Le radici e il silenzio. Da Florenza di Caronia al vivaio della memoria a Montalbano Elicona.
Enciclopedia delle Donne – Capitolo XXIV
Florenza di Caronia è una figura che appartiene alla memoria e alla tradizione orale di Caronia e del territorio del Val Demone.
Non è una donna la cui esistenza sia oggi documentata attraverso un fascicolo storico che ci permetta di ricostruirne con certezza la vita. La sua presenza è invece affidata alla memoria popolare, alle narrazioni tramandate nel tempo e a quel patrimonio di racconti nel quale, spesso, la storia e la leggenda finiscono per incontrarsi.
È proprio da questo incontro che nasce questo libro.
Ho cercato di avvicinarmi alla figura di Florenza senza trasformare la tradizione in una falsa certezza documentaria. Dove esiste una realtà storica, ho cercato di mantenerla distinta dalla narrazione; dove invece le fonti non permettono di conoscere ciò che realmente accadde, ho utilizzato la ricostruzione narrativa per dare forma a una possibile vicenda umana.
Un ruolo importante in questa ricostruzione è affidato a Fra Tommaso da Messina, figura realmente esistita. Il suo viaggio verso Caronia viene ricostruito seguendo i percorsi medievali, i centri abitati, le vie di comunicazione e i luoghi di sosta che esistevano realmente nel territorio. Le tappe del viaggio non sono quindi inventate come semplice sfondo narrativo: sono inserite all'interno di una geografia medievale reale.
Diverso è il discorso per ciò che avviene durante il processo.
Gli interrogatori, i dialoghi, gli incontri tra i personaggi, i pensieri di Fra Tommaso, le conversazioni con gli abitanti del borgo e le singole scene del procedimento sono una ricostruzione narrativa. Non devono pertanto essere letti come la trascrizione di documenti d'archivio o come verbali realmente conservati.
Il loro scopo è immaginare, con rispetto per il contesto storico, ciò che avrebbe potuto accadere intorno a una figura come Florenza.
Anche l'Inquisizione deve essere collocata nel suo preciso contesto storico. L'Inquisizione siciliana appartiene alla storia dell'isola e presenta caratteristiche che non possono essere semplicemente sovrapposte a quelle della successiva Inquisizione spagnola. Per questo, nel raccontare la vicenda, ho cercato di evitare l'immagine stereotipata di un'Inquisizione identificata necessariamente con il rogo e con la persecuzione sistematica. Il contesto siciliano richiede una lettura più attenta e aderente alla propria realtà storica.
Questo libro, dunque, si muove volutamente su più livelli:
- la tradizione orale, che conserva la memoria di Florenza;
Il mio intento non è dimostrare che ogni episodio sia avvenuto esattamente nel modo in cui viene raccontato.
È, piuttosto, quello di dare una possibile forma a una memoria che altrimenti rischierebbe di scomparire.
Florenza rappresenta, in questo senso, tutte quelle figure femminili rimaste ai margini della storia scritta: donne conosciute dalle comunità, ricordate nei racconti, ma raramente entrate nei documenti ufficiali.
A questa storia medievale si affianca, nel libro, anche una realtà del presente: il vivaio di Montalbano Elicona, del quale mi occupo personalmente. È un luogo reale, vissuto e conosciuto direttamente, che diventa per me un ponte tra la memoria del passato e il presente del territorio.
Il libro nasce dunque da due esigenze: conservare una memoria e raccontarla.
Non pretende di sostituirsi alla ricerca storica. Vuole piuttosto accompagnare il lettore in quel territorio di confine dove la storia documentata incontra la tradizione orale e dove, talvolta, ciò che non è stato scritto può continuare a vivere attraverso il racconto.
Florenza non ha lasciato, per quanto oggi sappiamo, un documento scritto con la propria voce.
Ma la tradizione di Caronia ha conservato il suo nome.
Ed è da quella memoria che questa storia comincia.
C’è un tempo in cui la verità si nasconde tra le pietre dei borghi, e il vento che soffia tra le creste dei Nebrodi e scende verso il Tirreno porta ancora i nomi di chi fu dimenticato.
Florenza di Caronia non è soltanto una donna del Trecento: è la voce di tutte quelle figure femminili che hanno camminato ai margini, tra il silenzio del bosco e il giudizio severo degli uomini.
La sua storia nasce da una diceria, come tante in Sicilia, ma dentro quel mormorio pulsa una verità antica: la paura del diverso, la forza della libertà, il mistero di chi sa ascoltare la natura. Nel Vallone del Lupo, tra il profumo aspro della ruta e dell'assenzio, Florenza raccoglieva rimedi e speranze. Per la gente del borgo era colei che guariva quando la medicina si arrendeva; per i custodi del dogma, il confine tra il sapere e la colpa si faceva ogni giorno più sottile.
Poi venne l’Inquisizione, e con essa il sospetto. Bastava uno sguardo, una parola o un gesto fuori dall'ordinario per trasformare la cura in reato. Eppure Florenza non si piegò, rimanendo fiera come la terra aspra che l'aveva generata.
Oggi, il suo nome ritorna tra queste pagine non per giudicare, ma per ricordare. Perché ogni leggenda nasce da un cuore che ha lottato, e ogni diceria, se ascoltata con rispetto, rivela la verità che il tempo ha cercato di nascondere.
Florenza è una delle tante donne che il Medioevo siciliano ha collocato ai margini: guaritrice, erborista, solitaria, libera. E proprio per questo, chiamata “strega”.
In un vicolo di Montalbano Elicona , dove le piante parlano ancora, la memoria di Florenza trova finalmente un luogo in cui mettere radici.
Come ricorda la tradizione orale:
“Florenza viveva tra i boschi di Caronia, un luogo che già di per sé sembrava fatto per le leggende: selve fitte, vento che parla, animali che scompaiono e riappaiono, e un silenzio che non è mai davvero silenzio.”
Il territorio era abitato da pastori, carbonai, raccoglitori di erbe e piccole comunità rurali. La vita quotidiana era scandita da superstizioni radicate, credenze magiche e dicerie che si alimentavano nei momenti di crisi o paura. Le comunità isolate del Val Demone erano spesso terreno fertile per sospetti, accuse di maleficium e narrazioni deformate dal tempo.
Nel piccolo centro sorgeva un castello, uno dei più antichi e strategici della Val Demone, la cui costruzione risaliva al periodo normanno (XI–XII secolo), quando Ruggero I e i suoi successori edificarono una serie di castelli di altura per controllare:
- le vie interne dei Nebrodi,
- mura perimetrali,
Essendo territorio demaniale:
- il castello apparteneva al re,
- Federico IV “il Semplice” (1355–1377),
- Posizione militare: controllava la costa tirrenica, le vie interne dei Nebrodi e il passaggio tra Val Demone e Val di Noto.
Il sovrano esercitava il proprio potere attraverso la nomina di un castellano, rappresentante del re. Il castellano aveva funzioni militari, giudiziarie, amministrative e di controllo del territorio. Non si conoscono i nomi dei castellani del XIV secolo, ma erano generalmente cavalieri aragonesi, ufficiali fedeli alla corona, spesso provenienti da Messina o da Palermo.
Il castello era dunque il centro del potere locale: qui si amministrava la giustizia, si raccoglievano le denunce, si decidevano le pene, si controllavano i pascoli e i boschi, si gestivano i rapporti con i frati predicatori e con gli inquisitori itineranti. Il castellano era, a tutti gli effetti, un funzionario regio.
che sembrano fiammelle.
“Camminava senza lanterna. La luce la trovava da sé, nelle ali delle falene
che le aprivano il sentiero, come se il bosco la riconoscesse.”
Le falene le danzano attorno, piccole anime del bosco, richiami di un mondo
che vive tra ciò che si vede e ciò che si ricorda.
Ogni battito d’ala è un segreto che si apre, ogni spirale di luce una storia che ritorna.
E il bosco, che conosce il suo nome, la segue in silenzio come si segue una promessa.
(Scrittore, medico, letterato ed etnologo).
(Palermo, 22 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916)
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https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/giuseppe-pitre-cento-anni-dopo-alcune-considerazioni-sulla-narrativa-di-tradizione-orale/Il drappello non poteva percorrere più di 30 km al giorno ed era costretto a fermarsi per attraversare le fiumare che, pur non essendo probabilmente in pieno regime torrentizio — considerato il carattere primaverile, quasi estivo, del mese di marzo — rappresentavano comunque un ostacolo. A ciò si aggiungevano le soste necessarie per consentire ai cavalli di riposare.
Nell’ultimo tratto verso Caronia Superiore si doveva procedere molto lentamente, a causa della pendenza e delle condizioni difficili del terreno.
Gioiosa Marea (Gioiosa Giardia) era un casale fortificato ma sulla collina, non sulla costa. Erano presenti dei frati minori e degli ospizi ma aveva un acceso difficile per una carrozza. Era una deviazione dalla strada costiera e, pur offrendo una discreta ospitalità, era un tragitto meno lineare per il percorso.
Brolo era invece un casale costiero posto sulla via dei casali. È documentata la presenza di una chiesa e ospizio rurale con spazio per cavalli e carrozza. Non era presente alcuna deviazione dalla strada principale e quindi ritenuto un luogo perfetto, come tappa intermedia, tra Milazzo e Sant’Agata di Militello.
La distanza tra Milazzo e Brolo era di circa 25 km, perfettamente percorribile in una giornata medievale (20 – 25 km carrozza + 5/8 km di tolleranza su terreno pianeggiante).
Dove pernottarono a Brolo?
Le fonti trecentesche su Brolo sono scarse, perché il borgo non era ancora un centro autonomo: era un casale costiero dipendente da Patti e da territori ecclesiastici più grandi.
Tuttavia, le fonti indirette confermano tre elementi:
- Brolo aveva una chiesa rurale già nel XIV secolo (dedicazione non certa).
- Era presente un piccolo nucleo di case attorno alla torre costiera (la torre è documentata dal XIII secolo).
- Lungo la via dei casali costieri esistevano ospizi rurali gestiti da confraternite o da frati minori itineranti.
Brolo rappresentava quindi un posto di osta ideale non solo perché si trova sulla via costiera e dei casali ma anche per la presenza di una chiesa rurale, che richiedeva una presenza ecclesiastica, ed anche perché munito di una torre costiera con funzioni di controllo e di rifugio.
Un ospizio rurale dipendente dalla giurisdizione ecclesiastica di Patti, come attestato per i casali costieri nel Trecento, potrebbe essere plausibile.
Il seguito dell’inquisitore Fra Tommaso da Messina giunse a San Giorgio verso mezzogiorno del terzo giorno di viaggio. La forte luce scivolava lungo la costa come un velo dorato, tingendo di rame le fiumare asciutte e le pietre dei casali. Il mare, poco distante, respirava lento, con un ritmo che sembrava voler accompagnare i viandanti verso un riposo meritato.
San Giorgio apparve all’improvviso, come una piccola isola di quiete: poche case, un campanile basso, e soprattutto la domus dei frati, un ospizio che da generazioni accoglieva pellegrini, mercanti e uomini di Chiesa. Non era un grande convento, ma una casa religiosa umile, costruita con pietre scure e legno consumato dal tempo. Le finestre erano piccole, protette da grate di ferro battuto, e il tetto, inclinato, sembrava quasi chinarsi verso i viandanti in segno di benedizione.
Un frate anziano, con la barba bianca e gli occhi scuri come pozzi, li accolse con un inchino.
«La strada è dura, messeri. Qui troverete riparo.»
La sua voce era calma, come se parlasse da un luogo interiore dove il tempo non aveva fretta.
L’ospizio era composto da tre ambienti principali:
- Sala del focolare — un grande camino acceso, il fuoco che crepitava e diffondeva un odore di legna resinosa.
- Cappella piccola — un altare di pietra, una Madonna affrescata con un sorriso appena accennato, e un silenzio che sembrava più antico delle mura.
- Celle dei viandanti — letti di legno, paglia pulita, coperte di lana grezza, e una candela per ogni ospite.
Le pareti della sala comune erano decorate con affreschi semplici: santi dalle mani sottili, figure di pellegrini, un San Giorgio che abbatteva il drago con un gesto elegante. Il pavimento, consumato da secoli di passi, emanava un odore di terra e di cera.
Durante la cena, i frati servirono pane duro, una minestra di legumi e un vino leggero, quasi trasparente. Non era un pasto ricco, ma aveva la dignità delle cose sincere. I militi mangiarono in silenzio, mentre Fra Tommaso osservava il fuoco, come se nel movimento delle fiamme potesse leggere un presagio.
«La strada verso Caronia è tortuosa, padre. Vi attende la montagna fra due giorni»
Fra Tommaso annuì. Sapeva che il quinto giorno sarebbe stato il più difficile: la risalita verso il Val Demone, i boschi, le fiumare, i sentieri stretti. E sapeva che, una volta giunto a Caronia, non ci sarebbe stato spazio per esitazioni.
La cella assegnata a Fra Tommaso era semplice: un letto di legno, una coperta pesante, una candela che tremolava come un cuore inquieto. Dalla finestra entrava il suono del mare, un suono lento e profondo che sembrava voler raccontare storie antiche.
Il frate inquisitore si sedette sul letto e chiuse gli occhi. Pensò alle accuse, ai testimoni, alla donna che avrebbe dovuto giudicare. Pensò alla responsabilità, alla fede, alla paura. E per un istante, nella quiete della domus, sentì il peso del suo ruolo come mai prima.
La notte scese silenziosa. Il vento passò tra le travi del tetto come un sussurro. E San Giorgio, piccolo casale sulla costa, divenne un luogo sospeso: un rifugio prima dell’ombra.
(24 km circa).
Sant’Agata nel Trecento era un casale fortificato, aveva un porto, nel tessuto sociali erano presenti dei frati minori con ospizi rurali, aveva dei militi locali, strutture per viandanti e una amministrazione ecclesiastica attiva. Era un punto di snodo naturale tra la costa e la vi montana verso Caronia e ricadeva nella giurisdizione ecclesiastica del Val Demone. Non erano presenti conventi ed è probabile che si sia fermato in una domus religiosa (dipendente dalla giurisdizione religiosa di Patti)/ ospizio rurale. A Sant’Agata di Militello ci fu l’incontro tra la guida e Fra Tommaso.
Un uomo del luogo esperto delle trazzere, delle fiumare, della salita verso Caronia Superiore.
Il mattino del quarto giorno portò un cielo terso, tagliato da un vento fresco che veniva dalle montagne. Il seguito dell’inquisitore Fra Tommaso da Messina lasciò Brolo con passo deciso: i cavalli erano stati rifocillati, i militi avevano ritrovato la compostezza, e persino il notaio sembrava meno affaticato. La strada verso Sant’Agata correva lungo la costa, poi si piegava verso l’interno, dove il paesaggio cambiava lentamente: meno mare, più pietra; meno vento salato, più odore di bosco.
Quando giunsero alle porte del borgo, il sole era già alto. Sant’Agata era un luogo di passaggio, un punto di snodo tra la costa e le montagne del Val Demone. Qui, da generazioni, i viandanti cercavano guide esperte per affrontare i sentieri tortuosi che conducevano verso Caronia, tra fiumare, valloni e boschi fitti.
Fra Tommaso sapeva che non poteva proseguire senza un uomo del posto. Il Val Demone non perdonava gli stranieri.
«Padre,» disse Ardizzone, «il castello veglia su Caronia. Ma non è lì che dormirete.»
Il frate inquisitore annuì. Sapeva che il castello era luogo di potere laico, non spirituale.
Attraversarono il borgo: donne che rientravano con ceste di erbe, bambini che si fermavano a guardare i cavalli, uomini che si facevano il segno della croce. Il rumore degli zoccoli risuonava tra le case come un annuncio.
La domus ecclesiastica era accanto alla chiesa madre: un edificio semplice, con un portico basso e una porta di legno scuro. Due frati li attendevano: uno anziano, con la barba bianca; l’altro giovane, con occhi attenti.
Fra Tommaso scese dal cavallo. Guardò ancora il castello, che dominava il borgo come un monito.
«Domani,» disse al notaio, «visiteremo il castello. E poi… la casa della donna.»
Il vento del Val Demone passò tra i merli come un sussurro. La notte stava scendendo, e Caronia sembrava trattenere il respiro.
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12. Il Bambino morto. Il Segreto del Borgo.
V. Il bambino morto.
La riunione degli anziani.
Gli anziani di Caronia si erano radunati nella domus, chiamati dal frate. Il fuoco tremolava, il vento del Val Demone entrava dalle feritoie come un sussurro. Fra Tommaso li osservò uno a uno: erano uomini che portavano un peso.
Bartolo parlò per primo: «Padre… la donna non è cattiva. Ma il borgo ha paura.»
Gli altri annuirono. Non parlavano di magia. Parlavano di qualcosa che non riuscivano a nominare.
La visita alla casa della donna.
Gli anziani — Mastro Ruggero, Pietro di Valsusa, Giacomo il fabbro, Serafino e Bartolo — accompagnarono Fra Tommaso lungo un vicolo che scendeva verso la parte più antica del borgo. Le case erano addossate le une alle altre, più basse, scure, silenziose perché abbandonate da tempo. Una leggera brisa s’incuneava lungo il vicolo sfiorando le antiche pietre delle facciate, come a risvegliare presenze e avvenimenti che il borgo preferiva dimenticare.
«Padre,» disse Pietro, «la casa è qui. È sempre stata qui. Prima della nostra memoria.»
Fra Tommaso annuì, e il rosario gli scivolò tra le dita come un pensiero inquieto.
La casa della donna era simile alle altre vicine, come a infrangerne i segreti che in realtà, in un borgo, erano conosciuti da tutti. Era piccola, costruita con pietre irregolari, il tetto di coppi antichi, la porta di legno scuro; non aveva fiori, né segni di vita. Solo una finestra stretta, come un occhio che osserva.
Il frate si fermò… «Nessuno vive con lei?»
Mastro Ruggero rispose: «Da anni è sola. Ma non è sempre stato così.»
Il notaio sollevò la pergamena, pronto a scrivere.
Fra Tommaso bussò e si sentì subito un rumore lieve, come di passi trascinati che si avvicinavano alla porta. Florenza aprì.
Era magra, con capelli lunghi e scuri che le scendevano sulle spalle, occhi profondi che conoscevano la malinconia e che sembravano aver visto troppo. Non era vecchia, ma il tempo e le condizioni di vita cominciavano a far sorgere sul suo bel viso una stanchezza che non apparteneva all’età.
«Padre,» disse con voce bassa… «Sapevo che sareste venuto.»
Gli anziani si scambiarono uno sguardo inquieto.
L’interno della casa era povero ma ordinato: un tavolo di legno, un focolare spento, alcune erbe appese, e in un angolo una piccola cucina in muratura con a fianco un tavolato di legno scuro, sopra il quale c'erano una brocca d’acqua e vari contenitori con erbe aromatiche. In un altro angolo della stanza, un semplice letto singolo con vicino un armadio in legno antico dal particolare colore verde, con dei fiorellini disegnati, forse a indicare l’unica cosa lieta di quel piccolo e povero ambiente. Niente che parlasse di magia, niente che parlasse di colpa.
Fra Tommaso osservò ogni dettaglio e disse… «Vivete sola… da molto tempo? E la gente del borgo… vi teme.»
La donna abbassò lo sguardo. «La paura è un seme che cresce anche senza acqua.»
Il frate si sedette, mentre la donna rimase in piedi, come se non volesse occupare troppo spazio.
«Mi dicono che accadono cose strane,» disse Fra Tommaso, aggiungendo: «Animali che si ammalano o scompaiono. Bambini che sognano e che si ammalano. Vento che cambia direzione.»
La donna chiuse gli occhi un istante. «Padre… il Val Demone è vivo. Non sono io.»
Fra Tommaso replicò: «E perché la gente pensa che siate voi?»
La donna esitò un attimo, poi rispose con una voce molto delicata e impercettibile: «Perché non capisce ciò che non vede.»
Fra Tommaso la guardò a lungo e riuscì a leggere in lei una grande sensibilità che la legava all’amore per la Natura, per ciò che Dio aveva creato e di cui lei si sentiva protettrice. Non vide in lei nessuna malizia e nemmeno follia, ma una donna sola, colpita da una solitudine antica, in un borgo che aveva paura di ciò che non conosceva.
«Avete mai fatto del male a qualcuno?»
«No, padre.»
«Avete mai curato qualcuno?»
«Sì. Con le erbe. Come mi ha insegnato mia madre.»
Gli anziani, a questa risposta, si mossero inquieti. Serafino, il lettore del cielo, sussurrò: «Padre… le erbe non sempre portano guarigione.»
Fra Tommaso lo ignorò.
Il colloquio fu breve e il frate, insieme agli anziani, uscì dalla casa. Sulla strada furono colpiti dal vento che, con le sue brevi folate, sembrava volesse chiudere le porte dietro di loro.
«Padre,» disse Giacomo il fabbro, «che ne pensate?»
Fra Tommaso guardò la casa, poi il castello in alto, poi il cielo che cominciava a scurirsi.
«Penso,» disse lentamente, «che Caronia ha paura. E la paura parla più forte della verità.»
Gli anziani si guardarono tra loro, inquieti.
«Domani,» aggiunse il frate, «tornerò. E parlerò ancora con lei.»
Il vento continuava a correre tra le pietre e a sfiorare le facciate delle case come un presagio.
Entrò nella sala della Domus, tutti l’attendevano con curiosità e ogni suo gesto fu al centro dell’attenzione.
Posò la cesta sul tavolo.
«Padre,» disse, «queste sono le erbe con cui ho curato il bambino. Con queste l’ho salvato.»
Il medico si alzò, con voce sicura: «Anch’io ho curato il bambino con queste erbe. Ma il bambino è morto.»
Florenza le prelevo dalla cesta e le poe sul tavolo con un gesto lento come se separasse la vita dalla morte.
Il medico, in modo istintivo, si alzò e prese l’erba con cui aveva curato il bambino come a voler dimostrare l’assoluta verità senza che nessuno glielo avesse chiesto.
17. La Sentenza
Una che non pregava Dio con le parole, ma con il modo in cui toccava una radice, ascoltava il vento, leggeva il cielo.
Il castellano aveva visto in lei un pericolo. Il borgo, un mistero. Gli anziani, un disturbo.
Fra Tommaso, invece, aveva visto una sorella nella fede.
Non una fede fatta di altari e pergamene, ma una fede che nasce dove nasce la vita: nell’acqua che scorre, nel seme che germoglia, nel dolore che non chiede vendetta.
Quando Florenza gli raccontò l’interrogatorio, il frate non vide solo una donna ferita dal potere. Vide una donna che aveva resistito senza odio, che aveva parlato senza tremare, che aveva difeso la verità senza alzare la voce.
E in quel momento, senza dirlo, Fra Tommaso capì che Florenza era ciò che lui aveva sempre cercato nei borghi del Val Demone: una creatura che viveva in Dio senza bisogno di nominarlo.
E Florenza, guardandolo, capì che il frate era l’unico uomo che non l’aveva mai giudicata, che non aveva mai temuto la sua conoscenza, che non aveva mai confuso la sua libertà con ribellione.
Tra loro non c’era amore terreno. C’era qualcosa di più raro: una corrispondenza di spiriti, un riconoscersi oltre le parole, come due luci che si vedono nella stessa notte.
Quando il frate partì, non si salutarono come si salutano gli amici, né come si salutano i devoti.
Si salutarono come si salutano due anime che hanno condiviso una verità.
E il Val Demone, che ascolta tutto, conservò quel silenzio come una preghiera.
Il castellano di Montenero non era un uomo che ammetteva apertamente le proprie sconfitte. Non lo aveva fatto davanti agli anziani, non lo aveva fatto davanti al frate e neanche davanti al borgo.
Ma dopo il confronto con Fra Tommaso, dopo aver visto che la verità non poteva più essere piegata, dopo aver capito che la donna non era un pericolo, e che il medico era diventato un peso, il castellano prese una decisione che non era morale, spirituale e nemmeno compassionevole.
Era politica.
Un’azione non punitiva, di salvezza o di giustizia ma per l’obiettivo dell’ordine.
Perché nel suo mondo, la verità era una fiamma che scaldava ma bruciava, e lui non voleva più scottarsi.
Il trasferimento del medico fu annunciato come una scelta amministrativa, come una necessità del feudo, come un atto di riorganizzazione.
Ma tutti capirono. Gli anziani, il borgo, il frate, e Florenza.
Capirono che il castellano non aveva ostacolato la verità… ma l’aveva spostata.
Aveva tolto dal borgo l’uomo che rappresentava l’errore, non per liberare la comunità dalla colpa, ma per liberare sé stesso dal ricordo.
E in quel gesto, così freddo, così calcolato, così medievale, si rivelò la natura del potere: non quella che punisce, non quella che ascolta, ma quella che nasconde.
E la Val Demone, che non dimentica mai, registrò quel silenzio come una verità mancata.
Florenza tornò nel Vallone del Lupo. Il sentiero era lo stesso, le erbe le stesse, il vento lo stesso, ma lei no.
Si chinò a raccogliere una radice, la osservò tra le dita, e per la prima volta dopo settimane non sentì il peso del giudizio sulle spalle.
«La natura non giudica. La natura ricorda.»
La visita della madre del bambino
Due giorni dopo, la madre che aveva perso il fanciullo, si presentò alla sua porta. Non portava accuse, non portava rabbia, portava un pane avvolto in un panno.
Florenza lo prese senza parlare.
La donna disse solo:
«Tu non hai colpa. E io non ho più paura.»
Il borgo che cambia.
Gli anziani non la evitavano più, è anche vero che non la cercavano, ma non la temevano.
Il medico Aleramo, nei suoi giorni di sospensione, la incrociò una volta sulla piazza. Si fermò abbassando lo sguardo.
«Mi dispiace.»
Florenza rispose:
«La verità è già stata detta.»
E proseguì.
La visita di Fra Tommaso.
La sera prima della partenza del frate, Florenza lo trovò davanti alla Domus, seduto su un gradino, il rosario tra le dita.
Non parlò subito e sii sedette accanto a lui.
Il frate disse: «Il vento della Val Demone ti protegge.»
Florenza sorrise appena. «Protegge chi ascolta.»
Fra Tommaso annuì. «Il borgo cambierà. Non subito. Ma cambierà.»
«Non per me.»
«Per ciò che hai detto.»
Si alzarono insieme. Non si abbracciarono. Non si salutarono con cerimonie.
Il frate disse solo: «Se avranno ancora paura, tornerò.»
Florenza rispose: «Se avranno ancora paura, parlerò.»
Poi si separarono.
La notte del Val Demone.
Quella notte Florenza uscì dalla casa e guardò il cielo. Le stelle erano limpide, il vento leggero, il borgo silenzioso.
Non era più la Selvatica, non era più la sospetta e non era più la donna che viveva ai margini.
Era la donna che aveva parlato e la Val Demone, che non dimentica mai, la ricordava.
Gli anziani erano già lì, disposti in un semicerchio discreto. Non erano venuti per affetto, né per devozione: erano venuti perché la presenza del frate aveva scosso le fondamenta del borgo, e nessuno voleva mancare al momento in cui quell’uomo lasciava la scena.
Dietro di loro, alcune donne, pochi uomini, qualche bambino. Non una folla che mormora ma silenzio.
Il castellano osservava dalla loggia, immobile come una statua. Non scese, non salutò ma guardò.
Fra Tommaso uscì dalla Domus con passo lento. Il mantello scuro, il rosario tra le dita, lo sguardo rivolto al cielo del Val Demone che già si rischiarava.
Il borgo si aprì per lasciarlo passare.
Dal sentiero che saliva dalla Valle del Lupo, Florenza apparve. Aveva deciso di stabilirsi lì, in un casolare di pietra circondato da erbe selvatiche e vento. Il suo passo era leggero, ma la sua presenza attirò gli sguardi come una luce in mezzo alla bruma.
Non veniva dal borgo, veniva dalla Natura e questo, agli occhi di tutti, la rendeva ancora diversa.
Si avvicinò al frate, non parlò e non lo chiamò.
Il frate scese da cavallo e Florenza s’ inginocchiò davanti a lui con un gesto antico, puro, che nessuno nel borgo aveva mai visto fare con tanta grazia.
Gli prese la mano e la baciò.
Il frate, sorpreso ma non turbato, la aiutò a sollevarsi. E in quel gesto — semplice, lento, rispettoso — Florenza apparve in una bellezza che non era estetica, ma spirituale: la bellezza di chi ha attraversato il giudizio degli uomini senza perdere la propria luce.
Gli anziani si scambiarono uno sguardo, non era scandalo era stupore.
Il borgo trattenne il fiato.
Fra Tommaso posò entrambe le mani sul capo di Florenza non come si benedice una devota, non come si benedice una penitente ma come si benedice una sorella nella fede.
«Che Dio ti custodisca nella Natura che ami.» «Che la verità ti accompagni.» «Che il vento della Val Demone ti protegga.»
Il drappello, con la guida Ardizzone, cominciarono a scendere lungo il sentiero e il frate guardò Florenza un’ultima volta.
Lei non si mosse, non pianse, non sorrise.
Era una figura immobile nella luce dell’alba, come una radice che non si spezza, come una verità che non si piega.
Il borgo rimase in silenzio mentre il drappello si allontanava. Solo il vento del Val Demone parlò, sollevando il mantello di Florenza e portando con sé l’eco di un legame che nessuno avrebbe mai potuto cancellare.
Il convento di San Domenico era immerso in un silenzio pesante. Le campane avevano suonato l’ora terza, e il chiostro odorava di pietra umida e di mare. Fra Tommaso camminava lentamente verso la sala capitolare, dove lo attendevano i suoi superiori.
Sapeva che quel giorno non sarebbe stato un processo, ma una prova di fede.
Seduti al tavolo, tre frati anziani e il priore. Sul banco, la copia della sentenza di Caronia con accanto, il sigillo dell’Ordine.
Il priore lo guardò con occhi severi……«Fra Tommaso da Messina, siete chiamato a rispondere delle vostre decisioni nel Val Demone.»
Il frate si inchinò……«Sono pronto.»
Il priore parlò con voce ferma……«Avete assolto una donna accusata di superstizione, condannato un medico di rango e avete agito senza consultare il vicario inquisitoriale.»
Fra Tommaso ascoltava in silenzio, non cercava difese ma solo verità.
«Avete oltrepassato il mandato dell’Ordine.»
«Ho seguito la mia coscienza.»
«La coscienza non è legge.»
«La coscienza è la voce di Dio.»
Un mormorio attraversò la sala e il priore tacque per un istante, poi riprese……«E se la vostra coscienza vi inganna?»
Fra Tommaso sollevò lo sguardo…….«Allora Dio mi giudicherà.»
Il frate parlò con calma, senza tremore…..«Ho visto la verità nei fatti. Ho visto la paura negli uomini e la luce in una donna che vive nella Natura. ho capito che la fede non si misura con il sospetto, ma con la compassione.»
Il priore lo fissò……..«Parlate come un mistico, non come un inquisitore.»
«Forse Dio mi ha chiamato a essere l’uno e l’altro.»
Silenzio.
Dopo un lungo consiglio, il priore si alzò…….«Fra Tommaso da Messina, l’Ordine vi sospende dalle funzioni inquisitoriali. Sarete trasferito al convento di San Domenico di Palermo per un periodo di riflessione e penitenza.»
Fra Tommaso chinò il capo……..«Accetto.»
«Avete qualcosa da aggiungere?»
Il frate alzò lentamente lo sguardo…….«Solo questo: la verità che ho visto nel Val Demone non appartiene a me, né all’Ordine, né agli uomini. Appartiene a Dio. E Dio non si difende: si serve.»
Quando uscì dal convento, il mare di Messina era calmo. Il vento portava odore di sale e di libertà. Fra Tommaso si fermò sulla soglia, guardò il cielo, e sussurrò:
«La verità non si giudica. Si vive.»
Dove si trova il Vallone del Lupo (Caronia)?
È un vallone naturale (300 – 450 m s.l.m.) che si trova a Sud-est del centro storico d Caronia, in direzione delle aree boschive che scendono verso Caronia Marina e in una zona ricca di sorgenti, canaloni e vegetazione fitta. Un sito legato alle memorie orali dei pastori, nei racconti locali e in alcuni documenti agrari e forestali del Novecento. Il nome deriva dalla presenza storica del lupo siciliano (Canis lupus cristaldii) che si estinse agli inizi del XX secolo (anni '20). Un luogo ideale per Florenza perché selvatico, difficile da raggiungere, ricco di erbe officinali, vicino a sorgenti e ruscelli stagionali, confine naturale tra il borgo e il bosco.
Il Vallone del Lupo non era un luogo qualunque. Era una gola antica, scavata dal vento e dall’acqua, dove la luce filtrava tra gli alberi come in una cappella naturale. I pastori dicevano che lì il silenzio aveva un suono, e che il bosco parlava a chi sapeva ascoltare.
Florenza lo aveva sempre ascoltato.
Dopo la chiusura del caso, dopo la partenza del frate, dopo il giudizio degli uomini, Florenza scelse di tornare dove la sua anima era nata: nel Vallone del Lupo, a Sud-ovest del borgo, tra le pieghe dei Nebrodi che scendono verso Caronia Marina.
Il casolare era piccolo, di pietra scura, con un tetto che odorava di muschio e pioggia. Era stato abbandonato da anni, ma non era morto: la Natura lo aveva custodito come si custodisce un segreto.
Florenza lo aprì spalancando le imposte, il vento entrò per primo, come un vecchio amico e poi entrò la luce.
I primi giorni furono di lavoro silenzioso: pulire il focolare, sistemare le travi, raccogliere legna, riordinare le erbe che aveva portato con sé.
Ogni gesto era un rito ed ogni gesto era una guarigione.
Il Vallone del Lupo non la giudicava, non la temeva, non la interrogava ma la accoglieva.
E lei, per la prima volta dopo settimane, respirò senza affanni.
La mattina scendeva al ruscello, dove l’acqua scorreva tra pietre levigate, s’inginocchiava, sfiorava il pelo dell’acqua con il palmo della mano le mani e ascoltava la voce del ruscello chen on era mai la stessa.
Non pregava con parole ma con il respiro, con la presenza.
Il vento del Val Demone le portava odori di terra bagnata, di foglie, di radici e lei rispondeva con un sorriso, con un gesto, con un pensiero che non aveva bisogno di voce.
Era tornata a casa.
Il ricordo del frateà
La sera, quando il sole calava dietro le montagne, Florenza usciva dal casolare e guardava verso Caronia non per nostalgia ma per gratitudine.
Fra Tommaso era stato l’unico a vederla davvero e non come selvatica, come sospetta o come donna da giudicare.
L’aveva vista come creatura del Creato, come sorella nella fede, come voce della Natura.
E quel riconoscimento, così raro, così puro, così pericoloso, era diventato per lei una benedizione che nessun potere avrebbe mai potuto cancellare.
Il Vallone del Lupo la custodisce.
Col passare dei giorni, il Vallone del Lupo divenne parte di lei: il casolare, il ruscello, le erbe, il vento, la luce che filtrava tra gli alberi.
Il borgo la ricordava, sì ma non la cercava più e lei non cercava il borgo.
Aveva trovato la sua verità che, quando è vera, non ha bisogno di testimoni.
Florenza rimase nel Vallone del Lupo come una radice che non si spezza, come una voce che non si piega, come una donna che aveva attraversato il giudizio degli uomini e aveva scelto di vivere dove la Natura parla senza paura.
La Verticalità del Feudo: Il centro storico di Caronia, arroccato in alto, domina il territorio e rappresenta il luogo del potere, del controllo e delle regole umane (la Domus, il palazzo del castellano).
Florenza non era più “una di loro”, non era colpevole, sospetta o vittima, era la custode della verità. E questo, per un borgo che aveva vissuto nel silenzio era destabilizzante. Non fu condannata, cacciata ma tenuta e la paura, nei borghi antichi, somiglia molto all’allontanamento.
La Sentenza decretava la riconciliazione di Florenza con il borgo.
Nella Sentenza Fra Tommaso non pronunciò il nome del dottore del borgo, Aleramo de Montenero, responsabile della morte di un fanciullo.
Il comportamento dell’inquisitore Fra Tommaso rispondeva a due motivi principali legati alla separazione delle giurisdizioni dell’epoca:
1. La competenza del tribunale inquisitoriale: L'Inquisizione era un tribunale ecclesiastico nato per giudicare i reati contro la fede e la dottrina (come l'eresia, la stregoneria o la superstizione). Un errore medico, per quanto grave o colposo (negligenza), rientrava nel campo dei reati civili o penali comuni (omicidio colposo, imperizia professionale), che spettavano esclusivamente alla giustizia secolare del castellano o del podestà, non certo alla Chiesa. Di conseguenza, inserire il nome del medico in una sentenza inquisitoriale sarebbe stato un fuori competenza formale.
2. Il privilegio del foro (immunità ecclesiastica): Nel Medioevo, i chierici e alcune categorie protette godevano del privilegio del foro (potevano essere giudicati solo da tribunali ecclesiastici). Tuttavia, se un medico laico commetteva un errore professionale nel borgo, la giurisdizione primaria era del castellano. Se però il tribunale dell'Inquisizione avesse fatto esplicitamente il nome del medico accusandolo di un crimine civile, si sarebbe innescato un pericoloso conflitto di poteri (giurisdizione mista), costringendo la Chiesa a occuparsi di un caso di mala sanità che non le competeva dottrinalmente.
Citandolo genericamente come "il medico del borgo", Fra Tommaso ottiene due risultati sottili e realistici per l'epoca:
- Protegge l'istituzione ecclesiastica da un'invasione di campo nelle competenze della giustizia secolare.
- Mette alle strette il castellano, costringendolo a gestire politicamente il problema (attraverso il trasferimento) senza trasformare un errore umano o professionale in un caso di eresia o in uno scandalo giudiziario pubblico che avrebbe infiammato il borgo.
Dopo la lettura della sentenza, l’inquisitore Fra Tommaso si lasciò andare ad un gesto che nessuno si aspettava. Si avvicinò a donna Florenza, lentamente, come si fa con chi porta una verità fragile. Le prese la mano e la sollevò verso la piazza.
«Caronia,» disse, «questa è la vostra guida. Non perché la luce l’ha scelta, ma perché voi avete bisogno di lei.»
Ser Bartolo si fece avanti, si tolse il cappello e fece un breve inchino.
«Abbiamo sbagliato,» disse. «Abbiamo avuto paura ma la paura non può più decidere per noi.»
Una donna del borgo — la più anziana — si avvicinò a donna Florenza, ora Custode del borgo, e le appoggiò sulle spalle un semplice mantello di lana scura.
«Questo è il mantello delle donne che proteggono la comunità,» disse. «Non sei fuori da noi, sei davanti a noi.»
Il frate parlò ancora: «La vostra casa non è isolata, è un luogo di ascolto. Chiunque avrà bisogno di consiglio, di memoria, di luce, potrà venire da voi.»
La donna non rispose. Ma il suo silenzio non era distanza, era accoglienza.
Il borgo si avvicinò non per curiosità ma per un riconoscimento silenzioso.
La reintegrazione non fu un atto formale, fu un gesto collettivo: il borgo che si stringe attorno alla sua guida, il frate che la affida alla comunità, la luce che si posa sulle pietre come una benedizione antica.
La persecuzione delle donne non nasce da Cristo — nasce dalla paura degli uomini perchè, tra il XII e XVII secolo, la Chiesa istituzionale e i tribunali civili costruirono un sistema di sospetto verso le guaritrici, levatrici, erboriste, vedove, donne sole che vivevano anche in luoghi isolati, donne colte ed anche “diverse”. La loro colpa era una sola: il sapere. Gli storici affermarono come le persone (uomini e donne) giustiziate in Europa per stregoneria, furono tra 40.000 – 60.000 tra Medioevo e prima età moderna ma l’80% erano donne. Non erano “streghe” ma donne e molte furono condannate senza prove sulla base di: voci, semplici sospetti, rivalità, superstizioni, paure collettive, errori medici, malattie non comprese e anche carestie attribuite a colpe immaginarie.
Come non ricordare una delle prime vittime, Ipazia (IV secolo) simbolo della donna sapiente uccisa non dall’Inquisizione ma dalla paura religiosa.
Matematica, astronoma, filosofa, fu assassinata da una folla istigata da fanatici cristiani e la sua morte diventò l’archetipo della violenza contro le donne che pensano.
Le vittime erano per la maggior parte dei casi donne comuni: erboriste che curavano con le erbe, donne che vivevano ai margini della comunità e senza protezione maschile, vedove. Venivano accusate per la morte di un bambino, perché un vacca non dava latte, per un raccolto fallito o anche perché desiderate da un uomo respinto. I processi non si basavano su contraddittori verbali ma erano preceduti e accompagnati da : torture per indurre la donna a confessare, testimoni anonimi, prove assurde legate speso a dei particolari segni sul corpo, presunzione di colpevolezza, assenza di difesa legale e nessuna possibilità di appello. Molte donne confessarono qualsiasi cosa pur di far cessare il dolore che dovevano sopportare con la tortura.
Bisogna anche dire che non tutta la Chiesa fu colpevole perché accanto ai tribunali dell’Inquisizione erano presenti nel territorio dei monaci che difendevano le donne, vescovi che rifiutavano le accuse, comunità che proteggevano le guaritrici e anche dei teologi che denunciavano gli abusi.
La chiesa ha in parte riconosciuto la tragedia anche se non ha mai esclamato una nota ufficiale come fu per Galileo e molti storici hanno ridimensionato la verità su questa tragedia.
Non esiste un documento paragonabile alla “Nostra Aetate” o alle scuse per Galileo, non esiste un atto solenne e questo silenzio, come altri, pesa come una pietra sulla memoria.
Erano donne, come Florenza da Caronia, che vivevano nella Natura che ascolta e cura. Erano donne che rischiavano di essere condannate per ciò che erano e non per ciò che facevano
Perché Florenza è una di loro. Una donna che vive nella Natura, che cura, che ascolta, che sa. Una donna che rischia di essere condannata per ciò che è, non per ciò che fa...
.Fra Tommaso da Messina riuscì a rompere quella catena della paura, ascoltando la voce della verità, e riconoscendo la luce dove molti vedevano solo ombre.
Questo silenzio pesa come una pietra sulla memoria ed io sto cercando di ridare voce a quelle donne.
Non ha chiesto perdono pe te motivi principali:
Non esiste un unico responsabile. Le persecuzioni furono compiute anche da tribunali civili, signori locali, comunità rurali, e solo in parte da organi ecclesiastici.
Il ricordo di Florenza a Caronia è vivo nella Valle del Lupo, un luogo che la comunità non ha mai smesso di nominare. Per me, Florenza è la radice che permette di ricordare tutte le donne martiri dell’Inquisizione, quelle che furono condannate solo perché curavano con le erbe. E questo filo, sottile e tenace, arriva fino a Montalbano Elicona.
Montalbano è un luogo mistico: non solo per l’antica presenza di Arnaldo da Villanova, alchimista e medico del Medioevo, e per l’ombra sacra dell’Argimusco, ma anche per la memoria dei Catari del dottor Placido Fiore, che nel XVII secolo aiutava i contadini, e per l’esempio di carità della regina Eleonora d’Angiò. Qui la storia non si spegne: si ricuce.
E proprio qui, nel Vicolo Placido Fiore, la memoria ha trovato una casa. "In questo vicolo la natura parla. Chi l’ascolta, trova la verità."
Un piccolo vivaio di piante officinali ha ricreato un ponte tra il mondo reale e quello narrativo. Le pietre del vicolo custodiscono più silenzi che passi, e le piante non crescono soltanto nella terra: crescono nella memoria. Chi vi entra vede vasi, foglie, profumi; ma chi vi entra con il cuore aperto sente un’eco che non appartiene al presente.
Nel presente irrigo, curo, raccolgo. Compio gli stessi gesti che Florenza e le donne d’un tempo compivano, senza saperlo. Le mie mani ripetono un rito antico, un gesto che attraversa i secoli.
Il rosmarino è la memoria che non vuole svanire; la salvia è la saggezza che il borgo imparò troppo tardi; la pianta dell’immortalità, l'Orecchio d’asino, l’Erba di San Pietro, l’Achillea, l’Altea, la Piantaggine, il Tè siciliano, la Melissa, il Timo, la Calendula… Ogni pianta è un simbolo, e tutte insieme formano un linguaggio che non ha bisogno di voce.
Così il vivaio diventa un ponte: non tra due epoche, ma tra due verità. La verità che Florenza portò nella Domus, e la verità che oggi custodisco tra le foglie.
Chi passa nel vicolo non vede solo piante: vede un racconto che continua a crescere. Vede un passato che non è finito e vede un presente che non è solo presente.
Nel Vicolo Placido Fiore il tempo non separa: il tempo unisce e la verità, quando mette radici, non smette più di fiorire.
La verità non muore, si radica e cresce, se qualcuno la custodisce.
Montalbano Elicona: Il Vicolo Placido Fiore – Il Vicolo della Memoria.
C'è
un confine sottile, nella Sicilia medievale, tra la cura e la colpa. Florenza
di Caronia esplora questo confine attraverso le vicende di una donna ai
margini, le cui mani sapevano dare sollievo ai corpi quando la medicina
ufficiale taceva. Muovendosi tra gli editti del Regio Demanio e gli echi della
memoria popolare, questo racconto smonta i meccanismi di una giustizia sommaria
e cieca. Non una semplice caccia alle streghe, ma un affresco corale dove la
superstizione del popolo si scontra con il cinismo del potere feudale e i dubbi
di una fede messa alla prova. Una lettura che ci ricorda come, dietro ogni
sentenza d'archivio, si nasconda un destino umano che chiede di essere
ascoltato.
NOTA DELL'AUTORE
Le
radici e il silenzio. Da Florenza di Caronia al vivaio della memoria a
Montalbano Elicona.
La
donna che la storia non ha scritto, ma che la memoria non ha mai dimenticato.
Questo testo non nasce come un freddo saggio
accademico, né come una narrazione distante. È un atto d'amore profondo verso
la mia terra, i Nebrodi, e verso quella memoria popolare che custodisce le storie
di donne come Florenza — figure che la storia ufficiale ha troppo spesso
dimenticato o calpestato.
Non sono uno scrittore di professione. La mia
scrittura non nasce nei salotti letterari o nelle aule universitarie, ma
affonda le sue radici nel fango, tra le pietre e i venti del Val Demone, nella
polvere delle antiche tradizioni e nell'ascolto silenzioso della natura. È una
ricerca intrisa degli odori autentici della nostra Sicilia: il profumo amaro
del lentisco, l'aroma selvatico delle erbe e il respiro della terra bagnata.
Il cuore di quest'opera batte nel presente. Il ponte
che unisce il XIV secolo di Caronia al piccolo vivaio di piante officinali nel
Vicolo Placido Fiore, a Montalbano Elicona, è il luogo in cui il passato
incontra la mia vita quotidiana. Lì, le mie mani compiono oggi gli stessi gesti
di cura che Florenza compiva ieri, coltivando non solo piante, ma memoria.
Oggi i nostri piccoli borghi rischiano di svuotarsi
non solo di abitanti, ma di anima. Questo racconto nasce per impedire che il
vento dei secoli cancelli i nomi, le sofferenze e la dignità di chi ci ha
preceduto. È una storia che parte da un vicolo di Sicilia ma parla una lingua
universale: quella della libertà, del rispetto per la vita e del legame
profondo tra l'essere umano e la terra.
Per dare un volto a questo racconto, le illustrazioni
e le immagini dei personaggi sono state generate attraverso l'uso
dell'Intelligenza Artificiale: uno strumento contemporaneo che ho scelto di
mettere al servizio del passato, dando voce e forma visiva a figure rimaste a
lungo nell'ombra.
Riconsegnare la voce a Florenza e alle donne
perseguitate è il mio modo di dire che la verità non si brucia: si custodisce,
si coltiva e continua a fiorire.
ENCICLOPEDIA DELLE DONNE
Indice
Il Movimento Femminista – Il Diritto al Voto Italia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2018/03/il-movimento-femminista-il-diritto-al.html…………………………………..
El emocionante cántico de las mujeres en la manifestación en la huelga de Bilbao
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2018/03/el-emocionante-cantico-de-las-mujeres.html
………………………………………………….
Enciclopedia delle Donne (Seconda Parte)
Alcune Donne Importanti dell’Antichità
Aspasia...La Pizia, Cinisca… Atlete Vittoriose nelle Olimpiadi …le Allieve della Scuola Pitagorica di Kroton…..Ipazia…
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/05/lenciclopedia-delle-donne-seconda-parte.html
……………………………………………………..
Monte Pellegrino (RNO) (Palermo):
“Il Promontorio più bello al mondo…” (Parte Terza):
La Palazzina Cinese – Le Statue del Parco della Favorita (Parte integrante della Riserva di Monte Pellegrino) –
Museo Etnografico Giuseppe Pitrè - Le Scuderie Reali –
Nella Palazzina Cinese c’è l’anima della Regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (Enciclopedia delle Donne).
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/08/monte-pellegrino-rno-il-promontorio-piu_15.html.................................................Enciclopedia delle Donne – (Terza Parte) –
Le Prime Mediche della Storia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2019/09/enciclopedia-delle-donne-terza-parte-le.html…………………………………….
Enciclopedia delle Donne (Quarta Parte)
Costanza D’Aragona
La prima Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/01/enciclopedia-delle-donne-quarta-parte.html
……………………………………….
Enciclopedia delle Donne (Quita Parte)
Jolanda (Isabella) di Brienne
Seconda Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
Regina di Gerusalemme e di Sicilia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/01/enciclopedia-delle-donne-quarta-parte_5.html
…………………………………
Enciclopedia delle Donne (Sesta parte) –
Le Poetesse Siciliane del Risorgimento
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/07/enciclopedia-delle-donne-sesta-parte-le.html
……………………………….
Enciclopedia delle Donne (Settima Parte)
Eleonor de Moura
Prima ed unica donna Viceré di Spagna in Sicilia.
In 27 giorni di reggenza tante leggi anche a favore delle donne in difficoltà.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/08/eleonor-de-moura-prima-ed-unica-donna.html
……………………………………………
Enciclopedia Delle Donne - VIII Parte
Eleonora Alvarez de Toledo e i suoi tempi
Un periodo ricco di manifestazioni di altissima cultura ma anche
di gravi atti nei confronti delle donne ..
La morte di Maria de' Medici, Isabella de' Medici, Leonor Alvarez de Toledo, ecc.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/11/eleonora-alvarez-de-toledo-e-i-suoi.html
………………………………….
Enciclopedia delle Donne (IX parte)
Damarete di Agrigento (VI secolo a.C.)
La prima donna della storia a protezione dell'Infanzia –
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2020/12/damarete-di-agrigento-vi-secolo-ac-la.html
………………………………………………..
Enciclopedia delle Donne: X Parte
La triste storia dell’etera Laide di Hykkara
La Prostituzione Sacra – Le divinità: da Inanna all’eroina Afrotide (?)
Un Piccolo viaggio anche ad Erice e Pantelleria.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2021/01/la-triste-storia-delletera-laide-di.html
……………………………………………………
Enciclopedia delle Donne – XI Parte
Le Filandiere – Il Filo della Memoria
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2021/01/le-filandiere-il-filo-della-memoria.html
......................................
Dedicato alle Donne Afghane… al loro coraggio..
افغان میرمنو ته د دوی زړورتیا ته وقف شوی.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/02/dedicato-alle-donne-afghane-al-loro.html
………………………………………………………
Enciclopedia delle Donne – XII Capitolo
Le Donne dell’Afghanistan – La Regina Soraya Tarzi (1926 - 1929) -- Prima Parte
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo.html
……………………………………………..
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 2° Parte
I Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato
in Egitto ed Italia (1927 - 1928)
Egitto: La triste vita della regina Nazli Sabri
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-2.html
Indice
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Alcune Donne Importanti dell’Antichità
Aspasia...La Pizia, Cinisca… Atlete Vittoriose nelle Olimpiadi …le Allieve della Scuola Pitagorica di Kroton…..Ipazia…
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“Il Promontorio più bello al mondo…” (Parte Terza):
La Palazzina Cinese – Le Statue del Parco della Favorita (Parte integrante della Riserva di Monte Pellegrino) –
Museo Etnografico Giuseppe Pitrè - Le Scuderie Reali –
Nella Palazzina Cinese c’è l’anima della Regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena (Enciclopedia delle Donne).
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Le Prime Mediche della Storia
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Costanza D’Aragona
La prima Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
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Jolanda (Isabella) di Brienne
Seconda Moglie dell’Imperatore Federico II di Svevia
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Enciclopedia delle Donne (Sesta parte) –
Le Poetesse Siciliane del Risorgimento
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Enciclopedia delle Donne (Settima Parte)
Eleonor de Moura
Prima ed unica donna Viceré di Spagna in Sicilia.
In 27 giorni di reggenza tante leggi anche a favore delle donne in difficoltà.
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Enciclopedia Delle Donne - VIII Parte
Eleonora Alvarez de Toledo e i suoi tempi
Un periodo ricco di manifestazioni di altissima cultura ma anche
di gravi atti nei confronti delle donne ..
La morte di Maria de' Medici, Isabella de' Medici, Leonor Alvarez de Toledo, ecc.
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Enciclopedia delle Donne (IX parte)
Damarete di Agrigento (VI secolo a.C.)
La prima donna della storia a protezione dell'Infanzia –
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Enciclopedia delle Donne: X Parte
La triste storia dell’etera Laide di Hykkara
La Prostituzione Sacra – Le divinità: da Inanna all’eroina Afrotide (?)
Un Piccolo viaggio anche ad Erice e Pantelleria.
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Enciclopedia delle Donne – XI Parte
Le Filandiere – Il Filo della Memoria
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افغان میرمنو ته د دوی زړورتیا ته وقف شوی.
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Enciclopedia delle Donne – XII Capitolo
Le Donne dell’Afghanistan – La Regina Soraya Tarzi (1926 - 1929) -- Prima Parte
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Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 2° Parte
I Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato
in Egitto ed Italia (1927 - 1928)
Egitto: La triste vita della regina Nazli Sabri
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......................
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 3° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato (1928):
Francia - Gran Bretagna – Germania
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-3.html
…………………………………..
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 4° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato (1928):
Polonia - Unione Sovietica -Turchia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-4.html
………………………………..
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 5° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita in Iran (1928)
L'Abdicazione - L'Esilio a Roma
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-5.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 4° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita di Stato (1928):
Polonia - Unione Sovietica -Turchia
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-4.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 5° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi in visita in Iran (1928)
L'Abdicazione - L'Esilio a Roma
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............................
Enciclopedia delle Donne- XII Capitolo - 6° Parte
La discendenza dei Sovrani d'Afghanistan, Amanullah Khan e Soraya Tarzi
Le mogli di Amanullah - i Documenti Storici - I Sovrani fra la loro gente
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-6.html
……………………………….
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 7° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi ricordati dalle figlie.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-7.html
……………………………..
Enciclopedia delle Donne- XIII Capitolo – 8° Parte
L’Album di Famiglia di Amanullah Khan e di Soraya Tarzi, sovrani d'Afghanistan
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/06/enciclopedia-delle-donne-xii-capitolo-8.html
…………………………………….
Enciclopedia delle Donne- XIV Capitolo
La Baronessa di Carini - Storia di uno dei tanti femminicidi del XVI secolo
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2023/09/enciclopedia-delle-donne-xiv-capitolo.html
..............................................
Enciclopedia delle Donne - XV Capitolo –
Rita Montagnana e il figlio Aldo Togliatti
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/enciclopedia-delle-donne-xiv-capitolo.html
Enciclopedia delle Donne - XII Capitolo - 7° Parte
I Sovrani d'Afghanistan Amanullah Khan e Soraya Tarzi ricordati dalle figlie.
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Enciclopedia delle Donne- XIII Capitolo – 8° Parte
L’Album di Famiglia di Amanullah Khan e di Soraya Tarzi, sovrani d'Afghanistan
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…………………………………….
La Baronessa di Carini - Storia di uno dei tanti femminicidi del XVI secolo
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Rita Montagnana e il figlio Aldo Togliatti
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............................................................................
La scelta dell’8 marzo come Giornata Internazionale della Donna – Motivazioni Storiche.
Enciclopedia delle Donne – XVI Capitolo.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/la-scelta-dell8-marzo-come-giornata.html
.......................................
Enciclopedia delle Donne - XVII Capitolo - Donne nella Rivoluzione Russa del 1917: Sofia V. Panina e Aleksandra M. Kollontaj
La scelta dell’8 marzo come Giornata Internazionale della Donna – Motivazioni Storiche.
Enciclopedia delle Donne – XVI Capitolo.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2024/05/la-scelta-dell8-marzo-come-giornata.html
Enciclopedia delle Donne - XVIII Capitolo Le Marchese di Cassibile: Maria Emanuela Pulejo Loffredo GutKwoski e Maria Caterina Scoppa Loffredo.19 agoato 2024
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Enciclopedia delle Donne – Capitolo XIX - Maria José del Belgio e Giuliana Benzoni si adoperarono per le trattative di pace e per un colpo di Stato19 agosto 2024
..........................................
La Luce delle Donne Preistoriche: Delia, la donna di Ostuni.... Thea, la Principessa di Acquedolci.. Enciclopedia delle Donne - Capitolo XX9 giugno 2025
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La Donna Preistorica… mai citata nei libri di storia Enciclopedia delle Donne - Capitolo XXI
9 giugno 2025

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La Principessa di Ukok e i Monti Altaj – Enciclopedia delle Donne – cap. XXII Принцесса Укока и Алтайских гор – Женская энциклопедия – глава XXII
18 luglio 2025
Macalda di
Scaletta, la donna che sfidò il suo tempo.
Enciclopedia delle
Donne - XXIII Capitolo
Voce di Sicilia.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2026/09/macalda-di-scaletta-la-donna-che-sfido.html
20 Settembre 2026
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Gli Amori di Ataturk: Fikriye Hanim e Latife Hanim - Prima Parte
1 agosto 2025
Gli Amori di AtaturK - Seconda Parte
7 agosto 2025
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Enciclopedia delle Donne - XXIII Capitolo
Voce di Sicilia.
https://sicilianaturacultura.blogspot.com/2026/09/macalda-di-scaletta-la-donna-che-sfido.html


































































































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