Macalda di Scaletta, la donna che sfidò il suo tempo.
Enciclopedia delle Donne - XXIII Capitolo
Voce di Sicilia.
Ci sono figure che attraversano la storia come lampi: brevi, inquieti, impossibili da ignorare. Macalda di Scaletta è una di queste. Donna del XIII secolo, nata in un castello e cresciuta in un mondo che non prevedeva spazio per la sua ambizione, Macalda scelse di non essere spettatrice del proprio tempo. Lo sfidò. Lo piegò. Lo attraversò con una forza che ancora oggi sorprende, divide, affascina.
Questa opera nasce per restituire complessità a una figura che la storiografia ha spesso ridotto a caricatura: l’amazzone dissoluta, la seduttrice, la traditrice, la donna “di spirito virile”. Ma dietro le accuse dei cronisti medievali — uomini di parte, uomini di potere, uomini ostili alle donne che osavano — si nasconde una storia più grande: quella di una protagonista politica, di una stratega, di una ribelle che non accettò mai il ruolo che la società voleva imporle.
Macalda non fu solo un personaggio dei Vespri Siciliani. Fu un simbolo della mobilità sociale, della ferocia delle rivolte, della fragilità delle corti, della violenza delle passioni umane. Fu una donna che cavalcò armata, governò città, ingannò eserciti, sfidò regine, tentò re, e infine giocò a scacchi con un emiro tunisino nella prigione di Matagrifone. Una vita che sembra romanzo, e invece è storia.
Questa opera non vuole giudicare Macalda. Vuole comprenderla. Vuole restituire la sua voce, le sue ombre, la sua grandezza e le sue cadute. Vuole mostrare come una donna del Medioevo poté diventare protagonista di eventi che ancora oggi segnano l’identità della Sicilia.
Macalda di Scaletta non è un mito da celebrare né un mostro da condannare. È una figura da ascoltare. E in queste pagine, finalmente, parla.
Macalda di Scaletta (1240–1308) fu una delle donne più potenti, controverse e affascinanti del Medioevo siciliano. Nata nel castello di Scaletta da una famiglia di recente ascesa sociale, attraversò le corti angioine e aragonesi, governò Catania durante i Vespri Siciliani, sfidò la regina Costanza, tentò di influenzare Pietro III d’Aragona e visse una prigionia leggendaria nel castello di Matagrifone, dove giocò a scacchi con l’emiro tunisino Margam ibn Sebir.
La sua storia è un intreccio di politica, guerra, seduzione, tradimenti, ambizione e sopravvivenza. Le cronache medievali la dipinsero come dissoluta e spregiudicata, ma dietro quelle accuse si nasconde una figura complessa: una donna che non accettò i limiti imposti dal suo tempo e che trasformò la propria vita in un atto di ribellione permanente.
Questa opera ricostruisce la sua vicenda attraverso fonti storiche, analisi critiche e narrazione letteraria, offrendo il ritratto più completo oggi disponibile di Macalda di Scaletta: amazzone, politica, leggenda.
1.1 La bisnonna alla Porta Iudaeorum.
Matteo Selvaggio era un semplice milite e guardiano del castello demaniale di Scaletta e nel 1220 circa ne ottenne la custodia da Federico II di Svevia.
1.3. Il Castello di Scaletta
Il Castello (oggi noto anche con l’appellativo di (Castello Rufo/Ruffo) fu edificato agli inizi del XIII secolo (1220 circa) per volere dell'imperatore Federico II di Svevia, come avamposto difensivo militare e dongione strategico per controllare il braccio di mare tra Messina e Taormina.
Matteo Selvaggio finì per legare indissolubilmente il proprio nome al feudo (diventando un "di Scaletta").
Giovanni, figlio di Matteo Selvaggio, fu inviato a studiare diritto per consolidare il prestigio familiare. Fu il primo a stipulare un matrimonio documentato con un'esponente dell'alta nobiltà, sposando una dama appartenente alla famiglia siciliana dei Cottone, Corsoriana Cottone.
- Sfondo genealogico: La storiografia dell'epoca (tra cui le cronache di Bartolomeo di Neocastro o di Bernat Desclot) focalizzava la propria attenzione sulle figure maschili di spicco o sui protagonisti politici diretti dei Vespri Siciliani. Corsoriana venne menzionata essenzialmente in funzione del matrimonio con il giurista Giovanni di Scaletta, fondamentale per consentire all'ambiziosa famiglia di Scaletta il salto nella nobiltà patrizia di Messina.
- Documentazione frammentaria del XIII secolo: Molti degli atti notarili ed estratti genealogici specifici sui rami secondari della famiglia Cottone, risalenti alla metà del Duecento. andarono perduti, mentre gli alberi genealogici più dettagliati dei Cottone (come quelle dei Principi di Castelnuovo o dei Marchesi di Baucina) partirono, con continuità documentale, solo dai secoli successivi (dal XIV-XV secolo in poi).
C’era quindi sin dal XIII secolo un legame storico dei Cottone con il territorio di Fiumefreddo.
Solo nel 1592 (XVI secolo) il vasto feudo di Fiumefreddo fu venduto alla famiglia Gravina da parte del barone Giovanni Pietro Cottone. La fascia costiera del feudo mantenne la denominazione della casata, arrivando fino a oggi come Marina di Cottone.
Nel Duecento (epoca di Federico II e Manfredi), i Cottone erano un patriziato di origine urbana insediato principalmente a Messina. Pur essendo di rango nobiliare elevato, la famiglia traeva il proprio prestigio sociale dalle cariche pubbliche, dal patrimonio e dall'influenza cittadina, non ancora da grandi signorie feudali munite di fortificazioni proprie.
L'unico castello di famiglia dell'epoca: Il solo castello in cui visse e operò questo nucleo familiare nel Duecento fu proprio il Castello di Scaletta. Questa fortezza apparteneva tuttavia alla famiglia del marito (Giovanni di Scaletta), la quale, arricchitasi, ne aveva rilevato la custodia e il controllo demaniale.
Era il Signore/Barone di Ficarra (sui Monti Nebrodi, in provincia di Messina). La sua residenza e fortezza principale era proprio il Castello di Ficarra (Castrum Ficarriae), nato originariamente come struttura difensiva e poi rimaneggiato durante il periodo normanno-svevo.
IX – XI probabile esistenza di un fortilizio sin da età islamica.
1081 Ficarra è compresa nella diocesi di Troina.
1111 In un diploma è documentato un Alcherius de Ficarra
che potrebbe essere il feudatario del luogo o un miles castri.
1210 viene citato il castrum Ficarie
L’attuale fortilizio è l’espressione di un globale rimaneggiamento cinquecentesco
e di ulteriori trasformazioni attuate al tempo di Vito Amico (1697 – 1762).
Trasformazioni, fu adibito a carcere duro tra il XVII e il XVIII,
che stravolsero l’assetto della struttura medievale.
3.1. Macalda viaggiatrice, ribelle, travestita da frate francescano.
ma anche nel resto della penisola?
Le ipotesi sul suo comportamento sarebbero diverse:
- Travestimento da frate francescano: le cronache (soprattutto Bartolomeo di Neocastro) raccontano come Macalda si muoveva sotto mentite spoglie per sfuggire ai controlli angioini. Il travestimento le permetteva di attraversare territori ostili e di raccogliere informazioni.
- Possibile attività di spionaggio: alcuni storici moderni ipotizzarono che fosse una spia o intermediaria per la fazione aragonese, sfruttando la sua rete di conoscenze e la capacità di seduzione per ottenere notizie.
- Espedienti e avventure amorose: in un’epoca in cui le donne non avevano potere politico diretto, Macalda usava la sua libertà e il suo fascino come strumenti di sopravvivenza e influenza.
Il suo comportamento non va letto come semplice scandalo o ribellione morale, ma come strategia di sopravvivenza e di potere.
Macalda era una donna che rifiutava di essere relegata ai margini: il travestimento e le peregrinazioni erano forse un modo per continuare a tessere trame politiche, mantenendo contatti e informazioni in un periodo di grande instabilità.
Le fonti che citano questo travestimento sono numerose e sono legate ad una tradizione storiografica siciliana che tramanda questo aspetto con coerenza:
1. Tradizione storica siciliana (UNPLI Sicilia – Audio Guide). Una fonte divulgativa ma basata su tradizione locale e studi regionali afferma chiaramente che:
2. Studi storici contemporanei (Clessidra 2021). La ricercatrice Eliana Vivirito conferma che:
3. Sikelian – Storie Arcane (2024). Anche questa fonte ribadisce il dato:
4. Universome – Cultura Locale (2017). Questa fonte aggiunge un dettaglio significativo:
Guglielmo Amico.
1. Libertà di movimento. Travestirsi da frate permetteva a Macalda di:
- viaggiare senza essere fermata;
- attraversare territori ostili;
- evitare attenzioni indesiderate.
2. Protezione politica. Il periodo era quello della tensione tra Angioini e Aragonesi. Il travestimento potrebbe averle permesso di:
- muoversi tra zone controllate dagli Angioini;
- mantenere
contatti con fazioni aragonesi;
- raccogliere informazioni.
3. Sopravvivenza e strategia personale. Macalda era già nota per la sua astuzia politica e per la capacità di muoversi tra corti e poteri. Il travestimento potrebbe essere stato:
- una forma di spionaggio informale (ipotesi plausibile ma non documentata direttamente);
- un modo per tessere trame e mantenere la propria rete di relazioni;
- una scelta di autonomia radicale in un mondo che non prevedeva donne indipendenti.
Le fonti quindi non dicono chiaramente che fosse una spia, ma il suo comportamento è coerente con quello di una persona che:
- si muoveva tra fazioni politiche;
- raccoglieva informazioni;
- agiva con scaltrezza in un contesto di guerra civile.
(Ricostruzione romanzata)
Correva l’ombra di Macalda lungo i sentieri polverosi della Sicilia, un’ombra inquieta, sottile, che sfuggiva alle maglie del potere e alle attese del suo tempo. Dopo la morte di Guglielmo Amico, quando la casa si era fatta silenziosa e le alleanze si erano dissolte come fumo, Macalda comprese che restare ferma significava essere inghiottita. Così scelse il movimento.
Si racconta che una notte, mentre il vento di mare batteva contro le mura di Scaletta, Macalda
indossò la tonaca ruvida di un frate francescano.
Il tessuto le graffiò la pelle, ma le diede ciò che nessun uomo avrebbe concesso: libertà di camminare senza essere riconosciuta. Sotto quel cappuccio, la donna più discussa della Sicilia diventava un’ombra tra le ombre, un viandante anonimo che attraversava borghi, conventi, porti e strade di campagna.
Non era fuga. Era ricerca.
Macalda ascoltava, osservava, raccoglieva voci. Le taverne erano piene di soldati angioini che parlavano troppo, di mercanti che sapevano più dei notai, di frati che custodivano segreti più pesanti dei loro libri. Lei, nascosta dietro la maschera del religioso, tessé una rete di informazioni, come un ragno che lavora nell’oscurità. Qualcuno giurò di averla vista a Messina, altri a Cosenza, altri ancora lungo la costa
tirrenica, sempre sola, sempre silenziosa, sempre con quel passo rapido che non apparteneva a un uomo di Dio. Eppure nessuno la fermava: un frate non destava sospetti.
Le cronache non dicono se fosse una spia. Ma dicono che sapeva troppo, e che sapeva muoversi dove nessuna donna avrebbe potuto. Forse cercava vendetta contro gli Angioini, forse cercava protezione presso gli Aragonesi, forse cercava solo di restare viva in un mondo che voleva cancellarla.
Di certo, Macalda non era una figura passiva della storia: era una donna che camminava dentro la
storia, spingendola con le proprie mani, e ogni passo che compiva sotto quel saio francescano era un atto di ribellione contro il destino che le era stato imposto.
Così correva l’ombra. E più correva, più diventava leggenda.
Il viaggio sotto
mentite spoglie(Capitolo romanzato
per Macalda di Scaletta)Il
viaggio cominciò all’alba, quando la luce era ancora un filo sottile che
tagliava l’orizzonte. Macalda serrò il saio attorno al corpo, nascose i capelli
sotto il cappuccio e si guardò allo specchio d’acqua che tremava ai suoi piedi.
Non vedeva più se stessa: vedeva un frate, un pellegrino qualunque, uno dei
tanti che attraversavano la Sicilia in cerca di carità o di redenzione. Lei
cercava tutt’altro.
La
strada che scendeva da Scaletta era un nastro di pietre e polvere. Ogni passo
era un addio: alla casa, al passato, ai ruoli che la società le aveva cucito
addosso. Nessuno, vedendola così, avrebbe immaginato che sotto quella veste si
nascondeva la donna che aveva sfidato corti, soldati e signori, la stessa che
aveva parlato con re e comandanti come loro pari.
Il
travestimento non era solo un riparo. Era un’arma.
Macalda
lo capì la prima volta che un gruppo di militi angioini la fermò lungo la
strada per Messina. Le chiesero da dove venisse, dove fosse diretto, se avesse
visto movimenti sospetti. Lei chinò il capo, modulò la voce in un tono più
grave e rispose con la calma di chi ha preso l’abitudine a mentire per
sopravvivere. I soldati la lasciarono andare senza sospetti. Fu allora che
comprese quanto potere ci fosse nell’essere invisibile.
Viaggiò
per giorni, poi settimane. Dormì in conventi, in stalle, sotto portici
abbandonati. Ogni luogo era un crocevia di voci: mercanti che parlavano di
tasse e rotte, frati che discutevano di politica più che di teologia, soldati
che si vantavano delle loro imprese. Macalda ascoltava tutto. Non prendeva
appunti, non lasciava tracce: conservava le informazioni nella memoria, come un
archivio segreto che solo lei poteva decifrare.
A
volte, la notte, si chiedeva se fosse diventata un fantasma. Una donna che non
poteva essere donna, un frate che non era frate, un’ombra che scivolava tra le
pieghe della storia senza che nessuno potesse afferrarla.
Eppure,
in quella solitudine, c’era una libertà che non aveva mai conosciuto.
La
Sicilia era un teatro di guerra: gli Angioini stringevano la costa tirrenica,
gli Aragonesi consolidavano il potere nell’interno. Macalda attraversava quei
territori come un filo che cuce due lembi di stoffa. Non era chiaro se portasse
messaggi, se raccogliesse segreti, se cercasse alleati. Ma ovunque passasse,
lasciava dietro di sé un silenzio inquieto, come se la terra avesse percepito
il peso del suo destino.
Un
giorno, giunta alle porte di Cosenza, un frate anziano la guardò a lungo. «Hai
gli occhi di chi porta un fardello che non appartiene a Dio», disse. Macalda
abbassò lo sguardo, ma dentro di sé sorrise. Il frate non aveva torto: il suo
fardello apparteneva alla storia.
E
la storia, come sempre, la stava chiamando.
Così
continuò il viaggio, senza meta apparente, ma con un disegno che solo lei conosceva.
Un disegno fatto di incontri, di sguardi, di parole rubate, di segreti
ascoltati dietro porte socchiuse. Un disegno che l’avrebbe condotta, un giorno,
non più nell’ombra, ma al centro della scena.
Perché
Macalda non era nata per restare ai margini. E anche sotto mentite spoglie, il
mondo sembrava riconoscerla. Non come frate. Non come donna. Ma come forza.
Una
forza che camminava.
4. il Secondo Matrimonio: Alaimo da Lentini.4.1. Chi era Alaimo da Lentini ?Rientrata
in Sicilia sposò nel 1274, in seconde nozze, Alaimo da Lentini (Alaimo di Lentini). Un potente
stratega, Gran Giustiziere del Regno di Sicilia, e anche lui, come riportarono alcune fonti,
in seconde nozze dopo la morte della moglie che stranamente si chiamava
Macalda.
Il
matrimonio tra Macalda ed Alaimo da Lentini
fu eseguito per volere regio data l’influenza della donna nella corte
angioina.
Nel 1274, Alaimo da Lentini era un
importante e stimato militare e funzionario della dinastia angioina.
Serviva il re Carlo I d'Angiò, che dopo
averlo nominato consigliere e familiare regio nel 1271, gli affidò nel 1274
la carica di Giustiziere del Principato e della Terra di Benevento.
La famiglia di Alaimo (i Lentini o da
Leontino) era di antica nobiltà d'origine normanna.
Castelli
e feudi: Nel corso del tempo la famiglia possedette
numerosi feudi e castelli strategici in Sicilia, tra cui la contea di Buccheri,
le terre e signorie di Palazzolo, Butera, Odogrillo, Militello
e possedimenti a Messina e Lentini. Per matrimonio con Macalda acquisì anche il controllo del
feudo e castello di Ficarra.
Alaimo da
Lentini era figlio di un nobile identificato nelle fonti storiche come
Alanfranco (o Lanfranco) da Lentini.
Appartenente
a un ramo della potente famiglia d'origine normanna dei Lentini, Alaimo aveva
anche diversi fratelli, tra cui Simone da Lentini (che divenne vescovo di
Siracusa) e Giovanni da Lentini (capitano generale e funzionario di spicco)
Lo stemma di famiglia è storicamente noto: l'arma dei Lentini è blasonata tradizionalmente con tre rastrelli d'oro in campo rosso (oppure, secondo altre varianti di rami familiari, con tre palle/bisanti o elementi d'oro su scudo d'azzurro/rosso).
L'arma
araldica dei Lentini (o da Leontino) presenta un campo rosso con figure
geometriche d'oro disposte in banda, sormontato dall'elmo o dal mantello
nobiliare.
Il
Castello di Buccheri (Prima del matrimonio del 1274)
Prima
delle nozze con Macalda nel 1274, Alaimo era già signore di diversi
possedimenti, tra cui la contea e la rocca di Buccheri. Il castello di
Buccheri rappresentava una delle sue principali fortezze strategiche nell'area
siracusana.
4.2.il passaggio di Alaimo da Lentini dalla casa Angioina a quella Aragonese.Il passaggio di Alaimo da Lentini dalla causa angioina a quella aragonese avvenne nel corso del 1282, durante gli eventi legati alla rivolta dei Vespri Siciliani.
Stampa
scannerizzata dal libro “Racconto Popolare del Vespro Siciliano”
di Michele Amari
(edizione Forzani e C. – Roma 1882).
I due protagonisti
dei Vespri Siciliani, Alaimo da Lentini (a sinistra) e
Macalda di
Scaletta (a destra) con lo sfondo di Palermo.
L’importanza di Alaimo da Lentini presso la corte angioina andò scemando nel tempo. Ciò avvenne a causa del comportamento della moglie Macalda di Scaletta, che con la sua indole intrigante, riuscì a farsi una grande reputazione prima presso i siciliani e successivamente presso la corte aragonese. Proprio grazie alle manovre della donna, Alaimo finì per diventare uno dei principali leader dei famosi Vespri Siciliani (citati anche da Karl Marx).
5. Macalda assume il Governo di Catania.5.1. Macalda Governatrice di Catania.Dopo l'esplosione della rivolta a Palermo nel marzo 1282 e la sua rapida estensione a tutta l'isola, Catania si trovava in una posizione delicatissima. Alaimo fu nominato capitano del popolo e giustiziere, e partì subito per guidare l'eroica difesa di Messina dall'assedio di Carlo I d'Angiò. Macalda rimase a Catania assumendo de facto il governo della città. Donna di straordinaria bellezza, fierezza e sconfinata ambizione, amava indossare l'armatura, montare a cavallo con la mazza da guerra in pugno e comandare gli uomini con la determinazione di un sovrano.
5.2.. Il massacro dei Francesi: gli episodi del Castello Ursino e della “Platea Magna” (Piazza Duomo).L'episodio più spietato e drammatico del suo governo a Catania — ripreso nel dettaglio da Steven Runciman nel suo celebre saggio I Vespri Siciliani — avvenne nell'autunno del 1282. Mentre la furia antifrancese dilagava, la guarnigione angioina di Catania e diverse famiglie di funzionari e nobili francesi (compresi donne e bambini) si trovarono messe all'angolo. In preda al terrore, i francesi si rivolsero direttamente a Macalda, confidando nel fatto che lei e il marito avevano servito per anni la corte angioina.Macalda orchestrò quindi un feroce inganno articolato in tre fasi:- La falsa protezione: Simulò un'accoglienza benevola e concedette loro rifugio nei locali del Castello Ursino e del palazzo governativo, rassicurandoli sul fatto che avrebbe garantito la loro incolumità per poi scortarli fuori città.- Lo spoglio dei beni: Una volta che i francesi ebbero consegnato le armi e si furono radunati sotto la sua tutela, Macalda passò all'azione. Fece sequestrare sistematicamente tutti i loro beni, i gioielli, il denaro e persino gli abiti eleganti e le suppellettili.- L'abbandono alla folla: Appagate le sue mire di arricchimento e volendo dimostrare la sua totale rottura con gli Angiò, ritirò la guardia. Consegnò così i prigionieri inermi alla mercé del popolo catanese, che da anni covava rancore per i soprusi e le tasse vessatorie.Ciò che seguì fu un vero e proprio massacro: la folla si accanì sui francesi senza fare distinzione tra soldati, civili, donne o anziani, e la maggior parte di loro fu linciata nelle stradine di Catania.
Le fonti storiche e la storiografia sui Vespri Siciliani consentono di mappare con precisione i punti chiave di Catania legati al tragico episodio del 1282 e al ruolo di Macalda.L’episodio avvenne nell’autunno del 1282, probabilmente tra la fine del mese di settembre e le prime settimane di ottobre 1282.Nella storiografia non è presente una data unica e registrata al singolo giorno nei cronisti dell'epoca (come Bartolomeo di Neocastro o Niccolò Speciale) per l'apertura delle porte del castello, poiché l'evento si articolò nell'arco di diversi giorni di prigionia, inganno e successivo massacro durante la transizione del potere nell'autunno di quell'anno.Il quadro cronologico si potrebbe riassumere nei seguenti aspetti.- 30 marzo 1282: Scoppia la rivolta dei Vespri a Palermo il lunedì di Pasqua;- Maggio - Agosto 1282: La rivolta si estende a tutta l'isola. Alaimo da Lentini viene nominato capitano del popolo e parte per guidare l'assedio e la difesa di Messina contro Carlo d'Angiò. Macalda assume il controllo di Catania.- 30 agosto 1282: Pietro III d'Aragona sbarca a Trapani.- 4 settembre 1282: Pietro III viene acclamato Re di Sicilia a Palermo.- Settembre - Ottobre 1282: Mentre Carlo d'Angiò ripiega verso il continente e Pietro III consolida il suo potere muovendosi verso la Sicilia orientale, si consuma l'episodio di Catania: i francesi rimasti in città cercano scampo presso Macalda al Castello Ursino, la quale li spoglia dei beni e li consegna alla folla.
Il castello era stato costruito solo pochi decenni prima per volontà dell'imperatore Federico II di Svevia e la fortezza in pietra lavica fu la sede operativa e residenziale di Macalda durante l'assenza del marito Alaimo da Lentini.- Il tranello e il sequestro: È tra le mura del castello che la guarnigione e i nobili francesi trovarono rifugio credendo alle promesse di protezione della donna, e fu negli stessi ambienti che vennero disarmati e spogliati di ogni bene.- Sede del potere: Il castello divenne la sede amministrativa da cui Macalda gestiva la città e le sue truppe private.Una volta derubati di armi, gioielli e abiti, i prigionieri francesi furono scortati fuori dalle difese della fortezza e spinti verso la piazza centrale della città, la “Platea Magna” (l’odierna Piazza Duomo).In questo spazio aperto Macalda ritirò la scorta, consegnando la popolazione angioina alla folla catanese in rivolta.
L'azione
di Macalda non fu soltanto dettata da cupidigia, ma rispondeva a un preciso
calcolo politico. Da un lato volle eliminare ogni sospetto sulla passata lealtà
angioina sua e del marito; dall'altro intendeva accreditarsi come figura
dominante e spietata agli occhi dei nuovi dominatori. I siciliani, infatti,
stavano rivolgendo continue suppliche alla regina Costanza II di Sicilia,
figlia di re Manfredi, affinché accettasse la corona in quanto ultima
discendente degli Hohenstaufen. Il marito di Costanza, Pietro III d’Aragona,
appoggiò la richiesta e si preparò a sbarcare nell'isola, consapevole che con
donne forti e ambiziose come Macalda avrebbe dovuto necessariamente fare i
conti.
Alaimo da Lentini (AI).
5.3. .La carriera politica di Alaimo da Lentini dopo i Vespri Siciliani e l’arrivo di Pietro III d’Aragona (Pietro I di Sicilia).Con
i Vespri Siciliani, la carriera politica di Alaimo da Lentini ebbe una svolta
decisiva.
Durante
la dominazione angioina, Alaimo era stato un fedele funzionario di Carlo I
d'Angiò, che lo aveva nominato consigliere regio e giustiziere. Nel 1282
ricopriva le cariche di Capitano del Popolo e Stratigoto a Messina.
Allo
scoppio della rivolta antiangioina (iniziata a Palermo tra marzo e aprile del
1282), Alaimo scelse di schierarsi a difesa della Sicilia e, nell'estate dello
stesso anno, guidò con successo l'eroica resistenza di Messina dall'assedio
delle truppe di Carlo d'Angiò (luglio-agosto 1282).
Comprendendo
che i liberi comuni siciliani non avrebbero potuto resistere a lungo da soli
alla reazione angioina senza un solido appoggio monarchico, fu tra i principali
fautori dell'alleanza con la corona d'Aragona. Favorì quindi l'arrivo di Pietro
III d'Aragona, sbarcato a Trapani il 30 agosto 1282.
Dopo
l'incoronazione del nuovo sovrano, Alaimo gli giurò solenne fedeltà e,
nell'autunno del 1282 (tra settembre e ottobre), consacrò il suo definitivo
passaggio alla causa aragonese. Il 21 ottobre 1282, re Pietro III lo ricompensò
per il suo ruolo determinante nominando Gran Giustiziere del Regno di Sicilia.
Lo sbarco di Re
Pietro III d’Aragona a Trapani.
Re Pietro III d'Aragona (Pietro I di Sicilia).
5.4. Alaimo da Lentini – Macalda di Scaletta: una coppia al centro del potere.Alaimo, con il matrimonio aumentò il suo potere politico e i possedimenti tra cui il titolo e i diritti sul feudo di Ficarra. Per Macalda il matrimonio le permise di formare con il marito una delle coppie più potenti, influenti e temute della Sicilia del Duecento, fino al tragico epilogo che travolse entrambi sotto la dominazione aragonese.
Dal matrimonio nacquero due (?) figli,
- Tommaso;
- Alanfranco;
- a cui seguirono dei nipoti che furono coinvolti nel destino tragico della coppia dopo l'accusa di tradimento.
6. L’Incoronazione di re Pietro III d’Aragona con il titolo di re Pietro I di Sicilia.
Re
Pietro III d’Aragona fu incoronato il 4 settembre 1282 nella Cattedrale di
Palermo, intitolata alla Santa Vergine Maria Assunta, assumendo il titolo di
Pietro I di Sicilia.
Era soprannominato “el
Gran” (“Il Grande”) in catalano e aragonese: un epiteto meritato per le sue
straordinarie imprese militari contro gli Angioini e contro la dura opposizione
del papato (all’epoca succube dell’influenza francese). Il Papa giunse perfino a indire contro di lui
un’assurda crociata. Un altro grande merito del sovrano fu quello di aver dato
inizio alla straordinaria espansione e alla potenza marittima aragonese nel
Mediterraneo.
6.1.
La Scomunica di Papa Martino IV.
Nella storia occorre mantenere obiettività: la gerarchia ecclesiastica dell'epoca — così come appare anche in contesti contemporanei — si mostrava spesso lontana dai principi evangelici e indifferente alle sofferenze e alle atrocità del mondo. Una Chiesa legata a stringenti interessi economici e politici, ben distante dalla figura di Cristo che camminava tra i lebbrosi e gli emarginati, difendendo la povera gente e opponendosi ai soprusi dei potenti. In questo quadro di potere temporale si inserisce la reazione di Roma agli eventi siciliani: la crociata contro Pietro III d'Aragona non nacque infatti da un singolo atto, ma si articolò attraverso un ciclo progressivo di bolle papali ed editti promulgati da papa Martino IV tra il 1282 e il 1284 per punire il sovrano aragonese dopo lo sbarco nell'isola seguito ai Vespri.I documenti e i passaggi chiave furono i seguenti:- La Scomunica (18 novembre 1282): La prima condanna formale con cui Martino IV colpi Pietro III per aver occupato la Sicilia — considerata dal Papato un feudo della Santa Sede — e per aver sottratto il trono alla dinastia angioina.- La Deposizione dal Trono (21 marzo 1283): La solenne bolla emanata da Orvieto con la quale il Pontefice dichiarò Pietro spogliato di ogni titolo, del Regno d'Aragona e della Contea di Catalogna, sciogliendo i suoi sudditi dal vincolo di fedeltà.- Il Bando della Crociata e la Cessione del Regno (2 febbraio 1284): L'atto con cui la spedizione militare contro l'Aragona venne elevata al rango di vera e propria Crociata (Cruciata contra Aragonenses). Il Papa assegnò il trono aragonese a Carlo di Valois (figlio secondogenito di Filippo III di Francia “l’Audace”) e garantì a chiunque avesse combattuto contro Pietro le medesime indulgenze e la remissione dei peccati concesse ai crociati che combattevano in Terra Santa.
Il testo della scomunica e le
conseguenze
La
bolla definiva Pietro III un "usurpatore, nemico della Chiesa e
protettore di ribelli". Tuttavia, l'impresa militare — guidata da
Filippo III di Francia nel 1285 — fu un disastro completo per i francesi,
sconfitti sia sul mare dal celebre ammiraglio siciliana-aragonese Ruggero di
Lauria, sia a terra dalle malattie ed epidemie, portando alla morte dello
stesso re di Francia a Perpignano nel 1285.
Quando
Pietro III d’Aragona cinse la corona di Sicilia a Palermo, la risposta di Roma
non si fece attendere. Papa Martino IV, fermamente schierato con la casata
angioina, rispose al successo aragonese con il più potente e terribile
strumento del potere pontificio medievale: la scomunica e la deposizione
formale.Attraverso
una serie di solenni decreti promulgati ad Orvieto tra il 1282 e il 1284, il
Pontefice dichiarò Pietro III spogliato del titolo regale e d'ogni suo feudo,
liberando i sudditi dal giuramento di fedeltà e arrivando a scagliare contro
l'isola e la Corona d'Aragona una vera e propria Crociata. Un atto estremo,
intriso di sanzione spirituale e calcolo politico, scritto in un latino perentorio
destinato a segnare a fuoco il destino della Sicilia. Il
testo originale e solenne della bolla con cui papa Martino IV condannò
Pietro III d'Aragona, lo privò del regno e indisse la Crociata Aragonese, si
trova conservato nei Registres de Martin IV (n. 458 e 580) e nel Bullarium
Romanum.
Bando della
Crociata promulgato ad Urbevetanum (Orvieto)
In vocatio e Formula Solenne del
Papa
Martinus episcopus, servus servorum
Dei, ad perpetuam rei memoriam.
In
eminenti Apostolicae Sedis specula, disponente Domino, constituti, debitum
officii nostri de manu Domini requirit, ut tam catholicae fidei puritatem
conservare, quam eorum perversitatem, qui sanctam Ecclesiam matrem suam
offendere non verentur, debita severitate punire curemus...
Il passaggio di
privazione del trono e indizione della Crociata
...Dictum
Petrum, olim regem Aragonum, qui se in regnum Siciliae, ad jus et proprietatem
Ecclesiae Romanae legitime pertinens, damnabiliter intrusit, et contra mandatum
nostrum venire non timuit, praesentium auctoritate privamus et excommunicatum
denunciamus.
Ipsumque
Petrum privamus regno Aragoniae et terra Cathaloniae, aliisque terris suis
omnibus, et vasallos ac subditos ejusdem ab ejus fidelitatis debito absolvimus.
Terram quoque ipsius Aragoniae dandum duximus inclyto Carolo, nato charissimi
in Christo filii nostri Philippi, Regis Francorum illustris...
Quare
omnibus christifidelibus, qui contra praefatum Petrum et ejus fautores arma
sumpserint, illam eandem indulgentiam et peccatorum remissionem concedimus,
quam in subsidium Terrae Sanctae euntibus Apostolica Sedes concedere consuevit.
Datum Urbevetani,
XII Kalendas Aprilis, Pontificatus nostri anno tertio.
Traduzione
[Intitolazione e
Formula di Umiltà]
«Martino vescovo,
servo dei servi di Dio, a perpetua memoria del fatto.
[Arenga / Premessa
Solenne]
Posti,
per disposizione del Signore, sulla sublime vedetta della Sede Apostolica, il
dovere del nostro ufficio richiede da noi, per mano del Signore, che ci curiamo
tanto di conservare la purezza della fede cattolica, quanto di punire con la
dovuta severità la perversità di coloro che non temono di offendere la santa
Madre Chiesa...»
Il passaggio di
privazione del trono e indizione della Crociata
«Il detto Pietro, già re d'Aragona, che si è
dannabilmente intromesso [insediato/usurpato] nel regno di Sicilia — spettante
legittimamente al diritto e alla proprietà della Chiesa Romana — e non ha
temuto di andare contro il nostro comando, con l'autorità delle presenti
[lettere/bolla] priviamo [di ogni dignità] e dichiariamo excommunicato.
Priviamo lo stesso Pietro del regno d'Aragona e della
terra di Catalogna, e di tutte le altre sue terre, e assolviamo i vassalli e i
sudditi dello stesso dal debito di fedeltà verso di lui.
Quanto alla terra dello stesso d'Aragona, abbiamo
ritenuto di doverla dare all'illustre Carlo, figlio del carissimo nostro figlio
in Cristo Filippo, illustre re dei Franchi [Francia]...
Per la qual cosa, a tutti i fedeli in Cristo che
prenderanno le armi contro il predetto Pietro e i suoi fautori, concediamo
quella medesima indulgenza e remissione dei peccati che la Sede Apostolica è
solita concedere a coloro che vanno in soccorso della Terra Santa.»
«Dato a Orvieto,
il 21 marzo [1283/1284], nel terzo anno del nostro pontificato.»
[21 marzo 1283 /
confermata con edicta nel 1284].
N.B.Dettaglio delle formule diplomatiche papali:- Martinus episcopus, servus servorum Dei: È l'intitolazione canonica dei papi. Il titolo Servus servorum Dei ("servo dei servi di Dio") fu introdotto da papa Gregorio Magno ed è presente in tutti gli atti ufficiali.- ad perpetuam rei memoriam: Formula tipica delle bolle e dei privilegi di maggiore importanza ed efficacia permanente ("a perpetua memoria del fatto / della materia").- In eminenti Apostolicae Sedis specula...: È la classica arenga (il proemio motivazionale) usata dai pontefici medievali per giustificare la propria autorità di giudizio. Il Papa viene descritto metaforicamente come una sentinella posta sopra una torre/vedetta (specula) per sorvegliare l'intera Cristianità.Per la datazione il discorso è più complesso:- Datum Urbevetani: Dato a Orvieto (dal latino medievale Urbs Vetus / Urbevetum, ovvero Orvieto, dove la curia papale risiedeva spesso nel Duecento).- XII Kalendas Aprilis: 12 giorni prima delle Calende di Aprile. Nel calendario romano le Calende di Aprile cadevano il 1° aprile. Contando 12 giorni a ritroso a partire dal 1° aprile inclusivo, si ottiene esattamente il 21 marzo.- Pontificatus nostri anno tertio: Nel terzo anno del nostro pontificato.Gli anni “1283” e “1284”.Il testo appartiene ad un documento di papa Martino IV che fu eletto nel 1281:- Il 1° anno di pontificato: marzo 1281 – marzo 1282- Il 2° anno di pontificato: marzo 1282 – marzo 1283- Il 3° anno di pontificato (anno tertio): marzo 1283 – marzo 1284Il 21 marzo del terzo anno del suo pontificato corrisponde quindi esattamente al 21 marzo 1283.Nel Medioevo era prassi comune come un documento solenne (come una bolla, un privilegio o un diploma) venisse emanato in una prima data (il 21 marzo 1283) e poi confermato, edito o iscritto nei registri ufficiali l'anno successivo (nel 1284).La parte tra parentesi quadre [21 marzo 1283 / confermata con edicta nel 1284] non è la traduzione letterale della frase latina, ma è la nota del curatore/storico che traduce la datazione antica nel nostro calendario solare e aggiunge l'annotazione sul seguito storico dell'atto.
Papa Martino IV
nell’atto di scrivere la Bolla di scomunica.(Nel suo animo un forte odio contro Pietro I di Sicilia che si nota nella trave del soffitto).
6.2. L’odio di Papa Martino IV contro re Pietro I di Sicilia: rievocazione narrativa.La penna d’oca strideva sulla pergamena, lasciando una scia di inchiostro
scuro che profumava di galla e aceto. Nella penombra del Palazzo Papale di
Orvieto, Martino IV manteneva lo sguardo fisso sulle parole appena tracciate.
Era il marzo del 1283, ma nella quietudine di quelle stanze il tempo pareva
essersi fermato, sospeso nell'attesa dell'imminente tempesta.
Sopra di lui, idealmente stampato sul soffitto a capriate come nei grandi
affreschi delle cattedrali, Pietro III d’Aragona (Pietro I di Sicilia) lo
fissava con lo sguardo fiero e arrogante di chi aveva osato prendersi la
Sicilia con la forza delle armi. Il sovrano aragonese non era un semplice re nemico;
era un'ombra ingombrante che oscurava la cattedra di San Pietro, un usurpatore
incoronato che aveva osato spezzare l'asse tra la Santa Sede e la casata
d'Angiò.«Ti credi un re legittimo, Pietro?» pensava il Pontefice, sentendo la
rabbia montargli nel petto a ogni contrazione della mano che stringeva lo
stilo.
«Credi che la corona di Palermo ti protegga dal braccio della Chiesa?
Hai ascoltato le sirene dei ribelli siciliani, ti sei fatto strumento del
Vespro e hai calpestato i diritti della Sede Apostolica. Ma la tua corona non è
altro che un'illusione destinata a spezzarsi.»
Il sovrano aragonese è ricordato, in Italia e in
Sicilia, come Pietro I di Sicilia, mentre nella cronologia dei re
d'Aragona è indicato come Pietro III. Dante Alighieri lo citò persino
nella Divina Commedia (Purgatorio, Canto VII), definendolo "quel
che a d'alto tinto / d'ogni valor portò cinta la corda", a
testimonianza della grande stima di cui godeva all'epoca.
6.3. Re Pietro I di Sicilia nella Divina Commedia.Nel Canto VII del Purgatorio, Dante Alighieri colloca Pietro III
d'Aragon nella cosiddetta Valletta dei Principi Negligenti,
nell'Anti-Purgatorio.
Danti Alighieri ,
nel Purgatorio, in presenta dei sovrani: Carlo D’Angiò e
Pietro III d’Aragona(I
di Sicilia) ( a sinistra).
In questo luogo si trovano i regnanti che in vita posero le ambizioni politiche e terrene al di sopra dei loro doveri spirituali, ritardando il pentimento fino all'ultimo momento.La scena della Valletta (Purgatorio VII,vv. 112-114)Dante e Virgilio vengono guidati dal trovatore provenzale Sordello da Goito, il quale mostra loro le anime dei grandi sovrani del Duecento che siedono insieme, cantando l'inno Salve Regina.Sordello indica a Dante la figura di Pietro III descrivendolo per la sua possente corporatura fisicamente e moralmente imponente:«Quel che par sì membruto e che s'accordacantando con colui dal maschio naso,d'ogni valor portò cinta la corda;»(Purg. VII, vv. 112-114)- "Quel che par sì membruto": Pietro III viene ricordato per la sua stazza fisica e la sua forza vigorosa (un guerriero temuto, lo stesso che accolse la chiamata dei Siciliani durante il Vespro).- "D'ogni valor portò cinta la corda": Dante gli rende un grandissimo tributo d'onore. Riconosce che Pietro fu cinto di ogni virtù e valore cavalleresco.- L'incredibile riappacificazione nell'Oltretomba: Pietro III canta in perfetta armonia ("s'accorda cantando") con il suo più grande nemico in vita: Carlo I d'Angiò (definito da Dante "colui dal maschio naso" per via del suo profilo accentuato). In vita si combatterono ferocemente per il possesso della Sicilia; nell'aldilà dantesco, purificati dalle miserie umane, siedono vicini in pace.- Il giudizio sui figli e l'eredità di Sicilia. Pietro III morì nel 1285 (poco dopo gli eventi della bolla di Martino IV). Nel Canto VII, Dante fa esprimere a Sordello un forte rammarico per la successione di Pietro. Se gli fosse succeduto il giovanetto Alfonso III (morto precocemente), il valore del padre sarebbe passato nell'erede. Gli altri due figli, invece — Giacomo II (re d'Aragona) e Federico III (re di Sicilia) — secondo Dante non ereditarono la grandezza e la virtù del padre, dividendosi i reami e governando con minore statura morale. Dante, pur essendo di parte guelfa, riconosce a Pietro III una statura d'animo, un valore guerriero e una regalità che spiccano nettamente sopra gli altri sovrani dell'epoca. L’erba della valletta era un tappeto d’uno smeraldo così vivo da far sfigurare l’oro e la porpora dei mantelli reali. Nell’aria, dolce e carica del profumo di mille fiori, risuonavano le note malinconiche del Salve Regina, intonato da voci che un tempo avevano comandato eserciti e dettato leggi all'Europa. Dante avanzava a passi lenti dietro la figura solenne di Virgilio, tenendosi al fianco Sordello da Goito. Il suo sguardo di poeta e di esule cercava tra le ombre dei grandi del secolo. Fu allora che lo vide. Sulla sponda fiorita, seduto a spalla a spalla con colui che in terra era stato il suo più feroce nemico — il severo Carlo d’Angiò dal profilo affilato —, sorgeva un uomo dalla corporatura possente, le spalle ampie come il fusto di una quercia e la fronte segnata dal peso delle corone. Pietro d’Aragona non portava più le armi con cui era sbarcato a Trapani nel turbine del Vespro, né l'elmo che aveva sfidato le bolle di scomunica di Roma. Eppure, la regalità gli echeggiava ancora in ogni gesto. Cantava in perfetta armonia con l'Angioino, unito nell'aldilà a chi aveva combattuto in vita, le mani giunte nel gesto di chi ha deposto l'orgoglio terreno.«Vedi quel che par sì membruto?» sussurrò Sordello, indicando con la mano l'ombra del sovrano aragonese. «D'ogni valor portò cinta la corda. Lì siede il re che fece tremare il Papato e cambiò per sempre le sorti della Sicilia.»- Dante si arrestò. Negli occhi di quel gigante guerriero non c'era la rabbia del condottiero né la superbia del conquistatore, ma la luminosa consapevolezza di chi, dopo aver cinto la spada della giustizia e del valore, aveva infine consegnato la propria anima alla misericordia divina.
Dante e Pietro I di Sicilia.
Dante
mosse un passo verso il re, vincendo il timore reverenziale per quella figura
maestosa. Il sovrano aragonese interruppe il canto, alzò lo sguardo e fissò il
poeta fiorentino con la calma profonda di chi ha superato la tempesta della
vita mortale.«Vieni da terra
toscana, poeta»,disse
Pietro d'Aragona, con una voce profonda che pareva far vibrare l'aria della
valletta.«Sento
nell'accento della tua lingua l'eco delle discordie di quella parte d'Italia.
Ma dimmi: quali memorie si conservano nel mondo dei vivi del re che attraversò
il mare per la Trinacria?»Dante
chinò lievemente il capo in segno di rispetto.«Il tuo nome,
maestà, vive ancora nel racconto degli uomini. Taluni ti ricordano come il cavaliere
senza macchia che soccorse un popolo oppresso; altri come colui che spezzò
l'unità della Chiesa e strappò il regno alla casata d'Angiò.»Pietro
sorrise, uno sguardo di serena malinconia diretto verso il cielo del
Purgatorio.«L'unità della
Chiesa...»ripeté
il re a bassa voce.«Il Papa a Orvieto
lanciava su di me i suoi fulmini di carta, le scomuniche e i decreti di
deposizione. Ma Martino guardava Roma e Parigi, mentre io guardavo negli occhi
i siciliani. Quando sbarcai a Trapani nell'agosto del Vespro, non trovai una
ribellione d'ambizione, ma un grido di dignità spezzata. La Sicilia era
un'isola ferita, stanca del giogo e della superbia di chi la considerava solo
una terra di conquista e di tributi.»Dante,
spinto dal suo rigido senso della giustizia, gli chiese«Fu dunque l'onore
della cavalleria a spingerti a Palermo, o la sete di una nuova corona?».Pietro,
sfiorando con la mano il petto dove un tempo poggiava l'armatura, rispose…«Il cuore di un re
è una trama complessa, poeta»«I diritti di mia
moglie Costanza, sangue dello svevo Manfredi, mi chiamavano su quel trono. Ma
il giorno in cui udii il suono delle campane di Palermo e vidi i volti di quel
popolo, capii che il Vespro non era più solo politica: era la storia che cambiava
corso. Ho impugnato la spada non per vanagloria, ma perché un sovrano che
rifiuta il grido di un popolo che si affida a luinon è degno di
portare la corona.»Il
re volse per un istante lo sguardo verso Carlo d'Angiò, seduto poco distante,
che assentì in silenzio, accomunato dalla medesima pace.Pietro
continuò…«In terra ci
combattemmo senza tregua».«Versammo sangue e
spendemmo la vita per un lembo di terra bagnato dal sole e dal mare. Ora so che
la Sicilia non apparteneva a me, né a Carlo, né ai Papi che ci maledissero. La
Sicilia appartiene a se stessa e alla memoria dei suoi figli. Mi duole solo che
chi è venuto dopo di me non abbia saputo custodire quella grandezza con la
stessa virtù.»Dante
ascoltava, impressionato dalla grandezza d'animo di quell'uomo che aveva
affrontato imperi e papati senza perdere la propria dignità.Infine
il poeta disse…«Il mondo dei vivi
dimentica presto la virtù dei padri, maestà».«Ma finché la mia
penna avrà forza, il tuo valore nel turbine del Vespro non andrà perduto.»Pietro
d'Aragona gli sorrise con gratitudine, poi richiusi gli occhi e ricominciò a
unire la sua voce a quella degli altri principi, intonando la preghiera della
sera.
7. La Notorietà di Macalda dopo i Vespri Siciliani.Macalda, ormai giunta all’apice della sua notorietà
grazie al ruolo assunto durante i Vespri Siciliani, dove scese personalmente in
campo indossando una armatura metallica e partecipando con decisione agli
scontri al fianco dei rivoltosi siciliani. La sua figura, già circondata da
un’aura di audacia, si arricchì ulteriormente nell’autunno del 1282, quando le
cronache riportano un tentativo di seduzione rivolto a Pietro I d’Aragona, re
di Sicilia, episodio che contribuì a consolidare la sua fama e a renderla una
delle donne più discusse del suo tempo.Il
re ricevette l’incoronazione a Palermo i 4 settembre 1282 e, sempre nel mese di
settembre, si spostò con il suo esercito verso il messinese e Randazzo per
consolidare il controllo dell’isola e guidare le ultime operazioni contro gli
Angioini. In questo periodo, Alaimo di Lentini (marito di Macalda) ricopriva
l'importantissima carica di Gran Giustiziere del Regno. Macalda, sfoggiando i
suoi abiti marziali e la sua celebre scorta, si presentò alla corte itinerante
del nuovo sovrano aragonese. Secondo il cronista Bartolomeo di Neocastro,
l'ambiziosa nobildonna cercò in tutti i modi di ammaliare il re con il suo
fascino, la sua audacia e le sue arti oratorie, sperando di ottenerne i favori
politici e personali. Pietro III, tuttavia, descritto come sovrano severo e di
costumi morigerati, respinse freddamente le sue avance, mantenendo un
atteggiamento puramente formale e politico.
8.
Macalda si presenta al re Pietro I di Sicilia.
8.1. Il
primo incontro nel Castello di Randazzo.Macalda,
venuta a conoscenza dell’arrivo di Pietro I d’Aragona a Randazzo, non si
lasciò sfuggire l’occasione di mettersi in evidenza. Si presentò al sovrano con
superbe vesti marziali, indossando una veste rinforzata da piastre e
maglie di ferro, e reggendo una mazza d’argento – secondo altre
fonti una bacchetta d’argento – simbolo di autorità e prestigio.
Aveva quasi
quarant’anni, ma appariva ancora di notevole bellezza, con modi gentili
e un fascino che le cronache non mancarono di sottolineare. Gli storici
interpretarono il suo comportamento come animato da una forte “concupiscenza”,
che presto si manifestò apertamente.
Il suo
intento era quello di mostrarsi al re come una sorta di imperatrice
guerriera, ostentando al tempo stesso la potenza e il rango del marito, Alaimo
da Lentini. Macalda fissava il sovrano con occhi fermi e ridenti,
unendo gesti lievi a un’apparenza marziale, in un equilibrio che colpì
profondamente gli osservatori dell’epoca.
Accompagnata di fronte al sovrano gli disse:
«Ego sum Machalda Alaymi militis de Leontino, expectans regnum tuum, sicut et ceteri Siculi; dies hec felix, dies hec mihi consolacionis et gaudii est, qua Siciliam propter te Dominus de sui miseria liberavit».«Macalda son io, o re e signore, moglie di Alaimo milite da Leontino, e il tuo regno ho aspettato come tutti gli altri Siciliani. Di gran consolazione e gaudio è per me questo felice giorno, in cui la Sicilia, per opera tua, liberò il Signor dalla sua miseria».(Bartolomeo di Neocastro, Historia Sicula)
In questo celebre passo della Historia Sicula di Bartolomeo di Neocastro non sono presenti avances o ammiccamenti di tipo sessuale o romantico diretto. Si tratta di un discorso d'omaggio politico e istituzionale, tipico del protocollo medievale con cui una nobildonna accoglieva il nuovo sovrano.
L'analisi del testo mostra chiaramente questo intento politico:
- L'identità e il ruolo sociale: Dicendo «moglie di Alaimo milite da Leontino», Macalda si definisce subito attraverso la sua posizione ufficiale e il legame con il marito, uno dei principali protagonisti della rivolta dei Vespri Siciliani.
- La lealtà politica: La frase «il tuo regno ho aspettato come tutti gli altri Siciliani» esprime l'adesione della nobiltà isolana alla Corona d'Aragona per scacciare gli Angioini.
- La formula di benvenuto: Le parole di «consolazione e gaudio» rappresentano la classica retorica celebrativa medievale per la liberazione dell'isola.
Anche se questo specifico frammento rimane nei binari del rispetto formale, la figura di Macalda di Scaletta passò alla storia — proprio attraverso le cronache dell'epoca — per il suo carattere ambizioso e spregiudicato. Storicamente cercherà in seguito di ammaliare e influenzare re Pietro III d'Aragona per accrescere il proprio prestigio, ma in questo primo discorso d'accoglienza prevale l'aspetto istituzionale.
Il re, rifuggendo a quel tempo da avventure amorose, fece finta di non intenderne le avance e, pur onorandola e trattandola con cortesia, la condusse di persona all'albergo con un corteo di cavalieri al seguito. Il contegno di Pietro non fece desistere Macalda dalle sue mire e si mise a seguire il sovrano nel suo itinerario attraverso l'isola.
Note
1. Significato del termine albergo: Nel linguaggio storiografico dell'epoca (derivato dal latino medievale e dal volgare), l'«albergo» non era un hotel moderno, ma l'edificio/palazzo adibito ad alloggiare i nobili e i grandi del regno al seguito del re.2. Il fatto storico e il gesto del re: Re Pietro III d'Aragona, accortosi delle mire e degli atteggiamenti seduttivi di Macalda di Scaletta, mantenne un comportamento di stretta etichetta istituzionale. Per evitare situazioni compromettenti o equivoche, dopo l'incontro il sovrano la scortò personalmente di persona fino alle sue stanze (il suo "albergo") accompagnato da un solenne e numeroso corteo di cavalieri.3. La strategia politica: Scortarla pubblicamente con il seguito reale servì a re Pietro per onorare il rango di Macalda (moglie di Alaimo di Lentini, capopopolo dei Vespri) e al contempo disinnescare ogni potenziale avance in privato, mantenendo il rapporto nei binari della sola diplomazia formale.4. l Castello Svevo di Randazzo (noto anche come castello ex Carcere) ha una struttura ben diversa: si presenta come una mastio/torre cilindrica in pietra lavica incastonata nel centro storico della cittadina.
Il
Castello Svevo di Randazzo, edificato nella prima metà del XIII
secolo durante il regno di Federico II, è oggi quasi completamente scomparso
nelle sue strutture in elevato. L’analisi topografica e archeologica del sito
consente tuttavia di identificare con precisione alcuni elementi residuali del
complesso originario, inglobati nel tessuto edilizio medievale e moderno.
Sono
riconoscibili:
-
Murature
basali; tratti di fondazione e porzioni di muro in pietra lavica di grande spessore,
pertinenti alla cinta esterna del castello, localizzabili
principalmente nell’area di via San Martino e nelle zone
limitrofe.
-
Cisterna
seminterrata; struttura idrica in basalto, documentata dalle ricostruzioni topografiche e
attribuibile alla corte interna; attualmente interrata e non
accessibile.
-
Fondazioni
del mastio; tracce planimetriche del corpo principale fortificato, leggibili
esclusivamente nelle strutture di base, senza alcuna sopravvivenza in elevato.
-
Impronta
urbanistica; la morfologia del quartiere conserva la doppia corte (d’Armi e interna), la
pianta rettangolare allungata e l’allineamento di alcuni edifici che
incorporano murature originarie del complesso svevo.
-
Porta San
Martino,
pur non appartenendo al Castello Svevo di Randazzo,
costituisce un riferimento topografico fondamentale per la
ricostruzione dell’accesso principale al complesso. Era infatti la porta
urbana che immetteva nell’area dove sorgeva il castello, e la sua
posizione permette oggi di individuare con buona accuratezza l’orientamento
dell’ingresso originario. Non
si conserva alcuna torre sveva: tutte le strutture verticali
del castello risultano demolite o inglobate nel corso dei secoli.
Distinzione
tecnica: Castello Svevo vs Torre Vagliasindi
La
cosiddetta Torre-Castello o Torre Vagliasindi,
oggi sede del Museo Archeologico, non appartiene al Castello Svevo.
Si tratta di una casa‑torre urbana costruita tra la fine del
XIII e il XIV secolo, parte delle sette torri della cinta muraria
federiciana (fortificazioni urbane post‑sveve), e non del complesso
castellano.
La
torre è spesso erroneamente associata al castello per tre motivi:
-
prossimità
all’area del castello;
-
impiego
della pietra lavica;
-
volumetria
verticale e massiccia, assimilabile a una torre difensiva.
In
realtà, la Torre Vagliasindi è una struttura della cinta
muraria urbana, con funzioni documentate di torre di guardia, carcere
del Giustiziere del Valdemone, residenza nobiliare e, in epoca
moderna, carcere mandamentale. Oggi è restaurata e ospita il Museo
Archeologico Paolo Vagliasindi.
Sintesi
tecnica
Il
Castello Svevo: complesso interno, oggi quasi totalmente
perduto; restano fondazioni, murature basali, cisterna e impronta urbanistica.
La
Torre Vagliasindi: unica torre superstite della cinta muraria
urbana; non appartiene al castello; costruzione post‑sveva (XIII–XIV sec.).
La
distinzione tra i due complessi è essenziale per una corretta interpretazione
storico‑architettonica del sito.
Randazzo (Catania)
– Il segnaposto giallo indica la posizione della Torre Vagliasindi.
Randazzo- Torre
Vagliasindi.
L'iscrizione latina completa incisa
sulla lapide sovrastata dall'Aquila Asburgica recita:
D.
O. M. QVO REGNANTE PHILIPPO II RANDACENSES PROBAM CARCEREM EXTRVXERVNT NE
SORDIDA SVALVE LOCA FOEDISSIMIS REIS DETVR PHILIPPO III REGNANTE MAG. MAVRO
GVI. IVSTITIAE RECTORI CVI GESTIS ROBORATO D. DONATVS DE LORENZO FILIO NEPOS
MARCHIO DE CASTR. PRAT. BARO AC REGIVS MI...
INSTAVR. ET ORN. CVRAVIT AN. DOMINI MDCXXXXI
In
latino:
"Deo
Optimo Maximo. Quo regnante Philippo II Randacenses probam carcerem
extruxerunt, ne sordida svalve loca foedissimis reis detur. Philippo III
regnante, Magistro Mauro Guilielmo Justitiae Rectori cui gestis roborato,
Dominus Donatus De Lorenzo filio nepos, Marchio de Castri Prato, Baro ac Regius
Milites, instaurandum et ornandum curavit Anno Domini MDCXXXXI."
Traduzione
in italiano:
"A
Dio Ottimo Massimo. Sotto il regno di Filippo II, i cittadini di Randazzo
edificarono un idoneo carcere, affinché non venissero usati luoghi squallidi ed
indegni per i rei più abbietti. Sotto il regno di Filippo III, essendo Rettore
della Giustizia il Maestro Mauro Guglielmo e convalidati gli atti, Don Donato
De Lorenzo, nipote per parte di figlio, Marchese di Castel di Prato, Barone e
Regio Milite, si curò di restaurarlo e decorarlo nell'Anno del Signore
1641."
Aspetti
storici presenti nel testo:
-
La trasformazione dell'antico castello: La lapide
testimonia il momento in cui l'ormai ex residenza reale medievale venne
dismessa come palazzo/fortezza e riconvertita ufficialmente in carcere
mandamentale della città.
-
I Sovrani di Spagna: Vengono citati due re del ramo
spagnolo degli Asburgo che regnarono anche sulla Sicilia: Filippo II
(sotto cui fu avviata la realizzazione della prigione) e Filippo III
(sotto il cui regno furono completati i lavori di restauro e decorazione).
-
I Committenti e i Magistrati: Vengono ricordati
i giurati e i nobili locali (in particolare la figura di Donato De Lorenzo) che
finanziarono e curarono il completamento del portale e dell'edificio detentivo,
culminato con l'apposizione dello stemma con l'Aquila reale e la data finale
del 1641 (MDCXXXXI).
L'epigrafe
incisa sulla destra, nel blocco di pietra lavica/marmo posto subito a fianco
del portale d'ingresso, recita:
LASCIATE OGNI
SPERANZA O VOI CH'ENTRATE
(oppure,
nella forma contratta / parzialmente abrasa presente in loco:)
[LASCIATE OGNI
S]PERANZA O VOI CH'ENTRATE
Descrizione
e Contesto
-
La citazione dantesca: Si tratta della
celeberrima frase tratta dall'Inferno di Dante Alighieri (Canto III, v.
9).
-
Il significato funzionale: L'iscrizione
venne apposta quando la struttura dell'ormai ex castello medievale fu trasformata
definitivamente in carcere giudiziario/mandamentale (come attesta anche
la lapide centrale sopra l'arco).
-
La funzione monitoria: Venne scolpita
sulla porta d'ingresso per incutere timore e servire da monito sia ai detenuti
che venivano condotti all'interno delle celle, sia alla popolazione cittadina,
simboleggiando la severità della giustizia dell'epoca.
8.2.
Macalda seguì l’esercito di Re Pietro I
di Sicilia da Randazzo verso la costa tirrenica (Furnari – Milazzo), passando
per Montalbano Elicona.
Da
Randazzo l’esercito di Pietro I proseguì verso Montalbano Elicona e,
successivamente, in direzione di Furnari. Al seguito del sovrano non poteva
mancare Macalda, che seguì la marcia con i suoi cavalieri, come attestano
diverse fonti sulla sua presenza costante accanto al re in quella fase della
campagna militare.
Ricostruire la viabilità nel 1282 non è facile anche se si hanno dei riferimenti storici in merito alla “Via Fabaria”.Un corteo reale nel 1282 — composto da cavalleria, truppe di scorta, animali da soma e l'intero seguito di Pietro III (Pietro I), non avrebbe mai abbandonato la cresta per scendere prematuramente nei valloni sottostanti. Per questo motivo ho posto il percorso lungo il crinale “Sopra Case Nuove”.Passare per la via alta sopra Contrada Case Nuove:- Mantiene la linea di spartiacque: Segue il punto di massima quota (spina dorsale), garantendo un terreno asciutto, roccioso e privo di zone fangose.- Controllo tattico e visivo: Mantiene la truppa in una posizione di netto vantaggio strategico, con piena visuale su entrambi i versanti collinari prima di affacciarsi su Furnari.Il passaggio a margine dell'area accidentata (La zona marrone dell’immagine)L'area virata al marrone/ocra, evidenziata nella parte destra della mappa, corrisponde alle balze calanchive e agli speroni franosi che caratterizzano i rilievi subito a Sud/Sud-est di Contrada Tucciarella (le classiche formazioni argilloso-arenacee della zona di Tripi/Furnari, storicamente soggette a forte erosione).- Costeggiare anziché attraversare: Tentare di tagliare direttamente attraverso quella fascia marrone avrebbe significato esporre cavalli e salmerie a pendenze scoscese, ghiaioni e terreno instabile.- La rotta d'aggiramento: Sfilare lungo la strada alta sopra Case Nuove permette proprio di circumnavigare a monte quell'area accidentata, mantenendosi sul rilievo compatto per poi "atterrare" dolcemente, da nord-est, sulla spalla di Contrada Tucciarella.La convergenza con l'antica Via FabariaNelle fonti storiche e negli studi sulla viabilità d'epoca romana e medievale nel messinese, la Via Fabaria (o le sue diramazioni tardo-medievali) sfruttava proprio queste direttrici d'altura per collegare l'entroterra montano (da Tripi/Castroreale) con gli sbocchi tirrenici.Tracciare il passaggio sopra Case Nuove - spartiacque alto - Contrada Tucciarella - Furnari dà alla mia proposta un certo rigore storico. Rispetta il principio della strada di crinale (la via più antica e sicura del Mediterraneo medievale) e fornisce una giustificazione orografica.Impatto reale sui tempi di percorrenza dei 55,5 kmMuoversi con un esercito medievale al completo su una dorsale montuosa come quella dei Nebrodi/Peloritani imponeva ritmi rigidi e molto precisi:- La colonna era lunghissima: Un esercito di migliaia di uomini lungo le trazzere e mulattiere di montagna non avanzava in blocco, ma "in fila indiana" o su colonne strette. La testa della colonna poteva trovarsi a km di distanza dalla coda.- Percorrenza effettiva: L'andatura media in salita/discesa di una grande massa di uomini armati con salmerie da carico non superava i 2,5 – 3 km/h.- Logistica e accampamenti: Montare e smontare un accampamento militare per migliaia di uomini richiedeva dalle 2 alle 3 ore all'alba e al tramonto.Per percorrere i 55,5 km da Randazzo fino alla piana di Mazzarrà Sant'Andrea/costa tirrenica, l'esercito al completo impiegò non meno di 2 o 3 giornate piene di marcia, calcolando circa 16–18 ore complessive di cammino effettivo divise in tappe.In questo scenario, Montalbano Elicona (situata quasi esattamente a metà strada) non era una semplice tappa di passaggio, ma costituiva uno dei punti strategici e di sosta militare obbligati lungo la direttrice montana per riordinare le truppe prima della discesa verso la costa.
Il
corteo di Re Pietro I di Sicilia non concluse la sua marcia a Furnari, ma
proseguì verso Milazzo, in quanto la fortezza e la piana di Milazzo
rappresentavano l'obiettivo strategico prioritario per il controllo del settore
tirrenico e per il successivo assedio/ricongiungimento verso Messina nella
campagna del 1282.
La
dinamica dello spostamento
- Furnari come tappa di transito e riposo: Furnari e il suo
immediato entroterra costituirono una tappa tattica fondamentale:
permise alle truppe e alla cavalleria aragonese di riordinarsi, abbeverare i
cavalli e far riposare il seguito dopo l'impegnativa traversata d'altura lungo
la Via Regia Traversa (proveniente da Randazzo, Montalbano, Basicò e
Campogrande), evitando l'intercettazione da parte della flotta angioina
schierata a largo della costa.
- La discesa nella Piana di Milazzo: Una volta scesi
dalla balconata di Furnari e superato in sicurezza l'alveo del Torrente
Mazzarrà nella piana costiera, le forze aragonesi innestarono la direttrice
tirrenica orientale verso Milazzo.
- Il valore politico-militare di Milazzo: La piazzaforte di
Milazzo era uno snodo nevralgico: prenderne il controllo garantiva il possesso
della penisoletta, l’accesso alle risorse agricole della piana e una base logistica
avanzata sicura prima delle operazioni decisive attorno allo Stretto di
Messina.
Furnari
rappresentò quindi il punto d’approdo sicuro e di sbocco dalla montagna,
ma il reale vettore strategico della spedizione puntava direttamente alla
roccaforte di Milazzo.
Il tratto da
Furnari alla roccaforte di Milazzo segna la transizione fondamentale della
marcia aragonese del settembre 1282: il passaggio dalla viabilità d'altura
della Via Regia Traversa all'arteria consolare di pianura, l'antica Via
Valeria.
La dinamica del percorso nella Piana di Milazzo (1282)1. Il guado del Torrente Mazzarrà:Invece di percorrere le foci sabbiose e paludose del litorale, la truppa di Re Pietro III scese dalle pendici di Furnari puntando al guado d'entroterra del fiume Mazzarrà nei pressi dell'odierna Mazzarrà Sant'Andrea. Questo punto offriva un fondo roccioso e stabile per cavalleria e salmerie.2. L'innesto sulla Via Valeria (Dorsale pedemontana):Oltrepassato il fiume, il corteo s'innestò sul tracciato pedemontano della consolare Romana/Bizantina (l'attuale direttrice della SS113), toccando gli antichi nodi di Terme (in prossimità del torrente Patri) e l'area di Barcellona Pozzo di Gotto (Longane). Mantenendosi sulla fascia collinare bassa, si evito l'Acquerone costiero tra Tonnarella e Calderà.(L'Acquerone (o Acquarone) è un importante torrente della Sicilia nord-orientale che scorre principalmente nella città metropolitana di Messina. I punti chiave relativi a questo corso d’acqua e al suo contesto storico e geografico includono:a. Inquadramento Geografico- Percorso: Nasce sulle propaggini dei monti Peloritani/Nebrodi e scorre verso la costa tirrenica, sfociando nel Mar Tirreno nella zona compresa tra i territori di Mazzarrà Sant'Andrea, Terme Vigliatore e la piana di Castroreale.- Carattere fluviale: Come molti corsi d’acqua della zona, ha un regime tipicamente fiumarale: a carattere torrentizio, con poca acqua nei mesi estivi ma portate imponenti durante le piogge invernali.b. Importanza Storica e Strategica (Compreso il 1282)- Via di penetrazione naturale: Fin dall'antichità e per tutto il Medioevo, le vallate dei torrenti come l'Acquerone e il vicina Fiumara di Mazzarrà rappresentavano le principali vie d'accesso e di fondovalle per chi scendeva dai valichi montani (come Favoscuro o Montalbano Elicona) verso la costa tirrenica e la Piana di Milazzo/Messina.- Manovre militari: Nel contesto delle guerre del Vespro (1282), le truppe in marcia da Randazzo/Montalbano verso la piana di Oliveri e Milazzo seguivano necessariamente i corsi e i crinali associati a queste vallate per evitare i terreni acquitrinosi della costa o le gole impraticabili.3. L'attraversamento del Fiume Longano e del Mela:Proseguendo verso Est attraverso l'area di Meri' e San Filippo del Mela, la colonna affrontò i guadi dei fiumara minori prima di piegare a Nord per immettersi sull'istmo della penisola mamertina.
Complesso Monumentale Castello di
Milazzo.
4. L'accesso al Complesso Monumentale Castello di
Milazzo:
Superata la strettoia dell'istmo, la truppa risalì
direttamente lo sperone roccioso della cittadella fortificata, dove il re
occupò il Complesso Monumentale Castello di Milazzo (presidiato dagli Angioini
ma preso il 22 settembre 1282).Il probabile percorso dell’esercito di Pietro I dal torrente Mazzarrà al
Castello di Milazzo.
La consolare romana Via Valeria (costruita a partire dal III sec. a.C. per collegare Messana con Panhormus e Lilybaeum) seguiva l'intera fascia costiera tirrenica della Sicilia. La moderna Strada Statale 113 "Settentrionale Sicula" (SS113) ripercorre quasi fedelmente l'asse viario della Via Valeria. Nella maggior parte del percorso la strada corre parallela al mare o a breve distanza dalla riva. Tuttavia, nei punti in cui la costa presentava promontori rocciosi scoscesi, zone paludose o foci di torrente difficili da superare senza ponti idonei, la strada romana deviava leggermente verso l'interno, risalendo le prime pendici o attraversando i greti dei fiumi in punti più stretti ed elevati.
Il percorso evidenziato nell'immagine (Furnari ➔ Milazzo)
Il tracciato evidenziato dalla mappa va da Furnari / Terme Vigliatore fino a Milazzo passando da Protonotaro, Olivarella e Merì.
Il tratto interno (Protonotaro / Merì):
- Il percorso blu nell'immagine abbandona la linea di costa all'altezza di Terme Vigliatore/Protonotaro per passare più all'interno (coincidente appunto con l'asse dell'attuale SS113 tra Terme, San Filippo del Mela, Merì e Milazzo).
- Questo rispecchia le antiche direttrici viarie romane e medievali, che evitavano di seguire l'immediata battigia paludosa e soggetta alle piene dei numerosi torrenti (tra cui il torrente Termini e il Mazzarrà).
Ingresso alla Penisola di Milazzo:
Giunti all'altezza di Merì/Giammoro, il tracciato della SS113/Via Valeria proseguiva dritto verso Est verso Messina, mentre una deviazione puntava verso Nord per risalire la penisola e raggiungere la fortezza e il porto di Mylae (Milazzo).
Nel settembre del 1282, Pietro III d'Aragona evitò deliberatamente di percorrere la Via Valeria costiera e scelse la dorsale interna Nebrodi-Peloritani per ragioni tattiche ben precise:
1. La minaccia della flotta angioina ed incrociatori nemici
- Dominio navale angioino: Nel settembre 1282, mentre Messina era sotto assedio, il Golfo di Patti e la piana di Milazzo erano costantemente pattugliati dalle galere e dalle navi da guerra di Carlo I d'Angiò.
- Esposizione ai proiettili e agli sbarchi: Percorrere la Via Valeria sulla striscia costiera (come si vede nella foto tra Furnari, Tonnarella e Milazzo) significava esporre una lunghissima colonna militare al rischio di sbarchi a sorpresa della fanteria angioina, bombardamenti dalle navi con catapulte/manganelli e attacchi alle salmerie da parte della flotta nemica.
2. Terreno paludoso e "trappole" naturali sulla costa
La piana costiera rappresentata nella immagine non era quella urbanizzata di oggi:
- Zone acquitrinose: Nel Medioevo la zona compresa tra la foce dell'Elicona/Mazzarrà, Terme Vigliatore e le zone attorno a Milazzo era ricca di pantani, lagune costiere e piane alluvionali impervie, perfette per imboscate ma disastrose per far marciare la cavalleria pesante aragonese.
- Controllo dei passi montani: Rimanere sulle alture (Passo Favoscuro, Montalbano Elicona, Basicò) garantiva all'esercito aragonese la posizione di dominanza (top ground): da lassù si vedeva l'intero golfo e il Tirreno, rendendo impossibile per gli Angioini cogliere l'esercito di sorpresa.
3. La scelta di Pietro III: La via dei crinali (Dorsale Interna)
Pietro III non voleva ingaggiare una battaglia navale o costiera prima di essere arrivato a Messina. Scendendo da Randazzo, scelse dunque la dorsale montana e le trazzere interne:
- Da Randazzo a Montalbano Elicona: Attraversamento dei Nebrodi al riparo da qualsiasi sguardo dal mare.
- Da Montalbano verso la Piana: Discesa controllata solo quando la colonna fu pronta a puntare dritta verso Messina, mantenendosi alle pendici collinari interne (passando sopra Rodì, Castroreale e la fascia pedemontana) invece che camminare a ridosso del bagnasciuga lungo la Via Valeria.
In merito alle rievocazioni storiche di Montalbano Elicona ho presentato un progetto che è all’esame del Comune. La rievocazione del Corteo Medievale di Montalbano, le consegne delle chiavi della città a Federico III d’Aragona, Re di Trinacria, celebra anche queso passaggio strategico ed interno del Re Pietro I di Sicilia (Pietro III d’Aragona) padre di Federico III d’Aragona.
N.B.
Le principali fonti (primarie e secondarie) a cui ho attinto per documentare la logica militare del percorso e la scelta delle vie interne rispetto alla costa:
1. Fonti Primarie Medievali (Cronache dell'epoca)
- Michele Amari – La guerra del Vespro Siciliano: È l'opera fondamentale di riferimento per la storiografia del Vespro. Amari analizza nel dettaglio le direttrici di marcia di Pietro III da Palermo a Randazzo e la successiva avanzata verso Messina, evidenziando il ruolo delle roccaforti interne e dei passi montani dell'area Val Demone/Nebrodi per proteggere l'esercito dai pattugliamenti angioini.
- Bernat Desclot – Crònica: Cronista catalano contemporaneo agli eventi. Descrive l'avanzata di Pietro III d'Aragona (Pere el Gran) e la struttura del suo esercito (gli Almogàveri e la cavalleria), soffermandosi sulla prudenza tattica del Re nel muoversi lungo sentieri sicuri e controllati prima del ricongiungimento a Messina.
- Ramon Muntaner – Crònica: Altra fonte catalana diretta che documenta la composizione delle truppe e la logistica dei rifornimenti nelle tappe montane siciliane durante l'autunno del 1282.
2. Studi di Geografia Storica e Viabilità Siciliana
- Tommaso Fazello – De Rebus Siculis (1558): Descrive la rete delle trazzere regie e l'uso storico delle vie di crinale (i percorsi pedemontani e montani dei Nebrodi e Peloritani) utilizzati per evitare il fondo valle e la fascia costiera, storicamente soggetta a impaludamento e ad attacchi dal mare.
- Studi sulla Via Valeria e la viabilità romana/medievale in Sicilia: La storiografia sulla viabilità antica (es. studi di Corrado Càndida o di storici del territorio messinese) evidenzia come la Via Valeria costiera fosse vulnerabile e spesso interrotta da fiumare in piena o zone paludose (come la piana tra Oliveri, Milazzo e Spadafora), spingendo gli eserciti a preferire la via alta "dei castelli" (Randazzo – Montalbano – Castroreale).
In conclusione.
"La scelta di far transitare l'esercito aragonese lungo la dorsale interna Randazzo-Montalbano nel 1282 rispondeva a una precisa strategia militare ampiamente documentata dalla storiografia del Vespro (M. Amari, B. Desclot): evitare l'esposizione della colonna alle galere angioine lungo la Via Valeria costiera e proteggere le salmerie attraverso le roccaforti di altura del Val Demone."
Questo tipo di inquadramento dimostra che il tuo progetto non si basa su una semplice tradizione locale, ma su una solida e documentata ricostruzione storico-geografica.
La rilevanza strategica
Questo tracciato unisce l'uscita dalla Via Regia Traversa all'ingresso nella piana costiera, evidenziando la capacità tattica della corte aragonese nel combinare percorsi d'altura al riparo dai nemici e assi stradali romani per la rapida occupazione dei caposaldi costieri.
9.
L’incontro di Re Pietro I di Sicilia con Vitale del Giudice.Il Sovrano quando giunse nei pressi(') di Furnari(?), mentre era già notte, gli si accostò e ottenne
udienza un uomo “avanti negli anni”, in stato d'indigenza, d'aspetto
miserabile, coperto di cenci di pelle dell'Etna.
Si
trattava del messinese Vitale del
Giudice (Vitalis de Judice), un tempo amico e sodale del re Manfredi,
poi ridotto in stato di mendicità dalla coerente fedeltà da lui
coltivata verso la dinastia sveva.
Il vecchio mise in
guardia il re dalla volatilità delle alleanze politiche in terra siciliana e,
in particolare dall'incostanza di Alaimo, già traditore di Manfredi
e Carlo d'Angiò, ma reso ancor peggiore da condizionamenti e intrighi che,
a dire del canuto mendico, egli subiva da Macalda e dallo scellerato padre
di lei, Giacomo Scaletta. Il re non sembrò dargli troppo peso e lo congedò
gentilmente dicendo che il suo desiderio in quella terra era di farsi amici e
non di coltivare o fomentare sospetti su eventi passati. Il giorno dopo,
comunque, ricordandosi degli ammonimenti di quel vecchio vendicativo, decise di
svelenire il clima promulgando un'amnistia per chiunque si fosse macchiato
di reati politici.
Nel
celebre studio di Steven Runciman, I vespri siciliani (un'opera
fondamentale per la ricostruzione storica di quel periodo), l'episodio che vide
protagonista Vitale del Giudice (Vitalis de Judice) si inserisce
nella complessa fase di transizione e consolidamento del potere nell'isola,
offrendo uno spaccato vivo delle tensioni politiche del tempo.Ecco
alcuni dettagli e contestualizzazioni in più su questo specifico episodio
narrato da Runciman:1.
Il contesto geografico esatto: FurnariLe
cronache storiche riprese da Runciman specificano che l'incontro notturno
avvenne nei pressi di Furnari, mentre il re si stava spostando sul
territorio. L'ora tarda e il luogo di passaggio resero la scena particolarmente
suggestiva, quasi teatrale: un sovrano circondato dalla sua corte in movimento
e, sbucato dal buio, un uomo ridotto a "larva" umana, coperto di
stracci e pelli d'animale.2.
Il significato politico dell'apparizione di VitalePer
Runciman, personaggi come Vitale del Giudice incarnano la tragedia della
coerenza politica in un'epoca di opportunismo sfrenato.Mentre
molti baroni e notabili siciliani cambiavano bandiera con disinvoltura a
seconda di chi vincesse (passando dagli Svevi agli Angioini, e poi agli
Aragonesi) per preservare feudi e ricchezze, Vitale aveva scelto la via
dell'irriducibile fedeltà a re Manfredi.Il
prezzo pagato era stato la confisca totale dei beni, la perdita dello status
sociale e la miseria nera. Presentarsi al nuovo re (Pietro I d'Aragona)
conciato in quel modo era un atto d'accusa vivente contro la classe dirigente
del tempo, fatta di opportunisti che adesso, con la nuova dinastia, stavano già
cercando di riciclarsi e riposizionarsi vicino al trono.3.
L'affondo contro Alaimo di Lentini e la famiglia Scaletta.Il
monito che Vitale rivolge al re su Alaimo di Lentini e su Giacomo
Scaletta (padre di Macalda) toccava uno dei nervi scoperti della politica
siciliana di allora. Alaimo era stato un personaggio chiave, abilissimo a
destreggiarsi tra le varie fazioni.Vitale,
pur nella sua miseria, dimostrava di avere una lucidità politica acuta: metteva
in guardia il re avvisandolo che uomini come Alaimo non servivano la corona per
fedeltà o ideali, ma la usavano per i propri interessi personali e familiari,
manovrati da ambizioni smisurate (come quelle di Macalda di Scaletta).Il
fatto che il re sulle prime respinse il discorso dicendo di"volersi fare
amici e non fomentare sospetti"mostrava
la tipica prudenza del monarca appena insediato, che non poteva permettersi di
alienarsi subito i potenti locali inimicandosi i baroni più influenti.4.
La mossa del giorno dopo: l'amnistia.La
decisione del re di promulgare, il giorno successivo, un'amnistia per i reati politici
mostrava quanto l'incontro notturno, pur liquidato apparentemente con cortesia,
avesse fatto riflettere il sovrano. Con quell'editto di pacificazione, Pietro I
d'Aragona cercava di neutralizzare le tensioni e di sottrarre terreno alle
congiure di palazzo, dimostrando di aver compreso che la Sicilia non si
governava alimentando le vendette di fazione, ma cercando di stabilizzare un
terreno politico estremamente scivoloso.
10.
La sosta nel Castello di S. Lucia del Mela.
Da
Meri ( punto 4 nella mappa) sembra che la spedizione si sia diretta verso S. Lucia del Mela per fermarsi nel
castello. (Un tragitto pianeggiante
nella prima parte e, dopo l’attraversamento del torrente Mela, un
cammino piuttosto ripido per raggiungere il castello.
11.
Macalda chiese ospitalità al Sovrano.Macalda,
che seguiva ancora la spedizione, chiese
ospitalità al re, già acquartierato nel castello. La donna chiese
l’ospitalità motivando la sua richiestaAlla mancanza, in
quel piccolo borgo, di un luogo adatto dove pernottare.Il
re le concesse le sue stanze e si trasferì in un altro luogo, dove però fu nuovamente
raggiunto dalla donna insistente.
Michele
Amari nel suo “La guerra del Vespro ssiciliano o
Un periodo delle
istorie siciliane del secolo XIII, volume I,
Tipografia
Helvetica, 1845.(p.
263)
……..
Macalda,
prese a seguirlo nel viaggio; e parvele il caso la fermata a Santa Lucia, onde
con aria incerta e confusa venìane al re chiedendo ricetto, c’erano occupati
gli alberghi né altro luogo trovavasi nella piccola terra. Pietro, rassegnate a
lei le sue stanze, passa ad altro albergo; e lì trova ancora, come a visitarlo,
Macalda. Perciò. Schermendosi alla meglio, chiama nella stanza i suoi
cavalieri, incomincia vacui ragionamenti: tra’ quali pur domandava a Macalda
qual cosa più temesse al mondo, e “La
caduta d’Alaimo” ella rispondeagli; e richiesta qual fosse il suo maggiore
desiderio, “Mio non è”, replicava, “ciò che più bramo”. Ma il re, sordo, pur
moralizzava e novellava; e alfine gli si aggravaron gli occhi di sonno. A
questa sconfitta la donna s’accommiatò, struggendosi tutta. È venuta in Sicilia
la reina Costanza, Macalda mai perdonar non le seppe questa fedeltà dello
sposo; e tanto crebbe nell’odio e nell’arroganza, che sé stessa e il canuto
Alaimo precipitò.
Bartolomeo di Neocastro, cap. 60, 51, 52,
narra il proposito di Macalda con una strana chiarezza…
illa
enim fflammam urentem gerebat inclusam, quam sub quodam taciturnitatis velamine
quaerebat si posset... comprimere, credens inde suis circonvencionibus juvenem
excitare, ec.
(essa
infatti portava racchiusa una fiamma ardente, che cercava di reprimere, se
poteva, sotto una certa coltre di taciturnità, credendo così di eccitare il
giovane con le sue raggiri [o macchinazioni], ecc.)
Testo
originale (in antico catalano):"que
cull temps no l havia vist, fon molt enamorada axi com de senyor valent e
agradable, no gens per mal enteniment"."che
non l'aveva mai visto prima, ne fu molto invaghita [o affascinata] come di un
signore valoroso e piacevole, senza alcuna malizia [o intenzione
scandalosa]"Bernat
Desclot
(il cronista catalano citato come d'Esclot, cap. 96) sostiene che
l'attrazione e l'ammirazione di Macalda per Pietro III fossero legate al
fascino e al valore del sovrano, escludendo doppi sensi o malizie ("no
gens per mal enteniment").L'autore
(l'Amari) nota invece che la versione di Desclot contrasta o va bilanciata con
la "malignità" (cioè la narrazione più critica e tagliente) di Bartolomeo
di Neocastro, che dipingeva i comportamenti di Macalda con ben altra
spregiudicatezza politica e ambizione.Mentre
il catalano Desclot parlava di un'ammirazione leale e priva di malizia, il
cronista messinese Neocastro usa una metafora fortissima (flammam urentem
- una fiamma ardente celata sotto il silenzio) per descrivere il calcolo
politico e la tensione passionale/ambiziosa di Macalda, intenta a tessere le
sue tele di circonvenzione per influenzare il giovane sovrano (o i personaggi
chiave della corte). È
un confronto magnifico che mostra come gli storici stessi dibattessero sulle
vere intenzioni e sulla psicologia di questa straordinaria figura femminile del
Vespro!
Ancora
una volta il re respinse le avance della donna: convocò il proprio maggiordomo
con il pretesto di accomiatarsi per la notte ma, di fronte all'irremovibile
sfrontatezza di Macalda, che restava inchiodata alla sedia, optò per una mossa
difensiva più sottile. Per sottrarsi all'imbarazzo di un faccia a faccia, fece
chiamare nella stanza i padroni di casa e i loro familiari, prolungando la
conversazione tra argomenti disparati e divagazioni, arrivando persino a
ostentare platealmente la propria fedeltà coniugale. Quell'inusuale
conciliabolo si trascinò fino all'alba, quando il sovrano, pronto a rimettersi
in marcia in armi, sciolse l'assemblea e si congedò da tutti i presenti,
frustrando definitivamente le mire e le speranze della donna.
Malgrado
le insistenti avances di Macalda, prima consumate tra le mura di
Randazzo e poi rinnovate a Santa Lucia del Mela, re Pietro rimase irremovibile:
saldo nella sua rigorosa disciplina militare e profondamente devoto alla sposa,
mantenne sempre un contegno misurato e distante.
12.
Macalda, con il suo comportamento, sfidò la corona Aragonese.Ferita nel profondo orgoglio e
morsa dal risentimento, Macalda scatenò allora una vera e propria sfida aperta
contro la regina Costanza di Hohenstaufen. Arrivò al punto di negarle persino
il titolo regale, sbeffeggiandola pubblicamente come semplice "madre di
Giacomo", mentre sfilava per le vie di Palermo adagiata su sfarzose
lettighe di panno rosso, portate a spalla dai soldati, e rifiutava
sdegnosamente che la sovrana tenesse a battesimo suo figlio. L'affronto toccò l'apice
quando l'Infante Giacomo I visitò le contrade dell'isola seguito da trenta
cavalieri: per tutta risposta, Macalda allestì un imponente e provocatorio
corteo rivale forte di ben trecentosessanta armati — un'accozzaglia variopinta
di soldataglia e mercenari di dubbia fede — con cui pretese di sfilare alla
pari delle supreme autorità reali.
13. Verso la caduta; il potere che diventa pericolo.Il rapporto e la condotta politica di Macalda nei confronti della dinastia aragonese — in particolare verso l'Infante Giacomo (che divenne re di Sicilia come Giacomo I/II alla morte del padre Pietro III d'Aragona nel 1285) — continuarono a essere segnati da una spregiudicatezza provocatoria e da un'ambizione smisurata, che finirono per segnare la rovina della sua famiglia.
La prosecuzione della sfida politica.
- Il mancato ridimensionamento: Sebbene re Pietro avesse mantenuto un contegno rigido e distante di fronte alle sue avance, la morte del sovrano non indusse Macalda a un atteggiamento più prudente o sottomesso verso i nuovi equilibri di potere.
- La competizione con la figura regale: La sua condotta continuò a oscillare tra la ricerca di un protagonismo pari a quello dei sovrani e l'affronto aperto alle autorità aragonesi. Con Giacomo sul trono, la famiglia di Alaimo da Lentini (marito di Macalda) deteneva un potere immenso ma si trovava allo stesso tempo sotto il severo scrutinio della corte, la quale vedeva nelle smanie di grandezza di Macalda un pericolo e un'intollerabile mancanza di rispetto.
Gli eccessi, le sfide d'etichetta e i sospetti di intese segrete con i francesi portarono la coppia alla rovina.
Ci furono degli episodi che potessero dimostrare l’esistenza, da parte della coppia, ad un appoggio alla casa angioina?
Gli storici e le cronache dell'epoca non tramandano un unico "episodio" clamoroso o un documento firmato che provi in modo inequivocabile un tradimento attivo con gli Angioini da parte di Macalda o di suo marito Alaimo da Lentini. Più che di un complotto sventato con prove certe, si trattò di un clima di fortissimo sospetto politico alimentato dai loro nemici a corte e dal passato stesso di Alaimo.
Gli elementi che resero credibili queste accuse agli occhi del nuovo re Giacomo I furono diversi:
- Il "passato" filo-angioino: Prima di diventare uno dei capi della rivolta del Vespro e fedele alleato di Pietro III d'Aragona, Alaimo da Lentini aveva avuto legami e trascorsi legati all'influenza angioina e pontificia, un dettaglio che i suoi oppositori politici ripresero a sfruttare strumentalmente.
- La gestione ambigua del potere: La fazione dei Lentini godeva di un'influenza smisurata nell'isola (feudi, cariche chiave come il Gran Giustiziere e la riscossione dei tributi). L'atteggiamento di Macalda — che pretendeva di muoversi come un'imperatrice e di gareggiare con la famiglia reale — faceva apparire il loro clan come uno "stato nello stato", potenzialmente pronto a cambiare casata qualora gli interessi personali fossero stati minacciati.
- La grazia a Carlo lo Zoppo: Tra i motivi di tensione che irritarono la corte aragonese vi furono anche decisioni politiche e maneggi diplomatici (inclusi i contatti legati alla gestione dei prigionie e alle trattative con la fazione nemica, come nel caso di Carlo d'Angiò il Zoppo) che la fazione di Alaimo gestì in autonomia, attirandosi l'accusa di doppio gioco.
14. Il comportamento di Alaimo da Lentini verso il sovrano Carlo II
d’Angiò (Carlo “lo Zoppo”).L'episodio legato a Carlo lo Zoppo (Carlo II d'Angiò) rappresentò uno dei nodi più critici e controversi della caduta politica di Alaimo da Lentini e, di riflesso, della stessa Macalda.
N.B. Carlo II “lo Zoppo” era il padre di Eleonora D’Angiò, futura moglie di Federico III d’Aragona re di Trinacria. All’epoca Eleonora D’Angiò non era ancora nata (nacque nel 1289 a Napoli).
Nel giugno del 1284, durante la guerra del Vespro, la flotta aragonese guidata da Ruggiero di Lauria ottenne una straordinaria vittoria nel Golfo di Napoli, sconfiggendo gli Angioini. Nel corso della battaglia fu catturato proprio Carlo lo Zoppo, figlio e primogenito di Carlo I d'Angiò, nonché erede al trono nemico. Per gli Aragonesi si trattava di un ostaggio di un valore inestimabile, una moneta di scambio politica e militare potentissima.
Il nodo della "grazia" e l'opposizione dei reali.
La figura di Carlo lo Zoppo generò immediatamente aspre divisioni all'interno della corte siciliana:
- La linea dura di Giacomo: L'Infante Giacomo (futuro re) e i settori più intransigenti della fazione aragonese avrebbero voluto una linea inflessibile, arrivando persino a invocare la condanna a morte o la decapitazione del principe angioino per spezzare le pretese della dinastia nemica.
- L'iniziativa autonoma di Alaimo: Nelle vesti di Gran Giustiziere del regno e forte della sua enorme autorità, Alaimo da Lentini gestì la custodia e i contatti diplomatici legati al prigioniero in modo largamente autonomo rispetto ai desideri della casa reale. Fu in questo contesto che vennero concesse aperture, garanzie di buon trattamento e quella che i detrattori definirono una "grazia" o un favore ingiustificato nei confronti del figlio del nemico mortale dei Siciliani.
Perché fu visto come un "doppio gioco".
Sebbene all'epoca i nobili di alto rango trattassero spesso i prigionieri reali con i riguardi dovuti al loro status (anche in previsione di futuri riscatti o trattative diplomatiche), il comportamento di Alaimo — fortemente influenzato anche dalle ambizioni e dai maneggi spregiudicati di Macalda — fu sfruttato spietatamente dai suoi rivali politici:
- Il sospetto di collusione: Gestire in autonomia un ostaggio così pesante senza un totale allineamento con la volontà dei sovrani aragonesi fece insorgere il sospetto che Alaimo stesse intessendo trame sotterranee con gli Angioini per garantirsi un privilegio politico nel caso in cui il vento della storia fosse tornato a soffiare a favore della Chiesa e di Carlo.
- L'accusa di tradimento: Quando re Pietro III morì e salì al trono Giacomo I, i nemici dei Lentini usarono proprio questo episodio per convincere il nuovo sovrano che Alaimo non fosse più leale alla Corona d'Aragona. La "grazia" e i contatti autonomi con Carlo lo Zoppo vennero trasformati nelle prove regine di un alto tradimento, offrendo il pretesto formale per convocare Alaimo a Barcellona, arrestarlo e decretare la fine della sua fazione.
Carlo II “Lo Zoppo”.
Basandosi sui documenti storici dell'epoca, dopo la
cattura nel Golfo di Napoli nel 1284, Carlo lo Zoppo non fu confinato in
un'unica prigione fissa, ma fu spostato in diverse località fortificate della
Sicilia sotto il controllo aragonese (tra cui roccaforti come Cefalù e altre
località dell'isola) proprio per garantire la massima sicurezza a un ostaggio
di così alto valore strategico.Curiosamente, lo stesso Castello di Matagrifone
a Messina — in cui in seguito fu imprigionata la stessa Macalda — fu uno dei
luoghi in cui vennero reclusi diversi prigionieri angioini in quel periodo.Tra le possenti
pietre del castello di Cefalù, abbarbicato come un nido d'aquila a dominare il
mare di Sicilia, il tempo non aveva lo stesso scorrere che altrove. Lì dentro,
chiuso in una cella fortificata che sapeva di salsedine e d'attesa, viveva il
prigioniero più prezioso e odiato del Mediterraneo: Carlo II d'Angio, lo Zoppo.
Sradicato dal lusso di Napoli dopo la disfatta nel Golfo di Napoli del 1284, il
principe ereditario della corona angioina era costretto a fare i conti con un
esilio di roccia e ferro. Nonostante gli Aragonesi lo spostassero di continuo
tra le roccaforti dell'isola per sventare qualsiasi tentativo di liberazione,
quel rifugio di Cefalù custodiva non solo un ostaggio di inestimabile valore
strategico, ma anche il fulcro silenzioso di intrighi, trattative sottobanco e
maneggi politici — come quelli audaci orchestrati da Alaimo da Lentini —
destinati a incendiare la corte e a segnare, tragicamente, il destino di chi
aveva osato trattare con il nemico.
Castello di
Cefalù.

Messina - Castello Matagrifone (AI).
Ricostruzione del
castello Matagrifone
(https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Simon_Praud)
In sintesi, il "complotto" fu soprattutto una costruzione politica della fazione avversa a corte che, esasperata dall'arroganza di Macalda e dal potere traboccante di Alaimo, sfruttò i vecchi legami angioini del conte per convincere Giacomo I a sbarazzarsi definitivamente di loro con l'accusa di alto tradimento.
15.
L’orribile fine di Alaimo di Lentini e dei due suoi nipoti.
15.1.
Richiamato con l’inganno in Spagna.L'episodio della morte di Alaimo da Lentini rappresenta uno degli atti più brutali e spietati della lotta politica nella Sicilia del tardo Duecento. La sua esecuzione non fu semplicemente una condanna a morte, ma un vero e proprio messaggio politico di terrore indirizzato a chiunque osasse sfidare l'autorità della Corona d'Aragona.Con il nuovo sovrano Giacomo I, la posizione di Alaimo era ormai disperata. I suoi nemici politici a corte avevano convinto il re che il Gran Giustiziere stesse tramando con i nemici angioini (usando come pretesto anche la gestione autonoma di Carlo lo Zoppo).Per evitare tumulti o una rivolta armata della fazione dei Lentini in Sicilia — dove Alaimo godeva di enormi aderenze e prestigio —, la corte aragonese scelse la via dell'inganno. Alaimo fu convocato, insieme ai suoi due nipoti, in Catalogna con false promesse o con il pretesto di dover chiarire la sua posizione direttamente davanti al sovrano. Una volta giunto in territorio iberico, lontano dai suoi alleati e dalle sue roccaforti, scattò l'arresto definitivo.I suoi due nipoti , figli di Tommaso (barone di Ficarra) e di Alanfranco, (quest’ultimi nati dal matrimonio di Alaimo da Lentini con Macalda), erano:- Adinolfo (Adenolfo) da Mineo;- Giovanni da Mazzarino.Alaino da Lentini aveva 74 anni mentre l’età dei suoi nipoti rimase ignota (probabilmente tra i 20 e i 30 anni, come era consuetudine per i membri maschi della famiglia coinvolti nelle vicende politiche).I tre partirono dalla Sicilia, per raggiungere Barcellona, il 19 novembre 1284.Fu convocato ufficialmente a Barcellona con il pretesto di rendere conto del suo operato e di chiarire la sua posizione.
15.2 La
prigionia.Giunti in Catalogna
i tre furono imprigionati nel castello della Suda a Lleida(in alcune fonti
menzionato anche in relazione al castello di Segurana).
Ricostruzione del
castello di Segurana (AI).
Alaimo da Lentini
con i nipoti (AI).15.3.
L’ingannevole viaggio di ritorno in Sicilia.Rimasero nel castello della Suda a Lleida dal novembre 1284 fino all'estate del 1287 (formalmente consegnati il 4 agosto), quando i prigionieri furono affidati agli inviati della corona per fare ritorno in Sicilia.
Tra gli inviati della corona il funzionario di spicco era Bertrando de Cannellis, un nobile e ufficiale fortemente ostile alla fazione dei Lentini, affiancato da Gilberto de Castelletto.
15.4.
La mazzeratura di Alaimo e dei nipoti al
largo dell’isola di Marettimo".
In realtà, i commissari avevano ricevuto precise istruzioni non solo di custodire i prigionieri, ma di procedere alla loro eliminazione durante il tragitto.
Alaimo da Lentini e i suoi due nipoti (Adinolfo da Mineo e Giovanni da Mazzarino) erano condannati senza scampo per alto tradimento e la loro esecuzione doveva essere un colpo di spugna definitivo voluto dalla Corona d'Aragona per estirpare un ramo familiare troppo potente e pericoloso.
Il viaggio di ritorno verso la Sicilia si trasformò così in un terribile palcoscenico di morte. Al largo dell'isola di Marettimo (la più occidentale delle Egadi), la sentenza fu eseguita secondo un rituale feroce e arcaico noto come mazzeratura:
- Il metodo: Il condannato veniva avvolto strettamente in un lenzuolo o in un sacco pesante, legato con funi e zavorrato con pietre o pesi di ferro.
- La fine: Veniva gettato vivo in mare.
L'annegamento era inevitabile e atroce, studiato appositamente per non lasciare traccia e per infliggere una morte considerata infamante, riservata ai traditori della corona. L'esecuzione si consumò definitivamente nelle acque del Mediterraneo nel corso del mese di agosto del 1287 (probabilmente il 2 agosto).
Con questo assassinio consumato in alto mare, la fazione aragonese chiudeva violentemente i conti con uno dei protagonisti più potenti, ambigui e discussi del Vespro siciliano, spianando la strada al controllo assoluto dell'isola.N.B. L’esecuzione dei nipoti di Alaimo da Lentini e di Macalda pone degli interrogativi. Come mai non furono perseguiti di figli della coppia?Il motivo per cui i figli diretti (Tommaso e Alanfranco) non subirono la stessa spietata sorte di Alaimo e dei nipoti (Adinolfo e Giovanni) risiedeva principalmente nelle dinamiche della repressione politica medievale e nel modo in cui venivano colpiti i "centri di potere" di una casata:- La logica del complotto: La Corona d'Aragona (con re Giacomo II) mirava a decapitare politicamente la fazione e a eliminare chi, all'interno del clan, deteneva un peso militare o un ascendente diretto capace di sollevare le clientele armate del feudo. Alaimo era l'anziano leader e capo indiscusso; i nipoti Adinolfo e Giovanni erano probabilmente attivi fiancheggiatori o direttamente coinvolti nelle trame politiche del casato.- La diversità delle posizioni: Spesso, durante le purificazioni politiche dell'epoca, i figli primogeniti o minori venivano semplicemente spogliati dei titoli e ridotti all'impotenza patrimoniale (attraverso la confisca dei beni), senza necessariamente dover essere messi a morte tutti insieme, a meno che non fossero considerati un pericolo immediato e armato in prima persona.Nel caso della famiglia di Alaimo, la furia punitiva della corona si divise: Alaimo e i nipoti pagarono con la vita in alto mare e i figli diretti sopravvissero alla catastrofe ma videro la loro grande potenza nobiliare definitivamente frantumata e ridotta al silenzio attraverso
la prigionia (non si sa quale fu la loro fine. Forse morirono in carcere).
16.
Macalda….Il fiero tramonto di una regina senza corona.Macalda
fu arrestata, insieme ai figli Tommaso ed Alanfranco, il 19 febbraio 1285,
aveva 45 anni) e rinchiusa nel castello
Matagrifone (Roccaguelfonia) a Messina. L’arresto avvenne dopo la
decapitazione del fratello Matteo II, accusato di tradimento alla corona
aragonese, ad Agrigento.Tutta
la famiglia veniva così travolta dalla disgrazia politica e dalla spietata
damnatio memoriae che colpì l'intera famiglia dei Lentini.La
sua lunghissima reclusione durò per oltre un ventennio, fino alla sua morte
sopraggiunta dopo l'ottobre del 1308 (aveva 68 anni). Nonostante la durezza
della condizione carceraria e la totale perdita del potere politico che aveva
un tempo esercitato con alterigia, Macalda mantenne intatta la sua tempra fiera
e anticonvenzionale. Le cronache del tempo tramandarono episodi singolari sulla
sua permanenza nella fortezza. Incurante della cattività, trascorreva il tempo
sfoggiando ancora le sue vesti signorili e dedicandosi con passione al gioco
degli scacchi, che praticava persino con i nobili prigionieri angioini
rinchiusi nello stesso castello. La storiografia tramandò delle celebri sfide a scacchi con l'emiro tunisino
Margam ibn Sebir, anch'egli prigioniero.
16.2. Nel
castello in prigionia l’emiro dell’isola di Gerba.Margam ibn Sebir era emiro
dell’isola di Gerba nel XIII secolo. Nel 1284, mentre tentava di
fuggire verso Tunisi per sottrarsi all’assedio navale dell’ammiraglio aragonese
Ruggero di Lauria, venne catturato dalla flotta del Regno di Sicilia.
Condotto in Sicilia, fu imprigionato a Messina,
nel castello Matagrifone (detto anche Roccaguelfonia), lo stesso luogo
dove si trovava Macalda Scaletta.
Margam ibn Sebir non entrò a Matagrifone come un uomo
sconfitto. Entrò come un emiro, con la compostezza di chi ha governato uomini e
terre, e con la consapevolezza che la prigionia non può togliere ciò che la
vita ha scolpito nell’anima.
La sua figura, alta e avvolta nel mantello scuro,
sembrava assorbire la poca luce che filtrava dalle feritoie del castello. Gli
occhi, profondi e vigili, non tradivano paura: erano gli occhi di chi ha attraversato
deserti, rotte marine, intrighi di corte, e conosce la mutevolezza del destino.
Quando fu condotto nella sala dove avrebbe trascorso i
giorni della sua cattività, non chiese nulla. Si limitò a osservare. Le pietre
umide, il silenzio pesante, il vento che entrava come un lamento dalle aperture
del muro. Era un uomo che sapeva leggere i luoghi, e Matagrifone gli parlò
subito: gli parlò di guerre, di tradimenti, di attese.
Fu lì che incontrò Macalda. Non come suddito incontra
una dama, né come prigioniero incontra un’altra prigioniera. Si guardarono come
due figure che la storia aveva trascinato nello stesso punto, due destini che
non si erano scelti ma che ora si riconoscevano.
Margam ibn Sebir portava con sé una calma che non era rassegnazione,
ma disciplina. Aveva l’eleganza dei nobili del Maghreb, la fermezza di chi ha
comandato flotte e tribù, e una voce che sembrava scolpita nella sabbia e nel
vento. Quando parlava, anche le pietre del castello sembravano ascoltare.
Nessuno dei due sapeva quanto sarebbe durata quella
prigionia. Ma entrambi compresero, fin dal primo sguardo, che in quella sala
scura si sarebbe consumato qualcosa che andava oltre la guerra: un incontro tra
due mondi, due culture, due fierezze che non si piegavano.
16.3. Il primo dialogo tra Macalda e l’Emiro:
Rievocazione Narrativa.
Il
primo dialogo tra Macalda e
l’Emiro.La
lampada d’olio tremolava, proiettando ombre lunghe sulle pareti della sala.
Macalda era seduta, composta, come se quel luogo non fosse una prigione ma una
sala d’udienza. Quando l’emiro Margam ibn Sebir entrò, il silenzio cambiò
forma: non era più un vuoto, ma un’attesa.
L’uomo
avanzò con passo lento, misurato. Il mantello scuro gli scendeva sulle spalle
come una notte senza stelle. Macalda lo osservò senza distogliere lo sguardo.
«Sei
tu la donna di cui parlano i soldati,» disse l’emiro, con una voce che sembrava
venire da lontano, dalle rotte del Maghreb. Non c’era ironia, né sfida. Solo
curiosità.
Macalda
inclinò appena il capo. «E tu sei l’uomo che ha attraversato il mare per
sfuggire a una guerra che non ti apparteneva.»
Margam
ibn Sebir sorrise appena, un sorriso breve, come una lama di luce. «Le guerre
appartengono sempre a qualcuno. A volte ai re, a volte ai popoli. A volte ai
cronisti.»
Macalda
capì subito che quell’uomo non era un prigioniero comune. Aveva la calma di chi
ha visto la morte e non ne è rimasto impressionato.
«Dicono
che tu sia un emiro,» continuò lei. «Dicono molte cose,» rispose lui. «Ma ciò
che si dice non è mai ciò che si è.»
Per
un istante, i loro sguardi si incrociarono come due lame che si riconoscono.
Non c’era ostilità. C’era una strana, inattesa affinità: la fierezza di chi non
si piega.
«In
questo castello,» disse Macalda, «siamo tutti prigionieri di qualcuno: dei re,
dei nemici, delle parole che altri hanno scritto su di noi.»
Margam
si avvicinò, fermandosi a pochi passi. «Le parole possono imprigionare più
delle catene. Ma possono anche liberare.»
Macalda
lo studiò attentamente. «E tu, emiro, quali parole cerchi?»
Lui
abbassò lo sguardo per un istante, come se ascoltasse un ricordo. «Non cerco
parole. Cerco verità. E tu sembri una donna che non teme di dirla.»
Macalda
sorrise, un sorriso lento, consapevole. «La verità non mi ha mai protetta. Ma
non ho mai smesso di parlarla.»
L’emiro
annuì. «Allora forse, in questa sala scura, due prigionieri possono essere più
liberi di molti sovrani.»
La
lampada tremolò ancora. E in quel tremolio nacque il loro primo dialogo: non
tra un uomo e una donna, non tra un emiro e una prigioniera, ma tra due destini
che la storia aveva deciso di far incontrare.
16.4.
Lunghe partite a scacchi tra Macalda e l’Emiro. (Rievocazione Narrativa)
La
lampada d’olio diffondeva una luce dorata sul tavolo di legno grezzo. Sopra, un
vecchio scacchiere consumato dal tempo: le caselle scolorite, i pezzi
irregolari, alcuni scheggiati. Era l’unico oggetto della sala che sembrava
avere una storia propria.
Macalda
sfiorò con le dita una torre. «Non avrei immaginato di trovare scacchi in una
prigione.»
Margam
ibn Sebir si avvicinò con passo calmo. «Gli scacchi sono una prigione che
insegna a liberarsi,» disse. La sua voce era bassa, come se parlasse più al
destino che a lei.
Si
sedettero uno di fronte all’altra. Per un momento non mossero nulla: si studiarono
come due generali prima della battaglia.
Macalda
fece la prima mossa, un pedone avanzato con decisione. «In Sicilia dicono che
questo gioco rivela l’anima.»
«Nel
Maghreb,» rispose l’emiro, «dicono che rivela le intenzioni.»
Il
silenzio tornò a riempire la sala, ma non era più un silenzio vuoto: era un
campo di battaglia. Ogni pezzo spostato era un pensiero, un ricordo, una
ferita.
Margam
avanzò il suo cavallo. «Tu giochi come chi non ha paura di perdere.»
Macalda
sollevò lo sguardo. «Perché ho già perso tutto ciò che potevano togliermi.»
L’emiro
annuì lentamente. «Allora giochi come una donna libera.»
La
partita proseguì. Le loro mani si sfioravano appena quando prendevano i pezzi,
come se il destino volesse ricordare loro che, in quella sala scura, erano due
esseri umani prima che due prigionieri.
Macalda
catturò una torre con un gesto rapido. «Non ti aspettavi questo.»
Margam
sorrise. «Le mosse inattese sono le più nobili. Anche nella vita.»
La
lampada tremolò, proiettando ombre che sembravano muoversi insieme ai pezzi. La
partita non era più un gioco: era un dialogo senza parole, un confronto di
intelligenze, un riconoscimento reciproco.
Quando
Macalda avanzò la regina, l’emiro la guardò con un rispetto che nessuna corte
avrebbe saputo imitare. «La tua regina è più audace di molte donne che ho
conosciuto.»
«La
mia regina,» rispose Macalda, «non chiede permesso.»
Margam
abbassò lo sguardo sullo scacchiere. «Allora questa partita non finirà presto.»
«No,»
disse Macalda. «Perché non è la partita a decidere. Sono le persone.»
E
in quel momento, nella sala scura di Matagrifone, due prigionieri furono più
liberi di qualsiasi sovrano.
Un’altra
partita a scacchi tra Macalda e l’Emiro. Rievocazione Narrativa.Il
vento del mare si insinuava tra le pietre del castello, portando con sé un
odore di sale e di lontananza. Sul tavolo, lo scacchiere sembrava un’isola di
ordine in mezzo al caos della prigionia. Macalda posò la mano su un pezzo,
mentre l’emiro la osservava con la calma di chi ha imparato a leggere le
persone prima ancora delle mosse.Macalda
avanzò un alfiere con un gesto sicuro, quasi elegante.Margam ibn
Sebir osservò la mossa in silenzio. Poi sollevò lo sguardo verso di lei.«Questa è
una mossa che non appartiene a chi impara,» disse. «Appartiene a chi
comprende.»Macalda non
sorrise, ma nei suoi occhi si accese una luce sottile. «Non ho mai avuto paura
dei giochi difficili,» rispose. «Sono quelli che rivelano la verità.»L’emiro fece
scivolare il suo cavallo in una posizione inattesa. «La verità,» disse, «è che
giochi con una libertà che pochi uomini possiedono.»Macalda
sfiorò la regina con le dita. «La libertà non me l’hanno mai concessa. Me la
sono presa.»Margam annuì
lentamente. «E la porti sulla scacchiera come una lama. Non è comune.»Lei avanzò
la regina, tagliando la difesa dell’emiro con una precisione che sembrava un
gesto di destino. Margam rimase immobile per un istante, poi parlò con una voce
più bassa, quasi rispettosa.«Macalda… tu
giochi come chi ha visto il mondo da un’altezza che non si può insegnare.»«E tu,»
rispose lei, «come chi ha imparato a non temere la sconfitta.»L’emiro
sorrise appena. «La sconfitta non mi spaventa. Mi spaventa solo chi non pensa.
Tu pensi. E questo ti rende pericolosa.»Macalda inclinò
il capo. «Pericolosa per chi?»«Per chi
crede che una donna debba stare un passo indietro,» disse l’emiro. «Tu non stai
indietro. Tu avanzi.»Macalda
catturò un pezzo con un gesto rapido. «E tu riconosci ciò che molti fingono di
non vedere.»Margam abbassò
lo sguardo sullo scacchiere. «Non potrei non vederlo. La tua mente è affilata
come la tua storia.»La lampada
tremolò ancora. E in quel tremolio, l’emiro Margam ibn Sebir comprese che
quella partita non era solo un gioco: era il modo in cui Macalda dichiarava
la propria libertà.
Non
esistono fonti che dicano chi vinceva le partite a scacchi tra Macalda e
l’emiro Margam ibn Sebir. Le cronache medievali e gli studi moderni
riportano solo che giocavano, non l’esito delle partite.Le
partite sono attestate da Steven Runciman e da Santi Correnti,
che citarono a loro volta Don Pietro Carrera, storico degli scacchi.Le
fonti confermarono che:-
Macalda
imparò rapidamente il gioco.-
L’emiro
le insegnò le regole.-
Giocavano
regolarmente durante la prigionia a Matagrifone. Nessuna fonte (né medievale né
moderna) riporta chi vincesse. Basandomi
sulle fonti, si può solo dedurre che: -
All’inizio
l’emiro era certamente più esperto.-
Macalda,
descritta come “vivace, audace, di spirito virile”, imparò molto
velocemente.La
tradizione successiva la definisce addirittura “regina degli scacchi”,
ma è un titolo simbolico, non legato a vittorie documentate. Macalda
diventò una giocatrice di livello tale da essere ricordata nei testi
seicenteschi come la prima scacchista siciliana documentata.Macalda rappresentò storicamente la prima figura documentata di scacchista (sia femminile sia maschile) nella storia della Sicilia, stupendo carcerieri e visitatori anche per l'immodestia e la vivacità delle sue vesti. All'ammiraglio Ruggero di Lauria, giunto in carcere per rivendicare i feudi di Ficarra, rinfacciò con orgoglio l'ingratitudine dei nuovi regnanti:«Ecco come siamo rimeritati da Pietro vostro Re. Noi lo abbiam chiamato e fattolo nostro compagno non già nostro Signore; ma egli [...] ci tratta siccome servi». Macalda quando morì aveva 68 anni.
17. Il Suo
Ultimo Giorno.Macalda è sola nella prigione di Messina. È un momento
in cui la donna riflette, non si sente bene, si misura con la memoria e forse
la fine.
(Ricostruzione Narrativa).
Il suo ultimo giorno nel carcere di Matagrifone.La
prigione di Montegrifone era immersa in un silenzio che non apparteneva ai
vivi. Le pietre, consumate dal vento di Messina, sembravano respirare
lentamente, come se custodissero i segreti di chi vi era stato rinchiuso. Macalda
si svegliò prima dell’alba, come sempre. A sessantotto anni, il sonno era
diventato un lusso che la prigionia non concedeva.
Si
sollevò a sedere, appoggiando le mani sulle ginocchia. Le dita, un tempo agili
nel maneggiare stoffe preziose e pergamene, ora erano nodose, segnate da una
vita che non aveva mai conosciuto riposo. La luce del mattino filtrava da una
fessura nel muro, una lama sottile che tagliava l’ombra e si posava sul suo
volto. Macalda la accolse come un vecchio amico.
«Ancora
qui,» mormorò, senza amarezza. Non parlava a nessuno: parlava al giorno.
Si
alzò lentamente, avvicinandosi alla piccola apertura che dava sul mare. Da lì,
la città di Messina non si vedeva, ma si sentiva: il rumore lontano delle onde,
il richiamo dei gabbiani, il respiro del porto. Macalda chiuse gli occhi. Per
un istante, fu di nuovo giovane: la donna che cavalcava accanto ai grandi, che
parlava con i re, che sfidava gli Angioini e gli Aragonesi con la stessa
audacia.
Poi
il ricordo svanì, come svanisce il profumo di un vestito troppo antico.
Si
sedette sul giaciglio e rimase a lungo immobile. Non era triste. Non era vinta.
Era semplicemente consapevole.
La
porta si aprì. Il carceriere, un uomo che non aveva mai osato guardarla negli
occhi, le posò accanto una scodella di acqua e pane. Macalda lo ringraziò con
un cenno. Lui uscì senza dire una parola.
Il
pane rimase intatto.
Macalda
trascorse le ore seguenti in silenzio, come se stesse ascoltando qualcosa che
gli altri non potevano udire. Forse la memoria. Forse la storia. Forse la voce
di sè stessa.
Quando
il sole cominciò a calare, la prigione si riempì di un’ombra dorata. Macalda si
sdraiò, tirando il mantello ruvido sulle spalle. Inspirò profondamente, come se
volesse trattenere l’ultimo respiro della Sicilia.
«Non
mi avete piegata,» disse piano. Non c’era rabbia. Solo verità.
Chiuse
gli occhi. Il silenzio tornò a essere totale.
Quella
notte, Macalda di Scaletta lasciò la prigione senza muovere un passo. E la sua
ombra, che aveva attraversato la storia, rimase impressa nelle pietre di
Montegrifone come un sigillo che nessuno avrebbe potuto cancellare.
18. L’ultimo sospiro fu preceduto da un dialogo con
Bartolomeo di Neocastro.
Prima di emettere l’ultimo sospiro, si abbandonò a un
dialogo immaginario: forse un testamento spirituale, forse la sua difesa
ideale. Una voce che si leva oltre la morte. In quel momento Macalda non parla
come prigioniera, ma come figura storica e simbolica, come il valore stesso di
una donna che non si è mai piegata.
L’ambiente è una sala scura, simile alla sua cella,
rischiarata soltanto da una lampada d’olio. Macalda, seduta, osserva l’uomo che
ha scritto di lei come di una donna “di spirito virile”, audace fino
all’eccesso, ambiziosa oltre il consentito. Nei suoi occhi non c’è ira: solo
una fierezza antica.
Macalda
e Neocastro – Il Dialogo della Verità
MACALDA; Bartolomeo, tu
che hai scritto la storia degli uomini, perché hai temuto quella di una donna?
Hai visto in me un’ombra che disturbava il disegno dei potenti, e l’hai
chiamata superbia. Hai visto la mia voce levarsi dove altre tacevano, e l’hai
chiamata arroganza. Hai visto che non chinavo il capo, e l’hai chiamato vizio.
NEOCASTRO: Io ho narrato
ciò che ho visto, o ciò che mi fu detto. E ciò che vidi fu una donna che voleva
stare tra i grandi, che parlava come un capitano, che consigliava come un
ministro.
MACALDA: E perché mai non
avrei dovuto? Sono nata in una terra dove il silenzio delle donne è considerato
virtù, ma io non ho mai creduto che la virtù coincida con l’obbedienza. Ho
parlato perché sapevo. Ho agito perché potevo. Ho sfidato perché la mia vita
non era un dono dei potenti, ma una conquista quotidiana.
Tu
mi accusi di aver cercato il favore dei re. Ma dimmi: quale uomo, in tempi di
guerra, non cerca alleanze? Quale cavaliere non trama, non ascolta, non
osserva? Io ho fatto ciò che fanno gli uomini, ma l’ho fatto con il corpo di
una donna. E questo, Bartolomeo, è ciò che ti ha scandalizzato.
NEOCASTRO: Dicono che tu
fossi temuta. Che la tua presenza inquietasse la corte. Che il popolo ti amasse
troppo.
MACALDA: Essere temuta
non è un delitto. Essere amata non è una colpa. Essere ricordata, questo sì, è
un fastidio per chi vorrebbe che la storia fosse solo dei maschi.
Tu
hai scritto che ero “di spirito virile”. Io ti rispondo: No, Bartolomeo. Ero di
spirito umano. E l’umano non ha sesso.
NEOCASTRO: E il tuo
travestimento? Il saio da frate? Le strade percorse nell’ombra?
MACALDA: Difendersi non è vergogna. Proteggersi non è
peccato. In tempi di tradimenti, chi non si nasconde muore. Ho indossato un
saio perché un saio protegge più di un mantello di seta. Ho camminato come un
frate perché un frate passa dove una donna viene fermata. Ho ascoltato, ho
osservato, ho raccolto voci: non per tradire, ma per sopravvivere.
Tu
mi accusi di aver vissuto troppo intensamente. Io ti accuso di aver guardato
troppo superficialmente.
NEOCASTRO: E cosa vuoi che
la storia ricordi di te?
MACALDA: Che fui una donna che non si lasciò piegare.
Che camminai tra gli uomini senza chiedere permesso. Che parlai quando avrei
dovuto tacere. Che amai la libertà più della prudenza. Che non fui santa né
martire, ma semplicemente viva. E che la mia voce, oggi, ritorna non per
difendermi, ma per ricordare che la storia non appartiene solo a chi la scrive,
ma anche a chi la sfida.
Macalda
rappresentò storicamente la prima figura documentata di scacchista (sia
femminile sia maschile) nella storia della Sicilia, stupendo carcerieri e
visitatori per l'immodestia e la vivacità delle sue vesti. All'ammiraglio Ruggero di Lauria,
giunto in carcere per rivendicare i feudi di Ficarra, rinfacciò con orgoglio
l'ingratitudine dei nuovi regnanti:«Ecco come siamo
rimeritati da Pietro vostro Re. Noi lo abbiam chiamato e fattolo nostro
compagno non già nostro Signore; ma egli [...] ci tratta siccome servi».
19. Vittima della Misoginia del Tempo?La narrazione caustica di Bartolomeo di Neocastro
(che la dipinse come "ninfomane", "dissoluta" e incline
all'incesto) va contestualizzata: Neocastro era un cronista filo-aragonese ed
era comune nel XIII secolo demonizzare le donne d'potere che valicavano i ruoli
tradizionali attaccandone la morale sessuale. Non si esclude che Neocastro
stesso fosse stato respinto o affascinato dalla donna. Al contrario, il
cronista catalano Bernat Desclot mantenne un giudizio molto più
equilibrato, descrivendola come «molto bella e gentile, valente nel cuore e
nel corpo, generosa nel donare e valorosa nelle armi al par d'un cavaliere».
Macalda rimane, al di là delle ombre e delle luci, uno dei profili femminili
più liberi, colti, bellicosi e moderni dell'intero Medioevo mediterraneo.
20. Dettagli
Storici Inediti, Leggende e Retroscena.20.1. la data della morte di Macalda.Per secoli la storiografia (in primis Michele Amari) ipotizzò che Macalda fosse morta in carcere poco dopo il 1287. Tuttavia, scoperte d'archivio presso l'Archivio di Stato di Palermo stravolsero la cronologia:- 3 dicembre 1307: Viene rinvenuto un atto notarile in cui una Macalda di Scaletta ormai anziana e in difficoltà finanziarie affitta per 22 anni i servizi della sua serva greca Anna a Mastro Pagano Barberio.- 14 ottobre 1308: Un secondo documento attesta Macalda ancora in vita, spostando il terminus post quem della sua scomparsa a una data successiva all'ottobre del 1308.
Si racconta che una notte, mentre il vento di mare batteva contro le mura di Scaletta, Macalda
indossò la tonaca ruvida di un frate francescano.
Il tessuto le graffiò la pelle, ma le diede ciò che nessun uomo avrebbe concesso: libertà di camminare senza essere riconosciuta. Sotto quel cappuccio, la donna più discussa della Sicilia diventava un’ombra tra le ombre, un viandante anonimo che attraversava borghi, conventi, porti e strade di campagna.
Non era fuga. Era ricerca.
Macalda ascoltava, osservava, raccoglieva voci. Le taverne erano piene di soldati angioini che parlavano troppo, di mercanti che sapevano più dei notai, di frati che custodivano segreti più pesanti dei loro libri. Lei, nascosta dietro la maschera del religioso, tessé una rete di informazioni, come un ragno che lavora nell’oscurità. Qualcuno giurò di averla vista a Messina, altri a Cosenza, altri ancora lungo la costa
tirrenica, sempre sola, sempre silenziosa, sempre con quel passo rapido che non apparteneva a un uomo di Dio. Eppure nessuno la fermava: un frate non destava sospetti.
Le cronache non dicono se fosse una spia. Ma dicono che sapeva troppo, e che sapeva muoversi dove nessuna donna avrebbe potuto. Forse cercava vendetta contro gli Angioini, forse cercava protezione presso gli Aragonesi, forse cercava solo di restare viva in un mondo che voleva cancellarla.
Di certo, Macalda non era una figura passiva della storia: era una donna che camminava dentro la
storia, spingendola con le proprie mani, e ogni passo che compiva sotto quel saio francescano era un atto di ribellione contro il destino che le era stato imposto.
Così correva l’ombra. E più correva, più diventava leggenda.
La strada che scendeva da Scaletta era un nastro di pietre e polvere. Ogni passo era un addio: alla casa, al passato, ai ruoli che la società le aveva cucito addosso. Nessuno, vedendola così, avrebbe immaginato che sotto quella veste si nascondeva la donna che aveva sfidato corti, soldati e signori, la stessa che aveva parlato con re e comandanti come loro pari.
Il travestimento non era solo un riparo. Era un’arma.
Macalda lo capì la prima volta che un gruppo di militi angioini la fermò lungo la strada per Messina. Le chiesero da dove venisse, dove fosse diretto, se avesse visto movimenti sospetti. Lei chinò il capo, modulò la voce in un tono più grave e rispose con la calma di chi ha preso l’abitudine a mentire per sopravvivere. I soldati la lasciarono andare senza sospetti. Fu allora che comprese quanto potere ci fosse nell’essere invisibile.
Viaggiò per giorni, poi settimane. Dormì in conventi, in stalle, sotto portici abbandonati. Ogni luogo era un crocevia di voci: mercanti che parlavano di tasse e rotte, frati che discutevano di politica più che di teologia, soldati che si vantavano delle loro imprese. Macalda ascoltava tutto. Non prendeva appunti, non lasciava tracce: conservava le informazioni nella memoria, come un archivio segreto che solo lei poteva decifrare.
A volte, la notte, si chiedeva se fosse diventata un fantasma. Una donna che non poteva essere donna, un frate che non era frate, un’ombra che scivolava tra le pieghe della storia senza che nessuno potesse afferrarla.
Eppure, in quella solitudine, c’era una libertà che non aveva mai conosciuto.
La Sicilia era un teatro di guerra: gli Angioini stringevano la costa tirrenica, gli Aragonesi consolidavano il potere nell’interno. Macalda attraversava quei territori come un filo che cuce due lembi di stoffa. Non era chiaro se portasse messaggi, se raccogliesse segreti, se cercasse alleati. Ma ovunque passasse, lasciava dietro di sé un silenzio inquieto, come se la terra avesse percepito il peso del suo destino.
Un giorno, giunta alle porte di Cosenza, un frate anziano la guardò a lungo. «Hai gli occhi di chi porta un fardello che non appartiene a Dio», disse. Macalda abbassò lo sguardo, ma dentro di sé sorrise. Il frate non aveva torto: il suo fardello apparteneva alla storia.
E la storia, come sempre, la stava chiamando.
Così continuò il viaggio, senza meta apparente, ma con un disegno che solo lei conosceva. Un disegno fatto di incontri, di sguardi, di parole rubate, di segreti ascoltati dietro porte socchiuse. Un disegno che l’avrebbe condotta, un giorno, non più nell’ombra, ma al centro della scena.
Perché Macalda non era nata per restare ai margini. E anche sotto mentite spoglie, il mondo sembrava riconoscerla. Non come frate. Non come donna. Ma come forza.
Una forza che camminava.
Nel 1274, Alaimo da Lentini era un importante e stimato militare e funzionario della dinastia angioina.
Serviva il re Carlo I d'Angiò, che dopo averlo nominato consigliere e familiare regio nel 1271, gli affidò nel 1274 la carica di Giustiziere del Principato e della Terra di Benevento.
La famiglia di Alaimo (i Lentini o da Leontino) era di antica nobiltà d'origine normanna.
Castelli e feudi: Nel corso del tempo la famiglia possedette numerosi feudi e castelli strategici in Sicilia, tra cui la contea di Buccheri, le terre e signorie di Palazzolo, Butera, Odogrillo, Militello e possedimenti a Messina e Lentini. Per matrimonio con Macalda acquisì anche il controllo del feudo e castello di Ficarra.
Alaimo da Lentini era figlio di un nobile identificato nelle fonti storiche come Alanfranco (o Lanfranco) da Lentini.
Appartenente a un ramo della potente famiglia d'origine normanna dei Lentini, Alaimo aveva anche diversi fratelli, tra cui Simone da Lentini (che divenne vescovo di Siracusa) e Giovanni da Lentini (capitano generale e funzionario di spicco)
L'arma araldica dei Lentini (o da Leontino) presenta un campo rosso con figure geometriche d'oro disposte in banda, sormontato dall'elmo o dal mantello nobiliare.
Prima delle nozze con Macalda nel 1274, Alaimo era già signore di diversi possedimenti, tra cui la contea e la rocca di Buccheri. Il castello di Buccheri rappresentava una delle sue principali fortezze strategiche nell'area siracusana.
di Michele Amari (edizione Forzani e C. – Roma 1882).
I due protagonisti dei Vespri Siciliani, Alaimo da Lentini (a sinistra) e
Macalda di Scaletta (a destra) con lo sfondo di Palermo.
L'azione
di Macalda non fu soltanto dettata da cupidigia, ma rispondeva a un preciso
calcolo politico. Da un lato volle eliminare ogni sospetto sulla passata lealtà
angioina sua e del marito; dall'altro intendeva accreditarsi come figura
dominante e spietata agli occhi dei nuovi dominatori. I siciliani, infatti,
stavano rivolgendo continue suppliche alla regina Costanza II di Sicilia,
figlia di re Manfredi, affinché accettasse la corona in quanto ultima
discendente degli Hohenstaufen. Il marito di Costanza, Pietro III d’Aragona,
appoggiò la richiesta e si preparò a sbarcare nell'isola, consapevole che con
donne forti e ambiziose come Macalda avrebbe dovuto necessariamente fare i
conti.
Durante la dominazione angioina, Alaimo era stato un fedele funzionario di Carlo I d'Angiò, che lo aveva nominato consigliere regio e giustiziere. Nel 1282 ricopriva le cariche di Capitano del Popolo e Stratigoto a Messina.
Allo scoppio della rivolta antiangioina (iniziata a Palermo tra marzo e aprile del 1282), Alaimo scelse di schierarsi a difesa della Sicilia e, nell'estate dello stesso anno, guidò con successo l'eroica resistenza di Messina dall'assedio delle truppe di Carlo d'Angiò (luglio-agosto 1282).
Comprendendo che i liberi comuni siciliani non avrebbero potuto resistere a lungo da soli alla reazione angioina senza un solido appoggio monarchico, fu tra i principali fautori dell'alleanza con la corona d'Aragona. Favorì quindi l'arrivo di Pietro III d'Aragona, sbarcato a Trapani il 30 agosto 1282.
Dopo l'incoronazione del nuovo sovrano, Alaimo gli giurò solenne fedeltà e, nell'autunno del 1282 (tra settembre e ottobre), consacrò il suo definitivo passaggio alla causa aragonese. Il 21 ottobre 1282, re Pietro III lo ricompensò per il suo ruolo determinante nominando Gran Giustiziere del Regno di Sicilia.
Dal matrimonio nacquero due (?) figli,
- Tommaso;
- Alanfranco;
- a cui seguirono dei nipoti che furono coinvolti nel destino tragico della coppia dopo l'accusa di tradimento.
Era soprannominato “el Gran” (“Il Grande”) in catalano e aragonese: un epiteto meritato per le sue straordinarie imprese militari contro gli Angioini e contro la dura opposizione del papato (all’epoca succube dell’influenza francese). Il Papa giunse perfino a indire contro di lui un’assurda crociata. Un altro grande merito del sovrano fu quello di aver dato inizio alla straordinaria espansione e alla potenza marittima aragonese nel Mediterraneo.
6.1.
La Scomunica di Papa Martino IV.
In vocatio e Formula Solenne del Papa
Martinus episcopus, servus servorum Dei, ad perpetuam rei memoriam.
In eminenti Apostolicae Sedis specula, disponente Domino, constituti, debitum officii nostri de manu Domini requirit, ut tam catholicae fidei puritatem conservare, quam eorum perversitatem, qui sanctam Ecclesiam matrem suam offendere non verentur, debita severitate punire curemus...
Il passaggio di privazione del trono e indizione della Crociata
...Dictum Petrum, olim regem Aragonum, qui se in regnum Siciliae, ad jus et proprietatem Ecclesiae Romanae legitime pertinens, damnabiliter intrusit, et contra mandatum nostrum venire non timuit, praesentium auctoritate privamus et excommunicatum denunciamus.
Ipsumque Petrum privamus regno Aragoniae et terra Cathaloniae, aliisque terris suis omnibus, et vasallos ac subditos ejusdem ab ejus fidelitatis debito absolvimus. Terram quoque ipsius Aragoniae dandum duximus inclyto Carolo, nato charissimi in Christo filii nostri Philippi, Regis Francorum illustris...
Quare omnibus christifidelibus, qui contra praefatum Petrum et ejus fautores arma sumpserint, illam eandem indulgentiam et peccatorum remissionem concedimus, quam in subsidium Terrae Sanctae euntibus Apostolica Sedes concedere consuevit.
Datum Urbevetani, XII Kalendas Aprilis, Pontificatus nostri anno tertio.
[Intitolazione e Formula di Umiltà]
«Martino vescovo, servo dei servi di Dio, a perpetua memoria del fatto.
[Arenga / Premessa Solenne]
Posti, per disposizione del Signore, sulla sublime vedetta della Sede Apostolica, il dovere del nostro ufficio richiede da noi, per mano del Signore, che ci curiamo tanto di conservare la purezza della fede cattolica, quanto di punire con la dovuta severità la perversità di coloro che non temono di offendere la santa Madre Chiesa...»
Il passaggio di privazione del trono e indizione della Crociata
«Il detto Pietro, già re d'Aragona, che si è dannabilmente intromesso [insediato/usurpato] nel regno di Sicilia — spettante legittimamente al diritto e alla proprietà della Chiesa Romana — e non ha temuto di andare contro il nostro comando, con l'autorità delle presenti [lettere/bolla] priviamo [di ogni dignità] e dichiariamo excommunicato.
Priviamo lo stesso Pietro del regno d'Aragona e della terra di Catalogna, e di tutte le altre sue terre, e assolviamo i vassalli e i sudditi dello stesso dal debito di fedeltà verso di lui.
Quanto alla terra dello stesso d'Aragona, abbiamo ritenuto di doverla dare all'illustre Carlo, figlio del carissimo nostro figlio in Cristo Filippo, illustre re dei Franchi [Francia]...
Per la qual cosa, a tutti i fedeli in Cristo che prenderanno le armi contro il predetto Pietro e i suoi fautori, concediamo quella medesima indulgenza e remissione dei peccati che la Sede Apostolica è solita concedere a coloro che vanno in soccorso della Terra Santa.»
«Dato a Orvieto, il 21 marzo [1283/1284], nel terzo anno del nostro pontificato.»
[21 marzo 1283 / confermata con edicta nel 1284].
Sopra di lui, idealmente stampato sul soffitto a capriate come nei grandi affreschi delle cattedrali, Pietro III d’Aragona (Pietro I di Sicilia) lo fissava con lo sguardo fiero e arrogante di chi aveva osato prendersi la Sicilia con la forza delle armi. Il sovrano aragonese non era un semplice re nemico; era un'ombra ingombrante che oscurava la cattedra di San Pietro, un usurpatore incoronato che aveva osato spezzare l'asse tra la Santa Sede e la casata d'Angiò.
Pietro III d’Aragona(I di Sicilia) ( a sinistra).
8.1. Il primo incontro nel Castello di Randazzo.
Aveva quasi quarant’anni, ma appariva ancora di notevole bellezza, con modi gentili e un fascino che le cronache non mancarono di sottolineare. Gli storici interpretarono il suo comportamento come animato da una forte “concupiscenza”, che presto si manifestò apertamente.
Il suo intento era quello di mostrarsi al re come una sorta di imperatrice guerriera, ostentando al tempo stesso la potenza e il rango del marito, Alaimo da Lentini. Macalda fissava il sovrano con occhi fermi e ridenti, unendo gesti lievi a un’apparenza marziale, in un equilibrio che colpì profondamente gli osservatori dell’epoca.
In questo celebre passo della Historia Sicula di Bartolomeo di Neocastro non sono presenti avances o ammiccamenti di tipo sessuale o romantico diretto. Si tratta di un discorso d'omaggio politico e istituzionale, tipico del protocollo medievale con cui una nobildonna accoglieva il nuovo sovrano.
L'analisi del testo mostra chiaramente questo intento politico:
- L'identità e il ruolo sociale: Dicendo «moglie di Alaimo milite da Leontino», Macalda si definisce subito attraverso la sua posizione ufficiale e il legame con il marito, uno dei principali protagonisti della rivolta dei Vespri Siciliani.
- La lealtà politica: La frase «il tuo regno ho aspettato come tutti gli altri Siciliani» esprime l'adesione della nobiltà isolana alla Corona d'Aragona per scacciare gli Angioini.
- La formula di benvenuto: Le parole di «consolazione e gaudio» rappresentano la classica retorica celebrativa medievale per la liberazione dell'isola.
Anche se questo specifico frammento rimane nei binari del rispetto formale, la figura di Macalda di Scaletta passò alla storia — proprio attraverso le cronache dell'epoca — per il suo carattere ambizioso e spregiudicato. Storicamente cercherà in seguito di ammaliare e influenzare re Pietro III d'Aragona per accrescere il proprio prestigio, ma in questo primo discorso d'accoglienza prevale l'aspetto istituzionale.
Il re, rifuggendo a quel tempo da avventure amorose, fece finta di non intenderne le avance e, pur onorandola e trattandola con cortesia, la condusse di persona all'albergo con un corteo di cavalieri al seguito. Il contegno di Pietro non fece desistere Macalda dalle sue mire e si mise a seguire il sovrano nel suo itinerario attraverso l'isola.
Sono riconoscibili:
- Murature basali; tratti di fondazione e porzioni di muro in pietra lavica di grande spessore, pertinenti alla cinta esterna del castello, localizzabili principalmente nell’area di via San Martino e nelle zone limitrofe.
Distinzione tecnica: Castello Svevo vs Torre Vagliasindi
La cosiddetta Torre-Castello o Torre Vagliasindi, oggi sede del Museo Archeologico, non appartiene al Castello Svevo. Si tratta di una casa‑torre urbana costruita tra la fine del XIII e il XIV secolo, parte delle sette torri della cinta muraria federiciana (fortificazioni urbane post‑sveve), e non del complesso castellano.
La torre è spesso erroneamente associata al castello per tre motivi:
- prossimità all’area del castello;
Sintesi tecnica
Il Castello Svevo: complesso interno, oggi quasi totalmente perduto; restano fondazioni, murature basali, cisterna e impronta urbanistica.
La Torre Vagliasindi: unica torre superstite della cinta muraria urbana; non appartiene al castello; costruzione post‑sveva (XIII–XIV sec.).
La distinzione tra i due complessi è essenziale per una corretta interpretazione storico‑architettonica del sito.
D. O. M. QVO REGNANTE PHILIPPO II RANDACENSES PROBAM CARCEREM EXTRVXERVNT NE SORDIDA SVALVE LOCA FOEDISSIMIS REIS DETVR PHILIPPO III REGNANTE MAG. MAVRO GVI. IVSTITIAE RECTORI CVI GESTIS ROBORATO D. DONATVS DE LORENZO FILIO NEPOS MARCHIO DE CASTR. PRAT. BARO AC REGIVS MI... INSTAVR. ET ORN. CVRAVIT AN. DOMINI MDCXXXXI
"Deo Optimo Maximo. Quo regnante Philippo II Randacenses probam carcerem extruxerunt, ne sordida svalve loca foedissimis reis detur. Philippo III regnante, Magistro Mauro Guilielmo Justitiae Rectori cui gestis roborato, Dominus Donatus De Lorenzo filio nepos, Marchio de Castri Prato, Baro ac Regius Milites, instaurandum et ornandum curavit Anno Domini MDCXXXXI."
Traduzione in italiano:
"A Dio Ottimo Massimo. Sotto il regno di Filippo II, i cittadini di Randazzo edificarono un idoneo carcere, affinché non venissero usati luoghi squallidi ed indegni per i rei più abbietti. Sotto il regno di Filippo III, essendo Rettore della Giustizia il Maestro Mauro Guglielmo e convalidati gli atti, Don Donato De Lorenzo, nipote per parte di figlio, Marchese di Castel di Prato, Barone e Regio Milite, si curò di restaurarlo e decorarlo nell'Anno del Signore 1641."
- La trasformazione dell'antico castello: La lapide testimonia il momento in cui l'ormai ex residenza reale medievale venne dismessa come palazzo/fortezza e riconvertita ufficialmente in carcere mandamentale della città.
LASCIATE OGNI SPERANZA O VOI CH'ENTRATE
(oppure, nella forma contratta / parzialmente abrasa presente in loco:)
[LASCIATE OGNI S]PERANZA O VOI CH'ENTRATE
Descrizione e Contesto
- La citazione dantesca: Si tratta della celeberrima frase tratta dall'Inferno di Dante Alighieri (Canto III, v. 9).
8.2.
Macalda seguì l’esercito di Re Pietro I
di Sicilia da Randazzo verso la costa tirrenica (Furnari – Milazzo), passando
per Montalbano Elicona.
La dinamica dello spostamento
- Furnari come tappa di transito e riposo: Furnari e il suo immediato entroterra costituirono una tappa tattica fondamentale: permise alle truppe e alla cavalleria aragonese di riordinarsi, abbeverare i cavalli e far riposare il seguito dopo l'impegnativa traversata d'altura lungo la Via Regia Traversa (proveniente da Randazzo, Montalbano, Basicò e Campogrande), evitando l'intercettazione da parte della flotta angioina schierata a largo della costa.
Il probabile percorso dell’esercito di Pietro I dal torrente Mazzarrà al
Castello di Milazzo.
Il percorso evidenziato nell'immagine (Furnari ➔ Milazzo)
Il tracciato evidenziato dalla mappa va da Furnari / Terme Vigliatore fino a Milazzo passando da Protonotaro, Olivarella e Merì.
Il tratto interno (Protonotaro / Merì):
- Il percorso blu nell'immagine abbandona la linea di costa all'altezza di Terme Vigliatore/Protonotaro per passare più all'interno (coincidente appunto con l'asse dell'attuale SS113 tra Terme, San Filippo del Mela, Merì e Milazzo).
- Questo rispecchia le antiche direttrici viarie romane e medievali, che evitavano di seguire l'immediata battigia paludosa e soggetta alle piene dei numerosi torrenti (tra cui il torrente Termini e il Mazzarrà).
Ingresso alla Penisola di Milazzo:
Giunti all'altezza di Merì/Giammoro, il tracciato della SS113/Via Valeria proseguiva dritto verso Est verso Messina, mentre una deviazione puntava verso Nord per risalire la penisola e raggiungere la fortezza e il porto di Mylae (Milazzo).
1. La minaccia della flotta angioina ed incrociatori nemici
- Dominio navale angioino: Nel settembre 1282, mentre Messina era sotto assedio, il Golfo di Patti e la piana di Milazzo erano costantemente pattugliati dalle galere e dalle navi da guerra di Carlo I d'Angiò.
- Esposizione ai proiettili e agli sbarchi: Percorrere la Via Valeria sulla striscia costiera (come si vede nella foto tra Furnari, Tonnarella e Milazzo) significava esporre una lunghissima colonna militare al rischio di sbarchi a sorpresa della fanteria angioina, bombardamenti dalle navi con catapulte/manganelli e attacchi alle salmerie da parte della flotta nemica.
2. Terreno paludoso e "trappole" naturali sulla costa
La piana costiera rappresentata nella immagine non era quella urbanizzata di oggi:
- Zone acquitrinose: Nel Medioevo la zona compresa tra la foce dell'Elicona/Mazzarrà, Terme Vigliatore e le zone attorno a Milazzo era ricca di pantani, lagune costiere e piane alluvionali impervie, perfette per imboscate ma disastrose per far marciare la cavalleria pesante aragonese.
- Controllo dei passi montani: Rimanere sulle alture (Passo Favoscuro, Montalbano Elicona, Basicò) garantiva all'esercito aragonese la posizione di dominanza (top ground): da lassù si vedeva l'intero golfo e il Tirreno, rendendo impossibile per gli Angioini cogliere l'esercito di sorpresa.
3. La scelta di Pietro III: La via dei crinali (Dorsale Interna)
Pietro III non voleva ingaggiare una battaglia navale o costiera prima di essere arrivato a Messina. Scendendo da Randazzo, scelse dunque la dorsale montana e le trazzere interne:
- Da Randazzo a Montalbano Elicona: Attraversamento dei Nebrodi al riparo da qualsiasi sguardo dal mare.
- Da Montalbano verso la Piana: Discesa controllata solo quando la colonna fu pronta a puntare dritta verso Messina, mantenendosi alle pendici collinari interne (passando sopra Rodì, Castroreale e la fascia pedemontana) invece che camminare a ridosso del bagnasciuga lungo la Via Valeria.
In merito alle rievocazioni storiche di Montalbano Elicona ho presentato un progetto che è all’esame del Comune. La rievocazione del Corteo Medievale di Montalbano, le consegne delle chiavi della città a Federico III d’Aragona, Re di Trinacria, celebra anche queso passaggio strategico ed interno del Re Pietro I di Sicilia (Pietro III d’Aragona) padre di Federico III d’Aragona.
N.B.
Le principali fonti (primarie e secondarie) a cui ho attinto per documentare la logica militare del percorso e la scelta delle vie interne rispetto alla costa:
1. Fonti Primarie Medievali (Cronache dell'epoca)
- Michele Amari – La guerra del Vespro Siciliano: È l'opera fondamentale di riferimento per la storiografia del Vespro. Amari analizza nel dettaglio le direttrici di marcia di Pietro III da Palermo a Randazzo e la successiva avanzata verso Messina, evidenziando il ruolo delle roccaforti interne e dei passi montani dell'area Val Demone/Nebrodi per proteggere l'esercito dai pattugliamenti angioini.
- Bernat Desclot – Crònica: Cronista catalano contemporaneo agli eventi. Descrive l'avanzata di Pietro III d'Aragona (Pere el Gran) e la struttura del suo esercito (gli Almogàveri e la cavalleria), soffermandosi sulla prudenza tattica del Re nel muoversi lungo sentieri sicuri e controllati prima del ricongiungimento a Messina.
- Ramon Muntaner – Crònica: Altra fonte catalana diretta che documenta la composizione delle truppe e la logistica dei rifornimenti nelle tappe montane siciliane durante l'autunno del 1282.
2. Studi di Geografia Storica e Viabilità Siciliana
- Tommaso Fazello – De Rebus Siculis (1558): Descrive la rete delle trazzere regie e l'uso storico delle vie di crinale (i percorsi pedemontani e montani dei Nebrodi e Peloritani) utilizzati per evitare il fondo valle e la fascia costiera, storicamente soggetta a impaludamento e ad attacchi dal mare.
- Studi sulla Via Valeria e la viabilità romana/medievale in Sicilia: La storiografia sulla viabilità antica (es. studi di Corrado Càndida o di storici del territorio messinese) evidenzia come la Via Valeria costiera fosse vulnerabile e spesso interrotta da fiumare in piena o zone paludose (come la piana tra Oliveri, Milazzo e Spadafora), spingendo gli eserciti a preferire la via alta "dei castelli" (Randazzo – Montalbano – Castroreale).
In conclusione.
"La scelta di far transitare l'esercito aragonese lungo la dorsale interna Randazzo-Montalbano nel 1282 rispondeva a una precisa strategia militare ampiamente documentata dalla storiografia del Vespro (M. Amari, B. Desclot): evitare l'esposizione della colonna alle galere angioine lungo la Via Valeria costiera e proteggere le salmerie attraverso le roccaforti di altura del Val Demone."
Questo tipo di inquadramento dimostra che il tuo progetto non si basa su una semplice tradizione locale, ma su una solida e documentata ricostruzione storico-geografica.
La rilevanza strategica
Questo tracciato unisce l'uscita dalla Via Regia Traversa all'ingresso nella piana costiera, evidenziando la capacità tattica della corte aragonese nel combinare percorsi d'altura al riparo dai nemici e assi stradali romani per la rapida occupazione dei caposaldi costieri.
Si trattava del messinese Vitale del Giudice (Vitalis de Judice), un tempo amico e sodale del re Manfredi, poi ridotto in stato di mendicità dalla coerente fedeltà da lui coltivata verso la dinastia sveva.
Il vecchio mise in guardia il re dalla volatilità delle alleanze politiche in terra siciliana e, in particolare dall'incostanza di Alaimo, già traditore di Manfredi e Carlo d'Angiò, ma reso ancor peggiore da condizionamenti e intrighi che, a dire del canuto mendico, egli subiva da Macalda e dallo scellerato padre di lei, Giacomo Scaletta. Il re non sembrò dargli troppo peso e lo congedò gentilmente dicendo che il suo desiderio in quella terra era di farsi amici e non di coltivare o fomentare sospetti su eventi passati. Il giorno dopo, comunque, ricordandosi degli ammonimenti di quel vecchio vendicativo, decise di svelenire il clima promulgando un'amnistia per chiunque si fosse macchiato di reati politici.
10.
La sosta nel Castello di S. Lucia del Mela.
Un periodo delle istorie siciliane del secolo XIII, volume I,
Tipografia Helvetica, 1845.(p. 263)
illa enim fflammam urentem gerebat inclusam, quam sub quodam taciturnitatis velamine quaerebat si posset... comprimere, credens inde suis circonvencionibus juvenem excitare, ec.
(essa infatti portava racchiusa una fiamma ardente, che cercava di reprimere, se poteva, sotto una certa coltre di taciturnità, credendo così di eccitare il giovane con le sue raggiri [o macchinazioni], ecc.)
Malgrado le insistenti avances di Macalda, prima consumate tra le mura di Randazzo e poi rinnovate a Santa Lucia del Mela, re Pietro rimase irremovibile: saldo nella sua rigorosa disciplina militare e profondamente devoto alla sposa, mantenne sempre un contegno misurato e distante.
La prosecuzione della sfida politica.
- Il mancato ridimensionamento: Sebbene re Pietro avesse mantenuto un contegno rigido e distante di fronte alle sue avance, la morte del sovrano non indusse Macalda a un atteggiamento più prudente o sottomesso verso i nuovi equilibri di potere.
- La competizione con la figura regale: La sua condotta continuò a oscillare tra la ricerca di un protagonismo pari a quello dei sovrani e l'affronto aperto alle autorità aragonesi. Con Giacomo sul trono, la famiglia di Alaimo da Lentini (marito di Macalda) deteneva un potere immenso ma si trovava allo stesso tempo sotto il severo scrutinio della corte, la quale vedeva nelle smanie di grandezza di Macalda un pericolo e un'intollerabile mancanza di rispetto.
Gli eccessi, le sfide d'etichetta e i sospetti di intese segrete con i francesi portarono la coppia alla rovina.
Ci furono degli episodi che potessero dimostrare l’esistenza, da parte della coppia, ad un appoggio alla casa angioina?
Gli storici e le cronache dell'epoca non tramandano un unico "episodio" clamoroso o un documento firmato che provi in modo inequivocabile un tradimento attivo con gli Angioini da parte di Macalda o di suo marito Alaimo da Lentini. Più che di un complotto sventato con prove certe, si trattò di un clima di fortissimo sospetto politico alimentato dai loro nemici a corte e dal passato stesso di Alaimo.
Gli elementi che resero credibili queste accuse agli occhi del nuovo re Giacomo I furono diversi:
- Il "passato" filo-angioino: Prima di diventare uno dei capi della rivolta del Vespro e fedele alleato di Pietro III d'Aragona, Alaimo da Lentini aveva avuto legami e trascorsi legati all'influenza angioina e pontificia, un dettaglio che i suoi oppositori politici ripresero a sfruttare strumentalmente.
- La gestione ambigua del potere: La fazione dei Lentini godeva di un'influenza smisurata nell'isola (feudi, cariche chiave come il Gran Giustiziere e la riscossione dei tributi). L'atteggiamento di Macalda — che pretendeva di muoversi come un'imperatrice e di gareggiare con la famiglia reale — faceva apparire il loro clan come uno "stato nello stato", potenzialmente pronto a cambiare casata qualora gli interessi personali fossero stati minacciati.
- La grazia a Carlo lo Zoppo: Tra i motivi di tensione che irritarono la corte aragonese vi furono anche decisioni politiche e maneggi diplomatici (inclusi i contatti legati alla gestione dei prigionie e alle trattative con la fazione nemica, come nel caso di Carlo d'Angiò il Zoppo) che la fazione di Alaimo gestì in autonomia, attirandosi l'accusa di doppio gioco.
N.B. Carlo II “lo Zoppo” era il padre di Eleonora D’Angiò, futura moglie di Federico III d’Aragona re di Trinacria. All’epoca Eleonora D’Angiò non era ancora nata (nacque nel 1289 a Napoli).
Nel giugno del 1284, durante la guerra del Vespro, la flotta aragonese guidata da Ruggiero di Lauria ottenne una straordinaria vittoria nel Golfo di Napoli, sconfiggendo gli Angioini. Nel corso della battaglia fu catturato proprio Carlo lo Zoppo, figlio e primogenito di Carlo I d'Angiò, nonché erede al trono nemico. Per gli Aragonesi si trattava di un ostaggio di un valore inestimabile, una moneta di scambio politica e militare potentissima.
Il nodo della "grazia" e l'opposizione dei reali.
La figura di Carlo lo Zoppo generò immediatamente aspre divisioni all'interno della corte siciliana:
- La linea dura di Giacomo: L'Infante Giacomo (futuro re) e i settori più intransigenti della fazione aragonese avrebbero voluto una linea inflessibile, arrivando persino a invocare la condanna a morte o la decapitazione del principe angioino per spezzare le pretese della dinastia nemica.
- L'iniziativa autonoma di Alaimo: Nelle vesti di Gran Giustiziere del regno e forte della sua enorme autorità, Alaimo da Lentini gestì la custodia e i contatti diplomatici legati al prigioniero in modo largamente autonomo rispetto ai desideri della casa reale. Fu in questo contesto che vennero concesse aperture, garanzie di buon trattamento e quella che i detrattori definirono una "grazia" o un favore ingiustificato nei confronti del figlio del nemico mortale dei Siciliani.
Perché fu visto come un "doppio gioco".
Sebbene all'epoca i nobili di alto rango trattassero spesso i prigionieri reali con i riguardi dovuti al loro status (anche in previsione di futuri riscatti o trattative diplomatiche), il comportamento di Alaimo — fortemente influenzato anche dalle ambizioni e dai maneggi spregiudicati di Macalda — fu sfruttato spietatamente dai suoi rivali politici:
- Il sospetto di collusione: Gestire in autonomia un ostaggio così pesante senza un totale allineamento con la volontà dei sovrani aragonesi fece insorgere il sospetto che Alaimo stesse intessendo trame sotterranee con gli Angioini per garantirsi un privilegio politico nel caso in cui il vento della storia fosse tornato a soffiare a favore della Chiesa e di Carlo.
- L'accusa di tradimento: Quando re Pietro III morì e salì al trono Giacomo I, i nemici dei Lentini usarono proprio questo episodio per convincere il nuovo sovrano che Alaimo non fosse più leale alla Corona d'Aragona. La "grazia" e i contatti autonomi con Carlo lo Zoppo vennero trasformati nelle prove regine di un alto tradimento, offrendo il pretesto formale per convocare Alaimo a Barcellona, arrestarlo e decretare la fine della sua fazione.




(https://commons.wikimedia.org/wiki/User:Simon_Praud)
15.1. Richiamato con l’inganno in Spagna.
Tra gli inviati della corona il funzionario di spicco era Bertrando de Cannellis, un nobile e ufficiale fortemente ostile alla fazione dei Lentini, affiancato da Gilberto de Castelletto.
Alaimo da Lentini e i suoi due nipoti (Adinolfo da Mineo e Giovanni da Mazzarino) erano condannati senza scampo per alto tradimento e la loro esecuzione doveva essere un colpo di spugna definitivo voluto dalla Corona d'Aragona per estirpare un ramo familiare troppo potente e pericoloso.
Il viaggio di ritorno verso la Sicilia si trasformò così in un terribile palcoscenico di morte. Al largo dell'isola di Marettimo (la più occidentale delle Egadi), la sentenza fu eseguita secondo un rituale feroce e arcaico noto come mazzeratura:
- Il metodo: Il condannato veniva avvolto strettamente in un lenzuolo o in un sacco pesante, legato con funi e zavorrato con pietre o pesi di ferro.
- La fine: Veniva gettato vivo in mare.
L'annegamento era inevitabile e atroce, studiato appositamente per non lasciare traccia e per infliggere una morte considerata infamante, riservata ai traditori della corona. L'esecuzione si consumò definitivamente nelle acque del Mediterraneo nel corso del mese di agosto del 1287 (probabilmente il 2 agosto).
Margam ibn Sebir non entrò a Matagrifone come un uomo sconfitto. Entrò come un emiro, con la compostezza di chi ha governato uomini e terre, e con la consapevolezza che la prigionia non può togliere ciò che la vita ha scolpito nell’anima.
La sua figura, alta e avvolta nel mantello scuro, sembrava assorbire la poca luce che filtrava dalle feritoie del castello. Gli occhi, profondi e vigili, non tradivano paura: erano gli occhi di chi ha attraversato deserti, rotte marine, intrighi di corte, e conosce la mutevolezza del destino.
Quando fu condotto nella sala dove avrebbe trascorso i giorni della sua cattività, non chiese nulla. Si limitò a osservare. Le pietre umide, il silenzio pesante, il vento che entrava come un lamento dalle aperture del muro. Era un uomo che sapeva leggere i luoghi, e Matagrifone gli parlò subito: gli parlò di guerre, di tradimenti, di attese.
Fu lì che incontrò Macalda. Non come suddito incontra una dama, né come prigioniero incontra un’altra prigioniera. Si guardarono come due figure che la storia aveva trascinato nello stesso punto, due destini che non si erano scelti ma che ora si riconoscevano.
Margam ibn Sebir portava con sé una calma che non era rassegnazione, ma disciplina. Aveva l’eleganza dei nobili del Maghreb, la fermezza di chi ha comandato flotte e tribù, e una voce che sembrava scolpita nella sabbia e nel vento. Quando parlava, anche le pietre del castello sembravano ascoltare.
Nessuno dei due sapeva quanto sarebbe durata quella prigionia. Ma entrambi compresero, fin dal primo sguardo, che in quella sala scura si sarebbe consumato qualcosa che andava oltre la guerra: un incontro tra due mondi, due culture, due fierezze che non si piegavano.
Il primo dialogo tra Macalda e l’Emiro.
L’uomo avanzò con passo lento, misurato. Il mantello scuro gli scendeva sulle spalle come una notte senza stelle. Macalda lo osservò senza distogliere lo sguardo.
«Sei tu la donna di cui parlano i soldati,» disse l’emiro, con una voce che sembrava venire da lontano, dalle rotte del Maghreb. Non c’era ironia, né sfida. Solo curiosità.
Macalda inclinò appena il capo. «E tu sei l’uomo che ha attraversato il mare per sfuggire a una guerra che non ti apparteneva.»
Margam ibn Sebir sorrise appena, un sorriso breve, come una lama di luce. «Le guerre appartengono sempre a qualcuno. A volte ai re, a volte ai popoli. A volte ai cronisti.»
Macalda capì subito che quell’uomo non era un prigioniero comune. Aveva la calma di chi ha visto la morte e non ne è rimasto impressionato.
«Dicono che tu sia un emiro,» continuò lei. «Dicono molte cose,» rispose lui. «Ma ciò che si dice non è mai ciò che si è.»
Per un istante, i loro sguardi si incrociarono come due lame che si riconoscono. Non c’era ostilità. C’era una strana, inattesa affinità: la fierezza di chi non si piega.
«In questo castello,» disse Macalda, «siamo tutti prigionieri di qualcuno: dei re, dei nemici, delle parole che altri hanno scritto su di noi.»
Margam si avvicinò, fermandosi a pochi passi. «Le parole possono imprigionare più delle catene. Ma possono anche liberare.»
Macalda lo studiò attentamente. «E tu, emiro, quali parole cerchi?»
Lui abbassò lo sguardo per un istante, come se ascoltasse un ricordo. «Non cerco parole. Cerco verità. E tu sembri una donna che non teme di dirla.»
Macalda sorrise, un sorriso lento, consapevole. «La verità non mi ha mai protetta. Ma non ho mai smesso di parlarla.»
L’emiro annuì. «Allora forse, in questa sala scura, due prigionieri possono essere più liberi di molti sovrani.»
La lampada tremolò ancora. E in quel tremolio nacque il loro primo dialogo: non tra un uomo e una donna, non tra un emiro e una prigioniera, ma tra due destini che la storia aveva deciso di far incontrare.
La lampada d’olio diffondeva una luce dorata sul tavolo di legno grezzo. Sopra, un vecchio scacchiere consumato dal tempo: le caselle scolorite, i pezzi irregolari, alcuni scheggiati. Era l’unico oggetto della sala che sembrava avere una storia propria.
Macalda sfiorò con le dita una torre. «Non avrei immaginato di trovare scacchi in una prigione.»
Margam ibn Sebir si avvicinò con passo calmo. «Gli scacchi sono una prigione che insegna a liberarsi,» disse. La sua voce era bassa, come se parlasse più al destino che a lei.
Si sedettero uno di fronte all’altra. Per un momento non mossero nulla: si studiarono come due generali prima della battaglia.
Macalda fece la prima mossa, un pedone avanzato con decisione. «In Sicilia dicono che questo gioco rivela l’anima.»
«Nel Maghreb,» rispose l’emiro, «dicono che rivela le intenzioni.»
Il silenzio tornò a riempire la sala, ma non era più un silenzio vuoto: era un campo di battaglia. Ogni pezzo spostato era un pensiero, un ricordo, una ferita.
Margam avanzò il suo cavallo. «Tu giochi come chi non ha paura di perdere.»
Macalda sollevò lo sguardo. «Perché ho già perso tutto ciò che potevano togliermi.»
L’emiro annuì lentamente. «Allora giochi come una donna libera.»
La partita proseguì. Le loro mani si sfioravano appena quando prendevano i pezzi, come se il destino volesse ricordare loro che, in quella sala scura, erano due esseri umani prima che due prigionieri.
Macalda catturò una torre con un gesto rapido. «Non ti aspettavi questo.»
Margam sorrise. «Le mosse inattese sono le più nobili. Anche nella vita.»
La lampada tremolò, proiettando ombre che sembravano muoversi insieme ai pezzi. La partita non era più un gioco: era un dialogo senza parole, un confronto di intelligenze, un riconoscimento reciproco.
Quando Macalda avanzò la regina, l’emiro la guardò con un rispetto che nessuna corte avrebbe saputo imitare. «La tua regina è più audace di molte donne che ho conosciuto.»
«La mia regina,» rispose Macalda, «non chiede permesso.»
Margam abbassò lo sguardo sullo scacchiere. «Allora questa partita non finirà presto.»
«No,» disse Macalda. «Perché non è la partita a decidere. Sono le persone.»
E in quel momento, nella sala scura di Matagrifone, due prigionieri furono più liberi di qualsiasi sovrano.
(Ricostruzione Narrativa).
Si sollevò a sedere, appoggiando le mani sulle ginocchia. Le dita, un tempo agili nel maneggiare stoffe preziose e pergamene, ora erano nodose, segnate da una vita che non aveva mai conosciuto riposo. La luce del mattino filtrava da una fessura nel muro, una lama sottile che tagliava l’ombra e si posava sul suo volto. Macalda la accolse come un vecchio amico.
«Ancora qui,» mormorò, senza amarezza. Non parlava a nessuno: parlava al giorno.
Si alzò lentamente, avvicinandosi alla piccola apertura che dava sul mare. Da lì, la città di Messina non si vedeva, ma si sentiva: il rumore lontano delle onde, il richiamo dei gabbiani, il respiro del porto. Macalda chiuse gli occhi. Per un istante, fu di nuovo giovane: la donna che cavalcava accanto ai grandi, che parlava con i re, che sfidava gli Angioini e gli Aragonesi con la stessa audacia.
Poi il ricordo svanì, come svanisce il profumo di un vestito troppo antico.
Si sedette sul giaciglio e rimase a lungo immobile. Non era triste. Non era vinta. Era semplicemente consapevole.
La porta si aprì. Il carceriere, un uomo che non aveva mai osato guardarla negli occhi, le posò accanto una scodella di acqua e pane. Macalda lo ringraziò con un cenno. Lui uscì senza dire una parola.
Il pane rimase intatto.
Macalda trascorse le ore seguenti in silenzio, come se stesse ascoltando qualcosa che gli altri non potevano udire. Forse la memoria. Forse la storia. Forse la voce di sè stessa.
Quando il sole cominciò a calare, la prigione si riempì di un’ombra dorata. Macalda si sdraiò, tirando il mantello ruvido sulle spalle. Inspirò profondamente, come se volesse trattenere l’ultimo respiro della Sicilia.
«Non mi avete piegata,» disse piano. Non c’era rabbia. Solo verità.
Chiuse gli occhi. Il silenzio tornò a essere totale.
Quella notte, Macalda di Scaletta lasciò la prigione senza muovere un passo. E la sua ombra, che aveva attraversato la storia, rimase impressa nelle pietre di Montegrifone come un sigillo che nessuno avrebbe potuto cancellare.
L’ambiente è una sala scura, simile alla sua cella, rischiarata soltanto da una lampada d’olio. Macalda, seduta, osserva l’uomo che ha scritto di lei come di una donna “di spirito virile”, audace fino all’eccesso, ambiziosa oltre il consentito. Nei suoi occhi non c’è ira: solo una fierezza antica.
Macalda e Neocastro – Il Dialogo della Verità
MACALDA; Bartolomeo, tu che hai scritto la storia degli uomini, perché hai temuto quella di una donna? Hai visto in me un’ombra che disturbava il disegno dei potenti, e l’hai chiamata superbia. Hai visto la mia voce levarsi dove altre tacevano, e l’hai chiamata arroganza. Hai visto che non chinavo il capo, e l’hai chiamato vizio.
NEOCASTRO: Dicono che tu fossi temuta. Che la tua presenza inquietasse la corte. Che il popolo ti amasse troppo.
NEOCASTRO: E il tuo travestimento? Il saio da frate? Le strade percorse nell’ombra?
NEOCASTRO: E cosa vuoi che la storia ricordi di te?
- Cosa rimane oggi: L'elemento più celebre e intatto sopravvissuto al tempo è l'imponente torrione ottagonale (chiamato popolarmente e localmente proprio “torre di Macalda”).
- Il contesto odierno: Sopra i resti dell'antica fortezza sorge oggi il Sacrario di Cristo Re, e il torrione medievale superstite( detto “Torre Macauda”) è stato inglobato nella struttura, fungendo da supporto per la sua grande campana. Oltre alla torre, sono visibili pochi altri resti, tra cui alcuni tratti dei vecchi baluardi, strutture limitrofe e un portale d'ingresso cinquecentesco lungo il viale Principe Umberto.
Nella storiografia sono quindi presenti diverse tesi sul luogo della prigionia di Macalda:
- Macalda sia stata inizialmente detenuta a Catania, subito dopo la cattura.
- Trasferita poi a Montegrifone, quando la Corona d’Aragona decise di isolare definitivamente i membri della famiglia Lentini.
- Montegrifone, situato su un’altura sopra Messina, era un castello di transito e di punizione, usato per prigionieri di rango.
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Macalda morì nella prigione di Messina, probabilmente nel Castello di Matagrifone, dove era rinchiusa da anni dopo la morte di Pietro III d’Aragona. Non esistono documenti certi sulla sua sepoltura, ma gli storici ipotizzano due possibilità:
- Sepoltura interna nel Castello di Matagrifone (Messina). Era prigioniera di stato e le sepolture dei detenuti avvenivano spesso entro le mura o nei terreni annessi;
- Sepoltura in un’area monastica vicina: Zona di San Giovanni o di San Francesco. Alcuni cronisti medievali accennano a sepolture femminili di rango in conventi vicini, ma senza nominarla esplicitamente.
1. Zona di San Giovanni (San Giovanni di Malta)
In quest'area sorgeva un antichissimo e prestigioso insediamento monastico, che nel corso del Medioevo cambiò gestione.
- Monastero Benedettino originario: Fin dal VI secolo, per iniziativa di San Placido, qui nacque il primo monastero benedettino della Sicilia.
- Il passaggio ai Cavalieri Ospitalieri: Nel XII secolo (quindi prima della nascita di Macalda), i resti del complesso furono affidati ai Cavalieri di San Giovanni (noti poi come Cavalieri di Malta), che vi stabilirono il loro primo e ricchissimo Gran Priorato in Sicilia con chiesa e annesso ospedale. Si trattava a tutti gli effetti di una cittadella monastico-militare potentissima e centrale nella vita della Messina medievale.
2. Zona di San Francesco all'Immacolata.
La Chiesa e Santuario di San Francesco all'Immacolata.
Nel 1280 il complesso era costituto da una chiesa e da un grande e importante convento francescano.
L'intera struttura nacque originariamente proprio come nucleo conventuale dell'Ordine dei Frati Minori:
- La fondazione: I primi frati si stabilirono nell'area del viale Boccetta già nel 1216. Nel 1254, grazie alla donazione di tre nobildonne messinesi, iniziarono i lavori per edificare la monumentale chiesa e ampliare l'annesso convento. I nomi delle tre benefattrici:
Violante Palizzi;
Beatrice Belfiore;
Eleonora (o Eleonora da) Procida.
Le tre nobildonne – Descrizione narrativa
Furono tre donne, tre figure dell’aristocrazia urbana messinese, a dare origine al grande complesso
francescano di San Francesco all’Immacolata. Non baronesse né marchese, ma “dominae”: nobildonne patrizie, custodi di patrimoni antichi e di una devozioneche attraversava le generazioni.
Violante Palizzi era la più anziana delle tre, una donna dal portamento severo e dagli occhi che sembravano scrutare oltre il presente. Portava con sé la memoria di una famiglia che aveva servito la città per secoli, e nella sua voce c’era la fermezza di chi non temedi impegnare il proprio nome per un’opera destinata a durare.
Beatrice Belfiore, più giovane, era nota per la sua generosità. Le cronache la descrivono come una donna dal sorriso gentile, ma capace di decisioni rapide e coraggiose. Fu lei a convincere le altre due che i Frati Minori, giunti a Messina da pochi decenni, meritavano un luogo degno della loro missione.
Eleonora Procida, la terza, apparteneva a una stirpe che portava nel sangue il senso della politica e della storia. Era una donna di pensiero, attenta, silenziosa, e la sua presenza conferì alla donazione un peso che la città non poté ignorare. La sua firma, accanto a quella delle altre due, trasformò un desiderio spirituale in un atto pubblico, solido, irrevocabile.
Così, nel 1254, queste tre dominae — tre colonne della nobiltà cittadina — unirono le loro risorse, i loro nomi e la loro fede per dare vita a un’opera che avrebbe attraversato i secoli. La chiesa e il convento sorsero come un gesto di gratitudine verso la città e come un dono ai frati che, da anni, camminavano tra la gente del Boccetta portando conforto, parola e silenzio.
La pietra benedetta inviata da Papa Alessandro IV nel 1255 non fu soltanto un simbolo: fu la conferma che il gesto di tre donne aveva trovato eco fino a Roma. E da quel momento, la storia del
convento francescano si intrecciò per sempre con quella di Messina, grazie alla visione e alla generosità di tre nobildonne che seppero trasformare la fede in architettura, e la devozione in memoria.
- La situazione nel 1280: Nel 1280 il convento era pienamente operativo e in forte espansione sotto il periodo angioino. Divenne ben presto il proto-convento (cioè il primo e principale insediamento) dei francescani in Sicilia, oltre a ospitare una prestigiosa scuola di teologia, filosofia, grammatica e diritto canonico.
La qualifica di Santuario fu un titolo religioso giunto successivamente, legato alla secolare e profonda devozione della città verso la Vergine Immacolata e Sant'Antonio da Padova (che fu ospite del convento originale nel 1221).
È più probabile che sia stata sepolta in un luogo d’influenza dei Cavalieri di Malta rispetto ai Francescani. Il motivo?
Le ragioni che spiegano perché alcuni testi menzionino la zona di San Giovanni (Cavalieri di Malta) o la zona di San Francesco all'Immacolata (Francescani) come possibili luoghi di sepoltura di Macalda di Scaletta risiedono nelle profonde divisioni politiche, familiari e religiose della Messina di fine '1200.
La scelta tra queste due aree riflette due dinamiche storiche opposte:
1. L'opzione San Giovanni di Malta: la scelta della "neutralità protetta".
I Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni rappresentavano una potenza sovranazionale, militare e religiosa.
- Asilo politico e isolamento: Macalda morì intorno al 1308 dopo anni di disgrazia politica. Il marito, Alaimo da Lentini, era stato giustiziato per tradimento e lei aveva perso ogni possedimento. In un clima simile, l'area monumentale di San Giovanni di Malta, che godeva del diritto d'asilo ed era parzialmente indipendente dal controllo aragonese diretto, potrebbe essere stata l'unico luogo sicuro pronto ad accogliere le spoglie di una donna considerata una pericolosa ribelle dallo Stato.
- I legami con gli ordini cavallereschi: Macalda, famosa per indossare l'armatura e combattere con la mazza ferrata, aveva una mentalità vicina a quella degli ordini monastico-militari. Finire nel cimitero del Priorato di San Giovanni significava ricevere una sepoltura prestigiosa ma politicamente "silenziosa", lontana dai riflettori della corte aragonese
2. L'opzione San Francesco all'Immacolata: la fazione dei Vespri e la beffa storica
Il convento francescano del viale Boccetta era il centro pulsante della nuova Sicilia aragonese.
- Il Pantheon dei nobili dei Vespri: San Francesco divenne la cappella reale degli Aragona. Seppellire lì Macalda avrebbe significato riconoscerle, nonostante la condanna finale, il ruolo cruciale che lei e il marito ebbero all'inizio della rivolta dei Vespri Siciliani per consegnare l'isola a Pietro d'Aragona.
- Un legame... di travestimento: Esiste anche una curiosa nota di colore nei testi storici: per sfuggire ai suoi nemici durante le sue prime rocambolesche fughe giovanili, Macalda viaggiò da Messina a Napoli travestita proprio da frate francescano. Alcuni studiosi hanno ironicamente ipotizzato che il legame con i francescani sia rimasto nella memoria storica locale proprio a causa di questo celebre aneddoto.
In sintesi, i testi che citano la zona di San Giovanni vedono in Macalda una donna sconfitta che cercò il silenzio della Chiesa-Ospedale, mentre chi cita la zona di San Francesco all'Immacolata tende a ricollocarla tra i grandi e potenti protagonisti dell'epopea medievale siciliana.

20.3 Il mito del Pozzo di Gammazita a CataniaLa figura marziale e il carattere focoso di Macalda si
intrecciarono con il folklore catanese. Secondo la tradizione popolare legata
alla nascita della leggenda di Gammazita (la giovane virtuosa che si gettò nel
pozzo per sfuggire a un soldato angioino durante i Vespri del 1282), fu proprio
Macalda a fomentare e guidare la piazza catanese contro le truppe francesi di
Saint-Rémy, trasformando la rabbia popolare per la violenza sulle donne in una
sommossa armata.
Catania - Pozzo
di Gammazita.
21. Macalda nel Decamerone di Boccaccio?Macalda non viene citata direttamente nel Decameron di Giovanni Boccaccio. Tuttavia, la sua figura è ben presente nella memoria letteraria del Trecento, e Boccaccio la conosceva attraverso le cronache siciliane e le storie di corte che circolavano tra Firenze e Napoli. Alcuni personaggi femminili — come Madonna Fiordaliso, Madonna Filippa o Ghismonda — portano tratti che ricordano Macalda:- intelligenza e audacia femminile,- sfida alle convenzioni sociali,- capacità di parlare d’amore e di potere con libertà.Boccaccio, che aveva frequentato la corte angioina di Napoli, conosceva le cronache di Bartolomeo di Neocastro, dove Macalda era descritta come “donna di spirito virile”. È quindi molto probabile che la sua fama abbia ispirato indirettamente alcune figure del Decameron, soprattutto quelle che incarnano la donna colta, astuta e indipendente.Nel Decameron, scritto un secolo dopo la vita di Macalda, Boccaccio costruisce personaggi femminili che condividono con lei la stessa tensione verso l’autonomia e la parola: donne che pensano, decidono e agiscono in un mondo dominato dagli uomini. In questo contesto, Macalda spicca come una figura storica che anticipa, con la sua intelligenza, la sua ambizione e la sua libertà, molte delle eroine boccacciane.
Macalda anticipa la “donna boccacciana”:- parla con voce propria,- agisce con razionalità,- non teme il giudizio,- trasforma la sua condizione in potere narrativo.Boccaccio, pur non nominandola, eredita la sua ombra: la donna che pensa, decide e parla come un uomo, ma con la forza della sensibilità femminile.La sua presenza invisibile attraversa le novelle come un’eco di libertà e intelligenza.
Macalda e le donne del Decameron: un dialogo attraverso i secoli.Ci sono donne che non appartengono soltanto alla loro epoca, ma a tutte quelle che verranno. Macalda di Scaletta è una di queste: figura inquieta, audace, capace di parlare al potere con la stessa naturalezza con cui altre parlano d’amore. Un secolo dopo, nelle pagine del Decameron, Boccaccio non la nomina, ma sembra ascoltarne l’eco. Le sue eroine, così vive, così intelligenti, così libere, sembrano camminare sulle orme di quella donna siciliana che aveva osato essere se stessa in un mondo che non lo permetteva.Madonna Filippa, che davanti ai giudici difende la libertà del proprio corpo e della propria scelta, ha la stessa luce negli occhi che doveva avere Macalda quando affrontava i baroni e i capitani. Filippa parla con arguzia, Macalda con strategia: ma entrambe trasformano la parola in arma, e la loro voce non trema.Ghismonda, che rivendica il diritto all’amore davanti al padre, ricorda la Macalda più intima, quella che non si piega alla volontà altrui. Ghismonda è tragica, Macalda è politica; ma in entrambe vive la stessa fiamma: la dignità della donna che non accetta di essere oggetto, ma soggetto della propria storia.E poi ci sono le astuzie di Fiordaliso, le ribellioni di Elena e Isabetta, le passioni che attraversano lenovelle come un vento caldo. Sono donne che pensano, decidono, agiscono. Donne che non aspettano il permesso. Donne che, come Macalda, sanno che la libertà non è un dono, ma una conquista.Così, tra la Sicilia
dei Vespri e la Firenze del Trecento, si crea un ponte invisibile: Macalda,
donna reale, diventa archetipo; le eroine del Decameron, donne
letterarie, diventano sue eredi. Non c’è scena in cui compaia il suo nome, ma
c’è una scena in cui compare la sua anima: ogni volta che una donna boccacciana
parla con coraggio, ogni volta che sfida una legge ingiusta, ogni volta che
rivendica la propria dignità.Macalda non è nel
Decameron.
Ma il Decameron è pieno di Macalda.
22. Macalda, nell’
800, nella letteratura, musica e teatro
Nella seconda metà dell’Ottocento la figura di Macalda di Scaletta conobbe una sorprendente rinascita artistica, diventando protagonista di opere teatrali, musicali e letterarie che ne rilanciarono il mito oltre i confini della storiografia.
- Teatro. Il primo grande recupero ottocentesco della sua vicenda si deve al poeta tedesco Hermann Lingg, che nel 1877 compose una tragedia in cinque atti dedicata interamente a Macalda. L’opera nasce nel solco del suo precedente dramma storico Die Sizilianische Vesper, incentrato sugli eventi tumultuosi dei Vespri Siciliani. La tragedia ebbe una circolazione significativa: nel 1883 fu tradotta in italiano da Alessandro Bazzani e pubblicata a Messina, segno dell’interesse che la figura di Macalda suscitava anche nel contesto culturale siciliano.
- Musica. Intorno al 1880 la storia di Macalda ispirò anche un melodramma strumentale: il compositore veronese Angelo Bottagisio scrisse un brano per pianoforte intitolato Macalda. Bottagisio, autore minore ma attivo nel panorama musicale dell’epoca, è ricordato anche per l’opera Alaimo da Lentini, rappresentata nel 1885 al Teatro Fraschini di Pavia. La scelta di dedicare un melodramma alla figura di Macalda testimonia come la sua vicenda fosse percepita come drammatica, intensa e adatta alla trasposizione musicale.
- Letteratura. La fortuna letteraria ottocentesca di Macalda culmina nel 1889, quando la sua storia viene inserita in Le grandi amorose, un volume di Italo Fiorentino illustrato da Gino de’ Bini. Il libro raccoglie ritratti di celebri donne della storia, figure circondate da mistero, scandali e passioni: un genere molto in voga nell’epoca, noto come “romanzo dei misteri”. Macalda vi compare con una narrazione romanzata dei suoi amori e della sua vita.
L’Ottocento la guardò con occhi nuovi: non più solo la donna dei Vespri, ma una figura capace di incarnare le passioni e le inquietudini di un’epoca che amava le storie forti, le vite fuori dagli schemi, le protagoniste che non chiedevano il permesso.
Macalda non è soltanto una donna ritrovata: è la prova che la storia, quando torna a guardare le sue figlie dimenticate, ricomincia a dire la verità.
Tra le donne che la storia ha taciuto, Macalda avanza
per prima: non per farsi ricordare, ma per ricordarci che nessuna voce, quando
è vera, può essere sepolta per sempre.
Macalda è una scintilla nel buio dei secoli: e in
quella luce, finalmente, si riconoscono tutte le donne che la storia non ha
saputo raccontare.
E così Macalda torna a camminare accanto alle donne
che la storia ha dimenticato:
non per essere assolta, ma per essere
finalmente vista.
........................................................................................................
22. Macalda, nell’ 800, nella letteratura, musica e teatro
Nella seconda metà dell’Ottocento la figura di Macalda di Scaletta conobbe una sorprendente rinascita artistica, diventando protagonista di opere teatrali, musicali e letterarie che ne rilanciarono il mito oltre i confini della storiografia.
- Teatro. Il primo grande recupero ottocentesco della sua vicenda si deve al poeta tedesco Hermann Lingg, che nel 1877 compose una tragedia in cinque atti dedicata interamente a Macalda. L’opera nasce nel solco del suo precedente dramma storico Die Sizilianische Vesper, incentrato sugli eventi tumultuosi dei Vespri Siciliani. La tragedia ebbe una circolazione significativa: nel 1883 fu tradotta in italiano da Alessandro Bazzani e pubblicata a Messina, segno dell’interesse che la figura di Macalda suscitava anche nel contesto culturale siciliano.
- Musica. Intorno al 1880 la storia di Macalda ispirò anche un melodramma strumentale: il compositore veronese Angelo Bottagisio scrisse un brano per pianoforte intitolato Macalda. Bottagisio, autore minore ma attivo nel panorama musicale dell’epoca, è ricordato anche per l’opera Alaimo da Lentini, rappresentata nel 1885 al Teatro Fraschini di Pavia. La scelta di dedicare un melodramma alla figura di Macalda testimonia come la sua vicenda fosse percepita come drammatica, intensa e adatta alla trasposizione musicale.
- Letteratura. La fortuna letteraria ottocentesca di Macalda culmina nel 1889, quando la sua storia viene inserita in Le grandi amorose, un volume di Italo Fiorentino illustrato da Gino de’ Bini. Il libro raccoglie ritratti di celebri donne della storia, figure circondate da mistero, scandali e passioni: un genere molto in voga nell’epoca, noto come “romanzo dei misteri”. Macalda vi compare con una narrazione romanzata dei suoi amori e della sua vita.
L’Ottocento la guardò con occhi nuovi: non più solo la donna dei Vespri, ma una figura capace di incarnare le passioni e le inquietudini di un’epoca che amava le storie forti, le vite fuori dagli schemi, le protagoniste che non chiedevano il permesso.
Macalda è una scintilla nel buio dei secoli: e in quella luce, finalmente, si riconoscono tutte le donne che la storia non ha saputo raccontare.
E così Macalda torna a camminare accanto alle donne
che la storia ha dimenticato:
non per essere assolta, ma per essere finalmente vista.
23. ENCICLOPEDIA DELLE DONNE
Indice
Il Movimento Femminista – Il Diritto al Voto Italia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2018/03/il-movimento-femminista-il-diritto-al.html…………………………………..
El emocionante cántico de las mujeres en la manifestación en la huelga de Bilbao
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2018/03/el-emocionante-cantico-de-las-mujeres.html
………………………………………………….
Enciclopedia delle Donne (Seconda Parte)
Alcune Donne Importanti dell’Antichità
Aspasia...La Pizia, Cinisca… Atlete Vittoriose nelle Olimpiadi …le Allieve della Scuola Pitagorica di Kroton…..Ipazia…
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/05/lenciclopedia-delle-donne-seconda-parte.html
……………………………………………………..
Monte Pellegrino (RNO) (Palermo):
“Il Promontorio più bello al mondo…” (Parte Terza):
La Palazzina Cinese – Le Statue del Parco della Favorita (Parte integrante della Riserva di Monte Pellegrino) –
Museo Etnografico Giuseppe Pitrè - Le Scuderie Reali –
Nella Palazzina Cinese c’è l’anima della Regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (Enciclopedia delle Donne).
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/08/monte-pellegrino-rno-il-promontorio-piu_15.html.................................................Enciclopedia delle Donne – (Terza Parte) –
Le Prime Mediche della Storia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/09/enciclopedia-delle-donne-terza-parte-le.html…………………………………….
Enciclopedia delle Donne (Quarta Parte)
Costanza D’Aragona
La prima Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/01/enciclopedia-delle-donne-quarta-parte.html
……………………………………….
Enciclopedia delle Donne (Quita Parte)
Jolanda (Isabella) di Brienne
Seconda Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
Regina di Gerusalemme e di Sicilia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/01/enciclopedia-delle-donne-quarta-parte_5.html
…………………………………
Enciclopedia delle Donne (Sesta parte) –
Le Poetesse Siciliane del Risorgimento
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/07/enciclopedia-delle-donne-sesta-parte-le.html
……………………………….
Enciclopedia delle Donne (Settima Parte)
Eleonor de Moura
Prima ed unica donna Viceré di Spagna in Sicilia.
In 27 giorni di reggenza tante leggi anche a favore delle donne in difficoltà.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/08/eleonor-de-moura-prima-ed-unica-donna.html
……………………………………………
Enciclopedia Delle Donne - VIII Parte
Eleonora Alvarez de Toledo e i suoi tempi
Un periodo ricco di manifestazioni di altissima cultura ma anche
di gravi atti nei confronti delle donne ..
La morte di Maria de' Medici, Isabella de' Medici, Leonor Alvarez de Toledo, ecc.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/11/eleonora-alvarez-de-toledo-e-i-suoi.html
………………………………….
Enciclopedia delle Donne (IX parte)
Damarete di Agrigento (VI secolo a.C.)
La prima donna della storia a protezione dell'Infanzia –
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/12/damarete-di-agrigento-vi-secolo-ac-la.html
………………………………………………..
Enciclopedia delle Donne: X Parte
La triste storia dell’etera Laide di Hykkara
La Prostituzione Sacra – Le divinità: da Inanna all’eroina Afrotide (?)
Un Piccolo viaggio anche ad Erice e Pantelleria.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2021/01/la-triste-storia-delletera-laide-di.html
……………………………………………………
Enciclopedia delle Donne – XI Parte
Le Filandiere – Il Filo della Memoria
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2021/01/le-filandiere-il-filo-della-memoria.html
......................................
Dedicato alle Donne Afghane… al loro coraggio..
افغان میرمنو ته د دوی زړورتیا ته وقف شوی.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/02/dedicato-alle-donne-afghane-al-loro.html
………………………………………………………
Enciclopedia delle Donne – XII Capitolo
Le Donne dell’Afghanistan – La Regina Soraya Tarzi (1926 - 1929) -- Prima Parte
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo.html
……………………………………………..
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 2° Parte
I Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato
in Egitto ed Italia (1927 - 1928)
Egitto: La triste vita della regina Nazli Sabri
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-2.html
Indice
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2018/03/il-movimento-femminista-il-diritto-al.html
…………………………………..
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2018/03/el-emocionante-cantico-de-las-mujeres.html
………………………………………………….
Alcune Donne Importanti dell’Antichità
Aspasia...La Pizia, Cinisca… Atlete Vittoriose nelle Olimpiadi …le Allieve della Scuola Pitagorica di Kroton…..Ipazia…
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/05/lenciclopedia-delle-donne-seconda-parte.html
……………………………………………………..
“Il Promontorio più bello al mondo…” (Parte Terza):
La Palazzina Cinese – Le Statue del Parco della Favorita (Parte integrante della Riserva di Monte Pellegrino) –
Museo Etnografico Giuseppe Pitrè - Le Scuderie Reali –
Nella Palazzina Cinese c’è l’anima della Regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (Enciclopedia delle Donne).
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/08/monte-pellegrino-rno-il-promontorio-piu_15.html
Le Prime Mediche della Storia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/09/enciclopedia-delle-donne-terza-parte-le.html
Enciclopedia delle Donne (Quarta Parte)
Costanza D’Aragona
La prima Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/01/enciclopedia-delle-donne-quarta-parte.html
……………………………………….
Jolanda (Isabella) di Brienne
Seconda Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
Regina di Gerusalemme e di Sicilia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/01/enciclopedia-delle-donne-quarta-parte_5.html
Enciclopedia delle Donne (Sesta parte) –
Le Poetesse Siciliane del Risorgimento
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/07/enciclopedia-delle-donne-sesta-parte-le.html
Enciclopedia delle Donne (Settima Parte)
Eleonor de Moura
Prima ed unica donna Viceré di Spagna in Sicilia.
In 27 giorni di reggenza tante leggi anche a favore delle donne in difficoltà.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/08/eleonor-de-moura-prima-ed-unica-donna.html
Enciclopedia Delle Donne - VIII Parte
Eleonora Alvarez de Toledo e i suoi tempi
Un periodo ricco di manifestazioni di altissima cultura ma anche
di gravi atti nei confronti delle donne ..
La morte di Maria de' Medici, Isabella de' Medici, Leonor Alvarez de Toledo, ecc.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/11/eleonora-alvarez-de-toledo-e-i-suoi.html
Enciclopedia delle Donne (IX parte)
Damarete di Agrigento (VI secolo a.C.)
La prima donna della storia a protezione dell'Infanzia –
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/12/damarete-di-agrigento-vi-secolo-ac-la.html
Enciclopedia delle Donne: X Parte
La triste storia dell’etera Laide di Hykkara
La Prostituzione Sacra – Le divinità: da Inanna all’eroina Afrotide (?)
Un Piccolo viaggio anche ad Erice e Pantelleria.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2021/01/la-triste-storia-delletera-laide-di.html
Enciclopedia delle Donne – XI Parte
Le Filandiere – Il Filo della Memoria
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2021/01/le-filandiere-il-filo-della-memoria.html
افغان میرمنو ته د دوی زړورتیا ته وقف شوی.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/02/dedicato-alle-donne-afghane-al-loro.html
Enciclopedia delle Donne – XII Capitolo
Le Donne dell’Afghanistan – La Regina Soraya Tarzi (1926 - 1929) -- Prima Parte
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 2° Parte
I Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato
in Egitto ed Italia (1927 - 1928)
Egitto: La triste vita della regina Nazli Sabri
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-2.html
......................
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 3° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato (1928):
Francia - Gran Bretagna – Germania
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-3.html
…………………………………..
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 4° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato (1928):
Polonia - Unione Sovietica -Turchia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-4.html
………………………………..
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 5° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita in Iran (1928)
L'Abdicazione - L'Esilio a Roma
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-5.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 4° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato (1928):
Polonia - Unione Sovietica -Turchia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-4.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 5° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita in Iran (1928)
L'Abdicazione - L'Esilio a Roma
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-5.html
............................
Enciclopedia delle Donne- XII Capitolo - 6° Parte
La discendenza dei Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi
Le mogli di Amanullah - i Documenti Storici - I Sovrani fra la loro gente
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-6.html
……………………………….
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 7° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi ricordati dalle figlie.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-7.html
……………………………..
Enciclopedia delle Donne- XIII Capitolo – 8° Parte
L’Album di Famiglia di Amanullah Khan e di Soraya Tarzi, sovrani d'Afghanistan
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-8.html
…………………………………….
Enciclopedia delle Donne- XIV Capitolo
La Baronessa di Carini - Storia di uno dei tanti femminicidi del XVI secolo
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/09/enciclopedia-delle-donne-xiv-capitolo.html
..............................................
Enciclopedia delle Donne - XV Capitolo –
Rita Montagnana e il figlio Aldo Togliatti
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/enciclopedia-delle-donne-xiv-capitolo.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 7° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi ricordati dalle figlie.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-7.html
Enciclopedia delle Donne- XIII Capitolo – 8° Parte
L’Album di Famiglia di Amanullah Khan e di Soraya Tarzi, sovrani d'Afghanistan
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-8.html
…………………………………….
La Baronessa di Carini - Storia di uno dei tanti femminicidi del XVI secolo
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/09/enciclopedia-delle-donne-xiv-capitolo.html
..............................................
Rita Montagnana e il figlio Aldo Togliatti
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/enciclopedia-delle-donne-xiv-capitolo.html
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La scelta dell’8 marzo come Giornata Internazionale della Donna – Motivazioni Storiche.
Enciclopedia delle Donne – XVI Capitolo.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/la-scelta-dell8-marzo-come-giornata.html
.......................................
Enciclopedia delle Donne - XVII Capitolo - Donne nella Rivoluzione Russa del 1917: Sofia V. Panina e Aleksandra M. Kollontaj
La scelta dell’8 marzo come Giornata Internazionale della Donna – Motivazioni Storiche.
Enciclopedia delle Donne – XVI Capitolo.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/la-scelta-dell8-marzo-come-giornata.html
Enciclopedia delle Donne - XVIII Capitolo Le Marchese di Cassibile: Maria Emanuela Pulejo Loffredo GutKwoski e Maria Caterina Scoppa Loffredo.19 agoato 2024
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Enciclopedia delle Donne – Capitolo XIX - Maria José del Belgio e Giuliana Benzoni si adoperarono per le trattative di pace e per un colpo di Stato19 agosto 2024
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La Luce delle Donne Preistoriche: Delia, la donna di Ostuni.... Thea, la Principessa di Acquedolci.. Enciclopedia delle Donne - Capitolo XX9 giugno 2025
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La Donna Preistorica… mai citata nei libri di storia Enciclopedia delle Donne - Capitolo XXI
9 giugno 2025































































































































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