne, a cui ha partecipato un folto gruppo di donne, tra cui Hoda Shaarawy, Neamat Fahmy, Tahia Salem, Muqallada Iskandar, Fahima Mukhtar, la moglie del Dr. », nonché la moglie di Qasim Amin, e altri .
Così, grazie ad Hamida Khalil, la prima donna martire in Egitto, morta per la sua difesa della patria e la sua indipendenza dall'occupazione britannica, presto seguirono altre manifestazioni femminili, e il loro contagio si diffuse dall'aristocrazia agli strati della classe media , e da lì alle donne della classe operaia, tra le quali caddero martiri nella Rivoluzione del 1919.
Sfortunatamente, c'è una mancanza di interesse nel narrare questi fatti in generale, quindi il pregiudizio è fatto attraverso una storia imprecisa e fatti denigratori, sperperando i diritti dei veri eroi che si sono sacrificati per il bene dell'elevazione e della prosperità dell'Egitto. grande e sorprendente ruolo che le donne egiziane hanno svolto durante e dopo la rivoluzione.
Il marito d Safiya fu esiliato successivamente nell’isola delle Seychelles(?) e la donna continuò nella lotta della rivoluzione diventando una figura centrale del partito Wafd. e nella liberazione delle donne egiziane.
Madame Zaghloul di fronte al Casino Palace Hotel , Port ha detto prima di partire per unirsi a suo marito a Gibilterra 16 ottobre 1922
Madame Zaghloul di fronte al Casino Palace Hotel , Port ha detto prima di partire per unirsi a suo marito a Gibilterra 16 ottobre 1922
La Zaghloul continuò la lotta politica per 20 anni e, dopo la morte del marito, fu avvertita dal primo ministro egiziano Ismail Sedqy Pasha di abbandonare la sua attività. La donna continuò lasua lotta. Safiya non aveva figli, ma era chiamata dalla gente comeLa madre degli egizianiUn ruolo importante anche per la promozione dei diritti delle donne.Dopo l’esilio del marito, Safiya aveva rilasciato una dichiarazione che fu letta dalla sua segretaria durante una manifestazione di massa che si svolse intorno alla sua casa, chiamata dalla gente, “Bayt al-Umma” (la Casa della Nazione)..“Se la forza bruta inglese ha arrestato Saad e la sua lingua, allora sua moglie e compagna di vita sta facendo testimoniare a Dio e alla patria che sostituirà il suo grande marito… e che si considera una madre per tutti coloro che sono usciti per affrontare i proiettili per amore della libertà". Il 16 marzo 1919 Hamida Khalil fu la prima di sei donne egiziane uccise dai soldati britannicimentre protestavano contro il colonialismo. Il 16 marzo segna, ancori oggi, la data della ricorrenza della donna egiziana.Hamida Khalil incita contro i soldati inglesi.
Kamila Khalil era una ragazza rivoluzionaria del quartiere Gamaleya al Cairo e cadde colpita dai proiettili inglesi mentre partecipava in prima fila durante la manifestazione davanti alla moschea di Al-Hussein e vicino alla casa di Safiya Zaghloul.Gridava con i manifestanti la rabbia contro la continua occupazione britannica:Saad..Saad… lunga vita a Saad…lunga vita alla mezzaluna con la croce…(Saad era il leader del partito Wafd, marito di Safiya Zaghloul)Nessuno conosceva il suo nome ed era una delle 300 donne che parteciparono alla manifestazione. Donne che avevano deciso di uscire dal perenne silenzio, di resistere alle tradizioni e ai divieti, per dichiarare la verità. Erano guidate da Safiya Zaghloul e da Huda Shaarawy. Huda Shaarawy fu una delle figure femministe egiziane più famose di tutti i tempi, insieme a Durriya Shafiq, Safia Zaghloul ed Ester Fanous. Sha'arawi fu la fondatrice dell'Unione femminista egiziana. Nel 1919, Sha'arawi contribuì all’organizzazione di una delle più grandi proteste anti-britanniche delle donne di tutti i tempi. Dopo aver partecipato al Congresso dell'Alleanza internazionale per il suffragio femminile a Roma, Sha'arawi prese la decisione consapevole di togliersi il velo dal viso, un atto che sarebbe passato alla storia come uno dei momenti più decisivi della resistenza femminista in Egitto.Huda Shaarawi aveva fondato l'Egyptian Political Union Group ed aiutò le donne a partecipare alla vita pratica e a prendersi cura dei propri figli istituendo asili nido per bambini.Chiese l'istituzione di cliniche mediche per i poveri e ricevette una serie di onorificenze internazionali.Fu la prima donna a rivendicareIl diritto delle donne a partecipare alla vita politica e, con grande coraggio, portò avanti il processo di liberazione delle donne e il loro diritto all'istruzione, schierandosi a favore dell’emanazione di una legge per specificare l'età del matrimonio per le ragazze.
Shaarawi fu un membro fondatore dell '"Unione delle donne arabe" e presidente nel 1935.Nel 1944 tenne la Conferenza delle donne arabe alla presenza di delegati di diversi paesi arabi.Nel 1921, mentre gli egiziani stavano ricevendo Saad Zaghloul, Hoda Shaarawi si tolse pubblicamente il niqab davanti al popolo e lo calpestò con i piedi insieme alla sua collega Siza Nabrawi. Il suo comportamento fu applaudito da una folla di donne e tutte ti tolsero i niqab.Huda scrisse nelle sue memorie:“Abbiamo sollevato il niqab e io, la mia segretaria Siza Nabarawi, e abbiamo letto Al-Fatihah, poi siamo saliti sui gradini del piroscafo, con i nostri volti scoperti, e ci siamo voltati per vedere l'effetto del volto che sembrava svelarsi per la prima volta tra la folla, e non ci faceva alcun effetto, perché tutta la gente si stava dirigendo verso Saad, desiderosa di vederlo”.Morì dopo una grande lotta per le donne, il 12 dicembre 1947 .
Il racconto di Nazli continua…Il fidanzato della Nazli fu esiliato assieme allo zio e il rapporto d’amore svanì.Il sultano d’Egitto Fuad I vide per la prima volta Nazli ad uno spettacolo del Teatro dell’Opera del Cairo.Il principe Faud aveva alle spalle un matrimonio fallito con la principessa Shewelkar, nipote di Ibrahim Pasha.
Shivakiar Ibrahim ( شويكار الأميرة )
(Scutari, 25 ottobre 1876 – Il Cairo, 17 febbraio 1947)
Figlia del principe Ibrahim Fahmi Ahmad Pascià e della sua prima moglie,
Vijdan Navjuvan Khanum.
Figlia del principe Ibrahim Fahmi Ahmad Pascià e della sua prima moglie,
Vijdan Navjuvan Khanum.
Nel 1896 sposò in prime nozze il cugino, il principe Fu’ad (Fuad I) che in seguito sarebbe diventatoil re d’Egitto. Il principe era cugino di primo grado del padre della moglie. Il matrimonio si rilevòinfelice. Nel corso di un litigio, il principe Fu’ad venne colpito alla gola da un colpo di pistolasparato dal cognato (Shahzadeh Ahmed Saif al-Din).Riuscì a sopravvivere ma portò il segno della cicatrice per tutta la vita.Dal matrimonio due figli/e: Isma’il e Fawkia.Il matrimonio si rilevò infelice e la coppia divorziò nel 1898.La principessa si risposò nel 1900 con Abdul Rauf Sabit Bey, un ufficiale di marina ottomano con ilquale ebbe due figli. Altro divorzio nel 1903. Si risposò nel 1904, come seconda moglie, con Saifullah Yusri Pasha, con il quale ebbe due figli: Vahid Yusri Pasha e Lufthia Khanoum.Questo matrimonio durò fino al 1916. Tra il 1917 ed il 1925 si sposò con Muhammad Salim Khalil Bey Demirkan con il quale ebbe un ultimo figlio. Infine un ultimo matrimonio nel 1927 con Llhamy Hussein Psha.Tra il 1920 ed il 1940 Shivakiar Hamin si dedicò ad opere di beneficenza ed ai diritti delle donne.Fu la presidente dell’associazione di beneficenza Muhemmad Ali e dell’associazione femminile “Mara al- Guedida” (La Nuova Donna). La principessa scrisse nel 1930 circa, tre libri che furono pubblicati in lingua francese:Mon pays: la renovation de l'Egypte, Mohammed Ali (Il mio paese: la rinascita dell'Egitto, Mehmet Ali), Ne-Ouser-Ra (il faraone Ne-Ouser-Ra) e Sa petite esclave (La sua piccola schiava).Morì il 17 febbraio nel suo palazzo Al-Kasr al-Aali e fu sepolta a Bab al-Khalk, nellanecropoli Qarafa del Cairo.
Il principe aveva ben 26 anni più di lei e alla fine, il 24 maggio 1919, si sposarono nel Palazzo Bustan al Cairo.Come mai il principe Fuad cambiò idea nell’abbandonare il celibato dopo il primo matrimonio?Aveva l’obiettivo di avere un figlio che dopo di lui avrebbe ereditato il trono del regno. Aveva avuto solo un figlio dalla sua prima moglie Shewelkar.La principessa si trasferì all’haramlek (un luogo dove solo le donne potevano avere accesso) nel palazzo Abbasiya.Nazii fu subito messa sotto pressione dal marito per avere un figlio e fu anche minacciata che sarebbe stata confinata per sempre nell’haramlek se non avesse dato alla luce un bambino.L’11 febbraio 1920 nacque Farouk I, principe ereditario e a Nazli fu concesso di spostarsi al Palazzo Qubba (Koubbeh), residenza reale ufficiale di suo marito.
La regina Nazli si considerava di gran lunga superiore a re Fouad e più informata di lui,poiché è laureata in istituti ed università Francesi, padroneggia in diverse lingue mentre
Da sinistra a destra:
la principessa Faiza, la principessa Faika, la principessa Fawzia e il principe Farouk
https://eurohistoryjournal.blogspot.com/2021/11/100-years-since-birth-of-princess.html
la principessa Faiza, la principessa Faika, la principessa Fawzia e il principe Farouk
https://eurohistoryjournal.blogspot.com/2021/11/100-years-since-birth-of-princess.html
La vita di palazzo non era gradita alla regina e neanche i titoli che le furono dati.Era prigioniera nell’immenso palazzo e non c’era nulla che l’avvicinava a suo marito.Nazli di lamentò diverse volte con il re perché l’ignorava e molte volte fu trattata anche con asprezza e violenza. Spesso fu insultata ed anche picchiata.La sua vita era di completa reclusione nel palazzo… poteva assistere a spettacoli d’opera, manifestazioni floreali ed altri eventi culturali per sole donne.Una donna istruita, emancipata in contrapposizione alla donna egiziana dell’epoca e non poteva non considerare questa esperienza matrimoniale come soffocante.Ogni volta che la coppia litigava veniva schiaffeggiata dal marito e confinata con il suo seguito per molte settimane nel palazzo. Voci di palazzo affermarono anche come la regina Nazli tentò il suicidio con un’over dose di aspirina.Accompagnò il re nel suo viaggio in Europa nel 1927 e fu molto festeggiata in Francia anche per i suoi antenati francesi. Nell’inaugurazione del Parlamento egiziano del 1924 fu tra i partecipanti reali alla cerimonia d’apertura ma venne confinata in una sezione speciale della galleria destinata agli ospiti.
Il marito le impediva di esercitare qualsiasi dovere reale e limitò moltissimo le sue attività ai soli ricevimenti delle donne all’interno dei palazzi e questo in un momento in cui aspirava ad un ruolo sociale molto più ampio simile a quello delle regine europee.Il sovrano provava per la moglie un atteggiamento misto di gelosia e d’invidia, quanto di più terribile ci possa essere nel comportamento umano. A questo atteggiamento si aggiungeva la consapevolezza della grande eloquenza e classe della moglie che destava tanta ammirazione negli stranieri. La regina d’Afghanistan Soraya Tarzi incontrò probabilmente la regina d’Egitto Sabri Nazli in questo periodo così tragico della sua vita e non gli sarà sfuggito il suo sguardo spento o magari forzato in un’illusoria felicità. Mentre il marito Amanullah Khan era in visita con Fuad I , le due regine avranno sicuramente conversato a lungo magari scambiandosi i loro problemi. I filmati sulla visita di Amanullah Khan non mostrano mai l’immagine della regina Soraya, il sovranoafghano appare sempre da solo.Soraya era molto vicino ai problemi delle donne afghane costituiti da solitudine, dominio psicologico della figura maschile, emarginazione dalla vita. Problemi che la regina Nazli, malgrado il suo titolo e la figura di madre, stava vivendo e la regina Soraya fu in grado di percepirli anche attraverso lo sguardo e la lettura negli occhi. Uno sguardo, quella della regina Nazlii, che si spegneva di giorno in giorno.La regina Soraya si trovò di fronte ad una donna che stava vivendo un terribile dramma acuito anche dal comportamento del marito, spesso molto volgare, e soprattutto violento. Una donna completamente annullata nel suo mondo interiore e culturale. Certo la regina Soraya non avrebbe potuto mai immaginare la fine che avrebbe fatto la regina Nazli.
Il re Fouad morì il 28 aprile 1936 e si dice come la regina Nazii non abbia versato una sola lacrima. La regina aveva 42 anni quando rimase vedova e diventò quindi “Regina Madre” svolgendo un ruolo importante nell’ascesa al trono del figlio Farouk.Farouk alla morte del padre non aveva raggiunto l’età legale che gli avrebbe consentito di ricevere tutti i suoi poteri legittimi.La regina nominò un comitato di tutela sul figlio che era guidato dal più importante aspirante a governare nell’epoca, il principe Muhammad Alì Tawfiq..Si stabilì con l’iman Al-Maraghi che l’età di Farouk fosse calcolata secondo il Calendario Hijri. Questo avrebbe consentito a Farouk di disporre del suo denaro all’età di 15 anni assumendo anche il governo del paese. L’età di 15 anni corrispondeva ai 17 anni gregoriani e ai 18 anni secondo il calendario Hijri.
Il figlio rimproverava alla madre la relazione con il famoso esploratore e spadaccino della corte Ahmed Hassanein Pasha. Un personaggio importante alla corte egizia e le voci del tempo parlarono di una relazione di quasi nove anni. Hassanein era un cortigiano, diplomatico, politico ed esploratore geografico.
Era stato anche tutore, capo del Diwan e ciambellano di Farouk. Rappresentò l’Egitto alle Olimpiadi estive del 1924 nella scherma (fioretto e spada).Le sue esplorazioni furono pubblicate sul National Geographic Magazine e gli permisero di essere insignito del titolo di Bey (titolo onorifico) della Founder’s Medal della British RoyalGeographical Society nel 1924.La sua vita fu caratterizzata da tante relazioni. Nel 1926 aveva sposato la principessa Latifa, figliadella principessa Shivakiar Khanum Effendi, la prima ex moglie del Fuad I.Il matrimonio non durò a lungo a causa della sua relazione con la regina Nazli che sposòsegretamente per un paio d’anni dal 1943 al 1946.
La regina Nazli fu molto turbata da questa relazione e approfittando della sua influenzagovernativa, espulse dall’Egitto l’Asmahan.L’Asmahan era una cantante molto famosa e la decisione della regina madre avrebbe fattodiscutere creando anche dei problemi al re Farouk.Il giornalista Muhammad Al-Tab’i, molto vicino alla famiglia reale, riuscì a convincere laregina Nazli a revocare la sua decisione permettendo alla cantante siriana di rientrare inEgitto.
Nessuno sa quale donna amasse veramente Hassanein ma sarebbe opinione diffusa che sposò la Nazli solo per tenerla lontana dagli scandali dato che era la Regina Madre.. La donna provava un grande amore e non poteva accettare un triste verità che l’amore del suo compagno di vita fosse solo un’avventura. Mise in pericolo il trono del figlio che non poteva accettare la visione di sua madre seduta nella Royal Suite con l’Hassanein di notte. Faraouk non approvava il comportamento di sua madre che gli aveva nascosto anche il suo matrimonio segreto di cui venne a conoscenza solo dopo l’improvvisa morte dell’Hassanein. Veniva colpita l’immagine del re davanti al popolo egiziano. Il matrimonio segreto era legato alla frustrazione della donna, alla sua mancanza di libertà come membro della famiglia reale e dal fatto che non poteva sposare l’uomo che amava. A questo aspetto si contrapponeva quellodel figlio Farouk deluso dal desiderio della madre di risposarsi perché vedeva in quest’atto iltradimento del ricordo del padre.Tutto finì con la morte di Ahmed Hassanein Pasha in un incidente d’auto.L’incidente avvenne con un veicolo militare britannico vicino al ponte Qasr En Nil al Cairoil 19 febbraio 1946.
La regina Nazli impazzì dal dolore e pensò che dietro l’incidente ci fosse la mano di suo figlio. Per tragico gioco del destino incominciò la caduta politica del sovrano Farouk. Prima con il divorzio da sua moglie Farida nel 1948 malgrado i suggerimenti dei suoi consiglieri e le ripetute sconfitte politiche.Nazli lasciò l’Egitto nel 1946 per recarsi negli Stati Uniti per curare un disturbo ai reni.
In realtà da indagini la regina Nazli, dopo la definitiva rottura con il figlio Farouk, lasciò l’Egitto con la principessa Fathiya, allora quindicenne, e non si recò negli USA ma a Marsiglia dove conobbe Riad Ghali.Un personaggio per certi versi controverso che sfruttò abilmente l’opportunità che la vita gli stava offrendo. Un noto personaggio politico disse che leOpportunità nascono dalle circostanze che la vita ti offre.Era nato a Shubra ( l’11 febbraio 1919) in Egitto da una famiglia copta ortodossa ( figlio di Beshay Ghali e Mina Ghalila). Era un impiegato del consolato egiziano a Marsiglia ma soprattutto era un uomo dedito al gioco d’azzardo.Nel 1946 il Ghali e la Nazli s’incontrarono e riuscì ad entrare nelle simpatie della regina tanto da essere nominato dalla donna suo consigliere reale.Accompagnò le donne in un lungo viaggio in Francia, Svizzera ed Inghilterra.
Nel 1948 si recarono negli Stati Uniti. La regina Nazli doveva sottoporsi ad un intervento chirurgico e rimase negli Usa anche dopo la convalescenza malgrado le richieste del figlio di tornare assieme alla figlia in Egitto. Sembra che il quel momento sia nata una relazione amorosa tra Riyad e la principessa Fathiya. Una relazione complicata perché, come riportarono le cronache d’allora, anche la regina Nazli era coinvolta in una relazione amorosa con lo stesso Riyad. Sembra che la relazione tra Riyad e Fathiya sia stato favorito dalla madre della ragazza.Riyad tuttavia affermò di non avere avuto alcuna relazione romantica con la regina Nazli e di averamato solo Fathiya.
Il re Farouk cercò in tutti i modi di convincere la madre e la sorella a tornare in Egitto.
il re Farouk
Il re era infatti contrario al rapporto tra Riyad e Fathiya anche perché fu informato della particolare posizione della madre che era probabilmente coinvolta in un rapporto romantico con lo stessoRuyad. Alla fine ignorando i divieti di Farouk e la proposta dello stesso sovrano di fare sposareFathiya con un corteggiatore da lui scelto, i due si sposarono il 25 aprile 1950, con rito civile,al Fairmont Hotel di San Francisco.
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Fathiya aveva 20 anni mentre Riyad 31 anni. Ma la differenza più importante era che lo sposo era cristiano copto mentre la moglie era musulmana.Il re Farouk, preso dall’ira, l’1 agosto 1950 privò la regina Nazli e la sorella Fathiya di qualsiasititolo (“Regina madre”), distinzione diritto reale, oltre a privarli dei loro beni mobili ed immobili.
Subito dopo il matrimonio lo stesso sovrano Farouk dichiarò Riyad “invalido, cioè nelle“capacità di non intendere e volere” ed ordinò a Nazli e Fathiya di ritornare in Egitto in“un termine massimo di 60 giorni”.La risposta dell’ex “regina madre” fu perentoria e fu riportata con clamore dai giornaliamericani;"Non lascerò San Francisco finché non sarò pronto!" e "Nessuno ha influenza su di me o sulla mia vita. Se pensi che dovrei fare qualcosa, lo faccio!" La risposta destò molta irritazione sia nel sovrano che nella popolazione egiziana.Alla fine il decreto sulla privazione dei titoli e dei beni nei confronti di Nazli e diFathiya fu pubblicato l’8 agosto 1950.
Nel 1955 la Nazli acquistò, per circa 63.000 dollari, una villa di 28 stanze a Beverly Hills.Nella villa viveva con la figlia Fathiya, con il genero e i loro due figli, conducendo un’attivavita sociale ma fece un errore che pagherà a carissimo prezzo.Diede al genero Riad Ghali una procura generale per gestire i suoi risparmi. Il genero sperperò il denaro in cattivi investimenti e forse dedicandosi anche al gioco d’azzardo.Nel 1965 si recò a Roma per partecipare al funerale del figlio Farouk.
Il genero sperperò i risparmi della Nazli in cattivi investimenti e a delineare il momento difficile, la figlia Fathiya divorziò dal marito nel 1965.La Nazli a causa delle sue ristrettezze economiche, si trasferì in un piccolo appartamento a Westwood, Los Angeles. Qui fu raggiunta dalla figlia Fathiya che si era trasferita temporaneamente alle Hawaii. Riyad smise di pagare il mantenimento dei figli alla sua ex moglie nel 1972 e l’ex principessa Fathiya fu quindi costretta a lavorare come domestica. Nel 1974 dichiarò bancarotta e per fare fronte ai debiti nel 1975 la Nazii inviò all’asta da Sothebys i suoi gioielli più importanti tra cui una magnifica tiara “art déco” (720 diamanti del peso di 274 carati) e una collana abbinata commissionata nel 1938 da Van Cleef & Arpels.Preziosi che furono venduti rispettivamente per 127.500 e 140.000 dollari.Nonostante queste vendite sia la Nazii che la Fathiya finirono nel tribunale fallimentare.
Anche i gioielli di Fathiya furono messi all’asta per fare fronte ai debiti.Nel 1976 il presidente dell’Egitto, Anwar Al Sadat, rispose in modo affermativo alla richiesta dell’ex regina Nazli di avere riavere i passaporti per il loro rientro in Egitto.Fathiya progettò un suo ritorno in Egitto nel periodo natalizio, gennaio 1977. Con l’aiuto di alcuni suoi estimatori avrebbe aperto una società di importazione, agenzia società di pubbliche relazioni,Il 6 dicembre 1976, Riyad Ghali entrò nel modesto appartamento, che Fathiya condivideva con la madre a Los Angeles, e la uccise con cinque colpi di pistola (di cui quattro in faccia).
La donna era sola in casa e subito dopo l’omicidio l’assassino tentò il suicidio.Rimase in vita sopravvivendo alle ferite riportate anche se rimase cieco e paralitico.Fu condannato a 15 anni di carcere e morì, il 12 luglio 1987, tre anni prima della fine dellasua carcerazione.Fathiya fu sepolta all’Holy Cross Cemetery, un cimitero cattolico di Culver City in California.
I rapporti di Nazli con il figlio Farouk erano uguali a quelli della relazione con il marito e
questo provocò un terribile allontanamento tra madre e figlio.
Un'immagine della Regina Madre, Nazli Sabri, e della Regina Farida, con il Re Farouk I, e dietro, la Principessa Effat Hassan, capo della Fondazione Muhammad Ali
https://www.facebook.com/royalstory.page/?locale=ar_AR
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La collana art déco della regina Nazli riapparve a una svendita di Sotheby's
nel dicembre 2015.
New York--Una collana Van Cleef & Arpels in platino e diamanti indossata dalla regina Nazli d'Egitto è stata venduta mercoledì a New York per 4,3 milioni di dollari, poco meno dei 4,6 milioni di dollari previsti da Sotheby's per il pezzo.
Realizzata nel 1939, la collana Art Déco è incastonata con più di 600 diamanti rotondi e baguette disposti in un motivo a raggiera. La regina ha commissionato la collana, così come una tiara abbinata, per la cerimonia nuziale di sua figlia. Sebbene la collana fosse un pezzo di spicco nella vendita di Sotheby's Magnificent Jewels, che ha fruttato un totale di 52,2 milioni di dollari, non è stato il top lot dell'asta. Venduto per 5,1 milioni di dollari, il momento clou dell'asta è stato uno zaffiro cabochon pan di zucchero taglio cuscino da 25,87 carati, affiancato da due diamanti taglio proiettile e incastonato in un anello di platino.Dopo l'anello di zaffiro e la collana della regina Nazli c'erano un paio di impressionanti anelli di diamanti. Il primo era un diamante quadrato taglio smeraldo da 38,27 carati, affiancato da diamanti baguette affusolati e incastonato in platino. Un acquirente ha pagato più di $ 4 milioni per l'anello. Il successivo lotto di maggior incasso dell'asta è stato un diamante taglio smeraldo da 26,44 carati affiancato da due diamanti taglio trapezio, che ha raccolto poco più di 2 milioni di dollari.
https://nationaljeweler.com/articles/8052-queen-s-necklace-sells-for-4-3m
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LA VISITA IN ITALIA
questo provocò un terribile allontanamento tra madre e figlio.
Un'immagine della Regina Madre, Nazli Sabri, e della Regina Farida, con il Re Farouk I, e dietro, la Principessa Effat Hassan, capo della Fondazione Muhammad Ali
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LA VISITA IN ITALIA
Come mai il re Amanullah Khan e la regina Soraya Tarzi vennero in Italia?Erano in atto da tempo dei rapporti diplomatici tra i due Stati?I rapporti tra Afghanistan ed Italia furono saltuari, rispetto ad altri Stati europei come Germania, Gran Bretagna, Francia, Turchia e URSS. Anche la documentazione storica è quasi assente e questo dimostrerebbe una relazione piuttosto incostante soprattutto dopo lasalita al potere di Benito Mussolini nel 1926.Prima degli anni ’20 in Italia c’era una visione completamente sconosciutadell’Afghanistan.Fu solo quando il sovrano Amanullah Khan dichiarò l’Indipendenza dagli Inglesi che loStato entrò con chiara evidenza nello scenario internazionale e quindi anche Roma s’accorse dell’Afghanistan in via di sviluppo posto nell’Asia Centrale.Le prime relazioni tra i due Stati si verificarono nel 1921.I sovrani Afghani avevano una chiara visione del futuro del loro paese basato sullo sviluppo sociale, culturale, economico ed anche legato a rapporti internazionali con le maggiori potenze del mondo.I rapporti con le potenze internazionali avrebbero permesso all’Afghanistan di venire a conoscenza di tecnologie, aspetti sociali che, filtrati con le loro tradizioni storiche, avrebbero aiutato il paese nel suo percorso verso la modernizzazione.Ciò è dimostrato dai viaggi che i due sovrani fecero nelle capitali europee. Il viaggio in Italia aveva d’altra parte dei risvolti non solo politici ma anche commerciali perché permetteva ai sovrani afghani la conoscenza di importanti realtà legate alle industrie militari, meccaniche, tessili, ecc .Per la regina Soraya c’era anche il venire a contatto con la realtà storica Italiana così ricca di storia e con il patrimonio storico più importante del mondo.La nascita dei rapporti diplomatici con l’Italia fu forse dovuta al caso.L’ambasciatore Afghano, Mohammed Wali Khan, incontrò a Varsavia il ministro plenipotenziario (agente diplomatico di rango immediatamente inferiore all'ambasciatore) in Polonia, Francesco Tommasini.
Shah Muhammad Wali Khan Darwazi (a destra), Shah Amanullah Khan (al centro),
Mahmud Tarzi (a sinistra) e alcuni membri di alto rango del governo dell'epoca;
in uno dei banchetti tenuti a Majal Arg
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Tra i due funzionari diplomatici nacque una cordiale comunicazione che finì conil destare nell’ambasciatore afghano una certa curiosità nei confronti dell’Italia. In realtà il sovrano Amanullah Khan conosceva l’Italia grazie al gruppo “Giovani Turchi”. Il gruppo “Giovani Turchi” faceva riferimento agli appartenenti ad un movimento politico nato verso la fine del XIX secolo (noto prima come “Giovani ottomani”) e affermatosi nell’Impero Ottomano. S’ispirava alla mazziniana “Giovane Italia” e si costituì con l’obiettivo di trasformare l’impero, allora autocratico e inefficiente, in una monarchia costituzionale, con un esercito modernamente addestrato ed equipaggiato.Questo Gruppo era stato seguito con grande interesse da parte del sovrano afghano e capì subito come l’Italia poteva essere un alleato vantaggioso anche per consolidare la sua posizione politica estera. L’ambasciatore afgano Mohammed Wali propose al Tommasini un rapporto politico ed economico tra i due paesi e questa proposta procurò nel funzionario diplomatico italiano una certa curiosità.Il diplomatico italiano si pose la domanda: quali sarebbero stati i vantaggi di questa relazione? Solo vantaggi politici?Il funzionario italiano si mise subito in contatto con Roma per spiegare le intenzioni del nuovo governo afghano. L’ambasciatore afghano, per dimostrare la serietà della proposta, consegnò al funzionario italiano i documenti riguardanti il Trattato di Rawalpindi e di quelli che seguirono, le credenziali da consegnare direttamente al governo italiano e al Re d’Italia, Vittorio Emanuele III.Riferì che sia lui che il sovrano Amanullah Khan, erano disposti a recarsi in Italia per una visita diplomatica, per un doveroso incontro ufficiale con l’obiettivo di spiegare a voce il programma di sviluppo avviato dal sovrano ( in carica dal 1919 al 1929). Capo del governo italiano era Giovanni Giolitti (Governo V) e come Ministro degli Esteri Carlo Sforza (Indipendente) che in precedenza aveva ricoperto l’incarico di Alto Commissario a Costantinopoli fra il 1918 ed il 1919.
Il ministro Carlo Sforza aveva una grande esperienza di politica estera e le sue relazioni erano legate ad un obiettivo ben preciso: la messa in atto di un piano di politica estera molto organizzato e molto esteso, valicando i confini europei per spingersi sino al mondo asiatico.Carlo Sforza appoggiò i “Giovani Turchi” per l’Indipendenza della Turchia. Certo non poteva sapere che alcuni dirigenti del movimento, tra il 1915 ed il 1919, si sarebbero macchiati del terribile genocidio dei fratelli Armeni con la morte di oltre 1,5 milioni di Armeni.
Il ministro degli Esteri Sforza decise di ricambiare l’interessamento di Amanullah Khan e affermò che era disponibile a stringere con l’Afghanistan dei legami diplomatici e politici.Tra Roma e Kabul sorse un rapporto cordiale ma non era una semplice amicizia diplomatica.Il sovrano dell’Afghanistan aveva dei validi motivi per stringere un rapporto diplomatico con l’Italia.Il primo obiettivo del sovrano afghano era l’aeronautica militare. In Afghanistan l’aviazione era pressoché assente e la prima volta che il sovrano vide un attacco aereo fu quello condotto dagli aerei inglesi sulla città afghana di Jalalabad nella guerra del 1919. Quindi il sovrano capì l’importanza strategica dell’aereonautica nella difesa di un paese da attacchi esterni. Amanullah si rivolse proprio a quei Paesi meno raccomandabili per l’epoca. Sapeva bene che da loro avrebbe potuto avere degli aiuti militari: Germania, Italia, URSS.Come prima azione il ministro italiano invitò la missione afgana in Italia e nel maggio 1921 l’ambasciatore Mohammed Wali Khan arrivò a Roma.Incontrò dapprima il ministro Sforza e in seguito fu accolto anche da Re Vittorio Emanuele III. I due funzionari diedero inizio ad un intenso processo di negoziazioni per raggiungereun favorevole patto di amicizia per entrambi. I diplomatici italiani fecero visitare all’ambasciatore afghano, le aziende ed i porti aeronautici più importanti d’Italia. Visitò l’aeroporto di Centocelle (vicino Roma) e le installazioni della Cooperativa Nazionale Aeronautica dove si svolse uno spettacolo della potenza aerea italiana.
Campo della Cooperativa Nazionale AeronauticaLe relazioni dell’ambasciatore afghano non potevano non destare ammirazione nel sovrano Amanullah Khan. Il sovrano strinse dei rapporti con la grande azienda aeronautica Caproni di Milano.
Azienda Aeronautica Caproni di Milano.Anni 1930/1940
Date di esistenza:Data Istituzione/Costituzione: 1910Data di Soppressione/Cessazione: 1950https://archiviostorico.fondazionefiera.it/entita/736-caproni
L’Italia fu quindi il primo Stato occidentale a stipulare, il tre giugno 1921, un accordo per lo scambio di missioni diplomatiche permanenti con il nuovo Afghanistan indipendente.Un accordo che si articolava nella stipula di un trattato di commercio, di programmi di assistenza tecnico-economica e di penetrazione culturale e commerciale.Nel 1922 lo stato italiano e il sovrano dell’Afghanistan firmarono un contratto per l’invio di due ricognitori che avrebbero dovuto raggiungere via mare Bombay e poi Kabul via terra. Gli aerei arrivarono a destinazione ma erano stati sabotati….. sabotati da chi? Ci fu un operazione britannica che colpì gli aerei appena sbarcarono a Bombay. Caproni Ca.53 Primo volo 1918
Prima dell’Italia l’Afghanistan aveva avuto dei contatti diplomatici solo con due Stati: con la URSS che riconobbe l’indipendenza dell’Afghanistan il 28 febbraio 1921 e con la Turchia che riconobbe l’indipendenza l’uno marzo dello stesso anno.Sforza e Wali Khan avviarono una cooperazione economica e tecnica tra i due paesi e auspicarono il raggiungimento di accordi bilaterali vantaggiosi per entrambi gli stati. Lasoluzione finale fu realizzata con due trattati di alleanza del 3 giugno 1921.I trattatati erano due semplici documenti, costituiti da una sola pagina, che furono redatti in italiano ed in inglese. Si cercò di realizzarli anche il lingua dari, la lingua afghana, ma i diplomatici non riuscirono a trovare un linguista in grado di tradurre i documenti ufficiali.Il primo patto stabiliva una cooperazione tecnica ed economica tra Kabul e Roma e prevedeva, nei messi successivi, l’invio di una missione commerciale italiana in Afghanistan. Questa delegazione avrebbe firmato un nuovo trattato commerciale una volta giunta nel paese.I diplomatici italiani rimasero affascinati dai costumi e dagli usi del corpo diplomatico afghano. L’Italia aveva come obiettivo lo studio di ogni singolo aspetto del paese asiatico per avere un possibile beneficio economico.Il secondo patto dichiarò l’avvenuta realizzazione di rapporti diplomatici bilaterali tra i due paesi e la futura instaurazione di una rappresentanza diplomatica permanente a Roma ed una a Kabul.L’Italia fu colpita dall’eccezionale ed unica concessione di mandare e mantenerestabilmente un cappellano cristiano nella Legazione italiana a Kabul.I due rappresentanti ufficiali prescelti, a Roma e a Kabul, furono rispettivamente Sher Ahmad e Gaetano Paternò, quest’ultimo precedentemente console a Damasco e considerato uno dei migliori esperti d’Oriente al Ministero degli Affari Esteri italiano.L’Italia, con questi trattati, confermò di essere uno dei primi Stati a riconoscerel’indipendenza dell’Afghanistan e cominciò ad essere considerato un “paese amico” malgrado le avversità che nasceranno.Per l’autore di questa ricerca, nato a Catania, è un grande onore sapere come l’Afghanistan abbia avuto come ambasciatore nel 1922 un Catanese:Gaetano Paternò e Paternò Castello, marchese dei Marchesi di Manchi di Bilici,noto anche come Gaetano Paternò di Manchi di Bilici(Catania, 9 novembre 1879 – Roma, 5 agosto 1949)
La nascita di questi trattati tra Afghanistan ed Italia passarono quasi inosservati presso gli inglesi.Lord Curzon, Segretario degli Affari esteri inglesi, era in quel momento molto coinvolto nel trattato di pace con l’Afghanistan soprattutto dopo la sconfitta inglese nella terza guerra anglo-afghana.L’impero britannico riconobbe l’indipendenza afghana e nello stesso tempo mostrò una certa determinazione nel mantenere lontano ogni paese dall’Afghanistan che considerava sempre come facente parte dell’Impero britannico.L’Afghanistan non doveva avere rapporti internazionali… data anche la sua vicinanza all’India.Gli inglesi, una volta constatato l’avvio dei rapporti tra Italia ed Afghanistan, cercarono di persuadere l’Italia nel proseguire la sua relazione con Kabul, ma lo sviluppo del legame tra le due capitali era ormai già avviato. Lord Curzon accusò anche l’Italiadi aver avuto rapporti con i Kemalisti turchi e che il Conte Sforza stava mettendo in atto una politica ostile alla Gran Bretagna.(il Kemalismo era un movimento ideologico legato alla lotta di liberazione dei popoli della Turchia da parte del Movimento Nazionale Turco. Movimento che era guidato dal grande generale Mustafa Kemal Ataturk che nel 1923 portò alla fondazione della moderna Repubblica di Turchia e che proseguì con la riforma dello Stato e della società turca).Nel 1920 l’impero britannico cercava di concludere il trattato di Sèvres e nel frattempo il Conte Sforza firmò in segreto un accordo con i Kemalisti per la fornitura di attrezzature militari.Il trattato di Sèvres fu firmato, il 10 agosto 1920, tra le potenze alleate della prima guerra mondiale e l’Impero Ottomano. Il trattato non fu ratificato per l’opposizione dei nazionalisti turchi e fu sostituito dal trattato di Losanna del 1923. Nel trattato di Sevres l’Impero Ottomano si sarebbe ridotto ad un modesto Stato entro i limiti della penisola anatolica, privato di tutti gli stati arabi e della sovranità sugli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Il trattato dava ampie tutele per le minoranze presenti in Turchia e nei suoi articoli 62-64 garantiva ai Curdi la possibilità di ottenere l’indipendenza all’interno di uno Stato e i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione della Società delle Nazioni designata per la questione.Medio Oriente- veniva assicurata l’indipendenza alla prima Repubblica di Armenia (Armenia di Wilson) e al Regno dell’Hegiaz. L'Impero dovrà riconoscere la repubblica armena; il confine fra i due stati sarà deciso dal presidente degli Stati Uniti (Wilson il 22 novembre 1920 deciderà di cedere agli armeni Trebisonda, Erzurum e Van). Per il Kurdistan di decise di effettuare un referendum per deciderne il destino.- Il Regno Unito acquisiva l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina. Territori che gli furono assegnati come “mandato” della Società delle Nazioni.- La Francia acquisiva il Libano e la Siria, anche questi territori assegnati come “mandato” della Società delle Nazioni.Anatolia- Alla Grecia venivano assegnate la città di Smirne, gran parte della Tracia ed una parte dell’Anatolia Occidentale;- All’Italia il possesso del Dodecaneso (occupate fin dalla guerra italo-truca del 1911-1912, nonostante il trattato di Ouchy prevedesse la restituzione delle isole all’Impero Ottomano); gran parte dell’Anatolia meridionale e centro-orientale (costa mediterranea e l’entroterra della Turchia) furono dichiarate zone d’influenza italiana;- All’Armenia gran parte dell’ex Caucaso ottomano, incluse regioni nelle quali ormai non c’era una presenza significativa di popolazione armena, dopo i massacri etnici e le deportazioni a cui era stata sottoposta;- La Francia riceveva la Siria e le zone confinanti dell’Anatolia Sud-orientale. La Cilicia, il Kurdistan e gran parte dell’Anatolia centro-orientale vennero dichiarate zone di influenza francese;- Regno Unito riceveva una zona di influenza in Kurdistan in corrispondenza dei confini con l’Iraq.Istanbul, capitale dell’Impero Ottomano, finiva sotto il controllo britannico-franco-italiano.L'Impero, indipendentemente dalla distinzione religiosa e linguistica, dovrà dare uguali diritti a tutti i cittadini non musulmani deportati e restituire loro gli averi sequestratigli; le minoranze saranno libere di istituire scuole ed istituti religiosi a tutti i livelli.Il trattato di Sèvres fu duramente contestato dai nazionalisti turchi guidata da Mustafa Femal Pascia (Ataturk). I nazionalisti si ribellarono al governo imperiale di Istanbul e stabilirono un governo separatista ad Ankara. Durante la guerra d’indipendenza turca (1917 – 1923) riuscirono a resistere alle forze di Grecia, Francia ed Armenia e si assicurarono un territorio in gran parte uguale a quello odierno.Il trattato non fu ratificato dal Parlamento ottomano perché era stato abolito il 18 marzo 1920(il trattato fu firmato il 10 agosto 1920). Il trattato aveva ricevuto il sostegno del sultano Mehmed Vi ma, come abbiamo vito, fu contestato dai nazionalisti di Mustafa Kemal Pascià (Ataturk).Il movimento nazionalista turco fu riconosciuto dalla comunità internazionale nei seguenti trattati: il Trattato di Mosca del 16 marzo 1921con l’Unione Sovietica; il trattato di Ankara con la Francia che pose fine alla guerra franco-turca; il trattato di Alessandropoli e il trattato di Kars che fissarono i confini esterni.Il trattato non fu quindi riconosciuto e le potenze dovettero riunirsi per la stipula di un nuovo trattato, il Trattato di Losanna nel 1923 che sostituiva il Trattato di Sèvres.
Assurdo il comportamento della Gran Bretagna che mandò una missione diplomatica a Kabul per intimorire Amanullah con l’obiettivo di cancellare i rapporti stipulati con l’Italia.Rapporti tesi tra Afghanistan e Gran Bretagna. Fu nominato come responsabile dell’Impero Britannico Sir Henry Dobbs e si diede avvio alla missione che fu chiamata “missione Dobbs” e rivolta proprio all’Afghanistan.Sir Dobbs, grazie alla sua grande capacità comunicativa e di negoziazione, il 12 novembre 1921 firmò con il sovrano Amanullah un trattato di buon vicinato per ristabilire tra i due paesi i vecchi rapporti economici, politici, stabili e pacifici.Malgrado il Trattato “Dobbs” l’Italia continuò a mantenere dei buon rapporti con l’Afghanistan mostrando sempre più un crescente interesse verso il paese asiatico. Insomma l’Italia non si lasciò intimidire dal grande impero inglese e grazie anche all’impegno del ministro Sforza l’Italia continuò nello sviluppo di rapporti reciproci.La partenza della missione italiana era prevista per i primi giorni di giugno 1921, ma fu rimandata a causa delle forti pressioni politiche esercitate da parte della Gran Bretagna.Il ministro degli Esteri Sforza cercò di convincere i diplomatici inglesi che si trattava solo di un semplice incarico commerciale e non politico.Non ottenne nulla… gli inglesi non volevano che gli italiani giungessero a Kabul.Il sovrano afghano Amanullah s’adirò per il comportamento della Gran Bretagna. Malgrado l’Afghanistan fosse indipendente e libera c’era ancora nell’aria e nella società la mano pesante dell’Impero Britannico capace di influenzare e monopolizzare gli affari esterni di Kabul. Amanullah,, con grande coraggio, inviò un’altra missione in Italia.Voleva dimostrare come la Gran Bretagna non avesse più alcun potere sullo Stato afghano.Mohammed Wali Khan, era stato in visita in alcuni paesi europei e negli Stati Uniti, per cui nuovamente si recò a Roma in compagnia di Sher Ahmad, incaricato di rappresentare la prima missione diplomatica afghana in Italia. Il 9 novembre 1921 passò il confine italiano.
La visita di Mirza Sher Ahmad a Roma era importante e nello stesso tempo era un invito rivolto alla missione italiana per raggiungere l’Afghanistan. In realtà le motivazioni erano molteplici perché il governo afghano voleva contrastare le imposizioni britanniche e anche per dare una prova al popolo afghano come il paese era libero dopo la guerra del 1919.Il ministro degli esteri Carlo Sforza diede in quel periodo le dimissioni, avvenute il 4 luglio 1921, e il nuovo ministro fu Pietro Tomasi della Torretta. Sorse subito un problema nella politica estera italiana perché il nuovo Ministro degli esteri era chiaramente un filo-inglese.Sher Ahmad dovette quindi affrontare delle difficoltà per la stipula di un nuovo contratto commerciale che fu comunque siglato il 22 novembre 1921.Il nuovo ministro italiano fece passare del tempo prima di dare il suo benestare all’invio di una missione in Afghanistan. Il motivo di questo ritardo era legato al timore di vedere inserita l’Italia nella lista dei nemici del governo inglese. Il ministro si giustificò dicendo che la missione italiana sarebbe partita per l’Afghanistan una volta stipulato il trattato commerciale che, come abbiamo visto, fu redatto il 22 novembre 1921. La missione italiana partì per l’Afghanistan solo nel giugno 1922.Per permettere la partenza della missione italiana, il ministro plenipotenziario a Kabul, Paternò, si rivolse a due enti particolari: La Lega italiana che lavorava per la tutela degli interessi nazionali e l’I.N.C.I.L.E. (l’Istituto per la Colonizzazione e le Imprese deiLavoratori all’Estero).Grazie all’aiuto di questi due enti, dopo alcuni mesi di dialoghi e negoziazioni, il Paternò riuscì a formare una squadra di esperti destinati a Kabul.Erano esponenti del settore industriale ed economico interessati a trasferire le loro conoscenze nel mondo afghano. I loro obiettivi erano arricchiti dal desiderio e dalla curiosità di visitare l’Afghanistan, uno Stato ignoto, e cercare di capire le sue risorse naturali e quindi studiare le azioni vantaggiose per instaurare dei proficui commerci.La missione italiana partì da Brindisi il 3 giugno 1922 sulla nave “Ungaria” di Lloyd Triestino alla presenza del Paternò e del Toni, nominato segretario onorario della legazione italiana a Kabul.In base al vecchio Trattato Commerciale stipulato con l’ex Ministro degli Esteri Carlo Sforza la missione italiana avrebbe dovuto ottenere da Kabul:- concessioni minerarie;- costruzione di fabbriche italiane in Afghanistan;- aiutare l’Afghanistan nell’istituire la prima Banca di Stato. Questo punto sarebbe stato il primo passo per la successiva istituzione di una Banca italo-indiana in India, una base per permettere la penetrazione del personale italiano in Afghanistan e soprattutto nell’Asia Centrale.L’Afghanistan in cambio avrebbe dato assistenza all’arrivo agli esperti tecnici italiani in campo agricolo, tecnico e medico. Questo personale avrebbe lavorato alle dipendenze del governo afghano e avrebbero favorito lo sviluppo economico, industriale ed agricolo dell’emirato.Il gruppo italiano era formato da:- Marcariani, esperto finanziario della Banca di Roma;- Vanni, tecnico delle Ferrovie;- Un commerciante milanese;- Un rappresentante di alcune imprese edili;- Un ingegnerie minerario;- Romiti, medico e responsabile della Croce Rossa Italiana;- O. San Severino, inviato per la società Motogarelli;- Gino Scarpa, diplomatico che aveva il compito di analizzare la situazione economica dell’emirato afghano e dell’India settentrionale per definire le soluzioni da adottare.Quando la missione italiana raggiunse il confine afghano, fu accolta da una solennecerimonia, un saluto di “benvenuti” con grande entusiasmo. La sede della legazione italiana fu posta nel quartiere di Bagh-e-Ali Mordan e stranamente, dopo alcune settimane, quell’entusiasmo che avevano gli italiani svanì.
Si trovavano è vero in un ambiente eccitante, ricco di aspetti culturali, ma non avevano tenuto contro delle possibili difficoltà che avrebbero potuto incontrare nelle loro visite in un Paese molto complesso anche dal punto di vista storico.Il primo problema fu legato alla lingua dari. Nessuno conosceva la lingua e tanto meno gli afghani conoscevano la lingua italiana. Riuscire a farsi capire fu u subito una grave problema.Questo creò delle gravi difficoltà nell’esecuzione dei lavori e nel posto non c’erano interlocutori validi capaci di confrontarsi sul tema. Si trovarono subito a confronto due mondi completamente diversi e le culture differenti non favorirono certamente la nascita di una relazione costruttiva tra i vari gruppi di lavoro. Reimach, Vanni e Marcariani abbandonarono subito i loro progetti e lasciarono la delegazione subito dopo il loro arrivo perché non era possibile adempiere alle loro missioni.Nel frattempo giunse a Kabul il geologo Antonio Ferrari, Presidente della Federazione Mineraria dell’Alta Italia. Il suo obiettivo era quello di studiare le ricchezze minerarie del Paese e quindi firmare con l’Afghanistan un accordo per stabilire la supremazia e l’esclusiva dell’Italia in campo minerario.Prima di concludere il patto commerciale Ferrari in compagnia di San Severino e Scarpa, che prolungarono la loro permanenza nel paese, viaggiarono in lungo e in largo tra le valli e i colli afgani. Ferrari propose un programma d’azione intenso e molto valido, che prevedeva anche l’invio in Italia di studenti per studiare i modi di agire.Nonostante il piano di Ferrari fosse stato ben accolto e ammirato dal governo afgano, questi decise di lasciare la preferenza e il monopolio nel settore geologico alla vecchia Gran Bretagna.Sempre nel 1922, Sher Ahmad proseguì nell’acquisto di materiale militare in Italia, ma gli acquisti si rivelarono abbastanza scadenti e dal costo troppo elevato. Il materiale bellico non soddisfò il governo afghano creando dei gravi problemi.A causa dell’acquisto di questi materiali bellici scadenti, Sher Ahmed venne deposto e fu sostituito da Azimullah.La fornitura di materiale bellico continuò ma la visione dell’Italia cambiò drasticamente passando da “partner migliore” a “fornitore modesto”…. Offriva del materiale che si sarebbe benissimo potuto trovare in altri paesi europei ed anche a prezzo migliore.Diverso fu invece l’aspetto relativo all’istruzione del personale aereo che pose l’Italia in prima fila.La Russia, Gran Bretagna e Germania avevano fornito degli aerei nel 1922….. due la Russia ed uno la Germania. Erano degli aerei da combattimento ma il grande problema, non facile da superare, era la mancanza di personale per pilotarli e per la relativa manutenzione. Amanullah decise di inviare in Italia tre studenti di aeronautica: Mohammed Hâshem, Mohammed Ehsân e Gholâm Dastagir (Quest’ultimo prese il corso di meccanico e si diplomò alla scuola di Gaeta).I due giovani aviatori, invece, vennero addestrati presso gli aeroporti di Malpensa, Mirafiori e Centocelle e, uno volta finito il percorso di studi, ricevettero il brevetto e la croce dell’ordine della Corona d’Italia, in onore dell’impegno dimostrato.Mohammed Ehsân, una volta tornato a Kabul divenne capo dell’aeronautica afgana, mentre Hâshem fu posto a capo della missione aeronautica afgana che partecipò, nell’ottobre del 1927, al congresso internazionale della navigazione aerea.I rapporti tra Italia e Afghanistan, alla luce degli ultimi avvenimenti, si poterono definire soddisfacenti.Con all’ascesa al potere di Benito Mussolini nel 1922 le relazioni tra i due paesi subì un arresto.Il Ministro degli Esteri Della Torretta fu dimesso dal governo Mussolini e sostituito da Carlo Schanzer.Come il suo predecessore, anche Schanzer era un filo-inglese e nel suo breve mandato di Ministro degli Esteri (26 febbraio 1922 – 28 ottobre 1922), impedì all’Italia di seguire una politica che avrebbe potuto farla apparire ostile alla Gran Bretagna.Londra non aveva mai accettato l’intervento italiano a Kabul e naturalmente i diplomatici italiani modificarono le promesse fatte nei trattati italo-afgani. Evitarono quindi di concludere qualsiasi ulteriore rapporto, politico od economico con l’Afghanistan, bloccando di fatto il progettato trattato commerciale.C’era un altro aspetto importante che minava il rapporto commerciale tra i due paesi.Il completo disinteresse espresso da parte delle aziende italiane a operare in Asia centrale, in quanto territorio di cui non si conosceva ancora nulla e sul quale non era conveniente rischiare dal punto di vista economico con interventi rischiosi e soprattutto costosi.Come precedentemente annunciato, il governo britannico vide con estrema ostilità e sfida questo tentativo, da parte dello stato italiano, di penetrare negli affari interni dell’Afghanistan e si oppose assolutamente all’appoggio che l’Italia diede allo sviluppo dell’economia afgana anche se in uno stato ancora larvaleIn realtà, dai vari rapporti di Gaetano Paternò, il ministro plenipotenziario a Kabul, risultò che il politico italiano fosse più interessato ad analizzare le varie realtà politiche dell’Asia centrale, piuttosto che avviare seri rapporti economici con l’Afghanistan.Il Paternò, potendo vivere a stretto contatto con Amanullah, fu ben consapevole della fragile politica interna, soprattutto nelle provincie afgane di Jalalabad e di Kandahar, ed anche di quella esterna.Il sovrano afgano aveva riposto la sua totale fiducia nell’Unione Sovietica. L’ascesa di Mussolini e del movimento fascista non fecero altro che estendere il disinteresse nei confronti di Amanullah e dell’Afghanistan.Il duce era molto più incline a favorire una linea politica filo-britannica e quindi cercò di non interferire nell’area di influenza inglese in Asia centrale.Il compito del Paternò fallì e lasciò l’emirato dove rimase solo Piero Toni quale incaricato d’affari esteri.L’abbandono dell’ex ministro plenipotenziario causò l’indebolimento dell’azione italiana a Kabul. La legazione italiana, ancora presente in Afghanistan, rimase senza una valida ed esperta guida e per molti mesi restò inoperosa.In realtà sotto la guida di Mussolini la sede della Legazione a Kabul venne sfruttata quale meta in cui destinare tutti i diplomatici e i politici italiani che si dimostravano contrari e nemici del partito fascista, oppure scomodi al vertice del Ministero degli Affari Esteri.Ma malgrado si tentò di mantenere le debite distanze e rendere inefficaci le relazioni tra Italia e Afghanistan, il Duce alla fine si rese conto che l’ufficio diplomatico di Kabul non poteva rimanere privo, per troppo tempo, di un ministro plenipotenziario. Venne quindi nominato Antonio Cavicchioni, che rimase in carica a Kabul fino al 1926.Durante gli anni venti, come in precedenza affermato, Amanullah assieme al suocero Tarzi, si adoperò per una completa indipendenza dall’impero britannico e riuscì ad avviare un processo di modernizzazione per certi versi simile a quello dei paesi europei che lo stavano aiutando. I miglioramenti che Amanullah fece ottenere all’emirato erano visibili e furono ammirati a livello internazionale.Anche l’Italia, a partire dalla prima metà degli anni venti, nonostante il continuo disinteresse dei circoli ufficiali italiani, riprese i legami con Kabul e tentò di rafforzarli e consolidarli. Questo nuovo comportamento era legato alle continue richieste da parte del governo afghano dell’invio di una Legazione. I due paesi riallacciarono i loro vecchi rapporti commerciali e tecnici, non solo perché Mussolini voleva siglare accordi con uno dei leader più stimati del periodo, ma anche perché Amanullah, avendo ricevuto riscontri negativi da USA e Giappone, si rese conto che per facilitare la riuscita dei suoi piani di sviluppo in Afghanistan necessitava del sostegno di più potenze mondiali possibili.I diplomatici afgani sollecitarono Roma ad inviare a Kabul una squadra di tecnici e consulenti. Giuristi, architetti, tecnici, medici, consulenti militari, commercianti ed operai iniziarono ad arrivare nell’emirato poco tempo dopo. Mussolini cambiò quindi totalmente parere in riguardo all’Afghanistan. Appena salito al potere, il Duce pensò che si trattasse di un paese insignificante, che mai avrebbe avuto importanza nella storia mondiale. Dopo l’avvio dei contatti si rese conto come il paese mediorientale sarebbe diventato in un futuro, non troppo lontano, fondamentale nel gioco di conquista che stava avendo inizio in Asia centrale. Un’idea che era altresì condivisa daglaltri leader europei.Il Duce cominciò ad analizzare un piano di conquista: ambiva a creare un impero nel continente asiatico e Kabul avrebbe potuto essere la pedina essenziale. Il suo sogno era quello di diffondere le idee del fascismo non solo nei paesi dell’Europa e dell’Africa Orientale, ma voleva spingersi oltre, in quei territori islamici di cui ancora si conosceva poco.Con questo obiettivo nel 1923, egli istituì ed inviò una missione in Afghanistan, guidata da Gastone Tanzi e Dario Piperno.La squadra avrebbe dovuto convincere i politici afgani della grandezza del fascismo e persuadere l’emiro Amanullah ad unirsi ad esso.Questa mossa avrebbe rappresentato una possibile via di fuga per il sovrano, che in quegli anni si trovava in una situazione di stallo tra i britannici e i sovietici, entrambi traditori dei patti di amicizia firmati con Kabul.La missione fallì, a causa dello scandalo Piperno.Il Caso Piperno
Il Caso Piperno
Quando la missione italiana, guidata da Gastone Tanzi e Giuseppe Mazzoli, arrivò a Kabul nel 1923, i tecnici e i lavoratori italiani dovettero affrontare un mondo totalmente differente da quello da cui provenivano. Ad aggravare la situazione una serie di aspetti burocratici che la prima missione italiana in Afghanistan non aveva vissuto. Essendo di religione e politica differente, i tecnici italiani furono obbligati, dal governo afgano, a firmare alcuni contratti con i quali si impegnarono a rispettare e osservare le leggi del diritto civile e penale, basati sulla Sharia, vigenti nel paese. Forse questi aspetti erano legati alla situazione politica in atto in Italia.Inizialmente, il gruppo sembrava entusiasta della missione a cui erano stati destinati, ma la vita in Afghanistan non era semplice. Poco dopo il loro trasferimento alcuni membri del gruppo, di fronte alle difficoltà di svolgere il loro lavoro, iniziarono a criticare e lamentarsi su qualsiasi aspetto riguardante la società afgana e contro la conduzione della politica italiana nel paese. Accusarono la polizia di intralciare il loro lavoro a causa dei continui controlli e il Toni di non adempiere adeguatamente al suo compito.La collera e l’ira si diffusero nel gruppo e alcuni membri sfidarono apertamente la polizia afgana. Tra questi vi erano Paolo Balbis, fiduciario del PNF (Partito Nazionale Fascista) perl’Afghanistan; Gastone Tanzi e anche l’ingegnere Dario Piperno, il quale, in più occasioni, manifestò la sua forte avversione verso gli afgani e l’Afghanistan. I suoi gesti a volte arrivavano ad un alto livello di follia, forse legati alle condizioni ambientali decisamente diversi da quelle italiane, e occasionalmente gli capitava di agire inconsciamente, senza sapere il motivo.Oltre a vari screzi nati tra questi personaggi e le autorità afgane, un incidente in particolare aggravò profondamente la relazione tra Roma e Kabul che, in quel momento, sembrava in forte miglioramento.Il 27 luglio 1924, il tecnico italiano Dario Piperno, dipendente del governo di Kabul, uccise un poliziotto afghano, Mohamed Yasin, nel corso di un litigio e, conseguentemente, fu arrestato. Uccidere un uomo in Afghanistan significava offendere la religione, la società e, inquesto caso, anche il corpo di polizia.I fatti non furono ben chiari. I testimoni italiani sostennero che si trattava di un incidente mente quelli afghani di un omicidio volontario.L’Afghanistan si trovava di fronte ad un evento mai accaduto prima: mai in passato, un uomo straniero, non musulmano e impiegato del governo di Kabul, compariva di fronte alla corte afgana. Si presuppose che, essendo il caso avvenuto nel paese della vittima ed essendo il sistema giudiziario sconosciuto e differente da quello dei paesi europei, Dario Piperno avrebbe pagato caro l’omicidio compiuto. Infatti, due giorni dopo l’arresto e in seguito all’ascolto delle varie testimonianze, l’italiano fu condannato dalla legge taglione, sia dalla corte di prima istanza, sia da quella d’appello.La famiglia della vittima avanzò immediatamente la richiesta della consegna di Piperno e l’annullamento della sua esecuzione, così come stabilito dalla legge afgana del sangue.La sentenza nei confronti dell’italiano scatenò il panico all’interno della comunità italiana a Kabul che, ad ogni modo, tentò di proteggere il connazionale ispirandosi ad alcuni gruppi fascisti. Diversi italiani si raggrupparono e assediarono la Legazione italiana nella capitale afgana, minacciando spedizioni squadriste, vendette e varie stragi sulla popolazione dell’emirato, nel caso in cui Dario Piperno fosse stato condannato a morte.Da quel momento iniziò un periodo di alta tensione tra il popolo afgano e la comunità italiana presente nel paese mediorientale. Alcuni temettero che questa ostilità sfociasse in un movimento antieuropeo, ma soprattutto in un clima anti italiano.Nell’affare Piperno rimasero coinvolte anche altre ambasciate straniere. I capi delle missioni tedesca, inglese e francese si preoccuparono per l’accaduto e sostennero con convinzione il governo italiano.I rappresentanti dello stato britannico Maconachie e Humphrys, di quello tedesco Grobba e di quello francese Fouchet e Chauvet, cominciarono a spingere il governo afgano affinché agisse con moderazione ed evitasse una qualsiasi pena capitale. Fu soprattutto la Gran Bretagna a giocare un ruolo determinante.Il governo britannico decise di intermediarie alle negoziazioni tra Italia e Afghanistan e per cercare di ristabilire la situazione, permise alla Legazione italiana a Kabul di far passare la corrispondenza destinata a Roma attraverso la Legazione britannica.Il governo italiano insisteva con forza sulla prevalenza del diritto italiano e europeo su quello afgano, e questa ostinazione stimolò una forte irritazione in Amanullah e negli altri politici, tanto da far sospettare che le comunicazioni che partivano da Kabul potessero essere controllate.Purtroppo, nonostante gli enormi sforzi compiuti da Roma, Dario Piperno rimase in carcere a Kabul e, in aggiunta, alcuni degli italiani che causarono i tumulti nei giorni precedenti, vennero espulsi dall’Afghanistan.Il governo italiano si sentì frastornato dalla situazione. La preoccupazione colpiva naturalmente anche la famiglia Piperno, molto conosciuta ed importante nella capitale italiana. Era in gioco la vita del figlio. L’agitazione aumentò con l’arrivo della notizia della condanna a morte di Dario Piperno.Per impedire l’esecuzione, il governo italiano giocò l’ultima disperata carta. Stabilire, concordare con le autorità afgane il prezzo del sangue al fine di ripagare la famiglia della vittima per la perdita subita. Si trattava di una manovra stabilita dal diritto consuetudinario musulmano, in base al quale, in cambio di un’indennità, la famiglia dell’ucciso avrebbe potuto perdonare e risparmiare la vita dell’uccisore.Mussolini incaricò Cavicchioni, nuovo ministro plenipotenziario, arrivato in Afghanistan l’8 gennaio 1925, di occuparsi della faccenda, e di mantenere i contatti sia col governo afgano, sia con la famiglia del defunto. Il Duce sarebbe stato disposto a pagare qualunque cifra pur di salvare la vita di Piperno.Dopo la lunga serie di avviate comunicazioni, la famiglia di Yasin decise di accettare l’offerta del governo italiano, il quale pagò 130.000 lire il prezzo del sangue e si vide confermata per il 3 febbraio 1925 la cerimonia di perdono. Grazie a questa decisione, all’ingegnere italiano fu evitato il patibolo, ma dovette comunque rimanere in carcere in attesa del verdetto finale da parte del tribunale afgano.Sfortunatamente, le trattative che l’Italia stava avendo col governo afgano si prolungarono e Piperno, ignaro delle operazioni in corso e convinto di non avere speranze di riuscire a fare ritorno a Roma, evase dal carcere a marzo, pianificando da sé il modo di rimpatriare.Il giovane fuggì verso il nord, in direzione dei confini con l’Unione Sovietica, sperando di potervi trovare rifugio.Forse il Cavicchioni, dopo la fuga del Piperno, si adoperò per aiutarlo a raggiungere Mosca.Ma le terre afgane sono ardue da superare e, dopo sei settimane di viaggio, quando oramai si trovava a pochi chilometri dal confine sovietico, stanco e affamato, Piperno si consegnò spontaneamente alla polizia afgana a Mazar-i- Scerif..
Il governo afgano non prese alla leggera l’evasione dalla prigione e per quanto comprensibili fossero le motivazioni che spinsero Piperno a scappare, la sua decisione non fece altro che aggravare la sua pena.Per i primi tempi che seguirono la cattura, sembrò che Kabul fosse propensa a perdonare l’ingegnere Dario Piperno ma, come si scoprirà in seguito l’Afghanistan, senza consultare e accordarsi col governo italiano, agì di nascosto secondo la propria legge.In principio l’Afghanistan affermò e promise alla Legazione d’Italia a Kabul, che il prigioniero non avrebbe ricevuto punizioni aggiuntive a quelle già raggiunte con le prime accuse, e che il governo afgano avrebbe cercato di gestire la questione in maniera totalmente amichevole per evitare di danneggiare il legame con l’Italia.Purtroppo, contrariamente alle promesse fatte, Dario Piperno fu segretamente giustiziato nel carcere di Kabul il 30 maggio 1925.Non si riuscì mai a svelare il reale motivo per cui fu emessa questa tragica esecuzione malgrado gli accordi che erano stati raggiunti.Antonio Corrado Cavicchioni (San Felice sul Panaro-Modena, 10 ottobre 1879 – San felice sul Panaro, ?). Ministro plenipotenziario in Afghanistan dal 1924 al 1926, nel suo rapporto inviato a Mussolini il 31 maggio 1925 fece delle osservazioni molto interessanti: «Il caso Piperno si può riassumere in tre punti principali: 1. Piperno ha ucciso un gendarme mussulmano, offendendo così la religione, la Società e il corpo di polizia. . E’ stato pagato il prezzo del sangue, e sono in tal modo stati soddisfatti i dettami della legge religiosa, la sola che conti in Afghanistan. 3. Piperno è stato giustiziato dall’Autorità civile afghana in modo barbaro e contrariamente ad ogni assicurazione e ad ogni aspettativa. Il primo punto è incontestabile. Ne segue un processo senza difesa, senza interpreti e senza che si permetta di chiamare testimoni che non siano mussulmani, sulla base di una legge che una mente civile non può comprendere applicata ad un cittadino, sia pure colpevole, di una nazione civile.Ne risulta una condanna a morte: cioè la facoltà alla famiglia dell’ucciso di prendere una vendetta che vada fino alla morte. L’Emiro fa consegnare il Piperno alla famiglia che ne possa disporre come vuole. Gli eredi invece di farne vendetta perdonano. Perché il perdono avvenisse vi è stato senza alcun dubbio il consiglio dell’Emiro. Questo mi è stato affermato dallo stesso Ministro degli Affari Esteri. Se l’Emiro avesse detto diversamente, o avesse anche soltanto taciuto, la vendetta sarebbe stata compiuta barbaramente: troppe erano le pressioni perché questo avvenisse. Dettaglio importante di questo fu il pagamento del prezzo del sangue, ammesso dal Corano. Se non fosse stata compiuta la cerimonia in questo modo, il fanatismo non sarebbe stato placato, e si sarebbe avuto, come ho detto in rapporti precedenti, un continuo pericolo per tutti gli europei. Il pagamento del prezzo del sangue fu perciò necessario non solo per il Piperno, ma anche e maggiormente nei riguardi di tutta la comunità europea. […]«Esistono qui due leggi se si possono chiamare così: una religiosa ed una civile. La prima contempla la vendetta o pena del taglione che si può in certi casi evitare col pagamento del prezzo del sangue. La seconda, accozzaglia stravagante e discorde di principi, che comporta un periodo di detenzione. Ora mi si dice che vi sono degli articoli sussidiari per i quali è comminata anche la pena di morte. Per questo ho chiesto una copia vidimata della Legge penale. Ho osservato una volta al Ministro degli Esteri che la legge religiosa appare quindi superiore a quella civile: cioè che se gli eredi dell’ucciso non perdonano ed ammazzano l’uccisore, la legge civile verrebbe a perdere ogni sua forza ed ogni suo effetto. Che così i veri punitori sono gli eredi e non la Società o lo Stato: e che questa doppia pena e questa doppia condanna, specialmente quando la prima ha carattere così grave, ripugna ad ogni mente umana. Mi è stato risposto che effettivamente la legge religiosa è la più forte.Ma che soddisfatta questa, quando è possibile, prende forza la seconda. Che la prima riguarda i diritti della famiglia e la seconda quelli della Società. Che esistano qui delle leggi, anche appositamente create, per cui venga inflitta la morte per la morte, si potrebbe anche doverlo subire. Ma in questo disgraziato caso quello che offende ogni sentimento umano e civile è la crudele e spietata condotta di questa gente e precisamente che si sia fatto un processo senza alcuna delle garanzie che anche un colpevole deve avere, e che si sia effettuata improvvisamente una esecuzione capitale senza dare il tempo di ricorrere in grazia e senza dar modo di esprimere le ultime volontà. Se il secondo punto per quanto riguarda la grazia sarebbe forse stato inutile in questo caso, e nella seconda parte risponde soltanto a sentimenti, il primo punto invece, quello che riflette il processo, cozza contro ogni concezione degli stessi diritti dell’uomo». La famiglia Piperno, giustamente disperata e irata per l’oltraggio inflitto al figlio, decise di far scoppiare uno scandalo su tutti i giornali italiani, denunciando il maltrattamento e l’ingiusto omicidio di un cittadino italiano avvenuto per mano dei giustizieri afgani, e chiedendo al governo italiano di difendere l’onore del concittadino e della nazione stessa.Mussolini raccolse la palla al balzo per ottenere da questa faccenda sia privilegi per il paese, sia vantaggi economici e politici.La prima azione del Duce fu indirizzare al ministro afgano a Roma, Azimullah Khan, una lettera di protesta per quanto accaduto. Mussolini si lamentò per la lealtà che l’Afghanistan aveva promesso all’Italia, e insistette sul fatto che l’esecuzione commessa violava completamente ogni principio di convivenza civile e ogni norma di diritto internazionale.Nota Verbale inviata il 12 giugno 1925, da Mussolini al Ministro di Afghanistan a Roma, Azimullah Khan,«Il Regio Governo ha sempre ritenuto che la vita e la libertà dell'Ingegner Piperno, dopo il pagamento del prezzo del sangue per l'uccisione del soldato e dopo la cerimonia del perdono fossero garantite dalla stessa legge afgana ed in ogni caso dalla lealtà del Governo dell'Afganistan che aveva iniziato col Governo Italiano una trattativa improntata, almeno da parte italiana, alla massima buona fede. Il Governo Italiano considera perciò l'improvvisa e crudele determinazione del governo afgano come un'inconcepibile violazione di ogni principio di convivenza civile e di ogni norma internazionale: esso non può nascondere lo sdegno risentito nell'apprendere l'irreparabile atto commesso e sente che l'opinione pubblica nazionale - ancora ignara della grave offesa recata al nome italiano - non potrà che deprecare con eguale avversione l'inconcepibile e barbaro avvenimento». Con telegramma del 15 giugno 1925 delle ore 17, Cavicchioni comunicava a Mussolini di aver presentato al Ministro degli Esteri afghano, Ala Mahmud Bek Khan, una Nota Verbale di protesta, nella quale si affermava che l'esecuzione del Piperno«Ha costituito una grave irreparabile offesa a tutti i più comuni e più sacri principi legali umani e civili ed una violazione profonda del diritto delle genti».Il Ministero degli Esteri afghano rispose al telegramma del Cavicchioni respingendo le accuse…«Espressione che sia stata violata legge umanità civile ed il diritto internazionale. La esecuzione di un omicida è legge comune nel mondo intero e non si ritiene che il Regio Governo vorrà creare per un fatto evidente una situazione che sia causa di gravissime difficoltà reciproche nelle amichevolissime relazioni».(ibidem)Il legame che legava Italia e Afghanistan sembrava essere ormai prossimo alla fine. La colonia italiana a Kabul si ridusse della metà, tutti sconcertati dalla reazione infima del governo afgano nei confronti del Piperno.Amanullah Khan, irato per il comportamento tenuto dal governo italiano, decise di rompere i contratti firmati tre anni prima con l’Italia e di rimandare a casa il personale tecnico delle varie missioni assumendosi il costo del loro viaggio di ritorno e versando loro una somma di compensazione.Inoltre il Duce richiese al governo afgano riparazioni per quanto accaduto:1. Kabul doveva organizza una cerimonia pubblica di deplorazione dell’accaduto, con l’accompagnamento della bandiera italiana, sostenuta da una compagnia di soldati afgani;2. La restituzione del prezzo del sangue che Roma versò qualche mese prima per la morte del gendarme afgano; 3. il governo afgano doveva pagare una somma di sette mila sterline, di cui la metà sarebbe andata alla famiglia di Piperno e l’altra metà in programmi benefici in Italia.In base allo sviluppo del caso, l’Unione Sovietica si schierò completamente contro Mussolini perché temeva che dietro a questa azione vendicativa, vi fosse in realtà uno scopo ben preciso e lontano dall’intento di onorare il connazionale morto in Afghanistan.Mosca, avendo da poco ristabilizzato i rapporti con Amanullah, ritenne avvilenti le rivendicazioni di Mussolini che mortificavano il ritrovato alleato afgano.La lunga attesa per la risposta da parte del governo afgano spinse Mussolini a pensare su unapossibile punizione.Il Duce iniziò a mettersi in contatto con gli ambasciatori italiani a Londra, Parigi, Berlino e Mosca, comunicando loro del torto inferto dall’Afghanistan all’Italia e informandoli che, se Kabul non avesse accettato l’ultimatum, egli avrebbe provveduto a ritirare definitivamente la Legione italiana dalla capitale afgana e cacciare da Roma l’ambasciatore afgano (il quale stava già provvedendo a richiedere il visto per il rientro in patria). Provvide quindi ad annunciare al ministro Cavicchioni di una sua possibile partenza e gli impose di tenere sottocustodia, presso la dogana di Bombay, il carico di armi venduto dal ministro italiano della guerra al governo afgano. In ultima istanza, Mussolini ordinò al governo italiano, come garanzia per la somma di denaro richiesta, di bloccare tutti i conti correnti bancari dei cittadini afgani che si trovavano in Italia..Amanullah e il governo di Kabul, considerarono il reclamo una vera e propria umiliazione ufficiale nei confronti dell’Afghanistan, e si rifiutarono senza indugio di soddisfare la richiesta. Il sovrano non avrebbe mai permesso che il corpo di polizia del suo paese fosse costretto a portare la bandiera di uno stato cristiano, sarebbero nate delle sommosse popolari.Mussolini di conseguenza, spinto dalla rabbia e dall’ostinazione di far uscire il suo paesecome vincitore da questa lite diplomatica, il 7 agosto 1925 lanciò un ultimatum all’Afghanistan. Ma il Duce rivide e modificò, in minima parte, le richieste per evitare didanneggiare ulteriormente l’onore afgano, e propose al governo di Kabul di:- presentare scuse ufficiali per la morte dell’ingegnere Piperno;- - pretese la destituzione del comandante della polizia che ordinò la sua impiccagione, Sa’d ud-din;
- il pagamento di seimila sterline per il torto subito.Amanullah voleva opporsi alle condizioni poste da Mussolini ma, disgraziatamente per il sovrano l’affare Piperno coincise con l’inizio della ribellione Khost, che provò ardentemente il suo regno. In questo momento così critico, Amanullah non poteva permettersi di perdere uno dei suoi alleati maggiori. Egli cercò di guadagnare del tempo per riflettere attentamente sul modo di agire ma, dopo un attenta analisi del caso, il regnante capì che non vi erano molte alternative. Quando ormai Cavicchioni pensò che non ci fossero altre possibilità se non la ritirata dal paese, venne convocato da Amanullah nella città di Paghmân.Fu così che, il 18 agosto 1925, Amanullah accettò di accontentare le richieste italiane, e presentò a Cavicchioni tutti i documenti sull’avvenuta destituzione del comandante della polizia. Il ministro assistente degli affari esteri, Mirzâ Mohammed, porse scuse ufficiali e consegnò la borsa contenente i soldi richiesti…. 6.000 sterline contanti in oro. In cambio però fu chiesto a Cavicchioni e alla Legazione Italiana di rimanere nel paese.Lo stesso giorno 18 agosto 1925 scrisse a Mussolini..Questo Governo ha accettato integralmente condizioni. Oggi ho ricevuto visita del Sottosegretario Affari Esteri che mi ha presentato scuse del Governo afgano con la formula stabilita dall’E.V. Mi ha comunicato destituzione comandante polizia. Mi ha consegnato sei mila sterline contanti in oro. Ho dichiarato in nome del Regio Governo composto conflitto».Mussolini lo stesso giorno, alle ore 14,15, rispose al Cavicchioni….«Con questa attitudine il Governo afgano guidato dalla illuminata saggezza di S.M. l'Emiro ha nel miglior modo dimostrato la sua ferma volontà di riprendere e mantenere col nostro Paese le migliori relazioni. Dal canto nostro confidiamo che tali relazioni si consolidino e si sviluppino nel reciproco interesse».(Per Mussolini l’onore era salvo…. Le casse pure…. Il caso chiuso… le relazioni diplomatiche ristabilite… ma una persona aveva perso la vita ingiustamente…e quest’ultima considerazione non gli venne in mente….) Ciò che spinse Amanullah a soddisfare gli italiani, fu anche l’insistenza da parte del ministro inglese Humphrys preoccupato delle conseguenze che avrebbe provocato la fuoriuscita dal paese della Legazione italiana. L’Humphrys non voleva lasciarel’Afghanistan nelle mani dei sovietici, e questo obiettivo era condiviso anche da parte dell’incaricato d’affari francese Chauvet, che considerava fondamentale la presenza unita delle varie Legazioni europee nel paese.Dopo più di un anno, la crisi diplomatica scatenata tra Italia e Afghanistan, che mise in discussione la buona amicizia instaurata tra i due paesi, giunse al termine.La critica rilevò nell’occasione come Mussolini abbia dimostrato di essere un leader tenace e determinato, capace di donare importanza al suo paese e, in seguito all’incidente Piperno,di aver consolidato la sua immagine di uomo politico forte.Tuttavia, il modo in cui la soluzione dell’affare Piperno fu gestita ebbe conseguenze amare. In Afghanistan, il comportamento che il Duce adottò per appianare la crisi, scatenò un clima di ostilità e sfiducia nei confronti del vecchio alleato italiano.Il governo afgano concluse che i tecnici italiani a Kabul sarebbero dovuti tornare in patria.Si dissolse così la speranza di una stretta e proficua relazione tra Italia e Afghanistan e venne cancellata la posizione di privilegio e prestigio che Roma aveva faticosamente conquistato nel paese. Una posizione di prestigio che fu assunta dalla Germania.La rottura delle relazioni fu così profonda che quasi si pensò ad una rimozione della Legazione italiana in Afghanistan.Questo periodo di crisi dei rapporti italo-afgani, secondo l’ottica inglese, non fece altro checonfermare l’idea, condivisa da tutti i paesi europei, che l’Italia non aveva una politica estera consolidata e che non era ancora un paese pronto all’espansione all’estero, soprattutto nei paesi orientali. Il sovrano Amanullah Khan e la regina Soraya, malgrado i contrattempi, portarono avanti il piano di modernizzazione del paese.Lo stesso sovrano doveva sempre fronteggiare, malgrado l’indipendenza, la continua e persistente influenza britannica che in tutti i modi possibili, anche verbalmente ed in modo pesante, faceva sentire nell’ombra la sua presenza con l’obiettivo ben preciso di ostacolare le riforme di modernizzazione.Amanullah si rese conto come l’opera di modernizzazione doveva essere intrapresa con una serie di rapporti internazionali con gli Stati più influenti del tempo anche per combattere l’isolamento del suo paese. Alcuni Stati avevano mostrato una grande lealtà nei confronti dell’Afghanistan e questo offriva una base per aiutare il paese nello sviluppo intrapreso.
Partenza da Porto Said per l’Italia. L’Italia sarebbe stata la prima tappa del viaggio in Europa, ancora prima della Gran Bretagna e della Russia…. Mussolini mostrò subito una grande euforia per la visita deisovrani afghani. Mussolini era anche Ministro degli esteri e si rese conto dell’importanza dell’Afghanistan nella guerra mondiale e quindi fece in modo che i sovrani fossero accolti con cordialità per alimentare il grande sentimenti di stima che i sovrani nutrivano verso l’Italia. Il sovrano provava nei confronti di Benito Mussolini una certa ammirazione per il suo modo di guidare il partito fascista e di governare. Non bisogna nascondere che l’Italia nei primi anni di governo Mussolini si trovava un momento politico stabile: le istituzioni bene organizzate, la monarchia all’apice dello splendore, una potenza militare e industriale in grande sviluppo e soprattutto un aviazione molto forte.I sovrani afghani partirono da Porto Said verso l’Italia. Una lunga traversata nel Mediterraneo costeggiando l’isola di Creta per poi virare a Nord.Su quale nave s’imbarcarono? Non ho trovato riferimenti in merito.All’inizio del Novecento erano presenti tre importanti compagnie di navigazione nel Mediterraneo, tutte con base a Trieste: il Lloyd Austriaco, l’Austro-Americana, e la Tripcovich. Nel 1919 il Lloyd Austriaco prese il nome di Lloyd Triestino e Venezia fu la nuova sede della compagnia. Nel 1914 la Tripcovich era una delle più importanti compagnie di navigazione.In merito alla Austro-Americana, dopo il primo conflitto mondiale, entro in crisi e fu assorbita da altre aziende. Erano presenti anche una serie di compagnie private: Società San Marco, Costiera di Fiume, Zaratina, Nautica di Fiume, S.A.I.M. di Ancona e la Puglia di Bari. Queste società nel 1932 entrarono nella compagnia “Adriatica Società Anonima di Navigazione” che nel 1936diventò “Adriatica di Navigazione” (società dell’IRI-Finmare).Probabilmente partirono con la nave Esperia.
L’Esperia era stata costruita nel 1920 ed apparteneva alla SITMAR
Una turbonave da ben 10.000 tonnellate di stazza lorda,
la prima in Italia. Presentava una sistemazione per 417 passeggeri (183 in prima classe, 118 in seconda
classe, 56 in terza classe e i 60 in terza classe comune). Le cabine di prima classe erano
dotate di servizi igienici privati. Gli spazi comuni, in particolare per i passeggeri di prima classe, erano molto curati ed eleganti. Gli spazi erano divisi su ben cinque ponti indicati con lettere che
andavano dalla A alla E, dall’alto verso il basso. Il ponte B (di passeggiata) era interamente occupato da spazi comuni riservati ai passeggeri di prima classe: a prua si trovava una veranda coperta, che si congiungeva con una passeggiata all'aperto che occupata i lati e la parte poppiera del ponte; gli spazi chiusi comprendevano invece una sala da gioco, il vestibolo di prima classe, una sala da scrittura, il salone da musica, il caffè e la parte superiore del salone da pranzo.
Fu ordinata nel 1913 alla “Società Esercizio Bacini di Genova” dalla SITMAR
(Società Italiana di Servizi Marittimi)e costruita sugli scali del Cantiere di Riva Trigoso nel 1914.
Fu varata il 4 ottobre 1917 e la nave fu consegnata alla SITMAR il 10 maggio 1920.
Entrò in servizio sulle linee celeri per Alessandria d’Egitto con partenze alternate da Venezia
(con scalo a Brindisi) e da Genova (con scali a Napoli e Siracusa). Nel 1928 (novembre) entrò
in servizio l’Ausonia e l’Esperia rimase fissa nella linea per Genova. Nel 1932 la flotta della SITMAR passò al Lloyd Triestino, rimanendo in servizio sulla stessa linea.
https://www.antoniorandazzo.it/siracusamemoriaricordi/images/nave-esperia-interno-sala-soggiorno.jpg
L’Esperia nel molo di Siracusa
Una turbonave da ben 10.000 tonnellate di stazza lorda,
la prima in Italia. Presentava una sistemazione per 417 passeggeri (183 in prima classe, 118 in seconda
classe, 56 in terza classe e i 60 in terza classe comune). Le cabine di prima classe erano
dotate di servizi igienici privati. Gli spazi comuni, in particolare per i passeggeri di prima classe, erano molto curati ed eleganti. Gli spazi erano divisi su ben cinque
andavano dalla A alla E, dall’alto verso il basso. Il ponte B (di passeggiata) era interamente occupato da spazi comuni riservati ai passeggeri di prima classe: a prua si trovava una veranda coperta, che si congiungeva con una passeggiata all'aperto che occupata i lati e la parte poppiera del ponte; gli spazi chiusi comprendevano invece una sala da gioco, il vestibolo di prima classe, una sala da scrittura, il salone da musica, il caffè e la parte superiore del salone da pranzo.
(Società Italiana di Servizi Marittimi)e costruita sugli scali del Cantiere
Fu varata il 4 ottobre 1917 e la nave fu consegnata alla SITMAR il 10 maggio 1920.
Entrò in servizio sulle linee celeri per Alessandria d’Egitto con
(con scalo a Brindisi) e da Genova (con scali a Napoli e Siracusa).
in servizio l’Ausonia e l’Esperia rimase fissa nella linea per Genova. Nel 1932 la flotta della SITMAR passò al Lloyd Triestino, rimanendo in servizio sulla stessa linea.

La nave passò davanti alle coste della Sicilia e mi piace immaginare la regina Soraya, sul ponte della nave, guardare il profilo sinuoso dell’isola e la maestosità dell’Etna.Probabilmente la regina, data la sua cultura, era a conoscenza degli aspetti geografici e culturali dell’Isola, da sempre punto nevralgico nel bacino del Mediterraneo perché crocevia di importanti culture e ponte di collegamento tra l’Europa e l’Africa. Forse era ignara di alcuni aspetto storici come quello dell’Isola in parte teatro dell’Odissea e dei suoi primi abitanti che provenivano dalla regione Indiana a lei così vicina all’Afghanistan e che parlavano il Sanscrito.L’Etna si faceva ammirare nella sua maestosità coperta da un mantello bianco e dalla cui cima fuoriuscivano probabilmente delle colonne di fumo che avvisavano una nuova eruzione. Un’eruzione che a distanza di circa 10 mesi avrebbe sconvolto il versante Sud-Est del vulcano con la distruzione di Mascali. Forse la coppia reale fece una breve sosta a Siracusa, rispettando il programma di viaggio dell’Esperia e riprendendo la sua navigazione avrà ammirato da lontano i Faraglioni, l’antica Tauromenion con l’Isola Bella fino a giungere nel porto di Messina.
La nave fece scalo a Messina, il giorno 8 (?) gennaio 1928 e i sovrani furono accolti dalla cittadinanza e dal governo locale. A distanza di tanto tempo ne fu conferma la visita proprio a Messina della principessa Hindia che commemorò, nel palazzo comunale Zacca, la visita dei suoi genitori nella città dello Stretto.I sovrani videro le ferite, ancora aperte, del terribile terremoto del 1908 che aveva sconvolto la città.
del 1910 circa
Scorcio del porto negli anni '10. Sullo sfondo transita un Ferry Boat classe Villa (I)https://www.facebook.com/photo/?fbid=1117046462185924&set=a.387020928521818

Giunsero nel porto di Civitavecchia e furono accolti in modo caloroso.Si voleva in ogni caso cancellare le cattive relazioni legate all’increscioso caso “Piperno” e cercare quindi di ristabilire un proficuo rapporto d’amicizia e di collaborazione.Nei giorni 9 e 10 gennaio Amanullah Khan e Soraya incontrarono Vittorio Emanuele III di Savoia e la regina Elena di Montenegro.Vittorio Emanuele III di Savoia e la regina Elena del MontenegroJelena Petrović-Njegoš (Јелена Петровић Његош), principessa del Montenegro
Vittorio Emanuele III and Amanullah Khan, Roma, Italia, 1928 (b/w photo)I giornali di tutto il mondo riportarono la notizia su questa visita dei sovrani afghani a Roma.
Amanullah Khan con varie personalità sull'Altare della Patria
Nella foto Amanullah Khan parla con uno degli accompagnatori ufficiali.
Vittorio Emanuele III gli è accanto, li guarda ed ascolta così come altre personalità e alti ufficiali (fra cui il principe ereditario, l'ammiraglio Thaon de Revel e il generale Vaccari).
Nella foto Amanullah Khan parla con uno degli accompagnatori ufficiali.
Vittorio Emanuele III gli è accanto, li guarda ed ascolta così come altre personalità e alti ufficiali (fra cui il principe ereditario, l'ammiraglio Thaon de Revel e il generale Vaccari).
Il re afghano tenne anche dei discorsi ufficiali e in uno di questi esaltò e ringraziò l’amicizia che legava l’Afghanistan all’Italia e ricordò il primato di Roma nell’aver riconosciuto l’indipendenza dell’Afghanistan. I sovrani afghani furono accompagnati nelle visite ad alcune città italiane. Amanullah rimase anche colpito dall’organizzazione delle istituzioni politiche italiane: il Senato e la Camera dei Deputati, dagli ospedali e dai progressi della medicina, dalle università e dall’Accademia Militare.
11 - gennaio 1928
Il Sovrano Amanullah Khan - Antonio Casertano (Presidente della Camera dei
Deputati dal gennaio 1925 al gennaio 1829) – Un gruppo di deputati
Palazzo Montecitorio - Roma
http://camera.archivioluce.com/camera-storico/scheda/foto/i_protagonisti_della_politica/00013/IL0000013328/12/Il-re-afgano-in-uscita-da-Montecitorio-col-presidente-Casertano-ed-altre-personalit%C3%A0.html?id=IL0000013328
Il Sovrano Amanullah Khan - Antonio Casertano (Presidente della Camera dei
Deputati dal gennaio 1925 al gennaio 1829) – Un gruppo di deputati
Palazzo Montecitorio - Roma
http://camera.archivioluce.com/camera-storico/scheda/foto/i_protagonisti_della_politica/00013/IL0000013328/12/Il-re-afgano-in-uscita-da-Montecitorio-col-presidente-Casertano-ed-altre-personalit%C3%A0.html?id=IL0000013328
11 gennaio 1928
Roma – Camera dei Deputati
Il re afgano in uscita da Montecitorio col presidente Casertano ed altre personalità
https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL0000013328/12/il-re-afgano-uscita-montecitorio-col-presidente-casertano-ed-altre-personalita.html
Roma – Camera dei Deputati
Il re afgano in uscita da Montecitorio col presidente Casertano ed altre personalità
https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL0000013328/12/il-re-afgano-uscita-montecitorio-col-presidente-casertano-ed-altre-personalita.html
Amanullah Khan visitarono molte città e soprattutto la regina Soraya restò affascinata dal patrimonio culturale del paese ed artistico del paese. Visitando le varie città si soffermarono anche sulla tipicità delle varie industrie in cui l’Italia deteneva un indiscusso primato produttivo, storico ed artistico.
- Venezia
Venezia – Piazza San Marco 1920 – 1930
https://tile.loc.gov/storage-services/service/pnp/cph/3c30000/3c31000/3c31700/3c31723v.jpgLa Vetreria di Murano
https://tile.loc.gov/storage-services/service/pnp/cph/3c30000/3c31000/3c31700/3c31723v.jpg
La Vetreria di Murano
Amanullah Khan e Soraya visitarono nell’isola di Murano le famose vetrerie che avevano ripreso a funzionare dopo l’interruzione dovuta alla prima guerra mondiale. Una produzione innovativa anche per la collaborazione tra gli artisti e le fornaci. Vetrerie importanti come la “Vetri Soffiati Muranesi Cappellin C.” con direttore artistico Vittorio Zecchin , la “Nuova Vetri Soffiati Muranesi Venini e C.” con direttore artistico Paolo Venini e la Pauly & c.Scorcio del laboratorio della Vetreria Pauly, a Murano. Numerosi uomini sono intenti nella lavorazione manuale del vetroFotografo: Alinari
Murano – Canale dei Vetrai
La regina Soraya amava molto l’arte tessile, spesso citata anche nella sua rivista dedicata alle donne afghane e visitò l’Isola di Burano, a poca distanza dall’Isola di Murano, per ammirare i magnifici merletti.
L’antica arte del merletto, legata ad una leggenda tramandata di generazione in generazione, ebbe un forte impulso nell’invero del 1872 grazie all’interessamento della contessa Andriana Marcello e dell’onorevole Paolo Fambri. Queste due figure capirono come l’antica arte del merletto, con nuovi impulsi, avrebbe potuto fare da volano per alleviare le tristi condizioni economiche dell’isola offrendo occupazione e reddito. Fu quindi chiesto ad un’anziana merlettaia del luogo, Vincenza Mamo (detta “ Cencia Scarpariola”), una delle ultime merlettaie dell’isola, di tramandare il suo sapere artistico ad una maestra elementare Anna Bellorio d’Este, che a sua volta insegnò l’arte alle figlie e ad un gruppo di ragazze. Un’iniziativa interessante che diede subito dei risultati positivi. Presso l’antico palazzo del podestà nacque la “Scuola del Merletto” di Burano.
La scuola si sviluppò grazie alla commesse della contessa Marcello e di una serie di nobildonne da lei interpellate, fra le quali la principessa di Sassonia, la duchessa di Hamilton, la contessa Bismarck, la principessa Metternich, la regina d'Olanda e la regina Margherita di Savoia (moglie di Umberto I). Lo sviluppo della scuola ebbe importanti riflessi economici sull’Isola con il rifiorire del lavoro e dei commerci. Nel 1875 la “Scuola del Merletto” aveva ben 100 allieve.
Vincenza Mamo (detta “ Cencia Scarpariola”)
La scuola del merletto di Burano in una pubblicità degli anni '30 del '900
Le ragazze lavoravano nella scuola per sei ore al giorno in inverno e per sette ore in estate.Erano ammesse al dodicesimo anno d’età, dopo sei anni di istruzione svolte a casa. A 18 anni si passava nel gruppo delle lavoranti esperte fino al matrimonio, dopo il quale si tornava a lavorare a casa.Le lavoratrici erano suddivise per operazioni: Orditura, Rete, Guipure, Rilievo, Pulitura, Ripassatura, Unioni. (Quest’ultima fase veniva eseguita sempre a domicilio, dalle migliori lavoranti di ciascuna fase). La contessa Marcello morì nel 1893 lasciando al figlio il compito di continuare la sua importante opera. La scuola ebbe un ulteriore incremento didattico, con una fase di stallo durante la prima guerra mondiale, per poi riprendere a crescere fino alla fine degli anni ’30 del XX secolo. Poi subì progressivamente una forte decrescita sino ad essere chiusa definitivamente nel 1970. L’attività continuò, anche se in forma ridotta, grazie ad una serie di negozi locali.Un’attività manuale ormai scomparsa per vari motivi. I ricami più pregiati richiedono infatti una lunga lavorazione. Per creare ad esempio una grande tovaglia fittamente ricamata servirebbe il lavoro di almeno dieci merlettaie per almeno tre anni. Questo determinò un forte aumento dei prezzi e il ricorso ad una tecnica di lavorazione più sbrigativa e veloce, potremo definire “meccanica”, e questo a svantaggio della qualità del ricamo. La regina Soraya non poté non restare affascinata dalle opere d’arte delle merlettaie in un periodo in cui la Scuola era in forte attività lavorativa.
Importante tovaglia Burano, XX secoloIn lino interamente ricamata in pizzo e merletto con motivi di fiori e foglieDimensioni tovaglia: cm 320x180
MILANOIndustria Automobilistica Isotta-Fraschini
L’”Isotta-Fraschini” era una casa automobilistica che fu fondata nel 1900 a Milano da: Cesare Isotta, Oreste Fraschini, Vincenzo Fraschini e Antonio Fraschini.Chiuse la sua attività nel 1949 e rimase nella storia per la sua produzione di autovetture trale più lussuose e prestigiose.
1926 / Isotta-Fraschini – 8A
Isotta Fraschini Tipo 8A
Italia - Piemonte - Torino
Museo dell' Automobile Torino - Isotta Fraschini 8A
Costosa e raffinata come si addice al dono di un re. Così spettacolare come un film di star.
E così sarebbe.
Museo dell' Automobile Torino - Isotta Fraschini 8A
Costosa e raffinata come si addice al dono di un re. Così spettacolare come un film di star.
E così sarebbe.